INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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venerdì 25 dicembre 2015

Pensiero di Natale 2015

Pensiero di Natale 2015

  Le grandi feste della nostra fede sono ancora feste civili in Italia e si cerca quindi di dar loro un significato anche per chi non è credente o appartiene ad altre fedi.
  Non è un lavoro facile.
  Il compito si è fatto sempre più arduo per quanto riguarda il Natale, che copre tutte le festività dal 25 dicembre al 6 gennaio dell’anno successivo, durante le quali si celebra il medesimo evento, una nascita e, insieme, una nuova Era. Quindi la festa, nell’era della globalizzazione, è stata rivestita di una scenografia alternativa, fatta di Babbi Natale, di renne, di immagini del Nord del mondo piene di neve e di freddo, tutto questo al servizio di una specie di organizzazione commerciale per la produzione e la distribuzione di regali,  che nella favola appare sostanzialmente come una società di beneficienza ma che nella pratica si risolve in un tempo di consumismo compulsivo, dove i grandi centri commerciali svolgono il ruolo di basiliche di questa specie di nuova religione.
  Parlare del Natale non è semplice anche in una prospettiva religiosa, e questo per la molta teologia che ci è stata riversata sopra, fin dal primo secolo della nostra era, quando si formarono gli scritti sacri originati dalle nostre prime collettività di fede.  Con il presepe si cerca di renderne un’idea accessibile a tutti, ma è inevitabile fare memoria di qualche cosa di più complesso.
 La nascita del famoso Bimbo appare quindi sospesa tra due antiche profezie bibliche, una di Isaia che viene interpretata nel senso che l’Atteso dovesse arrivare dalla Galilea e l’altra di Michea che invece viene letta nel senso che dovesse comparire a Betlemme, in Giudea. Ed in effetti del Fondatore si racconta che era della Galilea, ma che nacque a Betlemme, in Giudea, non distante da Gerusalemme. Da adulto ci viene presentato mentre insegna in Galilea, intorno al grande lago che c’è da quelle parti, ciò che conferma la sua origine galilea, ma ci viene raccontato che poi salì a Gerusalemme e che lì continuò a insegnare e fu giustiziato sulla Croce dagli occupanti romani, però istigati da capi religiosi suoi correligionari, per la nostra salvezza dicono i teologi.
 Dei tempi della sua nascita si legge nei testi sacri attribuiti a Matteo e Luca. Scopriamo così che il nostro Primo Maestro nacque in una famiglia molto particolare, costituita, attraversata e modellata dall’intervento soprannaturale. Essa appare tutta, compreso il concepito, in missione fin dall’inizio e tutta protesa verso colui che sarebbe stato appellato unigenito e che, come ci insegna la teologia, lo fu effettivamente qui sulla terra e lassù nei Cieli. Anche il Bambino dunque partecipa di questa realtà missionaria, venendo trasferito da Nazareth, nel nord della Palestina, in Galilea, a Betlemme, poco distante da Gerusalemme, nascendo lì e adempiendo così le antiche profezie religiose. Si racconta di un segno celeste, della concomitante apparizione di un stella nel firmamento, che mise in agitazione sapienti che abitavano più ad oriente e li indusse a mettersi in viaggio per andare a vedere che cosa accadeva, e di cori angelici che attorniarono il Neonato. Nonostante tutto questo, passò molto tempo prima che la grandezza del Fondatore fosse manifestata: negli scritti sacri attribuiti a Luca si racconta di un inizio all’età di circa trent’anni. Il Natale celebra un evento che dà un senso all’intera storia dell’umanità, a quella successiva come a quella precedente. Ma ci si rese veramente conto della sua portata solo quando il nostro Primo Maestro ce la rivelò, da adulto. E questo nonostante che i due evangelisti che hanno trattato di questi fatti del Natale ci abbiano raccontato anche di eventi prodigiosi e profezie legati al concepimento e alla gestazione, per cui dobbiamo pensare che i genitori del Bimbo avessero compreso che il nascituro sarebbe stato veramente una persona speciale.
 In sé il racconto della nascita è piuttosto scarno, nella versione di Luca:
“Mentre si trovavano a Betlemme, giunse per Maria il tempo di partorire; ed essa diede alla luce un figlio, il suo primogenito. Lo avvolse in fasce e lo mise a dormire nella mangiatoia di una stalla, perché non avevano trovato altro” (Lc 2, 6-7).
Questo l’evento a partire dal quale, a partire dall’Alto Medioevo, abbiamo preso a contare gli anni di una nuova Era.
  In religione riteniamo che nella persona e nella vita del Fondatore ci sia stata data la salvezza. Questo è il motivo dell’importanza che diamo alla sua nascita. Ma salvezza da che cosa?
  Ce ne possiamo fare un’idea in base alle attese che ai suoi tempi erano diffuse nella sua gente e che troviamo sintetizzate così dal libro biblico attribuito all’antico profeta Isaia:
E’ nato un bambino per noi!
Ci è stato dato un figlio!
Gli è stato messo sulle spalle
il segno del potere regale.
Sarà chiamato: “Consigliere sapiente,
Dio forte, Padre per sempre,
Principe della pace”.
Diventerà sempre più potente
e assicurerà una pace continua.
Governerà come successore di Davide.
Il suo potere si fonderà sul diritto
e sulla giustizia per sempre.
Così ha deciso il Signore dell’universo
nel suo ardente amore, e così sarà.”
(Is 9,5-6)
  C’è quindi l’immagine, la visione, di un regno di pace e giustizia e di un re venuto a fondarlo. Lo si immagina scaturire dal suo popolo, per volontà dell’Altissimo, come un bimbo dalla sua famiglia.
  I teologi ci dicono che il Fondatore disattese quelle aspettative dove immaginavano l’instaurazione di una nuova potenza terrena, ma che in altro senso le superò congiungendo Cielo e terra e ponendo così le basi per il superamento di ogni inimicizia. Al centro del suo insegnamento vi fu l’agàpe, parola del greco antico che traduciamo con  amore, ma che evoca l’idea di un lieto convito a cui tutti sono invitati a partecipare. La via per realizzarla è la misericordia, della quale tanto si parla di questi tempi, quindi la compassione, il perdono, l’empatia verso ogni essere umano, fino a farsi prossimi anche i più lontani e finanche i nemici. Nell’agàpe  non si ha cuore di rinunciare a nessuno. E’ una visione profondamente divergente dalle idee che reggono i rapporti tra le potenze terrene, che sono basati sulla forza, sui conflitti. E, infatti, ci fanno notare i teologi, il nostro Re venuto dal  Cielo regnò dalla Croce, nella dedizione di sé che significò non rinunciare mai alla prospettiva dell’agàpe, fino alla fine. E’ scritto proprio così : èis tèlos egàpesen autoùs (Gv 13,1), vale a dire, appunto,  “li amò fino alla fine”. Questa espressione si trova nel versetto biblico del testo sacro attribuito a Giovanni che fa: “Prima della festa di Pasqua  Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.  Sembra che non ci sia altro modo per instaurare la vera pace universale. Seguendo l’esempio e gli insegnamenti del Fondatore è accaduto che talvolta ci si sia riusciti, in qualche parte del mondo, in qualche stagione della storia, anche se non a lungo (questo per la nostra insufficiente fede, riteniamo). E questo è quindi il messaggio universale che dal Natale, dalla nostra fede, da questa festa della nostra fede, si espande verso tutti i popoli della terra. Non vi è salvezza senza misericordia e quest’ultima richiede di farsi prossimi tutti gli esseri umani della terra, per condividere con loro l’agàpe universale, che significa anche condividere tutte le nostre risorse materiali e spirituali. Perché nel volto di ogni essere umano ci si fa prossimo quello dell’Eterno fondamento di tutto. E, secondo la nostra fede, tutto ciò che si fa al più piccolo dei nostri simili ha un infinito significato religioso, decide della nostra salvezza eterna, ora e per sempre.
  Su questi insegnamenti del Fondatore stiamo riflettendo, in religione, da duemila anni e ancora non ne abbiamo scoperto tutta la profondità e l’estensione. La loro stupefacente novità, rispetto a ciò che la nostra natura di antiche belve ci spingerebbe a fare, è talmente grande che ci abbiamo costruito sopra addirittura una nuova Era. Ma quanto è difficile l’avvento del regno beato dell’agàpe! Anche la gente della nostra fede si è abbandonata spesso alla sua ferocia di antica belva, che le è connaturata, anche se si cerca sempre di elevarsi da esseri puramente carnali a persone anche spirituali, e l’insegnamento del nostro Primo Maestro ha subìto così ogni genere di interessata  distorsione, in modo da rovesciarlo nel suo contrario. Questa è la vera eresia di sempre, non le mille, e in fondo in genere innocue, altre varianti ideologiche sorte nei secoli, crudelmente, e quindi insensatamente in un’ottica della fede dell’agàpe, combattute e represse in religione, arruolando teologia e politica dimentichi di ogni misericordia.
  E ciò che ancora oggi accade, ad esempio nella strumentalizzazione del presepe nella guerra contro gli immigrati di altre fedi in Europa. Così vediamo le care statuine brandeggiate come armi da guerra. E’ questa una nuova versione del presepe: il presepe da combattimento.
  Concludo osservando che l’Italia, di questi tempi, si sta preparando alla guerra, anche se se ne parla poco.  E’ strano questo: ai tempi in cui scoppiarono guerre in cui noi italiani eravamo marginalmente impegnati, le due guerre del Golfo e la guerra contro la Serbia, si fecero grandi manifestazioni per la pace e la gente addirittura arrivò a svuotare i supermercati per fare scorte alimentari. Ora che effettivamente la guerra ci è molto vicina, come accadde nella primavera del 1915 e in quella del 1940, nessuno sembra occuparsene, eppure abbiamo già un’importante forza militare al largo della Libia e il nostro esercito si sta preparando ad intervenire in quella vicina nazione africana. L’altro giorno il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che crea il contesto giuridico per il nostro intervento militare.
 Dunque  il mio augurio a tutti i lettori per questo Natale sia quello francescano di sempre: Pace e bene. Fa di noi,  Signore, strumenti della tua pace!
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


