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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce abitualmente il martedì alle 17 e anima la Messa domenicale delle 9.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 6 aprile 2018

Che cos’è il popolo?


Che cos’è il popolo?

 In religione c’è una grande difficoltà a figurarsi il popolo, che  è, in effetti, la medesima di tutti noi quando proviamo a immaginarlo anche in altri ambiti, come quello giuridico o quello commerciale. In teologia c’è anche il problema del ruolo importante che vi ha il clero, che è fatto di persone le quali, in un certo senso, sono estratte dal popolo, separate.
  Il paradosso davanti al quale ci si trova è che, dal punto di vista dei  pastori, il popolo appare a volte come  gregge, quindi come massa da condurre, ma poi gli stessi pastori devono riconoscere che tra le motivazioni più importanti alla fede non vi è in genere la loro azione, ma quella, ad esempio, delle madri, e questo anche per quanto direttamente li riguarda. In una visione clericale le madri sono popolo, perché non sono clero, né sono inquadrate in ordini religiosi. In questo quadro popolo  equivale, quindi, a laico.  E’ questa la visione che si cercò di superare nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Non ci si è ancora riusciti, tanto che, come osserva Roberto Repole, nel suo  Il sogno di una Chiesa evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, Libreria editrice Vaticano, 2017, quella concezione la si ritrova talvolta anche nell’attuale teologia del Papato, insieme ad altre.
  In alcuni ragionamenti teologici, quindi sulla fede come viene professata, al popolo vengono attribuite virtù soprannaturali, ma non particolarmente evidenti quando lo si accosta realisticamente e da vicino, come un senso della fede che lo preserverebbe dall’errore. Naturalmente si spera che sia così come dicono. Certo, tutto l’apparato repressivo che per circa un millennio ha travagliato la nostra esperienza religiosa non si spiega bene se non ammettendo che, insomma, oltre a quel senso della fede ci sia dell’altro, che porta anche talvolta a sviare. Viene riconosciuto, ad esempio, quando si affronta il tema della religiosità popolare, che spesso è permeata di elementi magici e che, in questo, si ritiene che vada corretta.
  Poiché la riforma è, dagli anni Sessanta, strettamente legata alla concezione di popolo che si ha, è importante approfondire, come ad esempio si è fatto nel libretto, nel senso che è veramente un libro tascabile, a portata di tutte le tasche perché non costa molto (€12,00) ed è di piccole dimensioni, del Repole. Ve lo consiglio. Leggendolo si capisce che si sta cercando di far ripartire quel moto di riforma che, negli anni 80, era stato bloccato, nel timore che si sfasciasse tutto. L’idea è, ora, che la riforma debba farla il Papato. E’ così che si sta procedendo. Ma il paradosso è questo: il primo organismo da riformare, come generalmente si riconosce, è proprio il Papato e la riforma la si dovrebbe, la si vorrebbe, fare su base popolare. Tuttavia, mentre il principale agente della riforma appare oggi proprio il Papato, il popolo si manifesta in genere inerte, passivo, nella condizione di gregge. Una riforma su base popolare lo richiederebbe più attivo. Ma non si riesce proprio a rianimarlo. L’azione molto decisa per renderlo più tranquillo  esercitata negli anni ’80 e ’90 ha funzionato. I fermenti si sono spenti. Lo si vede anche nella concreta vita parrocchiale, dove non è frequente incontrare entusiasmi, se non in circoli molto ristretti, lì dove ci si immagina piccolo resto, un germe di popolo  buono  in mezzo a un mare di popolo  cattivo, dove si rischia di annegare se non ci si imbarca, con famiglia e masserizie, in una sorta di piccola  arca di salvataggio, aspettando che lo sconquasso passi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

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