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domenica 31 luglio 2016

Servizio parlamentare come tirocinio di governo democratico

   Prima di ragionare sulla riforma costituzionale recentemente approvata dal Parlamento e su cui tra pochi mesi dovremo dire la nostra in un referendum, come cittadini e secondo modalità di sovranità popolare, è utile scrivere qualcosa sul servizio parlamentare. Di questi tempi lo sento spesso descrivere come un privilegio inutile alla società, utile solo a chi riesce ad aggiudicarsi i ricchi stipendi parlamentari e i molti servizi gratuiti ad essi connessi. In ambienti religiosi non aiuta certamente la struttura non democratica dell'organizzazione delle nostre collettività religiose.  In religione siamo governati da una oligarchia, un sistema di potere in cui i pochi dominano sui più, cooptata, vale a dire scelta da gerarchi di livello superiore. Sopra tutti governa uno solo, il cui potere è configurato come quello di un imperatore religioso. In realtà, come può immaginarsi che una sola persona possa veramente dominare   diverse centinaia di milioni di persone, quante sono quelle che seguono la nostra confessione? E in effetti i nostri imperatori religiosi confessano qualche volta di sentirsi come prigionieri nella cittadella vaticana, centro del loro potere. È più verosimile pensare che al vertice vi siano oligarchie autoreferenziali, quali, ad esempio, si manifestano nel collegio cardinalizio. 
 Dunque, il servizio parlamentare sarebbe uno spreco, una fonte di spesa non produttiva. Un sovrano illuminato, competente, o meglio oligarchie illuminate e competenti farebbero meglio e con minor dispendio di denaro pubblico, che viene raccolto prelevando una quota dei redditi dei cittadini.
  Del resto l'economia delle nostre società, quella che produce i beni essenziali della vita, è organizzata per oligarchie cooptate: è la struttura delle imprese capitalistiche. Di fronte ad esse l'altra gente assume due ruoli, quello di lavoratore e quello di consumatore. Finché essi furono rivestiti dalla stessa gente, in un unico contesto nazionale, tutto è andato, in fondo, per il meglio. Infatti le imprese, per avere consumatori, dovevano anche fornire ai propri lavoratori retribuzioni che consentissero di spendere per i consumi. Nel mondo contemporaneo, invece, in cui la produzione economica e il commercio sono globalizzati, e ciò significa che le imprese e il capitale in esse investito non hanno più frontiere davanti a sé sia nella produzione come nel commercio, la situazione è diversa. Si produce dove costa meno produrre e si vende dove si possono fare i prezzi più alti. In Italia la gran parte degli oggetti di uso quotidiano (verificate) sono prodotti in Asia. I costi di produzione più bassi hanno comportato anche prezzi più bassi al consumo, da noi, per cui i lavoratori italiani, da consumatori, hanno beneficiato dei salari più bassi pagati ai lavoratori asiatici. Alla lunga, però, lo spostamento delle produzioni all'estero ha comportato una riduzione dell'occupazione in Italia. Le imprese potrebbero ritornare a produrre in Italia? Certo, se a loro convenisse. Se le condizioni di lavoro e le retribuzioni diventassero più simili a quelle asiatiche. Da qui, Italia, un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro, che si sono fatte più precarie, e delle retribuzioni. Così l'occupazione in Italia è in lenta ripresa in alcuni settori, per la stessa ragione per cui, ad esempio, avvenne la stessa cosa in Romania, al tempo in cui le produzioni italiane vennero "de localizzate", vale a dire trasferite in quello stato. Perché costa di meno produrre. Questo processo ê stato assecondato negli ultimi anni dalla nostra politica nazionale. Ma i lavoratori italiani hanno perso qualcosa, rispetto ai tempi dei loro genitori. Sebbene siano in maggioranza nella Repubblica, sui loro interessi hanno prevalso quelli dei pochi che,in oligarchie private, dominano produzione e commercio. In definitiva, si vede che le oligarchie non funzionano tanto bene quando devono fare gli interessi dei più. Sono insofferenti dei limiti posti nell'interesse generale e di fronte ad esse i lavoratori/consumatori sembrano, e in effetti sono, impotenti, salvo che si elevino alla cittadinanza, alla sovranità politica di massa, ciò che richiede di uscire dal proprio micromondo familiare o aziendale e farsi carico, collettivamente, della politica generale. Questo richiede un tirocinio, è cosa che si impara, non è innata. È una conquista culturale che va rinnovata di generazione in generazione.  Non basta studiarla sui libri. I luoghi dove si fa questo tirocinio sono gli organi collegiali elettivi delle istituzioni pubbliche, il Parlamento in primo luogo. In Parlamento, se si fa il servizio parlamentare come si deve, si cresce, in umanità, sapienza, competenza, capacità di sviluppare una politica democratica. È quello che è appunto accaduto negli anni della nostra Repubblica: la creazione e il mantenimento, dopo il ventennio del fascismo storico, di una classe dirigente politica di derivazione popolare, che ha "reso presenti", questo appunto significa "rappresentanza parlamentare", gli interessi dei più. E che, nelle gravi emergenze che l'Italia ha vissuto, in particolare negli scorsi anni '70, hanno salvato pace politica e democrazia.
 In un sistema di democrazia di popolo, come il nostro vuole ancora essere, non si dovrebbe arrivare a dirigere un governo nazionale senza aver fatto quel tirocinio parlamentare. Eppure, come è stato osservato e come si può facilmente verificare, oggi le figure di riferimento dei due maggiori partiti politici nazionali non l'hanno svolto. In un certo senso la recente riforma costituzionale riguardante il Parlamento è opera di neofiti nel lavoro parlamentare, di persone che solo da poco hanno fatto esperienza parlamentare, o addirittura mai. E questo anche che se si sono serviti di consulenti costituzionalisti. La decisione finale, tra le diverse forme parlamentari possibili, è stata però loro, hanno avuto l'ultima parola. Non è stato così, in fondo, si potrebbe ribattere, anche nel 1946 e 1947, in quell'anno e mezzo in cui fu scritta la nostra Costituzione, da persone molte delle quali molte, in particolare quelle più giovani, erano neofite nel lavoro Parlamentare? È vero, fu così. Ma tra quei tempi e quelli nostri c'è una grande differenza: dopo l'esperienza della dittatura fascista, c'era negli anni Quaranta una gran voglia di Parlamento, visto come il più importante antidoto alla ripresa del totalitarismo, che solo da pochissimo era stato vinto è abbattuto. Oggi il clima è un altro, come tutti possono accorgersi.
 Nei sessantacinque anni della storia parlamentare della nostra Repubblica gli interessi dei più, tre generazioni di italiani, che sono state compresenti e nel tempo si sono succedute, tra morti e viventi forse un centinaio di milioni di persone o giù di lì,  sono stati rappresentati da circa 15.000 parlamentari, 900 ogni quattro anni in media tenuto conto delle legislature chiuse anticipatamente, che si sono succeduti nel servizio parlamentare. Davvero li possiamo considerare troppi o inutili? Tenuto conto che da essi è dipesa la nostra vita sociale, quasi tutta, ogni nostra libertà e il benessere e la pace.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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