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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 31 luglio 2017

Fare politica in spirito di carità

Fare politica in spirito di carità

 Quando il papa Achille Ratti, nel 1927, diceva agli universitari cattolici della FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, queste parole:
I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono, non debbano fare alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai suddetti argomenti, vengono a porre in se stessi le basi della buona, della vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quello della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è la suprema lex a cui devono esser rivolte le attività sociali. E così facendo essi comprenderanno e compieranno uno dei più grandi doveri cristiani, giacché quanto più vasto e importante è il campo nel quale si può lavorare, tanto più doveroso è il lavoro. E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere superiore.
non pensava alla politica democratica, a quella che oggi dobbiamo praticare in Italia.
   In Italia si era all’epoca del fascismo storico trionfante e da tempo si stava trattando per superare la questione romana, le pretese rivendicate dal papato sulla città di Roma e sull’Italia dopo la conquista militare del suo piccolo regno nell’Italia centrale, nel 1870, da parte del Regno d’Italia. A breve sarebbero stati compiuti due atti formali che avrebbero spinto i cattolici italiani alla collaborazione con le istituzioni del regime fascista italiano, in particolare nel sistema delle Corporazioni che organizzava, inquadrandole nel sistema statale, le forze del lavoro. Si tratta dei Patti Lateranensi, conclusi nel 1929 dal rappresentante del papa Ratti e dal capo del governo Benito Mussolini, in rappresentanza del Regno d’Italia, e dell’enciclica Il quarantennale, del 1931, in occasione dei quarant’anni dalla prima enciclica sociale contemporanea, la  Le novità, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci.
  Tuttavia presto gli universitari cattolici e gli aderenti al movimento di Azione cattolica denominato Laureati Cattolici, sorto tra i fucini laureati, i rami intellettuali  dell’Azione Cattolica, colsero l’opportunità del collegamento tra politica e carità, che rendeva lecito dal punto di vista dottrinale conciliare  quelle due dimensioni, per progettare un futuro dell’Italia diverso da quello prospettato dal fascismo e, in particolare, una politica democratica. Bisogna ricordare che quest’idea era stata  scomunicata all’inizio del secolo, dallo stesso papa della Le  novità, il Pecci, con l’enciclica Le gravi [controversie]  sociali, del 1901. Lo stesso magistero papale virò verso questa concezione democratica a partire dal 1944, quando, constatando la rovina dell’Italia causata dalla guerra mondiale in cui dal 1940 il Mussolini aveva portato la nazione al seguito del despota nazista Adolf Hitler, il papa Eugenio Pacelli, nel radiomessaggio natalizio del 1944, incoraggiò i cattolici sulla via della democrazia. La piena accettazione delle democrazia come regime politico maggiormente conforme allo spirito di carità si ebbe però molto più tardi, con l’enciclica Il centenario, diffusa nel 1991 dal papa Karol Wojtyla in occasione dei cento anni dall’enciclica Le novità. Tra il 1891 e il 1991 si è avuto un completo ribaltamento del magistero papale sulla democrazia, condannata addirittura come eretica all’inizio e alla fine proposta come regime politico più conforme alla dignità umana. Con il Wojtyla si ebbe invece una ripresa della polemica con il socialismo, che era molto forte nell’enciclica Le novità. Ma quanto a questo la situazione storica era molto diversa: nel 1891 il socialismo era in forte espansione, in particolare tra gli operai europei, mentre nel 1991 era in crisi terminale.
  Che significa questo nesso tra politica e carità, che secondo il magistero ci deve essere? Dipende da che cosa si intende per politica e per carità. Politica significa governo della società. Carità, in senso religioso secondo la nostra fede, è  far posto agli altri in un benevolo convito dove ce n’è per tutti. In spirito di carità religiosa non è lecito fare esclusioni: tutti  significa tutti. Prefigura un nuovo ordine mondiale. C’è appunto questo in due documenti normativi molto importanti in religione, le Costituzioni Luce per le genti  e  La gioia e la speranza  diffusi dal Concilio Vaticano 2°, tenutosi a Roma tra il 1962 e il 1965. Tra quei due poli c’è la democrazia, che significa  governo del popolo, ma anche  per il popolo e  mediante il popolo. E’ appunto questa la definizione che ne diede il presidente statunitense Abramo Lincoln in un celebre discorso tenuto a Gettysburg  nel 1863, durante fine la Guerra civile tra gli stati del nord e quelli del sud, inaugurando un cimitero militare:
[…]we here highly resolve that these dead shall not have died in vain—that this nation, under God, shall have a new birth of freedom—and that government of the people, by the people, for the people, shall not perish from the earth.
 Siamo fortemente determinati a far sì che questi morti  non siano morti invano, che questa nazione, al cospetto di Dio, abbia una rinascita di libertà, e che il governo del popolo, mediante il popolo e per il popolo non scompaia dalla terra.
  Nella concezione fascista  il popolo  era il popolo italiano, intesa come gente che era nata da italiani da generazioni e che per questo aveva un po’ la stessa faccia. Si pensava ad una razza  fascista, una variante umana italica, che in realtà non è mai esistita. L’altro giorno un politico, parlando di sostenere le famiglie italiane, ha detto che bisogna farlo perché la nostra razza  non scompaia: non se ne è reso conto, perché è una persona che politicamente vuole collocarsi in ambito democratico, ma ha sviluppato un’idea fascista. C’è questa concezione al fondo della decisione di attribuire la cittadinanza italiana a persone che abbiano nonni italiani, anche se non hanno altro legame con l’Italia, e addirittura di farle votare alle nostre elezioni politiche. L’altro giorno si è saputo che il ministro australiano Matt Canavan si è dovuto dimettere perché ha scoperto di avere anche  la cittadinanza italiana e in Australia non si può essere ministri avendo la doppia cittadinanza. Nel 2007 sua madre, nata da italiani, chiese e ottenne la cittadinanza italiana, così sembra che si diventato cittadino italiano, a sua insaputa, anche il figlio, appunto Matt Canavan, all’epoca venticinquenne. Ma è davvero andata così? Davvero non c’è stato necessità di altro? Sulla stampa sono state riportate queste dichiarazioni del ministro dimissionario: “Non sono nato in Italia, non ci sono mai stato e per quanto ne sappia non ho neanche mai messo piede nel consolato o nell’ambasciata italiana.  Sapevo che mia madre fosse diventata cittadina italiana, ma non avevo idea di esserlo anch’io, né avevo mai chiesto di diventarlo”.  Ecco dunque un signore australiano che è diventato italiano senza aver altro legame con l’Italia che i suoi nonni, per diritto di sangue. E da noi ci sono tantissimi ragazzi che  sono nati in Italia, parlano italiano, hanno studiato in Italia, pensano in italiano, agiscono come italiani,  amano l’Italia e gli italiani, vorrebbero con tutte le loro forze essere cittadini italiani e non possono diventarlo perché sono nati da stranieri. Per  condanna di sangue  sono esclusi, l’Italia non è loro, né per loro, né mediante loro. Non potranno votare da noi e se vanno in visita alla Camera dei deputati con la loro classe scolastica, come è accaduto, vengono cortesemente accompagnati alla porta. Il Canavan vi sarebbe invece ammesso, caso mai gli capitasse di passare per l’Italia, perché è anche  cittadino italiano. Avrebbe probabilmente bisogno dell’interprete per farsi capire bene, perché l’italiano che sa risale all’infanzia, se mai la madre gli ha parlato nella nostra lingua.
 “Noi il popolo degli Stati Uniti”, con si apre la Costituzione degli Stati Uniti d’America, entrata in vigore nel 1789, uno degli atti fondamentali della prima rivoluzione democratica moderna, quella statunitense, insieme alla Dichiarazione di Indipendenza nel 1776. Quel noi  non comprendeva la popolazione schiava, composta di genti africane deportate in America, che viveva negli Stati Uniti, una parte rilevante della popolazione residente. Ma neanche tutto il resto del mondo. Ma, con tutto ciò, era un atto lungimirante, che poteva prefigurare una rivoluzione molto più vasta, globale: in qualche modo i rivoluzionari statunitensi avevano parlato a nome dell’intera umanità, non solo di un  popolo,  ma di tutti  i popoli della Terra, quando avevano proclamato, nella loro Dichiarazione di indipendenza:
Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che si fondi su quei principi e che abbia i propri poteri ordinati in quella guisa che gli sembri più idoneo al raggiungimento della sua sicurezza e felicità.
  Non si può rivendicare il  diritto alla democrazia  senza riconoscerlo a tutti. Ne siamo consapevoli?
 Settant’anni di democrazia avanzata hanno inciso meno profondamente nella cultura popolare dei vent’anni del fascismo storico. Perché? La vera ragione è molto dura da accettare, specialmente per noi cattolici. E’ che fascismo e dottrina sociale si erano profondamente integrati e questo ha determinato una vera e propria tradizione, di genitori in figli, che è giunta anche tra noi. E qualche volta, quando si parla del buon cattolico, non ci si rende conto di tratteggiare la figura del fascista cattolico, approvata dal magistero ai tempi della compromissione con il regime fascista storico, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta. Lo si fa il più delle volte senza rendersene conto, ripetendo atteggiamenti che si sono imparati da piccoli, dai nostri genitori, i quali a loro volta li hanno imparati dai loro. Questa ideologia di  conciliazione  tra fede e fascismo si  è radicata fortemente nelle nostre genti di fede al tempo in cui l’Azione Cattolica, la potente agenzia culturale e politica  (oltre che naturalmente religiosa) creata dal papato nel 1906, si fascistizzò, ad eccezione dei suoi rami intellettuali, della FUCI  e dei Laureati Cattolici. Abbiamo, così, in qualche modo, succhiato il clerico-fascismo  con il latte delle nostre madri. Sarebbe possibile realizzare una tradizione democratica nella fede  altrettanto forte? Perché no? Tutto però dipende da che cosa, e soprattutto da chi, consideriamo per popolo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


  

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