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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 25 luglio 2017

Comprendere gli esseri umani

Comprendere gli esseri umani

  Siamo stati abituati ad ascoltare molti pregiudizi sulla nostra fede, come quello che non comprenderebbe a fondo gli esseri umani. Invece è proprio il contrario ed è un vero miracolo: una dottrina proclamata da una schiatta di veterani reazionari da sempre, per scelta estranei alla vita dei più, che coglie così bene nel segno. Vi si può vedere addirittura un segno soprannaturale. Ne rimango sempre stupefatto. Va bene, non hanno inventato nulla, hanno imparato dalla vita, ma non è da tutti farlo. C’è qualcosa di più della semplice osservazione, come potrebbe fare un antropologo che gira per le varie società umana, prende appunti, fa domande, vede come fanno quelli in mezzo ai quali è capitato e poi ci ragiona su. Come lo possiamo chiamare? Compassione, empatia, simpatia, misericordia… Non è mai uno sguardo distaccato quello religioso perché prende le mosse da una conversione. Quando lo spirito, che è in noi e che non è solo la nostra mente, ci porta a desistere dai nostri istinti di antiche belve e ad accostarci agli altri in modo nuovo. E’ un comandamento nuovo  che si segue  e che avvince, ma non come le altre regole a cui si  è soggetti e che pesa obbedire: è un giogo leggero, anche se ne può andare di mezzo la vita. Perché chi perde la propria vita seguendo il comandamento nuovo la salverà, come è scritto.  
  E’ un papa reazionario, Achille Ratti, ad avere collegato politica e carità, in un discorso agli universitari della FUCI tenuto il 18 dicembre 1927:
I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono, non debbano fare alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai suddetti argomenti, vengono a porre in se stessi le basi della buona, della vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quello della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è la suprema lex a cui devono esser rivolte le attività sociali. E così facendo essi comprenderanno e compieranno uno dei più grandi doveri cristiani, giacché quanto più vasto e importante è il campo nel quale si può lavorare, tanto più doveroso è il lavoro. E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere superiore. È con questo intendimento che i cattolici e la Chiesa debbono considerare la politica; poiché la Chiesa e i suoi rappresentanti, in tutti i gradi di tal rappresentanza, non possono essere un partito politico, né fare la politica di un partito, il quale per natura sua attende a particolari interessi, o se pur mira al bene comune, sempre vi mira dietro il prisma di sue vedute particolari. Atteggiamento questo tanto più raccomandabile a giovani universitari che devono consacrarsi alla propria preparazione, senza la quale la loro futura attività non può essere né illuminata, né benefica. Come nel loro presente periodo essi attendono allo studio delle future professioni e non le esercitano, così anche per ciò che riguarda il viver sociale; essi devono ora attenersi al loro programma di preparazione, perché, quando prenderanno il loro posto nella società, possano poi dare a questa anche il contributo della buona, cristiana politica. 
  Abbiamo riflettuto bene su ciò che comporta? E’ la base di una vera e propria rivoluzione. Tradurre l’agàpe  in realtà sociale: niente di meno! Fare posto a tutti, perché si sa che la vita non è vita umana se si rinuncia ad anche uno solo degli altri intorno a noi.
  Parliamo di popolo  e ci sentiamo spaesati. Ma chi è questo popolo, riusciamo a figurarcelo? Se però parliamo di mondi sociali,  di un insieme di relazioni che creano il senso della vita e che si cercano e si conoscono continuamente tra loro e danno senso alla vita proprio nel cercarsi e incontrarsi, allora è diverso, perché vi è rappresentata la nostra vita. Siamo noi. Si parte dalle famiglie, al loro meglio naturalmente, quando non sono ancora sfigurate dalle convenzioni sociali e nascono da un cercarsi e un conoscersi, per incontrarsi, e allora sono innanzi tutto luoghi dell’anima, mondi vitali, come scriveva mio zio Achille. Perché non dovrebbe essere in tutto così? Questa l’utopia religiosa. Utopia però sarebbe un posto che non c’è, in un tempo che non viene mai. Ma tra gli esseri umani questo c’è già, lo si vive. Ma intorno c’è anche una realtà sociale che fa resistenza. Perché? La realtà dell’agàpe  ci è stata rivelata, ci si è imposta ad un certo punto, da un certo momento. Ci distoglie dalle nostre antiche e crudeli consuetudini naturali, pe cui pesce grosso mangia pesce piccolo. Non sono d’accordo con chi dice che le fedi religiose sono più o meno tutte uguali. Ma è vero che più o meno in tutte quelle che mi sono note si coglie questa aspirazione verso l’agàpe.  Ma poterla chiamare per nome? Nella nostra fede lo facciamo. Non  è questa una grande responsabilità?  Perla preziosa, tesoro nascosto, la definiamo con tanti paragoni. Si è spinti a lasciare tutto per conseguirla. E più si avanza negli anni, se si riesce anche ad avanzare in saggezza, questo diventa sempre più evidente.
  Non siamo macchine animate, pensanti: c’è in noi una realtà spirituale, che non è fantasia, ma, appunto, realtà, che ciascuno sperimenta. E’ attraverso lo spirito che entriamo in relazione con gli altri e costruiamo l’agàpe  in senso anche religioso.  I problemi sociali nascono più o meno tutti quando quella realtà viene negata, con vari argomenti e per varie ragioni. Ma fondamentalmente accade quando si vuole poter fare degli altri ciò che si vuole, farne docili strumenti della propria volontà. Qui viene però l’irriducibile obiezione religiosa che ha anche un valore politico. I papi storicamente immaginarono di essere plenipotenziari religiosi, vicari, in quel senso. Ma non riuscì loro granché bene. Furono storicamente sovrani mediocri, alcuni migliori degli altri, ma in genere mediocri. Penso che si possa trasferirli dai loro troni agli altari solo con una buona dose di immaginazione. Furono sovrani come tanti altri del loro tempo e anche prima e dopo di loro. Gli esseri umani posti sul trono in genere deludono, e ci si può fare poco, salvo prevedere procedure per la loro sostituzione senza esiti drammatici.  A questo appunto serve la democrazia, a porre un limite a qualsiasi potere. Ma i  papi, nell’indicare una sovranità celeste, nel relativizzare ogni altra sovranità, anche quella che si pretendeva fosse del popolo, funzionarono. Nessuno deve essere completamente in mani altrui. E ciò che non è agàpe  vale poco. Pervicacemente i papi da fine Ottocento proclamarono questa dottrina, che, nell'opera ostinata del cattolicesimo democratico, sovvertì, alla caduta dei fascismi storici, la bellicosa Europa di prima, creando un’Europa di pace, la nostra nuova Europa, fondata sul principio di sussidiarietà.
 Eccolo definito da un papa:
80. È vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche delle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle. 
81. Perciò è necessario che l'autorità suprema dello stato, rimetta ad associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe più che mai distratta ; e allora essa potrà eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le parti che a lei solo spettano, perché essa sola può compierle; di direzione cioè, di vigilanza di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità. Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo, che quanto più perfettamente sarà mantenuto l'ordine gerarchico tra le diverse associazioni, conforme al principio della funzione suppletiva dell'attività sociale, tanto più forte riuscirà l'autorità e la potenza sociale, e perciò anche più felice e più prospera la condizione dello Stato stesso. 
82. Questa poi deve essere la prima mira, questo lo sforzo dello Stato e dei migliori cittadini; mettere fine alle competizioni delle due classi opposte, risvegliare e promuovere una cordiale cooperazione delle varie professioni dei cittadini. 
[Dall’enciclica Il quarantennale, del 1931, diffusa dal papa Achille Ratti, regnante in religione come Pio 11°]
  Che cosa potrebbe esserci di più distante dal fascismo italiano totalitario, che imperava nel 1931? Eppure solo due anni prima, nel 1929, il papato aveva concluso un compromesso proprio con il capo del fascismo che venne immortalato mentre, nel palazzo del Laterano, firmava i documenti dei Patti Lateranensi.
  E’ per questo che noi cattolici non abbiamo mai avuto veramente cuore di separarci dai nostri papi, pur come essi sono, con i loro limiti umani, che tanto più vengono in evidenza negli esseri umani, ed anche nei sovrani religiosi,  quanto più  si giunge in alto. Sì, ci sono state anche altre grandi anime che si sono spese in quella stessa direzione. Ma in fondo è proprio la  dottrina sociale, il lavoro organizzato dai nostri papi, ad aver prodotto, con una svolta cultura importantissima, con riflessi politici, giuridici, istituzionali, sociali, la straordinaria realtà sociale della nostra nuova Europa, un fatto unico nella storia dell’umanità, mai visto prima. Non  è un caso, credo, che l’Unione Europa sia attualmente guidata dalla Germania governata da democristiani. Ora è in crisi, certo, ognuno è tentato di fare per sé, il miracolo sembra dissolversi. Si preferirebbe lasciare i sofferenti al loro destino, non si pensa si avere bisogno, non ci si sente diminuiti se mancano all’appello. Non è forse perché la capacità politica dei cattolico-democratici è venuta progressivamente meno e, allora, la politica è vista come lotta di tutti contro tutti per far prevalere gli interessi dei più forte, gli altri abbiano le briciole, stiano indietro e spilucchino ciò che cade dalle tavole dei ricchi? Uno spirito religioso si sente rimordere dentro. Ma se uno vuole farsi macchina sociale, antica belva, perché, nel suo spirito, non vede altra soluzione e, inoltre, i populisti gli confermano che effettivamente non c’è altra soluzione che essere, farsi, cattivi? Ed ecco che anche oggi, però, ci giunge la voce di un papa, il quale, pur con tutti i suoi limiti che egli nemmeno nega, tanto che non manca mai di chiederci di pregare per lui, ci richiama l’anima e lo spirito, l’agàpe e l’insegnamento del nostro antico Maestro, la giusta via. Dal male nasce solo il male: oggi tocca ad altri, domani toccherà a noi, come accade in natura quando le bestie invecchiano e allora vengono lasciate indietro e muoiono, sopraffatte da bestie più feroci di loro o semplicemente dalla natura, senza più nessuno a dare aiuto.
 Democrazia, carità, pace, persona e mondi vitali: tutto il nostro pensiero sociale ruota intorno a questo. Quando c’era il conflitto tra socialismo e capitalismo se ne parlava come di una terza via, una specie di  via di mezzo, ma non è così: è veramente un’altra via. Lì dove i mondi vitali, invece di confliggere, come vorrebbe la crudele legge della natura, si cercano, si incontrano, e nell’incontro, nella relazione, non nel conflitto, crescono e si arricchiscono.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

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