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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 24 luglio 2017

Capire la democrazia

Capire la democrazia

 Il pensiero sociale ispirato ai valori della nostra fede è arrivato a collegare pace e democrazia: si ritiene che il mantenimento della pace possa avvenire solo in un ordinamento democratico. Eppure questo nesso tra pace e democrazia è divenuto evidente solo in Europa a partire dalla caduta dei fascismi storici, dal 1945. Prima, e altrove anche successivamente, le democrazie non si sono mostrate particolarmente pacifiche e pacificanti. Un esempio di democrazia abbastanza bellicosa sono gli Stati Uniti d’America, la prima delle democrazie contemporanee, instaurata nei 1789, con l’entrata in vigore della Costituzione approvata nel 1787.
  Democrazia significa governo del popolo, ma che cos’è il popolo e come fa a governare? Di fatto il potere rimane nelle mani di una minoranza, per quanto legittimata da elezioni.  E che cosa ci assicura che il popolo  e i suoi rappresentanti prenderanno decisioni giuste? Le masse possono trasformarsi in belve, sotto l’influsso di chi riesce a dominarle. Lo avevano capito anche gli antichi greci, che furono i primi teorizzatori della politica. Infatti diffidavano della democrazia. Alcuni di loro avrebbero preferito dare il potere a dei sapienti.
 Erano democrazie i Comuni medievali, diffusisi in Europa nel Secondo millennio della nostra era e fino al Trecento, ed erano molto bellicosi.
  C’è qualcosa che è cambiato nell’Europa (Occidentale) del Secondo dopoguerra, per cui le democrazie sono divenute pacifiche? E’ successo proprio questo: è cambiato qualcosa nella concezione e nella pratica della democrazia. Ed è stata molto importante l’influenza delle ideologie e delle politiche sviluppate dai cattolici. La crisi delle democrazie europee è coeva dell’eclisse del pensiero e pratica della democrazia tra i cattolici: sono fatti avvenuti nella stessa epoca e certamente collegati.
  Parlo di pensiero cattolico, perché riconosco una specificità reale, che è nei fatti, non si tratta di mettere un’etichetta su cosa che si è formata in altro ambiente.
 All’origine delle democrazie contemporanee, dal Settecento, vi è l’idea di popolo e di legge: il popolo si dà le sue leggi, è quindi sovrano, e le impone a tutti. Attraverso delle procedure  il popolo  detta le   sue leggi: secondo questa concezione è in questo che consiste la democrazia. Si sostituisce agli antichi sovrani dinastici, quel complesso di autorità monarchiche (regna uno solo) o al più oligarchiche (il potere è del re e di un  senato  che con lui collabora) di prima, il popolo, vale a dire i suoi eletti. La legge del popolo limita tutti, si impone su tutti senza distinzione: è uguale  per tutti. Si  è uguali  perché tutti soggetti alla legge del popolo. Ma si è anche liberi, perché non si è più soggetti all’arbitrio altrui ma alla legge a cui tutti sono soggetti, che definisce i diritti e i doveri di tutti. Per tenere in piedi il sistema occorre anche imporsi doveri sociali, perché altrimenti non si sarebbe popolo, ma solo massa che si muove qua e là, a seconda delle emozioni che spazzano la gente come tempesta e la spingono. Ma anche questi doveri sono stabiliti dalla legge del popolo. Di fatto le leggi vengono scritte a fatte approvare da chi riesce a dominare le masse e così ad accaparrarsene i  consensi e il voto. In questo modo il potere del popolo, la democrazia, si può fare dispotica quanto il potere delle antiche monarchie. Il popolo può essere un sovrano dispotico. Si dice  popolo, ma sono gli strati sociali dominanti che legiferano: le guerre sono catastrofi per le masse di quelli che stanno peggio, perché da questi ultimi sono combattute nei posti più pericolosi e i vantaggi che dalle guerre si ricavano rapinando le ricchezze altrui  sono ripartiti in modo diseguale; tuttavia i conflitti vengono decisi da chi riesce a fare le leggi, da quegli strati dominanti che delle guerre possono beneficiare. Quindi le democrazie, secondo questo modello, non  sono in genere pacifiche.
  Il pensiero sociale cattolico, che poi si tradusse in una dottrina  sociale, non parte dall’idea di popolo sovrano. Nessuno può farsi sovrano, né uno solo, né pochi, né la maggioranza. Perché l’unico sovrano è in Cielo. L’atto di costituirsi sovrano  è in fondo sempre un arbitrio. Nasconde una prepotenza nei confronti degli altri esseri umani e del Cielo. Per cui, in definitiva, il lavoro politico del credente è sempre un rovesciare i potenti dai troni. La dottrina sociale non vede  il popolo, ma, più realisticamente,  un insieme di  formazioni sociali nelle quali ognuno ricava il senso della propria vita. Questo brulicare di formazioni, delle quali il papato aveva fatto esperienza nella seconda metà dell’Ottocento, descrivendola poi nella prima enciclica  sociale, la  Le novità, del 1891, costituisce un sistema di limiti sia verso l’alto, che verso gli individui, che intorno. A nessuna  sovranità deve essere permesso di abrogarlo. Ma anzi i poteri pubblici devono sorreggerlo, aiutarlo nel suo espandersi e, innanzi tutto, lasciare le formazioni sociali libere di operare per il bene universale, di tutti. Il principio di sussidiarietà. Perché appunto è questo, il bene universale, che distingue quelle esperienze sociali da altre tese a realizzare interessi privati, particolari, come le società che gestiscono imprese: ci si aiuta come fratelli nell’interesse di tutti,
Se uno cade, è sostenuto dall'altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov 18,19). [enciclica Le novità, n.37],
per un fine  “universale, perché è quello che riguarda il bene comune, a cui tutti e singoli i cittadini hanno diritto nella debita proporzione.” [enciclica Le novità, n.37]. E’ un fine  virtuoso  proprio perché ha di mira il bene comune, universale.
  E’ una visione di una società che cresce liberamente  dal basso, che non viene egemonizzata all’alto, da un qualche sovrano, sia pure esso  il popolo. E’ questo pluralismo incomprimibile, che i cattolico-democratici sono riusciti a inserire nella nostra Costituzione all’art.2, il limite più efficace a quella degenerazione del potere che porta alle guerre. In questa visione l’autorità opera secondo il principio di  sussidiarietà, che le vieta di inglobare tutta la società civile e di normarla dispoticamente a prescindere da essa. In una società brulicante di formazioni sociali virtuose e costantemente attive è difficile che gli interessi delle masse degli strati sociali inferiori possano venire completamente oscurati da chi detiene il potere, e che si decida di far guerra contro l’interesse dei più. L’interesse per la pace che è dei più contrasta efficacemente gli interessi bellicosi dei pochi. La politica delle masse non si manifesta saltuariamente di elezione in elezione, lasciando poi fare ai pochi che riescono a raggiungere il potere, ma è lavoro di continua generazione della società integrando gli individui che sempre richiede nuovi spazi e occasioni di bene ed è dunque azione continua in società. E’ limite che così si manifesta continuamente in società e che obietta a chi, giunto in alto, invita gli altri a farlo governare senza creare ostacoli, fino alle prossime elezioni.  Questo pluralismo è l’antidoto più efficace ad ogni potere che tenda a degenerare e a farsi assoluto, secondo la tentazione che è di ogni potere, anche in ambiente democratico, se non lo si contiene con limiti efficaci. Ma come evitare che il pluralismo sfasci la società? Occorre diffondere e sostenere un sistema di valori, primo tra tutti quello dell’agàpe, secondo il quale si ritiene che si debba far posto a tutti come in un lieto convito. Agàpe viene tradotto in italiano con  carità ed è per questo che nel pensiero sociale cattolico si sostiene che la politica  è una manifestazione di carità molto importante. Questa ideologia, di matrice sicuramente cattolica, il capolavoro dottrinale del papato romano dalla fine dell’Ottocento nonostante l’indole generalmente reazionaria dei singoli papi, è alla base dell’ordinamento politico della nostra nuova Europa. Ecco perché è così importante che i cattolici riprendano a ragionare e a fare di tirocinio di democrazia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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