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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 23 aprile 2018

25 aprile


25 Aprile

  Tra due giorni sarà festa. E’ un anniversario. Il  25 Aprile. A  chi ne vorrei parlare? A un ragazzo di quindici anni, ad esempio. E’ l’età in cui io conobbi i fascisti. C’erano ancora? C’erano ancora. Quindi non tutto finì il 25 aprile del 1945, quando a Milano il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ordinò l’insurrezione generale e le forze ai suoi ordini deposero le istituzioni fasciste della città e combatterono contro i militari tedeschi che ancora l’occupavano. In gran parte dell’Italia ciò era già avvenuto. In alcune città avvenne dopo qualche giorno: vi furono ancora combattimenti anche dopo il 25 aprile, ad esempio in Veneto, e stragi. Tra il 30 aprile e il 2 maggio, a Valdastico, in provincia di Vicenza vennero prese in ostaggio da truppe tedesche e fasciste 84 persone e vengono uccise. Bologna, la mia città, fu presa dalle forze del Comitato di Liberazione Nazionale Emilia Romagna il 21 aprile 1945. Ma il fascismo non finì nel 1945. Per questo, quando nel 1972 iniziai le superiori, al liceo statale Giulio Cesare, a Roma, trovai ancora i fascisti. Erano molto diversi da coloro che  ai tempi nostri si dicono tali. I nostri padri avevano vissuto sotto il fascismo, il regime che aveva dominato politicamente il Regno d’Italia dall’ottobre 1922 al luglio  1943, e l’Italia centro settentrionale tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, sotto la Repubblica Sociale Italiana. Il suo capo assoluto era stato Benito Mussolini (1883-1945), romagnolo, figlio di un fabbro e di una maestra elementare,  maestro elementare egli stesso e poi brillante giornalista, socialista rivoluzionario nel Partito socialista italiano e fondatore, con altri, del fascismo storico, tra il 1919 e il 1921. La gran parte dei nostri padri erano stati fascisti e, formatisi nelle scuole del regime, avevano considerato Mussolini come un padre, un esempio di vita e una guida spirituale, quindi molto più che un capo politico.  Alcuni di loro, crescendo e in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale, combattuta in Europa tra il 1939 e il 1945 e dall’Italia dal 1940, avevano maturato una critica politica al fascismo che, per molti, era stata anche un’autocritica. Ciò aveva riguardato, in particolare, molti che si erano formati nelle istituzioni sociali cattoliche, in particolare nell’Azione Cattolica. Molti però erano rimasti estimatori del fascismo storico. Anche tra i cattolici.
  Noi quindicenni degli anni ’70 avevamo dunque notizie di prima mano del fascismo. Ma avevamo anche esempi vivi e vitali di fascisti tra gli adulti. Avemmo quindi una memoria del fascismo molto affidabile. Si definiva fascista uno dei principali esponenti politici di allora, Giorgio Almirante, il quale con Pino Romualdi, ultimo vicesegretario del Partito Nazionale Fascista durante la Repubblica Sociale Italiana, ed altri reduci del fascismo storico aveva fondato il Movimento Sociale Italiano, che al fascismo mussoliniano si ispirava pur non proponendosi esplicitamente di rifondarlo (attività che era stata vietata dalla legge dall’agosto 1943, salvo che nella Repubblica Sociale Italiana,  e poi dalla Costituzione della Repubblica Italiana dal 1948).
 E’ a quindici anni che a me, e ai miei coetanei che conoscevo, accadde di iniziare a capire la politica. Erano anni di accesi scontri politici in Italia, ma ancora durante le scuole medie essi non ci interessavano. Accade qualcosa ai maschi, tra i quattordici e i sedici anni, che li fa apparire più maturi di ciò che appare dal fisico, che in genere è ancora acerbo. Penso che sia ancora così, anche se non ne ho esperienza diretta, perché ho avuto solo figlie femmine.  Bisognerebbe parlare di politica ai giovani a partire dai loro quindici anni: è da questa età che è possono  capire  il 25 Aprile. Infatti quella del 25 Aprile è una festa politica.
