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venerdì 27 aprile 2018

Riflessioni sulla base della lettura del libretto di Giuseppe Dossetti Eucaristia e città, Editrice A.V.E., collana Le Tessere e il Mosaico, 2011, euro 8,00, pagine 131, con prefazione di Giorgio Campanini



Riflessioni sulla base della lettura del libretto di Giuseppe Dossetti (1913-1996) Eucaristia e città, Editrice A.V.E., collana Le Tessere e il Mosaico, 2011, euro 8,00, pagine 131, con prefazione di Giorgio Campanini (si tratta del testo di un intervento che Dossetti, ormai prete e monaco dopo essere stato molti anni prima professore universitario e politico, fece il 1 ottobre 1987 durante il Congresso eucaristico della diocesi di Bologna).


[Riunisco qui alcune riflessioni che ho pubblicato sparse nel 2012 dopo la lettura del testo di Giuseppe Dossetti.]

1. Non posso vivere la mia fede nell’interiorità, nella relazione che ho saputo costruire con il soprannaturale, secondo la mia personale concezione? Anche così poi posso manifestare con la mia vita la fede nell’ambiente in cui vivo e opero.
 Da universitario ho partecipato alle settimane di riflessione che la FUCI – l’organizzazione degli universitari cattolici – svolgeva ogni anno a Camaldoli, sede di un celebre monastero di monaci di una congregazione appartenente alla famiglia benedettina. Lì c’erano alcuni monaci che conducevano vita eremitica da decenni, vivevano da soli nelle loro casette in cima a un monte e si ritrovavano insieme di quando in quando di giorno e nella notte solo per la vita liturgica. Erano persone di fede, indubbiamente, e vivevano la loro religiosità in quel modo. Bisogna dire però che si sentivano e volevano essere in unione spirituale con la Chiesa e l’intera umanità. Il loro isolamento era quindi solo esteriore.
 La fede cristiana in realtà ci spinge gli uni verso gli altri. Questo movimento emerge chiaramente negli scritti del Nuovo Testamento. In un libretto di Giuseppe Dossetti che ho utilizzato nelle vacanze per le mia meditazione personale (Giuseppe Dossetti, Eucarestia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8) ho trovato questa citazione da un’opera di San Basilio, una preghiera:
…noi tutti che partecipiamo all’unico pane e all’unico calice, unisci fra noi nella comunione dell’unico Spirito Santo”.
 Essa richiama le parole di S. Paolo nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor 10,17):
Vi è un solo pane e quindi formiamo un solo corpo, anche se siamo molti, perché tutti insieme mangiamo dell’unico pane (trad.interconfess. Elle Di Ci / Alleanza Biblica interconfes. 1976).
  Al tempo del parroco precedente, in parrocchia, prima della Comunione, recitavamo una preghiera formulata su quelle parole:
         Poiché c’è un solo pane per noi tutti, uno solo è il corpo formato da noi che   partecipiamo al pane unico.
 Insomma, mi pare di aver capito che questa spinta a stare insieme abbia un fondamento teologico e non sia qualcosa di accidentale ed episodico. Essa ha coinvolto anche me, che per temperamento non sono particolarmente socievole. Mi sono sempre sentito arricchito dalle esperienze di fede vissute con gli altri.
 In un libro dello psicoterapeuta Bruno Bettelheim pubblicato nel 1967 ho letto questa osservazione che ho sentito convalidare la mia esperienza di vita:
La vita interiore, e con essa la personalità, non si sviluppa allo scopo di ottenere una sempre maggiore ricchezza di sensazioni e di esperienze interne, ma sostanzialmente per un’altra ragione: per entrare in rapporto con il mondo esterno nella speranza di poter agire su di esso. Se la personalità non arriva a questo, non vi è alcuna ragione di sviluppare le strutture interne. Esattamente come il linguaggio si sviluppa solo se desideriamo comunicare con qualcuno o comprendere quello che egli ci dice, così la personalità si struttura solo se desideriamo fare qualcosa a un’altra persona o con essa  o per essa.
[da Bruno Bettelheim, La fortezza vuota, Garzanti editore spa, 1976, pag.64].
 Gli studi scientifici di Bettelheim, in particolare quelli sull’autismo, oggi sono generalmente ritenuti superati da più recenti acquisizioni e scoperte, ma la sua esperienza umana, prima di recluso  in un campo di concentramento nazista e poi di medico nel campo della terapia per i bambini autistici, rimane importante e,  per molti aspetti della vita, illuminante. Tra ciò che si muove dentro  di noi e ciò che si muove e che facciamo fuori di noi c’è un continuo e vitale rimando.
 Ma, come ho osservato prima, non è detto che questo movimento verso gli altri si debba esprimere necessariamente nell’aderire a un movimento, ad una associazione, ad una fraternità. Esso può manifestarsi in altre forme, sebbene si ritenga che in qualche modo debba essere presente, anche, ad esempio, in quelle spiritualità eremitiche di cui ho detto.
 Molte volte una fede religiosa è produttiva e non si risolve solo nell’interiorità, quella cristiana stimola poi alla generosità: ognuno sente quindi, ad un certo punto, di avere qualcosa in sé che può essere non scambiato ma dato gratuitamente ad altri.
 A volte si concepisce, un po’ superficialmente, la Chiesa come una dispensatrice di beni spirituali, uno “ci entra” (nella Chiesa intesa come popolo) o “ci va” (nella chiesa intesa come edificio) e prende. A volte c’è anche l’idea di una sorta di scambio: vado a Messa e deposito la mia offerta nell’apposito contenitore che gira al tempo dell’Offertorio, poi partecipo alla mensa comune.
 Ecco, riunendoci insieme potremmo ad esempio riflettere se quell’impressione sia corretta e completa. Non credete che ci sia ancora qualcosa da imparare?
 Anticipo la mia opinione. Nell’esperienza religiosa siamo tutti noi, gente di fede, dispensatori, perché  è come se quello che ci arriva poi rifluisca intorno e verso gli altri, al modo di un irraggiamento. Quindi  nella Chiesa non si va solo per ricevere, ma anche per dare, per portare qualcosa, che è importante per gli altri e li conforta nella loro fede. Un teologo lo saprebbe dire meglio. Chi vuole può approfondire o chiedere spiegazioni. In parrocchia può farlo. Ci sono i sacerdoti e catechisti per ogni età della vita. Abbiamo anche una biblioteca piuttosto fornita (aperta lunedì e mercoledì, ore 16-18). Ne può discutere anche in Azione Cattolica, nel nostro gruppo, che è sostenuto dal prezioso apporto dell’assistente ecclesiastico.
 Nell’Azione Cattolica, che è un’associazione che si propone  di diffondere e promuovere valori cristiani nella società civile, è importante l’esperienza di vita degli aderenti. E’ questo il materiale prezioso che chi ci viene porta. Non si aderisce infatti per ricevere dall’alto le soluzioni ai vari problemi e direttive su che cosa fare fuori, o peggio (solo) moniti e rimbrotti su ciò che è male, come se ci fossero “istruzioni” precise per ogni situazione, ma per riflettere insieme, alla luce della comune esperienza civile e religiosa,  su ciò che accade e per illuminare vie praticabili, che poi ognuno proverà a percorrere lì dove concretamente opera, tornando a riferire ciò che gli è riuscito di fare e di scoprire. In una poesia che ho trascritto in uno dei passati post, padre David Turoldo scrisse:
Ancora un'alba sul mondo:
altra luce, un giorno
         mai vissuto da nessuno,
 Effettivamente il futuro è nostra particolare e attuale responsabilità, ci avventuriamo in esso al modo di esploratori.
2. Non possiamo ragionevolmente confidare del tutto sull’opera nostra, in particolare sugli effetti che possiamo produrre nella società. La storia ci insegna che il progredire dei tempi non significa sempre un miglioramento, un progresso duraturo: è possibile che si torni indietro e si debba ripartire. E anche in religione ci viene consigliato di prendere le cose in questo modo. Il fondamento della nostra speranza non sta in noi stessi. Scrive Dossetti (pag.112):
          […] si deve inculcare al cristiano che non solo può, ma deve impegnarsi nella storia         (secondo la misura     dei doni ricevuti e le opportunità pratiche): ma insieme gli si deve      inculcare   che   questo egli deve fare con il massimo distacco possibile: pena la perdita di tutta la credibilità come testimone ed esploratore dell’invisibile.
 In definitiva il nostro atteggiamento fondamentale di fede nei riguardi delle cose del mondo dovrebbe essere più che altro quello di una pervicace  e fiduciosa attesa, anche quando tutto ciò che accade e che ci circonda sembrerebbe disilluderci. Non si rimane inoperosi, ma siamo convinti che non siamo mai veramente noi che conduciamo la storia verso il suo compimento. Di questo possiamo aver una conferma per così dire “sperimentale”: tutte le potenze umane vanno incontro a un ciclo vitale e a processi evolutivi simili a quelli degli organismi singoli. Nel complesso, tirate le somme, si scopre di aver vissuto molto condizionati da fattori esterni a noi, la nostra sfera di influenza, anche come collettività piuttosto numerose, rimane sempre piuttosto limitata. E’ la sensazione che si ha, ad esempio, durante la crisi economica globale che è attualmente in corso. E spiegare con precisione il corso delle cose è sempre piuttosto difficile, quando si ragiona in termini di moltitudini umane. Poi però, quando ci si bene su è possibile che si riesca a produrre una interpretazione degli eventi compatibile con l’idea di un disegno provvidenziale. Quest’ultimo, secondo Dossetti, più che argomentato, quindi  compreso con precisione, va piuttosto narrato e testimoniato. Questo atteggiamento, secondo un pensiero del teologo Jurgen Moltmann, citato da Dossetti,
         […] rende buona la vita, perché in questa attesa l’uomo può accettare tutto il suo   presente ed avere gioia non solo nella gioia, ma anche nel dolore e trovare la felicità non          solo nella felicità, ma anche nella sofferenza […] La speranza procede attraverso la gioia e il dolore, perché può discernere nella promessa di Dio  un futuro anche per ciò       che è transitorio, moribondo e morto.
  La speranza religiosa vive nell’attesa dei tempi ultimi e non si lascia quindi scoraggiare dagli insuccessi che si vivono nella propria contemporaneità. E nei successi, che pure sa  essere sempre minacciati e caduchi, si rallegra perche vi vede un’anticipazione di quanto promesso alla fine della storia.
 Proporre alla gente intorno a noi e a noi stessi una visione della cose improntata a speranza non è solo  questione di ragionamenti e di argomentazioni, ma anche un operare laboriosamente per produrre anticipazioni di ciò che è promesso per i tempi ultimi, in tal  modo dischiudendo a questo mondo l’orizzonte del Cristo crocifisso mediante una testimonianza valida (così Moltmann, citato da Dossetti). Questo un lavoro che si addice bene all’Azione Cattolica: la caratteristica specifica dell’associazione è di puntare a svolgerlo collaborando democraticamente con genti di altre mentalità e convinzioni. In quest’ottica il profano, ciò che si muove al di fuori delle azioni specificamente liturgiche, ha una valenza religiosa piuttosto forte. In esso noi cerchiamo pazientemente di rintracciare e capire quelli che sono stati definiti i segni dei tempi.
3. L’Azione Cattolica non avrebbe senso in una società in cui non fosse consentita, in qualche forma, la partecipazione della gente agli affari pubblici. E infatti, nel periodo più buio della sua storia, quello che va del 1931 al 1938, essa, in fondo, diventò un’altra cosa. Nel 1931 le sue sedi vennero attaccate dalle squadre che costituivano il braccio operativo del fascismo trionfante, nel 1938 iniziò la presa di distanza dei cattolici italiani dal regime, a causa dell’introduzione della legislazione discriminatoria contro gli ebrei. Negli anni di mezzo essa può essere considerata, lo dico un po’ schematicamente e certo vi furono diverse eccezioni (ad esempio la FUCI  e Movimento Laureati di Azione Cattolica),  una delle organizzazioni popolari di massa che sostenevano il regime fascista, il quale con i Patti Lateranensi del 1929 aveva raggiunto un accomodamento con i vertici ecclesiali. Del resto, in quell’epoca, gli italiani furono effettivamente, nella grande maggioranza, fascisti.
 Riprendo a questo punto alcune delle riflessioni esposte nel libretto di Giuseppe Dossetti Eucaristia e città, A.V.E. editrice, 2012, euro 8 (che ripropone un intervento pubblico di Dossetti del 1987).
 Nella Bibbia c’è un certa diffidenza per le città e per gli ordinamenti politici, specialmente quelli che riunivano molti popoli diversi. La concezione ebraica di città era molto distante da quella greca, che impronta gli ordinamenti politici democratici contemporanei. Nella prima la città era essenzialmente un insediamento chiuso, protetto da alte mura, in funzione difensiva. Per i greci era principalmente il luogo in cui si svolgeva la cittadinanza comune, la partecipazione al governo, quindi la politica (dal termine greco pòlis, che significa città). Per certi versi la città, nella concezione ebraica, è vista anche come luogo di dissoluzione, di violenza e di presunzione antireligiosa. Le antiche monarchie ebraiche ebbero vita travagliate e divennero un modello negativo. La stessa Gerusalemme si mostrò infedele e il suo mito poté essere mantenuto solo idealizzandolo molto (ne abbiamo un esempio nell’Apocalisse neotestamentaria). In questa concezione lo spirito religioso sembra svilupparsi meglio nei luoghi isolati, lontani dai centri urbani, ad esempio nei deserti. Essa, in definitiva, viene confermata nella prospettiva evangelica. Il regno  a cui tendono i discepoli cristiani non è di questo mondo ed essi nelle società umane in cui vivono si considerano addirittura come stranieri. Sono infatti portatori di una forte istanza critica nei confronti degli ordinamenti sociali e politici che le dominano. Rendono ai potenti della Terra ciò che a loro è dovuto (a Cesare quel che è di Cesare), ma, benché sottomessi a loro, non è detto che debbano sempre obbedire. Loro compito è di predicare a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. L’impero romano, in cui si formarono le prime comunità cristiane, un ordinamento politico plurinazionale e plurietnico che presenta qualche affinità, se non altro geografica, con l’attuale Unione Europea, venne concepito come una potenza diabolica, a loro ostile, ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Apocalisse 17,6 e 18,2).
 Scrive Dossetti, nell’opera citata (pag.45-46):
          Per il regno di Dio e per la città di Dio  va ancora fatta una precisazione a scanso di equivoci.
          Il regno di Dio è Regno dei cieli: e quindi viene dall’alto, per volontà e opera di Dio.        Non si realizza e neppure si prepara o si affretta per sinergia umana. E’ un fatto      assolutamente sovrannaturale e miracoloso. Non è un bene comune,          architettonicamente sommo, che si possa gradualmente predisporre per forze creaturali.
           Il Regno giunge a noi senza di noi. Il pensare che noi possiamo attirarcelo e          appropriarcelo è “stoltezza umana, presunzione farisaica, zelotismo raffinato”.
          All’uomo compete solo la fedeltà alla Parola, l’annunzio di essa, la pazienza longanime          che non spegne lo Spirito credendo di accelerarne le operazioni, la ferma fede che il         grano del Regno “cresce da solo” (in greco: automàte) (Vangelo secondo Marco 4,26-   29). Anche perché il   Regno verrà, per un decreto del Padre in un momento    imprevedibile “che il Padre ha      riservato alla sua potestà” (Atti degli apostoli 1,6-7).
          E allora sarà non il coronamento della storia, ma la rottura della storia, semplicemente il         suo troncamento, in “ictu oculi” (Prima lettera ai Corinzi 15,52).
 Un famoso passo della Lettera a Diogneto, scritto cristiano che si fa risalire al 2° o 3° secolo della nostra era, è questo:
         [I cristiani] Abitano ciascuno la propria patria, ma come residenti stranieri; a tutto partecipano attivamente come cittadini e a tutto assistono passivamente come stranieri;   ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria è terra straniera.
         [… ]
         Passano la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo.
         Obbediscono alle leggi stabilite, eppure con la loro vita superano le leggi.
 Insomma, concluderei che in religione non siamo autorizzati a farci troppe illusioni sui risultati delle nostre costruzioni sociali e, quindi, della nostra azione come cittadini. Non sarà dalle nostre mani che uscirà il compimento della storia e ogni traguardo che riteniamo di aver raggiunto non è mai veramente stabile e può essere seguito da un regresso.
 Ma direi anche di più. Nella Bibbia c’è sicuramente il fondamento del concetto di dignità dell’uomo dal quale oggi ricaviamo la convinzione giuridica e politica in certi diritti umani  inalienabili, che sono la base delle democrazie contemporanee, ma la democrazia non c’è. Tanto è vero che la Chiesa cattolica non trova alcun problema nell’aver mantenuto un ordinamento interno non democratico. E non ha avuto alcun problema, come altre Chiese cristiane del resto, ad appoggiarsi, nel passato, a regimi non democratici, come le monarchie assolute. Il discorso naturalmente potrebbe essere più ampio, perché nei millenni passati è stata elaborata anche una dottrina per insegnare che cosa dovesse fare un monarca che volesse dirsi ed essere riconosciuto come cristiano e quindi anche che cosa si dovesse fare, da cristiani, per servire quel monarca e via seguitando. Ma in queste che sono delle specie di note operative per la nostra situazione concreta di oggi  quel discorso non serve.
 Io sto prendendo coscienza di questo: la situazione in cui ci troviamo nell’Europa democratica di oggi non ha precedenti storici, è qualcosa di totalmente inedito. E bisogna dire che questa realtà veramente nuova è stata costruita con l’apporto fondamentale del pensiero di cristiani sulla democrazia e della loro azione politica, di governo delle società.
 Noi, ad esempio, diamo per scontato che questo lunghissimo periodo di pace, che in Europa si protrae ormai dal 1945, rientri nella normalità. Ma non è così. Tanto che, quando frequentai le elementari, nella scuola di piazza Capri, il nostro maestro era solito dirci che dopo qualche anno saremmo diventati uomini, saremmo andati in guerra, e più o meno la metà di noi vi sarebbe morta. Le cose, diceva, erano sempre andate così, una guerra più o meno ogni quindici o vent’anni (e allora si era negli anni ’63-’67). Poi non andò così. L’ultima grande frontiera, edificata tra Est e Ovest Europa dopo la Seconda guerra mondiale, è caduta nel 1991, senza la catastrofe che per tanto tempo si era temuta.
 Aver realizzato, in democrazia, una potenza di pace sugli antichi, immensi, campi di battaglia ha un significato per la nostra vita in religione?
4. Il mondo nuovo che religiosamente attendiamo non uscirà dalle nostre mani. Non ne abbiamo quindi la responsabilità. I nostri progetti non possono e non devono estendersi fino ad esso. Né possiamo immaginare di poterlo effettivamente realizzare in una società da noi edificata. Trascrivo di nuovo, di seguito, le parole di Dossetti (pag.45-46):
  Il Regno, giunge a noi, senza di noi.
[…]
   ,,,il Regno verrà, per un decreto del Pare in un momento imprevedibile “che il Padre ha riservato alla sua potestà” (Atti degli apostoli 1, 6-7).
 E allora sarà non il coronamento della storia, ma la rottura della storia, semplicemente il suo troncamento, in ictu oculi [trad.:in un batter d’occhio – greco: en ripè oftalmù] (1 Lettera ai Corinzi 15,52).
 Quest’ordine di idee è un bel sollievo. Secondo le parole di Dossetti non saremo quindi giudicati colpevoli di non aver saputo realizzare, nelle nostre faticose e lunghe approssimazioni, il Regno, la società perfetta che non ha bisogno di lampade o di sole, “perché il Signore Dio li illuminerà”, secondo l’emozionante profezia che troviamo in Apocalisse, 22,3,  e anche di non aver asciugato ogni lacrima dagli occhi dei sofferenti, e di non aver sconfitto la morte, e di aver cancellato del tutto e definitivamente tra noi il lutto, il pianto e il dolore. Fatemi sapere se condividete questo discorso.
