Triste vigilia di guerra
Il Papa è tra i pochi capi religiosi che manifestano consapevolezza che si è alla vigilia dell’estensione dell’infinita guerra in Ucraina e che cerca di fare qualcosa per evitarla, sganciandosi dalla trappola dialettica delle cosiddette guerre giuste.
Non esistono guerre giuste.
Il primo problema, di fronte alla possibilità di una guerra, non è quello di stabilire se sia giusto o non combatterla, ma di prevenirla in quanto ingiusta in sé. E di fronte ad una guerra esplosa, non è quello di raggiungere una pace giusta, ma innanzi tutto di far cessare il conflitto, per poi costruire progressivamente una condizione di pace. Ogni condizione di pace realizza una forma di giustizia, non così ogni condizione di guerra. Perciò ogni condizione di pace è eticamente preferibile ad ogni condizione di guerra.
La guerra non è il semplice scatenarsi della violenza tra le persone, è una dinamica politica, collettiva, espressione del governo delle società che confliggono. Gli esseri umani che vi sono coinvolti non possono legalmente sottrarvisi se non esercitando, in qualche modo una forma di ribellione contro il governo che li ha mobilitati. Negli ordinamenti politici più evoluti, questa scelta è in parte riconosciuta ammettendo l’obiezione di coscienza verso il servizio militare armato. E tuttavia l’obiettore di coscienza rimane sempre obbligato a prestarsi a collaborare alla guerra ordinata dal suo governo. La prospettiva di dover affrontare una obiezione di coscienza di massa può ostacolare i propositi bellici di un governo. È per questo che la mobilitazione bellica viene sempre preceduta da una mobilitazione delle coscienze. Ed è appunto quello che sta avvenendo, come va predicando il Papa.
Nonostante siano forme religiose basate sull’idea di agàpe, come pace solidale, sollecita e misericordiosa, i cristianesimi sì sono manifestati storicamente anche estremamente violenti, e l’obiezione di coscienza contro la partecipazione alla guerra è stata storicamente un fenomeno molto minoritario. Guerre tremende furono ordinate o comunque assentite dai Papi e da altri capi religiosi di comunità cristiane. La ragione è stata che, in certe condizioni, non si è vista altra soluzione che ordinarle e parteciparvi. Le teologie cristiane si sono occupate di far tornare i conti sul piano della coerenza evangelica. Da qui, appunto, anche la dottrina sulla guerra giusta. Ma, a ben vedere, quei conti non tornano. E, tornata la pace - perché alla fine torna sempre la pace, viene negoziata e torna, quindi gli ordini di guerra vengono sempre revocati - si finisce sempre in qualche modo a deprecare la guerra combattuta, anche se la si era ordinata sul presupposto che fosse giusta.
Dicono che è giusta la guerra difensiva. Nessuna guerra lo è. La guerra si fa sempre attaccando, ammazzando, distruggendo. Non ci sono armamenti difensivi ed offensivi. Ci sono armi più letali ed altre meno, ma servono tutte a distruggere ed ammazzare.
Altra cosa è la resistenza, in un conflitto. Si può fare in forme di lotta nonviolenta, la prima delle quali può essere l’obiezione di coscienza, in particolare dove è ammessa, e non è ammessa ovunque. La lotta non violenta è l’unica a prefigurare la pace, perché è coerente con essa. Rispetto alla guerra, ogni forma di pace è invece incoerente, perché la pace torna quando si abbandona la via della guerra. La lotta nonviolenta può svilupparsi anche in una condizione di pace, non così la guerra.
Dicono che il desiderio di lottare per la pace sia irrealistico e che addirittura sia un tradimento della propria patria. Ma allora com’è che alla fine viene sempre negoziata la pace e, al dunque, si vede che essa è resa possibile lasciando spazio ai nemici? È ciò che è accaduto dopo la Seconda guerra mondiale, conclusasi in Europa nel maggio 1945. Berlino era stata la capitale del Terzo Reich nazista e venne devastata dai nemici, gli statunitensi, i sovietici e i loro alleati. Ed ecco che, meno di vent’anni dopo, neanche lo spazio di una generazione, il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy nel giugno del 1963 pronunciò proprio in quella città un celebre discorso, acclamato da oltre centomila tedeschi intorno, che concluse così:
Voi vivete su un’isola di libertà protetta, ma la vostra vita fa parte del mondo intero.
Permettetemi dunque, nel concludere, di chiedervi di alzare lo sguardo oltre i pericoli di oggi, verso le speranze di domani; oltre la libertà soltanto di questa città di Berlino o del vostro paese, la Germania, verso l’avanzata della libertà ovunque; oltre il muro, verso il giorno della pace nella giustizia; oltre voi stessi e noi stessi, verso tutta l’umanità.
La libertà è indivisibile, e quando un solo uomo è schiavo, nessuno è davvero libero.
Quando tutti saranno liberi, allora potremo guardare al giorno in cui questa città sarà di nuovo unita, così come questo paese e questo grande continente europeo, in un mondo pacifico e pieno di speranza.
Quando quel giorno finalmente arriverà, come arriverà, il popolo di Berlino Ovest potrà provare una sobria soddisfazione nel sapere di essere stato per quasi due decenni in prima linea.
Tutti gli uomini liberi, ovunque vivano, sono cittadini di Berlino. E perciò, da uomo libero, sono orgoglioso di dire: «Ich bin ein Berliner» [anch’io sono Berlinese].
Capire le cause di una guerra non serve a distinguere le guerre giuste da quelle ingiuste, ma è utile per progettare la pace. Il Papa, come già prima di lui l’arcivescovo di Bologna nel gennaio 1968, esorta a partire dall’esame della propria condotta, non di quella del nemico. Non è facile farlo in un clima di mobilitazione delle coscienze nella fase in cui i governi preparano la guerra, eppure una coscienza cristiana dovrebbe provarci, come il Papa ha iniziato a fare. Altrimenti la fede diventa inutile perché irrilevante. La guerra non è un accidente naturale, viene sempre ordinata dai governi. E nei sistemi democratici si è sempre responsabili personalmente delle scelte del proprio governo.
Fino agli anni ’90 si pensava che una nuova grande guerra europea sarebbe stata impossibile perché avrebbe comportato l’impiego delle armi nucleari e quindi il mutuo annientamento assicurato. Lo chiamarono equilibrio del terrore. La guerra in Ucraina che dura, in varie fasi, dal 2014, sembra dimostrare, invece, che ci si può riprendere a combattere senza che ciò comporti l’uso di armi nucleari di enorme portata distruttiva, che però non solo ci sono, ma si sono continuate a produrre con una portata sempre più distruttiva, anche perché si sono costruiti dei lanciatori praticamente non intercettabili nell’atmosfera e negli abissi. E, anzi, come stigmatizzato dal Papa, nonostante che la spesa per gli armamenti sia costantemente aumentata negli ultimi anni, ora i governi europei, spinti da quello degli Stati Uniti d’America, una potenza che si sta manifestando sempre più bellicosa e insofferente del diritto internazionale, stanno progettando un consistente riarmo per fronteggiare la Federazione Russa nel conflitto in Ucraina. I russi, dal canto loro, da anni lo stanno già facendo. Tutto questo, e la progressiva interruzione delle relazioni economiche con l’immenso mondo russo configurano una triste vigilia di guerra.
Ma, una volta estesosi il conflitto, quale sicurezza vi è che uno dei belligeranti, magari stimando male il rischio, ceda all’azzardo morale di tentare di terrorizzare il nemico lanciando l’arma nucleare, confidando che dall’altra parte non si arrivi a tanto? Lo decise il governo federale statunitense contro i giapponesi, e ancora gli americani non sono arrivati a ripudiare quella decisione, anzi esaltandola, perché fece terminare la guerra nel senso da loro auspicato. Eppure, anche in questo caso, nonostante quelle orrende stragi, alla fine si decise la pace, lasciando spazio ai vinti, nonostante le reciproche contrapposte propagande d’odio nel tempo di guerra.
Il Papa ha fatto la sua parte, ora tocca alle genti cristiane fare la loro, a cominciare dai propri governi.
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli