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martedì 15 novembre 2016

Informarsi per decidere consapevolmente e responsabilmente: un impegno ogni giorno più urgente. Il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo è l’ultimo “freno di emergenza” costituzionale

Informarsi per decidere consapevolmente e responsabilmente: un impegno ogni giorno più urgente. Il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo è l’ultimo “freno di emergenza” costituzionale

  Si studia la riforma costituzionale e si giunge ad una decisione di voto. Questo è il percorso giusto da seguire.
 In questi giorni parlo alla gente della riforma e noto invece che in genere si vuole sapere come votare prima di conoscere la legge di revisione. Sembra che addirittura nove su dieci siano in questa situazione. Mancano diciannove giorni al referendum. Il tempo è poco per informarsi e chiedere chiarimenti (la maggior parte delle persone ne ha necessità). Ma è ancora possibile farlo. In coscienza ritenete di saperne abbastanza?
  Vorrei segnalare alcuni temi.
  La riforma costituzionale incide profondamente sul nostro sistema istituzionale, tanto da configurare una vera e propria Terza Repubblica. E' effettivamente una riforma epocale. Essa non è stata ideata dall'attuale Presidente del Consiglio, che si è limitato a seguirne gli ideologi e a imprimere forza politica al processo legislativo che l'ha prodotta.
  L'esposizione chiara, lucida, inequivocabile, delle finalità della revisione costituzionale si trova nel libro di Stefano Ceccanti, "La transizione è (quasi) finita". Ceccanti chiarisce che la riforma della legge elettorale della Camera dei deputati è una parte fondamentale della riforma. Su di essa però non potremo decidere al referendum del 4 dicembre. 
  La posizione del Governo viene molto rafforzata, ma non del tutto esplicitamente, mediante diverse disposizioni il cui effetto combinato non è facile capire. Non sono d'accordo con chi dice che non vengono toccati i poteri del Governo: in effetti vengono ampliati. Ma è vero che ad uno sguardo distratto può sembrare che tutto rimarrà come prima. Non è così. L'esposizione più chiara degli aspetti critici della riforma l'ho trovata nel libro di Gustavo Zagrebelsky "Loro diranno, noi diciamo", disponibile anche in e-book. Leggendo i libri di Ceccanti e di Zagrebelsky si può avere un panorama sufficientemente completo della riforma.
  La transizione ad una Terza Repubblica si basa su tre principi. Il primo: una Camera dei deputati come Camera maggiore, la sola a votare la fiducia al Governo, controllata da un partito "maggioritario" per effetto della riforma della legge elettorale di quell'organo. Il partito maggioritario è un partito che ha una solida maggioranza assoluta nella Camera che deve votargli la fiducia. Una situazione così non si  è mai verificata nell'Italia della Repubblica democratica. Il secondo, appunto: la fiducia al Governo votata solo dalla Camera dei Deputati. Il terzo: il Governo arbitro assoluto dell'interesse nazionale nei confronti delle autonomie locali attraverso una modifica di dettaglio ad una disposizione costituzionale. Una volta accettati questi principi, la configurazione del Senato era un problema secondario  e il risultato della riforma in questa parte è dipeso dalla volontà dei riformatori di arrivare ad un accordo politico con il centrodestra sulla legge di revisione, che c'è stata all'inizio dell'iter legislativo della revisione costituzionale e che poi non c'è stata più. L'attuale Senato assomiglia un po', quindi, al Senato previsto dalla riforma costituzionale del 2005, non confermata da un referendum costituzionale del 2006. Ma è solo una superficiale assonanza, perché i sistemi istituzionali delle riforme del 2005 e del 2006 sono di orientamento opposto: federale il primo, accentratore il secondo.
  Va aggiunto che il partito che ha promosso la riforma controlla attualmente la maggior parte delle Regioni e quindi i riformatori prevedevano un Senato, eletto nella massima parte dai consiglieri regionali, coerente con una Camera dei deputati controllata dal loro Governo.
 Quindi: un partito maggioritario organizzato intorno a un Governo forte che non trova ostacoli nell'approvare un progetto di "riforme", che allo stato però non è ben esposto, senza più la necessità di cercare l'alleanza con partiti minori e transfughi di altri partiti. Va aggiunto che, con il vento favorevole, il partito maggioritario potrebbe riuscire a eleggere un proprio Presidente della Repubblica e ad ottenere una maggioranza favorevole alla Corte Costituzionale, per effetto di altre modifiche di dettaglio della legge di revisione. Questo effetto di rafforzamento dell'azione di governo è proprio quello che i riformatori e lo stesso Presidente del Consiglio dichiarano di voler ottenere. Non l'hanno nascosto: è un punto fondamentale della loro propaganda elettorale. 
  Il problema è che attualmente non esiste un chiaro disegno riformatore e una base sociale disposta a sostenerlo. Prevale infatti l'antipolitica, il voto di protesta analogo a quello che ha determinato l'inaspettato esito delle presidenziali statunitensi. Il rafforzamento dell'azione di governo è quindi artificiale. Questa è l'obiezione principale che fin dagli anni '80 venne posta ai precursori degli attuali riformatori. Questi ultimi pensano di riuscire a coalizzare un consenso politico "dopo" la riforma, intorno al giovane attuale Presidente del Consiglio, che ambisce a percorrere una storia politica analoga a quella del britannico Tony Blair. Di fatto, quando si parla di "riforme" in dettaglio, e lo si fa di rado, si capisce bene che saranno "dolorose" per molti, perché andranno ad incidere sui diritti sociali. Un Governo che andasse deciso per quella strada, andando d'accordo solo con "chi ci sta"  e forte della sua maggioranza parlamentare di controllo, probabilmente si troverebbe a fronteggiare, ma anche a produrre, un rilevante scontro sociale. 
  Un'ultima questione: la riforma, ideata per un preciso partito, potrebbe mandarne al potere, stando agli attuali sondaggi, un altro. Quando si valutano riforme di questa portata bisognerebbe ipotizzare che accadrebbe se favorissero gli avversari. Penso che ora i riformatori siano terrorizzati da certe prospettive. Ma ormai non c'è più tempo per correzioni e il Presidente del Consiglio ha deciso di giocarsi il tutto per tutto, secondo il suo costume, che finora gli ha aperto la strada in un mondo politico storicamente piuttosto bloccato. Il destino dell'Italia è affidato, in definitiva, solo al prossimo referendum costituzionale, l'ultimo dei "freni costituzionali d'emergenza" disponibili. Ecco la necessità di una scelta consapevole, informata. Sarebbe sbagliato il voto di protesta o decidersi seguendo la personalità verso la quale si sente maggiore afflato emotivo. Si tenga conto che, varata la riforma, le eventuali correzioni dovrebbero farsi con le nuove regole ed esse saranno più difficili di oggi. Infatti, nell'intenzione dei riformatori la revisione costituzionale di quest’anno dovrebbe essere piuttosto stabile. E' per questo che hanno previsto che le future riforme costituzionali debbano farsi con procedimento bicamerale, con il concorso, come ora, di Camera dei Deputati e Senato. Attesa la struttura molto diversa dei due organi costituzionali dopo la revisione costituzionale, nel nuovo sistema istituzionale sarà difficile coalizzare un sufficiente consenso parlamentare per future revisioni.


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