INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

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sabato 24 marzo 2018

Ultimo incontro sulle malattie spirituali, dedicato alla mondanità spirituale


Ultimo incontro sulle malattie spirituali, dedicato alla mondanità spirituale




 Ieri sera in parrocchia si è tenuto l’ultimo degli incontri sulle malattie spirituali, dedicato alla mondanità spirituale. L’espressione è stata ripresa da un brano dell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii gaudium  che di seguito riporto, in sintesi e nel testo integrale.
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In sintesi
  La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale.  E’ legata alla ricerca dell’apparenza: non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto.
  Questa mondanità può alimentarsi specialmente in due modi profondamente connessi tra loro: una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti; [il costume di] coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. Non è possibile immaginare che da queste forme riduttive di cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore.
  Questa oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di “dominare lo spazio della Chiesa”. In tutti i casi si rinchiude in gruppi di élite, non va realmente in cerca dei lontani né delle immense moltitudini assetate di Cristo. Non c’è più fervore evangelico, ma il godimento spurio di un autocompiacimento egocentrico.
  In questo contesto, si alimenta la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere.
  Ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele.
 Chi è caduto in questa mondanità guarda dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è ossessionato dall’apparenza.

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Testo integrale
(le parti utilizzate per la sintesi sono evidenziate in neretto
93. La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. È quello che il Signore rimproverava ai Farisei: «E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?» (Gv 5,44). Si tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). Assume molte forme, a seconda del tipo di persona e della condizione nella quale si insinua. Dal momento che è legata alla ricerca dell’apparenza, non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto. Ma se invadesse la Chiesa, «sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale».
94. Questa mondanità può alimentarsi specialmente in due modi profondamente connessi tra loro. Uno è il fascino dello gnosticismo (1), una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti. L’altro è il neopelagianesimo (2) autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico. Non è possibile immaginare che da queste forme riduttive di cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore.
95. Questa oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di “dominare lo spazio della Chiesa”. In alcuni si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia. In tal modo la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. In altri, la medesima mondanità spirituale si nasconde dietro il fascino di poter mostrare conquiste sociali e politiche, o in una vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, o in un’attrazione per le dinamiche di autostima e di realizzazione autoreferenziale. Si può anche tradurre in diversi modi di mostrarsi a se stessi coinvolti in una densa vita sociale piena di viaggi, riunioni, cene, ricevimenti. Oppure si esplica in un funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni, dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione. In tutti i casi, è priva del sigillo di Cristo incarnato, crocifisso e risuscitato, si rinchiude in gruppi di élite, non va realmente in cerca dei lontani né delle immense moltitudini assetate di Cristo. Non c’è più fervore evangelico, ma il godimento spurio di un autocompiacimento egocentrico.
96. In questo contesto, si alimenta la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere. Quante volte sogniamo piani apostolici espansionisti, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti! Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni lavoro è “sudore della nostra fronte”. Invece ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele.
97. Chi è caduto in questa mondanità guarda dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è ossessionato dall’apparenza. Ha ripiegato il riferimento del cuore all’orizzonte chiuso della sua immanenza e dei suoi interessi e, come conseguenza di ciò, non impara dai propri peccati né è autenticamente aperto al perdono. È una tremenda corruzione con apparenza di bene. Bisogna evitarla mettendo la Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impegno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. Non lasciamoci rubare il Vangelo!


(1) Gnosticismo: Complesso di dottrine e di movimenti spirituali, sviluppatosi in età ellenistico-romana (1° e 2° secolo della nostra era) e fiorito a fianco del cristianesimo antico. Si tratta di un insieme assai vario di sistemi e di scuole, privi di direzione comune, ai quali conferisce unità lo sforzo di soddisfare esigenze proprie dell’ambiente in cui si svolge, per cui sono affini i problemi fondamentali e le soluzioni, identico nel fondo lo spirito animatore, simile il linguaggio. Fondamento comune della speculazione gnostica è l’esperienza del contrasto tra l’irraggiungibile perfezione e ineffabilità di Dio e il mondo con tutto il male che è in esso. Due mondi, dunque, dei quali quello della materia è ostacolo al pieno realizzarsi dell’altro, l’unico veramente dotato di realtà. [fonte: dall’enciclopedia Treccani sul Web);
(2) Pelagianesimo: correnti di cultura religiosa collegate al pensiero del monaco Pelagio (354 - 427). La dottrina di Pelagio era improntata a un moralismo ascetico-stoico: l'uomo può con le sue forze osservare i comandamenti di Dio e salvarsi; la grazia gli è data solo per facilitare l'azione. Ne consegue la negazione del peccato originale e della necessità del battesimo e della penitenza. Dopo la condanna del concilio di Cartagine (411), il pelagianesimo fu combattuto dal punto di vista dottrinale soprattutto da  Agostino d’Ippona. [fonte: dall’enciclopedia Treccani sul Web)
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  Gli incontri tenuti in Quaresima sono stati un tentativo di farci conoscere reciprocamente e, conoscendoci meglio, di farci apprezzare il bene che c’è negli altri, così da poter programmare attività insieme, superando le divisioni.
  Il brano della Gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium  che abbiamo utilizzato per meditare e dialogare non si adatta bene alla nostra situazione parrocchiale. E’ molto duro, per chi riesce ad intenderlo in profondità, perché lancia accuse di eresia, riferendosi a gnosticismo e pelagianesimo. E’ vero: in parrocchia siamo divisi. Ma riconosco quelli dell’altra parte innocenti sotto questo profilo. Per quanto riguarda me, lascio il giudizio agli altri, perché da quel tipo di mancanza non ci si può auto-assolvere.
  Per oltre trent’anni si è cercato di riformare la parrocchia secondo un certo metodo. C’è tanto bene in quelli che lo hanno seguito. Ieri sera, nel gruppo di dialogo a cui ho partecipato, una signora che ha percorso quel cammino, con il marito e i figli, ha descritto la sua esperienza di vita e i suoi aneliti e non ho potuto che dire amen: infatti condividevo tutto. In fondo è stata anche la mia via, sebbene espressa con parole, immagini e gesti differenti, in particolare nell'affrontare i dolori della vita.
 Chi si è lasciato coinvolgere in quell’esperienza vi ha impegnato molto e ora teme  il nuovo che si progetta, perché pensa che si vada a demolire. Si sente sotto accusa, criticato. Teme gli altri che portano una visione diversa.  A volte  parla addirittura di un pericolo di contaminazione, probabilmente non rendendosi bene conto del dolore che si dà, così argomentando, a quelli indicati o sospettati come agenti contaminanti.
  Ricordiamo che anche il Maestro fu accusato di contaminarsi, frequentando certi ambienti sociali, certe persone? Quale fu il suo insegnamento su questo?
  Tante persone sono arrivate da tutta Roma da noi per formare comunità molto coese, integrate con famiglie a loro volta molto coese e numerose. La vita religiosa e quella di famiglia si sono profondamente integrate in questa esperienza religiosa, tanto che vengono a dipendere l’una dall’altra, per cui la religione è vissuta in un contesto di famiglia allargata e in famiglia si ha la religione come principale fattore di coesione. Ecco perché, credo, si sente il bisogno anche di liturgie adattate a questa nuova realtà. Gli altri della parrocchia ne rimangono fuori. Nelle poche occasioni in cui non si può fare vita separata, si cerca di far assomigliare le liturgie quanto più possibile a quelle a cui si è abituati. Questo crea tensioni con quelli che sono fuori di una certa cerchia comunitaria, gli altri.
  Gli altri, ed io tra loro. Da tre anni hanno ripreso ad avere voce in parrocchia. Si sono attivati nuovi percorsi di formazione che rendano possibile il pluralismo. C’è la necessità di fare un lavoro che si è dismesso a lungo, che è l’educazione all'impegno sociale, per collaborare a trasformare la società. Un’azione che  ciascuno fa dove interagisce con il mondo in cui è immerso: sul lavoro, in politica, in ogni altra azione sociale e anche in famiglia. Non è necessario svolgerlo sotto bandiere religiose: ciò che si è e si fa in società ha anche un valore religioso. Non c’è solo la famiglia che lo abbia: c’è molto altro. Questo insegna la dottrina sociale, esortandoci ad agire. Tutto questo non va considerato un contaminarsi, ma uno sforzo di capire la società. Alcuni vi vedono solo peccato e morte, ma, ad esempio, potrebbero considerare il lungo periodo di pace che si è vissuto in Europa dal 1945. E’ stato frutto di costruzioni sociali alle quali la nostra gente di fede ha dato un contributo molto importante. Nella biografia di un personaggio politico come Alcide De Gasperi, protagonista di quel processo,  troviamo la vita e la formazione di fede. E’ così anche in Aldo Moro. Persone buone, alle quali, dopo che furono aspramente combattute in vita, oggi si dà un generale riconoscimento di aver bene operato in politica, ma anche nell’altra vita fuori di quel campo, pur negli inevitabili condizionamenti che derivarono dalla situazione sociale del loro tempo. La loro vita chiarisce come quella delle comunità di famiglie è solo una delle vie possibili di impegno: ve ne sono altre, che sono necessarie al progresso sociale dei valori di fede.
  Si viene da tanti anni di divisione e diffidenza reciproca. La pace non si farà in pochi mesi. Occorreranno anni. Occorre maturare una confidenza reciproca. Incontrarsi sistematicamente, come abbiamo fatto in Quaresima è la via giusta, senza scoraggiarsi. Ieri ho ricordato il processo di pace in Irlanda, che ha richiesto vent’anni, dopo che per un uguale periodo ci si era combattuti, tra credenti cristiani divisi dalla politica.
  C’è, nella nostra Chiesa, una guerra, animata da  molta mondanità spirituale, che si combatte da anni, dagli anni Sessanta. Proponiamoci di distanziarcene, rifuggiamo dalla tentazione di combatterla, in particolare cerchiamo di ripudiare il pessimo e arbitrario  costume  di  scomunicarci a vicenda per vie di fatto, accusandoci sbrigativamente gli uni gli altri di eresia e di influssi maligni, per poi tentare di mandar fuori gli altri o di silenziarli. La parrocchia sia il tempio di tutti i fedeli. 
  Capire le ragioni del conflitto richiede memoria storica. Si potrebbe approfondire in gruppi di discussione tematici. Ormai si è scritto molto su questo tema. 
  Fino agli anni Cinquanta la nostra Chiesa era ancora fondata su gerarchia del clero e dottrina. I laici erano come appiccicati alla gerarchia dall'esterno e andavano a rimorchio di essa. La gerarchia era ancora molto collegata con la politica degli europei. Dopo la Seconda guerra mondiale il mondo prese a cambiare velocemente: gli europei persero posizioni di dominio, ci fu la decolonizzazione, quindi la liberazione  e l’autonomia dei popoli non europei, in passato dominati dagli europei dal punto di vista politico, culturale e spesso anche religioso. Si ritenne  necessario, per la diffusione della fede in questo nuovo mondo,  liberare la vita religiosa da quel collegamento con la politica degli europei, con il loro dominio politico. Erano i popoli ad emergere: si volle farne gli agenti del cambiamento. In questo quadro vennero ampliati gli spazi dei laici, che ebbero piena cittadinanza ecclesiale, voce in capitolo, il riconoscimento di una loro competenza negli affari sociali e nel progresso economico e scientifico.  In Italia la Chiesa, nel suo lungo conflitto con i nazionalisti italiani, aveva imparato ad organizzare le masse in modo da renderle protagoniste del cambiamento politico. Aveva fatto tirocinio di lotta politica. Non tutti condivisero il nuovo.  Il nuovo corso fu contrastato da chi voleva tornare alla situazione di prima, almeno in Italia. Si formarono due fazioni: progressisti e reazionari. La gerarchia ne fu sconcertata, si mantenne su posizioni conservatrici, pur disperando di poterle difendere. Entrambe le fazioni in conflitto mobilitarono le masse, in direzioni diverse, come lo si era fatto nella lotta al socialismo e al liberalismo ateo. L’inizio del conflitto risale agli anni ’70 in cui si organizzarono i gruppi contrapposti, con la riforma dell’Azione Cattolica in senso più democratico, dandole il principale scopo dell'attuazione dei principi del Concilio Vaticano 2°,  e l’organizzarsi dei movimenti della cultura della presenza, che volevano contrastare il cambiamento facendo forza su comunità molto coese, unificate da tradizioni religiose, culturali ed etniche e da concezioni familiari patriarcali. Inconsapevolmente, in genere, stiamo combattendo, in parrocchia, questo conflitto. Lo si può superare distanziandosene, rinunciandovi. Inutile cercare di prevalere. Nella lotta ci siamo solo inutilmente estenuati. Divisi, i nostri rispettivi potenziali di bene hanno funzionato peggio. Ci siamo ostacolati a vicenda. Che sarebbe successo se avessimo imparato la coesistenza pacifica, come, ad un certo punto, si fece nell'Europa Occidentale dopo l'ultimo conflitto mondiale?
 Quello che non sembra potersi ottenere al vertice, per l'alto livello di mondanità spirituale che lo permea, forse può riuscire meglio in una realtà di base come la parrocchia, dove  si può arrivare a conoscersi meglio. 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

