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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 2 luglio 2018

Spietati


 Spietati
 Disse papa Francesco, ormai cinque anni fa: 

 «Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!
  Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto.
  «Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?»
[dall'omelia pronunciata  ll'8 luglio 2013 da papa Francesco durante il viaggio apostolico a Lampedusa]

 Di recente, nell'esortazione apostolica  Rallegratevi ed esultate - Gaudete et Exsultate,  del 19 marzo 2018, ha espresso lo stesso insegnamento:

«Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse «come Cristo»,[85] esprimendolo perfino con gesti di adorazione, e che i poveri pellegrini li si trattasse «con la massima cura e sollecitudine».
  Qualcosa di simile prospetta l’Antico Testamento quando dice: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20). «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Lv 19,33-34). Pertanto, non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero. Anche noi, nel contesto attuale, siamo chiamati a vivere il cammino di illuminazione spirituale che ci presentava il profeta Isaia quando si domandava che cosa è gradito a Dio: «Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora» (58,7-8).
[...]
  La persona che vede le cose come sono realmente, si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice. Quella persona è consolata, ma con la consolazione di Gesù e non con quella del mondo. Così può avere il coraggio di condividere la sofferenza altrui e smette di fuggire dalle situazioni dolorose. Saper piangere con gli altri, questo è santità.»


  Vedete?   Il Papa ha sentito il bisogno di giustificarsi: "non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero." Di fronte a chi? Non ai nemici della fede, naturalmente. Davanti a noi credenti, battezzati. Ha parlato in favore dei migranti morti nel tentativo di raggiungerci, e gli abbiamo dato del matto. 
  Non è colpa nostra, pensiamo, è colpa loro  e degli scafisti. Non si fossero messi per mare, non sarebbero morti. Siamo proprio sicuri di questo? 
  Non si viaggia in quelle condizioni se non si è alla disperazione. E' l'economia del mondo che stabilisce chi vive e chi muore. Chi la governa? Noi europei. Sosteniamo di non seguire più le ideologie fasciste del secolo scorso, che tutto sommato erano meno ipocrite. Alla loro epoca gli europei si presero tutta l'Africa sostenendo di averne diritto in quanto razze  superiori, per una questione di civiltà. 
  Dominiamo ancora quasi tutta l'Africa. Quando, dove sono i nostri interessi, si affermano regimi che non ci vanno, li abbattiamo. Negli anni scorsi è accaduto in Egitto, Libia, Tunisia, Algeria. Gli europei hanno condotto una guerra segreta in Libia, dove noi italiani abbiamo attualmente nostri militari e funzionari. E' perché dalla Libia ci viene una buona parte del metano che ci serve, attraverso il condotto sottomarino Greenstream, inaugurato nel 2004. Ma in Libia si estrae anche il petrolio, e anche lì siamo coinvolti: la Libia è stata il primo tra molti nostri fornitori. Prendiamo quello che ci serve: metano e petrolio. Noi non li abbiamo Respingiamo quello che non ci serve: i migranti. Eppure gli economisti e i sociologi ci avvertono che ci servirebbero anche loro: abbiamo troppi pochi giovani.  E loro continueranno a mettersi per mare, perché, sulla carta, la nostra costa è tanto vicina, a confronto con l'immenso deserto che molti di loro hanno dovuto attraversare. Non è vero che da noi non c'è futuro. Certo, giunti tra noi, fanno vita da ombre umane, ma vivono e finché c'è vita c'è speranza. Vivono delle briciole che cadono dalla nostra tavola. E, alla fine, qualche occasione si trova, se non altro per i figli, perché ancora non arriviamo ad essere così spietati da escludere i minorenni da certi servizi sociali. 
 Non è la nostra ricchezza ad attirare gente dall'Africa e dall'Asia: la sappiamo difendere bene, anche dai poveri di casa nostra. E' la dignità umana che rientra ancora nella nostra ideologia comunitaria e che riconosciamo a tutti, anche a chi in società è messo peggio: la dignità proclamata dalle nostre grandi carte dei diritti.  E' a questo che, nella nostra spietatezza collettiva, ora vogliamo rinunciare. Il coraggio di essere spietati: questo ci mancava. Ora lo abbiamo. Abbiamo atterrito anche i nostri pastori, che tacciono, sentono addirittura  il bisogno di giustificarsi per aver predicato la misericordia. Non erano matti, non era tutta una loro invenzione, si scusano: la misericordia verso i sofferenti   è l’architrave che sorregge la vita della Chiesa;  è la chiave del cielo (così si legge nella Rallegratevi ed esultate - Gaudete et exsultate) Se l'architrave si scassa, crolla la Chiesa e si chiudono le porte del Cielo. Questo però sembrano dirlo con meno veemenza di un tempo, quasi sottovoce. Ci credono ancora?
  A chi abbiamo dato retta, in questa spietatezza? Non è questione di questo o quel capo emergente. Quelli sono gente come noi, e anche colui che nel secolo scorso sognò un reich  millenario è finito polvere.
  Ne ha trattato papa Francesco, in alcuni paragrafi dell'esortazione Rallegratevi ed esultate - Gaudete et exsultate che trascrivo per intero:

