INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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domenica 2 novembre 2014

Domenica 2-11-14 – Commemorazione dei fedeli defunti - 31° Domenica del Tempo ordinario – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle otto

Domenica 2-11-14 – Commemorazione dei fedeli defunti -  31° Domenica del Tempo ordinario – Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità –colore liturgico: viola - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle otto

Osservazioni ambientali: temperatura 15° C (ore 8)  ; cielo: sereno.. Canti della Messa delle otto: ingresso, Più presso a te, Signor; offertorio: Quando busserò; Comunione, Symbolum 77.

Buona domenica a tutti i lettori!

Prima lettura
Dal libro del profeta Isaia  (Is 25,6°a.7-9)

 In quel giorno, preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza.


Salmo responsoriale (dal salmo 24 (25) )

Ritornello:
Chi spera in te, Signore, non resta deluso.

Ricordati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
Ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Allarga il mio cuore angosciato,
liberami dagli affanni.
Vedi la mia povertà e la mia fatica
e perdona tutti i miei peccati.

Proteggimi, portami in salvo;
che io non resti deluso,
perché in te mi sono rifugiato.
Mi proteggano integrità e rettitudine,
perché in te ho sperato.



Seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo Apostolo ai romani (Rm 8,14-23)
 Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. Lo spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Ritengo infatti che le sofferenze  del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità –non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta- nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino a oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,31-46)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli  separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e noni mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna.



Sintesi dell'omelia della Messa delle otto

 Oggi, sebbene sia domenica, si celebra la Messa per la Commemorazione dei fedeli defunti.
 Noi, qui sulla terra, costituiamo la Chiesa militante. Ma la Chiesa si compone anche della Chiesa Trionfante, in Paradiso, e di quella purgante, in Purgatorio. Coloro che sono in Purgatorio non scontano una condanna, non subiscono una sofferenza, perché sono già nella beatitudine, anche se la loro gioia non è ancora piena. Sono nella gioia perché dal Purgatorio, che è una condizione temporanea, si può solo salire in Paradiso. Dobbiamo pensare che essi accettino quel periodo di purificazione, ma che pregustino la gioia piena del Paradiso.
 Dio ci vuole tutti insieme a lui in Paradiso. Questo è un dono che abbiamo ottenuto per i meriti di Cristo. Noi tutti, Chiesa, costituiamo il Corpo di Cristo. Cristo è la via per salire a Dio. Nessun nostro sforzo ci potrebbe guadagnare il Paradiso, la via eterna: poiché esso è un dono, a noi spetta solo dire sì   o  no  a Cristo. Lo facciamo amando gli altri. Come insegna il brano evangelico letto oggi, non saremo infatti giudicati in base a quante volte siamo stati a Messa o a quanti rosari  abbiamo recitato, ma su quanto abbiamo amato.
 La morte è stata vinta in Cristo e in Cristo abbiamo la vita eterna.
 L’Eucaristia è un anticipo della condizione beata che vivremo in Dio. In essa noi qui sulla terra, come le anime in Purgatorio, possiamo pregustare la felicità eterna che ci attende in Dio.


Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa– Roma, Monte Sacro Valli



Avvisi parrocchiali:

-giovedì 6 novembre, primo giovedì del mese, il Santissimo resterà esposto nella chiesa parrocchiale, per l’adorazione, dalle 10 alle 18. Alle 17 si terrà una preghiera per le vocazioni;
-venerdì 7 novembre, primo venerdì del mese, verrà portata la Comunione agli ammalati. Alle 17 si terrà la recita solenne del Santo Rosario;
-sabato 8 novembre, alle ore 18, sarà celebrata la Messa per i parrocchiani defunti quest’anno;
-si segnala il sito WEB della parrocchia:

Avvisi di A.C.:
- la riunione infrasettimanale del gruppo parrocchiale di AC si terrà il 4-11-14, alle ore 17, nell'aula con accesso dal corridoio dell'ufficio parrocchiale. I soci sono invitati a preparare una riflessione sulle letture di domenica 9-11-14, 32° del Tempo ordinario: Ez 47,1-2.8-9.12; Sal 45 (46); 1Cor 3,9c-11.16-17; Gv 2,13-22.
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/



Meditazione del papa Paolo 6° - Pensiero alla morte

MEDITAZIONE DI PAOLO 6°
PENSIERO ALLA MORTE*
 Dal sito
http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/speeches/1978/august/document/hf_p-vi_spe_19780806_meditazione-morte_it.html