 Un sessantenne che non sia anche nonno non ha in genere occasioni per discutere di politica con un quindicenne. Gli adulti che non siano loro parenti o insegnanti sono come invisibili per i più giovani. Quando ero quindicenne l’atteggiamento degli adulti mi infastidiva. Erano lì sempre a farmi la morale e si davano le arie di saperla tanto più lunga, e a  me non sembrava proprio. Quindi li lasciavo parlare e facevo come mi pareva. Qualcosa però mi è rimasto di quei loro discorsi, ad esempio i racconti sul fascismo e sulla guerra. I miei erano emiliani e là fu molto dura. Certe storie mi appassionavano. Ma mi sembravano tanto distanti dalla mia esperienza quotidiana, un po’ come lo erano le guerre Puniche che avevo studiato a scuola. Mentre non erano ancora trascorsi trent’anni da quegli eventi.  Ora ne sono passati settantatre. Gran parte dei testimoni sono morti e tra questi quelli da cui appresi tante cose sul fascismo e sulla Resistenza. Mio padre, i miei zii paterni, Giovanni Galloni, cugino di mio padre, che partecipò alla guerra di Resistenza bolognese e che poi ebbe un ruolo importante nella politica italiana del secondo dopoguerra, non ci sono più. Galloni è morto oggi. Ha scritto libri molto importanti sulla storia italiana durante il fascismo e la Repubblica democratica.  Così anche mio zio Achille Ardigò, che con mio padre è stato la mia fonte privilegiata di informazioni sul fascismo storico.
 Di che si fa memoria il 25 Aprile, che ci interessi veramente ancora? Che ragioni abbiamo di festeggiare?
  Il 25 Aprile non celebra una vittoria militare, che indubbiamente vi fu ma che fu conseguita con l’apporto determinante delle forze militari della coalizione di quelli che venivano chiamati Alleati, vale a dire gli stati, innanzi tutto Stati Uniti d’America, Unione Sovietica e Gran Bretagna, che avevano dichiarato guerra alla Germania, all’Italia e ai loro alleati, ad esempio la Croazia, la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria, il Giappone. Si celebra, in realtà, innanzi tutto,  il ripudio del fascismo come regime politico. Ripudio a significare che ci si distaccò da un'esperienza a cui si era stati molto legati, in cui si era creduto. La si riconobbe fonte di morte e di distruzione, per questo la si ripudiò.
 La norma della Costituzione vigente che sancisce quella posizione politica è l’art.11, ben più che la 12° Disposizione finale  che vieta espressamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. L’art.11 della Costituzione dichiara che l’Italia  ripudia  la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Che c’entra il fascismo storico con la questione della guerra? C’entra, perché il fascismo mussoliniano fu il partito della guerra, della rigenerazione  del popolo italiano mediante la guerra. Voleva fare degli italiani una nazione di soldati e lanciarla alla conquista di un impero, nell’immaginare il quale si ispirava all’antico impero romano. Doveva estendersi nella penisola balcanica fino alla Grecia e nell’Africa centro orientale. Questo veniva considerato lo spazio vitale  per gli italiani: lo teorizzarono Giuseppe Bottai, politico fascista, ministro durante il regime e governatore di Addis Abeba, in Etiopia, ed altri, imitando teorici tedeschi. Il fascismo promise agli italiani la guerra, cercò di prepararli ad essa, li lanciò in guerra. Dalle guerre del fascismo, quelle coloniali e poi quella mondiale, l’Italia uscì distrutta. La Repubblica democratica, sorta dalla critica del fascismo, promise agli italiani la pace e pace gli italiani ebbero, fino ad oggi. Come le guerre del fascismo furono un frutto di una politica, così anche la pace della Repubblica democratica. Quindi, una prima ragione per festeggiare è questa: per essere riusciti a mantenere la pace, mentre il fascismo aveva promesso e dato guerra. E per decidersi personalmente, per il futuro, per la guerra o per la pace, collettivamente perché guerra e pace sono politiche e la politica è azione sociale, di molti.