venerdì 23 marzo 2018

No alla mondanità spirituale! Stasera alle 9:30, con inizio nella chiesa parrocchiale, ultimo incontro sulle malattie spirituali


Intelligenza artificiale: simulare un dio


Intelligenza artificiale: simulare un dio

  Consiglio di leggere di Jerry Kaplan, Intelligenza artificiale. Guida al prossimo futuro, LUISS University Press, 2017. Parla dell’Intelligenza artificiale. Che cos’è l’intelligenza artificiale? E un programma digitale che simula un dio. Nei giorni scorsi se ne è scritto e parlato molto, perché si è scoperto che programmi del genere sono stati utilizzati per influire sulle scelte politiche delle masse in Occidente, in ambienti democratici.
   Nessun essere umano può rimanere  veramente connesso  con gli altri al di fuori di piccoli gruppi. Il resto, tutto ciò che va al di là di una scena molto circoscritta, gli rimane indistinto. E, a parte questo, non siamo capaci di mantenere relazioni stabili, profonde, con più di circa centocinquanta persone: ce lo dicono gli antropologi.
  Pensiamo a un dio come a una persona in grado di rimanere connesso con molte più persone, entrando nella loro interiorità, dentro  la loro mente, accanto  al loro spirito. Un fatto soprannaturale, perché in natura non c’è: nessun altro essere vivente è in grado di farlo. Se si pensa che ci sia un solo dio, allora esso va pensato come onnipotente, quindi in grado di connettersi con tutti.
  I programmi di intelligenza artificiale più moderni riescono a simulare alcuni aspetti importanti delle menti umane, pur mantenendo un’affidabilità matematica di calcolo. In questo modo riescono ad imparare automaticamente dalle informazioni che vengono acquisite tramite i loro sensori e, in questo modo, a prevedere, in qualche modo, il futuro. Più sono questi sensori, che alimentano un’intelligenza artificiale, più i risultati saranno affidabili. Relazionandosi con menti umane, l’intelligenza artificiale può, ad un certo punto, influirvi nello stesso modo in cui pensiamo lo faccia un dio. E’ necessario però che il programma di intelligenza artificiale sia connesso con una gran massa di utenti. Da come interagiamo nei sistemi digitali a cui l’intelligenza artificiale è connessa, quest’ultima impara che cosa ci piace, che cosa temiamo e per quali ragioni ci muoviamo e decidiamo in un senso o in un altro, sia come singoli, sia come masse. Sa che ricaviamo sempre più gli argomenti per decidere dalle connessioni con reti informatiche, mentre solo vent’anni fa la fonte informativa più importante per le masse era la televisione, e ancor prima erano la radio e i giornali popolari. Quindi, conoscendoci sempre meglio tanto più  a lungo rimaniamo connessi e in quanti più lo siamo, può inserire in ciò che ci arriva mediante le reti sociali informatiche, informazioni, vere o false, e false ma presentante in modo che appaiano vere, che ci muovano in una direzione o in un’altra, sia come singoli sia come masse. Lo si è iniziato a fare nel campo della pubblicità commerciale, poi la politica ha commissionato operazioni del genere anche in occasione di procedure democratiche come le votazioni elettorali. I successi sembrano essere diventati travolgenti quando si è riusciti a influire, ottenendo di esservi connessi, con reti informatiche frequentate da decine o centinaia di milioni di utenti.  
  Al centro di questa operazione c’è sempre una  piattaforma,  vale a dire un programma digitale di intelligenza artificiale a cui un gran numero di utenti, con vari metodi, siano indotti a rimanere connessi, sempre più a lungo e in sempre di più. La piattaforma,  realizzata questa connessione di massa, inizia allora ad operare come un dio. Gli utenti pensano di essere collegati solo tra loro e di sostenersi l’un l’altro nei processi decisionali, al modo di una democrazia digitale, di nuovo tipo, molto più efficiente e veloce di quella legata alle lente liturgie politiche della  assemblee  e dei  consigli, in cui ci si relaziona faccia a faccia,  ma in realtà essi sono costantemente osservati e gestiti dal  dio-intelligenza artificiale. Quest’ultimo, però, non simula, ancora, del tutto l’essere vivente: non si dà da sé i propri fini. Rimane sempre uno strumento in mani umane: quelle di chi, tra gli umani, riconosce come il suo  dio e che detiene le password di accesso al sistema di controllo. Lo scandalo scoppiato nei giorni scorsi è stato motivato da questo: si sono scoperte le mani umane che erano dietro operazioni politiche gestite con sistemi di intelligenza artificiale. In particolare i sospetti si sono centrati sulle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e sul referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea svoltosi lo stesso anno. Fatti che stanno cambiando il mondo. Ma si inizia a sospettare che operazioni politiche analoghe abbiano riguardato anche altre nazioni.
  Una della abilità fondamentali del credente è quella di riconoscere e ripudiare il falsi dei. Una delle abilità fondamentali del cittadino democratico è quello di riconoscere e contrastare le manipolazioni della politica mediante operazioni del tipo di quelle che ho sopra descritto. Ai tempi nostri le abilità richiedono di essere integrate perché vi sono falsi dei che stanno tentando di manipolare la politica. La formazione religiosa dovrebbe dedicarvi un capitolo apposito e anche un tirocinio. Nelle scuole si sta tentando di farlo, ma con scarsi risultati. Ci manifestiamo sempre più dipendenti da reti informatiche che si prestano a manipolazioni mediante programmi di intelligenza artificiale. Rimanendo connessi, quanto più  e in tanti di più lo si è, aumentiamo la potenza dei programmi di intelligenza artificiale che possono interagire nelle reti sociali informatiche di massa, e anche il loro valore commerciale. Niente di magico o di soprannaturale, però. Non più di ciò che accadde ai cavalli, in epoca preistorica, quando riuscimmo ad attaccarli ai nostri carri e a cavalcarli, usandoli come mezzi di trasporto. Come siamo riusciti ad domare animali tanto più forti di noi? C’è voluta la nostra intelligenza. Così accade anche per i processi mediante i quali si tenta di dominare, i domare, le masse. Ma c’è voluta un’intelligenza che simulasse un dio, e che sapesse anche farsi amare come un dio, in modo da tenere sempre connesse le masse. In realtà, il rimedio per far svanire il nuovo dio sarebbe semplice: cliccare su log out, uscita dalla connessione. Ma disconnessi ci sentiamo persi, così come accade anche nelle questioni religiose, nei primi tempi della vita senza più fede.  
 Si temeva che l’intelligenza artificiale producesse automi che ci soppiantassero, ma le previsioni si stanno rivelando errate. Quello che sta succedendo è che l’intelligenza artificiale sta acquisendo al capacità di fare diventare noi stessi degli automi in mani altrui.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

