INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

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sabato 10 febbraio 2018

Aporofobia, avversione per i poveri: a chi conviene?


Aporofobia,  avversione per i poveri: a chi conviene?

Xenofobia è l’avversione per lo straniero, razzismo è l’idea di appartenere a una razza superiore tra altre inferiori. Sciovinismo è quando si pensa che la propria nazione venga prima di tutto: tipico l’America first  di Donald Trump. Il caso della vendita dei treni di  Italo agli statunitensi guidati da Adebayo "Bayo" O. Ogunlesi (si veda il post  che precede), nato in Nigeria,  dimostra che gli italiani non sono xenofobi, razzisti o sciovinisti come dicono. Basta che uno si presenti con tanti soldi e non vanno tanto per il sottile. A volte se la prendono con certi africani perché sono poveri e hanno le cattive abitudini dei poveri di sempre, girano affamati, infreddoliti, chiedendo qualcosa a chi passa. Sono aporofobi. Aporofobia: neologismo dallo spagnolo, significa avversione per i poveri.
  C’è gente che è convinta che questi poveri che vengono da fuori, senza sapere una parola di italiano, senza saper fare quasi nulla di ciò che serve tra noi, affamati, infreddoliti, senza parenti o amici che siano diversi da loro, stiano rubando il posto di lavoro ai figli degli italiani, ben nutriti, vestiti, con almeno dieci anni di scuola alle spalle, con tanti amici e parenti che creano intorno a loro una rete di solidarietà, con tanti diritti sociali per quando stanno male e se proprio non riescono a trovare lavoro. A sentirla mettere così è un’idea bislacca. Ma la gente ci crede, e ci soffre anche. Chi comanda spesso conferma: è proprio così come pensano. E lo dice mentre chi da noi controlla l’economia sfrutta gli africani qui da noi e da loro. La nostra disoccupazione giovanile è conseguenza della stessa economia che con i suoi disastri spinge gli africani verso di noi. Se le masse di chi in questa economia ci rimette si coalizzassero, sapessero lottare insieme, in tutto il mondo, le cose finirebbero per cambiare. Ma che ne sarebbe dei potenti padroni dell’economia? Di quelli che riescono a convincerci a vivere e comprare in un certo modo, come a loro conviene?
 In un’economia globalizzata, in cui i soldi si fanno a livello  globale, ad esempio comprando i treni italiani con soldi di mezzo mondo se così conviene e offrendo servizi di trasporto all’Europa intera, senza frontiere, perché conviene, vince chi non è costretto dentro confini nazionali, perdono le masse che vi sono rinchiuse, ciascuno tendenzialmente a casa propria. E quelli che non ci possono proprio rimanere, pena la vita? Beh, quelli vengono considerati senza diritti, perché sono in casa d’altri, in realtà nella prigione sociale di altri. Si arrangino, sono senza protezione sociale. Finiscono così nelle mani di chi li può sfruttare a suo piacimento, senza più limiti, in tutti i modi in cui un essere umano, da sempre, può essere sfruttato. Ora tocca a loro, ma in passato è toccato anche a noi, e proseguendo le cose come stanno andando, toccherà di nuovo anche a noi, anzi sta già accadendo. Le masse, disunite, finiscono nelle mani di minoranze privilegiate, come sempre è accaduto prima dell’avvento dei processi democratici, dalla fine del Settecento. L’Unione Europea vorrebbe liberare le masse dalle prigioni nazionali. Per questo dà libertà di circolazione e diritti sociali ai suoi cittadini. Ma c’è chi rimpiange i bei (per lui) tempi andati: in cui da noi poteva pagare i lavoratori con moneta svalutata, la nostra liretta,  e mettere al sicuro il capitale in moneta forte. Ora la moneta forte è nelle tasche di tutti. Certi imbrogli non hanno più corso. I risparmi non evaporano come accadde a quelli di mio padre negli anni ’70 e ’80. Ma bisognerebbe mettere più soldi nelle tasche di chi ne ha meno. Com’è che in un Occidente tanto ricco, sfacciatamente ricco, c’è tanta gente che sta male e che non arriva a fine mese? Com’è che i giovani si devono accontentare di lavoretti, vale a dire lavori in cui si lavora molto e si guadagna poco? Com’è che il lavoro è svalutato? Qualcosa non va.  Questo dovrebbe essere il tema centrale di una campagna elettorale seria. Invece…
  Ecco che i candidati promettono di prendersela, per conto nostro, con gli immigrati poveri che sono tra noi. Ma a chi conviene, veramente?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


Mr. Adebayo Ogunlesi: originario della Nigeria compra Italo

Mr. Adebayo Ogunlesi: originario della Nigeria compra Italo



Mr. Adebayo Ogunlesi, Presidente e Amministratore delegato  di Global Infrastructure Partners (GIP): considerato al settimo posto tra i più potenti uomini d'affari del mondo







Adebayo Ogunlesi -  informazioni da https://en.wikipedia.org/wiki/Adebayo_Ogunlesi

  Adebayo "Bayo" O. Ogunlesi, JD,nato il 20 dicembre 1953, è un avvocato nato in Nigeria e un banchiere d’affari. Ogunlesi è attualmente Presidente e Amministatore delegato presso la società di private equity Global Infrastructure Partners (GIP). Ogunlesi era l'ex capo del Global Investment Banking presso il Credit Suisse First Boston. prima di essere promosso a Direttore commerciale centrale e Vice presidente esecutivo.
 Onunlesi è di Makun, Sagamu, stato di Ogun in Nigeria. È figlio di Teofilo O. Ogunlesi, il primo professore di medicina nigeriano all'Università di Ibadan.  La sua famiglia è di origine yoruba.
 Ogunlesi  ha studiato  al King's College, Lagos, una scuola secondaria a Lagos, in Nigeria. Ha ricevuto un diploma B.A. Bachelor of Art [corrispondente alla laurea italiana] con il massimo dei voti in Filosofia, Politica ed Economia dalla Oxford University in Inghilterra. Nel 1979, ha ricevuto un J.D. [Juris Doctor, vale a dire laurea in giurisprudenza] magna cum laude [con la lode] presso la Harvard Law School e un M.B.A. [Master in Business Administration, una specializzazione in direzione aziendale]  della Harvard Business School, che ha perseguito contemporaneamente.  Durante la sua permanenza ad Harvard, era nella Harvard Law Review [la rivista degli studenti di Legge]-
 Dal 1980 al 1981, Ogunlesi ha lavorato come assistente del giudice Thurgood Marshall della Corte Suprema degli Stati Uniti. Ogunlesi è stato avvocato d’affari dello studio legale Cravath di New York, Swaine & Moore, dove aveva fatto pratica mentre studiava per il suo M.B.A.
 Nel 1983, Ogunlesi ha collaborato nella banca di investimenti First Boston come consulente per un progetto industriale in Nigeria nel ramo del gas naturale. Nella First Boston, ha lavorato nel Project Finance Group, consigliando i clienti su transazioni e finanziamenti e ha lavorato a transazioni in Nord e Sud America, Caraibi, Europa, Medio Oriente, Africa e Asia. Dal 1997 al 2002, è stato a capo del gruppo globale dell'energia della famosa banca d’affari internazionale  Credit Suisse First Boston (CSFB) [con sedi centrali a Zurigo - Svizzera - e New York City -USA]. Nel 2002, Ogunlesi è stata nominato Direttore centrale della divisione investimenti di CSFB.  Sempre nel 2002, è stato membro del consiglio di amministrazione e del comitato direttivo del Credit Suisse. Dal 2004 al 2006, Ogunlesi è stato Vicepresidente esecutivo e Chief Client Officer di CSFB.
  Nel luglio 2006, Ogunlesi ha dato vita alla società di private equity [un’impresa che gestisce capitali non raccolti attraverso transazioni in borsa] Global Infrastructure Partners (GIP), una joint venture [un’associazione temporanea di imprese] i cui investitori iniziali comprendevano Credit Suisse e General Electric. Attualmente è Presidente e Amministratore delegato.
  Nel 2006, GIP ha acquistato l'aeroporto di London City. Nel 2009, GIP ha acquisito la maggioranza nell'aeroporto di Londra Gatwick in un affare del valore di  [750 milioni  di sterline - correzione mia a quanto riportato da Wkipedia sulla base di notizie da Financial Times]La stampa nigeriana gli ha dato il soprannome, "L'uomo che ha acquistato l'aeroporto di Gatwick".  Il GIP possiede anche l'aeroporto di Edimburgo, acquistato nel 2012.
 [aggiunta mia: nel febbraio 2018 GIP acquista per 1,94 miliardi di euro la totalità del capitale sociale della società Italo, che in Italia gestisce una rete privata di treni ad alta velocità]
 Ogunlesi è membro dell'Ordine degli Avvocati del Distretto di Columbia. Mentre lavorava al Credit Suisse First di Boston, è stato docente presso la Harvard Law School e la Yale School of Organization and Management,  dove ha tenuto un corso sui progetti di investimento transnazionale nei paesi emergenti.
 Nell'ottobre 2012, Ogunlesi è stata nominato membro del Consiglio di amministrazione della banca d’affari Goldman Sachs.  Il 24 luglio 2014 è stato nominato Lead Director [Consigliere indipendente]
A dicembre 2016 è stato annunciato che Ogunlesi, con altri leader aziendali, avrebbe fatto parte del Forum strategico e politico di Donald Trump, che è stato sciolto il 16 agosto 2017.
 Ogunlesi è sposato con un’optometrista di origine britannica, la dottoressa Amelia Quist-Ogunlesi dal 1985. Hanno due figli. 

