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giovedì 12 aprile 2018

Popolo per inclusione o per estrazione


Popolo per inclusione o per estrazione

Victor Hugo


Chaque homme dans sa nuit s’en va vers sa lumière.
[trad.: ciascuno nella sua notte va verso la sua luce]
dalla lirica  Ècrit en 1846  in  Les Contemplations (1830-1835)  del poeta e scrittore Victor Hugo (1882-1885)


1.  Il popolo visto nelle sue relazioni con il soprannaturale non è connotato da elementi culturali, vale a dire da un certo modo di pensare e di vivere, da individui o in collettività. E’ una degli enunciati più importanti della Costituzione  dogmatica  sulla Chiesa approvata durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), quella intitolata  Luce per le genti - Lumen gentium:
4. […]Così la Chiesa universale si presenta come « un popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ».
  Tuttavia non c’è popolo, vale a dire popolazione umana, senza una cultura. E’ la cultura intesa come
         "Cultura o civiltà è un insieme complesso che include la conoscenza, le          credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e          abitudine acquisita dall'uomo come membro della società".
[definizione tratta dall’opera dell’antropologo Edward Burnett Tylor (1832-1917) in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871].
 Se il popolo in senso soprannaturale non è caratterizzato dai suoi elementi culturali significa che essi, pur esistenti e ineliminabili, non sono essenziali per la fede, possono essercene alcuni ma anche altri, anche molto diversi. Un elemento culturale è, ad esempio, la consuetudine di allestire il presepio durante le festività natalizie. O di mangiare certi cibi in occasione di certe solennità religiose. Ma elementi culturali possono riguardare aspetti molto più importanti, ad esempio una lingua. Non c’è una lingua umana che è essenziale per  la fede. Non lo sono l’ebraico antico, il greco antico, lingue nelle quali furono dette e poi scritte le narrazioni che confluirono nelle nostre Scritture sacre. Tanto che traduciamo liberamente i testi sacri e non ci sentiamo obbligati, per vivere da persone di fede, a conoscere le lingue in cui originariamente furono scritti. Non lo è il latino, che pure è ancora la lingua ufficiale prevalente dei documenti ufficiali della nostra Chiesa. Possiamo considerare elementi culturali aspetti ancora più importanti, come quelli riguardanti la scelta di un coniuge e tutte le relazioni con lui, con i figli e con altre persone legate da vincoli di discendenza comune e che quindi vengono considerate, fino ad un certo grado, parenti. Elementi culturali sono lo stato, ogni altra istituzione, il diritto, l’economia, ogni scienza.
  Ma possiamo spingerci molto più in là.
  Che cosa è la teologia, il linguaggio in cui ci vengono spiegati la fede e il Cielo?
  Può essere considerata come disciplina intellettuale, affine alla filosofia e al diritto. In questo campo procede con metodo rigoroso, vale a dire conseguente alla premesse, adottando una logica non contraddittoria,  cercando di essere consapevole di tutto ciò che si è pensato, detto, scritto e vissuto su un certo argomento, cercando di seguire una certa tradizione vissuta come obbligatoria secondo certi criteri. Si ragiona in quel modo sulla fede dei popoli. La si descrive, cercando di darle ordine.
 Ma la teologia può essere anche intesa come ciò che ciascuno e ciascun gruppo pensa della propria fede e di come la vive in concreto. Qui manca il metodo rigoroso e informato, si è  al di fuori del metodo scientifico. C’è la necessità di dirsi la fede e lo si fa. Questa necessità di comunicazione della fede sorge perché la fede è un vissuto collettivo e, quindi, di essa bisogna parlarsi, e parlarsi riuscendo ad intendersi.
 La teologia, comunque la si concepisca, è interamente un elemento culturale. Così come, del resto, la stessa religione, vale a dire il vissuto e il pensato che riguardano le relazioni con il soprannaturale, così come  i riti, le liturgie, insomma tutto ciò  che collettivamente e storicamente viene organizzato come istituzione, e sentito come doveroso,  per esprimere collettivamente e individualmente la fede e riconoscersi come appartenenti a un gruppo religioso.