 Ciò posto, se guardiamo all’Unione Europea di oggi, per la quale inaspettatamente l’altro giorno ci siamo presi il Nobel, e la Chiesa del dopo Concilio Vaticano 2°, nella quale abbiamo voluto essere ed effettivamente siamo stati Luce delle genti, ce ne compiacciamo, pur pentendoci del male che in esse non siamo riusciti ad evitare e sentendoci pur sempre impegnati a migliorarci, perché non solo ad esse apparteniamo, ma anche esse ci appartengono, nel senso che sono un nostro modo di essere e quindi riflettono coralmente nel bene e nel male le nostre vite, e noi, lo sappiamo, non possiamo dirci perfetti, anche se in qualche modo desideriamo, e a volte anche cerchiamo  e addirittura ci sforziamo, di corrispondere al disegno che religiosamente pensiamo che si abbia su di noi, dall’alto. E, in definitiva, quei risultati, quella nuova Europa, quella Chiesa rinnova, non sono tati accidentali, ma voluti, quindi desiderati e attuati. Ecco quindi che  lo volevamo fare e l’abbiamo fatto. Sono effettivamente opera nostra, collettiva, e infatti, al nostro sesto giorno (Genesi 1,31), le guardiamo e vediamo in esse cose buone  ma anche cose da cambiare per migliorare, in quella, come dire?, commistione di grano e zizzania, di Città secondo Dio  e di Città secondo l’avversario di Dio che non è in  fondo in nostro potere sciogliere del tutto.
 Ha un significato, per la nostra fede, l’aver agito e costruito? Dossetti ritiene di poter concludere di sì. Per amore infatti abbiamo agito. Scrive (pag.103-104):
 Tutto nella via del cristiano agito dallo Spirito Santo è azione […] non è il caso di insistere banalmente sulla contrapposizione fra “contemplazione” e  “azione” […] “contemplazione” per il senso originario   [che aveva nell’antica filosofica greca, in particolare in Plotino (3° sec.) – nota mia] ,,, non [è] propriamente un concetto cristiano e [continua] a trascinare e a veicolare più di un equivoco nella storia della spiritualità cristiana.
 In senso propriamente cristiano tutto è azione, e con diversi gradi di efficacia, peculiarmente là dove il concetto abituale di azione ne saprebbe vedere di meno.
 Azione è l’Eucaristia: prima di tutto azione di Cristo, poi azione della Chiesa, azione della comunità che la celebra, del cristiano che vi partecipa.
 Ogni preghiera, se fatta come deve essere fatta in Cristo, nello Spirito, è azione.
 La lettura, e ancor più la “ruminatio” della Parola di Dio , allo stesso modo, è azione.
 La malattia che riduce immobile in un letto, accettata nella fede,  è azione […].
  La concentrazione dell’anima nel suo oggetto più proprio […] è azione”.
  Per Dossetti, si agisce come risposta d’amore all’amore trinitario, che ci viene dall’alto. C’è una carità verticale, appunto dall’alto, che è “generante e condizionante rispetto ad ogni altro amore, sia pure il più santo e benefico” (pag.117).
  “L’amore rivolto ai fratelli ne sarà un segno necessario e precipuo: ma derivato…”.
 Dossetti segnala l’esistenza di un paradosso della carità eucaristica, dell’agire insieme, nel nostro mondo, su fondamento religioso:
 “L’altissima risposta d’amore trinitario sarà tanto più utile agli altri e al mondo intero, quanto meno si preoccuperà e saprà di esserlo: cioè quanto più si ignorerà, si perderà, quanto più sarà silenziosa e radicale follia, dimessa e impotente: allora raggiungerà quel grado di sottigliezza, di agilità penetrante, di tersa inoffensività che può pervadere gli spiriti degli uomini (Libro della Sapienza 7,22-24) senza che se ne accorgano, riempirà la città stessa “con un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente” [Libro della Sapienza 7,25].
 Insomma: si agisce, si agisce insieme  e si agisce per amore, ma amore di una specie particolare, che  è risposta ad un amore che viene dall’alto. Quando si agisce così, non si fa conto del risultato, che poi si è convinti che verrà in un battito di ciglia a tempo debito e non per opera nostra: lo scopo dell’azione è infatti solo quello di diffondere nella società un “effluvio puro della gloria dell’Onnipotente” (Sapienza 7, 25, trad.Edizioni San Paolo 1997). Questo equivale, detto in termini profani, a infondere nella società intorno a noi dei valori. Tutto ciò definisce bene il compito di elezione dell’Azione Cattolica, per il quale in essa ci si prepara, si ragiona, si fa pratica e, infine,  ci si organizza  e si va in prima linea, dove per quei valori si lotta, e addirittura a volte molto oltre quella prima linea, in territorio avversario, nel senso che in esso sono avversati quei valori. Ma non necessariamente si combatte sotto bandiere crociate. Ci si può ritrovare, ad esempio, a lavorare con genti di altre fedi, culture, etnie e nazionalità sotto la bandiera azzurra della pace, con le dodici stelle d’oro in circolo, dell’Unione Europea, nella quale uno spirito religioso può intravvedere due simboli specificamente mariani, segno dell’anelito a valori anche specificamente nostri, di quelle radici cristiane di cui spesso parlano i nostri vescovi, in particolare il richiamo alla corona di dodici stelle della donna vestita di sole dell’Apocalisse (12,1). Ed effettivamente, a pensarci bene, l’Unione Europea di oggi ci appare veramente un segno grandioso, anche in senso specificamente religioso.
 Ho parlato di amore e questo termine, con il quale traduciamo tutti  i termini del greco neotestamentario con i quali specificamente si descrivono le relazioni tra i fedeli e tra essi e il mondo, ma anche e innanzi tutto quelle tra gli esseri umani e il fondamento soprannaturale,  suona equivoco, e anche un po’ stucchevole nell’italiano moderno. Nel greco del Nuovo Testamento (per quello che ho letto – ma la mia in merito è solo erudizione di liceale, neanche tanto studioso; non sono uno specialista) si avevano agàpe, filìa e coinonìa. Il primo richiama l’idea di quando si sta insieme per fare un bel pranzo; il secondo si riferisce all’amicizia, a un rapporto di reciproca simpatia e di preferenza, il terzo richiama l’idea di quando si partecipa ad un’opera comune. Nel mio Vocabolario del greco del Nuovo Testamento non viene riportato il termine èros, che pure rientra nei significati della nostra parola italiana amore, e definisce la passione sessuale, quella che trascina emotivamente dalle viscere e acceca.  Penso quindi che questa metafora non sia stata utilizzata nel Nuovo Testamento, anche se è presente nell’Antico, mentre anche nel Nuovo viene utilizzata quella basata sull’amore coniugale, che però è qualcosa di molto più complesso, perché è insieme èros (come base emotiva della predilezione per una persona fisica), agàpe, filìa e coinonìa, oltre a patto  ed alleanza.
 Poiché la qualità e la direzione del nostro agire  dipende molto dalle ragioni e del modo del nostro stare insieme, è interessante ragionarci un po’ su.
5.  Dunque, Non possiamo ragionevolmente confidare del tutto sull’opera nostra, in particolare sugli effetti che possiamo produrre nella società. La storia ci insegna che il progredire dei tempi non significa sempre un miglioramento, un progresso duraturo: è possibile che si torni indietro e si debba ripartire. E anche in religione ci viene consigliato di prendere le cose in questo modo. Il fondamento della nostra speranza non sta in noi stessi. Scrive Dossetti (pag.112):
          […] si deve inculcare al cristiano che non solo può, ma deve impegnarsi nella storia         (secondo la misura     dei doni ricevuti e le opportunità pratiche): ma insieme gli si deve      inculcare   che   questo egli deve fare con il massimo distacco possibile: pena la perdita di tutta la credibilità come testimone ed esploratore dell’invisibile.
 In definitiva il nostro atteggiamento fondamentale di fede nei riguardi delle cose del mondo dovrebbe essere più che altro quello di una pervicace  e fiduciosa attesa, anche quando tutto ciò che accade e che ci circonda sembrerebbe disilluderci. Non si rimane inoperosi, ma siamo convinti che non siamo mai veramente noi che conduciamo la storia verso il suo compimento. Di questo possiamo aver una conferma per così dire “sperimentale”: tutte le potenze umane vanno incontro a un ciclo vitale e a processi evolutivi simili a quelli degli organismi singoli. Nel complesso, tirate le somme, si scopre di aver vissuto molto condizionati da fattori esterni a noi, la nostra sfera di influenza, anche come collettività piuttosto numerose, rimane sempre piuttosto limitata. E’ la sensazione che si ha, ad esempio, durante la crisi economica globale che è attualmente in corso. E spiegare con precisione il corso delle cose è sempre piuttosto difficile, quando si ragiona in termini di moltitudini umane. Poi però, quando ci si bene su è possibile che si riesca a produrre una interpretazione degli eventi compatibile con l’idea di un disegno provvidenziale. Quest’ultimo, secondo Dossetti, più che argomentato, quindi  compreso con precisione, va piuttosto narrato e testimoniato. Questo atteggiamento, secondo un pensiero del teologo Jurgen Moltmann, citato da Dossetti,
         […] rende buona la vita, perché in questa attesa l’uomo può accettare tutto il suo   presente ed avere gioia non solo nella gioia, ma anche nel dolore e trovare la felicità non          solo nella felicità, ma anche nella sofferenza […] La speranza procede attraverso la gioia e il dolore, perché può discernere nella promessa di Dio  un futuro anche per ciò       che è transitorio, moribondo e morto.
  La speranza religiosa vive nell’attesa dei tempi ultimi e non si lascia quindi scoraggiare dagli insuccessi che si vivono nella propria contemporaneità. E nei successi, che pure sa  essere sempre minacciati e caduchi, si rallegra perche vi vede un’anticipazione di quanto promesso alla fine della storia.
 Proporre alla gente intorno a noi e a noi stessi una visione della cose improntata a speranza non è solo  questione di ragionamenti e di argomentazioni, ma anche un operare laboriosamente per produrre anticipazioni di ciò che è promesso per i tempi ultimi, in tal  modo dischiudendo a questo mondo l’orizzonte del Cristo crocifisso mediante una testimonianza valida (così Moltmann, citato da Dossetti). Questo un lavoro che si addice bene all’Azione Cattolica: la caratteristica specifica dell’associazione è di puntare a svolgerlo collaborando democraticamente con genti di altre mentalità e convinzioni. In quest’ottica il profano, ciò che si muove al di fuori delle azioni specificamente liturgiche, ha una valenza religiosa piuttosto forte. In esso noi cerchiamo pazientemente di rintracciare e capire quelli che sono stati definiti i segni dei tempi.