venerdì 9 febbraio 2018

Che cosa siamo diventati?

 Che cosa siamo diventati?

 Qualche giorno fa un uomo italiano ha girato in macchina per Macerata sparando con una grossa pistola agli Africani che incontrava. 
 Si  era pensato di organizzare una manifestazione per suscitare una reazione civica contro fatti simili. Poi si è rinunciato. Motivi di ordine pubblico, si è detto. Lo ha anche chiesto il Sindaco della città. Evidentemente il tentato omicida ha degli estimatori. Forse si è temuto che molti, troppi, alla fine solidarizzassero con lui.
  Che cosa siamo diventati? 
 Su La Repubblica  di ieri hanno raccontato le vite dei feriti. Conoscerle può essere utile per riacquistare sembianze umane.
 L'istinto delle antiche belve da cui biologicamente discendiamo fa parte di noi. Non lasciarsene dominare è quel progresso culturale che rende gli esseri umani, spesso, piuttosto diversi dagli altri primati,  i viventi di cui tutti noi siamo una specie.
Orchi in un film della saga del Signore degli anelli. Appariamo così quando la belva che è in noi prende il sopravvento









mercoledì 7 febbraio 2018

Un espediente per fascinare elettori superficiali

Un espediente per fascinare elettori superficiali

 La proposta di rimandare a casa loro  centinaia di migliaia di stranieri giunti in emergenza in Italia è solo un espediente per fascinare elettori superficiali, con poco tempo per la politica. La prova è questa: destra e sinistra dal 1990, da quando sono cominciati a manifestarsi flussi migratori più intensi dal Terzo mondo verso l’Europa, hanno provato a  rimandarli a casa loro, con i risultati che sappiamo. Non solo non ci sono riusciti, nonostante tutti i loro sforzi, ma con quel  provarci  si sono anche esonerati dal cercare di fare meglio quello che occorreva veramente, vale a dire di integrare  i nuovi arrivati. La gran parte di questi ultimi, allora,  ha fatto da sé. Li troviamo intorno a noi a vivere e lavorare in pace. Quelli che non ci sono riusciti, o non ci sono ancora riusciti, perché fare da sé partendo dal fondo della società è molto difficile hanno cercato di arrangiarsi in qualche modo per sopravvivere. Voi che fareste nelle loro condizioni? Chiedere l’elemosina può servire. Ma vendere stupefacenti al minuto, ai moltissimi consumatori che ci sono da noi, rende di più. Si rischia. Ma se uno è un sbandato, che paura può fargli il carcere? Il mercato degli stupefacenti è un problema sociale, certo. Chi ha la mia età ancora ricorda un tempo in cui non c’era. Si è sviluppato alla fine degli anni Sessanta. Ma il problema è appunto il mercato, l’abitudine a consolarsi con le droghe, ed è creato da chi le consuma e da chi le procura. Tra questi ultimi anche gli immigrati irregolari, che però sono quelli che ci guadagnano di meno. Se non ci fossero loro ad occuparsi delle consegne al minuto, ai piccoli consumatori, ci sarebbero altri sbandati, ad esempio gli stessi tossicodipendenti. Ma quasi tutta la frutta che mangiamo è raccolta nei campi da immigrati poveri, in condizioni di grave sfruttamento, a volte non molto distanti dalla schiavitù. Al fondo di tutto c’è questa situazione di povertà estrema in cui gente è costretta a  casa sua  e qui da noi. Perché, convinciamocene, quelli che sono rimasti  a casa loro, non li trattiamo meglio di quelli che sono in Italia. Prendiamo quello che ci serve, diamo loro in cambio quello che riteniamo giusto in un mercato da noi dominato, e vorremmo costruire muri per proteggere questa situazione che ci è favorevole. Paghiamo poco quasi tutto quello che è di nostro uso comune, che viene prodotto all’estero da lavoratori pagati poco. E’ per questo che costa così poco. Controllate le etichette di ciò che usate, il “made in…”.
  Scagliarsi contro gli africani, prendendoli tutti per spacciatori, significa  costruire un nemico. Umberto eco ci scrisse sopra un pezzo molto importante. Osservò che avere un nemico sembra necessario per compattare la società. Citò lo scrittore francese Jean-Paul Stare, il quale aveva osservato che costruendoci dei nemici ci costruiamo il nostro inferno  in terra. Nel dramma Huis clos, «a porte chiuse», scrive Eco, «Satre chiude tre defunti, che in vita non si conoscevano, in una camera d’albergo, uno di essi capisce la tremenda verità:
Guardate che cosa semplice: insipida come una rapa. Non c’è tortura fisica, va bene? Eppure, siamo all’inferno. E nessun altro deve arrivare, qui. Nessuno. Fino alla fine, noi tre soli, insieme […] Manca il boia […] Hanno realizzato una economia di personale. Ecco tutto […] Il boia, è ciascuno di noi per gli altri due.»
   Chi controlla la società, chi controlla il mondo? Non gli immigrati poveri. Capire chi comanda nel mondo significa capire chi è veramente responsabile delle migrazioni. Chi ha organizzato il mondo, guadagnandoci, in un modo per cui ci sono tanti  scarti umani che cercano salvezza altrove da una vita disumana. Noi Europei siamo dalla parte dei dominatori del mondo. Noi siamo quelli che stanno meglio in un mondo in cui la gran parte della gente sta peggio. Ma tra noi c’è chi ha guadagnato di più, chi controlla il gioco. Capire la politica è capire chi in società dirige e chi subisce ed esegue. Una volta individuato chi comanda, lo si può giudicare dai risultati. E questo che chi comanda non vuole che si faccia perché la realtà è che non ha comandato bene, e se non lo ha fatto in passato e non vuole cambiare, perché ci ha anche guadagnato, si è arricchito, non è ragionevole pensare che lo farà nel futuro, nonostante le promesse elettorali.
  La soluzione di chi promette di  rimandarli a casa loro  significa, sostanzialmente, più violenza pubblica, la caccia all’immigrato strada per strada su larga scala, utilizzando anche la delazione popolare, come si fece, anche da noi, per la caccia all’ebreo. L’incubo che si è vissuto l’altro giorno a Macerata rischia di diventare la nostra vita quotidiana. Ma, tranquillizzatevi: sono solo promesse elettorali. Nessuno ha veramente la possibilità, né avrà, penso, la voglia (e la convenienza), di mantenerle. Raggiunto il potere, si giustificherà in qualche modo. Le cose continueranno andare come prima. Chi ha il potere controlla l’informazione, avrà chi gli confezionerà le scusanti che occorrono. Si getterà la colpa su qualcun altro. Su quelli di prima, ad esempio, o, se comanderanno quelli di prima come sembra possibile che accada, sul mondo, sulle potenze globali, sui mercati, sui terroristi eccetera eccetera. In religione per certe colpe si parla di demonio. Ma chi sarebbe disposto a scusarsi ammettendo di aver seguito i suoi consigli? Eppure…
 Una politica così vale poco. Propone soluzioni irrealizzabili e cattive a problemi reali, senza volerli affrontare veramente. Spetta agli elettori sanzionare politiche così. E’ per questo che si fanno le elezioni. Gli argomenti giusti possono essere trovati nella dottrina sociale che condanna duramente, come un grave peccato personale e sociale, il proposito di  rimandarli a casa loro. E’ scritto in due documenti che possono essere considerati, e utilizzati, come veri e propri manuali di politica, l’esortazione apostolica La gioia del Vangelo  - Evangelii Gaudium  e Laudato si’, entrambi diffusi da papa Francesco. Li potete leggere sui vostri cellulari dal sito <www.vatican.va>, cliccando su  Encicliche  ed Esortazioni apostoliche. Fatelo. Chi si lascerà fascinare dalla cattiva politica ne sarà corresponsabile: la democrazia dà potere alle masse, ma anche corresponsabilità.
Maraio Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