  Popoli e culture sono strettamente collegati, non vi è popolo senza cultura e la cultura scaturisce dal popolo e serve a costituirlo come tale: i popoli e le loro culture cambiano, di generazione in generazione, ma anche nelle dinamiche sociali interne ad una certa epoca e a prescindere dal ricambio generazionale. Lo si deve riconoscere ad una considerazione realistica e franca della storia umana, che parte da quando le culture trovarono strumenti per tramandarsi esplicitamente, in particolare attraverso la scrittura e le istituzioni. Nulla è rimasto inalterato. Questo riguarda anche le affermazioni più importanti della fede, quelli che chiamiamo dogmi. Essi hanno avuto una storia, in particolare un inizio. Quelli che riteniamo fondamentali cominciarono ad essere enunciati dal Quarto secolo. Il lavoro su di essi, in mezzo a durissime controversie, durò per circa altri tre secoli. Ma l’approfondimento su di essi e su altri temi teologici non è mai stato concluso, fino, ad esempio, alla Costituzione  dogmatica  Luce per le genti - Lumen Gentium,  degli scorsi anni Sessanta, e dura ancor oggi.
  In base agli elementi culturali ci si è divisi e ci si è combattuti aspramente, anche, in particolare, per questioni religiose. Ogni conflitto nacque dall’assolutizzazione di elementi culturali che erano, in realtà, espressione della volontà di certi gruppi di prevalere su altri, della loro volontà di potenza. Non dobbiamo nasconderci, ad una considerazione adulta delle cose, che la religione ha avuto storicamente anche effetti tragici. La conquista religiosa delle Americhe da parte degli europei e delle loro culture venne attuata, ad esempio (uno dei più tremendi esempi!), mediante una serie di genocidi.  La storia non può essere cambiata, ma solo capita, per cercare di non ricadere nella tragedia. E’ proprio dalle Americhe che ora ci viene il Pastore che ci esorta con toni vibranti a farlo. Dirlo è facile, molto più difficile agire di conseguenza. Siamo sempre portati ad attribuire ad elementi culturali un’importanza esagerata.  Accade nel grande e nel piccolo, e anche in una realtà sociale di prossimità come quella della parrocchia. Ragionandoci sopra scopriremmo che molte delle tensioni tra noi sono simili a quelle che hanno travagliato la storia religiosa dei popoli: non inventiamo nulla, ci limitiamo a ricadere nel male.
  Di conflitti su basi culturali tra interi popoli  sono piene le narrazioni di quella parte delle Scritture sacre che abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo. Possono essere utilizzate anche come palestra per l’analisi sociale. Gli studiosi del settore ci dicono che da esse emerge, in definitiva, l’anelito, l’esortazione, la supplica, l’invocazione, a far veramente conto solo sul Cielo, perché ogni potenza, organizzazione, cultura tradiscono e, se assolutizzate, uccidono. Vi vedono l’anticipazione dell’insegnamento universalistico del Maestro.  E l’essenza di ogni vera conversione.
2. La teologia, intesa come disciplina intellettuale, si è sempre sforzata di relativizzare le culture dei popoli che vivevano la fede. Quando lo ha fatto è stata fedele alla missione che le è stata affidata. Lo ha fatto sostanzialmente mantenendo in tensione alcuni principi apparentemente contraddittori, come quello dell’unità e della pluralità, senza sopprimerli. La pluralità non può essere annullata, ma essa non può comportare la dispersione finale, la scomposizione del corpo sociale. Il singolo non si annulla nel collettivo, ma nessuno può ignorare il bene comune e gli altri. Su tutto vuole farsi prevalere la legge dell’agàpe santa, della benevolenza sollecita e misericordiosa: santa perché legata al soprannaturale, in particolare alla figura e all’insegnamento del Maestro, sua manifestazione, di lui che consideriamo luce del Cielo che risplende, Lux lucet in tenebris (dal latino ecclesiastico nel quale  è stato tradotto dal greco antico il versetto del Vangelo di Giovanni 1,5),  Luce che risplende nelle nostre notti, perché, lo scrisse il grande poeta francese Victor Hugo (1882-1885),  ogni uomo nella sua notte va verso la sua luce.  E’ appunto quella la Luce per le genti  di cui si parla all’inizio dell’omonima enciclica:
1. Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa.
 Una visione grandiosa, che riempie il cuore, di fronte alla quale forse la nostra religiosità individuale può apparirci inadeguata. Ma non dobbiamo pensarlo: in religione si ritiene che ciascuno possa arrivare ad esserne capace, perché, abbandonandoci al soprannaturale, siamo condotti, per così dire, su ali d’aquila. Dicono i sapienti che  il  tutto può essere contenuto nel frammento. Purché nulla si frapponga alla luce soprannaturale.
 Gran parte del lavoro del credente è, quindi, quella  di correggere gli elementi culturali che a quella luce fanno ombra, e che pure sono necessari a  dire  e a manifestare  la fede. Tra essi costumi e concezioni che a prima vista appaiono di poco valore, e addirittura cattivi, ma anche aspetti più sofisticati, come sono quelli che riguardano l’idea di popolo di fede, per i quali discernere è più difficile.
 Nelle Scritture troviamo varie immagini di popolo, apparentemente contraddittorie. Ad esse corrispondono atteggiamenti che anche ora sono presenti nelle nostre collettività.
  C’è l’immagine di un popolo  estratto  da altri popoli e guidato verso un regno santo, dove ci sarà pace tra terra e Cielo. In questo cammino entra in conflitto con i popoli intorno e combatte. La sua santità consiste nel depurare il proprio vissuto, i propri riti, le proprie ideologie e teologie dagli elementi culturali dei popoli dai quali è stato tolto. Il soprannaturale abita in mezzo a quel popolo e solo in mezzo ad esso. Ogni altra divinità va rovesciata svelando il suo carattere artefatto, culturale, di invenzione umana. Si dà molta importanza alla Legge, elemento culturale che collega Cielo e terra, attraverso costumi e riti. In questo ordine relazioni culturali troppo strette con i popoli di altre culture significano contaminazione e vanno evitate. E’ centrale l’idea di purezza.
 C’è anche l’immagine di un popolo soprannaturale che, già ora, comprende,  include,  tutti gli altri popoli, ma che è diviso, non ha più la consapevolezza della propria natura, si è quindi frammentato secondo i suoi elementi culturali: l’unità va ricostruita, recuperata,  mediante l’agàpe santa. Ogni divisione va superata. L’immagine del divino che ogni popolo ha, come elemento culturale, evoca aspetti genuini, insieme ad altri artefatti. Ciascuno deve essere aiutato a riconoscere i primi. Ogni cultura va depurata degli elementi culturali che fanno ombra alla luce santa, ma il bene che c’è nelle altre culture non può mai essere contaminante. Nel tempio della fede, dove il Cielo si unisce all’umano, ognuno è di casa. In questa visione la pace universale è il destino comune e l’anelito di tutti. Scenderà dal Cielo la santa città dei beati, la città di luce. Dono del Cielo. Lì dove ogni lacrima sarà asciugata. Le cose di prima non saranno più. Ogni elemento culturale che divide sarà superato.
 Nella nostra fede c’è questo di caratteristico: quelle  due concezioni di popolo, apparentemente antitetiche, sono coordinate e indirizzate ad un unico fine. Di questo tema si sono occupati in modo molto approfondito i saggi del Concilio Vaticano 2°, recependo, in particolare, aspetti della  teologia del francese Yves Congar  (1904-1995). Il popolo  estratto  dagli altri popoli, con una propria particolare connotazione religiosa,  non è visto come  diretto, come nelle concezioni religiose dell’antico ebraismo, verso una particolare Terra Santa, in particolare in Palestina, ma verso tutti gli altri popoli della terra, per ricostruire l’unità perduta, per fare di tutti i popoli della terra un’unica famiglia umana. Un popolo con questo compito viene definito messianico,  perché partecipa della missione del suo capo, il Maestro, che fu detto anche Messia, parola che, nell’antico ebraico significa l’unto,  vale a dire l’inviato dal Cielo come re e salvatore del suo popolo.