5. La prima e fondamentale esperienza di una relazione con un’altra persona è quella che si fa da molto piccoli e qualcuno, di solito la madre, si prende cura di noi. E’ una cosa che ho letto, ma che corrisponde anche a quello che è successo a me. Da bambini piccoli non si potrebbe sopravvivere senza quelle cure di un altro. Quel rapporto tra un adulto e una persona molto piccola d’età rimane molto profondamente in noi. Spesso, anche da anziani, in certi momenti difficili, in particolare approssimandosi la fine, la si ricorda e, allora, viene alle labbra la parola mamma. L’ho sentita pronunciare da diversi morenti. In qualche modo quel legame tra persone è all’origine di molte idealità comunitarie. Ne sentiamo l’influsso in certe concezioni espresse nel culto mariano. O in alcune tematiche dell’arte religiosa, come quella della scultura di Michelangelo detta La Pietà, posta nella basilica di San Pietro, qui a Roma. Esso viene anche utilizzato per rendere l’idea dell’amore-agàpe, di origine divina, che pervade l’universo e noi stessi. Scrive Giuseppe Dossetti in Eucaristia e città, editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8,00, che si tratta di un amore viscerale, ma di viscere materne. Per questo ci viene incontro nonostante la nostra cattiveria e non cede mai all’ira: è misericordioso. Ci attraversa  e, riflettendosi in noi, torna all’origine. Genera quindi un atteggiamento di devozione filiale, che si ritiene esprimere bene l’atteggiamento religioso del fedele verso l’alto. Ma ne deriva anche un sentimento fraterno verso coloro che si trovano nella nostra stessa condizione di figli, insomma, secondo Dossetti, crea un’atmosfera di rispetto, di comprensione, di fiducia, di valorizzazione degli esclusi, di amore-oblativo [=che offre per venire incontro alle esigenze degli altri] indipendente  da ogni condizione esterna mutevole e che “non avrà mai fine” ( 1 Cor 13,8) [pag.121-122]. Spesso, quando ci accostiamo a una comunità religiosa, ad esempio come una parrocchia, lo facciamo disposti alla devozione filiale, ma aspettandoci di essere oggetto poi di un amore viscerale di tipo materno, e il più delle volte rimaniamo delusi. Questo può accadere anche entrando in collettività che concepiscono sé stesse come (utilizzo un termine di Dossetti) micro modelli di comunità nuove e quindi si sentono particolarmente impegnate nel realizzare una comunità di vita amorevole. E’ un’esperienza piuttosto comune. Tanto è vero che i maestri dei novizi, che hanno il compito di istruire i nuovi arrivati alle costumanze di un ordine o di una congregazione di vita religiosa, si sentivano in dovere di disilludere subito in merito i giovani. Del resto nelle disposizioni date da alcuni fondatori di collettività di frati e monaci ci sono esplicite disposizioni che riguardavano questo aspetto. Non si entra in una vita come quella per ottenere soddisfazioni o appagamenti emotivi o sentimentali.
 Più le dimensioni di un agglomerato di persone che per varie ragioni devono vivere vicine crescono, più i problemi aumentano. Ad un certo punto si arriva addirittura a un limite biologico dell’essere umano. Noi, pur come individui sociali, siamo infatti capaci di poche decine di relazioni profonde.
 Considerate ad esempio la situazione che si crea quando in piazza S. Pietro il Papa si affaccia, all’Angelus della domenica, e si rivolge alle migliaia di persone convenute ad ascoltarlo, dabbasso. Per la folla che sta giù il Papa è oggetto di una relazione profonda. Ciascuno/a ha un posto per lui nel proprio cuore. Ma il Papa che cosa vede lì sotto? Un cervello elettronico che guidasse un automa come se ne stanno cominciando a costruire eseguirebbe probabilmente una scansione ad alta definizione di ogni singolo individuo nella piazza, archiviando per ognuno una piccola biblioteca di dati. Un essere umano non funziona così. Guarda in basso e vede una folla  indistinta. Il Papa per la folla è un fattore di unità. Ma il Papa, essere umano, non è in grado biologicamente di far entrare ciascuno di quelli che lo ascoltano nel proprio cuore. Naturalmente le folle hanno sviluppato delle tecniche per rendersi presenti alle loro figure di riferimento, e lo fanno appunto agendo come una sola persona, manifestando gli stessi pensieri, gridando in coro  le stesse parole, cantando in coro gli stessi canti. Una grande folla può effettivamente restare nel cuore di un Papa. Penso che questo sia accaduto al papa Giovanni Paolo 2° nel corso del suo  quinto viaggio apostolico, che nel 1979 fece in Irlanda. Ci fu uno straordinario incontro con una folla di giovani, di enorme impatto emotivo, per i canti, per l’atmosfera generale, per l’aspetto e l’entusiasmo delle persone, tanti giovani che accoglievano un giovane  Papa, e via dicendo, tanto che io, pur avendolo visto solo in televisione, me lo ricordo ancora  bene e mi ci commuovo.
 Ora, la Chiesa cattolica ha preso sempre molto sul serio l’impegno a radunare i figli di Dio dispersi, per estendere il suo popolo, mantenendolo però uno e unico, a tutto il mondo e a tutti i secoli, per farne una comunione di vita, di carità e di verità (Costituzione dogmatica Lumen Gentium, cap.2° n.9 e 13, del Concilio Vaticano 2° - passi riportati in estratto in un post dei giorni passati]. Quando però si passa da una comunità delle origini di poche decine di discepoli a una di diverse centinaia di milioni di persone (se ne stimano ottocento milioni, in crescita) occorre porre molta attenzione agli elementi unificanti. Per quasi due millenni il principale di essi, nella Chiesa cattolica, è stato costituito dai Papi, nei quali si concentrava dal punto di vista normativo (e si concentra tuttora, nonostante qualche importante temperamento) l’autorità nella Chiesa, non essendo mai stata  concepita altra autorità che, all’interno della Chiesa, potesse effettivamente sovrastare quella del Papa (altre questioni sono quelle dei problemi che sotto questo profilo i Papi ebbero con certi imperatori cristiani e dell’ampia autonomia che, nel primo millennio, ebbero alcuni patriarcati orientali). Il Papa inoltre, come persona fisica, a volte con l’aggiunta di una certa idealizzazione, che in alcuni casi confinò con una sorta di mitizzazione della sua persona (ne era espressione il fasto che in certe epoche la circondava),  poteva agevolmente conquistare i cuori dei fedeli.
 Fin dai primi secoli sono stati importanti, al fine di promuovere e mantenere l’unità (ma sono stati anche fonte di divisione) anche quelle definizioni sintetiche dei principali argomenti di fede che sono detti simboli, due dei quali sono il Credo di Nicea Costantinopoli e il Credo degli Apostoli che recitiamo insieme nella liturgia della Messa. Queste solenni e autorevoli definizioni sono state raccolte in un libro, il H.Denzinger – A. Schonmetzer, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum [Raccolta di simboli, delle definizioni e delle dichiarazioni in materia di fede e morale], molto utilizzato in teologia.
186. Fin dalle origini la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria fede in formule brevi e normative per tutti. Ma molto presto la Chiesa ha anche voluto riunire l’essenziale della sua fede in compendi organici e articolati, destinati in particolare ai candidati del Battesimo.
 Il simbolo della fede non fu composto secondo le opinioni umane, ma consiste nella raccolta dei punti salienti, scelti da tutta la Scrittura, così da dare una dottrina completa della fede. E come il seme della senape racchiude in un granellino molti rami, così questo compendio della fede racchiude tutta la conoscenza della vera pietà contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento.
187.Tali sintesi della fede vengono chiamate “professioni di fede”, perché riassumono tutta la fede professata dai cristiani. Vengono chiamate “Credo” a motivo di quella che normalmente ne è la prima parola: “Io credo”. Sono anche dette “Simboli della fede”.
188.La parola greca “Sy’mbolon” indicava la metà di un oggetto spezzato (per esempio un sigillo) che veniva presentato come segno di riconoscimento. Le parti venivano ricomposte per verificare l’identità di chi le portava. Il “Simbolo della fede” è quindi un segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti. “Sy’mbolon” passò poi a significare raccolta, collezione o sommario. Il “Simbolo della fede” è la raccolta delle principali verità della fede. Da qui deriva il fatto che esso costituisce il primo e fondamentale punto di riferimento della catechesi.
[dal Catechismo della Chiesa Cattolica 1992-1997]
 I Simboli  della fede, alcuni dei quali per la loro origine o per successivi atti di volontà dell’autorità sono leggi della Chiesa, agevolano la comprensione legando affermazioni  che riguardano concezioni piuttosto complesse, riguardanti il soprannaturale, il legame dell’umanità con esso e il destino nostro e dell’universo intero, ad un gruppo di persone più limitato delle intere umane e celesti moltitudini: le persone della Trinità, Gesù Cristo, Maria Vergine, che una persona umana può facilmente tenere nel proprio cuore.
  Non va infine dimenticata l’importanza che storicamente ha avuto, come fattore unificante, la liturgia, anch’essa regolata spesso da leggi della Chiesa, quindi con autorità.
 Ora, per capire l’importanza che il Concilio Vaticano 2° ha avuto per la Chiesa cattolica, bisogna comprendere questo: esso ha in qualche modo inciso su tutti e tre quei tradizionali  fattori unificanti  e ciò anche se, da un punto di vista teologico, si è accuratamente cercato, nella formulazione dei documenti conciliari, di stabilire una continuità tra l’aggiornamento realizzato e la precedente Tradizione, per cui, sotto questo profilo, una cesura non c’è e non si avverte nemmeno. Questo non fu senza conseguenze. I capi della Chiesa ebbero l’impressione, nel dopo concilio  di un marcato sbandamento del corpo ecclesiale e se ne preoccuparono.    
   Durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) ci fu però la riscoperta di un ulteriore fattore unificante che alle origini c’era senz’altro e di cui si aveva avuto sempre consapevolezza, ma sul quale nel corso della storia bimillenaria della Chiesa non si era fatto molto affidamento, anche perché, in effetti, non poche volte aveva deluso: l’essere Popolo di Dio.
