Il pluralismo del possibile
Definiamo storia come la narrazione del corso degli eventi nell’umanità che viene tramandata come memoria degna di fede nelle società. Tuttavia raccontiamo storie anche per farci un’idea di ciò che ci proponiamo di fare insieme e qui gli eventi vi sono come trasfigurati e assumono un significato che va oltre ciò che in esse vi è di memoria ed oltre ciò che appare. Nell’uno e nell’altro caso viene in rilievo il vivere sociale, perché non si costruisce una storia se non per narrarla ad altre persone. Quando una storia permea una società, ne viene trasformata, diventa patrimonio collettivo ed evolve seguendo l’evoluzione sociale. Chi ha una certa familiarità con queste cose, avrà certamente riconosciuto elementi molto importanti nella vita religiosa.
Nella nostra Unione Europea viviamo in società sempre più pluralistiche sotto ogni profilo. Definiamo pluralistiche le società nelle quali l’area di ciò che si deve mostrare di condividere e praticare con uniformità si riduce mantenendo una condizione di pace sociale. In questo contesto si riducono le differenze critiche, vale a dire quelle che suscitano una reazione sociale avversa. Il pluralismo è sempre anche culturale, quindi in società pluralistiche le storie, in tutti i sensi in cui se ne può parlare, possono divergere. Per gente che ha mitizzato l’unità questo può creare un problema.
Il mito è un particolare e interessantissimo tipo di storia. La sua funzione non dipende dall’affidabilità della memoria che ingloba ma dalla sua coerenza con un’ordine sociale che si viene tessendo: riguarda quindi la costruzione sociale.
Il mito non riguarda solo le società primitive o quelle antiche, come superficialmente si potrebbe ritenere. Riguarda tutte le società umane di ogni tempo, perché non si è mai data finora nessuna società umana non costruita intorno a una mitologia. Quindi il cambiamento sociale comporta anche la critica e la metamorfosi di precedenti mitologie. La storia delle culture umane lo dimostra. Non possiamo realmente capire le società del passato senza studiarne le mitologie. La differenza tra storia e mitologia sta nei criteri di affidabilità che si decide di adottare per la prima, quando si cerca, perché se ne ha bisogno, una narrazione aderente agli eventi.
Quando si parla di storia si cerca di renderne il senso, di cogliervi una direzione. In effetti l’agire umano manifesta sempre una intenzionalità, ma quando si tratta di fenomeni collettivi la narrazione di questo aspetto delle dinamiche sociali trascolora nel mito. La relativa rivelazione chiamiamo profezia. Essa vuole anche rendere l’idea di eventi futuri, ma partendo da ciò che si è vissuto nel passato e si vive nel presente. Le istituzioni pubbliche fanno progetti poliennali di azione, ipotizzando scenari, come si dice, quindi costruendo narrazioni di storia futura, che non sono solo perché futuri dei miti, perché si vogliono lo sviluppo realistico di ciò che c’è stato o c’è ora.
In società pluralistiche lo sono anche le profezie e questo può disorientare. A chi credere? Chi né insofferente parla di relativismo come fenomeno negativo, che disgrega la società frammentandola. Ognuno si farebbe la propria verità. Dove si finisce così? In passato la verità, vale a dire le storie, i miti e le profezie normativi a fine di coesione sociale sono stati imposti con la violenza politica, e ancor oggi non si è trovato un modo migliore nel caso di pluralismo pervicace, ma si riduce l’intensità di questa violenza pubblica, là si regola con norme cogenti per escluderne l’arbitrarietà e si cerca di ridurre, come detto, l’area della obbligatoria uniformità.
In società molto popolose, dove convergono numerose culture e si trova convenienza a vivere in un simile contesto sempre che lo si riesca a fare cooperando pacificamente, l’evoluzione sociale è più veloce. I costruttori di storie, in tutti i sensi in cui se ne può parlare, e di miti hanno più da fare. Appare possibile ciò che in società meno pluralistiche, quindi più violente, non appariva tale, ad esempio una umanità liberata dalle guerre. A volte questo conferma certi miti, altre volte no. Naturalmente diventa possibile anche il peggio. Ed è ciò che un animo religioso vorrebbe evitare.
Per chi ha mitizzato una società stabile, e la sociologia tuttavia ci avverte che nessuna società lo è veramente, tutto questo può essere fonte di sofferenza e anche di grande sofferenza. Bella l’idea di pensare all’intera umanità, ormai otto miliardi di persone, come ad un’unica famiglia, ma questo mito non resiste all’evidenza dei fatti, e tuttavia, in società pluralistiche, è senz’altro possibile trasfigurare alcuni aspetti della vita in famiglia in ambiti sociali molto più vasti, accrescendo le possibilità di intesa e, così, anche di felicità.
Così, per chi vuole farsi costruttore sociale, diventa cruciale intuire, studiare e capire l’area del possibile, anche se il possibile è pluralistico e allo stato delle cose.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte,Sacro, Valli