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domenica 7 agosto 2016

Il Senato come imputato

   Interrompo  la serie di riflessioni sul degrado della politica e sulla (conseguente) eclisse del Parlamento  per trattare del Senato come è attualmente in quanto imputato di inefficienza e inutile e costoso rallentamento dell'attività parlamentare. Questa è l'accusa che, secondo gli ideatori e i fautori della recente riforma costituzionale, ne ha comportato, come urgenza prioritaria, la metamorfosi (non l'abolizione).
 Una delle qualità più apprezzabili in chi fa politica è una certa veridicità nell'esporre i propri programmi.
 Può sembrare ovvio raccontarla giusta agli elettori, ma se consideriamo le vicende della nostra vita privata possiamo convincerci facilmente del contrario. Molto spesso prima prendiamo una certa decisione e poi cerchiamo di giustificarla di fronte al prossimo che ce ne chiede ragione. A volte accade che anche i politici facciano così.
 Di fronte alle accuse mosse al Senato dovremmo cercare di immedesimarsi nel lavoro di un giudice, che vaglia con imparzialità gli argomenti, cercando di capirne il fondamento, non determinandosi per sentito dire, superficialmente, o per simpatie o fedeltà personali. 
 È fondata l'imputazione?
  E la soluzione proposta è adeguata a risolvere il problema?
  Quando il Senato com'è organizzato attualmente è stato d'impaccio alla realizzazione delle più importanti riforme della Repubblica? Quando si cerca di andare nei particolari, di ricevere risposte precise, non se ne esce mai soddisfatti. In effetti dagli anni '90 l'Italia è cambiata moltissimo mediante riforme legislative prodotte da Parlamento com'è ora. Da un'economia controllata in larga parte dallo Stato si è passati ad una privatizzazione spinta. Il sistema elettorale per il Parlamento è cambiato non una, ma due volte. Non c'è stato praticamente nessun settore delle attività pubbliche e della vita sociale su cui non abbiano inciso leggi approvate dal Parlamento com'è ora. Ad esempio è stato abolito il servizio militare di leva, sono cambiate le norme in materia di igiene e sicurezza del lavoro, quelle in materia di ambiente, in materia di commercio e industria, quelle in materia di formazione del bilancio dello stato, quelle in materia di banche e assicurazioni, quelle in materia di adozione, stato giuridico dei figli e poteri e responsabilità dei genitori e via seguitando, fini all'approvazione di due riforme fortemente controverse come quelle sulla disciplina dei contratti di lavoro, detta "Jobs act" e quella sulle unioni civili delle persone omosessuali e sulle convivenze. Sono state anche approvate due importanti ed estese leggi di modifica della costituzione, nel 2001 e nel 2006, entrambe sottoposte a referendum costituzionale, con esito positivo per la prima e negativo per la seconda. La riforma  del 2006, bocciata nel referendum costituzionale, prevedeva un senato "federale", con competenze limitate a certe materie che riguardavano le autonomie locali, che possiamo considerare il modello della riforma sulla quale si svolgerà il prossimo referendum costituzionale. Nel sistema ideato nel 2006 i senatori erano però eletti direttamente dal corpo elettorale, anche se contemporaneamente all'elezione dei consiglieri regionali. E, con scelta più coerente dal punto di vista logico-istituzionale, si prevedeva, una volta trasformato il senato in una "camera delle autonomie locali", che i "senatori a vita" divenissero "deputati a vita". Dunque il Parlamento com'è ora non ha impedito di cambiare l'Italia per via legislativa. Ha certamente impedito, in particolare nel corso dei lavori delle Commissioni bicamerali a cui si vollero affidare poteri in qualche modo simili a quelli dell'Assemblea costituente del 1946, che la Costituzione fosse riformata in senso sostanzialmente presidenziale, secondo il desiderio di alcune parti politiche. Ma possiamo considerarla una colpa? Dal 1990,comunque, i poteri del Consiglio dei ministri e dei singoli ministri sono stati comunque notevolmente incrementati, sia prevedendo che il dettaglio delle maggiori riforme fosse deciso dal Governo, all'interno di principi generali dettati dal Parlamento con leggi delega, sia attraverso una estesa opera di "delegificazione", affidando ai poteri normativi del Governo, attuati con regolamenti, materie che prima erano regolate da leggi dello Stato. 
  Ragionando sugli argomenti che ho sopra proposto, come trovate il Senato: colpevole o innocente?
  Concludo osservando che può essere individuata facilmente una ragione di marcata inimicizia tra i Governi, di opposta tendenza, succedutisi dal 1994 ad oggi e il Senato com'è ora.  Il motivo risiede proprio nel fatto che il Senato non è un "doppione" della Camera dei deputati: a causa della sua elezione su base regionale, ha prodotto, sia vigente la legge elettorale proposta dall'allora deputato Mattarella con cui votammo dal 1994, sia vigente quella proposta dal senatore Calderoli con cui abbiamo votato dal 2008, forze parlamentari leggermente differenti tra Camera dei deputati e Senato. Proprio come i Costituenti avevano voluto e previsto, Con la conseguenza che i Governi hanno avuto più difficoltà ad ottenere la fiducia e a far approvare i loro disegni di legge in Senato. Questo ha costretto i Governi a trattative per cercare di consolidare e allargare  le loro maggioranze parlamentari, facendo concessioni nel quadro di questi accordi. Questo inconveniente (dal punto di vista governativo naturalmente), sicuramente si è verificato: ma lo possiamo veramente considerare un male? Non si è trattato semplicemente del fatto  che il Senato ha svolto la funzione che i Costituenti del '46/'47 gli avevano assegnato, vale a dire di essere un limite a governi tendenzialmente troppo autosufficienti e di garantire una migliore ponderazione dei temi in discussione e delle decisioni proposte?
 Il nuovo Senato non avrà più la funzione di votare la fiducia ai Governo. Un impedimento di meno dal punto di vista governativo. I Governi, sula base della nuova legge elettorale per la Camera dei deputati approvata l'anno scorso, potranno contare su una solida maggioranza nelle questioni in cui è implicata la "fiducia", anche se dovessero essere espressione di un singolo partito che non riesca ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti, ma almeno il 40% dei voti, una maggioranza "relativa". Nel nuovo Senato, comunque, a causa della procedura di nomina dei suoi membri, è prevedibile un risultato simile: i nuovi senatori saranno prevalentemente espressione della maggioranza in Consiglio regionale. Non sappiamo se e in che modo le minoranze potranno avere comunque una loro rappresentanza: la legge che disciplina i dettagli della elezione dei nuovi senatori ancora non c'è. Quindi un risultato sicuramente sarà conseguito con la riforma costituzionale: un rafforzamento della posizione dei governi. Dopo le elezioni non solo si saprà subito chi ha vinto, ma anche chi governerà e sarà più difficile per i cittadini  condizionare democraticamente l'azione di governo. I governi avranno quindi le mani più libere. Governi con le mani più libere potrebbero trasformare a loro immagine e somiglianza le istituzioni chiave dello Stato. È un'opportunità o un rischio? Abbiamo avuto presidenti del Consiglio dei ministri della levatura di De Gasperi e di Moro, ma siamo anche la nazione in cui fu capo del Governo Mussolini. E qualche lezione sul tema potremmo trarre dalla storia politica degli ultimi venti anni, in cui il Parlamento, nelle sue due Camere, ha avuto un ruolo molto attivo nel sindacare l'azione governativa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli  
 
 

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