«CAPITOLO QUINTO
158. La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo. Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita.
159. Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via). È anche una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male. Gesù stesso festeggia le nostre vittorie. Si rallegrava quando i suoi discepoli riuscivano a progredire nell’annuncio del Vangelo, superando l’opposizione del Maligno, ed esultava: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore» (Lc 10,18).
160. Non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita solo con criteri empirici e senza una prospettiva soprannaturale. Proprio la convinzione che questo potere maligno è in mezzo a noi, è ciò che ci permette di capire perché a volte il male ha tanta forza distruttiva. È vero che gli autori biblici avevano un bagaglio concettuale limitato per esprimere alcune realtà e che ai tempi di Gesù si poteva confondere, ad esempio, un’epilessia con la possessione demoniaca. Tuttavia, questo non deve portarci a semplificare troppo la realtà affermando che tutti i casi narrati nei vangeli erano malattie psichiche e che in definitiva il demonio non esiste o non agisce. La sua presenza si trova nella prima pagina delle Scritture, che terminano con la vittoria di Dio sul demonio.[120] Di fatto, quando Gesù ci ha lasciato il “Padre Nostro” ha voluto che terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno. L’espressione che lì si utilizza non si riferisce al male in astratto e la sua traduzione più precisa è «il Maligno». Indica un essere personale che ci tormenta. Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno questa liberazione perché il suo potere non ci domini.
161. Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea.[121] Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché «come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1 Pt 5,8).
162. La Parola di Dio ci invita esplicitamente a «resistere alle insidie del diavolo» (Ef 6,11) e a fermare «tutte le frecce infuocate del maligno» (Ef 6,16). Non sono parole poetiche, perché anche il nostro cammino verso la santità è una lotta costante. Chi non voglia riconoscerlo si vedrà esposto al fallimento o alla mediocrità. Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione della Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario. Se ci trascuriamo ci sedurranno facilmente le false promesse del male, perché, come diceva il santo sacerdote Brochero: «Che importa che Lucifero prometta di liberarvi e anzi vi getti in mezzo a tutti i suoi beni, se sono beni ingannevoli, se sono beni avvelenati?».[122]
163. In questo cammino, lo sviluppo del bene, la maturazione spirituale e la crescita dell’amore sono il miglior contrappeso nei confronti del male. Nessuno resiste se sceglie di indugiare in un punto morto, se si accontenta di poco, se smette di sognare di offrire al Signore una dedizione più bella. Peggio ancora se cade in un senso di sconfitta, perché «chi comincia senza fiducia ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti. […] Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che al tempo stesso è vessillo di vittoria, che si porta con una tenerezza combattiva contro gli assalti del male».[123]
Note del testo:
[120] Cfr Omelia nella Messa a Casa S. Marta, 11 ottobre 2013: L’Osservatore Romano, 12 ottobre 2013, p. 12.
[121] Cfr B. Paolo VI, Catechesi nell'Udienza generale del 15 novembre 1972: Insegnamenti X [1972], 1168-1170: «Uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio. […] Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa. Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni».
[122] S. José Gabriel del Rosario Brochero, Predica delle bandiere, in Conferenza Episcopale Argentina, El Cura Brochero. Cartas y sermones, Buenos Aires 1999, 71.
[123] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 85: AAS 105 (2013), 1056.»