Tempus resolutionis meae instat. E' giunto il tempo di sciogliere le vele (2 Tim. 4,6).
« Certus quod velox est depositio tabernaculi mei ». Sono certo che presto dovrò Lasciare questa mia tenda (2 Petr. 1,14). « Finis venit, venit finis ». La fine! Giunge la fine (Ez. 2,7).
Questa ovvia considerazione sulla precarietà della vita temporale e sull'avvicinarsi inevitabile e sempre più prossimo della sua fine si impone: Non è saggia la cecità davanti a tale immancabile sorte, davanti alla disastrosa rovina che porta con sé, davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi nell'essere mio, davanti a ciò che si prepara.
Vedo che la considerazione prevalente si fa estremamente personale: io, chi sono? che cosa resta di me? dove vado? e perciò estremamente morale: che cosa devo fare? quali sono le mie responsabilità? e vedo anche che rispetto alla vita presente è vano avere speranze; rispetto ad essa si hanno dei doveri e delle aspettative funzionali e momentanee; le speranze sono per l'al di là.
E vedo che questa suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo, nel solito dramma umano che al crescere della luce fa crescere l'oscurità del destino umano; deve svolgersi a dialogo con la Realtà divina, donde vengo e dove certamente vado; secondo la lucerna che Cristo ci pone in mano per il grande passaggio. Credo, o Signore.
L'ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi e trarre la Chiesa a migliori fortune. La Provvidenza ha, sì, tanti modi d'intervenire nel gioco formidabile delle circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all'altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. « Servus inutilis sum ». Sono un servo inutile.
« Ambulate dum lucem habetis ». Camminate finché avete la luce (Jo. 12,35).
Ecco: mi piacerebbe, terminando, d'essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irricuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la luce che svela la delusione d'una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi e quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita: « vanitas vanitatum ». Vanità della vanità. Quanto a me vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com'era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre e incantare, mentre doveva apparire segno e invito. Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente; un avvenimento degno d'essere cantato in gaudio, e in gloria: la vita, la vita dell'uomo! Né meno degno d'esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell'uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. E' un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non averlo ammirato abbastanza questo quadro, dì non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità! Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, « qui per Ipsum factus est », che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti saluto e ti celebro all'ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l'universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l'Amore!La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, d'un Dio Creatore, che si chiama il Padre nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a Te, o Padre! In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce; è una rivelazione naturale d'una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell'invisibile Sole, « quem nemo vidit unquam », che nessuno ha mai visto (cfr. Jo. 1,18): « unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit », il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato. Così sia, così sia.
Ma ora, in questo tramonto rivelatore un altro pensiero, oltre quello dell'ultima luce vespertina, presagio dell'eterna aurora, occupa il mio spirito: ed è l'ansia di profittare dell'undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa di importante prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come ricuperare il tempo perduto, come afferrare in quest'ultima possibilità di scelta « l'unum necessarium? », la sola cosa necessaria?
Alla gratitudine succede il pentimento. Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido che invoca misericordia e perdono. Che almeno questo io sappia fare: invocare la Tua bontà, e confessare con la mia colpa la Tua infinita capacità di salvare. « Kyrie eleison; Christe eleison; Kyrie eleison». Signore pietà; Cristo pietà; Signore pietà.
Qui affiora alla memoria la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall'ordito di singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un'ineffabile bontà (è questa che spero potrò un giorno vedere ed « in eterno cantare »); e, per l'altro, attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole. « Tu scis insipientiam meam »: Dio, Tu conosci la mia stoltezza (Ps. 68,6). Povera vita stentata, gretta, meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d'infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di S. Agostino: miseria et misericordia. Miseria mia, misericordia di Dio. Ch'io possa almeno ora onorare Chi Tu sei, il Dio d'infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia.
E poi un atto, finalmente, di buona volontà: non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente il dovere risultante dalle circostanze in cui mi trovo, come Tua volontà.
Fare presto. Fare tutto. Fare bene. Fare lietamente: ciò che ora Tu vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se mi chiede la vita. Finalmente, a quest'ultima ora.
Curvo il capo ed alzo lo spirito. Umilio me stesso ed esalto Te, Dio, « la cui natura è bontà » (S. Leone). Lascia che in questa ultima veglia io renda omaggio, a Te, Dio vivo e vero, che domani sarai mio giudice, e che dia a Te la lode che più ambisci, il nome che preferisci: sei Padre. Poi io penso, qui davanti alla morte, maestra della filosofia della vita, che l'avvenimento fra tutti più grande fu per me, come lo è per quanti hanno pari fortuna, l'incontro con Cristo, la Vita. Tutto qui sarebbe da rimeditare con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della morte dà a tale incontro. «Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset ». A nulla infatti ci sarebbe valso il nascere se non ci avesse servito ad essere redenti. Questa è la scoperta del preconio pasquale, e questo è il criterio di valutazione d'ogni cosa riguardante l'umana esistenza ed il suo vero ed unico destino, che non si determina se non in ordine a Cristo: « o mira circa nós tuae pietatis dignatio! », o meravigliosa pietà del tuo amore per noi! Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo. Qui la fede, qui la speranza, qui l'amore cantano la nascita e celebrano le esequie dell'uomo. Io credo, io spero, io amo, nel nome Tuo, o Signore.
E poi ancora mi domando: perchè hai chiamato me, perché mi hai scelto? così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore? Lo so: « quae stulta sunt mundi elegit Deus... ut non glorietur omnis caro in conspectu eius ». Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1 Cor 1, 27-28). La mia elezione indica due cose: la mia pochezza; la Tua libertà, misericordiosa e potente. La quale non si è fermata nemmeno davanti alle mie infedeltà, alla mia miseria, alla mia capacità di tradirTi: «Deus meus, Deus meus, audebo dicere... in quodam aestasis tripudio de Te praesumendo dicam: nisi quia Deus es, iniustus esser, quia peccavimus graviter... et Tu placatus es. Nos Te provocamus ad iram, Tu autem conducis nos ad misericordiam ». Mio Dio, mio Dio, oserò dire... in un estatico tripudio di Te dirò con presunzione: se non fossi Dio, saresti ingiusto, poiché abbiamo peccato gravemente... e Tu Ti plachi. Noi Ti provochiamo all'ira, e Tu invece ci conduci alla misericordia! (PL. 40, 1150).
Ed eccomi al Tuo servizio, eccomi al Tuo amore. Eccomi in uno stato di sublimazione, che non mi consente più di ricadere nella mia psicologia istintiva di pover uomo, se non per ricordarmi la realtà del mio essere, e per reagire nella più sconfinata fiducia con la risposta, che da me è dovuta: « amen; fiat; Tu scis quia amo Te », così sia, così sia. Tu lo sai che ti voglio bene. Uno stato di tensione subentra, e fissa in un atto permanente di assoluta fedeltà la mia volontà di servizio per amore: « in finem dilexit », amò fino alla fine. « Ne permittas me separari a Te ». Non permettere che io mi separi da Te. Il tramonto della vita presente, che sognerebbe d'essere riposato e sereno, deve essere invece uno sforzo crescente di vigilia, di dedizione, di attesa. E' difficile; ma è così che la morte sigilla la meta del pellegrinaggio terreno, e fa ponte per il grande incontro con Cristo nella vita eterna. Raccolgo le ultime forze, e non recedo dal dono totale compiuto, pensando al Tuo: « consummatum est », tutto è compiuto... .
Ricordo il preannuncio fatto dal Signore a Pietro sulla morte dell'apostolo: « amen, amen dico tibi... cum... senueris, extendes manus tuas, et alius et cinget, et ducet quo tu non vis ». Hoc autem (Jesus) dixit significans qua morte (Petrus) clarificaturus esset Deum. Et, cum hoc dixisset, dicit et: « sequere me ». In verità, in verità ti dico... quando sarai vecchio, tenderai le tue mani, e un'altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: « Seguimi » (Jo. 21, 18-19).
Ti seguo; ed avverto che io non posso uscire nascostamente dalla scena di questo mondo; mille fili mi legano alla famiglia umana, mille alla comunità, ch'è la Chiesa. Questi fili si romperanno da sé; ma io non posso dimenticare che essi richiedono da me qualche supremo dovere. « Discessus pius », morte pia. Avrò davanti allo spirito la memoria del come Gesù si congedò dalla scena temporale di questo mondo. Da ricordare come Egli ebbe continua previsione e frequente annuncio della sua passione, come misurò il tempo in attesa della « sua ora », come la coscienza dei destini escatologici riempì il suo animo ed il suo insegnamento, e come dell'imminente sua morte parlò ai discepoli nei discorsi dell'ultima cena; e finalmente come volle che la sua morte fosse perennemente commemorata mediante l'istituzione del sacrificio eucaristico: « mortem Domini annuntiabitis donec veniat ». Annunzierete la morte del Signore finché Egli venga.
Un aspetto su tutti gli altri principale: « tradidit semetipsum », ha dato se stesso per me; la sua morte fu sacrificio; morì per gli altri, morì per noi. La solitudine della morte fu ripiena della presenza nostra, fu pervasa d'amore: « dilexit Ecclesiam », amò la Chiesa (ricordare « le mystère de Jésus », di Pascal). La sua morte fu rivelazione del suo amore per i suoi: « in finem dilexit », amò fino alla fine. E dell'amore umile e sconfinato diede al termine della vita temporale esempio impressionante (cfr. la lavanda dei piedi), e del suo amore fece termine di paragone e precetto finale. La sua morte fu testamento d'amore. Occorre ricordarlo.
Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono, d'amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l'ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d'aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all'estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo. Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che l'assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi.
Qui è da ricordare la preghiera finale di Gesù (Jo. 17). Il Padre e i miei; questi sono tutti uno; nel confronto col male ch'è sulla terra e nella possibilità della loro salvezza; nella coscienza suprema che era mia missione chiamarli, rivelare loro la verità, farli figli di Dio e fratelli fra loro: amarli con l'Amore, ch'è in Dio, e che da Dio, mediante Cristo, è venuto nell'umanità e dal ministero della Chiesa, a me affidato è ad essa comunicato.
Uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell'effusione dello Spirito Santo, ch'io, ministro, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti. E voi, a me più vicini, più cordialmente. La pace sia con voi. E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell'umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo.
Amen. Il Signore viene. Amen.