 




mercoledì 23 dicembre 2015

L’AC e la parrocchia al centro della riunione di ieri

L’AC e la parrocchia al centro della riunione di ieri

1.  Ieri si  è tenuta l’ultima riunione del gruppo parrocchiale di AC per quest’anno. Ci si incontrerà nuovamente il 12 gennaio 2016, alle ore 17, in sala rossa.
  Abbiamo costruito il presepe vivente, secondo il modello proposto tanto tempo fa da Lorenzo Daniele e che abbiamo rimesso in auge: ognuno ha portato una statuina del presepio e, collocandola tra le altre, ha espresso un pensiero e un auspicio tratti dalla nostra esperienza.
 E’ intervenuto anche il parroco che ha parlato del Natale, dell’AC e della parrocchia.
 Il Natale mette al centro dell’attenzione religiosa una famiglia e viene vissuto in famiglia. Anche l’AC è come una famiglia, con una spiritualità e un afflato profondi.
  Le persone che vengono in AC, ha detto,  devono sentirsi come in famiglia, a casa. Per questo bisogna rendere l’AC bella, viva, attraente, in modo che ci si stia bene.
  La Chiesa è la casa di Dio tra gli esseri umani e l’AC è al cuore di questa casa.  Vi sta per svolgere delle funzioni che si riassumono nel collaborare con i vescovi nell’edificazione di quella casa.
  Bisogna essere orgogliosi di appartenere all’AC, ha concluso il parroco.
 2. In parrocchia si sta pensando di costituire e sviluppare vari gruppi per esperienze sociali animate dalle persone delle età di cui oggi siamo un po’ carenti, diciamo la fascia 18-45. Si pensa di indurle chiedendo anche la collaborazione di persone che hanno vissuto attività analoghe e che sono venute ad abitare non lontano da noi. Possono essere utilizzate nella fase di induzione. Ma sarà importante che quei gruppi siano poi, nella fase di esercizio  a regime, una realtà partecipata in misura maggioritaria dalla gente delle Valli. Infatti il nuovo che si progetta non deve risolversi in un’altra conquista della parrocchia da parte di gente di fuori. Deve mantenere la sua forte connotazione locale, espressione delle Valli.
  Che fare in un’esperienza associativa come quella?  In realtà spesso non se ne ha un’idea precisa e si finisce con lo stare troppo sulle spalle del clero. Ecco che allora anche i laici più anziani possono essere utili per fornire degli spunti, sulla base della loro passata esperienza.
 Si tratta di attività da organizzare intorno alle feste della nostra fede, che ancora coincidono con le festività civili, innanzi tutto la domenica. Nei giorni feriali la gente attiva non ha tempo.
 Non bisogna pensare di dover progettare gruppi che esauriscano totalmente le esigenze sociali di una persona. La gente a cui ci rivolgiamo, laici di fede nella fase attiva della loro vita compresa tra il termine degli studi liceali e il pensionamento, deve rimanere integrata, partecipe e operante nella società civile in cui è immersa per svolgere il compito che in religione ci si aspetta da lei.
  Nello stesso tempo il lavoro che si fa nel campo della fede dovrà portare a costruire nella vita delle persone quello che oggi viene definito atteggiamento e che è un’impostazione generale nelle scelte di vita, da quelle di famiglia, a quelle professionali e quelle politiche: la fede religiosa ne deve essere il centro. Ciò richiede fare tirocinio nel riflettere sulle scritture sacre, nella liturgia, nell’analisi della situazione esistenziale in cui la nostra società si trova, in tutti i suoi molti aspetti.
   Si dovrà rifuggire da creare gruppi di autocoscienza religiosa e dal mettere al centro della riflessione comune i casi particolari dei partecipanti, secondo una moda che è piuttosto diffusa nella società del nostro tempo e che vediamo messa in scena in molte rubriche televisive. Al centro di tutto dovrà esserci la società del nostro tempo e il nostro impegno in essa.
 Si tratterà di attività di formazione, compresa l’autoformazione, preghiera e di tirocinio. Ma non ci si dovrà preoccupare di produrre qualcosa di altro, come parrocchia: il lavoro che ci si aspetta da un laico si svolge in società, al di fuori della parrocchia. E l’esperienza  sociale, il ritrovarsi per ragionare, pregare e ogni altra attività che in comune si riuscirà a fare, è parte di quel tirocinio e quindi l’inizio di ciò che si dovrà fare partecipando alla società del nostro tempo. Essa sarà infatti esperienza sociale propriamente  religiosa  anche se vissuta ragionando anche sulla storia, la politica, la società del nostro tempo, a partire dalla realtà sociali in cui siamo immersi, vale a dire le Valli.
 Si scoprirà che il tempo è poco, non basterà mai.
 Il senso di completezza, di pienezza, sarà dato attraverso la liturgia, la quale appunto a questo serve: a rendere manifesta una realtà beata che  è già ora presente, ma  non ancora pienamente realizzata, sebbene nella fede possa essere colta.  
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli



martedì 22 dicembre 2015

Lettera alle catechiste e ai catechisti della parrocchia per l’iniziazione e l’educazione alla fede dell’infanzia

Lettera alle catechiste e ai catechisti della parrocchia per l’iniziazione e l’educazione alla fede dell’infanzia

