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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 30 ottobre 2014

La proprietà, il furto e la denuncia del furto


La proprietà, il furto e la denuncia del furto 
 
Nella riunione dell'altroieri del nostro gruppo di AC si è accesa una vivace discussione sulla proprietà e sul furto.
  C’è stato chi ha sostenuto che il nostro programma religioso di amore per i nemici dovrebbe indurci a non denunciare il furto subìto. Diversi altri sono insorti dicendosi in disaccordo.
 Io non ero presente. Ero a un corso di aggiornamento a Firenze. La materia mi interessa professionalmente, perché faccio il magistrato e sono anche un credente.
 Osservo che bisognerebbe evitare di proporre posizioni oltranziste in materia di fede. Chi vuol seguire un ideale di spoliazione dei beni personale, sull’esempio di alcuni santi del passato, lo faccia, ma senza pretendere che questa diventi una regola generale. C’è il rischio, infatti, facendo diversamente, di allontanare le persone dalla fede religiosa.
 La storia delle civiltà umane ci dimostra chiaramente che si è sempre combattuto il furto, predisponendo una reazione collettiva: in termini moderni, una polizia, dei giudici, delle sanzioni. E questo perché il furto non è  solo un danno privato, ma una lesione alla società, un attacco al bene collettivo della sicurezza pubblica.
 Il dato biblico non fa eccezione. Nei Dieci Comandamenti c’è infatti quello di “ non rubare”. L’era cristiana non ha cambiato le cose. L’insegnamento evangelico ci ha solo dato una direttiva più forte a non legare il nostro cuore ai beni materiali, perché in questo modo ci inaridiamo, ne viene inquinata la nostra spiritualità. “Non di solo pane vive l’uomo”. L’eccessivo attaccamento alle ricchezze ci porta ad essere spietati con gli altri. In questo senso sono stati storicamente interpretati alcuni detti evangelici che sembrerebbero andare in direzione contraria al comandamento biblico che vieta il furto, come quello che dice che se ci prendono il mantello dobbiamo dare anche la tunica (Lc 6,29) o viceversa (Mt 5,40). Essi non sono centrati sul diritto di proprietà ma sulle nostre relazioni con gli altri, che devono, in un’ottica evangelica, essere improntate a una giustizia superiore.
 Anticamente il diritto sui beni era essenzialmente legato al proprio essere parte di una collettività sociale. In termini moderni: si era cittadini  e dunque si era ammessi a possedere dei beni. Questa è fondamentalmente anche l’impostazione biblica. I beni della terra sono donati a un popolo e ciascuno deve goderne secondo il suo bisogno, senza essere insensibile alle necessità degli altri. Questa impostazione è passata nella teologia della nostra fede.  In Europa essa è stata poi teorizzata giuridicamente combinandola con i principi tratti dal diritto romano. Quest’ultimo aveva come principale obiettivo il mantenimento dell’ordine, per evitare che i cittadini corressero alle armi per difendere le loro pretese. Nel Medioevo, infine, San Tommaso riprese teologicamente e filosoficamente il dato biblico sottolineando che il diritto deve tendere ad affermare il bene comune, quindi legando i diritti individuali sui beni della vita al benessere della società nel suo complesso.
 Dal Cinquecento si è cominciato invece a considerare la proprietà come parte dei diritti  naturali  degli esseri umani, non legati all’appartenenza a una specifica collettività, come il diritto alla vita e all’integrità fisica. Questa impostazione si è sviluppata fino a inserire il diritto di proprietà tra quelli fondamentali  degli esseri umani, perché indispensabili per garantire la loro dignità sociale. In particolare il diritto di proprietà distingueva i liberi dagli schiavi. Questa linea di pensiero è riflessa nella dottrina sociale della Chiesa di ogni tempo, in particolare in quella dell’era contemporanea, iniziata nel 1891 con l’enciclica Rerum Novarum  [=Sulle novità] del papa Leone 13° (in particolare, in quest’ultimo documento, in polemica con l’ideologia socialista per la quale la proprietà era un furto, trovava sempre alla base un abuso a danno dei più deboli.
 Nelle costituzioni democratiche del secondo dopoguerra, quindi dalla metà del Novecento, si è accentuato nuovamente il carattere sociale della proprietà. Ciò si nota nella nostra Costituzione (1948) e nella  Convenzione europea per la salvaguardia dei diritto dell’uomo e delle libertà fondamentali (1955). Le persone hanno diritto al rispetto dei propri beni secondo quando disposto da leggi che tengano conto anche della pubblica utilità, della funzione sociale, e dell’obiettivo di consentire a tutti di possedere ciò che necessita loro nella vita. In questo quadro è solo una legge, una decisione adottata con procedure legali da una nazione, che può stabilire limiti alla proprietà a fini di equità sociale.
 Riassumendo: il rispetto dei beni individuali è ritenuto indispensabile per il mantenimento della dignità umana. E’ per questo che il diritto di proprietà è protetto ed è anche per questo che può essere, per legge, anche limitato. Infatti in una società democratica tutti hanno diritto alla propria dignità sociale.  Lo stato non può ledere il diritto di proprietà se non in base a procedure legali e per finalità sociali: le collettività non sono più totalmente arbitre del diritto di proprietà, esso non è stabilmente inquadrato tra i diritti fondamentali della persona umana che va rispettato a prescindere dalle appartenenze collettive.
 Gli stati stabiliscono, in base a questi principi, un’organizzazione per la prevenzione dei furti e per la punizione dei colpevoli. E’ la lotta al crimine. Essa richiede la collaborazione di tutti nell’interesse generale. Ciò avviene denunciando i reati, comunicando alle autorità di polizia ogni informazione utile per l’individuazione dei colpevoli e con la testimonianza in giudizio. Queste procedure sono necessarie per proteggere realmente la proprietà e la dignità delle persone che ad essa è collegata. Infatti un diritto che viene riconosciuto e affermato, ma non che non viene in concreto difeso e attuato è come se non esistesse. In quest’ottica la denuncia del furto, per quanto non obbligatoria per legge (solo per i crimini più gravi la legge fa obbligo di denuncia), è utile nel quadro della protezione sociale contro il crimine e non è assolutamente manifestazione di egoismo o di spirito di vendetta contro il colpevole. Gli autori dei reati vengono puniti con procedure legali, che tengono conto dell’esigenza di un affidabile accertamento della verità e della finalità di rieducazione dei colpevoli dei reati. Denunciare il furto è manifestazione di spirito civico. Non farlo può invece essere manifestazione di sfiducia nelle istituzioni, di scarso  spirito di solidarietà  sociale e talvolta anche di viltà, preferendo non esporsi per timore delle reazioni dei criminali.  Ricordiamoci che in molte parti dell’Italia, l’omertà, il non denunciare i crimini, è pretesa dalle organizzazioni criminali con minaccia di gravi ritorsioni.
 A mio parere, in definitiva, il comandamento dell’amore per i nemici, se ci vieta di agire per spirito di vendetta, non ci vieta invece di denunciare alle autorità il furto patito. La denuncia, infatti, è una manifestazione e una riaffermazione della propria dignità sociale, lesa da quello che, non dimentichiamolo mai, è un reato, una violazione criminale, un fatto che colpisce non solo il singolo ma anche la collettività sociale.  
 
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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