6  Come la Chiesa riunita dell’assemblea eucaristica è l’epifania [=manifestazione. Nota mia] anticipata del Regno, così la Chiesa inviata dall’Eucaristia è un’epifania della “polis” [=città in senso politico, come organizzazione sociale. Nota mia] salvata: “politicità” tutta “sui generis” [=in un senso particolare, suo proprio. Nota mia], che non governa e non ha potere, che non muove verso gli altri per quello che hanno di appetibile, ma unicamente per quello che sono “in mysterio” [nel mistero della loro realtà che rileva per fede religiosa. Nota mia] (anche se poveri, deformi, incoscienti, in tutto inappetibile): cioè incontra l’uomo dall’esterno e in superficie, ma lo incontra nel suo “sé” più intimo, più invisibile, più pneumatico [=spinto dallo spirito religioso. Nota mia], creando e divulgando ovunque – nel seno di ogni società grande o piccola, soprattutto nei micro modelli di comunità nuove che alcuni sociologi laici ora raccomandano – un’atmosfera di rispetto, di comprensione, di fiducia, di valorizzazione degli esclusi, di amore-oblativo [=che si impegna per venire incontro alle esigenze degli altri, con spirito materno. Nota mia] indipendente da ogni condizione esterna e mutevole che “non avrà mai fine” ( 1 Cor 13,8). [opera citata, pagine 121 e 122].
 Queste parole di Dossetti ricordano quelle che troviamo nella costituzione dogmatica Lumen gentium, del Concilio Vaticano 2°, al capitolo 2°, n. 19:
 […] il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento di redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (si confronti  Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.
 Essere inviati collettivamente al mondo per essere strumenti di redenzione, vale a dire per influire su di esso per salvarlo dal male che c’è in giro, denota una politicità della nostra esperienza religiosa, che ha quindi molto a che fare con i fatti della nostra società e che quindi non si limita alla spiritualità personale e al miglioramento individuale del fedele. Essa tuttavia è di tipo particolare, specialmente perché rifiuta di dominare gli altri e si propone di incontrarli nel loro intimo in un nuovo clima di umanità, includendoli in un nuovo stile di relazioni personali. In un certo senso questo significa realizzare in concreto un tipo di felicità, una società in cui nessuno sia escluso, in cui tutti si sentano apprezzati e in cui si venga incontro alle esigenze degli altri con trasporto di tipo materno e li si tratti con animo fraterno, riconoscendo loro quella particolare dignità che deriva loro dall’essere figli di un padre comune (notate che certi concetti possono essere espressi bene solo con metafore tratte dalla vita familiare, molto idealizzata).
 Ora, naturalmente quest’ordine di idee presenta già qualche problema se lo si applica a piccoli gruppi, i quali pure vogliano impegnarsi effettivamente a realizzare quel tipo di comunità  a cui si riferiva la Lumen gentium, ma certamente si scontra duramente con la realtà sociale di collettività molto più vaste, composte da milioni, decine di milioni, centinaia di milioni di individui. E infatti, ad esempio, gli illuminati rivoluzionari che sottoscrissero la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776)  si limitarono prudentemente a riconoscere il diritto fondamentale alla ricerca della felicità, senza impegnarsi direttamente a realizzarla come collettività. E’ chiaro dunque che questo lavoro nella società a cui siamo stati chiamati (infatti siamo convinti di essere stati ad essa inviati), è particolarmente difficile, supera senz’altro le possibilità di un singolo individuo e richiede un’azione collettiva, un associarsi con altri che sono ispirati dalle nostre stesse idealità. Esso parte dai principi religiosi, ma richiede anche una sapienza umana che origina da ciò che ciascuno è, sa fare, sa capire, passa per la comprensione dei tempi e del mondo in cui si vive,  interagisce con quanto altri sono, fanno, sanno capire, conoscono del mondo in cui vivono,  e può produrre determinazioni comuni su ciò che collettivamente si debba realizzare, propositi e progetti concreti. Ma c’è di più: pur occupandosi di dimensioni sociali macroscopiche, come può essere ad esempio l’organizzazione di una città o di un quartiere, deve mantenere comunque vitali quelle dimensione sociali molto più piccole, fatte di gruppi di dimensioni molto più limitate, a partire da quelle a base parentale, nelle quali ciascuno trova sostegno, orientamento e fondamentale appagamento. Questo appunto, a mio avviso, significa non incontrare l’uomo dall’esterno e in superficie, ma nel suo “sé” più intimo, secondo l’espressione utilizzata da Dossetti: quindi tenere insieme macro e micro. Questo lavoro di cui ho parlato è il campo operativo principale dell’Azione Cattolica.
 Per oggi concludo osservando, nella linea di Dossetti, che in tutto questo agire collettivo ben ispirato si è indubbiamente esposti a una tentazione piuttosto forte, che è quella di ritenere che l’opera del nostro ingegno, le costruzioni sociali che riusciamo storicamente a realizzare, corrispondano ad un certo punto a un modello di perfezione sotto il profilo propriamente religioso, si tratti di famiglia naturale, di comunità religiosa, di organizzazione  di una città, di uno stato nazionale, di un ordinamento pubblico sovranazionale e, al limite, di un ordinamento globale di tutti i popoli della Terra, come nelle intenzioni vorrebbe essere l’organizzazione delle Nazioni Unite. Questa identificazione tra soprannaturale e naturale, espressa storicamente dal motto Dio è con noi, non la possiamo però legittimamente mai affermare, perché ci è stato detto che il Regno beato non è di questo mondo, con tutto ciò che da questo consegue. Nella visione di Dossetti, per quanto (giustamente) ci si dedichi a costruire comunità amorevoli e materne, ogni espressione della socialità umana mantiene una certa ambiguità e ambivalenza e in essa elementi positivi, rispetto alla concezione di fede, sono sempre mescolati a elementi negativi e permane, quindi, in essa un certo contrasto tra ciò che si è riusciti storicamente ad attuare e quello che definiamo come  “il Regno”. E ciò si avverte con più forza a misura che le collettività organizzate diventano più grandi, aggregando moltitudini, fino a sfiorare la globalità, le dimensioni dell’umanità intera, e a misura in cui esse incidono maggiormente nelle vite delle persone. Dossetti precisa:
 Il regno di Dio è Regno dei cieli: e quindi viene dall’alto, per volontà e opera di Dio. Non si realizza e neppure si prepara e si affretta per sinergia umana. E’ un fatto assolutamente sovrannaturale e miracoloso. Non è un bene comune, architettonicamente sommo, che si possa gradualmente predisporre per forze creaturali.
  Rimane pertanto questo paradosso, che, inviati verso gli altri per migliorare sulla base dei nostri principi di fede le società in cui insieme ad essi viviamo, in fondo rimaniamo sempre in quelle società degli estranei, degli stranieri, dal punto di vista religioso, anche quando collaboriamo alla loro edificazione. C’è sempre infatti, alla fine, una certa insoddisfazione rispetto ai risultati ottenuti e questo è vero non solo per le realtà profane, ma anche per quelle specificamente religiose, in ciò che esse hanno di umano. Al nostro “sesto giorno” guardiamo l’opera nostra comune e non riusciamo mai a concludere che è cosa molto buona, vi troviamo sempre qualcosa di migliorabile. E, rispetto ad ogni nostra città, in un certo qual modo ci troviamo nello stato di chi è in procinto di andarsene di lì a poco; cerchiamo in genere di mantenere un certo distacco. Questo che sembrerebbe un inconveniente non da poco nell’ottica della nostra completa integrazione civile, in realtà ci pone in una condizione di particolare libertà rispetto alle cose umane, in particolare alle società in cui viviamo. E, benché il nostro essere religiosi non ci ponga in una sorta di condizione di anarchia e quindi, vivendo nella società, effettivamente ci sottomettiamo alle autorità costituite, in particolare a quelle civili, dando ad esse ciò che a ciascuna di loro compete, questo sottomettersi, scrive Dossetti (pag.42) non vuole dire necessariamente sempre obbedire. In questo senso, come scrisse anni fa Paolo Giuntella nel libro omonimo, il nostro cristianesimo può essere effettivamente una strada verso la libertà.
7.Il peccato che è nell’uomo decaduto si ritrova anche nelle sue città e nelle forme sociali più vaste e complesse: queste ultime possono assicurare agli uomini vantaggi sensibili in varie direzioni, ma tendono a porsi come grandi concentrazioni di potere (le megalopoli, gli imperi) e divenire sempre più anonime e soprattutto consentire uno sfrenamento più incontenibile delle peggiori passioni umane: l’ambizione prevaricatrice, l’avidità di illimitati guadagni, il lusso spettacolare, la lussuria sempre più cupida di ogni perversione, l’adulterazione industrializzata della verità, lo spargimento ingiusto di sangue ecc. Sicché non si può parlare di un’ambivalenza delle forme sociali e del potere, come fanno molti sociologi contemporanei, ma il credente deve riconoscere un loro inquinamento profondo con altissimi rischi: il rischio più grave di tutti è la guerra, sempre più generalizzata e distruttiva a livello planetario.
[da Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8,00]
 Dossetti pronunciò le parole sopra riportate dopo aver preso sinteticamente in rassegna la dottrina e l’esperienza biblica, dai primordi di Israele a tutto il Nuovo Testamento. Si era nel 1987, in un mondo molto diverso da quello in cui viviamo oggi e, in particolare, non si era ancora nell’era della globalizzazione, della interconnessione planetaria delle economie e delle società umane.  L’umanità era dominata da due grandi sistemi politici sovranazionali, quello centrato sugli Stati Uniti d’America e quello che prendeva a riferimento l’Unione Sovietica, e seguiva due gruppi di sistemi economici, piuttosto articolati al loro interno, quelli di tipo capitalista e quelli di tipo socialista-collettivista. Le accuse di perversione sociale venivano lanciate e rilanciate dall’uno all’altro degli schieramenti, che concepivano sé stessi come reciprocamente alternativi, l’uno il rovescio dell’altro. Questo comportava che chi, in ciascuno di quegli universi sociali contrapposti, assumesse una posizione critica nei confronti della  civiltà umana in cui si trovava, poteva fare riferimento all’altro mondo che le si contrapponeva come a un mondo alternativo, al regno del bene, a un modello positivo. Ai tempi nostri quest’alternativa sembra mancare, perché la Terra sembra retta da potenze umane omogenee ed è diventata così più significativa la critica globale alle società umane che si può ricavare dal dato biblico, seguendo Dossetti: il male appare come universalmente connaturato con l’esperienza delle società umane e da esse ineliminabile. Come disse Dossetti, non vi è quindi una semplice ambivalenza tra male e bene, ma un inquinamento profondo che ora si manifesta come pervasivo di tutta l’umanità, senza reali alternative. E tuttavia, paradossalmente, il rischio di guerra globale, ancora molto alto al tempo in cui Dossetti pronunciò quelle parole, sembra oggi molto meno forte in una umanità molto più numerosa dei tempi antichi, con il conseguente aumento dei motivi di conflitto, e in un tempo in cui le capacità distruttive si sono enormemente accresciute. Questa è anche opera umana. La pace ha anche una valenza religiosa e quindi si è spinti a ragionarci su anche sotto questa prospettiva. E ci si può chiedere come conciliare le esigenze di impegno nel mondo nuovo in cui ci troviamo a vivere con il pessimismo biblico sulle organizzazioni sociali umane.
 Bisogna allora evidenziare un importante problema che noi, gente di fede, abbiamo nel trattare, insieme con altre persone al di fuori della cerchia di chi condivide le nostre convinzioni religiose, le cose del nostro mondo: i principi ai quali vogliamo riferirci per orientare le nostre condotte individuali e collettive sono tratti da un’antica sapienza che si è formata in un mondo radicalmente diverso da quello in cui viviamo. Non si tratta di una differenza di un più rispetto al meno (oggi, ad esempio, il  mondo è più popolato; le armi oggi sono più potenti e via dicendo), si tratta di una novità profonda, strutturale e piuttosto recente. Non dobbiamo però pensare che si tratti di un processo anche irreversibile. I tempi nuovi in cui ci troviamo dipendono da una certa organizzazione sociale molto complessa e quindi anche particolarmente fragile, nonostante la sua pervasività e potenza globale. Anni fa uno scrittore italiano scrisse un libro vaticinando le condizioni della morte di megalopoli,  della crisi di un’organizzazione sociale umana moderna molto articolata e complicata. Un nuovo medioevo, in senso negativo, una regressione catastrofica, è quindi senz’altro possibile, ipotizzabile. Ce ne possiamo prefigurare le condizioni. Le tempeste che travagliano le relazioni economiche su scala globale ne possono essere considerate in qualche modo delle avvisaglie.  Oggi più che in qualsiasi altra precedente epoca storica appare quindi rilevante, nel dirigere le nostre società, una sapienza che scaturisce da competenze umane molto raffinate e dall’interazione solidale e virtuosa tra i centri collettivi di potere, in una tensione verso il bene dell’umanità, per preservarla dai pericoli e dal  male che sempre incombe. Pur nella consapevolezza religiosa dell’influsso di potenze invisibili, quella che spinge verso la Città di Dio e quella che invece tenta verso la Città del diavolo, compresenti nelle nostre società come in ogni singola persona, sembra che per la costruzione della Città dell’uomo, espressione cara a Giuseppe Lazzati (1909-1986), ai tempi nostri ci si debba impegnare molto nella storia umana, più che nelle ere passate, nella ricerca in concreto di soluzioni escogitate responsabilmente da noi stessi, ragionando e cooperando con tutti coloro che sono bene intenzionati, avendo innanzi tutto di mira la prevenzione di quel gravissimo rischio di cui parlava Dossetti, quello di una guerra globale e catastrofica, e poi di quello che Dossetti nel 1987 non poteva ancora presagire, di una crisi economica catastrofica globale, una specie di carestia biblica che coinvolga tutta la Terra. Non possiamo limitarci a considerarci solo spettatori del conflitto cosmico soprannaturale. Siamo spinti a scuoterci da una certa passività nell’impegno sociale che può derivare da quel pessimismo religioso sulle cose umane  a cui ho accennato e dal concepirci sempre come stranieri in ogni patria terrena, nel senso però di estranei. E l’esperienza storica, ad esempio quella della cooperazione europea sfociata nell’Unione Europea di oggi, ha dimostrato che questi sforzi collettivi possono avere successo.   Ogni soluzione, però, non sarà mai univoca: per ogni problema se ne possono infatti  pensare di diverse e le predizioni sulla loro efficacia si sono dimostrate in diverso grado fallibili. Inoltre ogni tipo di soluzione è strettamente correlato al tipo di problema al quale risponde e i problemi hanno un’evoluzione storica, come tutte le cose umane e come gli stessi esseri umani. Questo incide abbastanza sulla possibilità di formulare una dottrina sociale che coniughi in modo realistico, universale e definitivo le esigenze della nostra fede religiosa, che è strutturata anche su principi che si riferiscono a un mondo che non c’è più, con quelle dell’umanità di oggi. E, prima di ogni cosa, sull’affidabilità di una dottrina con quelle pretese formulata con autorità da capi religiosi che fanno principalmente riferimento a un contesto teologico, di coerenza teologica.
 Mi piacerebbe, a questo punto, concludere anticipandovi la soluzione delle soluzioni, il discorso ragionevole che chiuda il sistema in modo rassicurante per noi persone religiose, chiarendo che il problema è solo apparente e che vi è ancora una via semplice per vivere da persone di fede nel nostro tempo. Tuttavia non posso farlo, perché di passo in passo vi ho portato sulle frontiere estreme delle nostre concezioni religiose, oltre le quali, benché la storia ci spinga collettivamente in quella direzione, non si sa bene che cosa ci si debba aspettare.
 Voglio precisare che la novità della situazione dei tempi nostri è apprezzabile essenzialmente su scala globale, mondiale, perché su scale più piccole (nazione, regione, città, quartieri, condomini ecc.) le cose si presentano diversamente e mantiene piena affidabilità orientativa il contesto tradizionale dei principi di fede, caratterizzato da un certo pessimismo sulle faccende umane. Questo rientra nella nostra esperienza quotidiana. Eppure il nuovo ci si presenta anche in essa, nella nostra vita feriale, e può, ad esempio, avere il volto dell’immigrato da un altro continente che chiede il riconoscimento di una cittadinanza universale sulla base di quella nuova organizzazione globale delle cose umane  di cui dicevo. In questioni come queste anche noi, individualmente e come piccoli gruppi, abbiamo voce in capitolo e non si tratta sempre di scelte facili. E sul risultato globale, per i meccanismi delle democrazie di popolo che reggono le nostre società, incideranno anche le nostre scelte, così come esse hanno certamente influito, in una dinamica corale, sul risultato dei tanti decenni di pace nel continente europeo.
8. […] nella … nuova economia l’amore –motivo fondamentale dell’osservanza dei precetti non elimina il santo timore filiale che, con soggezione totale e trepidante adorazione della maestà di Dio, deve permanere a ogni livello della vita spirituale.
 Perciò, anche restando nel Nuovo Testamento, vediamo che c’è un timore di Dio che e inculcato assiduamente dagli apostoli (la stessa Lettera ai Romani 11,10; la Lettera agli Ebrei 4,1; la Prima lettera di Pietro 1,17 e 3,16); ed è inculcato da Gesù stesso come necessario (Mt 10,28),
[…]
Certo l’Eucaristia, se davvero vissuta nella fede, suppone la gioia: ma non necessariamente una gioia sensibile.
 Deve esser una gioia non adolescenziale, ma da adulto, che non presuppone … di saltare il timore, ma che nasce proprio da un timore virile e consapevole: stiamo di fronte al corpo e al sangue del Verbo eterno di Dio”.
 Questo  discorso che Dossetti riferiva specificamente all’Eucaristia può essere esteso all’atteggiamento che complessivamente la persona religiosa può avere nei confronti del tempo e della società in cui si trova a vivere. Il timore deriva dalla consapevolezza della grandezza degli ideali professati e dalla conseguente responsabilità, ma la gioia deriva della stessa fonte e, in particolare, dalla convinzione che quegli ideali non siano basati solo sulle proprie forze e che, quindi, l’universo, e l’umanità in esso, sia tratto da una forza irresistibile, non spinto da noi, verso un  suo beato compimento. In altre circostanze, al contrario, timore e gioia non vanno d’accordo, se il primo deriva dall’incertezza sul futuro, che può anche mettersi molto male, e dalla considerazione dell’insufficienza delle proprie forze e  conseguentemente la gioia, se anche c’è, finisce per essere piuttosto precaria e minacciata ed è essenzialmente gioia nell’oggi e anzi addirittura solo nell’ora corrente. Quella che scaturisce dal timore religioso è invece gioia per il passato, per il presente e per il futuro, quindi si basa su una valutazione complessivamente positiva e fiduciosa della storia. Si fonda su una considerazione realistica delle cose come vanno, e questa è come si dice nel lessico attuale la sua laicità, perché la fede non è solo immaginazione e sentimento, ma anche su una spiritualità intima e quindi profonda che cambia molto l’atteggiamento che si ha verso ciò che ci circonda e che, in tanti modi, ci determina, ci interroga, ci sollecita e, a volte, ci atterrisce. L’animo religioso, di conseguenza, di fronte ad ogni difficoltà della vita, sia  essa di quelle proprie personali o di quelle di realtà vicine come la famiglia o l’ambiente umano abituale, come anche su scala maggiore, di quelle che riguardano la propria città, regione, nazione o, al limite, l’intera umanità, innanzi tutto si raccoglie nella propria spiritualità per rafforzare il suo legame con il fondamento beato, in quell’atteggiamento che Dossetti indica come di devozione filiale, quindi in una familiarità di relazione con esso che non intacca il sentimento di stupore e trepidazione di fronte ad un assoluto che si pensa sorprendentemente  animato da amore viscerale, materno, ma anche virile, paterno, nei confronti di noi umani. Il passo successivo è quello della comprensione del mondo intorno a sé e poi dell’azione in esso, nel tentativo di comporre profano e religioso in una esperimento sapienziale nel proprio tempo, che, senza pretendere di esaurire tutto ciò che si può dire e fare in merito, rende, e uso concetti espressi nel sussidio Un passo oltre dell’Azione Cattolica, Editrice A.V.E, 2011, testimoni dell’oltre, vale a dire di quel fondamento religioso, nell’impegno laicale nel mondo in cui ci si è trovati a vivere, nell’umanità di cui si è parte, innanzi tutto nella propria famiglia, poi nel proprio lavoro, poi nelle istituzioni pubbliche di cui si è partecipi, ad esempio in ciò che si fa come cittadini (in una città, in una regione, in una nazione, in un’unione sovranazionale), fino ad arrivare a ciò che deriva dall’essere partecipi dell’intera umanità in un certo tempo storico, con la conseguente responsabilità globale  in ciò in cui di fatto si influisce su di essa o si potrebbe farlo o farlo diversamente. Questo è quello che in quel sussidio si definisce come cattolicità attiva, che non significa essere nella nostra società una sorta di piazzisti del sacro o di lobbisti della nostra confessione religiosa  (ad esempio per procurarle privilegi ed esenzioni) o di militi o messi di una potenza conquistatrice e dominatrice delle anime, ma prendere sul serio l’imperativo religioso che ci spinge tra le genti per provare a radunarle nel popolo di Dio, in una comunione di vita, di carità e di verità, insegnando loro ad osservare tutto ciò che ci è stato comandato, innanzi tutto la legge dell’amore-agàpe.
 Questo programma, che ho esposto brevemente, non è facile da attuare e, innanzi tutto, richiede che si impari a collaborare con gli altri. L’impegno religioso, come ci  è stato ricordato nella lettera apostolica Porta Fidei (2011) con cui è stato indetto l’Anno della Fede iniziato l’11 ottobre scorso, non è un fatto privato. Ecco che in questo può essere interessante l’impegno in Azione Cattolica. Esso è appunto un impegno, quindi un’esperienza faticosa i cui risultati non sono del tutto scontati e in cui gli insegnamenti ricevuti sono solo una base di partenza negli esercizi di laicità che si faranno, vale  a dire nello sforzo di comprensione  realistica del mondo in cui si vive alla luce di una spiritualità religiosa. Chi pensasse di trovare in un gruppo di Azione Cattolica ricette  di vita, personale o comunitaria, già pronte e ammaestramenti globali su ciò  che si deve fare o si deve pensare in ogni occasione rimarrebbe deluso. Un gruppo di Azione Cattolica non è una sorta di centro addestramento reclute in cui sergenti maggiori iniziano la gente al servizio in una santa milizia. In Azione Cattolica si è consapevoli di partecipare a un lavoro comune di ideazione e di azione di progettazione di un futuro di bene, per noi, per la società in cui viviamo, per l’intera umanità. In esso ognuno porta  i propri doni in un mutuo scambio che accresce gli altri, in uno sforzo comune per promuovere l’unità universale del genere umano a partire dalle realtà più vicine fino a quella globale.
 “[…] la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito con lui.
[,,,] In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell’unità”
[dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n.13, del Concilio Vaticano 2°]
 Ora  è chiaro, riprendendo il discorso da cui sono partito, che l’universalità di questo impegno comune, la sua cattolicità, la sua effettiva apertura a tutte le genti alle quali riteniamo di essere stati inviati, dipende dal suo fondamento religioso e quindi da quel timore  di cui si diceva, il quale, in particolare, deve prevenire da ogni tentazione di assolutizzare una soluzione, un modello, un’esperienza, un  cammino, una ideologia, una concezione filosofica, una spiritualità, un capo, una guida spirituale, un’organizzazione particolare, e via dicendo: si tratta di una familiarità con l’assoluto caratterizzata, appunto, da devozione filiale, nella considerazione che, secondo gli insegnamenti ricevuti, il Regno, quello di cui religiosamente attendiamo la manifestazione alla fine dei tempi, non è di questo mondo, sebbene sia già presente come in embrione in questo mondo, e pertanto non lo possiamo mai ritenere pienamente realizzato in nessuna delle nostre ideazioni e soprattutto non ce ne possiamo mai attribuire la sovranità.  Questo, ben lungi dallo scoraggiare e umiliare, è anche la base della creatività religiosa  nella società e quindi dell’efficacia della nostra azione comune, che non deve mai cessare di scrutare i segni dei tempi  e determinarsi con sapienza di conseguenza, rinnovandosi incessantemente.
9. Fondamentale carattere della scienza moderna è la capacità di varcare i confini del visibile.
 Nessuno ha mai visto un fotone [particella di energia luminosa]. Nessuno vedrà mai un sequenza cistronica [parte dell’RNA messaggero, una molecola che svolge funzioni nella costruzione delle cellule organiche]. Tali entità sono reali, ma ricostruite da una laboriosa indaffarata convivenza tra prove sperimentali e attività ipotetiche della mente. Essi sono invisibili disvelati agli occhi dell’intelletto […]. Nella sociologia ci troviamo in una situazione terribilmente arretrata. Siamo ancora timorosi nel compiere il salto verso l’invisibile, già compiuto da duemila anni nella matematica e da oltre cento anni nella fisica”.
[passo tratto da un articolo di  Giorgio Prodi, Lineamenti di una sociologia degli invisibili, citato nel libretto Giuseppe Dossetti, Eucaristia e Città, Editrice A.V.E., 2011, a pag.66]
 Può accadere che noi persone di fede si sia presi in giro o, comunque, sottogamba perché ci occupiamo anche di realtà invisibili. Ci sono uomini di cultura che considerano la Bibbia e molte altre storie che circolano in religione come delle fiabe. Altri, pur con meno scienza, fanno loro eco e ci accusano di credulità. Ma, nella mia esperienza, l’atteggiamento dei più non è di questo tipo. Di solito infatti la gente crede nel soprannaturale, in genere perché trova più facile spiegare in quel modo ciò che le accade. Ma trova difficoltà nel credere in un dio amorevole, benevolo. Pare più rispondente alla realtà di tutti i giorni l’esistenza di geni, demoni o folletti, e simili, che possono essere favorevoli o avversi, secondo il loro capriccio. Questa può essere considerata una religiosità di tipo naturalistico, che risale ai primordi della vita sociale umana, quando si riteneva che ogni manifestazione del mondo intorno agli esseri umani fosse mossa da un dio. Essa poi si sviluppò nel politeismo dell’antica religione latina e greca, che precedette il successo del cristianesimo in Europa, nel Vicino Oriente e nel Nord Africa e fu da esso combattuta ed estirpata, almeno nelle sue manifestazioni pubbliche e nelle istituzioni. Nell’antica Preneste, l’attuale Palestrina, nei dintorni di Roma,  venne edificato un grande santuario alla dea Fortuna primigenia, molto venerata dagli antichi romani. In certi accaniti giocatori alle lotterie e simili, che vediamo anche nel nostro quartiere, potremmo in un certo senso riconoscere dei seguaci di quell’antico culto. Come spiegare altrimenti tanta passione in  giochi in cui le probabilità matematiche di vincita sono tanto basse?
 Certamente senza un legame con l’invisibile la nostra non sarebbe una religione. Secondo la nostra fede, tutto ciò che esiste è stato creato da una divinità che ama noi esseri umani con amore di padre/madre e questo nonostante le nostre imperfezioni e, in particolare, la nostra cattiveria. Questa convinzione trova molte smentite nella realtà naturale. E’ quindi una fede soprannaturale, che ci porta a  rettificare abbastanza ciò che si osserva nella natura intorno a noi e in noi. Lì dove la vita appare ad un certo punto finire, noi, ad esempio, siamo convinti di una vita eterna. L’esistenza degli esseri viventi appare dominata dalla violenza. Gli animali si mangiano gli uni gli altri e anche noi ci nutriamo di altri viventi. Le terre emerse si spostano generando terremoti. Oceani appaiono e scompaiono. Le stesse stelle collidono o esplodono. Noi però siamo convinti, per fede, che tutto ciò avrà, alla fine dei tempi, un compimento beato. Il mondo in cui viviamo sparirà, certo, ma sarà sostituito da un mondo diverso, preparato per noi e promesso. Esso non sarà però opera nostra, ma dell’amorevole potenza creatrice dalla quale deriviamo. Dossetti nel discorso da cui è scaturito quel libretto che ho sopra citato, invita a non metterla troppo semplice parlando di questo con gli altri, come se tutto fosse ovvio, chiaro, scontato. La fede, che in genere da bambini si acquisisce con una certa facilità, confidando nei propri genitori e nelle persone da loro accreditate, crescendo è messa alla prova. La religione serve appunto a custodirla e a rafforzarla.
 Come ho osservato in altre occasioni, l’aspetto che va costantemente e sapientemente curato, come quando, da bambini, si difende pazientemente un castello di sabbia costruito sulla riva del mare, che l’acqua tende costantemente a sciogliere avanzando verso la terraferma, non è tanto la convinzione che Dio c’è. Spesso i “non credenti” partono da questo, parlando con le persone di fede, e trovano poca soddisfazione. Certo, noi portiamo argomenti razionali a sostegno dell’esistenza del nostro Dio, ma egli rimane pur sempre invisibile. Chi può negarlo? E’ la stessa Bibbia che a dircelo chiaramente.
 Scrive Dossetti, nel libretto sopra citato,  a proposito dell’Eucaristia:
 Il mistero cultuale rende oggettivamente presente l’evento del sacrificio di Cristo, ma contemporaneamente lo vela: debbo trapassare il velo e questo mi è possibile solo nella fede, che mi fa andare oltre le apparenze sensibili e oltre il tempo […]
 Nella mia esperienza di fede, ad un certo punto, viene una voce che noi siamo capaci di udire; viene dalla storia umana tramite la Chiesa, che l’ha fedelmente custodita nei secoli, e reca buone notizie. Ci parla infatti di un creatore amorevole e suscita in noi, nel nostro animo, nella nostra interiorità, una risposta, perché appunto quella voce è ciò che si attendeva da sempre di ascoltare. E’ stato notato che noi, nell’evo presente, non vediamo, ma possiamo udire. Detto in termini esplicitamente religiosi, questo denota l’importanza che attribuiamo a ciò che sinteticamente definiamo la Parola, vale a dire a quello che religiosamente ascoltiamo e che ci narra delle realtà invisibili che sorreggono le nostre vite. Nell’esperienza religiosa  è questo che è centrale, come spesso ci ricorda anche il nostro assistente ecclesiastico nelle nostre riunioni: ascoltare e comprendere la Parola.
 Questa relazione che abbiamo con il soprannaturale ci cambia e ci arricchisce nello spirito, ma non ci aggiusta le cose nel mondo  in cui viviamo, che continua ad andare come deve andare in base alle sue dinamiche naturali. La nostra fede infatti non ha nulla a che fare con la magia. Non portiamo un dio dalla nostra parte negli affari che abbiamo in corso in società e riguardo ai problemi che abbiamo con la natura, innanzi tutto con i nostri corpi, che infatti ad un certo punto ci danno qualche dispiacere, e sempre di più invecchiando. Attendiamo invece un beato compimento che è completamente nelle mani di colui nel quale religiosamente confidiamo e al di là di ogni nostra immaginazione. Non tentiamo di portare un dio sulle nostre vie, ma cerchiamo la nostra strada verso colui che ci chiama, ci trae a sé e ci attende alla fine della storia dell’universo.