  Care catechiste e cari catechisti, so che la gran parte di voi proviene dall’esperienza comunitaria che ha prevalso nella nostra parrocchia negli ultimi trent’anni. E, da molti indizi, rilevo che, verosimilmente, il numero maggiore dei miei lettori appartiene a quell’ambiente. Questa è per me un’occasione straordinaria, veramente provvidenziale, per instaurare quel dialogo di cui in passato non c’è stata mai occasione. Ma, in realtà, esso non coinvolge solo me e voi. Ed è come se noi, io e voi, nel mezzo delle divergenze che travagliano la nostra comunità, decidessimo ad un certo punto di fare una pausa e andare a cercare, nello spirito che viene evocato nel racconto evangelico di Gv 3, in cui vediamo Nicodemo, uno dei capi del gruppo che si opponeva al nostro Primo Maestro, che lo va a trovare, di notte, per fargli delle domande, per capire meglio. L’esempio di Nicodemo non è di solito considerato del tutto positivo, perché è rimasto a rappresentare un interesse che rifiuta o teme di manifestarsi apertamente, e quindi l’immagine di una certa incoerenza. Ma in realtà è esperienza comune di chi ragiona di fede, a qualsiasi livello lo faccia, si tratti ad esempio di un genitore o di un catechista o di un teologo, un prete o un vescovo, di trovarsi a volta nella condizione di Nicodemo e di sentire il bisogno di andare alla fonte, anche senza ancora determinarsi ad abbandonare certe posizioni, quindi, appunto, di notte.  E’ questo proporsi di interrogare quella fonte che è apprezzabile e che, in fondo, è veramente l’atteggiamento del credente, che non pone solo in sé stesso o in un qualche gruppo o in una qualche ideologia la sua sicurezza esistenziale.
 Vi state occupando di bambini. Raccontate loro delle cose della nostra fede. Mi dicono che vi lamentate che i bambini si comportano da bambini. “Non sanno nulla”  dite e, soprattutto, sembra che  non vogliano sapere nulla. A catechismo bambineggiano, fanno confusione, chiasso, è difficile coglierne l’attenzione. In effetti c’è chi potrebbe obiettarvi che ha poco senso pretendere che i bambini non si comportino da bambini, e invece avete ragione voi. Non è normale che i bambini si comportino così a catechismo. C’è qualcosa che non va. Ragionandoci su, di solito, diamo le colpe alle famiglie, come sempre quando un giovane è irrequieto e allora ci si lamenta che è stato educato male. Ci può essere anche questo, senz’altro. Però, tenete conto che i bambini del catechismo vi sono stati affidati dalle loro famiglie. Quindi queste ultime hanno una sensibilità religiosa. Quei bambini di cui vi state occupando non ve li siete andati a scegliere per strada, come fanno certi preti e volontari in tanti inferni del mondo e come ad esempio fece, qui a Roma nel Cinquecento, Filippo Neri. No:  a catechismo ci sono stati portati. Vivono quindi in un microcosmo culturale di famiglia che apprezza il lavoro che fate e, più in generale, quello che si fa in religione. Altrimenti quei bambini non sarebbero tra voi.
  Vi voglio proporre un’idea alternativa per spiegare perché i bambini bambineggiano  a catechismo. La traggo innanzi tutto dalla mia esperienza, in particolare da quella antica di scout, e poi da cose che ho letto.
 I bambini  bambineggiano quando li si tratta da bambini. E questo è un errore che qualche volta le mamme dei tempi nostri fanno. Un tempo non era così. I bambini venivano presi molto sul serio e si pretendevano molto presto da loro atteggiamenti da adulti. Si attribuivano loro importanti responsabilità. Di modo che, nel ricordo degli anziani, i bambini di una cinquantina di anni fa bambineggiavano  molto meno e questo, risalendo nel tempo, si fa sempre più evidente, per quello che rimandano le nostre fonti di conoscenza.
  Ci fu un tempo che i bambini dell’età di quelli che vi sono stati portati al catechismo lavoravano, e anche in lavori molto duri. E’ del 1859 la prima legge che in Italia vietò certe forme di lavoro infantile: riguardava, vietandolo, l’impiego di bambini al di sotto dei dieci anni nelle miniere. Del lavoro infantile nell’Ottocento si parla in due famosi libri per ragazzi, Oliver Twist  e David Copperfield, dell’inglese Charles Dickens, pubblicati all’inizio di quel secolo.
  Un bambino vive sostanzialmente nella dimensione del gioco, che però è molto diverso dai passatempi che noi adulti chiamiamo con lo stesso nome. Per un bambino il gioco è un’esperienza molto seria, è una versione semplificata del mondo degli adulti, in cui se ne fa tirocinio e così introduce al mondo degli adulti.
  Nei giochi che i bambini organizzano quando vivono in ambienti che danno loro una certa autonomia, come era il quartiere delle Valli della mia infanzia, a differenza di ciò che esso è diventato ai tempi nostri, ci sono il male e il bene sociali, ogni virtù e ogni malvagità, ci si fa del male e del bene, si soffre e si gioisce, si instaurano gerarchie, a volte dispotiche, si vivono esperienze liberanti. L’unica differenza con i mondo degli adulti è la possibilità di cambiamenti molto più rapidi e radicali, talvolta di giorno in giorno, perché i bambini crescono molto velocemente e, crescendo, modificano rapidamente le società da essi espresse e i loro costumi. Noi, dimenticandoci della nostra esperienza personale di bimbi, spesso non ci rendiamo conto di quanto possa essere infelice un bambino. Il fatto che, vista con gli occhi degli adulti, la sua esperienza di sofferenza sia transitoria e, in fondo, superabile con il crescere dell’età e la maturazione personale, non toglie nulla alla sua intensità.
 Qual è il mestiere  di un bimbo? Quello di crescere, di diventare un adulto. Dal punto di vista fisiologico questo accadrà sicuramente, dal punto di vista psicologico e dell’integrazione sociale è possibile però che ci siano degli sfasamenti, dei ritardi, per cui c’è la possibilità che una persona diventi adulta fisicamente ma non sotto altri aspetti. Il compito educativo degli adulti è quello di assecondare la crescita armonica dei più giovani, in tutte le componenti della loro personalità.
 Il metodo scout si propone proprio quell’obbiettivo. Fu ideato da un ufficiale britannico, Robert Baden-Powell, agli inizi del secolo scorso. Durante l’assedio di Mafeking, in Sud Africa, nella guerra anglo-boera  scoppiata nel 1899, iniziò a inquadrare dei ragazzi in un corpo di cadetti, con il ruolo di esploratori e portaordini. C’erano anche bambini dell’età di quelli vostri del catechismo. Funzionarono molto bene. Tornato in Inghilterra il Baden-Powell organizzò un corpo simile, ma con intenti solamente educativi, non bellici. Il suo metodo  è basato sull’attribuzione di responsabilità ai ragazzi fin da molto piccoli. Seguendolo, i bambini non bambineggiano  più. Io ne ho fatta esperienza da lupetto. Ve lo posso assicurare.
 C’è chi pensa che i bambini debbano bambineggiare perché così sono felici e che trattandoli da adulti si tolga loro qualcosa di bello. Non  è così. I bambini  bambineggiano  quando si annoiano e sono costretti a vivere esperienze che non li interessano, come appunto quando gli adulti pretendono che  facciano  i bambini.
  La gran parte di voi, care catechiste e cari catechisti, proviene da un movimento che si è come specializzato nella formazione degli adulti. Quindi mi pare che esso dia poca importanza al lavoro che si fa con i bambini e quindi finisce per trattarli da bambini, per cui tendono a bambineggiare. Ritiene che l’educazione dei bambini competa essenzialmente ai genitori e che questi ultimi la debbano svolgere utilizzando la loro autorità gerarchica  naturale, per cui debbano dire a un bambino che cosa pensare e fare e che poi si debbano aspettare, e debbano anche ottenere pretendendolo, con le buone o con le cattive come si dice, che lui lo pensi e lo faccia.  E, se è certamente vero che i genitori, come è naturale che sia, hanno un’importante responsabilità educativa, è anche vero che, ad un certo punto, la maturazione della persona si blocca se non si esce dall’ambito familiare e non si impara, facendone tirocinio, a interagire con la società.  Questo è vero anche per le questioni di fede.
 In un certo senso l’impostazione di tipo familistico dell’iniziazione ed educazione religiosa crea, se non arricchita con un’esperienza sociale più ampia, molti problemi, in particolare nella nostra organizzazione religiosa, in cui ci confrontiamo con un grandissimo numero di padri che ci si propongono come nostri superiori gerarchici  per una sorta di diritto naturale, in particolare in quanto adulti maschi per cui l’autorità sarebbe loro connaturata e allora, al termine di una certa specifica formazione, gliela si riconosce. Quello maggiore è di mantenere la fede a un livello di bambineggiamento, e non dico  infantile perché, come ho detto, quelli che consideriamo  infanti sono in realtà persone che, se non indotte a bambineggiare, non bambineggiano, sono quindi persone capaci di essere serie  della stessa serietà degli adulti. L’altro, molto grave, è quello di indurre dipendenza  acritica, appunto come quella che i nostri genitori pretendono da noi fino a quando, ad un certo punto, emergiamo  all’autonomia e contrattiamo altri tipi di rapporti, crescendo.
  In quella concezione di cui dicevo, quella del bambino è una fase della vita in fondo poco interessante. Vedendo la cosa dall’esterno, e metto sempre le mani avanti in questo come quando parlo di cose che non ho avvicinato veramente, sembra che si voglia aspettare che i bambini crescano, che facciano un mucchio di cose cattive seguendo la corrente dei cattivi esempi dei loro coetanei, che tocchino il fondo e che, a quel punto, ci si proponga di andare a recuperarli, quando le loro resistenze si sono fatte più deboli perché appunto sono caduti, per ricostruirli e per realizzare in loro  l’uomo nuovo, sostanzialmente riportandoli nel seno di una specie di famiglia allargata, in cui vivano felici come adulti/bambini. Ecco, questo non è in linea con gli obiettivi che ci si propone, ai nostri tempi, nella catechesi, quella programmata dai nostri vescovi intendo.
 Lo scopo che si vorrebbe raggiungere  è invece quello di una maturazione armonica nella fede che prevenga la caduta.  Si lavora sul bambino per rafforzare l’adulto che sarà. Parlando a lui si parla proprio a quell’adulto. E l’esperienza religiosa del bambino non è diversa da quella dell’adulto, perché nella vita del bambino c’è tutto quello, naturalmente in una versione per così dire semplificata, che ci sarà nella vita dell’adulto. La sfida per voi è quella di scoprirlo e in questo modo di raggiungere il bambino nelle sue esigenze naturali di crescita e di maturazione. Calibrate il vostro lavoro di conseguenza e constatate se i bambini poi seguitano a  bambineggiare  o cambiano atteggiamento a catechismo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 21 dicembre 2015

Indurre una comunità aperta - 10 - conclusione

Indurre una comunità aperta - 10 - conclusione

  Chi pensa che, nel mondo di oggi, la fede possa resistere solo in una comunità  chiusa ragiona come se  essa effettivamente  appartenesse a un altro mondo, a un altro pianeta, e potesse sopravvivere sulla terra solo in una atmosfera modificata, in una specie di  bolla  di sostegno vitale, appunto come si immagina che sia la vita degli esseri umani su altri pianeti non provvisti dell’aria che ci serve per vivere o circondati da atmosfere fatte di altri gas. E’ veramente  così?
   In dottrina generalmente si ritiene di no. E’ proprio questo  il mondo a cui è stata portata la salvezza soprannaturale e che riteniamo anche capace di distinguere e accogliere l’appello, la chiamata, che ci viene nella fede. Esso è impregnato di malvagità, certamente, e i soccombenti,  i poveri, gli sconfitti, i sofferenti per ingiustizia  ne sono travagliati, come anche gli stessi malvagi perché noi non siamo stati creati per fare il male, per cui l’appello alla conversione giunge anche ai loro cuori,  anche questo è vero, perché in religione pensiamo che il male e le sue opere siano una solida realtà, ma è proprio in questo mondo che è avvenuta e sempre avviene una sorta di semina soprannaturale, per cui ciò che ci si aspetta che cresca, effettivamente poi cresce. Questo mondo non è stato abbandonato dall’Altissimo e non ci è stato comandato di costruire una nuova  arca per fuggirne, per scampare,  noi soli, alla distruzione finale, alla vendetta divina e cose del genere.
  Gli studiosi osservano che dallo scorso secolo i processi formativi in religione hanno cominciato ad essere definiti come una iniziazione, ma che, a differenza di ciò che con quel concetto si intende in antropologia,  la scienza che studia ciò che gli esseri umani sono sia come singoli sia nei gruppi da essi formati, essi non introducono in gruppi  chiusi, ma in un popolo di apertura universale (così Emilio Alberich, nel testo di catechetica che in questi giorni ho più volte citato). Questo perché, nella concezione di fede, non solo riteniamo che l’azione soprannaturale preceda la nostra e la sostenga, ma anche che susciti e sostenga la risposta umana all’appello alla conversione.  L’universalità di questi processi è determinata dalla loro relazione soprannaturale, per cui quando ci si propone, secondo la nostra fede, di indurre una comunità, non si tratta di costruire un aggregato di persone selezionate per fare vita separata, e quindi scelte  dai fondatori secondo certi criteri per cui vanno bene per condurre quell’esistenza senza dare problemi, ma di chiamarvi a partecipare tutti coloro che sono raggiunti da quell’appello soprannaturale, da quella vocazione che è anche una convocazione, vale a dire, in definitiva, veramente tutti  gli esseri umani, senza poter andare troppo per il sottile.
  Quanto poi alla conversione, che è all’inizio della risposta a quell’appello, vi sono quelli che concepiscono il processo di destrutturazione e di ristrutturazione, il cambiamento di mentalità che esso comporta,  nel senso che esso debba comportare la distruzione  di tutto ciò che uno è stato prima e la ricostruzione di una persona secondo un certo modello. Così la fede si edificherebbe su macerie umane. Ma dov’è, in questa concezione, la dignità  infinita della persona umana? E, soprattutto, con che arrogante presunzione da apprendisti stregoni si pretende di avere la ricetta giusta per ricostruire  gli altri! Mi potete indicare un solo episodio di conversione manifestatosi alla presenza del Fondatore che si sia basato su questo presupposto di ridurre l’altro in una maceria umana? La conversione è arricchimento personale, è trasformazione nel senso di trasfigurazione. Così io l'ho capita. E’ così o non è così? Discutiamone.
 La conversione si vive di solito facendo esperienza religiosa in una certa collettività. E c’è necessità che qualcuno  ci parli di certe cose, per poterle poi sperimentare. Questa è l’opinione degli esperti di catechesi. Ma la fede, poi,  compresa, capita, interpretata, impersonata, all’interno di una particolare esperienza religiosa, secondo il processo della  mediazione culturale,   sviluppandosi e approfondendosi tende a collegarsi con le esperienze di fede vissute in altre collettività del nostro tempo e dei tempi passati, acquisendone una sempre maggiore conoscenza e consapevolezza, superando ogni confine di cultura e di tempo, perché essa è per sempre e per tutti, dovunque c’è stato e c’è un essere umano. In questo la sua universalità. In questo modo si è poi anche creativi, nel senso di produrre risposte di fede secondo le varie situazioni in cui ci si trova, scrutando, come si suole dire,  i segni dei tempi.  L’obiettivo che ci è stato dato  nella fede è addirittura l’unità del genere umano, così hanno insegnato i saggi dell’ultimo Concilio, e noi, collettivamente, ne dobbiamo essere segno e strumento in ogni tempo della nostra vita, fin da piccoli.
  Si utilizzano vari modi per descrivere con un’immagine quest’azione di trasformazione/trasfigurazione per cui persone e collettività costantemente si convertono e quindi sviluppano la fede, la approfondiscono, la impersonano e infine ne divengono segno e strumento. Tra questi l’idea che sia come un cammino o che si cresca  nella fede. Essendo vissuto per trent’anni in una parrocchia che è stata come inglobata nel Cammino neocatecumenale  ho capito  e sperimentato i limiti di queste metafore, vale a dire di questi paragoni, che, prese troppo sul serio, tendono a creare un’idea della cosa non del tutto accettabile. Si  cammina, ma dove si va, se si cammina? Alla fine, in tutto questo camminare si ha l’impressione di non arrivare mai da nessuna parte. Che, insomma, la meta, la destinazione sia sempre al di là di ogni traguardo raggiunto. La pienezza  sarebbe sempre di là da venire. L’idea dello sviluppo della fede come una crescita tende a dare invece l’immagine di una gerarchia nella gente di fede, tra chi è cresciuto  di più e chi di meno, come anche, riprendendo la prima figura, tra chi è più avanti  e chi  più indietro  nella fede. Le immagini figurate servono a dare un’idea di concetti più complicati ma non bisogna mai che ci prendano la mano.
 In realtà la pienezza è alla nostra portata fin dall'inizio e sempre, non occorre fare un sforzo straordinario per raggiungerla e divenire una sorta di atleti spirituali per conseguirla: in queste cose si fa in genere  l’esperienza di essere già arrivati quando si è partiti e che tutto ciò che è seguito è stato un immergersi più in profondità in una realtà alla quale già si appartiene. La fede infatti è come luce che non tramonta. Essa ci è data.
  Meglio considerare la fede come un processo che riguarda profondamente gli esseri umani in tutte le loro dimensioni, sia personali che collettive. Esso si sviluppa nel corso della vita individuale e sociale, seguendo il corso delle culture degli esseri umani, anche se non si lega indissolubilmente con nessuna di esse, essendo la risposta ad un appello soprannaturale universale. La fede viene presentata con certi contenuti, che tendono ad essere arricchiti passando per le varie culture ed esperienze umane, di generazione in generazione: è cioè anche creativa in questa dimensione sociale. E le strutture sociali delle culture che la esprimono non solo strumenti esterni per la sua diffusione, dei metodi per inculcare una fede che giunge come dall’esterno, ma la connotano profondamente anche se, nella dinamica universale che caratterizza la nostra fede, tendono ad essere superate nelle metamorfosi che subiscono sia per dinamiche proprie, interne, sia nel contatto con altre culture. Di modo che ad una fede tendenzialmente  aperta, in quanto universale, vale a dire  cattolica, devono corrispondere collettività aperte, almeno come orizzonte ultimo, anche se poi per esigenze particolari si raccolgono in sé stesse come accade, ad esempio, quando si frequenta un corso di studi  e allora si frequentano certe lezioni e ci si propone un determinato percorso di esami, e via dicendo. In questa prospettiva non c’è chi è più avanti e chi più indietro e chi è cresciuto di più  e chi è cresciuto di meno, per cui si possa fare una classifica e anche una gerarchia, ma ognuno viene coinvolto in questo processo che si risolve in un approfondimento del senso esistenziale della vita umana e, in questo, costituisce non la demolizione della vita prima della conversione, ma un arricchimento  di essa, anche se indubbiamente comporta anche di separarsi da ciò che nell’ottica di fede si capisce essere il male, e questa è un’esperienza liberante, perché il male rende schiavi e quindi infelici. Ogni persona mantiene, partecipando a questo processo collettivo, la medesima dignità che le viene dalla sua relazione soprannaturale, anche se, nei vari tempi della vita, impara e sperimenta cose nuove, e anche si corregge e riprende da capo dove occorre, con l’aiuto e la solidarietà degli altri con cui vive questa esperienza religiosa. Perché ognuno, grandi e piccoli, all’inizio e alla fine, in ogni tempo della sua vita, che abbia studiato o no, in qualunque cultura sia immerso, a qualunque comunità particolare sia stato aggregato, qualunque metodo abbia seguito e qualunque cammino abbia intrapreso e a qualsiasi loro livello o tappa  sia arrivato, si trova sempre esattamente nel punto preciso in cui l’Eterno fondamento di tutto l’ha collocato e ciò che ha da fare è solo di esporsi alla sua luce beata, e allora anche i più piccoli profetizzeranno, è scritto (Gl 3,1. At 2,17), quindi capiranno il senso profondo dell’esistenza e potranno anche insegnarlo ai più grandi, ed anzi le chiavi del  Regno sono date a chi le riceve con spirito di bimbo, è pure scritto (Mt, 18,4; 19-14. Mc 10,15. Lc 18,16), e, in definitiva, è sempre vero, anche questo è scritto (Sal 36 (35), 10) , che  alla sua luce vediamo la luce, per cui l’appello di sempre di chi trasmette la voce dell’Altissimo è stato ed è quello dell’antico profeta: vieni, popolo di fede, camminiamo nella luce del Signore (Is 2,5). Amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

domenica 20 dicembre 2015

Indurre una comunità aperta - 9

Indurre una comunità aperta - 9


La lapide dedicata a don Nino Miraldi, posta sulla facciata della chiesa parrocchiale