domenica 4 febbraio 2018

La pace come obiettivo politico

La pace come obiettivo politico

[Dall’enciclica La pace in terra,  diffusa nel 1963 dal papa Giuseppe Angelo Roncalli, regnante come Giovanni 23°]

L’ordine nell’universo
1. La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio.
I progressi delle scienze e le invenzioni della tecnica attestano come negli esseri e nelle forze che compongono l’universo, regni un ordine stupendo; e attestano pure la grandezza dell’uomo, che scopre tale ordine e crea gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle a suo servizio.
2. Ma i progressi scientifici e le invenzioni tecniche manifestano innanzitutto la grandezza infinita di Dio che ha creato l’universo e l’uomo. Ha creato l’universo, profondendo in esso tesori di sapienza e di bontà, come esclama il Salmista: "O Signore, Dio nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!" (Sal 8,1). "Quanto sono grandi le opere tue, o Signore! Tu hai fatto ogni cosa con sapienza"; (Sal 104,24) e ha creato l’uomo intelligente e libero, a sua immagine e somiglianza, (Cf. Gen 1,26) costituendolo signore dell’universo: "Hai fatto l’uomo — esclama ancora il Salmista — per poco inferiore agli angeli, lo hai coronato di gloria e di onore; e lo hai costituito sopra le opere delle tue mani. Hai posto tutte le cose sotto i suoi piedi" (Sal 8,5-6).
L’ordine negli esseri umani
3. Con l’ordine mirabile dell’universo continua a fare stridente contrasto il disordine che regna tra gli esseri umani e tra i popoli; quasicché i loro rapporti non possono essere regolati che per mezzo della forza.
Sennonché il Creatore ha scolpito l’ordine anche nell’essere degli uomini: ordine che la coscienza rivela e ingiunge perentoriamente di seguire: "Essi mostrano scritta nei loro cuori l’opera della legge, testimone la loro coscienza" (Rm 2,15). Del resto come potrebbe essere diversamente? Ogni opera di Dio è pure un riflesso della sua infinita sapienza: riflesso tanto più luminoso quanto più l’opera è posta in alto nella scala delle perfezioni (Cf. Sal 18,8-11).
4. Una deviazione, nella quale si incorre spesso, sta nel fatto che si ritiene di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui vanno regolati gli accennati rapporti sono di natura diversa, e vanno cercate là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana.
Sono quelle, infatti, le leggi che indicano chiaramente come gli uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella convivenza; e come vanno regolati i rapporti fra i cittadini e le pubbliche autorità all’interno delle singole comunità politiche; come pure i rapporti fra le stesse comunità politiche; e quelli fra le singole persone e le comunità politiche da una parte, e dall’altra la comunità mondiale, la cui creazione oggi è urgentemente reclamata dalle esigenze del bene comune universale.

