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martedì 28 ottobre 2014

Noi verso la vita eterna


Noi verso la vita eterna

Nelle mie meditazioni serali sto utilizzando da qualche tempo un libro di Carlo Maria Martini sulla vita eterna, che, in realtà, tratta più che altro del passaggio a quella vita dalla vita fisica, quindi della fine di quest'ultima. Il libro è l'ultimo lasciatoci da Martini, quando lui stesso era su quella frontiera.
 Nella mia lunga esperienza di malattia mi sono spesso trovato a fianco di persone che dovevano affrontare quella prova. In ospedale diverse persone mi sono morte nel letto a fianco al mio, dopo che avevo parlato di questi temi con loro, e l'avevo fatto da persona di fede, naturalmente secondo le mie capacità e la mia formazione.
 Con i compagni di sventura ci si apre di più, cadono remore, ritrosie ed esitazioni che si hanno verso chi non condivide veramente la nostra sorte e ci è, per questo, in qualche modo estraneo. Tale è spesso la condizione del prete e delle altre persone che cercano volenterosamente di dare un conforto spirituale al malato grave o a chi è molto anziano e si sente venire meno.
 Qualche volta i segni della fine si palesano sul volto di persone che ci sono vicine nella vita di tutti i giorni, lì dove di solito non ci si pensa, dove si cerca di non pensare a queste cose, a differenza di ciò che accade, ad esempio, ai malati gravi negli ospedali o ai soldati in guerra.
 In quei momenti si sente la grave insufficienza di gran parte dei discorsi che sul tema si fanno in religione. Molti di essi appaiono addirittura come disumani, laddove sembrerebbero pretendere da una persona di fede  una disinvoltura di fronte alla fine della vita che, in realtà, nessuno veramente ha, se non forse, per ciò che ho letto e per quello che mi è stato raccontato, in alcuni momenti dei soldati in guerra. Certe volte, allora, la nostra angoscia di fronte alla prospettiva della fine, nostra o delle persone che per noi contano, viene superficialmente bollata come mancanza o tiepidezza di fede. Martini non cade in questo (frequente) errore e ciò perché scrive essendo personalmente nella condizione di cui tratta, su quell'estrema frontiera che dopo poco tempo effettivamente passò.
 Che dire a una persona sul cui volto scorgiamo, con dolore, i segni della fine?
 Spesso ci sforziamo di convincerla che si sbaglia nei suoi timori, che quindi la fine non è realmente vicina. Ma il morente capisce bene, in certi momenti e condizioni, la falsità di ciò che gli si dice. La fine verrà inevitabilmente e lo sa. Non è in nostro potere di prolungare indefinitamente la vita fisica. Anche la scienza medica, che ai tempi nostri ottiene risultati che appaiono miracolosi, ad un certo punto deve arrendersi. Negare tutto ciò, da parte di chi cerca di consolare chi è vicino alla fine, significa in realtà allontanarsi atterriti da lui e dalla sua vicenda umana. Ci si scosta da un'esperienza insopportabile e da colui che la sta vivendo e subendo, il quale è così lasciato veramente solo. "Quando si muore, si muore soli", cantò Fabrizio De Andrè, in una sua bella e terribile lirica. È quello che ho constatato in molte delle occasioni in cui mi sono trovato dinanzi alla morte altrui, sia in ospedale che nel mio lavoro, in cui periodicamente mi devo confrontare con questi problemi.
 E allora, la religione non conta nulla, quando ci si avvicina alla fine? E ciò nonostante la grande importanza che si dà nella nostra fede al tema della vittoria sulla morte?
 La fede e, in particolare, la religione possono contare invece, e molto. È possibile infatti, da persona di fede, affrontare la fine come una sorta di liturgia religiosa in cui non si è più soli e, quindi, non essendo più soli, le parole della fede, che ci hanno tanto sostenuto e motivato in tanti altri momenti della vita, possono fare altrettanto anche nelle nostre ultime manifestazioni della nostra vita. Perché, bisogna capirlo, anche la vita all'estremo confine è pur sempre vita. Non bisogna però dare per scontato che ciò accada sempre e ciò anche nelle persone che hanno fede autentica e forte. Dobbiamo ripudiare la tentazione di considerare segno di mancanza di fede o di fede debole o insufficiente quando ciò non accade, di farne quindi una sorta di addebito al morto, per cui poi in qualche modo lo si disconosce come persona di fede, sbottando che, sì, "dicono" che fosse una "persona buona", ma "io non la conoscevo". È crudele, e soprattutto non doveroso e inutile, pretendere dalle persone una sorta di eroismo religioso che, nelle concrete condizioni della fine, non può essere di tutti. Anche noi, quindi, non proponiamoci, nella nostra personale fine, un tale obiettivo. Farlo serve solo ad accrescere la sofferenza. Accettiamo dunque di poter vivere quei momenti in un'angoscia infinita e anche nel dubbio. In fondo siamo solo esseri umani, non angeli. Eppure effettivamente, nonostante tutto, certe volte ci pare di essere molto più degli angeli, proprio per la nostra sofferente condizione umana: questo fu compreso molto bene dell'antico ebraismo.
