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domenica 5 ottobre 2014

Combattere il clericalismo


Combattere il clericalismo

 

 Una decina di anni fa, incontrai per l’ultima volta il prete che aveva sposato i miei genitori, che era anche un professore universitario, specializzato in storia della Chiesa, in particolare del periodo del primo Novecento, un’epoca assai travagliata per il cattolicesimo italiano, quella a cui risale l’istituzione dell’Azione Cattolica come oggi la conosciamo.
 Nel congedarmi dopo la visita, quel sacerdote mi puntò l’indice contro e mi ingiunse ad alta voce, per due volte “Mario, combatti il clericalismo!”. In quel momento una mia zia paterna ci scattò una fotografia, che ora conservo appesa al muro in una cornice, come un quadro. E mentre stavo andandomene, percorrendo il lungo corridoio verso la porta di caso, sentii ancora la sua voce ripetermi per la terza volta quel comando.
  Che cosa è il clericalismo? Esso si presenta sotto due aspetti. Per i chierici (diacono, preti, vescovi) e per i religiosi (frati e suore, monaci e monaci) significa considerare come unica e autentica espressione della nostra collettività religiosa solo chi viene dal loro ambiente e stile di vita, escludendo i laici. Per i laici significa una eccessiva dipendenza dai chierici, in particolare in ciò che rientra specificamente nell’autonomia del laico, vale a dire l’azione nella società al di fuori degli spazi liturgici. Il clericalismo è una colpa, un peccato sociale. Storicamente, infatti, ha causato, e causa ancora, molta sofferenza. In particolare mantiene il laicato in una condizione di dipendenza servile, in uno stato di ingiusta minorità, condizionando molto negativamente il suo apporto alla società del suo tempo, sfruttando a pieno le potenzialità delle democrazie contemporanea. Lo lega in modo improprio a una organizzazione feudale, quale quella del clero, anacronistica, obsoleta, incapace di cambiare veramente se stessa, impedendogli di stimolarla a un vero rinnovamento. Lo mantiene in un ruolo di semplice massa di manovra, di comparsa nei grandi eventi liturgici organizzati dal clero, di folla plaudente a comando.
 In Italia il clericalismo è fortissimo e, paradossalmente, diffuso anche negli ambienti di coloro che si definiscono “laici”, nel senso di “atei”. Solo in Italia si è infatti sviluppato il fenomeno che è stato definito come quello degli “atei devoti”, vale a dire di persone, anche di notevole cultura, che, pur dichiarandosi “atee”, prestano ossequio alla nostra gerarchia religiosa, totalmente espressa dal clero. Il clericalismo in Italia ha fatto e sta facendo danni sociali molto gravi. In particolare sta impedendo il pieno sviluppo dei diritti civili delle persone. L’altra settimana, sul settimanale che leggo abitualmente, è stata pubblicata una cartina nella quale, con diversi colori, veniva espresso il grado di progresso delle nazioni europee nel campo dei diritti civili. In quella cartina l’Italia aveva un colore diverso da quello delle altre nazioni dell’Europa Occidentale; aveva lo stesso colore di quelle dell’Europa orientale e della Russia. La responsabilità di ciò, che io considero una grave arretratezza culturale, grava su noi cattolici, e in particolare su noi laici cattolici italiani, per il nostro eccessivo clericalismo.
 Il clericalismo italiano non solo mantiene l’Italia in una condizione di sottosviluppo e di oscurantismo, ma impedisce anche un vero rinnovamento del clero, che possa creare nuove motivazioni all’impegno nel ministero sacro. Questo ha portato a una grave crisi delle vocazioni, che ai tempi nostri è particolarmente visibile per la scarsità di preti provenienti dall’Italia. L’impiego di clero straniero aggrava ancora di più la situazione, in quanto esso è ancora più dipendente dall’organizzazione clericale e sa troppo poco del contesto sociale e storico in cui viene inserito, acuendo in tal modo la separazione dal laicato.
 Ci si potrebbe aspettare che il clericalismo avesse le sue massime manifestazioni in una organizzazione come l’Azione Cattolica, legata statutariamente alla gerarchia del clero. Ma non è così. Essendo tutta protesa alla formazione di un laicato colto e consapevole, e in particolare all’attuazione del tipo di laico auspicato dai saggi del Concilio Vaticano 2°, capace di notevole autonomia nella società, l’Azione Cattolica è in realtà una delle principali sedi della reazione contro il clericalismo. Quest’ultimo infatti vive di colpevole dipendenza favorita da insufficiente conoscenza delle cose della fede.
 In Azione Cattolica ci si rende bene conto che non basta il catechismo.

 Scriveva in merito il filosofo e teologo Antonio Rosmini (1797-1855), nell’opera Le cinque piaghe della Santa Chiesa (1848):

“E però il popolo cristiano tanto meno intende e prende degli alti sensi che esprime il culto cristiano, quanto meno è istruito coll’evangelica predicazione. Di che Cristo volle che precedesse alle azioni del culto, l’insegnamento della verità; e prima di dire «battezzate le nazioni», disse agli Apostoli suoi «ammaestratele», La scarsezza adunque di una vitale e piena istruzione data alla plebe cristiana (alla quale nuoce il pregiudizio gentilesco messosi in molti, che giovi tenerla in una ‘mezza’ ignoranza, o che non sia atta alle più sublimi verità della cristiana Fede), è la prima cagione di quel muro di divisione che s’innalza fra lui e i ministri della Chiesa.

 Dico di ‘piena’ e di ‘vitale istruzione’; perocché, in quanto all’istruzione materiale, abbonda forse più in questi che in altri tempi. I catechismi sono nelle memorie di tutti: i catechismi contengono le formole dogmatiche, quelle ultime espressioni, più

 Semplici, più esatte, alle quali i lavori uniti insieme di tutti i Dottori che fiorirono in tanti secoli, con ammirabile sottigliezza d’intendimento, e soprattutto assistiti dallo Spirito Santo presente ne’ Concilii e sempre parlante nella Chiesa dispersa, ridussero tutta la dottrina del Cristianesimo. Tanta concisione, tanta esattezza nelle formole dottrinali è certamente un progresso…Una via sicura è tracciata, per la quale gl’istitutori possono far risuonare senza molto studio lor proprio, agli orecchi de’ fedeli ce istruiscono, i dogmi più reconditi e sublimi. Ma è poi egualmente un vantaggio che i maestri delle cristiane verità possano essere dispensati da un loro proprio e intimo studio delle medesime? L’essere la dottrina abbreviata, l’essere le espressioni, di cui essa si è vestita, condotte a perfezione e all’ultima esattezza dogmatica, e soprattutto l’essere immobilmente fisse e rese per così dire uniche; ha egli forse cagionato che siano rese alla comune intelligenza anche più accessibili? Non è forse da dubitarsi per lo contrario, che una certa moltiplicità e varietà di espressioni fosse un mezzo acconcio di introdurre negli animi della moltitudine la cognizione del vero, giacché una espressione chiarisce l’altra, e quella maniera o forma che non si acconcia ad un uditore, è mirabilmente accomodata ad un altro; in somma col chiamare in aiuto tutta per così dire la dovizia molteplice della divina lingua, non si tentano tutte le vie, non si premono tutti gli aditi pe’ quali la parola arriva negli spiriti degli ascoltatori? … Ma che? L’introduzione dunque moderna de’ catechismi è stata più di danno che di vantaggio alla santa Chiesa? Strano sarebbe, se ciò fosse, l’effetto arrecato da una istituzione che tanto prometteva considerata in se medesima”.

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

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