  Con un po’ di pazienza, cerchiamo di apprendere dai saggi dell’ultimo Concilio, in particolare da quello che si legge nella Costituzione Luce per le genti - Lumen gentium (il papa Giovanni Battista Montini, Paolo 6° in religione, sostenne che i documenti di quel Concilio sono il catechismo dei tempi moderni):
Nuova alleanza e nuovo popolo
9. In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia (cfr. At 10,35). Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità.
Scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui un'alleanza e lo formò lentamente, manifestando nella sua storia se stesso e i suoi disegni e santificandolo per sé. Tutto questo però avvenne in preparazione e figura di quella nuova e perfetta alleanza da farsi in Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere attuata per mezzo del Verbo stesso di Dio fattosi uomo. « Ecco venir giorni (parola del Signore) nei quali io stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo... Porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti l'imprimerò; essi mi avranno per Dio ed io li avrò per il mio popolo... Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore » (Ger 31,31-34). Cristo istituì questo nuovo patto cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11,25), chiamando la folla dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, che è la parola del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla carne ma dall'acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono « una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto in salvo... Quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è popolo di Dio » (1 Pt 2,9-10).
Questo popolo messianico ha per capo Cristo « dato a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l'universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l'umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.
Come già l'Israele secondo la carne peregrinante nel deserto viene chiamato Chiesa di Dio (Dt 23,1 ss.), così il nuovo Israele dell'era presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente (cfr. Eb 13,14), si chiama pure Chiesa di Cristo (cfr. Mt 16,18); è il Cristo infatti che l'ha acquistata col suo sangue (cfr. At 20,28), riempita del suo Spirito e fornita di mezzi adatti per l'unione visibile e sociale. Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia agli occhi di tutti e di ciascuno, il sacramento visibile di questa unità salvifica. Dovendosi essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli uomini, benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i confini dei popoli, e nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà ma permanga degna sposa del suo Signore, e non cessi, con l'aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto.
[…]
 13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52). A questo scopo Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio di tutte le cose (cfr. Eb 1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio.
[…]
48. La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria celeste, quando verrà il tempo in cui tutte le cose saranno rinnovate (cfr. Ap 3,21), e col genere umano anche tutto l'universo, il quale è intimamente congiunto con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, troverà nel Cristo la sua definitiva perfezione (cfr. Ef 1,10; Col 1,20).
[…]
51. […] Tutti quanti infatti, noi che siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia (cfr. Eb 3), mentre comunichiamo tra noi nella mutua carità e nell'unica lode della Trinità santissima, rispondiamo all'intima vocazione della Chiesa e pregustando partecipiamo alla liturgia della gloria perfetta. Poiché quando Cristo apparirà e vi sarà la gloriosa risurrezione dei morti, lo splendore di Dio illuminerà la città celeste e la sua lucerna sarà l'Agnello (cfr. Ap 21,24). Allora tutta la Chiesa dei santi con somma felicità di amore adorerà Dio e «l'Agnello che è stato ucciso» (Ap 5,12), proclamando a una voce: «A colui che siede sul trono e all'Agnello, benedizione onore, gloria e dominio per tutti i secoli dei secoli » (Ap 5,13-14).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli

  
   



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