  In conclusione: quando ci mettiamo a immaginare nuove organizzazioni sociali, anche al fine di corrispondere  a quella benevolenza soprannaturale che ci sovrasta e ci colma, non dobbiamo dimenticare che il punto di partenza, sia come individui che nei nostri gruppi, è nella realizzazione di una spiritualità, lavoro questo non facile perché non si tratta solo di tirar fuori cose da noi stessi, in particolare dalla nostra immaginazione e dalla nostra emotività,  ma di inserirci in una tradizione molto antica dalla quale la Parola  è scaturita per noi. Per questo è stata istituita la Chiesa della quale siamo parte viva, essa stessa realtà visibile e invisibile, punto di contatto e di mediazione tra il visibile e l’invisibile.
10. “Condizione di qualunque progetto da parte di gruppi cristiani
[…]
  Occorre … che siano adempiute molto più di quanto non sia stato finora tre condizioni precise:
-che questo progetto sia non solo nominalmente, dire per una “pia fraus” [trad.: per una bugia a buon fine], ideato e perseguito anche praticamente, in modo totalmente distinto dalla comunità di fede;
-che esso abbia una sua genialità creativa (cioè non sia solo una rimasticatura di dottrina e progetti altrove nati) e abbia una sua validità storica, risponda cioè ad un momento reale della storia, interpretato non solo con scienza (cioè con l’intelligenza), ma anche con sapienza (cioè con l’intuizione);
-e che infine esso nasca da un senso di giustizia disinteressata e soprattutto di carità genuina verso i compartecipi sociali, specialmente verso le categorie evangeliche privilegiate (i poveri, gli umili, i piccoli).”
[da: Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, euro 8,00, pag.57]
  Nel momento in cui a noi laici viene richiesto di influire sulla società del nostro tempo per promuovere certi valori che hanno un fondamento religioso, dobbiamo chiederci come farlo. Infatti i cristiani storicamente hanno a lungo improntato della loro fede le civiltà in cui si trovavano a vivere, in Europa almeno fin dal quarto secolo della nostra era, ma non tutti i modi in cui lo hanno fatto sono oggi praticabili, sia da un punto di vista oggettivo, delle forze in campo, sia da un punto di vista etico. Oggi, ad esempio, non ci affideremmo in questo a un imperatore cristiano o anche solo a una dinastia monarchica cattolica. E non accetteremmo di imporre alla gente la fede cristiana sotto pena di  sanzioni criminali. Né lanceremmo una crociata contro popolazioni di scismatici. Si tratta di forme di intervento dei cristiani nelle società del loro tempo che sono state storicamente attuate. Ai tempi nostri in genere la si pensa diversamente. Ma non è solo questione del senso comune, dell’opinione corrente, ma è proprio la nostra Chiesa che si è data leggi diverse, che le vietano quelle vie. Sono regole che troviamo nei documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), i quali, come ho ricordato varie volte in precedenza, non sono solo testi edificanti e istruttivi, ma leggi. Per alcuni di essi lo rivela il nome stesso che è stato dato loro: costituzioni, decreti. Ma anche quelli che sono stati denominati dichiarazioni hanno la stessa natura. E si tratta di leggi che, promanando dal Papa in unione con un Concilio ecumenico, hanno una particolare forza. Queste leggi, nonostante che nella loro stesura si sia avuta particolare cura nell’evidenziare la continuità con il pensiero precedente dei capi della nostra Chiesa, con le idee dei più autorevoli scrittori religiosi dei primi secoli, con le liturgie praticate fin da tempi molto antichi e, naturalmente,  con le Scritture sacre, divergono molto, quanto alle indicazioni operative, concrete, con quelle che ebbero vigore in altre epoche della nostra confessione religiosa. La fede è rimasta sostanzialmente la medesima, ma il modo di vivere dei cristiani nella storia è molto cambiato. Per altro, a mio parere, il Concilio Vaticano 2° non ha inventato nulla di ciò che di nuovo si è prodotto. Nelle intenzioni del papa Giovanni 23°, il quale lo indisse, esso aveva come scopo principale un aggiornamento delle leggi della Chiesa a una realtà che già  i fedeli stavano vivendo e praticando. Il risultato fu però qualcosa di più: quelle leggi furono concepite in modo da imprimere un movimento in avanti nel corpo ecclesiale, rendendo possibili ulteriori sviluppi delle dinamiche in atto, che infatti si produssero. Il magistero e l’azione di governo del papa Giovanni Paolo 2° ne sono stati straordinarie manifestazioni. Ma ancora più rilevante, anche se forse meno evidenziata nelle grandi fonti informative del nostro tempo, è stata la spinta che si è creata nella masse dei fedeli. C’è stata, nella nostra Chiesa, un profondo mutamento della religiosità popolare, del quale di solito si sottolineano gli aspetti negativi, ma che ne ha avuti anche di positivi.
 Vorrei evitare, in queste mie brevi note quotidiane, di ripetere cose che potete leggere, scritte meglio, con più scienza, in altri testi, ai quali rimando. Ragiono partendo dalla mia personale esperienza, tenendo presenti le esigenze di lavoro del nostro gruppo di A.C. . Quello che penso di poter dire è questo. A partire dalla metà del secolo scorso il ruolo delle masse cattoliche, in particolare dei laici, è diventato  più importante nella nostra Chiesa. Si richiede alla nostra gente un impegno nella società che prima non era preteso e veniva addirittura visto con sospetto. Lo si vuole informato e consapevole. Ma non è solo questo: lo si vuole creativo. Infatti l’assunto che i capi ecclesiali avessero il segreto della migliore organizzazione delle società civili si è rivelato fallace. E quando il beato Toniolo (1845-1918) scriveva che la salvezza sarebbe venuta da una società di santi, non da diplomatici, dotti o eroi, non  si riferiva innanzi tutto alla gerarchia ecclesiale. Questi nuovi compiti che, come laici, siamo chiamati ad assumere comportano che si decida anche come lavorare insieme, con piena responsabilità. Non si tratta più infatti di attuare nel concreto decisioni di massima prese ai vertici.
 In qualche modo, quella che stiamo vivendo è un’era veramente nuova.
 Si è presa, ad esempio, maggiore consapevolezza della rilevanza religiosa delle realtà profane, di ciò che accade fuori degli spazi liturgici. In passato si era giunti a una sorta di compromessi tra le autorità religiose e quelle civili, che condividevano le popolazioni a loro soggette. Certe questioni, come ad esempio le guerre, rimanevano fuori del campo del religioso. Popolazioni cristiane potevano essere arruolate le une contro le altre, i sacerdoti e i vescovi di ciascuna di esse invocavano il favore divino e prestavano l’assistenza spirituale ai combattenti e alle loro famiglie, e non si pensava che qualcuno potesse lecitamente, anche da un punto di vista religioso, sollevare una obiezione di coscienza in tutto questo. Una volta che, invece, si decida di intervenire, animati da spirito religioso, bisogna decidere come farlo tenendo conto che su certe scelte ci si può dividere, ma che, come Chiesa, bisogna rispettare il comandamento dell’unità del credenti, ma direi di più, dell’intero genere umano.
 Anticipando quello che mi pare di avere capito, bisogna considerare che sulle questioni sulle quali la gente di fede ritiene ora di aver voce in capitolo anche sulla base di moventi religiosi si deve discutere anche  in chiesa. Sarebbe strano che non lo si facesse, che cioè ognuno su argomenti di tale rilevanza fosse lasciato solo nel capire  e nel decidere. Anche perché nessuno, da solo, può veramente pretendere di poter ideare o scegliere la soluzione migliore. L’intelligenza dei fatti collettivi richiede una sapienza collettiva. Ma poi l’attuazione delle scelte deve essere demandata alla responsabilità di ciascuno, non della Chiesa, che ha rinunciato a questo tipo di potere dal momento che è espressione embrionale di una realtà che non è di questo mondo, e ognuno poi agirà insieme ad altri che compongono i vari corpi sociali implicati nelle decisioni, in modo laico, inteso come non esplicitamente religioso, in modo da poter coalizzare il massimo consenso possibile. Pensare di attuare esigenze di fede con lo strumento di corpi sociali civili riproporrebbe infatti la modalità desueta e impraticabile dell’impero cristiano.  Mentre rivestire di abiti religiosi certe soluzioni storiche, certe forme organizzative, certi modi di trasformare la società e la natura intorno ad essa, contrasterebbe con la libertà di coscienza.
 L’Azione Cattolica, nel suo percorso formativo, ci consiglia esercizi di laicità, vale a dire di provare in concreto, nei nostri gruppi, a prendere in esame le nostre relazioni di fedeli cristiani con i corpi sociali nei quali siamo inseriti e di capire come si possa fare per esprimere nell’azione civile le nostre idee a fondamento religioso. Questa è una parte importante del lavoro in Azione Cattolica e che differenzia molto i nostri gruppi da quelli molto più centrati, ad esempio, su esperienze di spiritualità religiosa o di preghiera. In questo Anno della Fede possiamo però sentirci chiamati a qualcosa di più. Ne parla la lettera apostolica di indizione. Sappiamo abbastanza della storia della nostra Chiesa, dei problemi che ha dovuto affrontare, delle soluzioni che di volta in volta sono state attuate? Questa è una parte importante dell’attività alla quale siamo stati sollecitati. Non si tratta, quindi, solo di conoscere meglio il catechismo, fosse anche un’opera piuttosto estesa come il Catechismo della Chiesa cattolica, il quale pure è sicuramente un utile punto di riferimento. Bisogna aprire gli occhi sul mondo intorno a noi. Se non lo conosciamo bene, non possiamo influire su di esso. E a volte a chi ci circonda può sembrare che la nostra esperienza religiosa abbia la realtà di un sogno, tanto è distaccata dalle dinamiche umane concrete. Eppure in certe storie bibliche è proprio da certi sogni che scaturiscono importanti decisioni nell’animo della persona di fede. Come in ogni cosa, quando si tratta di religione, si tratta di tenere tutto insieme, prospettive religiose e prospettive profane, il cielo e la terra, pur nella consapevolezza della loro diversità. E’ quello che Giuseppe Lazzati (1909-1986) definiva unità dei distinti.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 


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