Politica e governo
Sinodalità ecclesiale e democrazia non sono ordinamenti contrapposti e incompatibili, hanno funzioni sociali diverse che possono integrarsi, se serve.
Il problema della sinodalità ecclesiale non è il governo, che è centrale per la democrazia. Anche le istituzioni ecclesiastiche hanno esigenze di governo, e allora la sinodalità rimane sullo sfondo delle conseguenti relazioni.
Definiamo politica il governo delle società. Il governo delle società consiste in poteri pubblici per dare ordine ai ruoli, alle funzioni e alle direttive dell’azione sociale. È pubblico il potere che vincola anche chi dissente e, anzi, può imporsi a prescindere dal consenso di chi vi è soggetto. Nell’ambito di un determinato ordinamento politico non ci si può sottrarre al governo chiamandosene fuori. Ce se ne può liberare solo allontanandosi dalla sua giurisdizione territoriale e da quella degli altri ordinamenti legati al governo dal quale si vuole evadere da accordi per dare esecuzione alle rispettive decisioni espressione di poteri pubblici.
Il governo, e quindi la politica, non riguarda soggetti mitici, vale a dire tutto il cosiddetto soprannaturale. Può darsi solo in società di viventi.
La Chiesa è anche un soggetto mitizzato e per quella parte non ha senso di parlare di politica e di governo e quindi anche di democrazia, come anche di sinodalità. Altro sono le istituzioni ecclesiastiche che a quella mitologia fanno riferimento, come ad esempio la parrocchia.
Di solito si parla di politica e di governo con riferimento agli stati e agli altri enti che esercitano poteri pubblici e che sono integrati nel sistema di potere degli stati. Ma se ne può parlare anche con riferimento agli altri soggetti collettivi il cui statuto preveda l’esercizio di poteri pubblici, ai vari livelli e alle diverse dimensioni in cui ciò può avvenire.
Certamente, le istituzioni ecclesiastiche hanno espresso ed esprimono delle politiche nelle funzioni di governo. E dal Seicento si sono date ordinamenti che ricalcano quelle degli stati moderni. I loro poteri pubblici di vertice sono sacralizzati, vale a dire ritenuti espressione di volontà soprannaturali, ma qui si è già nel mito.
I miti sono narrazioni sociali sulle origini, sui fondamenti e sui destino che prescindono dalla realtà fenomenica, osservabile, e la reinterpretano e trasfigurano a fini di costruzione sociale. Non per questo solo possono essere ritenuti falsi, ma la loro verità ha carattere normativo nel quadro della costruzione sociale. Si parla di ciò che c’è in Cielo per definire assetti sulla Terra.
Il potere sacralizzato è fortemente rafforzato. Si sacralizza per prevenirne e renderne comunque più difficoltosa la metamorfosi, che comunque infallibilmente avviene perché non esistono poteri pubblici eterni: essi evolvono secondo l’evoluzione della società di riferimento e l’evoluzione sociale è propria di tutte le società umane. L’analisi storica lo conferma.
La democrazia si manifesta quando la società esprime limiti legali ad ogni potere sociale, pubblico o privato, istituendo un sistema di libertà civili incomprimibili e organismi di giustizia partecipativa. Le decisioni a maggioranza nel quadro di specifiche forme partecipative possono essere un esempio di limiti politici ai sistemi di potere, ma non è detto che in un ordinamento democratico debbano, e possano, essere estese ad ogni ambito politico.
Oggi la nostra Chiesa non è governata con metodo democratico, ma potrebbe esserlo senza problemi, nel quadro del governo dell’istituzione. Ciò richiederebbe di istituire un sistema di libertà civili, che potrebbero essere sicuramente in sintonia col vangelo. Andrebbe rivista la teologia con cui si è legittimato l’assolutismo ecclesiastico e questo è un processo che è faticosamente in corso dagli scorsi anni Sessanta. Essa non discende necessariamente dal vangelo, non risale alle origini, è stata costruita con una lunga e travagliata evoluzione dal Secondo millennio, in particolare per sorreggere la strutturazione del diritto pubblico, quello relativo alle funzioni di governo, dal Seicento.
Il sistema di individuazione delle verità religiose non ne risentirebbe se non nella pretesa di fondarvi sacralizzazioni dei poteri pubblici. Ma non è detto che si debba per forza pensare a una democratizzazione totale. In particolare alcune decisioni si sottrarrebbero alla regola del maggioritario, che così sarebbe applicata in cerchie più ristrette di decisori o ad ambiti più ristretti di decisioni. Ciò che conta, in un ordinamento democratico, è la delimitazione legale dei poteri pubblici e la loro sindacabilità pubblica, il poterli mettere in discussione nella loro legittimazione politica e nel loro esercizio concreto.
L’attività di governo definisce gli ambiti di popolazione a cui l’esercizio di poteri pubblici può estendersi e, in tal modo, costruisce il proprio ambito territoriale e il proprio popolo, quest’ultimo da considerare una entità mitologica (nella realtà fenomenica vi sono solo popolazioni). Su questa base può radicarsi una metamorfosi in senso democratico. Per quanto riguarda la parrocchia essa attualmente è praticamente impossibile perché, mentre è definita la circoscrizione territoriale non lo è l’individuazione di un popolo. Non si sa con precisione chi ne fa parte, perché mancano procedure di censimento o di registrazione della propria appartenenza. Questo ha finora reso piuttosto difficoltose anche le procedure per la elezione di collegi in qualche modo rappresentativi nel quadro della sinodalità. Procedure e posizioni di tipo democratico, allora, possono essere introdotte, allo stato, solo in ambiti limitati, partendo dal riconoscimento generalizzato di alcune libertà civili, come quella di espressione del pensiero, per arrivare progressivamente a forme partecipative. Se ne potrebbe avvantaggiare anche l’esercizio della sinodalità ecclesiale, rendendola effettiva, aprendole spazio, ma anche quello della democrazia, rendendola più umana e meno spigolosa.
Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli