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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 23 luglio 2017

Sperimentare nuove forme di democrazia

Sperimentare nuove forme di democrazia


  La democrazia come oggi la intendiamo, vale a dire come ordinamento  per l’universale partecipazione al potere politico sulla base di un sistema di valori umani, è esperienza piuttosto recente, risale infatti a circa due secoli fa,  a partire dall’Europa. Se ne sono avuto diverse concezioni, tutte molto diverse da quelle più antiche, ad esempio da quelle dell’antica Atene, dell’antica Roma o dei Comuni medioevali. Dalla fine della Seconda guerra mondiale si collegano democrazia e pace, nel senso che si ritiene che un ordine internazionale possa essere fondato solo su basi democratiche. Quest’idea è ancora più recente di quelle su cui si fonda la concezione moderna della democrazia: all’inizio non c’era e, anzi, le potenze democratiche si erano dimostrate storicamente piuttosto bellicose. Essa origina sostanzialmente dal pensiero cattolico. La troviamo nel primo documento nel quale il papato romano aprì alle concezioni democratiche, dandone anche una prima ideologia sua propria, il radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Eugenio Pacelli, in cui si legge, nel paragrafo intitolato Il problema della democrazia:
“[…] sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono [=richiedono] un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?
  Fu il punto di arrivo di una lunga evoluzione, mediata dall’azione politica dei cattolico-democratici, in particolare nella fase di ripensamento della politica europea prodottasi durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). All’inizio del secolo, invece, il papato, con le encicliche Le gravi controversie sulle questioni sociali (del 1901)  e Fin dal principio (1902) aveva condannato il pensiero e la politica democratici, considerando come eresia l’idea che potessero accordarsi con l’azione sociale ispirata dalla fede, vietando addirittura  ai sacerdoti di impegnarsi i movimenti  democratici-cristiani  e ai seminaristi di acculturarsi alla democrazia.
  Dal Settecento i processi democratici prendevano come loro soggetto attivo di riferimento  il popolo. C’era la convinzione che i sovrani degli antichi regimi non facessero gli interessi del popolo, non esprimessero la volontà del popolo. Si pensò di cambiare la situazione mediante nuove istituzioni che prevedessero una partecipazione del popolo, essenzialmente mediante elezioni di rappresentanti in organi più ristretti ai quali poi era attribuito di stabilire leggi  uguali per tutti. Questo sistema richiedeva maggiori spazi di libertà per la gente, che si voleva elevare dalla condizione di suddita a quella di cittadina. Nei primi ambienti democratici contemporanei, tuttavia, questa partecipazione aveva dei limiti piuttosto ristretti, a paragone con gli spazi che oggi sono consentiti. I periodi rivoluzionari avevano coinvolto le masse, ma al dunque, quando si trattò poi di prendere decisioni politiche nella gestione ordinaria delle nazioni, tutto andò diversamente. I sistemi elettorali posero in genere gravi limiti alla partecipazione delle classi più povere e incolte. Queste ultime erano però quelle che più risentivano dei disordini internazionali, in particolare delle guerre. La politica era fatta tuttavia dalla classi dominanti che non temevano le guerre, pensando di ricavarne profitti. Sembrava che un ordine pacifico internazionale fosse utopia da filosofi: l’aveva teorizzato, ad esempio, il filosofo illuminista Immanuel Kant (1724-1804), in un suo libretto intitolato La pace perpetua. Fatalmente ogni popolo sembrava finire per questionare con gli altri, in controversie non risolvibili che con la guerra, non essendovi un’autorità superiore universalmente riconosciuta. Ma chi era il popolo? Se ne ebbe a lungo un’immagine vaga e intellettualistica. Lo si concepì come un organismo che abitava la storia, un po’ come gli individui che lo componevano. Non se ne percepiva il pluralismo interno: fu lo sviluppo del pensiero sociologico, a partire da metà Ottocento, a metterlo in luce.
 Il pensiero cattolico, che non aveva il problema di definire il popolo come nuovo sovrano sociale in quanto riconosceva la sovranità, il potere supremo, ad un ordine soprannaturale del quale il papato era il rappresentante nel mondo, riuscì a rendersi conto di quel pluralismo, innanzi tutto perché iniziò a viverlo, nelle tante iniziative sociali che si svilupparono dalla metà dell’Ottocento, sugli esempi che venivano da altre parti d’Europa e, in particolare, per iniziativa del socialismo. Troviamo descritta questa realtà nella prima enciclica sociale  dell’era contemporanea, la  Le  novità  del papa Vincenzo Gioacchino Pecci, del 1891. Quest’ultima era volta essenzialmente a far prendere al papato il controllo di quel vasto e vivace movimento per indirizzarlo politicamente secondo gli interessi del papato in quel momento. E’ proprio per questo che inizialmente se ne vietarono gli sviluppi democratici-cristiani: la politica, in particolare la gestione delle relazioni con il Regno d’Italia da poco fondato, competevano al papato. In questa concezione i movimenti  presenti nella società erano apprezzati in particolare nel loro effetto di critica sociale  contro l’ordine liberale-borghese dominante.  A cavallo tra Ottocento e Novecento il papato aveva in corso con il  Regno d’Italia la cosiddetta  questione romana, vale a dire la rivendicazione del papato della restituzione del suo piccolo regno nel Centro d’Italia, comprendente anche Roma. La cosa non era più fattibile e alla fine il papato, nel 1929, contrattò con il Mussolini, che in quegli anni egemonizzava politicamente il Regno d’Italia, risarcimenti, altre restituzioni e un piccolo regno di quartiere a Roma, e considerò la faccenda conclusa onorevolmente così. Durante il fascismo il potenziale di critica sociale del movimento cattolico fu silenziato. In particolare ciò riguardò la nuova Azione Cattolica, fondata nel 1903 con una struttura di partito popolare che rapidamente realizzò una vastissima azione di educazione sociale delle masse, comprese quelle femminili. A differenza dei movimenti che l’avevano storicamente preceduta, radunati nell’Opera dei Congressi sciolta d’autorità del papato nel 1904, l’Azione Cattolica non aveva l’obiettivo della critica sociale. Venne concepita come strumento sociale e politico sotto lo stretto controllo del papato, in un’epoca in cui si cominciò a pensare a sanare la frattura con il Regno d’Italia. Sotto il fascismo italiano la critica sociale in Azione Cattolica fu ammessa, in genere, solo nelle organizzazioni intellettuali,  come la FUCI, gli universitari cattolici, e i Laureati Cattolici. E tuttavia, l’esperienza del fascismi storici europei e gli sviluppi che avevano preso gli eventi bellici dal 1943, con la prospettiva imminente di un nuovo ordine europeo, fecero recuperare al papato l’idea di una critica sociale mediante una società con ordinamento pluralistico, per ripristinare un ordine pacifico tra le nazioni. Si ritenne infatti che questa critica sociale in ambiente pluralistico sarebbe valso a contenere l’aggressività dei poteri politici dominanti. Questa intuizione si rivelò fondata. La nostra nuova Europa, che ha realizzato il periodo di pace internazionale più a lungo vissuto sul continente storicamente, si fondò proprio su questo, sull’idea di popoli  animati da formazioni sociali che consentissero l’emergere degli interessi anche degli strati più umili della popolazione, quelli che in genere venivano ignorati o al più strumentalizzati e che erano contrari allo sviluppo delle guerre. Questo è il sistema politico centrato sul principio di sussidiarietà, che è quando il potere politico non cerca di comprimere o strumentalizzare le realtà sociali più piccole, ma anzi le aiuta e le promuove, consentendone l’azione sociale, intervenendo solo quando la società non riesce a esprimere ciò che serve per il bene comune. Bisogna dire che, però, quando, a partire dagli anni ’70, la critica sociale interessò la stessa organizzazione religiosa, essa fu di nuovo scoraggiata. In un ambiente politico come quello italiano in cui tanta importanza aveva assunto l’azione sociale di quelle  formazioni sociali animate dalla nostra fede questo aprì la strada al populismo, che oggi è appunto il principale problema della politica italiana. Il populista conferma la gente nelle sue paure e nelle sue tentazioni, la spinge all’azzardo morale, a farsi ragione da sé a spese degli altri, confermando che questa è l’unica soluzione.  Lo fa per montare sulle spalle della gente e spingersi in alto, al potere. La gente però rimane in basso, perché non è più capace di critica sociale e decide senza ragionare, ma emotivamente, divenendo succube del populista. Una volta al potere il populista continuerà sulla stessa via, potendo però contare su una disponibilità di mezzi molto superiore. E’ per questa via che in Italia si sviluppò il fascismo storico, che, nella sua forma matura, si presentò come un populismo e richiedeva anzitutto  conformismo.
   I sociologi ci avvertono che ai tempi nostri il potere politico è cambiato. Non è più accentrato negli stati o in istituzioni pubbliche sovranazionali. E’ in primo luogo un fatto dell’economia, la quale, favorita da un complesso sistema di accordi internazionali, ha preso il controllo delle società globalizzate. Si è riprodotta una divisione tra classi sociali analoga a quella osservata nell’Ottocento: dall’economia globalizzata riceviamo tutti i beni materiali della vita e una buona parte di quelli immateriali, ma essa ci domina in un sistema di scambi diseguali, che finisce per favorire un’esigua minoranza. Da qui diseguaglianze sociali molto accentuate, e sempre più accentuate. L’economia ci spinge al conformismo, minacciando che in caso facessimo diversamente non arriverebbe più ciò che ci serve per vivere. Spinge a fare ognuno per sé e in questo modo, avendo di fronte non società ma individui socializzati, ci domina meglio, confermandoci in tutte le nostre paure e tentazioni: ed è una forma di populismo dai mille volti. Siccome ci siamo convinti che ognuno debba fare per sé per salvarsi, non abbiamo argomenti per rimproverare i padroni dell’economia quando, in tempi di crisi, tolgono le tende e fuggono con il loro tesoro, lasciando tra noi solo macerie materiali e umane.
  Questo nuovo sistema è intrinsecamente disordinato, caotico, preda degli appetiti egoistici dei gruppi economici maggiori, in grado di condizionare ormai intere nazioni. E allora da questo disordine è riemerso il pericolo di una guerra guerreggiata molto estesa, non più solo dei conflitti limitati che furono caratteristici dell’epoca della  guerra fredda  (1945-1991) tra statunitensi e sovietici. Anche l’Europa ne risulta coinvolta.
 La soluzione è riprendere a contrastare i populismi di ogni tipo attraverso la critica sociale condotta in formazioni sociali pluralistiche, secondo l’intuizione del pensiero sociale cristiano. E’ molto importante l’educazione alla politica, fin da molto piccoli, con forme di tirocinio. Si tratta di rinsaldare quel sistema di limiti e valori che costituisce l’essenza della democrazia avanzata contemporanea. Far uscire la gente dallo stato di massa, soggetta acriticamente all’influsso di ogni specie di populismo. E’ una nuova democrazia  che occorre progettare e realizzare, o meglio una democrazia adeguata ai nostri tempi, che vanno anzitutto ben compresi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


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