 Sappiamo bene che le narrazioni della fine della vita di molti santi sono false, sono come si dice "pie bugie", racconti aggiustati dai confratelli e agiografi del morto, per farli corrispondere a ciò che ci si aspetta, e addirittura si pretende, da un "perfetto" credente che si approssima alla fine. Quegli esempi non sono attendibili per chi deve affrontare la propria personale fine e possono essere fuorvianti per coloro che si vogliono consolare e sorreggere. I consigli di Martini invece non suonano falsi, perché si confrontano con verità ed empatia con la realtà della nostra umanità. Gesù stesso provò angoscia avvicinandosi alla fine, è scritto; lo ricorda Martini. La fine viene inevitabilmente e ci è difficile capirne il senso religioso e soprattutto accettarlo nella nostra vita personale: la fine della vita, dunque, come "nostra" fine. 
 La fine biologica degli individui è indispensabile per l'esistenza delle specie viventi, ci dicono gli scienziati. Lo capiamo, certo, ma in fondo non lo accettiamo quando ciò ci riguarda personalmente. E la religione non ci offre realmente argomenti convincenti per accettarlo: alla fine infatti dobbiamo religiosamente riconoscere che "tutto è mistero". Anzi certe volte la religione ci rende le cose più difficili, imponendoci di trovare un senso alla cosa tremenda che ci sta accadendo secondo certe prospettive, in particolare quella di un Creatore buono, che non è particolarmente evidente in certi momenti.
 Verso la fine della vita non dobbiamo aspettarci particolari consolazioni dall'esterno, da ciò è da chi ci attornia, o anche da realtà soprannaturali. Anche se, naturalmente, non mi sento di escludere che avremo effettivamente, dopo tanto dolore, la sorpresa e la gioia di incontrare un angelo del Cielo che ci accompagni in quell'altra realtà in cui religiosamente abbiamo tanto creduto. Ciascuno avrà modo di constatarlo direttamente. Ma la vera consolazione viene da qualcosa che ciascun credente o non credente trova dentro di sé, in particolare avendolo costruito nel corso della sua vita ma talvolta avendolo addirittura come dotazione naturale, innata; qualcosa che talvolta emerge, ad esempio, nei condannati a morte davanti al plotone di esecuzione. Una spinta interiore a mantenere una propria dignità anche nel momento della fine. Come ci si riesce e in che modo può essere una consolazione?
  Credo di averlo capito, in base alla mia personale esperienza di vita. È una consolazione perché è un modo di fare ancora qualcosa per gli altri e così di essere legati a loro fino all'estremo, vincendo la forza potente che ci conduce lontano da loro, che ci esclude da loro. Si vive così in una prospettiva altruistica, quella che,ad esempio, ci ha tanto motivato nel nostro ruolo di coniugi e genitori. La prospettiva altruistica dà dignità alla fine della vita e ci sorregge realmente in quei momenti, restituendoci la dignità che ci è essenziale per vivere umanamente la fine.
 Negli ultimi momenti dobbiamo pensare agli altri, a cominciare naturalmente da coloro a cui siamo legati dai più forti vincoli affettivi. Dobbiamo dedicare a loro la nostra fine. È così che, in fondo, può essere interpretato l'esempio di Gesù nell'Orto degli Ulivi e sulla Croce. È però una via che anche i non credenti o i credenti in altre fedi possono percorrere e di fatto percorrono. Non dobbiamo presumere in modo arrogante che solo una persona della nostra fede possa morire con dignità altruistica.
 Nei momenti estremi dobbiamo tenere presenti i nostri cari, in particolare quelli che da noi biologicamente sono originati, i figli e i nipoti. Cercare di vedere rappresentati in loro l'intero genere umano, di oggi e di ogni tempo, passato, presente e futuro. Che la nostra fine sia significativa per loro e renda significativa anche la loro, quando inevitabilmente verrà!  Preghiamo per loro nell'ora della nostra morte e così anch'essi preghino per noi. In questo modo si fa spazio anche a loro accanto a noi che stiamo finendo, creando quello spazio liturgico, veramente di Chiesa in senso anche soprannaturale, che può rendere significativamente  "umana" la fine della nostra vita, sottraendola al suo senso puramente biologico, fisico. Come si vede, è un liturgia, questa di cui parlo, non fatta di chiacchiere e di biascicamenti di formule, ma di atteggiamenti interiori. Essa può effettivamente essere fatta a partire dalla nostra fede e allora la redime da certe astrattezze, inutili durezze e anche vanità che qualche volta scaturiscono da teologie approssimative, pretenziose e anche male assimilate.
 E così sia, amen, amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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