1.  Nelle cose  umane si progredisce imparando dagli errori del passato. E’ così anche nelle cose della fede.
 Ma come capiamo che un certo modo di pensare o di vivere la fede è sbagliato?
 Questo è un problema che ha travagliato le nostre collettività di fede fin dalle origini. Se ne trova l’esplicito racconto negli scritti sacri che provengono dalla loro esperienza religiosa. Esso è all’origine della moltissima violenza espressa in religione nei due millenni successivi.
 Ma, soprattutto, quando identifichiamo un errore e un errante  che cosa dobbiamo fare?
  Negli scritti sacri scaturiti dalle esperienze delle nostre prime collettività religiose si fa menzione degli atteggiamenti da assumere sia nei confronti di chi fa il male sia di chi si fa portatore di deviazioni ideologiche. Bisogna dire che gli atteggiamenti consigliati non sono univoci, nelle varie situazioni. Questo è un bel problema, non vi pare? Nell’organizzare la nostra vita collettiva di fede come una società religiosa, dandole una struttura, dei ministeri, delimitando poteri, ruoli e competenze, si è in genere seguita la via più dura, adattando in una prospettiva di fede le concezioni giuridiche dei tempi in cui si viveva, che in genere prescrivevano di punire, anche molto duramente, ogni tipo di delinquenti, e venivano considerati tali anche i portatori di concezioni incompatibili con quelle ritenute normative, che ad un certo punto costituirono, in Europa, anche il fondamento dell’ideologia politica dello stato. Quindi, di fronte al delinquente pervicace, irriducibile, c’era  l’esclusione, che in contesti sociali in cui la religione era indispensabile per l’integrazione sociale, equivaleva spesso alla morte sociale. Nei confronti degli ideologi devianti si è stati molto più duri: essi furono per noi anàtema, termine tremendo che nel significato originario proprio significava destinato allo sterminio, e, prima di tutto,  maledetto: quindi,  da sterminare in quanto maledetto. Essa fu impiegata dai molti santi uomini riuniti  in tutti i concili ecumenici della nostra confessione religiosa, ad esclusione del proto-concilio di Gerusalemme, svoltosi ancora in età apostolica, e dell’ultimo, negli scorsi anni Sessanta,  per  condannare certe deviazioni ideologiche e, quindi, per sanzionarle, rafforzando le concezioni ritenute corrette e pertanto normative. Poi, almeno fino  a quando le democrazie contemporanee  privarono i nostri capi religiosi  del loro crudele apparato poliziesco e anche  dei loro boia, si passò in genere dalle parole ai fatti. Questa via corrisponde alle strategie che troviamo spesso narrate, con riferimento a situazioni analoghe, in quella parte degli scritti sacri che derivano dall’esperienza religiosa dell’antico ebraismo. Anzi, possiamo riconoscere che è proprio da essa che abbiamo imparato ad andare per le spicce con malvagi e dissenzienti. E questo nonostante che l’ideologia della misericordia soprannaturale, del perdono verso chi ha commesso il male, non sia assolutamente appannaggio esclusivo della nostra fede, ma sia invece profondamente radicata in quegli stessi scritti sacri, e dunque, dobbiamo riconoscere, anche nelle collettività che li espressero. In particolare, l’ebraismo nostro contemporaneo ha subito, rispetto alla violenza per ragioni ideologiche, un processo analogo a quello vissuto nella nostra confessione religiosa, che lo ha portato a ripudiare quella violenza, in uno sviluppo di alta civilizzazione che lo ha collegato alle più grandi sue idealità di fede, un patrimonio culturale che in gran parte  noi condividiamo attraverso le scritture sacre.
  Dunque in genere, storicamente, abbiamo riservato a malvagi e dissenzienti gravi sanzioni e, particolare l’esclusione, di solito solo dalla società, ma anche dalla vita stessa, nei tempi bui in cui era lecito farlo. Ma come la mettiamo con l’atteggiamento di vicinanza misericordiosa del Fondatore verso i malvagi e gli erranti? Egli, ancora in vita, fu molto criticato per questo. Andava tra loro e ne scaturivano conversioni, cambiamenti di mentalità e di vita. Non li votava allo sterminio o all’esclusione sociale. E infine, accettando il supplizio della Croce, condivise la condizione dei maledetti sociali, di coloro che erano colpiti da anàtema,  e questo, nella concezione della nostra fede, è ritenuto fonte della nostra salvezza (si legga il brano di Galati 3,13).
  In genere in religione la si è pensata alla prima maniera. Oggi invece si tende più  a prendere a modello gli esempi di misericordia della vita Fondatore. Ecco dunque che, di questi tempi, siamo invitati a vivere un grande evento collettivo, specificamente liturgico, centrato sulla misericordia come fonte di salvezza. Può essere un’occasione per approfondire il tema.
 Benché storicamente abbiamo  molto praticato l’esclusione e la selezione, scopriamo che non si era obbligati a farlo e che, anzi, era meglio che non lo si fosse fatto. Il passato però rimane quello che è, non può essere cambiato, perché, appunto, è  passato. Possiamo però farne memoria per trarne insegnamento. Non sempre siamo stati capaci di farlo. Qualche volta abbiamo nostalgia delle epoche in cui difendevamo la fede discriminando, escludendo, punendo e anche uccidendo, pure su larga scala. Dei papi guerrieri e, comunque, bellicosi. Della fede difesa e diffusa a fil di spada. Dei tempi in cui si lanciavano maledizioni e poi si passava a vie di fatto. Li si ricorda e si coglie una bella coerenza in coloro che ne furono protagonisti: volevano sterminare, anatemizzare, l’errore e, in modo conseguente, sterminarono gli erranti. L’errore non deriva forse dagli erranti?
 Fece molto scalpore, il papa Roncalli, quando nella sue enciclica La pace in terra,  del 1963, distinse tra errore  ed errante, sostenendo che non si doveva anatemizzare quest’ultimo per il solo fatto delle difformità ideologiche:
83. Non si dovrà però mai confondere l’errore con l’errante, anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della verità in campo morale religioso. L’errante è sempre ed anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità. Inoltre in ogni essere umano non si spegne mai l’esigenza, congenita alla sua natura, di spezzare gli schemi dell’errore per aprirsi alla conoscenza della verità. E l’azione di Dio in lui non viene mai meno. Per cui chi in un particolare momento della sua vita non ha chiarezza di fede, o aderisce ad opinioni erronee, può essere domani illuminato e credere alla verità. Gli incontri e le intese, nei vari settori dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credono, o credono in modo non adeguato, perché aderiscono ad errori, possono essere occasione per scoprire la verità e per renderle omaggio.
 Discutere di tutto ciò è il compito di una  comunità religiosa  aperta, dunque capace di fare memoria realistica del passato senza essere vincolata in gabbie ideologiche che impediscono questo lavoro, che il Wojtyla, lo ricordo sempre, inaugurò indicendo il Grande Giubileo dell’Anno 2000  e che chiamò purificazione della memoria. L’attuale Giubileo può essere un’occasione propizia per riprendere il discorso e, soprattutto, per fare tirocinio di misericordia.
2. I problemi, nella questione degli errori, sorgono specialmente  quando noi stessi siamo coinvolti nel giudizio come accusati.
 Quando invece si tratta di fare la predica agli altri è tutto più semplice. Se a cambiare dobbiamo essere noi, tutto si complica. Entra in questione l’amor proprio e poi l’ambiente culturale in cui ci si è formati e anche tutta una serie di fedeltà sociali alle quali attribuiamo molta importanza, perché definiscono qual è il nostro posto insieme agli altri.