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  La guerra non dichiarata tra la Russia e l’Ucraina, scoppiata nel 2014 per controversie sul controllo della penisola della Crimea e di altre zone di confine ora comprese nel territorio ucraino e ancora in corso, ha segnato la fine di un lunghissimo periodo di pace tra gli stati europei durato sessantanove anni. Nel 2012 all’Unione Europea era stato assegnato il Nobel per la pace con la seguente motivazione: “per oltre sei decenni ha contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa ". Non è un caso che la guerra tra russi e ucraini abbia coinvolto stati estranei all’Unione Europea. Infatti la pace è stato uno degli obiettivi politici fondamentali del processo di unificazione europea. Nel conflitto tra russi e ucraini ha avuto un ruolo importante la politica molto aggressiva di una potenza extraeuropea, gli Stati Uniti d’America, sotto la presidenza federale del democratico Barak Obama: essi infatti si ingerirono pesantemente, e ancora lo fanno, nella politica interna ucraina. Stavano combattendo un gioco di guerra intorno ad una delle più importanti basi navali russe, che si trova appunto in Crimea, uno dei territori contesi, a Sebastopoli. L’Unione Europea è stata sostanzialmente impotente di fronte al conflitto. Infatti per nessuno dei tre contendenti, ucraini, russi e statunitensi, la pace ha l’importanza che le danno gli stati protagonisti del processi di unificazione europea.
 Anche per la Chiesa cattolica la pace come obiettivo politico è una conquista relativamente recente: scaturì fondamentalmente dall’esperienza delle due guerre mondiali del Novecento. Prima era solo un obiettivo religioso. Si metteva nel conto che gli stati ciclicamente scendessero in guerra. Dal secondo Millennio anche il Papato lo aveva fatto ripetutamente. Nell’Ottocento,  una breve guerra mossagli dal Regno d’Italia lo aveva privato del suo piccolo stato nel Centro Italia, che riteneva essenziale per la sua missione religiosa. Era caduto nelle mani degli italiani il 20 settembre 1870. La riflessione politica sulla guerra e la sua ingiustizia risale a pochi decenni prima, alla Prima guerra d’Indipendenza combattuta tra il 1848 e il 1849, quando il papa  Giovanni Maria Mastai Ferretti, Pio 9°, aveva prima mosso guerra al cattolico impero austroungarico, inviando un contingente militare al fronte, e poi si era ritirato dal conflitto, anche se reparti dell’esercito pontificio si erano ribellati all’ordine di rientro e avevano combattuto. La motivazione della decisione del Papa di ritirarsi dalla guerra fu di tipo teologico-politica. Come poteva il Papato attaccare militarmente una potenza cattolica? Nella guerra con il Regno d’Italia del 1870 un ragionamento analogo spinse alla resa dopo una breve resistenza. Comunque il ripudio della guerra non era ancora completo, non si era maturata quella coscienza politica il cui sviluppo, come ho osservato è più recente e, come ideologia, si può situare ai primi anni del pontificato del papa Eugenio Pacelli, Pio 12°, anche se era stata preceduta e preparata da una precedente pronuncia del papa Giacomo Della Chiesa, Benedetto 15°, nel corso della Prima guerra mondiale. Prima di perdere il suo piccolo regno intorno a Roma, il Papato combatté duramente i rivoluzionari irredentisti italiani, in prevalenza repubblicani mazziniani, processandoli e mandandoli a morte e reprimendone sanguinosamente le rivolte.
  Pacelli, nel suo magistero sulla democrazia sviluppato in una serie di radiomessaggi dal 1941, durante la Seconda guerra mondiale, si disse convinto che, se i popoli avessero potuto avere voce nelle controversia dalle quali era scaturita la guerra, quest’ultima non sarebbe scoppiata. Una censura che agli italiani apparve principalmente rivolta al fascismo mussoliniano e al suo autocrate Duce.  Essi si sentirono liberi di sviluppare una  resistenza  al regime e di progettare  un nuovo ordine politico, che avesse la pace tra le sue principali istanze.
  Nell’enciclica del Roncalli di cui sopra ho trascritto i periodi iniziali, il Papa insegnò due cose sulla pace. La prima corrispondeva al magistero di sempre: nessun ordine è veramente pacifico se non rispetta i valori religiosi. La seconda costituisce una novità: la pace come frutto di un’azione politica razionale, meditata, condivisa. Il Papa criticò  l’idea che di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui andavano regolati gli accennati rapporti erano di natura diversa, e andavano cercate là dove Dio le aveva scritte, cioè nella natura umana.
  La critica al capitalismo neoliberista sviluppata dal papa Jorge Mario Bergoglio nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo,  del 2013, e nell’enciclica Laudato si’, del 2015, muove da quell’ordine di idee.
197. Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito, a causa della corruzione e della mancanza di buone politiche pubbliche. Se lo Stato non adempie il proprio ruolo in una regione, alcuni gruppi economici possono apparire come benefattori e detenere il potere reale, sentendosi autorizzati a non osservare certe norme, fino a dar luogo a diverse forme di criminalità organizzata, tratta delle persone, narcotraffico e violenza molto difficili da sradicare. Se la politica non è capace di rompere una logica perversa, e inoltre resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi dell’umanità. Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida.
 La cultura capitalista neoliberista parte dall’assunto che l’intervento della politica in economia è controproducente, perché, accettandolo, poi ognuno cerca di influenzare la politica con i mezzi della politica, per la quale il potere vale più di tutto e quindi genera catene di complicità per prevalere senza tener conto dell’economicità della gestione, mentre lasciando il mercato a dettare legge, ognuno si orienterà secondo criteri economici, di riduzione dei costi e massimizzazione dei ricavi, cercando di soddisfare i propri clienti e favorendo, alla fine, il benessere economico generale, perché i meno efficienti saranno mandati fuori mercato e resteranno i migliori. Il ritiro dei poteri pubblici dall’attività di regolazione dei mercati, la  deregolazione, ha poi provocato, a partire dagli Stati Uniti d’America, da 2008, la grave crisi recessive che stiamo ancora vivendo: lasciando libero spazio alle dinamiche di mercato, hanno prevalso i più forti e  i deboli sono finiti in loro dominio, aumentando stratosfericamente le diseguaglianza sociali e disgregando le strutture anche delle società più avanzate. E’ questo che accade se alle leggi secondo i valori umani si sostituisce la bestiale legge della giungla. Le teorie economiche neoliberiste, che ancora da noi hanno un certo credito, hanno fallito su scala globale e ora mettono in pericolo la pace. Gli Occidentali sono infatti guidati dal presidente statunitense Trump, un grande imprenditore che segue il credo neoliberistico e che ora lo vuole applicare nella politica internazionale. Per lui l’unico buon accordo è quello in cui quelli della sua parte vincono e bisogna quindi che essi siano il pesce grosso che si mangia il pesce piccolo. Secondo la dottrina sociale un buon accordo è un accordo equo, definito  win-win con termine inglese, quello in cui c’è proporzione tra dare e avere, tra le utilità conseguite dalle parti, e quindi entrambe le parti sono soddisfatte, non umiliate. La prima concezione prepara la guerra, la seconda consolida la pace.
 Non basta far partecipare le masse al potere politico mediante processi democratici, occorre che le persone siano formate per sviluppare una politica che diriga la società nella giusta direzione.
[dall’enciclica Laudato si’]
123. La cultura del relativismo è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito. È la stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi. È anche la logica interna di chi afferma: “lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l’economia, perché i loro effetti sulla società e sulla natura sono danni inevitabili”. Se non ci sono verità oggettive né principi stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, che limiti possono avere la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio di diamanti insanguinati e di pelli di animali in via di estinzione? Non è la stessa logica relativista quella che giustifica l’acquisto di organi dei poveri allo scopo di venderli o di utilizzarli per la sperimentazione, o lo scarto di bambini perché non rispondono al desiderio dei loro genitori? E’ la stessa logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti solo per il desiderio disordinato di consumare più di quello di cui realmente si ha bisogno. E allora non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare.
 Alla concezione magica  del capitalismo neoliberista:
190. […]conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui. È realistico aspettarsi che chi è ossessionato dalla massimizzazione dei profitti si fermi a pensare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni?  [enciclica Laudato si’],
quella che irrazionalmente si attende una  ricaduta favorevole  dalle dinamiche di mercato lasciate a sé stesse, regolate il meno possibile:
54. In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. [dall’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium]
 la dottrina sociale contrappone l’esigenza di formazione personale per realizzare una nuova cultura politica:
[dell’enciclica Laudato si’]
209. La coscienza della gravità della crisi culturale ed ecologica deve tradursi in nuove abitudini. […]Per questo ci troviamo davanti ad una sfida educativa.
210. L’educazione ambientale è andata allargando i suoi obiettivi. Se all’inizio era molto centrata sull’informazione scientifica e sulla presa di coscienza e prevenzione dei rischi ambientali, ora tende a includere una critica dei “miti” della modernità basati sulla ragione strumentale (individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole) e anche a recuperare i diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio. […]
211. Tuttavia, questa educazione, chiamata a creare una “cittadinanza ecologica”, a volte si limita a informare e non riesce a far maturare delle abitudini. L’esistenza di leggi e norme non è sufficiente a lungo termine per limitare i cattivi comportamenti, anche quando esista un valido controllo. Affinché la norma giuridica produca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e reagisca secondo una trasformazione personale. […]
212. Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente. Inoltre, l’esercizio di questi comportamenti ci restituisce il senso della nostra dignità, ci conduce ad una maggiore profondità esistenziale, ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo.
213. Gli ambiti educativi sono vari: la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi, e altri. Una buona educazione scolastica nell’infanzia e nell’adolescenza pone semi che possono produrre effetti lungo tutta la vita. Ma desidero sottolineare l’importanza centrale della famiglia […] Nella famiglia si coltivano le prime abitudini di amore e cura per la vita, come per esempio l’uso corretto delle cose, l’ordine e la pulizia, il rispetto per l’ecosistema locale e la protezione di tutte le creature. La famiglia è il luogo della formazione integrale, dove si dispiegano i diversi aspetti, intimamente relazionati tra loro, della maturazione personale. Nella famiglia si impara a chiedere permesso senza prepotenza, a dire “grazie” come espressione di sentito apprezzamento per le cose che riceviamo, a dominare l’aggressività o l’avidità, e a chiedere scusa quando facciamo qualcosa di male. Questi piccoli gesti di sincera cortesia aiutano a costruire una cultura della vita condivisa e del rispetto per quanto ci circonda.
214. Alla politica e alle varie associazioni compete uno sforzo di formazione delle coscienze. Compete anche alla Chiesa. Tutte le comunità cristiane hanno un ruolo importante da compiere in questa educazione.  […]. Poiché grande è la posta in gioco, così come occorrono istituzioni dotate di potere per sanzionare gli attacchi all’ambiente, altrettanto abbiamo bisogno di controllarci e di educarci l’un l’altro.
215. In questo contesto, […] se si vuole raggiungere dei cambiamenti profondi, bisogna tener presente che i modelli di pensiero influiscono realmente sui comportamenti. L’educazione sarà inefficace e i suoi sforzi saranno sterili se non si preoccupa anche di diffondere un nuovo modello riguardo all’essere umano, alla vita, alla società e alla relazione con la natura. Altrimenti continuerà ad andare avanti il modello consumistico trasmesso dai mezzi di comunicazione e attraverso gli efficaci meccanismi del mercato.
 In questa azione di formazione, il Parlamento svolge un ruolo molto importante: i suoi membri sono il personale più importante della politica democratica, ecco perché è molto importante la loro selezione, perché siano persone adeguate al lavoro da fare. In questo campo i partiti che sono scesi in lizza per le prossime elezioni politica manifestano palesi insufficienze. In questi giorni stanno emergendo nelle biografie dei candidati cose che non vanno. In genere ogni partito accusa gli altri di questo, ma il fenomeno è in realtà generale. C’è poi il problema di candidati che si presentano molto lontano dai luoghi dove sono veramente conosciuti: questo rende più difficile il lavoro degli elettori, che, appunto, è innanzi tutto quello della attenta selezione della classe politica di vertice.
 Una classe politica inadeguata, non svolgerà bene quel lavoro di formazione delle masse che è indispensabile per il mantenimento della pace. Gli eventi di questi tempi segnalano che la guerra è alle nostre porte. Non è  più cosa che riguardi Paesi lontani. Anche il Papa ci ha ripetutamente ammonito su questo tema.
 La politica mondiale è guidata da capi che stanno rafforzando  i propri apparati bellici. Il presidente statunitense Donald Trump, guida degli Occidentali, ha approvato un piano strategico che prevede, e consente, l’impiego di armi nucleari, sia pure di minore intensità di quelle finora impiegate in guerra. L’unica potenza ad aver utilizzato in guerra l’arma nucleare sono gli Stati Uniti d’America, per ben due volte, distruggendo due grandi città giapponesi. Le intenzioni di Trump vanno prese quindi molto sul serio. Gli Occidentali, e in particolare gli europei, potenza di pace, devono cercare di contenerle, di scoraggiare l’impiego di ordigni nucleari, innanzi tutto vietando che le nuove armi nucleari tattiche, a bassa potenza, vengano stanziate sul loro territorio e richiedendo la riduzione del numero delle altre. Chi segue la via di Trump, rischia di vedersi poi annoverato tra i più grandi massacratori della storia.
 L’Italia è ancora uno stato molto importante nel contesto strategico degli occidentali. Attraverso la sua classe politica, se è adeguata, può influire sui destini di guerra o di pace del mondo. Stupisce che queste questioni siano assenti dal dibattito politico.
 Gli elettori cattolici hanno buoni elementi di orientamento.
 I vescovi ci hanno invitato a studiare accuratamente biografie e idee dei candidati, per una selezione adeguata della nuova classe politica. Non è prudente scegliere chi ha già dato insufficiente o cattiva prova di sé in passato e chi manifesti propositi bellicosi. Ricordiamo l’esempio storico del fascismo: chi sceglie i violenti avrà la guerra. I due documenti pontifici che ho prima citato, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo e  l’enciclica Laudato si’  contengono in modo molto chiaro i principi politici generali necessari per salvare il mondo dalla guerra, secondo la dottrina sociale, realizzando la giustizia sociale, un mondo basato su rapporti win-win. Occorre passare al vaglio i programmi dei partiti e dei candidati per vedere quanto di essi contengano. E’ imprudente scegliere  i programmi che sono troppo distanti dalle raccomandazioni della dottrina sociale o addirittura la avversino.
  Si pensa talvolta che chi le spara grosse, poi non sarà conseguente, si rabbonirà una volta al potere. Si pensò così per il Mussolini. Ma promise guerra e guerra ebbero gli italiani. E’ prudente ritenere che ciascuno dice quello che veramente pensa, anche se sembra straparlare,  e farà veramente, se gliene si darà la possibilità, quello che dice. E’ appunto quello che sta accadendo nel caso di Donald Trump.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