giovedì 22 marzo 2018

Il bene anonimo


Il bene anonimo

   Quando si discute tra noi, a volte si accendono antiche polemiche. Ad esempio: che valore hanno le nostre opere? Su questo tema ci si divise aspramente nel Cinquecento. Nel 1999 la frattura fu ufficialmente ricomposta: plenipotenziari religiosi firmarono ad Augsburg, l’antica Augusta, una solenne dichiarazione in tal senso. La notizia non sembra però essere circolata tra i fedeli, tanto che sull’argomento ancora ci si divide. Nella stessa città, quattro secoli prima, era stato concluso un altro, precedente, accordo di pace per un conflitto scoppiato anche sullo stesso tema, ma anche allora, più che altro, si raggiunse un armistizio, una provvisoria sospensione delle ostilità. Si decise che fosse la politica a decidere da che parte si dovesse stare, a seconda del sovrano che si aveva, della sua fede. La pace non aveva veramente coinvolto le coscienze. Conflitti atroci ne seguirono, ad un secolo di distanza. Sembrò, quindi, che fosse questione di vita o di morte e si cercò di aver ragione con le armi dei dissenzienti. Oggi, da noi, non si uccide più per divergenze simili, perché i costumi democratici hanno disarmato le religioni, le hanno private dei loro boia: ci si continua ad accapigliare, ma ci si fa meno male. L’oggetto del contendere è stabilire chi   è dentro e chi è fuori. E tutto il gran parlare chi si fa, in religione, di amore  non è mai stato di ostacolo. C'entra la politica, naturalmente, perché la teologia, questa volta, ha messo pace. E' successo quando si è presa sul serio la religione e, in particolare la faccenda dell'amore-agàpe,  quindi delle  opere, innanzi tutto considerando un male la divisione e l'esclusione reciproche su base religiosa. 
   Le opere   sono le azioni buone che uno fa: ad esempio, soccorrere un ferito per strada. Sono gradite al Cielo, e quanto? Se uno, in vita, le fa, può essere sicuro  di avere in eterno, dopo morto, una migliore sistemazione, ciò che si definisce  vita beata? O è necessario qualcosa di più, ad esempio il dirsi  credente in certe realtà soprannaturali, o addirittura essere riconosciuto come tale da una qualche autorità?
  La questione è diversa da quella delle mancanze gravi che, ci è stato insegnato, possono pregiudicare  il nostro destino soprannaturale: qui infatti si discute di azioni buone, di che fare di gente che fa il bene.
  Se una persona è onesta, è non è facile rimanerlo sempre, potrebbe pensare che non occorra di più. Questo potrebbe creare qualche problema ad una organizzazione religiosa complessa, e costosa, come la nostra. Non è che poi ci si potrebbe arrivare a convincere che essa  potrebbe diventare, tutto sommato, ad un certo punto, inutile? Dico, progredendo l’onestà nella società (il che per ora non appare).  Allora, per scongiurarlo, si può pensare di stimolare l’adesione esplicita della gente alla fede prospettandole il peggio, se non si lascia inquadrare tra i credenti riconosciuti, “certificati” per così dire.
 Tuttavia ci viene anche insegnato che l’adesione fondata solo o prevalentemente sulla paura del peggio va migliorata. E che rimanere nell'esteriorità non basta. Infatti ci si può dire,  si può arrivare a  sembrare, ma non essere  veramente in un certo modo. E anche il riconoscimento sociale può essere viziato, perché si può riuscire a fare, come dire, carte false, ad ingannare l’autorità che deve certificare. Accade quando si è cattivi, perché si desiderano cose cattive e si progettano e fanno azioni cattive, ma in società si appare buoni.
   La situazione opposta è quando si è buoni, ma si appare cattivi. Per gli antichi filosofi greci questo era il culmine della bontà. Vi si è visto una profezia sul nostro Maestro, il quale, appunto, essendo buono fu giustiziato da malfattore, subendo un tremendo supplizio, lui, l’agnello. E’ così che, pensiamo in religione, ci aprì le porte del Cielo, che ci era stato negato per il peccato dei progenitori.
  Ma il buono non  certificato, colui che fa il bene ma senza essere persuaso della nostra fede e non si lascia riconoscere come credente, lo possiamo per ciò solo inserire tra i malvagi, come quello che fa il male, e destinare al fuoco eterno, secondo l’immagine biblica del destino dei cattivi irriducibili? E’ questione sulla quale ancora si discute in teologia. In merito si sta studiando, nella nostra confessione, in un apposito organismo che è la Commissione teologica internazionale. Ci si va cauti, perché si vorrebbe pensare qualcosa di nuovo, ma c’è da fare i conti con un’ingombrante tradizione, nella quale però non tutto è da buttare, anche se, complessivamente, ha originato molto male.
 Poi c’è chi spizzica teologia qua e là e in questo modo, sbrigativamente, giunge a certezze che i sapienti non hanno o non hanno più, e poi taglia i panni addosso alla gente, anticipando, per così dire, il giudizio finale. La teologia degli incolti non fa bene alla loro fede.  Fondamentalisti  e integralisti  sembrano passare gran parte del loro tempo in occupazioni del genere, in questo tipo di ragionamenti, a cui poi seguono vie di fatto, in particolare i tentativi di esclusione in danno di chi, per loro,  non si salva.  I fondamentalisti  rifiutano di accettare l’evoluzione della cultura religiosa, gli  integralisti  temono la contaminazione culturale.  Entrambi sono reazionari, perché ritengono che le novità siano cattive, che il presente contenga troppi compromessi e pensano che si debba in qualche modo tornare indietro, correggendo le concezioni e i costumi della gente. A chi vorrebbe assecondare quel moto del  far nuove tutte le cose   e dell’abbandonare il mondo di prima, secondo la prefigurazione biblica, la grande visione universale che troviamo alla fine delle nostre Scritture, obiettano che è molto  pericoloso  spingersi troppo in là. Sono cose che ci verranno dall’alto alla fine dei tempi: per adesso il nuovo contiene troppe insidie.  Per loro è molto importante distinguere, nel gregge, quelli che tendono a cambiare, sollecitati da ciò che si muove loro intorno, e correggerli, riportandoli all’ovile, allontanandoli se insistono. Siano anatema i dissenzienti ostinati, come si decideva nei Concili tenuti fino al 1870: siano esclusi e condannati. Condannati innanzi tutto all’esclusione, che vale in Terra e in Cielo, qui tra noi e nella vita di poi.
  Al fondamentalismo e all’integralismo si oppone la via della cultura della mediazione, di chi dà valore al bene che incontra in società, anche se non certificato come religioso.
  In realtà la questione può essere posta in altri termini. Chi decide che cosa  è bene e che cosa è male? E’ necessario che il bene sia colorato  religiosamente per essere veramente bene? E il bene è innanzi tutto qualcosa come la dottrina? E’, infine, veramente possibile distinguere, e addirittura contrapporre, l’annuncio  delle convinzioni di fede dal bene, in particolare da come ci si comporta in società, verso gli altri? E nell’annuncio  si deve tener conto anche di come è fatto chi ascolta, dell’ambiente sociale in cui cadono le nostre parole di fede?
  Se noi consideriamo il bene solo come prezzo per essere accettati dal Cielo e ammessi alla vita eterna ci muoviamo in una prospettiva un po’ troppo egoistica, per una fede che dà molto valore all’agàpe, alle relazioni benevole, misericordiose, con gli altri, come accade in un lieto convito in cui nessuno è escluso e ce n’è per tutti.
  L’esempio del Maestro ci può convincere che il bene-agàpe, le opere, ciò che si fa agli altri, è innanzi tutto, esso stesso, un linguaggio, è  l’annuncio. Esso supera, con i fatti, la comunicazione di parole e concetti, la prepara, la agevola, la conferma. E’ per questo che siamo spinti dalla dottrina sociale a occuparci della società intorno a noi per trasformarla. Il bene è un linguaggio universale, che chiunque intende. E’ l’anticipazione del mondo nuovo immaginato dalla fede, quello che supera il nostro complessivamente deludente presente. Esso redime le nostre chiacchiere, con le quali cerchiamo di rappresentare realisticamente la fede, e fa apparire credibile ciò che, con le parole, annunciamo. Per quanto ci sforziamo, il soprannaturale rimane indicibile, ma nella misericordia lo si può intravvedere. E, allora, l’agàpe  che include, soccorre, conforta, in tutti in modi in cui ne ha bisogno l’essere umano, sembra valere più di tante parole, e senza di essa la breccia che queste ultime aprono nei cuori si richiude presto. La fede ci spinge a ritenerla possibile su scala molto ampia, addirittura globale; fondamentalismi e integralismi sono  meno fiduciosi e la pensano realizzabile in concreto solo su scala molto più piccola, tra adepti certificati e controllati. Ma come la mettiamo con la convinzione religiosa che, addirittura, come è scritto, il Fondamento sia  agàpe?
  Perché si arriva a dare il meglio di sé per gli altri anche se, ancora, non lo si vuole o non lo si sa colorare religiosamente? E’ per soddisfazione personale, egoistica, e quindi non ha valore religioso, come sostengono fondamentalisti e integralisti? Eppure… «Un samaritano che era in viaggio gli passò accanto e ne ebbe compassione».  Non è vero che siamo stati esortati a fare come lui, che ai suoi tempi era certificato come diverso dal punto di vista religioso? L’agàpe  supera l’inimicizia, trasforma il mondo. Di generazione in generazione occorre ripeterlo, anche se è, tra noi, una realtà evidente, che ci si impone prima di qualsiasi parola. La impariamo prima di saper intendere le parole, dai gesti delle madri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 