 Nelle vicende della nostra parrocchia, ad  esempio, possiamo facilmente constatare che si è creato un problema. Il quartiere delle Valli, a cui eravamo stati inviati e in cui viviamo immersi, ci è divenuto estraneo. Viene sempre meno gente in parrocchia e le famiglia affidano ad altre parrocchie i loro ragazzi per l’iniziazione religiosa. Ci sono convincenti ragioni per collegare questa situazione all’ideologia che ha sorretto negli ultimi trent’anni, fino allo scorso settembre, l’organizzazione parrocchiale, che mi è apparsa essere stata centrata sull’idea di costituire comunità chiuse, selezionandone i membri e lavorando su questo resto per perfezionarlo secondo un metodo rigido, diretto gerarchicamente, in cui ai dissenzienti e recalcitranti veniva indicata la porta. Tutto ciò nell’intento di creare una comunità potenziata, in grado sia di resistere alle seduzioni dell’ambiente sociale circostante, visto come tendenzialmente malvagio e irreligioso, sia di costituire un esempio  attraente di come il  vivere secondo certi principi, ispirati all’etica della nostra fede, renda felici e integrati in una dimensione sociale solidale e amorevole.  Il primo obiettivo è stato raggiunto, con il risultato però di rendere la neo-comunità impermeabile verso la società al suo esterno, impedendo quel flusso circolare di dare-ricevere che è oggi è ritenuto essenziale per un’integrazione culturale della fede. Ne è conseguita l’estraneità della gente delle Valli. Il secondo obiettivo è stato mancato. La neo-comunità ha esercitato una minima forza attrattiva verso l’esterno e, ora, mi dicono, per ciò che riguarda l’iniziazione religiosa di secondo livello, si ritrova in fondo  a catechizzare i propri (numerosi) figli e solo loro. Quindi c’è stata un’ideologia che ha prodotto un effetto sociale molto negativo.
Si poteva fare diversamente? Certo che si poteva e, aggiungo, in genere lo si fa.   
  Così possiamo riconoscere, parlandoci con franchezza, che nella nostra parrocchia si è attuata una sorta di sperimentazione di totalitarismo ed esclusivismo ideologico che non è andata a buon fine. La si è attuata con le migliori intenzioni, naturalmente, partendo da un’epoca, a cavallo tra gli ’70 e ’80 del secolo scorso, in cui si constatava una certa frammentazione e dispersione delle nostre collettività religiose a livello nazionale, e temendone gli esiti terminali si è tentato di reagire. Si voleva costruire una cittadella sociale che brillasse sul monte e illuminasse la gente intorno, ma si è riusciti a costruire solo una specie di serra religiosa in cui viene coltivata e fatta crescere una specie pregiata e rara. Veramente un piccolo resto. Con molto scarto, potremmo dire parlando nei termini consueti al nostro vescovo e padre universale.
  Se poi confrontiamo quell’impostazione culturale con l’ideologia diffusa dai saggi del Concilio, centrata sull’apertura,  sul dialogo, e sulla mediazione culturale, a partire dalla condivisione delle culture in cui si è immersi, la vediamo profondamente divergente. In effetti essa si è sviluppata nel lungo inverno del post-concilio in cui si tentò di attenuare certi effetti di rinnovamento che erano stati indotti nel corso di quel grande evento.
 Detto questo, riconosciuti questi effetti molto negativi che si sono prodotti, e la divergenza ideologica dal magistero in alcuni punti molto importanti, posso concludere che si sia trattato di un pensiero erroneo e che coloro che lo hanno seguito sono erranti? No, né l’una né l’altra cosa. Reputo entrambi innocenti, di fronte al tribunale della mia coscienza. Si è trattato di un’esperienza legittima, così come del resto hanno riconosciuto i nostri capi religiosi. Il nostro lungo esperimento parrocchiale si è svolto, in definitiva, alla luce del sole, con il pieno consenso della diocesi. Lo riconosco, anche se personalmente mai e poi mai mi farei perfezionare  secondo quel metodo e questo per le ragioni che ho più volte spiegato in questa sede, in precedenti interventi.
 Ma un errore c’è stato ed è stato molto serio: esso è all’origine della gravità della situazione in cui la parrocchia si trova.
 L’errore è stato quello di proporre quell’esperienza come  esclusiva, lasciando un minimo margine a tutte le altre, soprattutto a partire dall’iniziazione di secondo livello, quella per la preparazione alla Cresima, e poi per la formazione degli adulti.
 Se ci si vuole perfezionare in comunità chiuse, ciò che è legittimo, lo fanno ad esempio tutti i religiosi e noi non li rimproveriamo per questo, occorre comunque lasciare la possibilità di vivere la fede anche in comunità  aperte, perché noi siamo mandati a tutte le genti della Terra, è scritto.
 Ora correggere quell’impostazione erronea è molto difficile, perché quasi tutta la gente che è rimasta attiva in parrocchia si è formata in comunità che la seguivano e, soprattutto,  non ha alcuna esperienza di qualcosa di diverso, e non conoscendola lo teme.
  Penso che la via giusta sia quella di discuterne apertamente, in questo deve iniziare a manifestarsi la comunità  aperta che vorremmo indurre, prendendo coscienza, innanzi tutto, della dinamica che rende la comunità  aperta utile alla diffusione della fede tra la gente, mentre nell’ottica della comunità chiusa la si vede essenzialmente come possibile sede di deviazione.
 E’ utile, in questo, acquisire consapevolezza del processo di rinnovamento della catechesi innescato dal Documento di base  del 1970 e sviluppato nei documenti L’annuncio del Vangelo (enciclica - 1975) del papa Montini e La catechesi  (esortazione apostolica - 1979) del papa Wojtyla oltre che nei vari altri documenti del magistero su questo tema come i Direttori catechistici generali  promulgati dall’organizzazione centrale della nostra confessione religiosa nel 1971 e nel 1997 e gli altri diffusi dalla Conferenza Episcopale Italiana. In tutti questi testi si trovano spiegati le ragioni per cui occorre costituire anche comunità aperte e i metodi per farlo.
  Riassumendo il senso del discorso che si è sviluppato in quel lungo e complesso processo culturale testimoniato da quei documenti, si può dire che si è presa consapevolezza, nel passaggio alle società organizzate democraticamente, in cui quindi la componente di massa ha assunto un valore sempre più importante nel definire gli orientamenti culturali delle società, e ciò sia in senso positivo che in senso negativo, che la trasmissione della rappresentazione culturale della fede non può più consistere semplicemente nell’inculcare certi contenuti e certe ricette di vita, ma richiede che la fede di cui si parla sia collegata al vissuto delle persone e ne costituisca un approfondimento, per farne scoprire il profondo valore religioso.
 Scrive Emilio Alberich, in La catechesi oggi - manuale di catechetica fondamentale, Elledici, 2002, a pag. 110:
L’esperienza religiosa non è tanto esperienza di una realtà diversa o particolare, ma piuttosto un modo più profondo di vivere la realtà. Alla base dell’esperienza religiosa non stanno realtà o situazioni estranee alla vita, ma la vita stessa nei suoi momenti fondamentali - amore, odio, speranza, impegno, sofferenza, morte, ecc. - colte però a un livello più profondo e radicale”.
 Questo modo di vivere l’esperienza religiosa richiede l’apertura e la mediazione culturale.  Ciò che da noi in parrocchia è mancato, molto, molto  a lungo e che ora si fa fatica a ricostituire. Perché, non dimentichiamolo mai, un tempo ci fu. Ci fu tempo in cui eravamo diversi. Sono i tempi, da esempio, di don Nino Miraldi. Aver apposto una lapide sul muro della facciata della parrocchia serve a ricordarcelo:  si è stati diversi e si può, quindi, anche ricominciare ad esserlo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





sabato 19 dicembre 2015

Indurre una comunità aperta - 8

Indurre una comunità aperta - 8

1.  Sto dedicando molto spazio al tema del suscitare una comunità aperta perché esso è all’ordine del giorno nella nostra parrocchia. Si tratta di attuare un profondo cambiamento di mentalità e metodi. Lo si deve fare sulla base di un realistico bilancio dei risultati del passato, in cui si è seguita un’impostazione opposta: non sono stati soddisfacenti. Ma scrivendo così uso, in fondo, una forma attenuata per descrivere la situazione in cui ci troviamo. Ho sentito parlare della nostra parrocchia come di una collettività in agonia. Non è però l’immagine giusta, anche se può servire a rendere l’idea della gravità del problema. Quest’ultimo ha riguardato direttamente l’organizzazione parrocchiale, l’articolazione delle sue attività, e solo di riflesso, e molto negativamente, la gente di fede che abita il quartiere delle Valli, il popolo  della parrocchia. La struttura e il suo popolo sono diventati estranei l’una all’altro, reciprocamente. La prima ha dato al secondo la colpa di tutto: è divenuto infedele, addirittura  apostata. Il secondo ritiene la prima inutile per la propria vita, o, almeno, non indispensabile o,  a volte, e nel migliore dei casi, non più indispensabile, lo era stata (e questo può far pensare che possa esserlo nuovamente)  ma ora non più. Separandosi ci si conosce sempre di meno e sempre, nelle cose dell’umanità, si diffida di ciò che non si conosce. I linguaggi, i costumi, si sono venuti molto differenziandosi. Per chi entra in parrocchia è come per chi arriva in una nazione straniera senza conoscerne la lingua e i costumi ed è condannato al silenzio e ad essere continuamente corretto per comportamenti che, nella cultura in cui  è arrivato, sono considerati inappropriati o propriamente sconvenienti. E come in quel caso l’estraneità, il sapere che si è solo provvisoriamente in un certo posto e che poi si ripartirà presto senza stabilire legami più profondi, rende anche un po’ disinvolti nei confronti dell’ambiente in cui, precariamente, si vive: in definitiva lo si ricambia della stessa moneta, divenendo elemento di disturbo. E’ un atteggiamento, in fondo, infantile, ma che va compreso. Negli adulti c’è, al fondo della loro psiche, il bambino che furono. Certi atteggiamenti provocatori che notiamo nei più piccoli, e dei quali i catechisti fanno quotidiana esperienza, sono in genere la manifestazione di un disagio sociale: la reazione è simile nei bambini e negli adulti. Ma questi ultimi hanno la possibilità, interagendo socialmente, di superarne la causa, ripristinando relazioni positive con l’ambiente in cui trovano difficoltà. Per i bambini è più difficile. E’ compito delle persone più grandi d’età di aiutarli in questo: i genitori innanzi tutto, ma è un compito che svolgono anche i fratelli, e soprattutto le sorelle, maggiori, e poi, naturalmente ogni tipo di formatori, e tra questi i preti e i catechisti.
   Se consideriamo la parrocchia intesa come popolo di fede delle Valli non possiamo ancora dire se essa sia effettivamente in agonia. Non la conosciamo a sufficienza. E’ vero: la gente si accosta poco alla chiesa parrocchiale e agli annessi spazi, partecipa poco all’organizzazione delle attività della parrocchia. Questo non accade nelle parrocchie confinanti, che pure ci assomigliano come ambienti umani. Ma veramente tutte queste persone non sono più abitate dalla nostra fede, le sono divenute estranee?
  Ripensando all’ideologia che ha guidato l’azione parrocchiale nel passato, fino allo scorso settembre, ci accorgiamo che essa era finalizzata a indurre comunità di perfezionandi, proponendo un metodo piuttosto rigido, sia nei suoi principi, sia nelle modalità attuative, sia nei controlli di qualità. Si aveva una precisa idea di come si dovesse essere collettività e la si è cercata di riprodurre in tutti coloro che ci accostavano chiedendo una formazione alla fede, a volte semplicemente la possibilità di vivere la propria fede in una dimensione sociale, o altre volte, infine, solamente un aiuto nelle loro vite, perché soli, malati, emarginati, usciti da poco da altre esperienze dolorose di vario tipo, e anche solo insoddisfatti del senso che la loro vita aveva in quel momento. Per riuscirci si è proceduto con un metodo strutturato secondo periodiche valutazioni degli altri che si era riusciti a inglobare, seguite da correzioni, che, per coloro che non riuscivano a sopportarle, si risolvevano poi in selezioni. Ho osservato tutto questo dall’esterno e ne parlo quindi con riserva di verifica: non sono stato mai coinvolto in quel processo di perfezionamento. Ma ho vissuto sempre alle Valli, dall’età di due anni e con una sola interruzione di circa quattro anni, e quindi posso dire di conoscere bene  la parrocchia, avendo avuto molte occasioni per osservarla e viverla. Penso quindi di poter concludere che è stato proprio quel metodo di perfezionamento a creare il problema. Ma lo ha creato in quanto è stata proposto come via esclusiva, quindi in quello che è propriamente una forma di totalitarismo, inteso non in senso politico, ma come ambizione di conformare tutta  la parrocchia a quell’impostazione. Se si seleziona, e nella misura in cui lo si fa, quindi nella misura in cui ai dissenzienti e ai recalcitranti si indica la porta  in uscita, si finisce per escludere. L’esclusione genera poi estraneità. Io penso che sia andata così. Ma questa ricostruzione andrebbe verificata, conoscendo meglio la gente che è rimasta fuori. Mi piacerebbe che fossero creati spazi di dialogo, all’interno della parrocchia, in cui si potesse parlare anche di questo. Potrebbe anche saltare fuori che le cose sono andate in modo diverso. Di fatto questi spazi non ci sono attualmente, anche se vedo che si cerca di riorganizzarli. Ci fossero stati, avessimo potuto conoscerci meglio, noi delle Valli, in parrocchia, se il problema fosse emerso realisticamente e fosse stato possibile discuterne francamente e apertamente, forse si sarebbero potute trovare soluzioni prima e impedire che le cose arrivassero fino al punto in cui sono. E questo penso sia un ulteriore indizio del fatto che il cuore del problema è nella chiusura del tipo di comunità che si è cercato di indurre negli anni passati. Ecco perché ho definito il tema di questa serie di post come  quello di indurre una comunità aperta.
  Le difficoltà che stiamo vivendo non sono solo nostre, ma riguardano tutte le nostre collettività di fede in Italia. Chi orecchia un po’ più da vicino l’ecclesialese parlato nel mondo degli addetti ai lavori dell’organizzazione religiosa se ne rende bene conto. Ci sono contrasti molto accesi che riguardano in particolare il magistero dell’attuale nostro vescovo e padre universale, sempre più vivamente contrastato da componenti importanti del nostro mondo religioso, e anche da settori influenti della gerarchia del clero. In particolare lo si accusa di svilire il suo ministero nello sforzo di superare l’impostazione imperiale e feudale della nostra organizzazione confessionale  e un linguaggio che ad essa era conformato, pieno di sacralità e di  teologia dogmatica. Egli non è un teologo, e la teologia è nella nostra esperienza religiosa la lingua del potere, ma esercita un ministero di grandissima autorità: intende farlo parlando la lingua comune e ciò lo distanzia molto dall’ambiente dei teologi, che ne diffidano. Questo lo porta a superare piuttosto facilmente certi problemi che i teologi si erano creati, in particolare negli ultimi due secoli, e che poi non erano riusciti a risolvere, avendoli appunto creati insolubili. Da non teologo, quindi non frenato da quei problemi insolubili della teologia, mediante il potere che gli è stato attribuito induce dei cambiamenti epocali sulla base di una considerazione più realistica dei problemi e, in particolare, di una esperienza di particolare vicinanza con la gente di fede vissuta in America Latina, veramente l’altro mondo rispetto al contesto europeo, con la sua raffinata, complicata, e per certi versi irrimediabilmente e disperatamente ingarbugliata, teologia.   E, innanzi tutta li impersona nella sua vita, come quando ha deciso di andare ad abitare in un albergo della cittadella vaticana e non nell'appartamento imperiale che gli era riservato.
 Ciò che gli servirebbe ora, per sostenere la sua azione, che è fondamentalmente analoga, ma su scala universale, a quella che ci si propone di fare da noi in parrocchia, vale a dire  indurre una comunità aperta, è la collaborazione di un tipo di intellettuali che sappiano ragionare sia di fede che di società e che nel panorama della teologia contemporanea effettivamente esistono: sono gli studiosi di antropologia teologica. Sono essi che dovrebbero, ora, accorrere in soccorso del Papa. Ma non si tratta solo di questo: essi hanno la cultura teologica che serve per sorreggere il cambiamento in atto. Non dobbiamo ridurre tutto a una faccenda di corte, tra un sovrano e certi suoi riottosi feudatari. Il conflitto attraversa le nostre collettività e divide quelli che hanno una visione positiva del futuro e sono fiduciosi nella possibilità di costruirlo insieme alle masse contemporanee, dialogando all’interno delle culture da esse espresse, e coloro che, invece, vogliono chiudersi a difesa contro queste ultime, recuperando molti elementi del passato, nell’ordine di idee vissuto negli ultimi anni del regno del Wojtyla, quando più forte si sentì l’influsso della linea di opposizione alla modernità, diciamo nel filone  Dostoevskij (scrittore russo dell’Ottocento autore del romanzo  I fratelli Kamarozov) - Solov'ëv  (eclettico teologo e filosofo russo vissuto nella stessa epoca), e ai nostri vertici religiosi si vedeva tutto nero, in una visione fortemente pessimistica sul futuro.
2.  In un’analogia fisiologica possiamo considerare una comunità religiosa aperta,  nella sua funzione sociale, un po’ come quello che i polmoni sono nel nostro corpo, gli organi in cui il nostro corpo si lega con l’ossigeno dell’aria dell’ambiente, necessario alla vita umana.
  La realtà soprannaturale alla quale si fa riferimento nella fede è diffusa nell’ambiente sociale in cui siamo immersi ed è di ordine spirituale. E’ necessaria un’organizzazione per metterla in contatto con la gente, ma anche per coglierla nella gente che vive nel nostro tempo. Essa tende a sorprenderci proprio perché va sempre molto oltre la nostra immaginazione e i  nostri progetti. Per quanto si cerchi di darne una rappresentazione,  si rivela sempre inadeguata ad esprimerla. La si scopre costantemente, specialmente sperimentandola insieme all’altra gente che vive un’esperienza analoga. E’ per questo che la vita sociale nella fede costituisce un arricchimento anche per coloro che svolgono funzioni di maestri, di guide. Gli studiosi della catechesi, dell’iniziazione e formazione alla fede, dicono che si sviluppa, tra chi ha il compito di insegnare e chi riceve un insegnamento, un processo circolare, per cui entrambi danno e ricevono. Ma, più in generale, l’intelligenza della fede si sviluppa in un processo sociale, in cui non si tratta solo di applicare certi principi e direttive, ma di scoprire come impersonare la fede nelle realtà sociali sempre nuove che derivano dall’interazione tra le persone, nelle collettività di massa contemporanee. Per cui, osservano gli studiosi, è vero che si fa riferimento a certi contenuti e a un certo passato, ma è anche vero che i primi sono suscettibili di sviluppi e non si è obbligati a riproporre meccanicamente il secondo, come si fa con gli stampini sulla sabbia da bambini producendo figure tutte uguali, e questo non lede assolutamente l’ortodossia  della fede, ma è il modo per mantenerla sempre vitale nella gente. La fede deve essere sempre  compresa di nuovo nelle varie realtà sociali da cui è espressa e nello sviluppo storico. Questo ha significato, dall’ultimo Concilio in avanti, fare i conti con l’emergere delle masse al governo delle società da esse espresse, affrancandosi dal dominio delle dinastie sovrane che fino ad allora le avevano dominate e che aveva costituito anche il modello di autorità seguito  dai nostri capi religiosi per strutturare la nostra confessione di fede. Di modo che, poi, il Regno, inteso come realtà soprannaturale di fede, era venutosi materializzando in un regno propriamente inteso, come realtà anche politica di questo mondo.
 Ho trovato questa citazione da uno scritto di Yves Congar, uno dei teologi che hanno esercitato il massimo influsso nello sviluppo dei documenti usciti dall’ultimo Concilio, dall’articolo Cristianesimo come fede e cultura, pubblicato nel 1976:
“La crisi attuale deriva in gran parte dal fatto che la chiesa, avendo creato un meraviglioso insieme di espressioni della fede all’interno della cultura latina, vi  è troppo strettamente attaccata: anche nelle attività della sua espressione missionaria. Il medioevo e la controriforma le si sono appiccicati alla pelle, per cui ha ignorato e rifiutato apporti nuovi”.
   Questo moto di apertura  ha determinato un travagliato processo di  riforma che è attualmente in atto, con sostenitori e oppositori. Questi ultimi temono una contaminazione per via culturale della fede antica.  Vorrebbero il ripristino, nella nostra gerarchia del clero, degli storici attributi di sovranità per riportare in vita, nelle società di oggi, il modo di intendere la fede dei secoli passati, ricostituendo così una continuità con il più lontano passato, fino al Fondatore. I fautori del moto di riforma pensano di ottenere lo stesso risultato per via culturale, scoprendo, oggi, modi nuovi per vivere la fede di sempre.
  La sfida è quella di evitare rotture, divisioni. Questo però richiede, appunto, l’apertura, perché senza il dialogo, che è il suo principale strumento di azione, i conflitti diventano insanabili. Quindi, in definitiva, nella prospettiva religiosa dell’unità sinodale, per cui ripugna giungere a scismi, di cui sempre ci si pente sia pure dopo averli determinati,  l’idea di apertura  ha già vinto, potendosene dimostrare  a priori, quindi ancor prima di ragionare se convenga aprire  o  chiudere, l’indispensabilità per il mantenimento della coesione della gente di fede. Si apre  alla gente per includerla, ma si  apre  anche alla fede, per scoprirne nuove dimensioni.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro - Valli