sabato 3 febbraio 2018

Crisi parallela di politica e religione

Crisi parallela di politica e religione

 La gente va in chiesa molto meno di una volta. Bisogna avere almeno cinquant’anni per aver fatto esperienza di com’era “una volta”. E’ quindi crisi, e da  molto. E’ la religione ad essere stata colpita, non la fede, intesa come affidamento al soprannaturale. La religione è un fatto sociale: organizza la vita di fede, dà alla fede una liturgia, le dice che pensare, che dire e che fare. Come tutti i fatti sociali si è fatta molto complicata, da quand’era un fatto primitivo che spiegava in modo ingenuo le cose del mondo. Questo in particolare tra gli europei, che l’hanno a lungo utilizzata per dare stabilità ai loro ordini sociali, sacralizzandoli, collegandoli a un soprannaturale eterno per scoraggiarne i cambiamenti. La religione se ne è avvantaggiata, venendo veicolata dalla politica. E’ così che la nostra religione si è diffusa in Africa, nell’estremo Oriente, nelle Americhe e in Oceania. Ora che ci siamo reso lecito ammettere quanta violenza pubblica questo ha comportato, ce ne dispiace, vorremmo che le cose fossero andata diversamente, ma il passato non si può cambiare. Sono problemi di fronte ai quali il Papa si è trovata nella sua ultima visita in America Latina, in Cile e in Perù. Così,  i processi di  desacralizzazione  della politica necessari all’affermazione della democrazia, che è anche critica di ogni potere che pretenda l’eternità e svelamento delle sue reali dinamiche, ha finito per colpire anche la religione. Dagli scorsi anni ’60, l’era in cui la nostra religione ha assimilato la democrazie che agli inizi del Novecento aveva dichiarato eretica, riforma religiosa e politica sono andate di pari passo, parallelamente, adottando spesso i medesimi argomenti. E’ stato messo in questione il potere di autocrati e oligarchi, si è voluto che la gente contasse di più. Ci si è dedicati di più alla formazione di una coscienza politica nelle masse. Si è voluto che la politica, ma anche la religione, scaturisse dalla gente, non scendesse dall’alto. L’ultima grande stagione delle  scuole  di politica risale agli anni ’80: anch’io vi ho partecipato, anch’io, da giovane, sono andato a  scuola  di politica, che per me fu anche scuola di fede e religione. Poi tutto è cambiato. Piuttosto velocemente la fiducia nella politica di masse è svanita. Si iniziò a pensare alla politica come a un fatto di specialisti, come negli altri settori della società. Iniziò il distacco politico dei capi dalle masse. Si capì che era più facile influenzarle che formarle. Iniziò la politica dei  comitati elettorali, il cui scopo era il potere per il potere, l’occupazione  dei posti  della politica. Il personale della politica, destinato ad occupare quei posti, iniziò ad essere scelto  prevalentemente dall’alto. Al vertice si ebbe una degenerazione leaderistica della dirigenza: in questa concezione leader  vale come  duce, autocrate, persone che non sentono più il bisogno di una vera legittimazione  popolare, al di fuori del gioco  elettorale in cui loro cercano di influenzare  le masse per dominarle. I nomi  dei capi iniziarono a comparire nei simboli elettorali. Questa è ancora oggi la situazione che stiamo vivendo.
  La Chiesa cattolica è l’unica agenzia politica che ha continuato a fare formazione delle masse e in modo capillare. Ha ancora ben chiara l’importanza di radicarsi politicamente nelle masse. Storicamente, a partire da metà Ottocento fu questa la sua strategia per opporsi politicamente allo stato liberale che l’aveva spodestata dal suo piccolo regno nel centro Italia. Lo strumento di questo radicamento politico fu la nostra Azione Cattolica e, in parte, lo è ancora. Chi la intende in senso solo religioso ha perso memoria della sua natura, non ne ha più consapevolezza storica. Tuttavia la metamorfosi autocratica ha colpito anche in questo campo. Si faceva formazione, ma poi tutto era deciso dall’alto, l’autonomia del laicato nella società, e in politica, non ha vissuto un periodo felice. Ci fu un’autocrazia carismatica, centrata intorno alla figura del fascinoso Wojtyla, in una ripresa di papismo. Ancora oggi siamo abituati a pensare a un grande raduno cattolico come a gente che va dal Papa. Ma ci fu un nuovo attivismo della Conferenza Episcopale Italiana, nella lunga stagione in cui fu dominata da Camillo Ruini, dal 1991 al 2007, l’era della metamorfosi della politica italiana da fatto di massa a lavoro di  comitati.
  Si sostiene che la crisi della religione sia dovuta alla secolarizzazione, nella sfiducia nel soprannaturale. Non è questa la mia esperienza. Ho vissuto, negli anni 70, un’epoca di forte secolarizzazione, tuttavia essa non mi parve colpire la religione quanto poi la colpì la desacralizzazione. Perché la fede è un fatto umano profondo, si genera dalla nostra psiche e conserva un’utilità per spiegare il mondo. Non è prevalentemente un fatto sociale: sopravvive anche in società che le sono ostili. Le sorti della religione, che è prevalentemente un fatto sociale, dipendono invece dalla sua efficacia nell’ordinare la vita collettiva. Desacralizzando  la politica, svelandone  il suo carattere contingente, le sue reali  dinamiche di potere, e la strumentalizzazione che aveva fatto della religione,  si è liberata la religione dalla politica, ma la si è anche privata del suo sostegno politico. Da qui la sensazione di sua inutilità  nelle cose sociali. Il mondo va come va e la religione non ci può fare nulla, salvo che lenire un po’ le sofferenze psicologiche della gente e creare piccoli ambienti accoglienti dove riposarsi dalla lotta per la vita. Anche la politica come fatto di massa, come attivismo sociale diffuso,  ha avuto problemi simili. La politica dei  comitati  rende impossibile cambiare veramente, in particolare tener conto delle masse e indirizzare la politica verso la giustizia sociale: al più si può arrivare a  sostituire un comitato ad un altro. E, poiché nessun comitato è veramente alternativo agli altri, perché a tutti interesse prima di tutto il potere per il potere, alla fine si può arrivare anche, dopo tanto combattersi alle elezioni, a un’intesa di potere tra comitati apparentemente di diverso, od opposto, orientamento. E, allora, che serve affannarsi per la politica? Dunque la gente ha iniziato a pensare anch’essa come inutile  ed è riluttante anche a partecipare al gioco  elettorale: non è più divertente come un tempo. Le elezioni da liturgia  della democrazia sono diventate  gioco tra  comitati e, nonostante tutte le strategie di marketing  per renderlo interessante, non appassiona più. Questa metamorfosi è come se avesse drogato  la politica: per fascinare le masse occorrono autocrati  sempre più coinvolgenti dal punto emotivo, altrimenti la gente non sta al gioco. Ecco quindi la politica che  straparla   e strafa, la politica urlata, delle parole grosse, dei capi volitivi.  La rinascita dei fascismi europei.  
 Che fare, ora?
 Più o meno tutti quelli che hanno ragionato di politica si sono resi conto di quello che è successo, non ho scritto cose nuove, ma spiegazioni che ho letto e che provengono da fonti affidabili. Quando però si pensa a come uscirne, tutto sembra farsi più difficile. Ma, in realtà, non lo è. La via è quella di sempre, quella indicata anche in religione: pentimento e conversione. Si cambia veramente, a partire da sé stessi, facendo autocritica e buoni propositi per il futuro. Bisogna ripartire da dove abbiamo lasciato, addirittura verso la fine degli anni ’70. In fondo è proprio questo che troviamo nei più recenti sviluppi della dottrina sociale e nelle sue pressanti esortazioni.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma Monte Sacro, Valli