 Il fascismo mussoliniano vedeva nella guerra un fattore di miglioramento del popolo italiano. Si era visto che nella Prima guerra mondiale talvolta si era diffuso uno spirito cameratesco per cui, combattendo, si superavano certi egoismi. Si pensava che potesse essere la medicina per le divisioni che, nel dopoguerra, erano risorte, in particolare tra capitalisti e lavoratori dipendenti.  L’Italia degli anni Venti e Trenta era molto popolosa e  quella era l’epoca degli eserciti di massa: avendo  milioni di baionette  si pensava di poter vincere. Ma la guerra è sempre un atto di prepotenza, vista dalla parte di chi la subisce e perde. La si giustificava con la superiorità culturale della nazione italiana, vista come impegnata in una missione civilizzatrice. Il fascismo fu quindi razzista all’origine, sebbene, inizialmente, non allo stesso modo del nazismo tedesco, che considerava connotante innanzi tutto l’elemento biologico, etnico. Nel corso degli anni Trenta il fascismo italiano seguì poi in questo l’alleato tedesco. Questo aspetto dell’ideologia fascista è tuttora presente in Italia e si è acuito a contatto con i migranti extraeuropei, ma anche con quelli europei. Ogni ideologia che proclama una superiorità razziale conduce prima o poi allo scontro, alla guerra, per la sottomissione o l’eliminazione dei gruppi ritenuti inferiori. E’ solo andando  contro  qualcuno, facendogli guerra, che si può riscoprire la solidarietà di patria? L’esperienza della Repubblica democratica insegna che non è così. La festa del 25 Aprile è una occasione per rifletterci sopra.
  Molti di coloro che oggi si dicono, disinvoltamente, fascisti, non vivono l’autentica ideologia fascista come era proposta durante il regime mussoliniano. Si mascherano da fascisti, si atteggiano a bulli, fanno scorrerie in bande contro chi è inferiore di forze o addirittura indifeso. Di fatto il fascismo storico, in particolare nella sue esperienza di squadrismo  e di milizia volontaria (l’istituzione statale nella quale lo squadrismo fu ad un certo punto inquadrato e militarizzato) fu anche questo. Ma al centro della  mistica  guerriera del fascismo (proprio una mistica  fu teorizzata da Nicolò Giani, Arnaldo Mussolini ed altri), era la dedizione di sé, il sacrificio estremo, per la Patria fino alla morte. Essa era coerente con un regime che voleva lanciare gli italiani in guerra. Il fascista era uno che voleva morire per la Patria, per farla grande. L’ideologia fascista fu costruita a partire dall’arditismo, del movimento di coloro che volevano continuare nell’agitazione sociale in tempo di pace le avventure vissute con estremo sprezzo del pericolo in tempo di guerra. Il fascismo fu, in fondo, un’ideologia di morte, e di simboli di morte si fregiavano le divise dei suoi corpi militari e paramilitari. Tutto questa fascinazione per la morte fu cancellata nell’esperienza della Repubblica democratica. Non  è un motivo di far festa? Ma, ripeto, la pace fu voluta e fu perseguita, non fu un risultato casuale, automatico dei tempi nuovi. Tanto  è vero che, ad esempio, gli Stati Uniti d’America, potenza vincitrice della Secondo Guerra Mondiale, hanno vissuto dal 1945 una serie continua di guerre, fino ai tempi nostri. Ed in effetti alcuni aspetti dell’ideologia militaresca statunitense richiama quella fascista. Dunque, questo è il dilemma del 25 Aprile: guerra o pace, morte o vita? Benché la Resistenza, la lotta morale,  ideologica, sociale, politica e militare contro il fascismo e gli occupanti tedeschi protrattasi in Italia dal settembre 1943 all’aprile 1945, sia stata anche (ma non solo) un’esperienza di guerra, quindi di morte, essa mirava alla pace, e la pace realizzò in Europa, molto a lungo. Solo da pochi anni la guerra si è affacciata di nuovo ai confini europei e sta diventando argomento d’attualità. E di nuovo si torna a parlare di fascismo in Europa. Non è casuale.
  Negli anni ’70, al tempo dei miei quindici anni, il fascismo era ancora una prospettiva concreta in Italia. C’era il modello di quello spagnolo di Francisco Franco e di quello cileno di Augusto Pinochet. C’erano politici italiani che in qualche modo a quelle esperienze si ispiravano e avevano anche i numeri, come persone, per essere quel tipo di capi. Il fascismo spagnolo, detto falangismo, non dispiaceva ad alcuni ambienti cattolici perché appoggiava le istituzioni ecclesiastiche che non gli si opponevano. Ora è molto diverso. Ma, a chi pensa il fascismo storico italiano in modo un po’ superficiale, quel regime può avere ancora qualche attrattiva. Perché nel fascismo ognuno era inquadrato rigidamente e in qualche modo era garantito in quanto italiano, e finché rinunciava a dissentire. Ci furono molte provvidenze sociali per chi in società stava peggio. Certo, tutto era in qualche modo finalizzato a lanciare il popolo in guerra. Con il senno del poi, sapendo come si finì, si possono facilmente trovare argomenti in contrario a quelle politiche. Ma se si perde una visione complessiva, eliminato il senno del poi, facendosi affascinare dall’epica del regime, che ancora traspare e giunge a noi attraverso molte pubblicazioni apologetiche, allora può diventare diverso, specialmente quando si è più giovani e l’emotività è forte. Il mito del giovanilismo che fu proprio del regime fascista faceva appello appunto a questa condizione. Giovinezza, fu uno dei più noti canti propagandistici del regime. Faceva:

Salve, o Popolo d'Eroi
Salve, o Patria immortale!
Son rinati i figli tuoi
Con la fé nell'ideale.

Il valor dei tuoi guerrieri,
La virtù dei pionieri
La vision de l'Alighieri
Oggi brilla in tutti i cuor.

Giovinezza, giovinezza,
Primavera di bellezza
Della vita nell’asprezza
Il tuo canto squilla e va!

Dell’Italia nei confini
Son rifatti gli Italiani,
Li ha rifatti Mussolini
Per la guerra di domani,


Per la gioia del lavoro,
Per la pace e per l'alloro,
Per la gogna di coloro,
Che la Patria rinnegar.

  Li ha rifatti Mussolini / Per la guerra di domani: il senso del fascismo storico è tutto qui. I giovani ai nostri tempi sono piuttosto strapazzati: studiano, ma non si dà molto valore alla loro fatica scolastica; cercano lavoro e o non lo trovano o lo trovano malpagato. Forse qualcuno può sognare veramente di essere rifatto  al modo fascista, sia pure per  una guerra di domani. Davvero però non c’è altra via per cambiare di quella di  farsi rifare  in quel modo? Il 25 Aprile può essere l’occasione per ragionarci sopra.
  Se ci si trova ad essere dalla parte di chi aggredisce e vince, è facile assecondare certe idee bellicose proprie del fascismo. E se, però, ci si trovasse nella parte di cui ha la peggio? E’ appunto  questo che accadde agli italiani nella prima metà degli anni  Quaranta del Novecento, nella catastrofe seguita alla guerra mondiale in cui il fascismo li aveva gettati. In un certo senso è vero che la guerra  li rifece. Cominciarono dal dissentire: anche di questo fu fatta la Resistenza.  Da questa presa di coscienza scaturì la Repubblica democratica.
  Questo blog parla innanzi tutto a gente dell’Azione Cattolica.