domenica 18 marzo 2018

Critica democratica in religione


Critica democratica in religione

1.  Dalle Scritture impariamo la critica della religione.  Ce n’è veramente molta. In quelle che abbiamo ricevuto dalla cultura dell’antico ebraismo, si intreccia strettamente con quella politica. In quel contesto i grandi personaggi biblici che ci vengono presentati come storici, vale a dire con riferimenti ad una preciso contesto sociale e temporale, ci si manifestano in genere anche come agitatori o capi politici. Veramente molto diversi ci appaiono, sotto quest’ultimo profilo, la vita e l’insegnamento del Maestro, che non lo fu e non volle esserlo. Questo ha liberato la sua critica da precisi modelli politici, ad esempio da quelli delle antiche monarchie. Il suo Regno, disse, non è di  questo  mondo. Il fondamento della sua critica politica su base religiosa, che, a questo punto, diviene per noi, critica di ogni  politica, è il principio del dare a Cesare quel che è di Cesare. Al suo tempo, nel primo secolo della nostra era, Cesare era il titolo che veniva dato agli imperatori romani.  Nella riflessione dei secoli seguenti,  Cesare  rappresentò il potere politico, ogni potere politico. Dall’inizio del secondo millennio, quando le nostre collettività religiose furono organizzate al modo di un impero religioso, il detto evangelico su ciò che compete a Cesare  fu intenso come una sorta di regolamento di condominio. Due autorità, quella civile e quella religiosa, dominavano sul popolo, ed ognuna aveva i suoi diritti che non dovevano essere lesi dall’altra. Ma quella religiosa era anche plenipotenziaria, vicaria, del Cielo e sulle questioni fondamentali, così ritenevano i capi religiosi, doveva prevalere. Purché le si riconoscesse questa supremazia, essa era disposta ad accordare spazi di libertà a quell’altra, anche molto vasti, secondo l’ordine politico del feudalesimo. Quest’ultimo fu assimilato dalla nostra gerarchia del clero nell’Ottavo secolo e due secoli dopo divenne il modello della ristrutturazione in impero della nostra organizzazione religiosa. Si pretese che i feudatari  religiosi, vescovi e capi di ordini religiosi, si impegnassero alla fedeltà innanzi tutto verso l’imperatore religioso. Quello civile non fu in genere d’accordo. Da qui una serie continua di tensioni. Ancora oggi  il modello imperiale e feudale è quello prevalente, anche se, dal papa Giovanni Battista Montini, Paolo 6°, i papi cominciarono a rinunciare ad alcuni degli orpelli scenografici del potere imperiale, ad esempio alla pesante corona a tre strati ricevuta dalla tradizione storica e all’essere condotti in giro su un grande trono portato a spalla da numerosi portatori.
  Un altro modo di intendere il principio del  dare a Cesare quel che è di Cesare è quello di considerarlo l’affermazione che ogni potere umano debba avere un limite nei valori fondamentali che legano gli esseri umani al soprannaturale e che, come tali, non dipendono da come vanno le cose in una certa fase storica e dalle esigenze del momento. E’ collegato ad una convinzione che assai presto si diffuse nelle nostre prime collettività religiose, come risulta dalle Scritture che risalgono a quel periodo. C’è un limite invalicabile all’obbedienza che gli umani possono pretendere dai propri simili ed è costituito dai valori religiosi. A volte si crea un conflitto, che investe la coscienza, lì dove si decide che fare nella vita e si cerca di scegliere non tanto il meglio per sé o per i propri amici e alleati, ma il bene.  Può succedere che un potere umano comandi, ma si capisca bene che varca quel limite. Quando ciò accade il potere spesso dà spiegazioni, giustificazioni, del perché si debba fare così. Quando sono implicati dei valori, può costruire anche una ideologia, per spiegare che essi non sono veramente o permanentemente  lesi, ma solo per quella tale volta, solo verso quella tale persona o quel tale gruppo, perché si versa in stato di necessità, ed è meglio, secondo quanto ritennero i giudici del Maestro, che uno soccomba se ciò occorre per salvare molti. Se è un potere che si avvale della religione, come sono quelli religiosi, o se è un potere civile  sacralizzato, vale a dire che si propone come voluto dal Cielo, costruirà anche la teologia che gli occorre. Fattolo, accuserà di eresia i dissenzienti. A quel punto la controversia sembrerà abbandonare la Terra e raggiungere il Cielo. Ci si scambieranno anatemi e, non di rado, si passerà a vie di fatto, come ciclicamente è accaduto nella storia delle nostre collettività religiose, che, avverto, è molto peggiore di quello che generalmente si è portati a ritenere, ad uno sguardo superficiale.
  Nei primi secoli della nostra fede, piuttosto bellicosi, ci si scambiavano, tra capi religiosi, lettere di comunione, con quelli con cui si andava d’accordo, che erano però anche anatemi, lettere di esclusione ( la parola anatema deriva del greco antico anàtema, inteso come da escludere e sterminare per ragioni religiose) per quelli i quali non ne erano destinatari o che appartenevano a una diversa  cerchia di  comunione. E i deliberati dei nostri  Concili, escluso l’ultimo degli anni Sessanta,  contengono vari  anatemi. Ad esempio, ecco un anatema  lanciato durante il Concilio Vaticano 1°, iniziato nel 1869 e interrotto nel 1870, dopo la conquista di Roma da parte degli italiani del nuovo Regno d’Italia:
Se qualcuno dice che le scienze umane devono essere trattate con quella libertà, per cui le loro asserzioni, anche se contrarie alla dottrina rivelata, possono essere ritenute come vere e non essere proscritte dalla chiesa, sia anatema.
 Questo principio anatemizzante  costò la sospensione dal ministero di prete e la scomunica al filosofo Roberto Ardigò, canonico della Cattedrale di Mantova, per un suo discorso tenuto nel 1869 a seminaristi, nel quale aveva parlato della figura e dell’opera del filosofo mantovano del Quattrocento Pietro Pomponazzi, rilevando l’importanza da lui data all’esperienza e all’osservazione. Il filosofo positivista (vale a dire quello che intendeva argomentare seguendo il metodo delle scienze naturali), sosteneva Ardigò, dice tra sé: «dove sia la verità, lo saprò soltanto, quando saprò scoprirla col metodo infallibile dell’osservazione e dell’analisi». Ad avviso dell’Ardigò questo sarebbe bastato a fondare una scienza  vera  e certa per tutti, tale che bastasse conoscerla per ammetterla, e ciò a differenza delle verità scoperte per via metafisica, vale a dire senza quel metodo dell’osservazione e dell’analisi. Sappiamo che gli scienziati contemporanei non condividono la fiducia dell’Ardigò di poter trovare per via di osservazioni e di analisi una verità indiscutibile quale quella cercata inutilmente dalla metafisica. E questo sebbene il metodo delle scienze naturali venga ritenuto affidabile, credibile, fino a prova contraria, solo se fondato appunto sull’analisi e l’osservazione (1).
  Quel  principio, senza arrivare a una smentita, fu piuttosto modificato mediante integrazioni e precisazioni nei deliberati del Concilio Vaticano 2°, circa un secolo dopo. Venne riconosciuta l’autonomia  delle scienze, limitando  i poteri degli interventi censori delle autorità religiose. E’ avvertibile, in questo modo di argomentare, l’influsso dei processi democratici, che nella seconda metà del Novecento si fecero strada anche nella nostra confessione religiosa, dopo essere stati duramente contrastati.
  Il pensiero democratico moderno accoglie quell’interpretazione del dare a Cesare  come un sistema di limiti invalicabili, a cui corrispondono  diritti   inviolabili  e doveri inderogabili. Il primo limite è quello del divieto di disporre arbitrariamente dei valori religiosi. Questo comportò una desacralizzazione  di ogni potere umano e il principio, corrispondente, della  laicità  dei poteri pubblici. Nessun potere politico può pretendere di sottrarsi alla critica affermando di essere voluto dal Cielo (questa è la sacralizzazione). Senza laicità  dei poteri pubblici  non ci può essere democrazia come oggi la si intende, perché altrimenti i poteri umani si presenteranno come non sottoposti a critica negli aspetti fondamentali sotto pena di anatema religioso. Invece, in democrazia, ogni potere umano deve poter essere sottoposto a critica. Dagli anni ’60 questo processo ha investito la stessa organizzazione religiosa, vista come insieme di poteri  umani. Questo ha consentito di rivedere, rendendole più affidabili, certe concezioni storiche costruite e diffuse negli ambienti religiosi sostanzialmente a fini propagandistici, fino a giungere, approssimandosi il Grande Giubileo dell’Anno 2000, all’esortazione a procedere ad una  purificazione della memoria, alla quale nel corso dell’Anno Santo, è corrisposto un franco, anche se parziale, riconoscimento di colpe storiche della gente di fede. Si sta anche cercando, ed è la storia di questi anni, di rivedere il sistema di potere feudale ricevuto dalla storia.
  Lo sviluppo delle concezioni che ho descritto può essere apprezzato confrontando testi divulgativi di storia della Chiesa contemporanei con quelli di qualche anno fa, ad esempio tra quello di Gian Luca Potestà e Giovanni Vian, Storia del cristianesimo, Il Mulino, 2010, con un testo molto utilizzato nelle università cattoliche fino agli anni ’70, di  Ludwig Hertling, Storia della Chiesa. La penetrazione dello spazio umano ad opera del cristianesimo, Città Nuova, 1974 (l’edizione originale è del 1967).
  C’è stata quindi una critica politica, democratica, della religione, intesa come fatto sociale organizzato, non della fede e della teologia fondamentale che c’è dietro; una critica di come, in religione, viene esercitato il potere. Questo ha avuto però anche riflessi teologici, per cercare come modificare le teologie che, nel passato anche piuttosto recente, giustificarono poteri dispotici in religione, poco rispettosi delle personalità, e delle stesse vite, dei dissenzienti. E’ un processo non ancora concluso. E c’è chi addirittura lo contesta e vorrebbe tornare indietro, o pensa al nuovo come organizzato con nuove gerarchie tendenzialmente dispotiche. Solo l’obbedienza-sottomissione, pensano, garantirebbero gli assoluti della fede e, innanzi tutto, l’idea stessa di assoluto. Fa di me ciò che vuoi, sarebbe l’atto di dedizione incondizionata che occorrerebbe esprimere verso il potere religioso: esso, o la sua pretesa, sono stati all’origine dei tanti abusi sulle persone umane, anche su larga e larghissima scala, che si sono avuti nella nostra religione. Una storia orrenda. Perché bisogna avere consapevolezza di questo: praticamente tutte le accuse di disumanità che sono state rivolte ai poteri e costumi religiosi sono vere. E’ la pretesa di esercitare  poteri assoluti, senza limiti, che, in genere, ha fatto danno. Il principio democratico porta invece a relativizzare ogni potere umano, anche quello che si esercita in religione. E, innanzi tutto, ad acquisire consapevolezza di ciò che in quest’ultimo è umano, quindi fallibile e bisognoso di contenimento. Questa critica democratica dei poteri religiosi è stata ritenuta a lungo eretica, quindi deviante nei fondamenti, fino ad epoca molto recente. E ancora non si può dire che abbia piena cittadinanza in religione. Certi eccessi sono diventati impossibili, certo:  sarebbero ritenuti criminali dalle leggi penali della maggior parte degli stati contemporanei. E anche Roberto Ardigò, per quanto colpito da una durissima persecuzione morale e religiosa, cacciato dal suo ministero e dalle liturgie, squalificato platealmente come spretato e apostata, traditore del Papato nella controversia politica con il Regno d’Italia, non lo si poté più uccidere e, anzi, fu onorato dall’altra parte, con il posto di professore nell’Università di Padova, dove godette la stima di una schiera vastissima di allievi. Non visse nel secolo giusto, ma poteva andargli peggio. Ed anche dopo il Concilio Vaticano 2° una certa libertà di pensiero è costata cara, stroncando carriere ecclesiastiche e universitarie e causando l’emarginazione ecclesiale. Lo deve mettere in conto chi la voglia praticare, esercitando quella che in religione si definisce parresia, da termine greco che si può tradurre con franchezza. Sono solito sconsigliarla ai giovani preti che mi piacciono e che vorrei si facessero strada. Tocca a noi laici praticarla apertamente. Lo fece a Bologna mio zio Achille Ardigò, sociologo apertamente credente cattolico, per tanti anni ascoltato profeta, subendo una dura emarginazione, durata, così almeno mi parve, almeno per un altro anno dopo la sua morte, fino a che, in occasione dell’intitolazione a lui del Dipartimento di sociologia dell’Università di Bologna, nel 2009, si ebbe la presenza dell’Arcivescovo della città.
2. Ma, tornando a noi, alla nostra realtà parrocchiale, che ci serve sapere quello a cui ho accennato?
  I processi che ho descritto sono in atto anche tra la gente di fede del nostro quartiere, nella nostra parrocchia, anche se a volte non se ne è consapevoli.
  Il progresso umano deriva dall’acquisire consapevolezza degli errori, in modo da correggerli, se possibile, e comunque da non ripeterli. Si cerca di ottenere questo risultato anche dai sistemi di calcolo elettronico più sofisticati, in modo da realizzare qualcosa  di simile ad un’intelligenza artificiale. Perché è intelligenza il riconoscere ed emendare gli errori personali e sociali.
  Purtroppo, per carenze formative, questo progresso non ha sufficiente permeato le nostre collettività, che quindi sono portate a ripetere, spesso in buona fede, gli errori del passato. Lo sanno bene i preti con cura d’anime, in particolare quelli delle parrocchie. Loro hanno studiato, sanno, e quindi possono riconoscere i guasti quando si presentano. Si pecca d’ignoranza, di fondamentalismo, di violenza sbrigativa verso gli altri, di intolleranza verso i dissenzienti, ed anche  di sottomissione ai prepotenti. Perché talvolta si è insofferenti dei limiti per avidità di potere, ma anche per smania di dipendenza, per cavarsi dalle responsabilità. Peccano anche persone fondamentalmente buone, che però, con le migliori intenzioni, possono fare molto male. Le conseguenze, in un microcosmo parrocchiale, non sono gravi, perché uno ha sempre la scelta di mandare tutti a quel paese e di andarsene altrove. Perché farsi il sangue cattivo, se si può trarsi d’impaccio così? Magari a tre fermate d’autobus è tutto diverso. Non è come per Roberto Ardigò che, finché visse, dovunque andava, era seguito dalla condanna religiosa: apostata, apostata, apostata… e le cose peggiorarono durante i primi vent’anni del Novecento, anni duri, che distrussero più d’una grande anima per smania di persecuzione religiosa, convinti, anche qui,  che occorresse dannare i pochi che si azzardavano a dissentire  per salvare i più. Una persona, l’Ardigò che continuò sostanzialmente, fino alla sua tragica fine, a fare vita da prete. Ecco come rispose nel 1903 a chi lo accusava  di aver apostatato per la rabbia di non essere stato fatto vescovo:

