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mercoledì 13 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia


 La mia esperienza di catechista è coincisa con quella di genitore ed è stata molto più intensa della vostra, ma, nello stesso tempo, più limitata nel suo oggetto. Io e mia moglie, infatti, abbiamo avuto a che fare solo con due persone in formazione, voi con molte di più.
  Nel progettare l’educazione alla fede delle mie figlie ho cercato di distaccarmi da ciò che nel mio passato di bambino, ragazzo e giovane in formazione era stato sbagliato nell’educazione religiosa. Ma anche di prendere a modello ciò che invece aveva funzionato.
 Il lavoro di catechista mi è stato molto semplificato dall’essere coinciso con gli anni della mia malattia grave. Infatti, nello sforzo di dare un senso religioso a quello che mi stava accadendo, ripudiando i tanti modi sciocchi o insufficienti in cui talvolta in religione si viene indotti a vivere simili esperienze di dolore e costruendomi una mia personale via per resistere, credo di avere trasmesso alle mie figlie in formazione, talvolta non del tutto consapevolmente, un modello significativo di vita di fede, integrato in una narrazione convincente, sul quale innestare il loro, che sarà originale quanto il mio lo è. Formare  alla fede non deve mai essere, infatti, come imprimere uno stampino su una materia che si suppone indefinitamente malleabile. Invece è proprio quella materia, la persona umana, a influire sulla forma, sul modello, che le si vuole applicare sopra da fuori, e ciò accade in ogni processo educativo, per cui il suo risultato va sempre al di là delle aspettative e delle intenzioni dell’educatore, perché si lavora su vite umane  e non su qualcosa di inerte.
  Per aiutarvi nel vostro compito devo fare memoria di tempi ormai molto lontani, cercare di ricostruire il mio modo di pensare, le mie sensazioni, le mie emozioni di bambino del catechismo, ma mi è difficile, perché, sebbene qualcosa della persona che ero allora sia rimasto a caratterizzare il mio modo di essere di oggi, vi ci si sono sovrapposte tante altre esperienze significative di una vita e l’insieme ne è stato molto modificato, per cui il rischio è quello di proiettare sul ricordo di quei tempi ciò che sono diventato solo successivamente.
  Ricordo quella del mio catechismo dell’infanzia come un’esperienza del tutto priva di particolari traumi o ricordi dolorosi. Fu fondamentalmente legata a quella dell’oratorio parrocchiale che all’epoca si faceva e quindi alla vicinanza e alla frequentazione con tanti altri bambini della mia età e anche un po’ più grandi. In alcune aule del piano interrato dell’edificio parrocchiale c’erano dei biliardini e il pomeriggio ci si andava a giocare. All’epoca un bambino  delle elementari poteva ancora girare da solo per il quartiere. C’era poi il cinema che si faceva la domenica nel teatrino: ci si era ammessi consegnando un biglietto che veniva distribuito la domenica al catechismo che si faceva dopo la Messa per i più piccoli.
  Delle liturgie dedicate a noi bambini ricordo quelle per il mese Mariano, che mi coinvolgevano molto. A casa facevamo anche un altarino  con una statuetta della Madonna. Delle Messe non ricordo nulla: all’epoca non furono esperienze significative. Di solito durante la Messa sognavo ad occhi aperti, che è stata sempre una mia radicata abitudine, quindi mi astraevo. Le mie Confessioni erano stereotipate e del tutto prive di sensi di colpa: mi piaceva avere a che fare con i sacerdoti, che sono stati per tutta la mia vita persone che ho tenuto sempre in grande considerazione, miei adulti di riferimento.
 Avevo una chiara percezione del soprannaturale, ma essa dipendeva sostanzialmente dall’atteggiamento religioso che vedevo espresso in famiglia, nella quale avevamo in mio zio Achille, professore, un punto di riferimento indiscusso in queste cose, come lo era anche per molti altri nella società di quel tempo. Egli fu il mio padrino  di Cresima e svolse questo compito con molta costanza e determinazione,  sistematicamente  per così dire, appunto  da professore,  per tutta la sua vita.
  La vita di fede mi si aprì solo successivamente alla Prima comunione, alla quale all’epoca seguiva, a distanza di quale giorno, la Cresima: fu tra gli scout della vicina parrocchia degli Angeli Custodi che ricevetti la prima vera iniziazione alla fede, che mi si radicò dentro molto fortemente. L’esperienza scout fu quindi un vero successo educativo anche sotto il profilo religioso. Si sarebbe potuto anticiparne il risultato di due o tre anni, in modo da ottenerlo in concomitanza con l’ammissione a quei sacramenti? Penso di sì. Ma sarebbe stato necessario stimolare la mia autonomia personale, cosa che è alla base del metodo scout, ma che all’epoca, a catechismo, non era ritenuta necessaria. Si veniva ammessi ai sacramenti per i quali si era svolta l’iniziazione religiosa semplicemente ripetendo a memoria delle risposte a certe domande, secondo quello che era scritto nel libretto del catechismo. Alcuni oggi rimpiangono quel metodo, ma hanno torto. Era uno degli errori educativi che all’epoca si facevano nella formazione alla fede: costruiva una religiosità superficiale e troppo dipendente dal sostegno della famiglia. Quando si iniziava ad essere autonomi da quest’ultima ce se ne distaccava, così come, ad un certo punto, si finiva di giocare con i soldatini o i trenini. Tutti noi adulti abbiamo vissuto un momento simile. Una fede infantile viene dismessa con l’infanzia e viene talvolta rievocata, successivamente, solo come una memoria favolistica, insieme a Babbo Natale e alla Befana, in qualche modo collegata a episodici buoni sentimenti da vivere  in un’ora speciale e magica. Ecco, a catechismo, oggi, si vuole ottenere di più.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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