giovedì 1 febbraio 2018

Fede, società, azione sociale, desacralizzazione e secolarizzazione

Fede, società, azione sociale, desacralizzazione e secolarizzazione

1, La fede nel soprannaturale non origina dalla società, è un fatto psichico profondo della persona. Dalla società origina la religione, che dà alla fede una sua liturgia, vale a dire le parole e le azioni. La fede può essere strumentalizzata dalla società mediante la religione. Allora viene utilizzata per rendere stabile il governo della società, sacralizzandolo,  vale a dire collegandolo al soprannaturale. Dagli anni Sessanta in Italia è in atto un processo di desacralizzazione  della politica. Si è reso possibile, e anzi necessario, per l’importante ruolo che i cattolici hanno avuto nella costruzione della democrazia italiana. Attraverso l’Azione cattolica hanno organizzato le masse che hanno sostenuto i processi democratici, secondo la linea di Alcide De Gasperi. Le masse erano la dote che il Papato portò nel patto con i democristiani di De Gasperi, cattolico-democratici tacciati di eresia modernista all’inizio del Novecento. I democristiani garantirono al Papato l’oblio sul precedente patto con il fascismo mussoliniano, che era stato determinante per l’affermazione politica e sociale di quest’ultimo. Gli accordi con il Mussolini finirono in Costituzione, con i privilegi che garantivano e la Città del Vaticano. Ma il Papato ha legittimazione sacrale: da qui la sacralizzazione dell’accordo politico con i democristiani. Questi ultimi furono determinanti nel confermare la collocazione dell’Italia nell’Occidente capitalistico dominato dagli Stati Uniti d’America concordata nella conferenza di Jalta, in Crimea, nel febbraio del 1945 tra le maggiori potenze alleate contro i nazifascisti nella Seconda guerra Mondiale, Regno Unito, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica. Ne derivò, in Italia, una sorta di  sacralizzazione del sistema capitalistico Occidentale. Da questa situazione si cercò di uscire dopo il Concilio Vaticano 2°, che confermò un recente magistero fortemente critico di quell’ordine. La scelta religiosa  dell’Azione Cattolica, fatta dal 1964 sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, consistette sostanzialmente in questo. Si cercò di inculturare la democrazia tra i cattolici, desacralizzandola e liberando l’adesione ad essa dall’obbligo di sostegno sacrale al sistema capitalistico occidentale. Non si trattò di un distacco dall’azione politica in favore di quella catechistica: infatti nel nuovo statuto l’Azione Cattolica venne definita  palestra di democrazia.  La desacralizzazione consiste sostanzialmente in una critica della legittimazione dei poteri esistenti, in particolare di quelli politici. In Italia, per la presenza del Papato, essa riguardò anche il potere religioso e quindi l’assetto delle comunità religiose. Fin dagli inizi, addirittura a fine Settecento, il cattolicesimo democratico ebbe una componente anche di riforma religiosa, che in Italia si fece molto forte a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. E’ in quest’epoca che, nel progettare le comunità, si cominciò a pensare più alle società dei fedeli che all’azione della gerarchia religiosa. Questa idea fu riconosciuta precocemente, a cavallo tra Ottocento e Novecento dai teologi della corte pontificia: da qui la sostanziale scomunica del cattolicesimo democratico. La situazione, in Italia, iniziò a mutare dal 1940, quando il Papato ebbe necessità dei cattolico-democratici per sganciarsi dal patto con il fascismo mussoliniano.
2. La desacralizzazione, che è critica del potere, non va confusa con la secolarizzazione, che è la sfiducia nel soprannaturale. La modernità, con l’idea che sia possibile una spiegazione razionale del mondo, ha comportato una certa secolarizzazione. Anche la critica dei poteri religiosi la implica, quando se ne mette in luce il loro carattere storico e quindi contingente, non eterno e soprannaturale, quindi  riformabile. Nel cristianesimo la riforma religiosa, nella sua desacralizzazione dei poteri religiosi, ha sviluppato effettivamente, dal Cinquecento, una secolarizzazione, che però non ha mai compromesso l’intera religione. La fiducia nel soprannaturale è rimasta, sopravvivendo alla liberazione dalla sottomissione sacrale ai poteri religiosi. I processi di secolarizzazione sono stati particolarmente intensi in Europa, perché nel continente era stata più forte, e molto antica, la sacralizzazione dei poteri pubblici. I sociologi osservano che la secolarizzazione è in recesso in tutto il mondo, salvo che in Europa. La ragione è che qui la desacralizzazione, spiegata e intesa  giuridicamente come laicità dei poteri pubblici e posta alla base delle democrazie avanzate europee, delle loro costituzioni, ma anche della pacificazione europea, ha comportato livelli di secolarizzazione più elevati, per la dura resistenza opposta dai poteri religiosi, in particolare dal Papato romano. Quest’ultimo non ha mai rinunciato alla legittimazione sacrale del suo potere nella società, in senso propriamente politico. La rivendicazione di essa fu alla base della dura contrapposizione con la politica democratica del Regno d’Italia dalla sua fondazione nel 1861. Sono state fondamentalmente centrate sulla contestazione della desacralizzazione in religione le ultime due persecuzioni religiose attuate dal Papato romano, agli inizi del Novecento contro il modernismo e negli ultimi trent’anni contro la teologia della liberazione. Entrambe quelle correnti di pensiero ebbero valenza politica, la seconda più esplicita.
  La rivendicazione sociale della legittimazione sacrale del Papato, come potere religioso, quello delle chiavi, si esprime con forme di  papismo  più  o meno intense, indotto nei fedeli. Una ripresa del papismo si ebbe durante il lungo pontificato di Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, dal 1978 al 2005. Da questo regno religioso l’Italia è uscita molto più clericale che, ad esempio, negli anni ’70. Ne è prova l’ampio spazio dedicato dai mezzi di comunicazione di massa alle pronunce papali, anche sui giornali un tempo più laici, intesi come più coinvolti nella desacralizzazione e anche nella secolarizzazione. Questo ha consentito alla Chiesa italiana di mantenere la propria forza politica anche dopo la disgregazione del partito cristiano, la Democrazia Cristiana. Si è visto in modo spettacolare dall’autunno 2011, quando una prolusione, vale a dire il discorso introduttivo, del cardinale Angelo Bagnasco in occasione del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italia tenutosi dal 26 al 19 settembre 2011 fu uno degli elementi decisivi per la delegittimazione e  caduta del governo italiano di allora, prova questa che la Chiesa era sostanzialmente parte dell’accordo politico di governo. Bagnasco tracciò sostanzialmente un programma per il passaggio di fase politico.
 Iniziò parlando del senso di insicurezza diffuso nel corpo sociale, rafforzato da un attonito sbigottimento a livello culturale e morale (e in quest’ultimo accenno  i più colsero un esplicito riferimento ad un importante politico di centro-destra del momento) e dicendo che la crisi economica e sociale, che iniziò a mordere tre anni or sono, era in realtà più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire, pesanti conseguenze sulla vita della gente e gli effetti interiori di questa crisi che, a tratti, sembra produrre un oscuramento della speranza collettiva. Criticò l’individualismo esasperato e possessivo. «Prendo quello che voglio, perché posso». Era necessario, disse, condurre con onestà la disanima meno ipocrita. Quanti, a quel temo, nel mondo che contava, volteggiavano come avvoltoi sulle esistenze dei più deboli per cavarne vantaggi ancora maggiori che in altre stagioni? Questo «individualismo esasperato e possessivo» non era forse alla radice di tanti comportamenti rapaci in chi può, o ritiene di potere, a prescindere da ciò che è legittimo, giusto, onesto?  Crescere senza ideali e senza limiti, in balia di un falso concetto di libertà, significa ritrovarsi insicuri, impacciati nel giudicare secondo razionalità, affidati a mere emozioni.
 Più volte e da varie parti la popolazione del Nord del mondo era stata avvertita e sensibilizzata sul fatto che l’Occidente viveva al di sopra delle proprie possibilità. Ed era ragionevole pensare che la crisi esplosa tra il 2008 e il 2009 inducesse non solo a tamponare le falle che si erano infine aperte, ma a introdurre elementi virtuosi per raddrizzare progressivamente il sistema dell’economia mondiale. Ma così non era stato. E quando infine si sperava di cominciare a vedere la luce, la crisi aveva dato segnali di inequivocabile persistenza e per alcuni aspetti di pericolosa recrudescenza. La globalizzazione restava non governata, e sempre più tendeva ad agire dispoticamente prescindendo dalla politica. La finanza era tornata a praticare con frenesia dei contratti di credito che spesso consentivano una speculazione senza limiti. E fenomeni di speculazione dannosa si verificavano anche con riferimento alle derrate alimentari, all’acqua, alla terra, finendo con impoverire ancor di più quelli che già vivono in situazione di grave precarietà.  L’Italia,  disse,  non si era mai trovata tanto chiaramente dinanzi alla verità della propria situazione. A questo punto colpì duro, pronunciando parole che risultarono decisive per la crisi politica che immediatamente si aprì:
«Conosciamo le preoccupazioni che pulsano nel corpo vivo del Paese, e non ci sfugge certo quel che, a più riprese, si è tentato di fare e ancora si sta facendo per fronteggiarle. L’impressione tuttavia è che, stando a quel che s’è visto, non sia purtroppo ancora sufficiente. Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità. Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui. Non è la prima volta che ci occorre di annotarlo: chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole «della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda» (Prolusione al Consiglio Permanente del 21-24 settembre 2009 e del 24-27 gennaio 2011). Si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica. Da più parti, nelle ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti. Forse che davvero è mancata in questi anni la voce responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale? Annotava giorni fa il professor Franco Casavola, Presidente emerito della Corte Costituzionale: ‘L’unica voce che denuncia i guasti della società della politica è quella della Chiesa cattolica’ (Corriere della sera, 20 settembre 2011). Lo citiamo non per vantare titoli, ma per invitare tutti a non cercare alibi.»
  Va ricordato che su diversi giornali all’epoca era stata invocata espressamente una  pronuncia della Conferenza Episcopale Italiana su stili di vita piuttosto liberi della politica di allora.
  Si legge ancora nel documento:
«8. […]Tornando allo scenario generale, è l’esibizione talora a colpire. Come colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo su questi versanti, quando altri restano disattesi e indisturbati. E colpisce la dovizia delle cronache a ciò dedicate. Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed è motore di mercato. Da una situazione abnorme se ne generano altre, e l’equilibrio generale ne risente in maniera progressiva. È nota la difficoltà a innescare la marcia di uno sviluppo che riduca la mancanza di lavoro, ed è noto il peso che i provvedimenti economici hanno caricato sulle famiglie; non si può, rispetto a queste dinamiche, assecondare scelte dissipatorie e banalizzanti. La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto.
Solo comportamenti congrui ed esemplari, infatti, commisurati alla durezza della situazione, hanno titolo per convincere a desistere dal pericoloso gioco dei veti e degli egoismi incrociati.
9.      La questione morale, complessivamente intesa, non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sé un appello urgente. Non è una debolezza esclusiva di una parte soltanto e non riguarda semplicemente i singoli, ma gruppi, strutture, ordinamenti, a proposito dei quali è necessario che ciascuna istituzione rispetti rigorosamente i propri ambiti di competenza e di azione, anche nell’esercizio del reciproco controllo. Nessuno può negare la generosa dedizione e la limpida rettitudine di molti che operano nella gestione della cosa pubblica, come pure dell’economia, della finanza e dell’impresa: a costoro vanno rinnovati stima e convinto incoraggiamento. Si noti tuttavia che la questione morale, quando intacca la politica, ha innegabili incidenze culturali ed educative. Contribuisce, di fatto, a propagare la cultura di un’esistenza facile e gaudente, quando questa dovrebbe lasciare il passo alla cultura della serietà e del sacrificio, fondamentale per imparare a prendere responsabilmente la vita. Ecco perché si tratta non solo di fare in maniera diversa, ma di pensare diversamente: c’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non restino avvelenate. Chi rientra oggi nella classe dirigente del Paese deve sapere che ha doveri specifici di trasparenza ed economicità: se non altro, per rispettare i cittadini e non umiliare i poveri. Specie in situazioni come quella attuale, ci è d’obbligo richiamare il principio prevalente dell’equità che va assunto con rigore e applicato senza sconti, rendendo meno insopportabili gli aggiustamenti più austeri. È sull’impegno a combattere la corruzione, piovra inesausta dai tentacoli mobilissimi, che la politica oggi è chiamata a severo esame. L’improprio sfruttamento della funzione pubblica è grave per le scelte a cascata che esso determina e per i legami che possono pesare anche a distanza di tempo. Non si capisce quale legittimazione possano avere in un consorzio democratico i comitati di affari che, non previsti dall’ordinamento, si auto-impongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica con remunerazioni – in genere – tutt’altro che popolari. E pur tuttavia il loro maggior costo sta nella capziosità dei condizionamenti, nell’intermediazione appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni. Al punto in cui siamo, è essenziale drenare tutte le risorse disponibili – intellettuali, economiche e di tempo – convogliandole verso l’utilità comune. Solo per questa via si può salvare dal discredito generalizzato il sistema della rappresentanza, il quale deve dotarsi di anticorpi adeguati, cominciando a riconoscere ai cittadini la titolarità loro dovuta.
 Parlò quindi, Bagnasco, della presenza dei cattolici nella società civile e nella politica, dicendosi convinto che, anche quando non risultavano sugli spalti, essi erano sempre  per lo più là dove vita e vocazione li portano. Gli anni da cui di proveniva,  disse, potrebbero aver indotto talora a tentazioni e smarrimenti, ma avevano indubbiamente spinto i cattolici, alla scuola dei Papi, a maturare una più avvertita coscienza di sé e del proprio compito nel mondo. Un nucleo più ristretto ma sempre significativo di credenti, sollecitati dagli eventi e sensibilizzati nelle comunità cristiane, aveva colto la rinnovata perentorietà di rendere politicamente più operante la propria fede. Sono così nati percorsi diversi, a livelli molteplici, per quanti intendono concorrere alla vitalità e alla modernità della polis, percorsi che hanno dato talora un senso anche di dispersione e scarsa incidenza. Qui fece riferimento a un movimento politico che all’epoca stava prendendo forma tra varie componenti dell’associazionismo cattolico. Parlò di  incubazione politica  che stava determinando una  situazione nuova. Citò il sociologo Giuseppe De Rita, il quale alcune settimane prima aveva annotato: «Chi fa politica non si rende conto che milioni di fedeli vivono una vicinanza religiosa che si fa sempre più attenta ai “fatti della vita politica”, con comuni opinioni socio-politiche, e con ambizioni di vita comunitaria di buona qualità» (Corriere della sera, 6 agosto 2011). Fece riferimento a una partecipazione che si sarebbe fatto fatica a non registrare, e una nuova consapevolezza che la fede cristiana non danneggiava in alcun modo la vita sociale. Anzi! A dar coscienza ai cattolici oggi non era anzitutto un’appartenenza esterna,  osservò,  ma i valori dell’umanizzazione: chi è l’uomo, qual è la sua struttura costitutiva, il suo radicamento religioso, la via aurea dell’autentica giustizia e della pace, del bene comune… che si stava imparando a riconoscere e a proporre con crescente coraggio, e che in realtà finiscono per far sentire i cattolici più uniti di quanto taluno non vorrebbe credere. Nel contempo, sempre di più richiamavano anche l’interesse di chi esplicitamente cattolico non si sente. A un tempo, c’è un patrimonio di cultura fatto di rappresentanza sociale e di processi di maturazione comunitaria.   C’era, disse, un giacimento valoriale ed esistenziale che rappresenta la bussola interiormente adottata dai cattolici, e da esso si sprigionavano ormai ordinariamente esperienze che erano un vivaio di sensibilità, dedizione, intelligenza che sempre più si metterà a disposizione della comunità e del Paese. Sembrava rapidamente stagliarsi all’orizzonte,  concluse sul tema,  la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che – coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita – sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni.
  Il Governo all’epoca in carica rassegnò le dimissioni il 16 novembre 2011.
3. In Italia, la scelta religiosa  attuata nel laicato italiano dagli anni Sessanta ha liberato la religione dal dovere di sacralizzare  il capitalismo, e in particolare la sua versione neoliberista, all’origine della grave crisi prima finanziaria e poi economica prodottasi dal 2008 a partire dagli Stati Uniti d’America. Parole come quelle di Bagnasco sarebbero apparse sovversive alla politica degli anni Sessanta. E, riferendosi ai fatti dell’autunno del 2011, c’è ora chi parla di  colpo di stato, sentendosi tradito. Ma quella scelta  ha liberato il laicato anche dall’obbligo di fare acriticamente blocco,  in particolare con i conservatori sociali.
  Adriano Ossicini, anziano politico della sinistra sociale cristiana, concesse nel 1980 una intervista pubblicata con il titolo  Cristiani non democristiani: all’epoca suonava ancora un po’ strano. Oggi non più. La libertà nelle opzioni politiche dei cattolici è stata una conquista faticosa, anche se forse  chi ha meno di cinquant’anni non se ne rende bene conto.
 Non si è trattato, tuttavia, di un ritiro dalla politica. Si è reso necessario un impegno politico più consapevole, informato, competente a patire da quei nuclei più ristretti ma sempre significativi di credenti, sollecitati dagli eventi e sensibilizzati nelle comunità cristiane, che sanno e vogliono cogliere a rinnovata perentorietà di rendere politicamente più operante la propria fede, di cui parlò Bagnasco nel 2011.  Questo  è stato, in particolare, il senso dell’esperienza dell’Azione Cattolica dagli anni Quaranta e più intensamente dagli anni Sessanta del secolo scorso. La sua scelta religiosa non fu una trasformazione in istituzione  catechistica,  ma una svolta nel senso di un impegno più marcato nella formazione politica, dopo il processo di desacralizzazione del blocco  moderato democristiano.
 In quest’ottica, il senso comunitario  dell’esperienza di Azione Cattolica significa innanzi tutto  fare tirocinio  di costruzioni sociali, sperimentare  la società nelle relazioni quotidiane, a partire dai più piccoli e dagli ambienti scolastici, la prima forma di socializzazione delle persone. Non si tratta di  sostenere la fede  con la società, ma di  cambiare   in meglio  la società, anche quella religiosa,  in base all’ispirazione della fede. Si illude chi pensa che sia la società che crea  la fede. La società, fatto umano e quindi contingente, tende sempre a deludere: è una legge della vita. Va sempre rivitalizzata e in questo soccorre la fede. Quest’ultima ha un aspetto sociale nella religione: anche quest’ultima però, come fatto sociale, tende a deludere. La riforma è quindi sempre necessaria, a partire da una sincera e veritiera autocritica. E’ il processo di conversione. La fede religiosa sopravvive anche in ambienti sociali ostili: è esperienza storica. Però essa, a volte, non sopravvive alla religione. La riforma diventa necessaria quando la religione danneggia la fede. Ogni autentico processo di riforma sociale è sorretto da una fede: la razionalità non basta. La razionalità, da sola, porta ad accomodamenti, al compromesso. La fede è fiducia in un assoluto, in un principio sottratto alla legge dell’esperienza, secondo la quale, ad esempio, pesce grosso mangia pesce piccolo e va bene così. La grande scoperta del valore sociale della persona umana, che in religione si fece a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, è principio di riforma sociale e religiosa e si fonda su un assoluto del genere.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli