INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Da quando, nel gennaio del 2012, questo blog è stato aperto sono stati pubblicati oltre 3.400 interventi (post) su vari argomenti. Per ricercare quelli su un determinato tema, impostare su GOOGLE una ricerca inserendo "acvivearomavalli.blogspot.it" + una parola chiave che riguarda il tema di interesse (ad esempio "democrazia").

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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giovedì 8 gennaio 2026

CORSARI - CORSAIRS

 

                                       

«La mia moralità, la mia mente, è l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale» [parole che, secondo i mass media, sarebbero state pronunciate da un capo di stato di una superpotenza mondiale]

"My morality, my mind, is the only thing that can stop me. I don't need international law." [Words that, according to the media, were uttered by the head of state of a world superpower.]

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 https://millercenter.org/the-presidency/presidential-speeches/june-26-1963-ich-bin-ein-berliner-speech#

       

[Dal discorso del papa Leone 14° al Corpo diplomatico presso la Santa Sede pronunciato a Roma – Città del Vaticano il 9 gennaio 2026]

 

[…] ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., Sant’Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate DeiLa Città di Dio

[…]

  Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte. Ai nostri giorni, essa comprende tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali. Per Agostino, questa città era incarnata dall’Impero Romano. La città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.

  Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile.

 La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista.

Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del 5° secolo, alcune analogie rimangono assai attuali.

[…]

  Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé «nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini»,  ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile.

[… ]

  È proprio questo atteggiamento che ha condotto l’umanità nel dramma della Seconda Guerra Mondiale, dalle cui ceneri sono poi nate le Nazioni Unite, il cui 80° anniversario è stato da poco celebrato. Esse sono state volute dalla determinazione di 51 nazioni come fulcro della cooperazione multilaterale per prevenire future catastrofi globali, per salvaguardare la pace, difendere i diritti umani fondamentali e promuovere uno sviluppo sostenibile.

[…]

In questa prospettiva, le Nazioni Unite hanno mediato conflitti, promosso lo sviluppo ed aiutato gli Stati nella protezione di diritti umani e libertà fondamentali. In un mondo attraversato da sfide complesse come le tensioni geopolitiche, le disuguaglianze e le crisi climatiche l’organizzazione dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto. Si rendono pertanto necessari sforzi affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli.

Lo scopo del multilateralismo è, dunque, offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e parlare, sul modello dell’antico foro romano o della piazza medievale. Tuttavia, per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro. Egli osserva che «i muti animali, anche se di specie diversa, s’intendono più facilmente di loro, sebbene entrambi siano uomini. Infatti, poiché soltanto per la diversità della lingua non possono manifestare l’uno all’altro i propri pensieri, una grande affinità di natura non giova nulla per stabilire rapporti al punto che un uomo sta più volentieri col proprio cane anziché con un estraneo». 

Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare.

Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano.

Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari. L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale.

[…]

  se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine”, che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena.  Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi». 

L’orgoglio offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo. Non a caso all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio.

[…]

In molti di questi scenari, notiamo, come rileva lo stesso Agostino, che al centro vi è sempre l’idea che la pace sia possibile solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza. D’altronde, la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari. In particolare, penso all’importante seguito da dare al Trattato New START, in scadenza il prossimo mese di febbraio. Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale. Quest’ultima è uno strumento che necessita di una gestione adeguata ed etica, nonché di quadri normativi incentrati sulla tutela della libertà e sulla responsabilità umana.

[…]

Nonostante il quadro drammatico che abbiamo di fronte ai nostri occhi, la pace rimane un bene arduo ma possibile. Essa, come ricorda Agostino, «è il fine del nostro bene», poiché è il fine proprio della città di Dio, a cui aspiriamo, anche inconsapevolmente, e di cui possiamo assaporare l’anticipo nella città terrena. Nel tempo del nostro pellegrinaggio su questa terra, essa esige umiltà e coraggio. L’umiltà della verità e il coraggio del perdono. Nella vita cristiana essi sono rappresentati dal Natale, in cui la Verità, il Verbo eterno di Dio, si fa umile carne, e dalla Pasqua, in cui il Giusto condannato perdona i suoi persecutori, donando loro la Sua vita di Risorto.

  […]

Il prossimo mese di ottobre, ricorrerà l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, un uomo di pace e di dialogo, universalmente riconosciuto anche da chi non appartiene alla Chiesa cattolica. La sua vita è luminosa perché animata dal coraggio della verità e dalla consapevolezza che un mondo pacifico si edifica a partire da un cuore umile, proteso alla città celeste. Un cuore umile e costruttore di pace è quanto auguro a ciascuno di noi e ad ognuno degli abitanti dei nostri Paesi all’inizio di questo nuovo anno.

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[dal Messaggio di papa Leone 14° per la Giornata mondiale della pace 2026]

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico».

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[dal messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Papa Leone XIV in occasione della Giornata mondiale della pace 2026]

L’Italia – che per il suo stesso ordinamento costituzionale “ripudia la guerra (…) come mezzo di risoluzione delle controversie” tra gli Stati – resta fermamente impegnata a offrire il suo contributo per la composizione dei conflitti in corso, portare sollievo in situazioni di crisi umanitaria, preservare un ordine internazionale basato sul diritto. La legge della ragione e della giustizia, non quella del più forte e del più temerario, torni a essere regola delle relazioni internazionali, cifra distintiva di un multilateralismo efficace, aperto e inclusivo. Questo assetto, sorto dopo le tragedie del secolo scorso, speranza concreta di superare una volta per tutte una condizione senza regole nella condotta delle relazioni internazionali, è oggi messo a dura prova dal disprezzo delle più elementari norme della convivenza civile, del diritto delle genti, di quello umanitario.

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[dal discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella tenuto il 19 dicembre 2025 ai rappresentanti della società civile]

La nostra comune speranza oggi ha il nome della pace. Una pace vera e giusta ovunque che ponga fine all’incertezza e al disorientamento indotti dalla attuale situazione internazionale.

Abbiamo il dovere di coltivare e consolidare ogni piccolo spiraglio che si apra rispetto ai conflitti in corso, in Ucraina come in Medioriente. Con l’obiettivo di costruire quella “pace permanente”, come la definì il presidente Franklin D. Roosevelt che affermava: “Più che una fine della guerra vogliamo una fine dei principi di tutte le guerre”.

Pace, quindi, come affermazione del diritto sulla forza delle armi. Pace come condizione di libertà e di sviluppo.

[dal discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella tenuto il 19 dicembre 2025 ai rappresentanti della società civile].

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[From the address of Pope Leo XIV to the Diplomatic Corps accredited to the Holy See, delivered in Rome – Vatican City on January 9, 2026]

[…]
Inspired by the tragic events of the Sack of Rome in 410 A.D., Saint Augustine wrote one of the most powerful works of his theological, philosophical, and literary output: De Civitate Dei, The City of God.
[…]

Augustine interprets events and historical reality through the model of the two cities: the City of God, which is eternal and characterized by the unconditional love of God (amor Dei), inseparably united to love of neighbor, especially the poor; and the earthly city, which is a place of temporary dwelling in which human beings live until death. In our own day, it encompasses all social and political institutions, from the family to the nation-state and international organizations. For Augustine, this city was embodied in the Roman Empire. The earthly city is centered on proud self-love (amor sui), on the craving for worldly power and glory that lead to destruction. This is not, however, an interpretation of history that seeks to oppose the hereafter to the here and now, the Church to the State, nor a dialectic concerning the role of religion in civil society.

In the Augustinian perspective, the two cities coexist until the end of time and possess both an external and an internal dimension, since they are not measured solely by the outward actions through which they are built in history, but also by the inner disposition of every human being in the face of life’s events and historical occurrences. From this perspective, each of us is a protagonist and therefore responsible for history. In particular, Augustine notes that Christians are called by God to dwell in the earthly city with hearts and minds turned toward the heavenly city, their true homeland. Nevertheless, while living in the earthly city, the Christian is not alien to the political world and seeks to apply Christian ethics, inspired by Scripture, to civil governance.

The City of God does not propose a political program but offers valuable reflections on fundamental questions of social and political life, such as the pursuit of a more just and peaceful coexistence among peoples. Augustine also warns against the serious dangers to political life arising from false representations of history, excessive nationalism, and the distortion of the ideal of the statesman.

Although the context in which we live today differs from that of the fifth century, certain analogies remain strikingly relevant.

[…]

In our time, what is particularly troubling at the international level is the weakness of multilateralism. Diplomacy that promotes dialogue and seeks the consensus of all is being replaced by a diplomacy of force, exercised by individual actors or groups of allies. War has once again become fashionable, and a bellicose fervor is spreading. The principle established after the Second World War, which prohibited countries from using force to violate one another’s borders, has been broken. Peace is no longer sought as a gift and as a good desirable in itself, “in the pursuit of an order willed by God, which entails a more perfect justice among human beings,” [4] but rather through weapons, as a condition for asserting one’s own dominance. This gravely undermines the rule of law, which is the foundation of all peaceful civil coexistence.

[…]

It was precisely this mindset that led humanity into the tragedy of the Second World War, from whose ashes the United Nations were born, whose 80th anniversary has recently been celebrated. They arose from the determination of 51 nations to establish a focal point of multilateral cooperation to prevent future global catastrophes, safeguard peace, defend fundamental human rights, and promote sustainable development.
[…]

From this perspective, the United Nations have mediated conflicts, promoted development, and assisted states in protecting human rights and fundamental freedoms. In a world marked by complex challenges such as geopolitical tensions, inequalities, and climate crises, the organization should play a fundamental role in fostering dialogue and humanitarian assistance, helping to build a more just future. Efforts are therefore necessary to ensure that the United Nations not only reflect today’s world rather than the postwar era, but also become more focused and effective in pursuing not ideologies, but policies aimed at the unity of the family of peoples.

The purpose of multilateralism, then, is to provide a place where people can meet and speak, modeled on the ancient Roman forum or the medieval town square. However, dialogue requires agreement on words and the concepts they represent. Rediscovering the meaning of words is perhaps one of the first challenges of our time. When words lose their adherence to reality and reality itself becomes debatable and ultimately incommunicable, we become like the two individuals described by Saint Augustine, who are forced to remain together even though neither knows the other’s language. He observes that “mute animals, even of different species, understand one another more easily than these men do, though both are human. For since, solely because of the diversity of language, they cannot express their thoughts to one another, a great affinity of nature avails nothing for forming relationships, so much so that a man would rather be with his own dog than with a stranger.”

In our day, the meaning of words has become increasingly fluid and the concepts they represent ever more ambiguous. Language is no longer the privileged means of human nature for knowing and encountering others, but, within the folds of semantic ambiguity, increasingly becomes a weapon with which to deceive or to strike and offend adversaries. We need words to once again express unequivocally objective realities. Only then can authentic dialogue resume, free of misunderstandings. This must occur in our homes and public squares, in politics, in the media and on social networks, and in the context of international relations and multilateralism, so that the latter may regain the strength necessary to fulfill its role of encounter and mediation, essential for preventing conflicts, and so that no one may be tempted to prevail over others through the logic of force, whether verbal, physical, or military.

It should also be noted that the paradox of this weakening of language is often claimed in the name of freedom of expression itself. Upon closer examination, however, the opposite is true: freedom of speech and expression is guaranteed precisely by the certainty of language and by the fact that every term is anchored in truth. It is painful to observe, instead, how—especially in the West—spaces for authentic freedom of expression are increasingly shrinking, while a new language, with an Orwellian flavor, is developing which, in the attempt to be ever more inclusive, ends up excluding those who do not conform to the ideologies that inspire it.

From this drift, unfortunately, others follow that ultimately compress the fundamental rights of the person, beginning with freedom of conscience. In this context, conscientious objection allows individuals to refuse legal or professional obligations that conflict with moral, ethical, or religious principles deeply rooted in their personal sphere—whether it be the refusal of military service in the name of nonviolence or the rejection of practices such as abortion or euthanasia by physicians and healthcare workers. Conscientious objection is not rebellion, but an act of fidelity to oneself. In this particular historical moment, freedom of conscience appears increasingly challenged by states, even by those that claim to be founded on democracy and human rights. This freedom, instead, establishes a balance between the collective interest and individual dignity, underscoring that a truly free society does not impose uniformity but protects the diversity of consciences, preventing authoritarian drifts and promoting ethical dialogue that enriches the social fabric.
[…]

If Saint Augustine highlights the coexistence of the heavenly city and the earthly one until the end of the ages, our time seems instead inclined to deny the “right of citizenship” to the City of God. Only the earthly city appears to exist, enclosed exclusively within its own boundaries. Seeking only immanent goods undermines that “tranquility of order” which, for Augustine, constitutes the very essence of peace—a peace that concerns society and nations as well as the human soul itself, and which is essential for any form of civil coexistence. Lacking a transcendent and objective foundation, only self-love prevails, to the point of indifference toward God who governs the earthly city.  Yet, as Augustine notes, “great is the folly of pride in those individuals who place the end of good in the present life and who think they can make themselves happy by themselves.”

Pride clouds reality itself and empathy toward one’s neighbor. Not by chance, at the root of every conflict there is always a seed of pride.

[…]

In many of these scenarios, as Augustine himself observes, we find at the center the idea that peace is possible only through force and under the effect of deterrence. War, after all, is content to destroy; peace, instead, requires a continuous and patient effort of construction and constant vigilance. This effort calls everyone into question, beginning with the countries that possess nuclear arsenals. In particular, I am thinking of the important follow-up required for the New START Treaty, which is set to expire next February. The danger is that we instead drift into a race to produce new and ever more sophisticated weapons, including through the use of artificial intelligence. The latter is a tool that requires proper and ethical governance, as well as regulatory frameworks centered on the protection of freedom and human responsibility.

[…]

Despite the dramatic picture before our eyes, peace remains a difficult yet possible good. As Augustine reminds us, “it is the end of our good,”  because it is the proper end of the City of God to which we aspire, even unconsciously, and of which we can taste an anticipation in the earthly city. During our pilgrimage on this earth, it demands humility and courage: the humility of truth and the courage of forgiveness. In Christian life, these are represented by Christmas, in which Truth—the eternal Word of God—becomes humble flesh, and by Easter, in which the Righteous One, though condemned, forgives His persecutors, giving them His life as the Risen One.
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Next October will mark the eighth centenary of the death of Saint Francis of Assisi, a man of peace and dialogue, universally recognized even by those who do not belong to the Catholic Church. His life shines because it was animated by the courage of truth and by the awareness that a peaceful world is built beginning with a humble heart, oriented toward the heavenly city. A humble heart and a builder of peace—this is what I wish for each of us and for all the inhabitants of our countries at the beginning of this new year.

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[From Pope Leo XIV’s Message for the 2026 World Day of Peace]

When we treat peace as a distant ideal, we end up no longer seeing it as scandalous that peace can be denied—and that war can even be waged in the name of achieving peace. What seems to be missing are the right ideas, carefully chosen words, and the ability to say that peace is close at hand. If peace is not something we experience as real—something to be protected and cultivated—aggressiveness spreads both in private life and in public life. In the relationship between citizens and those who govern, it can even come to be seen as a fault not to prepare enough for war, not to be ready to respond to attacks or to acts of violence. Far beyond the principle of legitimate self-defense, this confrontational logic has become, at the political level, the most striking feature of a global destabilization that grows more dramatic and unpredictable every day.

It is no coincidence that repeated calls to increase military spending, and the decisions that follow from them, are presented by many leaders as justified by the dangerousness of others. In fact, reliance on power as a deterrent—and nuclear deterrence in particular—embodies the irrationality of relations between peoples based not on law, justice, and trust, but on fear and the dominance of force. “As a consequence,” as Saint John XXIII already wrote in his own time, “human beings live under the nightmare of a storm that could break out at any moment with unimaginable devastation. Weapons exist; and while it is hard to believe that there are people willing to take responsibility for the destruction and suffering a war would cause, it cannot be ruled out that some unpredictable and uncontrollable event could strike the spark that sets the war machine in motion.”

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[From the message of the President of the Republic, Sergio Mattarella, to Pope Leo XIV on the occasion of the 2026 World Day of Peace]

Italy—whose constitutional order itself “repudiates war (…) as a means of resolving disputes” between States—remains firmly committed to offering its contribution to the settlement of ongoing conflicts, to bringing relief in situations of humanitarian crisis, and to preserving an international order based on the rule of law. May the law of reason and justice, not that of the strongest or the most reckless, once again become the guiding principle of international relations, the defining hallmark of effective, open, and inclusive multilateralism. This framework, which emerged after the tragedies of the last century as a concrete hope of overcoming once and for all a lawless condition in the conduct of international relations, is today being severely tested by contempt for the most basic norms of civil coexistence, the law of nations, and humanitarian law.

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[From the address delivered by President of the Republic Sergio Mattarella to representatives of civil society on December 19, 2025]

Our shared hope today has a name: peace. A true and just peace everywhere, one that brings an end to the uncertainty and disorientation caused by the current international situation.
We have a duty to nurture and strengthen every small opening that emerges in relation to the ongoing conflicts, in Ukraine as well as in the Middle East, with the aim of building that “permanent peace,” as President Franklin D. Roosevelt described it when he said: “More than an end to war, we want an end to the principles of all wars.”

Peace, then, as the affirmation of law over the force of weapons. Peace as a condition for freedom and development.