Magnifica humanitas enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° - conferenza del prof. Marco Staffolani, teologo fondamentale, docente presso l’Università Lateranense di Roma tenuta per il Meic – Lazio il 10 luglio 2026, sul tema "L'esperienza del limite alla luce della Magnifica Humanitas" – appunti presi da Mario Ardigò, non rivisti dal relatore, ma migliorati con l’impiego del sistema chatbot di intelligenza artificiale Claude mod. Fable 5 commercializzato da Anthropic
Oggi vi propongo
il testo dei miei appunti da una conferenza, tenuta ieri, 10 luglio 2026, dal
prof. Marco Staffolani, docente di teologia fondamentale presso l’Università
Lateranense di Roma, sul tema "L'esperienza
del limite alla luce della Magnifica Humanitas". Il testo
non è stato rivisto dal relatore e riflette la mia capacità di comprensione.
Potrei non aver compreso bene le parole del relatore, resta quindi una sintesi
mia non attribuibile a lui. Ho fatto
però rivedere i miei appunti ad un potente sistema di intelligenza artificiale chatbot,
vale a dire capace di dialogare con testi e anche a voce con l’utente: Claude
mod. Fable 5, prodotto e
commercializzato dall’impresa statunitense Anthropic.
Ecco il testo dei miei appunti.
Il relatore ha
esaminato le questioni teologiche che stanno dietro il concetto di limite,
con riferimento all'intelligenza artificiale, la quale, per contrasto, mette in
risalto il limite umano. La sua è dunque anzitutto una riflessione sull'umano.
I sistemi di intelligenza artificiale hanno
catalizzato la riflessione sul significato stesso di intelligenza.
L'espressione "intelligenza artificiale" è nata con una
funzione anche commerciale e genera aspettative, pure economiche; al tempo
stesso alimenta il timore della sostituzione dell'umano in campo lavorativo.
Già Alan Turing aveva mostrato quanto sia difficile comprendere e definire che
cosa sia l'intelligenza umana; questa difficoltà si riflette oggi nelle
questioni poste dall'intelligenza artificiale.
Un nodo da approfondire è quello del dono
della parola: il linguaggio, e il pensiero che di linguaggio è intriso. Il
grande pubblico, infatti, non è attirato tanto dalle questioni tecniche – le
reti neurali, il "neurone" informatico, la tecnologia alla base delle
intelligenze artificiali di oggi – quanto dal fatto che ChatGPT, il primo dei
chatbot basato su reti neurali posto in commercio, genera testi in modo tale da superare, di
fatto, il test di Turing, mediante il quale si verifica se una macchina, dialogando, riesce a sembrare umana al punto
da non essere distinguibile da una persona: è questo che
ha colpito l'immaginazione collettiva.
Occorre però smitizzare l'intelligenza
artificiale. I grandi modelli linguistici (LLM acronimo che significa in
inglese Large Language Model, cioè modello linguistico di grandi dimensioni,
va a dire un sistema di intelligenza artificiale addestrato su enormi quantità
di testi per comprendere e generare linguaggio) sono sistemi
generatori di testo, che producono solo l'impressione di una
personalità. Il successo di ChatGPT poggia su circa cinquant'anni di precedente
ricerca: già negli anni Sessanta esistevano programmi che generavano
linguaggio, come ELIZA di Joseph Weizenbaum, che rispondeva ricombinando frasi
precostituite, in numero limitato anche per la ridotta capacità di memoria
delle macchine di allora. Dietro ChatGPT e gli altri chatbot attuali, che
rispondono simulando in modo molto più accurato le capacità umane di linguaggio
e comprensione, stanno invece un'enorme
potenza di calcolo e la disponibilità di una quantità immensa di testi su cui
addestrarli; la differenza tra i modelli di intelligenza artificiale che si
susseguono velocemente si basa in larga parte sulla crescita di questi due
fattori. Le intelligenze artificiali si nutrono dunque di intelligenza umana –
dei testi che hanno potuto elaborare – e dietro di esse operano sempre
specialisti umani. Nel settore sono confluiti investimenti miliardari; le intelligenze
artificiali sono entrate nelle consuetudini di moltissime persone e sono state
integrate nei motori di ricerca come Google.
Da qui nascono i problemi relativi all'umano
evidenziati nell'enciclica Magnifica Humanitas. I nativi digitali sono
totalmente immersi in quella che Luciano Floridi chiama l'infosfera: per
loro è normale pensare a datacenter, vale a dire di enormi strutture che ospitano grandi elaboratori elettronici e sistemi
informatici destinati a conservare, elaborare e distribuire dati e servizi
digitali, che ricevono dati attraverso la fibra ottica, li processano e restituiscono
risultati per la stessa via. Il bene prodotto e lo strumento offerto all’umano sono
proprio quei dati. Per i non nativi, invece, lo strumento conserva una
dimensione fisica, come il martello o la vanga; i dati dell'infosfera sono di
natura diversa, e questo rende il fenomeno meno intuitivo. Floridi insiste
sulla necessità di governare il fenomeno. Il relatore richiama poi Paolo
Benanti, in particolare il saggio La condizione tecno-umana del 2016: la
tecnologia è diventata l'ambiente stesso in cui l'essere umano vive e l’essere umano
ne risulta condizionato e anche modificato.
L'essere umano non è soddisfatto di sé, e la
tecnologia amplifica l'umano; ma l'uomo è tentato dall'opera delle proprie
mani, fino a ridurre sé stesso a una parte, a una funzione, rispetto ad essa.
Questo accade in particolare con l'intelligenza
artificiale: il rischio è, allora, di
farne un idolo. L'intelligenza artificiale sembra rispondere a tutto, e l'uomo
è tentato di porsi a sua volta l'obiettivo di rispondere a tutto.
Il termine limite ricorre molte volte
nell'enciclica. Il relatore confessa di aver utilizzato proprio un'intelligenza
artificiale per individuare i passi che ne trattano: un esempio di uso utile
dello strumento.
Una prima
declinazione del limite in Magnifica Humanitas è la finitudine.
Il n. 118 riflette sul fatto che l'esperienza religiosa esorta ad accettare la finitudine
dell'umano:
Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in
crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia,
sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da
correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione.
Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il
limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla
luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle
cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la
sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra
costitutiva finitudine, sapendo che «l’esperienza religiosa e in particolare la
fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza
tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione
originaria e fondante con Dio».
La finitudine si appoggia sulla
categoria dell'essere: essere necessariamente circoscritti a un tempo e a uno
spazio è ciò che l'enciclica chiama "contingenza" delle cose di
questo mondo. La finitudine ha cominciato a creare problemi quando
l'uomo si è concepito come individuo staccato da Dio. Nella Bibbia, infatti,
l'idea in sé non è problematica: si parte dalla condizione dell'Eden, con una
relazione pacifica con Dio, che si manifestava con una certa orizzontalità
rispetto agli esseri umani – "udirono i passi del Signore Dio" (come
si legge nel libro della Genesi, capitolo 3, versetto 8). Ci viene presentato
un Dio che passeggia in quel bellissimo ambiente insieme agli esseri umani, con
una straordinaria consuetudine con loro. Dopo il peccato gli esseri umani
invece si nascondono: la presenza di Dio diventa percepita come pericolosa.
Emerge allora il tema della nudità, cioè della piccolezza dell'uomo di fronte
al creato, che, separati da Dio, gli esseri umani iniziano a percepire:
l'essere umano nasce carente, non ha pelliccia come altri animali, non si
presenta come il vertice della catena evolutiva. Ma questa carenza diventa
problematica solo nel racconto della caduta, quando gli esseri umani si
staccano da Dio. Il problema, dunque, è il peccato, la separazione da Dio, non la finitudine. La finitudine
è voluta da Dio, e proprio essa conduce alla comunione con gli altri, perché di
essi si ha bisogno: esistono finitudini complementari. Ciò che manca ad un
essere umano lo può dare un altro, con cui quindi occorre entrare in relazione.
Una seconda declinazione del limite è la fragilità,
a partire da quella fisica degli esseri umani. Nell'enciclica la fragilità
è vista in positivo: di conseguenza, una tecnica che promette di liberarcene si
rivela ingannevole. Se ne tratta al n.12 dell’enciclica:
12. In secondo luogo, edificare nel
bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza
considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza
dell’essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione
di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di
benessere che “lasciano indietro” interi popoli. Non di rado, riponiamo la
speranza in un potenziamento senza limiti, in forme di progresso che possono
esacerbare le disuguaglianze, in soluzioni immediate incapaci di sanare le
ferite dei popoli. Così, mentre alcuni inseguono la chimera di
un’autoaffermazione illimitata, molti restano privi del necessario. La Chiesa
ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla
rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e
responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e
dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli.
Non ci si dovrebbe preoccupare di un'intelligenza
artificiale che appare "onnisciente": come esseri umani possediamo infatti
la sapienza, anche senza saper rispondere a tutte le domande.
Dunque, ci sarà sempre spazio per l'umano.
Una terza declinazione del limite è la vulnerabilità:
come umani siamo limitati in quanto vulnerabili. Anche la vulnerabilità,
come la finitudine, ci spinge verso gli altri.
La conoscenza può essere estesa con gli
strumenti informatici; ma il senso della vita deve essere cercato in modo
umano. Nella sapienza biblica il limite è lo strumento che ci porta ad
attingere alla sapienza divina: i limiti hanno dunque un senso, ci orientano
verso di essa. L'enciclica riconosce che l'intelligenza artificiale potrà
svilupparsi ulteriormente, ma la ricerca del senso attraverso il limite rimarrà
propriamente umana: «nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera
un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene», si legge al
n. 233.
Il limite viene talvolta presentato anche
come definizione dell'umano, quasi che l'umanità si misurasse sulle
capacità degli esseri umani, con la conseguenza di un minor valore in dignità
delle persone più limitate; ma per Magnifica Humanitas la dignità
dell'essere umano non è condizionata alle sue prestazioni, per quanto limitate
esse siano. Nel n.94 si denuncia il rischio che la persona sia «valutata
soprattutto in base alle prestazioni che garantisce».
L'enciclica chiede che siano posti limiti
agli ambienti tecnologici: norme che rendano trasparenti le logiche di
selezione dei contenuti, decisioni algoritmiche comprensibili e contestabili,
sottoposte a controllo pubblico. In particolare se ne tratta ai numeri 137 e
164.
Il relatore conclude con un'osservazione sui
processi interni delle intelligenze artificiali: le reti neurali mostrano
attivazioni interne che gli stessi esperti non riescono sempre a spiegare,
fenomeni emergenti non previsti. Anche ricercatori come Christopher Olah –
cofondatore di Anthropic, la società che ha realizzato il chatbot Claude,
e pioniere degli studi di interpretabilità dei modelli – riconoscono che si
stanno manifestando fenomeni non ancora compresi, e ritengono che servano
regole in merito, oltre che uno studio serio del significato che questi sistemi
hanno per l'umano.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del
blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com