  Non dobbiamo dimenticare che fascismo e religione, ad un certo punto, nel corso degli scorsi anni Venti e Trenta apparvero compatibili. Lo leggiamo anche in un’enciclica sociale molto importante, denominata Il Quarantennale - Quadragesimo Anno,  diffusa nel 1931 dal papa Achille Ratti, Pio 11° in religione:
92. Recentemente, come tutti sanno, venne iniziata una speciale organizzazione sindacale e corporativa [il corporativismo fascista], la quale, data la materia di questa Nostra Lettera enciclica, richiede da Noi qualche cenno e anche qualche opportuna considerazione. 
93. Lo Stato riconosce giuridicamente il sindacato e non senza carattere monopolistico, in quanto che esso solo, così riconosciuto, può rappresentare rispettivamente gli operai e i padroni, esso solo concludere contratti e patti di lavoro. L'iscrizione al sindacato è facoltativa, ed è soltanto in questo senso che l'organizzazione sindacale può dirsi libera; giacché la quota sindacale e certe speciali tasse sono obbligatorie per tutti gli appartenenti a una data categoria, siano essi operai o padroni, come per tutti sono obbligatori i contratti di lavoro stipulati dal sindacato giuridico. Vero è che venne autorevolmente dichiarato che il sindacato giuridico non escluse l'esistenza di associazioni professionali di fatto. 
94. Le Corporazioni sono costituite dai rappresentanti dei sindacati degli operai e dei padroni della medesima arte e professione, e, come veri e propri organi ed istituzioni di Stato, dirigono e coordinano i sindacati nelle cose di interesse comune. 
95. Lo sciopero è vietato; se le parti non si possono accordare, interviene il Magistrato. 
96. Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l'azione moderatrice di une speciale magistratura. Per non trascurare nulla in argomento di tanta importanza, ed in armonia con i principi generali qui sopra richiamati, e con quello che inibito aggiungeremo, dobbiamo pur dire che vediamo non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività invece di limitarsi alla necessaria e sufficiente assistenza ed aiuto, che il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere eccessivamente burocratico e politico, e che, nonostante gli accennati vantaggi generali, possa servire a particolari intenti politici piuttosto che all'avviamento ed inizio di un migliore assetto sociale. 
97. Noi crediamo che a raggiungere quest'altro nobilissimo intento, con vero e stabile beneficio generale, sia necessaria innanzi e soprattutto la benedizione di Dio e poi la collaborazione di tutte le buone volontà. Crediamo ancora e per necessaria conseguenza che l'intento stesso sarà tanto più sicuramente raggiunto quanta più largo sarà il contributo delle competenze tecniche, professionali e sociali e più ancora dei principi cattolici e della loro pratica, da parte, non dell'Azione Cattolica (che non intende svolgere attività strettamente sindacali o politiche), ma da parte di quei figli Nostri che l'Azione Cattolica squisitamente forma a quei principi ed al loro apostolato sotto la guida ed il Magistero della Chiesa; della Chiesa, la quale anche sul terreno più sopra accennato, come dovunque si agitano e regolano questioni morali, non può dimenticare o negligere il mandato di custodia e di magistero divinamente conferitole.
 Con quel documento normativo il Papato di allora spinse i cattolici italiani, in particolare quelli formatisi nell’Azione Cattolica, a collaborare con le istituzioni fascista del lavoro. Approvò la repressione fascista dello sciopero, l’unico mezzo collettivo di pressione contrattuale contro i datori di lavoro, e dei movimenti socialisti. Del resto, nel  1929 il Papato aveva concluso con il Regno d’Italia, rappresentato dal Mussolini, degli accordi denominati Patti Lateranensi, dai quali aveva ricevuto un piccolo regno territoriale a Roma, la Città del Vaticano, importanti indennizzi economici giustificati come risarcimento per i danni subiti dalla soppressione del Regno Pontificio, nel 1870, e una posizione di rilievo della Chiesa nelle istituzioni scolastiche italiane.
 L’accordo si guastò a partire dal 1938,   a seguito della legislazione fascista contro gli ebrei, e dal 1939, sotto il Papato di Eugenio Pacelli, Pio 12° in religione, la distanziazione ideologia si venne facendo sempre più marcata, a favore di concezioni democratiche in politica, in particolare con una serie di radiomessaggi papali, in occasione delle festività natalizie, tra il 1942 e il 1944, l’ultimo dei quali esplicitamente dedicato alla democrazia.
