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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 14 luglio 2018

Rimanere prudentemente neutrali tra chi respinge e chi affoga?

Rimanere prudentemente neutrali tra chi respinge e chi affoga?

1. Ho lavorato a Giulianova, in Abruzzo,  che ha un importante porto peschereccio. Ho imparato ad apprezzare la gente di mare. Coraggiosa. Se avessi avuto un figlio maschio avrei voluto che fosse coraggioso come la gente di mare. Il coraggio era la qualità dell'uomo che Oriana Fallacci dichiarava di apprezzare di più. Mio padre, quand'ero ragazzo, era stato per qualche anno capo della segreteria del Ministro della Marina Mercantile. Anche allora avevo conosciuto gente di mare. E anche i militari che ora si chiamano Guardia Costiera. Ogni marinaio ha storie da raccontare. Spesso sono terribili. E' gente che non si apre con tutti. Solo tra marinai ci si dice tutto. Il Mare Mediterraneo può diventare molto pericoloso. Quand'ero a Giulianova, per i pescatori giuliesi il pericolo erano anche le motovedette jugoslave. I pescherecci giuliesi però erano più veloci, e avevano radar potenti. 
  Ci sono grandi navi da pesca, che battono l'Atlantico, che sono come grandi fabbriche. Il pesce arriva a terra già inscatolato o surgelato. Ne ho viste diverse in un porto come Anzio, qui nel Lazio. Rimangono in mare per mesi. Ma nel Mediterraneo ci sono tantissimi motopesca di medio tonnellaggio, che imbarcano una decina di persone come equipaggio. Possono girare tutto il Mediterraneo, volendo. Molte di queste barche non tengono più il mare, sono diventate pericolose e rimangono quasi come rottami nei porti. In altri casi ci sono controversie tra gli armatori, e il risultato è più o meno lo stesso. A Giulianova, una volta,  mi sono dannato per riuscire a vendere, in sede civile, un motopesca pignorato. In una ventina di giorni barche così possono essere in qualsiasi punto del Mediterraneo. La navigazione è piuttosto precisa,perché agganciano i radiofari. Non  è come con i grandi gommoni d'altura. 
  Su un motopesca può salire tanta gente, molta di più dei dieci, quindici uomini che ordinariamente ne costituiscono l'equipaggio. Allora la nave diventa instabile. A volte le navi affondano quando, nel mare in tempesta, il carico improvvisamente si sposta di lato. Accade anche quando c'è molta gente in coperta che non sta ferma. La nave allora si piega di lato e si rivolta e affonda molto rapidamente trascinandosi dietro chi c'è sottocoperta, ma anche, per risucchio, chi sta sopra. Quando una nave affonda, intorno si crea un vortice che  è molto difficile contrastare. Se ci si vuole salvare, bisogna buttarsi in acqua prima e allontanarsi rapidamente. Abbordare una nave così, piena di gente, è impossibile, senza farla rovesciare e senza ammazzare gli stessi che l'assaltano. Ma è molto pericoloso anche solo tentare manovre di interdizione, e anche senza che ci sia  contatto tra le navi. Perché la gente entra nel panico e si muove, sbilanciando la nave su cui viaggia. In questo abbiamo la tremenda esperienza del naufragio della Kater i Rades, del '97, una motovedetta albanese rubata per trasportare in Italia dei migranti dall'Albania e affondata perché speronata da una nostra nave militare durante manovre di interdizione ordinate dal Governo di allora. Dopo si scelse un'altra strada per controllare le migrazioni dall'Albania, si imparò dalla tremenda esperienza: la via fu quella delle convenzioni con il nuovo stato che si era instaurato da quelle parti, per le quali siamo meno severi con i respingimenti, ma quelli che respingiamo vengono effettivamente riportati indietro. Ma abbiamo anche aiutato l'Albania a risorgere e tra qualche anno si progetta di ammetterla nell'Unione Europea. Sembra però che la memoria storica di allora non ci sia più. 
 Sulla Kater I Rades non viaggiava molta gente, a confronto di certi motopesca che ci arrivano dall'Africa, carichi di migranti. I colleghi che operano nel Meridione ci avvertono che i cosiddetti "scafisti", vale a dire quelli che manovrano quelle navi  stando al timone, sono di solito migranti sommariamente istruiti, che così si pagano il viaggio. A volte sono pescatori corrotti. Comunque non sono veri "comandanti". Non sanno affrontare situazione di emergenza e, per di più, viaggiano su navi scassate. Questo rende ancora più pericolose manovre di abbordaggio e interdizione. 
  Come fare, allora, per bloccare un motopesca con circa cinquecento persone che sta per avvicinarsi alle nostre coste per attraccare? Non si può fare. O, almeno, non lo si può fare senza ammazzare quelli che ci sono sopra. Questa è la realtà. 