«Correre il palio a chi salisse più presto i gradini della gerarchia ecclesiastica? Ma che! Una sola fu sempre la preoccupazione della mia vita: quella di avere l’agio di attendere a’ miei studi prediletti. Aspirare a fare il  Vescovo? Per carità! Piuttosto rimanere sempre, come pure sono stato da principio, un semplice maestro elementare. Ah, sì! L’Articolista non lo immagina il temperamento che sono io.
Per anni e anni a Mantova (e mi rallegro tutto a pensarvi e come a un tempo di vita proprio secondo i miei gusti) finita la scuola alle tre o alle quattro dopo il pomeriggio, e mangiato un poco a casa, io usciva dalle porte della città con un libro in tasca e carta e matita, e mi aggirava solitario, a mio agio, senza seccature attorno, fosse pure d’estate col gran caldo, sulle rive dei laghi, fermandomi talvolta in qualche insenatura ombrosa delle alture che li circondano, e preparandomi in mente il tratto del mio libro in formazione che doveva far seguito ai tratti già scritti. E sull’imbrunire, lieto del fardello delle fatte meditazioni che portava meco, tornava, tutto polveroso e inzaccherato, a casa a fare un po’ di cena, per passare al Caffè del Corso a giuocare un pajo d’ore al bigliardo. E quindi una buona dormita, e alzarmi la mattina assai per tempo a scrivere quanto aveva pensato il pomeriggio precedente, e godere così che un po’ alla volta venisse fuori un libro da lanciare al pubblico, come una sfida ai pregiudizi tradizionali: di lanciarla colla fiducia confortantissima della più salda e imperitura convinzione. Altro che il gusto di fare il vescovo!»

  Mancando una sufficiente formazione, in particolare nel campo della conoscenza storica a fini di purificazione della memoria, una persona religiosa, del tutto in buona fede, può anche incorrere in un anatema ancora pienamente vigente, ad esempio se si sentisse di sostenere  che quel tale, con nome e cognome, è dannato  o, il che è lo stesso,  non ha o non avrà la vita beata. L’anatema sulla questione lo proclamò il Concilio di Trento, nel Cinquecento. Però, per peccare veramente occorre piena coscienza e deliberato consenso, e spesso in religione ci muoviamo superficialmente, con scarsa consapevolezza, stando a ricasco dei preti o di altri ai quali riconosciamo autorità, quindi non li abbiamo, rimaniamo o ritorniamo nella condizione infantile, aspettando che qualcuno ci indichi la via o la soluzione, insomma ci dica finalmente nel dettaglio che fare, in modo di liberarci dall’onere, e dalla responsabilità, della decisione, e in modo da poterci, poi, se si fa danno,  scusarci con l’aver obbedito, un po’ come fecero, al processo internazionale di Norimberga del 1946, i gerarchi nazisti accusati.
 Un gruppo di lettura e di approfondimento che prendesse piede in parrocchia potrebbe essere un buon inizio per cominciare a cambiare. Purtroppo ci manca una biblioteca.  E non ci conosciamo ancora abbastanza bene per fidarci a tal punto gli uni degli altri, e a stimarci, tanto da programmare, ad esempio un impegno settimanale o quindicinale dedicato a questo. Ma vorremmo conoscerci meglio? Quando ci si siede insieme in una sala della parrocchia, ad esempio nell’incontro di approfondimento per piccoli gruppi che si terrà venerdì prossimo, alle 20:30, dovremmo iniziare per presentarci per nome, in modo da potere essere chiamati per nome. A quel punto non saremmo più per gli altri, quello là  o  quella lì.
  Una volta iniziato, però, bisognerebbe prendere l’abitudine di non mancare a nessun appuntamento. Bisognerebbe imparare la pervicacia che spesso ci viene a mancare.
  E’ stato osservato che la democrazia inizia come una forma di amicizia. Se ne parla nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium,   del 2013, quando si introduce il tema dell’amicizia sociale:

227. Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9).
228. In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione nelle differenze, che può essere favorita solo da quelle nobili persone che hanno il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto. La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita. Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto.

  Di certe abitudini democratiche occorre fare tirocinio, darsi ordine e metodo condivisi. Negli incontri a cui ho partecipato recentemente in parrocchia ho notato alcuni aspetti da correggere. Essenzialmente è questione di  limiti che ci si deve auto-imporre, nell’interesse comune. Ad esempio un limite di tempo quando si interviene. Il limite del tema proposto: bisogna cercare di stare in tema. Il limite dell’ascolto degli altri: si interviene non solo per dire la propria e avere consenso, ma per ascoltare. Ogni intervento dovrebbe collegarsi a quello degli altri. E’ così che poi si può creare un sentire comune, anche se non si arriva a concordare con tutti e su tutti. Lo scopo non è l’eliminazione delle differenze, ma il superamento del conflitto nello spirito dell’agàpe  religiosa. E poi c’è il limite dell’attenzione: non si cresce se non si fa attenzione agli altri. Che cosa ci lasciano? A volte sembra che potrebbero esserci o non esserci e, in fondo, non farebbe differenza; forse, a volte, si preferirebbe che certuni non ci fossero. Parlo di ciò che non va in un piccolo gruppo di approfondimento religioso, ma, badate bene, è anche quello che accade in altri ambienti, ad esempio nei gruppi di orientamento politico. Infine il limite dell’invadenza: come si fa a volte da ragazzi, si è tentati di entrare di forza nelle vite degli altri, si arriva anche a  parole grosse, ricambiati a volte, e a volte no, e questa è l’ipotesi peggiore, perché può segnalare una persona che, colpita, si ritrae umiliata in sé stessa. Nella presunzione di  ricostruire  gli altri si può fare proprio questo danno. Entra in questione l’autorità che, di fatto, si pretende di affermare sugli altri.
  I preti conoscono bene il flagello dei capetti che talvolta finiscono per rovinare i migliori progetti. Basta dare i gradi da caporale a qualcuno, che subito quello tende a degenerare. Tra gli scout, ad esempio, a cose del genere si fa molta attenzione: ogni autorità ha sempre chiari limiti ed è sottoposta a verifica: nessuna autorità è per sempre e ogni autorità è condizionata al buon esercizio. Un buon tirocinio alla democrazia. Nel mondo scout, però, il controllo e la verifica, quindi il limite, vengono dall’alto: in un mondo di pari, quale l’ambiente democratico è, essi sono materia di decisione collettive, dibattute, argomentate. E’ questo il metodo degli adulti di Azione Cattolica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  
(1) Chi volesse approfondire, può farlo sul WEB: http://www.academia.edu/13806050/Roberto_Ardig%C3%B2_e_Pietro_Pomponazzi._Le_radici_rinascimentali_del_positivismo


sabato 17 marzo 2018

Individualismo inutile


Individualismo inutile





 Ieri sera, in parrocchia, abbiamo meditato sull’individualismo come malattia spirituale. Ci siamo serviti di questi contenuti dell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium:
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Sintesi
 La  vita spirituale [può confondersi] con alcuni momenti religiosi che offrono un certo sollievo ma che non alimentano l’incontro con gli altri, l’impegno nel mondo, la passione per l’evangelizzazione. Così, si possono riscontrare in molti operatori di evangelizzazione, sebbene preghino, un’accentuazione dell’individualismo, una crisi d’identità e un calo del fervore. Sono tre mali che si alimentano l’uno con l’altro.
  Si  può sviluppare negli operatori pastorali un relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale. Ha a che fare con le scelte più profonde e sincere che determinano una forma di vita. Questo relativismo pratico consiste nell’agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sognare come gli altri non esistessero, lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero.
 Sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio!  
  Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in sé stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo.
 L’ideale cristiano inviterà sempre a superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti difensivi che il mondo attuale ci impone. Il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo.
 Il ritorno al sacro e la ricerca spirituale che caratterizzano la nostra epoca sono fenomeni ambigui. Ma più dell’ateismo, oggi abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro. Se non trovano nella Chiesa una spiritualità che li sani, li liberi, li ricolmi di vita e di pace e che nel medesimo tempo li chiami alla comunione solidale e alla fecondità missionaria, finiranno ingannati da proposte che non umanizzano né danno gloria a Dio.
 Una sfida importante è mostrare che la soluzione non consisterà mai nel fuggire da una relazione personale e impegnata con Dio, che al tempo stesso ci impegni con gli altri. Questo è ciò che accade oggi quando i credenti fanno in modo di nascondersi e togliersi dalla vista degli altri, e quando sottilmente scappano da un luogo all’altro o da un compito all’altro, senza creare vincoli profondi e stabili.
 È necessario aiutare a riconoscere che l’unica via consiste nell’imparare a incontrarsi con gli altri con l’atteggiamento giusto, apprezzandoli e accettandoli come compagni di strada, senza resistenze interiori. Il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono.

Testo esteso
(le parti utilizzate per la sintesi sono evidenziate in neretto)
78. Oggi si può riscontrare in molti operatori pastorali, comprese persone consacrate, una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione, che porta a vivere i propri compiti come una mera appendice della vita, come se non facessero parte della propria identità. Nel medesimo tempo, la vita spirituale si confonde con alcuni momenti religiosi che offrono un certo sollievo ma che non alimentano l’incontro con gli altri, l’impegno nel mondo, la passione per l’evangelizzazione. Così, si possono riscontrare in molti operatori di evangelizzazione, sebbene preghino, un’accentuazione dell’individualismo, una crisi d’identità e un calo del fervore. Sono tre mali che si alimentano l’uno con l’altro.
79. La cultura mediatica e qualche ambiente intellettuale a volte trasmettono una marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa, e un certo disincanto. Come conseguenza, molti operatori pastorali, benché preghino, sviluppano una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni. Si produce allora un circolo vizioso, perché così non sono felici di quello che sono e di quello che fanno, non si sentono identificati con la missione evangelizzatrice, e questo indebolisce l’impegno. Finiscono per soffocare la gioia della missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri e per avere quello che gli altri possiedono. In questo modo il compito dell’evangelizzazione diventa forzato e si dedicano ad esso pochi sforzi e un tempo molto limitato.
80. Si sviluppa negli operatori pastorali, al di là dello stile spirituale o della peculiare linea di pensiero che possono avere, un relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale. Ha a che fare con le scelte più profonde e sincere che determinano una forma di vita. Questo relativismo pratico consiste nell’agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sognare come gli altri non esistessero, lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero. È degno di nota il fatto che, persino chi apparentemente dispone di solide convinzioni dottrinali e spirituali, spesso cade in uno stile di vita che porta ad attaccarsi a sicurezze economiche, o a spazi di potere e di gloria umana che ci si procura in qualsiasi modo, invece di dare la vita per gli altri nella missione. Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!
[…]
87. Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza! Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in sé stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo.
88. L’ideale cristiano inviterà sempre a superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti difensivi che il mondo attuale ci impone. Molti tentano di fuggire dagli altri verso un comodo privato, o verso il circolo ristretto dei più intimi, e rinunciano al realismo della dimensione sociale del Vangelo. Perché, così come alcuni vorrebbero un Cristo puramente spirituale, senza carne e senza croce, si pretendono anche relazioni interpersonali solo mediate da apparecchi sofisticati, da schermi e sistemi che si possano accendere e spegnere a comando. Nel frattempo, il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza.
89. L’isolamento, che è una versione dell’immanentismo, si può esprimere in una falsa autonomia che esclude Dio e che però può anche trovare nel religioso una forma di consumismo spirituale alla portata del suo morboso individualismo. Il ritorno al sacro e la ricerca spirituale che caratterizzano la nostra epoca sono fenomeni ambigui. Ma più dell’ateismo, oggi abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro. Se non trovano nella Chiesa una spiritualità che li sani, li liberi, li ricolmi di vita e di pace e che nel medesimo tempo li chiami alla comunione solidale e alla fecondità missionaria, finiranno ingannati da proposte che non umanizzano né danno gloria a Dio.
90. Le forme proprie della religiosità popolare sono incarnate, perché sono sgorgate dall’incarnazione della fede cristiana in una cultura popolare. Per ciò stesso esse includono una relazione personale, non con energie armonizzanti ma con Dio, con Gesù Cristo, con Maria, con un santo. Hanno carne, hanno volti. Sono adatte per alimentare potenzialità relazionali e non tanto fughe individualiste. In altri settori delle nostre società cresce la stima per diverse forme di “spiritualità del benessere” senza comunità, per una “teologia della prosperità” senza impegni fraterni, o per esperienze soggettive senza volto, che si riducono a una ricerca interiore immanentista.
91. Una sfida importante è mostrare che la soluzione non consisterà mai nel fuggire da una relazione personale e impegnata con Dio, che al tempo stesso ci impegni con gli altri. Questo è ciò che accade oggi quando i credenti fanno in modo di nascondersi e togliersi dalla vista degli altri, e quando sottilmente scappano da un luogo all’altro o da un compito all’altro, senza creare vincoli profondi e stabili: «  Andar sognando luoghi diversi, e passare dall’uno all’altro, è stato per molti un inganno ».[ Tommaso da Kempis, L’imitazione di Cristo]] È un falso rimedio che fa ammalare il cuore e a volte il corpo. È necessario aiutare a riconoscere che l’unica via consiste nell’imparare a incontrarsi con gli altri con l’atteggiamento giusto, apprezzandoli e accettandoli come compagni di strada, senza resistenze interiori. Meglio ancora, si tratta di imparare a scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste. È anche imparare a soffrire in un abbraccio con Gesù crocifisso quando subiamo aggressioni ingiuste o ingratitudini, senza stancarci mai di scegliere la fraternità.
92. Lì sta la vera guarigione, dal momento che il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono. Proprio in questa epoca, e anche là dove sono un «piccolo gregge» (Lc 12,32), i discepoli del Signore sono chiamati a vivere come comunità che sia sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-16). Sono chiamati a dare testimonianza di una appartenenza evangelizzatrice in maniera sempre nuova Non lasciamoci rubare la comunità!

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«Mescolarci,  incontrarci, partecipare a questa marea un po’ caotica»: questo blog risponde anche  a quest’esigenza. Pensato per i quaranta dell’Azione Cattolica parrocchiale, raggiunge ormai una platea molto più vasta: lo vedo dalle statistiche delle frequentazioni. Vuole fornire materiale per la conoscenza e la riflessione principalmente su due temi: il pensiero sociale cristiano e l’acculturazione religiosa alla democrazia.  E’ possibile che i più giovani non abbiano mai letto nulla del genere di quello che pubblico. Questa è la vita dell’umanità: di generazione in generazione bisogna ripartire da capo. Quante volte mi è capitato? Ormai molte.
  Nel gruppo di discussione a cui ho partecipato ieri dopo la meditazione svolta nella chiesa parrocchiale dal sacerdote, è stato giustamente osservato che da soli non si risolve nulla. L’individualismo, che significa giudicare il mondo dalla propria prospettiva, a seconda dell’utilità che se ne ricava, è, in definitiva, inutile.
  I nostri problemi personali, a parte quelli di salute e di vecchiaia che dipendono dalla nostra biologia, sono in genere di origine sociale, a partire dalla famiglia, per arrivare ormai al mondo intero con il quale siamo collegati con un intenso flusso di relazioni commerciali e culturali, tanto che quasi tutto ciò che è di uso comune ci viene da molto lontano. La soluzione sta quindi nel cambiare le società, nel cercare di influirvi per migliorarle. La dottrina sociale si propone di orientare questo lavoro. Essa non è originata dai teologi, ma dalla società religiosa, innanzi tutto dai laici. Poi i teologi hanno scoperto i significati religiosi dell’azione sociale e hanno messo ordine concettuale in materia. A differenza di certe grandi convinzioni di fede, teorizzate dalla teologia dogmatica, la dottrina sociale, come il pensiero sociale che la alimenta, è in continua e veloce evoluzione, seguendo quella della società in cui si è immersi.
  Quando ci riuniamo in parrocchia e parliamo di che fare in società ci guardiamo l’un l’altro smarriti. Finché si tratta di partecipare a liturgie religiose sappiamo che fare e qual è il nostro posto. Appena usciti sul sagrato, le cose si complicano. Ci vengono in mente le vie seguite da preti e religiosi, l’assistenza ai bisognosi e ai sofferenti, o quelle di altre associazioni che si occupano della vita di quartiere, ad esempio del parco, della pulizia e manutenzione delle strade, dei vari servizi pubblici, per sollecitare miglioramenti. Ci sembra che solo così si possa agire nel sociale. Allora, però, ci si preoccupa: non è che così facendo si toglierà tempo alla vita religiosa, quella in cui si parla di fede con il linguaggio proprio di quest’ultima? Non ci viene in mente, forse, che noi già operiamo nel sociale  in tutto ciò che facciamo. Ad esempio come cittadini, lavoratori, datori di lavoro, consumatori, utenti, genitori, figli e via dicendo. Gran parte della nostra vita si spende nel sociale. Tutto ciò deve essere animato  religiosamente: è un compito che specificamente compete ai laici, a quelli che non sono inquadrati nel personale che si occupa di liturgia e formazione religiosa, preti, frati e suore, monaci e monache. Secondo quanto deliberato dai saggi del Concilio Vaticano 2° è un lavoro che i laici devono svolgere con autonomia, con la competenza loro propria nelle cose della vita, senza attendere l’imbeccata dai preti e dai religiosi. C’è però bisogno di prepararsi, di una scuola, così come per tutte le cose della vita. Questa formazione, che un tempo si faceva molto più di oggi, è divenuta un po’ carente, in particolare nelle parrocchie. Bisognerebbe rimediare, spenderci un po’ di tempo. Io ho tentato di farlo sistematicamente, dal gennaio 2012, con questo blog, sottraendo un po’ di tempo al sonno. C’è ormai molto da leggere. Il primo post  è del 1 gennaio 2012, dal titolo Democrazia e valori - sintesi di un  saggio di Giorgio Campanini (lo incollo qua sotto, perché  è ancora attualissimo).  Attualmente sono disponibili 1.681 post.
  In parrocchia la formazione richiederebbe la ricostituzione di una biblioteca. E pensare a un’organizzazione specifica, in cui i laici siano molto responsabilizzati, e a spazi adeguati. La mia, naturalmente, è la prospettiva di uno che ha sempre lavorato con libri e pensiero, sia pure da pratico,  non da teorico, come sono gli operatori del diritto. Altri potrebbero indicare altre vie. Ma conoscere e far pratica di dialogo è sempre il punto di partenza di tutto. La società prima la si vive, la si sperimenta, e poi la si teorizza: è vero. Però non si parte mai da zero, ci si avvale delle esperienze passate, si impara dagli errori: ecco la necessità di conoscere. Fare pratica, poi, fa parte della preparazione. Nelle cose sociali occorre anche un tirocinio, un apprendistato: certe abilità non sono innate, ma si apprendono. E ciò che io e mia moglie e tanti nostri amici facemmo in FUCI, tra gli universitari cattolici.
  Alcuni pensano che la fede vada innanzi tutto protetta, preservata. Nella mia esperienza occorre anche questo. E’ per questo che non uso con leggerezza le parole della fede, come potete constatare leggendomi. Non le uso per non appropriarmene. Esse sono una risorsa preziosa, anzi la più preziosa, ma non sono strumenti nelle mie mani. Anche nelle relazioni soprannaturali è vero quello che accade per le altre: l’amicizia richiede rispetto. Ma che fede sarebbe quella che avesse bisogno del mio rispetto, della mia protezione, per sopravvivere? Origina da una realtà potente, che, crediamo, orienta la storia. Ci attrae. Ci ha chiamati amici. In essa confidiamo religiosamente per superare ogni inimicizia sociale, ogni barriera che la società abbia edificato per dividere e segregare, in definitiva ad essa ci ispiriamo e su di essa contiamo per trasformare la società, animandola  secondo certi valori. E’ questo che ancora crediamo? Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli. Amen.
  Di fronte alle difficoltà, nei rovesci della vita,  a volte si è tentati di proteggersi in uno spazio sicuro, confinato, chiuso, nascosto alle insidie o barricato contro di esse, in modo che le minacce non ci raggiungano. Può servire per riprendere forza, ma, in religione, non può essere una via permanente, quella ordinaria. Perché, altrimenti, come modificheremmo la società intorno a noi? Per farlo è necessario interagirvi. Come ho detto, lo facciamo ogni giorno, anche se forse non ne cogliamo il senso religioso. Ci sono  un’etica politica, una fiscale, una economica, una sociale, che orientano la società in un senso o nell’altro. Hanno un valore religioso.  Agiamo sempre in scenari limitati, ma moltiplicandone gli effetti secondo le azioni di massa, si finisce per incidere sulla società nel suo complesso. Acquisirne consapevolezza non è più facile come una volta. Si sbaglia nel fare la raccolta differenziata dei rifiuti: se accade a molti ne può riuscire compromesso l’ambiente, anche se, pensando in piccolo, non vediamo come il nostro sacchetto sbagliato dell’immondizia possa fare la differenza. Così è per ogni altra cosa cattiva, potenzialmente dannosa per la società, ad esempio quando sfruttiamo ingiustamente il lavoro altrui o ci accaparriamo vantaggi a scapito degli altri. Fenomeni criminali molto pericolosi come il traffico di stupefacenti o lo sfruttamento della prostituzione si basano su cedimenti individuali che, quando ci riguardano, tendiamo a giustificare. Il volto delle città può esserne compromesso. Due dei tre omicidi che sono avvenuti negli ultimi anni nel nostro quartiere hanno avuto a che fare con cose simili. E anche il fatto che non ci si azzardi a tenere aperta notte e giorno la nuova stazione della ferrovia urbana su via Val d’Ala.   Ciò che fa male alla società, ad esempio il razzismo che ha preso vigorosamente piede in Italia tra la gente comune, tra gente che vorrebbe essere buona, ha anche un valore religioso, è male anche per la fede, fa soffrire anche l’anima. La Provvidenza sembra, allora, impotente, e si pensa, a quel punto, di doverla preservare confinandola, per poter avere un’idea, ogni tanto, di com’era bello un tempo. Non è, questa, mancanza di fede? Non è un ridurre la fede alle nostre sfiduciate dimensioni? L’individualismo inutile,  appunto. Meglio che nulla, si può dire. A me è stato insegnato a ragionare in una diversa prospettiva. Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli. Non temo il confronto e la lotta, come non temo il dialogo. E voi?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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 Per il gruppo AC S. Clemente  -riunione dell’8-11-11 – Democrazia e valori
 Questa sera vi voglio parlare del saggio divulgativo Democrazia e valori – per un’etica della politica del sociologo e storico Giorgio Campanini, disponibile il libreria ad €8,00, pag.114, editrice AVE. L’autore si propone di recuperare il profondo collegamento tra etica e politica, che riguarda anche le relazioni tra il Cristianesimo e il potere.
“Con il Cristianesimo, per la prima volta nella storia, è stato chiaramente, e in un certo senso definitivamente affermato -con diffusa risonanza anche fuori dell’Occidente- il principio della distinzione tra politica e religione”.
 E’  questo che si intende quando si parla di laicità della politica.
“…il potere diventa un compito affidato all’uomo, un ambito nel quale Dio si astiene dall’operare direttamente ma che riserva alla libertà degli uomini.”
 E’  la distinzione “fra Dio e Cesare [Mt 22,21] e cioè tra autorità religiosa e politica”.
 E tuttavia il Cristianesimo “inserisce nella storia una nuova e per certi aspetti sconvolgente forma di unificazione, tutta spirituale”. Essa si basa sull’affermazione di valori indisponibili.
 Nel corso del Novecento declinarono le ideologie assolutistiche: nazionalismo, socialismo, comunismo. Si affermarono ideologie che rispettavano uno spazio di indisponibilità della persona umana: socialdemocrazia, liberalismo, cattolicesimo sociale. Esse risultarono più realistiche e praticabili. Si creò  così un terreno favorevole alla democrazia politica.  E tuttavia:
“Le stesse istituzioni democratiche, una volta disancorate da un riferimento ai valori, finiscono per apparire come svuotate di senso. E del resto, come giustificare il rispetto dell’uomo, la solidarietà tra gli uomini e fra i popoli, il superamento dei razzismi e degli esclusivismi regionali, facendo appello alla sola ‘ragione laica’?”
 L’autore riassume le fasi storiche del passaggio da una forma di potere ad un’altra: dalla famiglia alla città, dall’autorità, intesa come forza di persuasione non basata sulla coazione, alla politica, in cui la minaccia o l’uso della forza è elemento caratteristico. E tuttavia una certa base di consenso è sempre necessaria, anche nei regimi politici autoritari.
“Sul piano storico la tendenza del potere è di passare da un’origine tradizionale a una consensuale e dall’estraneità rispetto ai governanti al consenso popolare. La democrazia è, in linea teorica, appunto il regime in cui il potere è esercitato – secondo la nota formula di Abramo Lincoln ripresa da Maritain- dal popolo, con il popolo, per il popolo
 L’ordinato funzionamento di una società richiede l’esercizio di un potere politico: “la democrazia appare come un forma di governo fondata non sulla negazione, ma sulla circoscrizione, limitazione del potere”. Il fondamento ultimo del potere politico è stato individuato nell’attuazione di un’etica di giustizia da parte del popolo o del sovrano o in un contratto sociale, per il quale nell’interesse generale si accetta di obbedire ad altri. Nelle teorie democratiche del Novecento le due visioni sono state conciliate, convenendo su alcuni principi comuni: “…il riconoscimento della sovranità popolare, la teoria della limitazione del potere, il criterio della diretta partecipazione dei cittadini al suo esercizio e controllo”. Nei regimi democratici l’attuazione della giustizia sociale e il controllo del potere richiedono un’attiva partecipazione dei cittadini.
 L’esercizio del potere politico si realizza in una comunità politica. Una delle sue forme storiche di organizzazione è lo Stato, teorizzata in particolare a partire dal diritto romano.
“Nella tradizione di pensiero cattolica non è lo Stato che è al centro della vita politica, bensì la persona: la persona che inventa, crea, realizza progressivamente  una serie di ‘luoghi’ ne quali si esprime la socialità e che hanno tutti un’alta dignità: la famiglia, le comunità locali, le varie espressioni della società civile, la società economica (quale si esprime nel mercato) e, alla fine – ma soltanto alla fine- anche lo Stato, come punto di sintesi finale, ma non unica né esclusiva, delle forme in cui si esprime la natura sociale dell’uomo”.
 Si  deve obbedire al potere politico, ma non  in maniera incondizionata e assoluta. Infatti “E’ meglio obbedire a Dio  che agli uomini” [Atti 5,29]. La Chiesa considera certi valori di fondo indisponibili, anche in un regime democratico. Questo orientamento, scrive Campanini, è anche alla base delle più recenti dottrine costituzionalistiche in materia di diritti umani. Stravolgimenti di questi ultimi sono “…sempre possibili se viene meno il consenso dei cittadini sui valori essenziali della convivenza."
 Pur accettando  la reciproca indipendenza e autonomia di Chiesa e Stato, che dipende dalla distinzione tra religione e politica, la dottrina sociale della Chiesa, il corpo degli insegnamenti impartiti dai papi e dai vescovi con l’autorità loro propria, “mette in guardia da una visione rigidamente separatista dei rapporti tra Stato e Chiesa, dal momento che una collaborazione appare auspicabile in vista del bene comune”, inteso anche come tutela di un sistema di valori fondamentali, non solo come benessere materiale. Pertanto
“…il cristiano è l’uomo di una ‘duplice obbedienza’; alle legittime autorità, ma anche all’ordine morale e, conclusivamente, alla sua coscienza. Non si tratta di ‘dipendere’ dall’istituzione ecclesiastica o dai vescovi, ma di riconoscere il primato della coscienza morale. [Ciò] …non incrina il valore dello Stato democratico, ma, al contrario, lo rafforza, perché fa di esso uno stato consapevole che vi  è una soglia, quella della coscienza morale, oltre la quale lo Stato non deve andare.”
 Appartiene ormai al passato la diffidenza della gerarchia cattolica verso la democrazia e le sue istituzioni. E parlare dell’esistenza di “valori non negoziabili” non è una posizione antidemocratica, perché “le moderne Costituzioni sono appunto orientate nel senso di ipotizzare  una serie di valori ‘non negoziabili’, in qualche modo assoluti, non assoggettati al gioco  delle maggioranze, o delle minoranze, parlamentari”.
 Nella politica il concetto di valore  è collegato a quello di “bene comune”. Quest’ultimo venne esplicitato dal filosofo greco Aristotele (4° sec.a.C.) al quale il filosofo e teologo Tommaso D’Aquino (13° sec.d.C.) si ispirò. E’ stata una faticosa conquista culturale concepire il bene comune come riferito all’intera umanità e non solo a una determinata collettività, più o meno ampia. Il riconoscimento di una comune umanità trova un fondamento nei testi evangelici. L’idea di bene comune universale fu particolarmente sviluppata dagli anni ’60 del Novecento nel magistero sociale della Chiesa cattolica. Campanini segnala in particolare le encicliche Pacem in terris (del papa Giovanni 23° - 1963), con l’affermazione di diritti umani universali,  e Populorum Progressio (del papa Paolo 6° - 1967), con l’affermazione “dell’eguale diritto ad usufruire dei beni della terra e a conseguire il minimo di benessere necessario per la piena espansione della vita personale”, nonché l’importanza data alla questione ambientale, che appare strutturalmente senza frontiere (ciò che può essere bene per una comunità può diventare male per un’altra). Dalla concezione universalistica del bene comune deriva una nuova dimensione planetaria della cittadinanza, dove “cittadini non sono soltanto i titolari di una determinata nazionalità ma tutti gli uomini del mondo”.
“Si tratta di coniugare valori universali e particolaristici senza mortificare né gli uni né gli altri e garantendo sempre e in ogni circostanza i diritti dell’uomo (non solo quelli dei propri cittadini)”.
 Nel magistero sociale si pone l’esigenza “di un’autorità politica supernazionale, embrionalmente disegnata dall’attuale ONU, che si faccia carico del perseguimento del bene comune, e della salvaguardia dei diritti dei cittadini, nei confronti di tutti, al limite contro la volontà stessa dei responsabili di una determinata comunità”.
 Le democrazie contemporanee sono pluralistiche.
“Pluralistica è … un’organizzazione dello Stato caratterizzata da una articolata molteplicità  di centri di potere organicamente collegati fra loro, in una visione che pone al centro della società civile la persona umana e non lo Stato, né come ordinamento giuridico o come monopolio della forza, né tanto meno come espressione di un nazione, di una classe o di una razza”.
La concezione pluralistica è riconosciuta nell’art.2 della Costituzione Italiana: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” formulato con l’importante contributo del cattolico Giorgio La Pira. Perché la comunità politica pluralistica rimanga governabile occorre realizzare una “minimale convergenza verso il bene comune”, inteso anche come insieme di valori.
  L’esperienza storica dei modelli politici totalitari portò a una rivalutazione di quelli democratici. E tuttavia la democrazia, che richiede impegno e fatica, consenso sociale maturo, una sorta di “plebiscito quotidiano”, è sempre un regime a rischio se si fonda solo su regole e non su altri valori condivisi.   
Mario Ardigò  -