  Tuttavia nel periodo dell’intesa ci fu una certa compenetrazione tra ideologia fascista e ideologia religiosa, in molti campi. Questo è rimasto fino a noi, in genere inconsapevolmente, ad esempio in certe concezioni maschiliste della famiglia. Ma anche nella simpatia per  uomini  forti in grado di garantire una posizione di privilegio alla religione e alle sue istituzioni.
  Ragionandoci sopra, naturalmente, compaiono anche molti elementi contrastanti tra le finalità del fascismo storico e quelle della religione, le cui concezioni si sono fatte sempre più universalistiche dagli scorsi anni Sessanta. Come può una ideologia di guerra conciliarsi con la religione dell’amore universale? Di fatto storicamente ciò è accaduto molte volte, senza particolari problemi. All’insegna della religione è stata attuata, ad esempio, la conquista politica genocida delle Americhe. I conquistatori ritenevano di avere il Cielo dalla loro parte. “Dio è con noi”  era scritto sulle fibbie dei militari tedeschi, anche in epoca nazista. Il cantautore statunitense Bob Dyal ci scrisse sopra una canzone, “With God on our side”, “Con Dio dalla nostra parte”, osservando che nelle guerre di conquista gli statunitensi avevano pensato sempre di aver il Cielo dalla loro parte. Ora generalmente, tra i cattolici, si ritiene che stia dalla parte degli sconfitti.  Abbiamo molto cambiato mentalità. Ma è cosa che va continuamente riscoperta. Il 25 Aprile può essere l’occasione per cominciare a pensarci.
 La Cresima, che vorrebbe abilitare ad una fede adulta, si riceva verso i 13 anni: troppo presto perché il cresimando sia sensibile a discorsi di politica. A 15 anni molti hanno già abbandonato la vita religiosa,  alcuni la riscopriranno poi da ventenni o più in là. Dunque si inizia a fare politica senza tanti scrupoli religiosi. Eppure quando la politica diviene questione di vita o di morte, come accade nella decisione sul fascismo, certi temi religiosi potrebbero ritornare alla mente. A me accadde, da quindicenne. Questo mi indusse a non legarmi presto ad alcuna ideologia, in particolare con quelle che andavano per la maggiore tra i miei coetanei e che erano per lo più basate sulla contrapposizione violenta. Più in là con gli anni la coscienza si fa comunque sentire. Oggi siamo tanto più istruiti che al tempo del fascismo, anche se, superficialmente, non ce ne rendiamo conto. Questo rende più facile affrontare certi ragionamenti. La scuola, in epoca democratica, ha funzionato bene. Ma, come sotto il fascismo storico, si può essere tentati dal conformismo, da fare come gli altri, e questo specialmente da più giovani, quando non si è ancora sviluppata una personalità più decisa.
  Se uno riesce a mantenere o a riacquistare una sensibilità religiosa, può effettivamente entrare in sintonia con ciò che si festeggia il 25 Aprile, anche se è molto giovane, ad esempio quindicenne, appena aperto all’esperienza politica.
 Il 25 Aprile può essere l’occasione per una presa di coscienza e per una scelta di campo. Morte o vita? Conformismo, spirito gregario, sequela del capo o autonomia di coscienza nel decidere secondo valori e spirito critico? Guerra o pace? Religione di pace o ideologia di guerra? Questioni importanti, come si capisce facilmente. Da vivere, però, collettivamente: questo è il senso della festa. Qual è il senso della mia presenza nella società di oggi? Passo come l’angelo della morte per gli altri o l’angelo della pace? L’angelo è colui che annunzia ciò  che  è al di sopra e all’origine di quello che accade. Che annunciamo alla società di oggi? Qual è il nostro destino in mezzo e insieme agli altri?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli








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