  Dicono che bisogna rischiare per contrastare gli "scafisti" e ci si riferisce, penso, non tanto a quelli che stanno al timone dei motopesca che si avvicinano, ma a coloro che, in Africa, organizzano il viaggio, fanno arrivare la nave, la rimettono in grado di riprendere il mare per un'ultima volta, la dotano di uno che sappia stare al timone e ci fanno salire tanta gente pagante. Ma, in realtà, noi vogliamo contrastare chi viaggia sopra quelle navi, i migranti. E' loro che combattiamo. Gli altri sono solo trasportatori che colgono l'occasione di far soldi. Perché i migranti sono gente che paga. 
  Ora siamo diventati spietati. E' la novità dei nostri tempi.  Siamo disposti ad ammazzare per fermare. Sento in giro, anche ad esempio  nella mia parrocchia, gente che dice cose tremende. Accetta, appunto,  che si ammazzi pur di fermare. Il Papa è ignorato. Questa è l'Italia di oggi. Se morirà gente non sarà solo colpa  morale di chi ha deciso di respingere, ma della nazione tutta. Sarà una colpa collettiva. Ma perché una colpa?, ci si chiede. Sono loro, quelli che viaggiano, a mettersi in condizione di morire. Il loro sangue non può ricadere su di noi. Ecco, questo è proprio il problema, un problema etico molto importante, specie per gente che vorrebbe sforzarsi di essere religiosa.
 Che facciamo, allora, li ammazziamo o li salviamo quelli che stanno arrivando da noi per mare, su quei motopesca? Se fosse gente di mare a dovere decidere, come ad esempio mi pare di capire abbiano fatto l’altro giorno i marinai della Vos Thalassa, non avrei dubbi sulla soluzione scelta.
2. Leggo su Ansa.it che i circa cinquecento migranti sul motopesca che da alcuni giorni  stavano avvicinandosi alle nostre coste sono stati trasbordati su navi militari della Guardia Costiera europea Frontex, una di esse è della nostra Guardia di Finanza. Una decisione ragionevole che fa onore a chi l'ha presa e attuata e a chi l'ha condivisa.
  Ora bisogna imparare dall'esperienza. 
   Non possiamo costruire muri sull'acqua: molta altra gente arriverà. Prendersene cura può sembrare un costo eccessivo, ma l'alternativa è peggiore: lasciarli affogare sperando che gli altri "imparino". Non impareranno mai. Le nostre coste sono troppo vicine all'Africa e in Africa e in Asia ci sono troppi problemi.
  La decisione di respingere, interdire, assaltare può costare la vita a chi sta cercando di raggiungerci. E' troppo chiedere che sia presa almeno collegialmente dal Consiglio dei ministri, valutando tutti gli aspetti della vicenda? E' troppo chiedere che i comandi dati alle nostre Marine militari siano univoci, coerenti e attuabili in concreto? 
 Riportare i migranti in Libia non è la soluzione giusta.  
 Innanzi tutto perché nella stragrande maggioranza non sono libici. Sono arrivati in Libia dal Sahara, dall'Egitto o dalla Tunisia. Ma spesso non sono neanche Egiziani, Tunisini o cittadini di nazioni che hanno il Sahara nel proprio territorio. Vengono da più lontano.
 Poi perché la Libia è nel bel mezzo di una guerra civile tra il governo occidentale, sponsorizzato da noi e riconosciuto anche da altri stati e dall'ONU, e quello orientale, che pare appoggiato da Egiziani e Francesi. Dotando di mezzi militari il governo di Tripoli, per aiutarci a combattere i migranti, in sostanza perché li trattengano da loro in campi di concentramento o peggio,  ci schieriamo dalla parte degli occidentali contro quegli altri. E se quegli altri decidessero di attaccare la molta gente che abbiamo in Libia? Sono già in fermento, a Bengasi bruciano le nostre bandiere. I contatti diplomatici con i libici dovrebbero essere attentamente studiati, non è il caso di improvvisare. Abbiamo una diplomazia per questo, che fa capo ad un ministro. E' faccenda che dovrebbe competere a questo settore dell'amministrazione. 
  Si, va beh, ma queste sono, in fondo, le solite chiacchiere da WEB. 
  Bisognerebbe sentirsi veramente angosciati quando succedono certe cose. Sentirsi in colpa quando si mette nel conto di ammazzare della gente. Sapersi immedesimare, ad esempio, in quelli che affogano. Lo ha consigliato nei giorni scorsi lo scrittore Sandro Veronesi.
  Pensarsi sul motopesca che, nel terrore di tutti, a volte di notte, si inclina su un lato, iniziando a imbarcare acqua. Poi si capovolge rimanendo a galla per qualche minuto sottosopra e poi inizia a scendere di poppa, la parte più pesante. E quando riemerge la prua, inizia a perdere l'aria che ha in pancia e a scendere più velocemente, roteando e creando un mulinello che trascina tutti quelli che non sono riusciti a allontanarsi ad almeno  un centinaio di metri. In un motopesca tutto si compie in una decina di minuti. La nave va giù e dietro i corpi delle persone. Se va molto giù, in profondità abissali, non riemerge nessuno: la pressione trattiene tutti. Altrimenti, i corpi si gonfiano come palloni e risalgono, diventando cibo per i grandi pesci carnivori d'alto mare.  Quei pesci sanno "annusare" il cibo da molto lontano. Nel tratto di mare tra Italia e Libia chissà quanti se ne sono radunati. Dicono che nelle ultime settimane sono affogati in seicento. 
  In inverno, se si cade in mare si muore assiderati in pochi minuti. Ma anche d'estate, entrando in acqua ad una temperatura di  circa venti gradi in superficie, dai quaranta che c'erano in coperta sulla nave, si è paralizzati dal freddo. Nuotare riesce difficile e i più non sanno nemmeno farlo. L'acqua entra in trachea e blocca i polmoni e allora esce anche quella che c'è in pancia, aspirata disperatamente negli ultimi tentativi di resistere. Il corpo inizia ad affondare. Si perdono i sensi. Forse la salma riemergerà, orrendamente sfigurata, dopo qualche ora. 
  A chi sta al timone del motopesca è stato spesso  insegnato solo a dirigersi verso il punto indicato dal radiofaro e a far andare su e giù la leva della velocità del motore. Null'altro. Se il motore si pianta non sa farlo ripartire e quindi non obbedisce quando gli si ordina di fermarlo. Non sa fare virate strette, quelle che possono sbilanciare una nave stracarica. Il motore è surriscaldato per lo sforzo che gli è richiesto. Questo può farlo incendiare. La gente è stipata anche nel basso locale macchine con cinquanta, sessanta gradi di calore, l'aria diventa irrespirabile, anche per le esalazioni del carburante. Quando il motopesca affonda, chi sta sottocoperta rimane intrappolato. L'acqua che entra lo spinge contro le pareti. 
  Se ci si immedesima, e si riesce a empatizzare, allora ci si mobilita. Scrivere sul WEB non basta. 
  Gira sul WEB un video di Giovanna Marini che canta "dal Sessantotto al blog". E' un canto scritto molto di recente, narra anche di fatti dell'anno scorso. E' inserito nella riedizione di un album "E' finito il Sessantotto", che ha molte delle canzoni che sentivo da ragazzo negli anni Settanta, con tanta violenza dentro. Ma ce ne sono di alcune ancora coinvolgenti, in particolare di rivoluzionari stranieri. E un discorso del Che all'ONU del '64. Che dice la Marini? Dov'eravamo quando sgomberavano i migranti con gli idranti l'anno scorso? Noi non c'eravamo! Nooo?! Non  è più come nel Sessantotto, quando invece ci si era. In testa c'è la nebbia, dice la canzone, ma una cosa si capisce: è finita la stagione della mobilitazione, quando eri parte integrante di una società veemente, che decide ed interviene, mentre ora siamo "immersi in questa nebbia detta smog,  da cui è affiorato questo insieme giustamente detto blog". Non basta battere sui tasti come sto facendo proprio su un blog.
  Io sono di quelli che ogni domenica fa la Comunione in chiesa. Se fossero affogati quei cinquecento che venivano a noi, l'avrei sentita come sacrilega. Confessarsi non basta. Bisogna in qualche modo riparare. Si chiede pietà, ma bisogna anche darla. Che fare, però,  se si è parte di un popolo spietato? «Voi che calpestate il povero e sterminate gli umili […]»,  cosi si è rivolto a noi il Papa, citando il profeta Amos, nell'omelia della messa del 6 luglio scorso, per i migranti morti e salvati. Questo basta? Nel secondo dopoguerra la Santa Sede fece molto di più nell'aiutare gente che fuggiva dalla Germania; intendiamoci, non criminali nazisti, ma profughi che chiedevano protezione perché erano dalla parte dei vinti, le potenze vincitrici non l'accordavano e le chiese evangeliche tedesche erano in parte compromesse. Si fecero, letteralmente, carte false.  Troppa prudenza ora, pare! Probabilmente viene consigliata dalla Curia. Non la condivido.  Del resto la nostra è una Chiesa che dipende pesantemente dal finanziamento pubblico. E' la stessa prudenza che non riusciamo a perdonare, e a perdonarci, in Eugenio Pacelli, che pure ebbe il merito di sganciarsi dal fascismo mussoliniano, seguendo dal '39 la via indicata da Montini. 
 Parafrasando la canzone della Marini:  "Su muovetevi, che fate?, mica siamo al centro anziani! Qui succede il finimondo!". 
  Ma, la Chiesa… Non dovremmo rimanere prudentemente neutrali tra chi respinge e chi affoga? Non dovremmo fare politica, si sostiene. Davvero? Far affogare la gente non è più peccato, che si possa rimanere neutrali? Non sentiamo più in noi il Comandamento santo «Non uccidere!»? Sicuramente  è ancora un reato. Se sono in molti a morire, si parla di strage.  Può addirittura diventare un crimine contro l'umanità.  Di prudenza e di neutralità politica si può, in definitiva, peccare, e peccare gravemente.  Certi mali sociali, in una società democratica, si possono però prevenire. Ma questo lo si fa innanzi tutto da cittadini, mobilitandosi in società. Quando vogliamo, noi cattolici lo sappiamo fare molto bene.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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