* L'Osservatore Romano, edizione settimanale settimanale in lingua italiana n. 32-33, 9 agosto 1979.

Credo del popolo di Dio - del papa Paolo 6° - 1968

PAOLO VI  
CREDO DEL POPOLO DI DIO
SOLENNE PROFESSIONE DI FEDE
Pronunciata dal Papa Paolo VI davanti alla Basilica di San Pietro il 30 giugno 1968 alla chiusura dell'Anno della fede e nel diciannovesimo del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo.

Venerabili fratelli e diletti figli,
1. Con questa solenne Liturgia Noi concludiamo la celebrazione del XIX centenario del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e diamo così all'«Anno della Fede» il suo coronamento: l'avevamo dedicato alla commemorazione dei santi Apostoli per attestare il Nostro incrollabile proposito di fedeltà al Deposito della fede (Cf 1 Tm 6, 20) che essi ci hanno trasmesso, e per rafforzare il Nostro desiderio di farne sostanza di vita nella situazione storica, in cui si trova la Chiesa pellegrina nel mondo.
2. Noi sentiamo pertanto il dovere di ringraziare pubblicamente tutti coloro, che hanno risposto al Nostro invito, conferendo all'«Anno della Fede» una splendida pienezza, con l'approfondimento della loro personale adesione alla parola di Dio, con la rinnovazione della professione di fede nelle varie comunità, e con la testimonianza di una vita veramente cristiana. Ai Nostri Fratelli nell'Episcopato, in modo particolare, e a tutti i fedeli della santa Chiesa cattolica, Noi esprimiamo la Nostra riconoscenza e impartiamo la Nostra Benedizione.
3. Al tempo stesso, Ci sembra che a Noi incomba il dovere di adempiere il mandato, affidato da Cristo a Pietro, di cui siamo il successore, sebbene l'ultimo per merito, di confermare cioè nella fede i nostri fratelli (Cf Lc 22, 32). Consapevoli, senza dubbio, della Nostra umana debolezza, ma pure con tutta la forza che un tale mandato imprime nel Nostro spirito, Νοi Ci accingiamo pertanto a fare una professione di fede, a pronunciare un Credo che, senza essere una definizione dogmatica propriamente detta, e pur con qualche sviluppo, richiesto dalle condizioni spirituali del nostro tempo, riprende sostanzialmente il Credo di Nicea, il Credo dell'immortale tradizione della santa Chiesa di Dio.
4. Nel far questo, Noi siamo coscienti dell'inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all'influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell'adempimento dell'indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire - come purtroppo oggi spesso avviene - ingenerare turbamento e perplessità in molte anime fedeli.
5. A tale proposito occorre ricordare che al di là del dato osservabile, scientificamente verificato, l'intelligenza dataci da Dio raggiunge la realtà (ciò che è), e non soltanto l'espressione soggettiva delle strutture e dell'evoluzione della coscienza; e che d'altra parte, il compito dell'interpretazione - dell'ermeneutica - è di cercare di comprendere e di enucleare, nel rispetto della parola pronunciata, il significato di cui un testo è espressione, e non di ricreare in qualche modo questo stesso significato secondo l'estro di ipotesi arbitrarie.
6. Ma, soprattutto, Noi mettiamo la nostra incrollabile fiducia nello Spirito Santo, anima della Chiesa, e nella fede teologale su cui si fonda la vita del corpo mistico. Νοi sappiamo che le anime attendono la parola del Vicario di Cristo, e Noi veniamo incontro a questa attesa con le istruzioni che normalmente amiamo dare. Ma oggi Ci si offre l'occasione di pronunciare una parola più solenne.
7. In questo giorno, scelto per la conclusione dell'anno della fede, in questa festa dei beati Apostoli Pietro e Paolo, Νοi abbiamo voluto offrire al Dio vivente l'omaggio di una professione di fede. E come una volta a Cesarea di Filippo l'Apostolo Pietro prese la parola a nome dei dodici per confessare veramente, al di là delle umane opinioni, Cristo Figlio di Dio vivente, così oggi il suo umile Successore, Pastore della Chiesa universale, eleva la sua voce per rendere, in nome di tutto il popolo di Dio, una ferma testimonianza alla Verità divina, affidata alla Chiesa, perché essa ne dia l'annunzio a tutte le genti.
Nοi abbiamo voluto che la Nostra professione di fede fosse sufficientemente completa ed esplicita, per rispondere in misura appropriata al bisogno di luce, sentito da così gran numero di anime fedeli, come da tutti coloro che nel mondo, a qualunque famiglia spirituale appartengano, sono in cerca della Verità.
A gloria di Dio beatissimo e di Nostro Signore Gesù Cristo, fiduciosi nell'aiuto della Beata Vergine Maria e dei santi Apostoli Pietro e Paolo, per il bene e l'edificazione della Chiesa, a nome di tutti i Pastori e di tutti i fedeli Noi ora pronunciamo questa professione di fede, in piena comunione spirituale con tutti voi, Fratelli e Figli carissimi.
PROFESSIONE DI FEDE
8. Νοi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, Creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli (Cf CONC. VAT. I, Cost. dogm. Dei Filius: Dz.-Sch. 3002), e Creatore in ciascun uomo dell'anima spirituale e immortale (Cf Encicl. Humani Generis, AAS 42 (1950), p. 575; CONC. LATERAN. V, Dz. Sch. 1440-1441).
9. Νοi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni: nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, com'egli stesso ha rivelato a Mosè (Cf Es 3,14); e egli è Amore, come ci insegna l'Apostolo Giovanni (Cf 1 Gv 4, 8): cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa realtà divina di colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che abitando in una luce inaccessibile (Cf 1 Tm 6, 16) è in se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita nοi siamo chiamati per grazia di lui a partecipare, quaggiù nell'oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l'eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le Tre Persone, le quali sono ciascuna l'unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che nοi possiamo concepire secondo l'umana misura (Cf CONC. VAT. I, Cost. dogm. Dei Filius: Dz.-Sch. 3016). Intanto rendiamo grazie alla bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con nοi, davanti agli uomini, l'Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.
10. Νοi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coeterne e coeguali (Symbolum Quicumque: Dz.-Sch. 75), sovrabbondano e si consumano, nella sovreccellenza e nella gloria proprie dell'Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre deve essere venerata l'Unità nella Trinità e la Trinità nell'Unità (Ibid.).
11. Noi crediamo in nostro signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri; e per mezzo di lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l'umanità (Ibid., n. 76), ed egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l'unità della persona (Ibid.).
12. Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri cοm'egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all'Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all'ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto. E il suo Regno non avrà fine.
13. Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei Profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua Risurrezione e la sua Ascensione al Padre; egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell'intimo dell'anima, rende l'uomo capace di rispondere all'invito di Gesù: Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste (Cf Mt 5, 48).
14. Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristο (Cf CONC. DI EFESO: Dz.-Sch. 251-252), e che, a motivo di questa singolare elezione, essa, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente (Cf CONG. VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 53), preservata da ogni macchia del peccato originale (Cf Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus, Acta, parte I, vol. I, 616) e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature (Cf Lumen gentium, n. 53).
15. Associata ai misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile (Cf Ibid., nn. 53, 58, 61), la Vergine Santissima, l'Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste (Cf Cost. ap. Munificentissimus Deus: AAS 42 (1950), p. 770) e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa (Cf Lumen gentium, nn. 53, 56, 61, 63; PAOLO VI, Discorso per la chiusura del terzo periodo del Concilio Vaticano II: AAS 56 (1964), p. 1016; Esort. Ap. Signum Magnum: AAS 59 (1967), p. 465 e 467), continua in cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti (Cf Lumen gentium, n. 62; PAOLO VI, Esort. Ap. Signum Magnum: AAS 59 (1967), p. 468).
16. Νοi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l'uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Νοi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione, e che esso è proprio a ciascuno (Cf CONC. DI TRENTO, Sess. V, Decr. De pecc. orig.: Dz.-Sch. 1513).
17. Νοi crediamo che Nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che, secondo la parola dell'Apostolo, là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5, 20).
18. Noi crediamo in un solo battesimo, istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che nοn hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano dall'acqua e dallo Spirito santo alla vita divina in Gesù Cristo (Cf CONC. Dl TRENTO, ibid.: Dz.-Sch. 1514).
19. Νοi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l'opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria (Cf Lumen gentium, nn. 8 e 5). Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza (Cf Ibid., nn. 7, 11). E con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione (Cf CONC. VAT. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, nn. 5, 6; Lumen gentium, nn. 7, 12, 50). Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della Sua Santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo.
20. Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo Spirito, per mezzo di quell'Israele di cui custodisce con amore le sacre Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinarlo e universale (Cf CONC. VAT. I, Cost. Dei Filius: Dz.-Sch. 3011). Νοi crediamo nell'infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra (Cf Ibid., Cost. Pastor Aeternus: Dz.-Sch. 3074) come Pastore e Dottore di tutti i fedeli, e di cui è dotato altresì il Collegio dei Vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo (Cf Lumen gentium, n. 25).
21. Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica (Cf Ibid., nn. 8, 18-23; Decr. Unitatis Redintegratio, n. 2). Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza (Cf Lumen gentium, n. 23; Decr. Orientalium Ecclesiarum, nn. 2, 3, 5, 6).
22. Riconoscendo poi, al di fuori dell'organismo della Chiesa di Cristo, l'esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all'unità cattolica (Cf Lumen gentium, n. 8), e credendo all'azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l'amore per tale unità (Cf Ibid. n. 15), noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l'unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.
23. Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa (Cf Ibid. n. 14). Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l'influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch'essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza (Cf Ibid. n. 16).
24. Νοi crediamo che la Messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell'Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e di membri del suo Corpo Mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell'ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale (Cf CONC. DI TRENTO, Sess. XIII, Decr. De Eucharistia: Dz.-Sch. 1651).
25. Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino (Cf Ibid.: Dz.-Sch. 1642, 1651; PAOLO VI, Encicl. Mysterium Fidei: AAS 57 (1965), p. 766), proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutri-mento e per associarci all'unità del suo Corpo Mistico (Cf Summa Theologiae, III, q. 73, a. 3).
26. L'unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell'Ostia Santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo incarnato, che essi non posso no vedere e che, senza lasciare il cielo, si è reso presente dinanzi a noi.
27. Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo (Cf Gv 18, 36), la cui figura passa (Cf 1 Cor 7, 31); e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all'amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora (Cf Εb 13, 14), essa li spinge anche a contribuire - ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi - al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L'intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l'ardore dell'attesa del suo Signore e del Regno eterno.
28. Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime dl tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell'aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.
29. Νοi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com'è e (Cf 1 Gv 3, 2; BENEDETTO XII, Cost. Benedictus Deus: Dz.-Sch. 1000) dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine (Cf Cost. dogm. Lumen gentium, n. 49).
30. Noi crediamo alla comunione tra tutti i Fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù: Chiedete e riceverete (Cf Lc 10, 9-10; Gv 16, 24. ). E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.
Sia benedetto Dio santo, santo, santo. Amen.
Pronunciata davanti alla Basilica di San Pietro, il 30 giugno dell'anno 1968, sesto del Nostro Pontificato.
PAOLO PP. VI



Oltre una religione di contenimento

Oltre una religione di contenimento



  Ogni giorno, in religione, ci rendiamo conto che è necessario un mutamento di idee e di prospettive, ma abbiamo qualche difficoltà ad immaginarlo e soprattutto a progettarlo in concreto. Del resto per lungo tempo, dopo quella che è definita “la primavera del Concilio”, siamo vissuti in un’epoca in cui la nostra creatività laicale non era granché apprezzata. E, bisogna riconoscere, noi laici di fede  vi ci si siamo accomodati senza porci in definitiva tanti problemi. E’ venuto il tempo di risvegliarci, di riattivarci? E’ una cosa che, passati i primi entusiasmi, potrebbe anche  scoraggiare, perché è faticosa, come lo sono tutte le scelte di libertà.
  Passando in rassegna i vari problemi da risolvere, mi balza agli occhi quello che tiene lontane dai nostri ambienti liturgici molta parte delle persone più giovani, vale a  dire una concezione della religione come struttura di contenimento delle passioni, istinti, desideri umani. Uno dei suoi aspetti più critici è quello dell’eccessiva, direi ossessiva, insistenza sulle questioni di moralità sessuale, quando ci si rivolge agli adolescenti e ai ventenni, ma anche più in là. E’ un modo di pensare che ha qualche fondamento biblico. Lo abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo e poi esso è transitato anche nella fede degli arabi: lo troviamo espresso al parossismo nei crudeli costumi che vediamo praticati, ad esempio, nelle zone di guerra al confine tra Siria e Iraq.  Guardandoli da lontano li ripudiamo, ma non ci rendiamo conto che sono manifestazione di una ideologia che anche noi pratichiamo ancora, anche se in forme meno violente. La civiltà europea contemporanea impedisce quegli estremi, che comunque in passato ci sono stati.  Ma se una cosa ha fondamento biblico, come superarla? E’ una questione che ciascuno può proporre ai teologi.  Osservo che i nostri scritti sacri sono un cimitero di costumi morali che sono stati nei secoli tranquillamente superati: negli stessi scritti biblici si nota una evoluzione dell’etica, così come di altre concezioni, ad esempio quelle cosmologiche. Ma non è solo questo. Nei secoli della nostra fede abbiamo superato, sulla base di una riformulazione della teologia biblica, molti costumi a fondamento biblico vigenti ancora nel primo secolo della nostra era, in cui si sono formate le tradizioni confluite negli scritti neotestamentari. Ad esempio l’uso di lapidare le adultere. Il nostro primo Maestro, in un brano evangelico, mostra di non scandalizzarsene, di non ritenerle una orribile barbarie, come noi oggi invece facciamo.
 La religione come struttura di contenimento sociale parte dall’idea che la società senza una fede religiosa comune sarebbe abbandonata alla violenza di tutti contro tutti e ad ogni eccesso. Ai tempi nostri in Europa viviamo governati da istituzioni laiche, nel senso di non improntate esplicitamente ad ideologie religiose, ma la società  rimane ordinata e pacifica. C’è un diritto molto sofisticato e preciso che dice ad ognuno che cosa può o deve fare. Sono state poi istituite, e sono efficaci, organizzazioni pubbliche per far rispettare l’ordine. Le violazioni sono represse validamente. La giustificazione sociale della religione come struttura di contenimento non ha più senso. Eppure viene ancora riproposta in varie forme. Ad esempio nell’educazione dei più giovani. Talvolta si promette ai genitori di raddrizzare  i loro figli affidati alle nostre strutture per la formazione religiosa di base. In genere poi non si riesce a mantenere questo impegno e così si genera sfiducia.
 L’ideologia religiosa del contenimento sociale viene applicata anche per giustificare il mantenimento di una struttura feudale del clero. Senza questo sistema di potere veramente anacronistico, si sostiene, non sarebbe possibile tenere unito il gregge. L’esperienza delle altre confessioni della nostra fede, saldamente radicate nella società, dimostra il contrario.  
 Gli esseri umani sono intrinsecamente morali, tendono a vivere secondo un ordine morale, a darsi un ordine morale. Varia poi, nella storia, il contenuto della moralità. E’ una cosa evidente, di cui facciamo esperienza ogni giorno.
 E’ vero che storicamente la nostra fede religiosa  è stata impiegata per rafforzare la moralità sociale. Ciò ha avuto anche aspetti molto negativi, perché concezioni morali storicamente datate sono, come dire, rifluite indebitamente nel deposito di fede, in ciò che veniva considerato essenziale, irrinunciabile. Ad esempio per ciò che riguarda la posizione delle donne nella società.
 Ma la nostra fede ha anche altre potenzialità che vanno riscoperte. Esse sono state alla base di quella cultura dei diritti umani che è stato il grande dono che l’Europa ha fatto all’umanità intera. Oggi però, in genere, non riusciamo più a coglierne il significato religioso.  Anzi non di rado vi cogliamo contrasti con la nostra fede religiosa, e invece molte volte il contrasto è con le incrostazioni che l’hanno appesantita nell’attraversare la storia umana.
 La fede religiosa ci spinge oltre ogni frontiera, oltre ogni limite e barriera che separano gli esseri umani. Ci spinge a cercare di vincere l’inimicizia. Questo aspetto della nostra fede  è molto più attuale. Lo vediamo espresso molto bene nei documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) in cui si presenta l’obiettivo religioso di fare di tutta l’umanità un popolo solo animato da sentimenti fraterni. La dinamica delle società globalizzate in cui siamo inseriti ha questa potenzialità. Assistiamo a un profondo rimescolamento tra culture, favorito dai nuovi mezzi di comunicazione e dalle nuove e sicure vie di migrazione anche intercontinentale. Ci si sposta di più, si comunica di più, ci si conosce meglio. La dignità della persona è sempre meno legata a una appartenenza nazionale e a una bandiera, ognuno se la porta con sé, insieme all’I-Pad e alla carta di credito, dovunque vada. Stiamo sperimentando un modo nuovo di vivere da esseri umani, qualcosa di veramente nuovo, che non c’era mai stato prima. Una situazione storica che presenta grandi opportunità di bene, ma anche dei rischi. La complessità dell’organizzazione globale delle società umane, nel loro complicato intersecarsi, rende l’intera umanità come una specie di macchina di sofisticata tecnologia, qualcosa di simile ai nostri elaboratori elettronici. In questo contesto gli esseri umani corrono il rischio di essere considerati solo parti di questa macchina.  Potrebbe essere, in fondo, una schiavitù di tipo nuovo, in una società che garantisce il massimo livello di benessere e di sicurezza mai raggiunto dall’umanità, ma a costo di ridurre l’essere umano alla sola sua dimensione di ingranaggio, e di ingranaggio  desiderante, utile fino a che funziona come tale, cellula di pura  produzione e consumo. In questo contesto la fede religiosa afferma che non di solo pane vive l’essere umano. Ciò vale in ogni relazione umana. C’è sempre un di più che va cercato. E’ in questo  di più, in questo che fu definito supplemento di anima, che sta la perenne attualità della nostra fede religiosa. In questo ordine di idee la religione non tanto  è un limite, quanto un arricchimento.  Tuttavia l’attuale teologia proposta ai fedeli laici la presenta essenzialmente come limite e in ciò è obsoleta. E infatti non sa parlare di libertà: quando ne parla passa subito ai limiti della libertà, la quale in quest’ottica consisterebbe nel decidere liberamente di rinunciare alla propria libertà. Non è indispensabile pensarla così in religione.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli




sabato 1 novembre 2014

Sabato 1-11-14 – Solennità di Tutti i Santi– Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Sabato 1-11-14 – Solennità di Tutti i Santi– Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità –colore liturgico: bianco - Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Osservazioni ambientali: temperatura 20°; cielo: sereno. E’  una splendida giornata romana, ideale per girare per la città. Canti: ingresso, Noni canteremo gloria a Te; offertorio: Le mani alzate; Comunione, Beati voi;  canto finale, Camminiamo sulla strada.
Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.

Buona domenica a tutti i lettori!

Prima lettura
Dal libro dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo (Ap 7,2-4.9-14)

 Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: “Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio”.  E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti  da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessun popolo poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono e all’Agnello”. E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: “Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen”. Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: “Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?”. Gli risposi: “Signore mio, tu lo sai”. E lui: “Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione  e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello”.



Salmo responsoriale (dal salmo 23 (24) )

Ritornello:
Ecco la generazione
che cerca il tuo volto, Signore.


Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
E’ lui che l’ha fondata sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.


Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.


Seconda lettura
Dalla prima lettera di  San Giovanni apostolo (1Gv 3,1-3)

 Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre  per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12a)

 In quel tempo, vedendo le folle. Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figlio di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la ricompensa nei cieli.


Sintesi dell'omelia della Messa delle nove

  Oggi celebriamo la festa di Tutti i Santi. E’ anche la feste di tutti noi, perché tutti noi siamo chiamati alla santità. Siamo chiamati a essere santi come lo è Dio, perfetti come lo è Dio. Siamo chiamati a manifestare nel mondo la santità e la perfezione di Dio.
 Non è con i nostri forzi che riusciremo  a essere perfetti e santi, ma rimanendo uniti a Cristo. E’ lui la via alla perfezione e alla santità. Noi siamo il suo corpo ed è in lui e per i suoi meriti che possiamo raggiungere la santità.
 In Cristo la Chiesa, quella militante,  qui sulla Terra, quella purgante, che si sta purificando dopo la morte, quella trionfante, in Paradiso, è unita: è la comunione dei santi. Ricordiamo che il Purgatorio  non è un luogo in cui si sconta una condanna, ma in cui ci si purifica. Tutti i membri della Chiesa pregano gli uni per gli altri. Pregando per coloro che sono in Purgatorio possiamo aiutarli nella purificazione.
 Come si diventa santi? Avendo fiducia in Dio. E’ allora che possiamo vivere le Beatitudini  evangeliche, che altrimenti sarebbero paradossali.
 Rimaniamo dunque uniti a Cristo, per poter entrare, cantando, nel suo Regno.


Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa– Roma, Monte Sacro Valli



Avvisi parrocchiali:
-si segnala il sito WEB della parrocchia:

Avvisi di A.C.:
- la riunione infrasettimanale del gruppo parrocchiale di AC si terrà il 4-11-14, alle ore 17, nell'aula con accesso dal corridoio dell'ufficio parrocchiale. I soci sono invitati a preparare una riflessione sulle letture di domenica 9-11-14, 32° del Tempo ordinario: Ez 47,1-2.8-9.12; Sal 45 (46); 1Cor 3,9c-11.16-17; Gv 2,13-22.
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.