 Siamo stati esortati al combattimento spirituale contro l'Avversario di sempre,  al cospetto di tragedie umane che sono direttamente collegate al nostro modello sociale e a strutture sociali da noi dominate. Si tratta di quelle che Giovanni Battista Montini - Paolo 6° e Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° definivano strutture sociali di peccato. 


  «Oltre a tutto ciò, i peccati dei singoli consolidano quelle forme di peccato sociale che sono appunto frutto dell’accumulazione di molte colpe personali. Le vere responsabilità restano ovviamente delle persone, dato che la struttura sociale in quanto tale non è soggetto di atti morali. Come ricorda l’Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliato et paenitentia, “la Chiesa, quando parla di situazioni  di peccato o denuncia come peccati sociali certe situazioni o certi comportamenti collettivi di gruppi sociali più o meno vasti, o addirittura di intere nazioni o blocchi di nazioni, sa e proclama che tali casi di peccato sociale sono il frutto, l’accumulazione e la concentrazione di molti peccati personali … Le vere responsabilità sono delle persone” (n. 16).
  È tuttavia un fatto incontrovertibile, come più volte ho avuto modo di ribadire, che l’interdipendenza dei sistemi sociali, economici e politici, crea nel mondo di oggi molteplici strutture di peccato (cfr Sollicitudo rei socialis, 36; Catechismo della Chiesa Cattolica, 1869). Esiste una spaventosa forza di attrazione del male che fa giudicare ‘normali’ e ‘inevitabili’ molti atteggiamenti. Il male si accresce e preme con effetti devastanti sulle coscienze, che rimangono disorientate e non sono neppure in grado di discernere. Se si pensa poi alle strutture di peccato che frenano lo sviluppo dei popoli più svantaggiati sotto il profilo economico e politico (cfr Sollicitudo rei socialis, 37), verrebbe quasi da arrendersi di fronte a un male morale che sembra ineluttabile. Tante persone avvertono l’impotenza e lo smarrimento di fronte a una situazione schiacciante che appare senza via d'uscita. Ma l’annuncio della vittoria di Cristo sul male ci dà la certezza che anche le strutture più consolidate dal male possono essere vinte e sostituite da “strutture di bene” (cfr Ibidem, 39).»
[Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° - discorso all'udienza generale del 25-8-99]

  Anche il peccato collettivo ha origine dai peccati personali, la responsabilità personale c'è sempre: non è mai vero che di fronte ai mali sociali la responsabilità è di  tutti e quindi di nessuno. E questo in particolare in democrazia, un sistema in cui le masse possono influire sulle decisioni di governo con il proprio voto. Sui migranti non si è forse ottenuto quello che fortemente si è voluto, e invocato a gran voce? Questo ha influito, tra l'altro, sulla storia della vicina Libia. 
   A che dovrebbe servire, innanzi tutto,  la Guardia costiera di uno stato che si trova nel mezzo di una guerra civile, come è quello che cerca di affermarsi, con il nostro appoggio, nella Libia occidentale, mentre dall'altra parte tenta lo stesso un'altra organizzazione che sembra avere l'appoggio dell'Egitto?  A vigilare le coste per impedire che, dal mare,  ai nemici dello stato arrivino armi e altri appoggi, e altri combattenti. La Guardia costiera libica sembra invece concentrarsi sull'azione di contrasto delle migrazioni verso l'estero, che in astratto rientrerebbero nell'interesse della Libia, facendo diminuire il numero di stranieri di passaggio dei quali quello stato in profonda crisi politica, economica e sociale deve occuparsi. Perché? Per l'influenza dell'Italia. Siamo noi ad essere interessati a non far arrivare altra gente sulle nostre coste. Siamo noi che, riscontrata con  i nostri strumenti sofisticati, dei quali i libici non dispongono, la presenza di una barca di migranti, allertiamo la Guardia costiera libica per farla intervenire e riportare indietro chi sta allontanandosi dalle coste del continente africano.  Se c'è un naufragio di una barca di migranti siamo noi che decidiamo chi deve andare e chi non può farlo. E, in definitiva, chi vive e chi muore. Se fosse un nostro mercantile o una nostra nave passeggeri ad essere in difficoltà, o anche un natante di altra nazionalità ma diverso da un barcone di migranti, ci comporteremmo nello stesso modo? 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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