-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/

Un nostro autorevole socio e caro amico ci manda un pensiero in occasione della Commemorazione dei fedeli defunti

Un nostro autorevole socio e caro amico ci manda un pensiero in occasione della Commemorazione dei fedeli defunti

 Carissimi consoci,
tra pochi giorni la Chiesa commemora i fedeli defunti.
 Con l’occasione non possiamo scordarci dei nostri parenti morti tempo fa e, soprattutto, dei nostri cari consoci, i Catanzaro, le signore Mirabella, Cretella, Caturano, Di Bitetto-Cannarozzi, il generale Zappulla, Ranalli, Grilli, l’avv. Sesti di Belmonte Calabro, che pur non essendo iscritto in AC, compartecipava con piacere a tutte le nostre iniziative.
 La morte è qualcosa di serio. Ci riempie di dolore. Ci pone degli interrogativi sul suo significato. E’ un mistero. A volte l’unico legame che si possiede tra l’oggi e il domani è nascosto nella sfera più intima di noi, quella dei ricordi, degli affetti, della memoria…
 E’ un legame ben radicato tra terra e cielo, vivi e morti.
 E quante volte viene anche a noi di sbottare: “Come si fa a parlare di vita e di speranza, quando una persona a cui vuoi bene muore?”.
 Mentre ci si interroga e si resta in silenzio in ascolto, ricordiamoci che se la morte va chiamata con il suo nome, anche la vita ha un bel nome, che va gridato con coraggio.
 Nelle apparizioni di Gesù risorto c’è la paura, ma poi scoppia la gioia. E’ il senso del ricordo cristiano dei defunti: non si deve avere paura, anzi bisogna abbracciare la morte con la vita. La fine di questa vita è l’inizio di un’altra. Chi muore sarà ritrovato.
 Carissimi, un nuovo germoglio ci attende. E’ la Pasqua dei figli della Chiesa. Di tutti noi.
 Vi abbraccio con tanto affetto.


“Nell’Azione Cattolica volle laici impegnati” - Articolo di Stefania Careddu

“Nell’Azione Cattolica volle laici impegnati”
Articolo di Stefania Careddu

 “Dare concreta attuazione al Concilio”. E’ questa la ragion d’essere dell’Azione cattolica, ma anche la più grande eredità lasciata da Paolo VI all’associazione che lo ha visto nelle sue fila sin da giovane. “E’ il Pontefice che ha speso la vita per una Chiesa sinodale e conciliare, capace di camminare insieme, confrontarsi al suo interno, ma anche di aprirsi al dialogo aperto, vero e sincero con il proprio tempo”, sottolinea il presidente nazionale Matteo Truffelli. “Viviamo questo evento –confida- con forte entusiasmo e riconoscenza a papa Francesco per aver voluto collocare la beatificazione di Paolo VI a coronamento del Sinodo e in continuità con le canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, tre grandi Papi a cui l’Azione Cattolica deve tanto”.
 A Montini, dice, “guardiamo con particolare affetto e attenzione, non solo perché la sua storia è legata alla nostra, ma perché ha spinto l’AC a ripensarsi come strumento di attuazione del Concilio nella Chiesa e nella società”.
 “Tra i segni meno appariscenti ma non meno significativi, perché hanno informato anche sotto traccia tutta la sua esistenza, vi è infatti il rapporto con il laicato, in particolare con quello associato”, ricorda Paolo Trionfini, direttore dell’Istituto per la storia dell’Azione Cattolica  e del movimento cattolico in Italia Paolo VI, che insieme alla coordinatrice Simona Ferrantin, ha raccolto il “ricchissimo magistero montiniano sull’associazione” nel volume Sempre più degna della sua storia bellissima, edito da AVE. “Attraverso i quasi trecento testi che lo compongono è possibile seguire l’evoluzione dell’attenzione riservata da Paolo VI all’Azione Cattolica, di cui è stato anche protagonista nel sollecitarla al rinnovamento dopo il Concilio ecumenico Vaticano Ii e nell’investirla di un ruolo primario nella sua stessa ricezione”, rileva Trionfini.  “L’antico assistente fucino –spiega- volle ricordare l’associazione fin dal primo messaggio lanciato al mondo dopo l’elezione al soglio pontificio, non a caso, traendo spunto  dall’incipit, intitolato «In nomine Domini procedamus cum pace», per poi proporla come valore universale in Ecclesiam suam, l’enciclica programmatica del pontificato, per richiamarne, quindi, l’insostituibile ruolo nella vita della Chiesa nei discorsi più impegnativi dei viaggi apostolici che ne hanno scandito il pellegrinaggio terreno”.

 Nel rileggere la storia di Paolo VI, nonostante  “l’impossibilità pratica di ridurre a miniatura la statua di un gigante”, emerge con chiarezza che il legame con l’Azione Cattolica non si affievolì con il passare del tempo. Anzi, conclude il direttore dell’I.S.A.C.E.M “l’apprezzamento per questa «singolare forma di ministerialità laicale», secondo la definizione data, che rappresenta un punto di non ritorno assoluto, ha avuto un influsso sulla sua vicenda biografica, che è stata proposta alla santità anche attraverso l’intreccio inestricabile con le vite di tanti laici di Azione Cattolica”.