  

venerdì 18 dicembre 2015

Indurre una comunità aperta - 7

Indurre una comunità aperta - 7


  Se si decide di riprogettare una comunità e si lavora su una porzione di quella realtà collettiva piuttosto complessa, con importanti risvolti ideologici e specificamente teologici, nella quale ci si propone di tenere unite anche giuridicamente circa un miliardo di persone che gravitano culturalmente intorno alla nostra confessione, che definiamo Chiesa, allora necessariamente si è un po’ limitati nelle proprie fantasie riformatrici, non possiamo pensare di cominciare ad attuare le idee che ci sono venute in mente ragionando con i nostri amici solo sulla base delle nostre particolari esperienze, personali di gruppo, e meno che mai dobbiamo pretendere semplicemente di travasare in questo lavoro l’ideologia di una qualche fazione a cui ci siamo aggregati. Per quanto si lavori su una collettività locale, in qualche modo caratterizzata e quindi anche limitata dal suo ambiente umano e culturale, bisogna avere consapevolezza di una storia molto lunga  e vasta in cui la nostra azione si inserisce, e questo perché bisogna che ciò che produciamo, per quanto innovativo possa essere sotto molti aspetti, possa essere riconosciuto socialmente come appartenente a quella stessa storia, quindi abbia, come si dice in gergo teologico, alcuni specifici indici di ecclesialità, che è un’espressione sintetica per esprimere lo stesso concetto, e in definitiva essere coerente con le migliori idealità della nostra fede di sempre, da quando ci fu infusa e insegnata dal Fondatore.
  In religione ci si sforza di fare i conti con il passato, pur essendo protesi verso il futuro. Questa però è, in generale, un’esigenza profondamente umana, che deriva dal fatto che biologicamente siamo esseri limitati, a vita breve se confrontata con i tempi dell’universo,  passiamo molto tempo a imparare e poi, quando ci siamo formati, è già quasi tempo di lasciare, mentre nuove generazioni crescono e stanno imparando. Da chi si impara? Da chi ci ha preceduto. In questo modo le culture umane evolvono sempre a partire dalla memoria dell’esperienza del passato e possiamo anche raccontare la storia dei loro sviluppi nel tempo, che ci serve per orientarci nel futuro che progettiamo o che, per molti versi, ci cade addosso. Questo è accaduto anche nel caso di cambiamenti rivoluzionari, che si propongono mutamenti molto radicali, di costruire nuovi mondi.
  Ora, dobbiamo essere consapevoli che il nostro lavoro di riprogettazione di un comunità si inserisce, ai tempi nostri, in un processo di evoluzione culturale che parte da lontano, dalla fine del Settecento, e che ha visto una tappa importante tra gli anni Cinquanta e i Settanta in un movimento di riforma culturale e organizzativa che ha interessato la nostra confessione religiosa e che ha trovato in particolare una espressione letteraria e insieme normativa nei lavori dei saggi dell’ultimo Concilio ecumenico (che significa universale) svoltosi tra il 1962 e il 1965.
  La caratteristica principale di questo processo storico è stato l’emergere, come parte attiva della collettività, non più solo come gregge, del nostro laicato di fede, vale a dire quella componente che non  è inquadrata né nei ranghi del clero, né in quello dei religiosi (frati e suore, monaci e monache), e in questo quadro in particolare delle donne. Si tratta della parte largamente maggioritaria delle collettività di fede,  di quello che viene definito il popolo della fede: essa però era stata storicamente dominata dall’apparato clericale, a cui appariva, con immagine che trovo piuttosto suggestiva, come attaccata dall’esterno e totalmente da esso dipendente.
  L’emergere del laicato di fede è corrisposta storicamente allo sviluppo delle democrazie contemporanee e l’ultimo Concilio ha innescato nelle nostre collettività di fede processi propriamente democratici, anche se nei documenti da esso prodotti non se ne fa mai esplicita  menzione. Tra gli indici più importanti della democrazia di una società vi  è il riconoscimento della pari dignità dei suoi membri e la possibilità di partecipare in condizione di autonomia: entrambi sono presenti, in quanto espressamente proclamati, nell’ideologia espressa dai saggi del Concilio.
  Quando pensiamo a un nuovo modo di vivere insieme nella fede dobbiamo capire che dobbiamo progettare una società locale in cui i laici di fede possano svolgere il lavoro che specificamente ci si attende da loro e che nei documenti dell’ultimo Concilio è definito con l’espressione del gergo teologico trattare le cose temporali per ordinarle secondo Dio, che significa influire sull’organizzazione delle società civili in cui si è immersi per infondervi gli ideali di fede, pur rispettando il loro pluralismo culturale e  ideologico, la loro  laicità, che è un altro modo di esprimere lo stesso concetto, quindi senza pretendere di strumentalizzarle a fini di propaganda religiosa.
 Questo richiede organizzare luoghi e tempi in cui i laici possano fare tirocinio nel mettere in relazione fede e vita personale e sociale, ragionandoci sopra e scambiandosi esperienze, in modo da costruire con autonomia e creatività progetti di azione sociale ispirati dalla fede. Una delle conquiste culturali più importanti dell’ultimo Concilio è stata l’acquisizione della consapevolezza che il ruolo dei laici non può consistere puramente e semplicemente nell’eseguire le direttive della nostra gerarchia del clero, perché essa, nei processi democratici contemporanei, si è dimostrata largamente insufficiente e bisognosa di una collaborazione più attiva del popolo dal quale emerge e che pretende di guidare al modo dei pastori.
   L’appello ad un laicato più partecipe culturalmente e nell’azione sociale è venuto molto forte dai nostri capi religiosi negli sviluppi post-conciliari, in una linea di pensiero che possiamo situare tra l’enciclica Lo sviluppo dei popoli, del 1967, del papa Montini, a quella  La sollecitudine sociale, del 1987, del papa Wojtyla, promulgata nel corso degli spettacolari mutamenti politici, a carattere rivoluzionario, che in quel periodo si stavano producendo nell'Europa orientale dominata dai sovietici, in particolare in Polonia, da cui proveniva quel Papa, dove la componente sociale cattolica era rimasta fortissima nonostante fosse stata avversata dal potere politico dominante, ordinato secondo l'ideologia comunista di tipo leninista. Nell'enciclica del Wojtyla si trova una riflessione esplicita su un particolare aspetto del valore religioso dell'organizzazione delle società civili e della partecipazione attiva ad esse, evidenziato con molta forza dai saggi del Concilio, vale a dire quello che consiste nell’esistenza di strutture sociali di peccato, determinate da particolari scelte politiche ed economiche che non sono indifferenti per la fede, come se, arrivati a un qualche compromesso con i nostri gerarchi religiosi, i capi civili delle nazioni fossero poi liberi di signoreggiarle a loro piacimento (questa era l’ideologia che in fondo sorresse il compromesso concluso in religione nel 1929 con il fascismo storico italiano).
  Evidenzio, nell’enciclica La sollecitudine sociale il seguente brano:
[37]…tra le azioni e gli atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo e le «strutture» che essi inducono, i più caratteristici sembrano oggi soprattutto due: da una parte, la brama esclusiva del profitto e dall'altra, la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà. A ciascuno di questi atteggiamenti si può aggiungere, per caratterizzarli meglio, l'espressione: «a qualsiasi prezzo». In altre parole, siamo di fronte all'assolutizzazione di atteggiamenti umani con tutte le possibili conseguenze. Anche se di per sé sono separabili, sicché l'uno potrebbe stare senza l'altro, entrambi gli atteggiamenti si ritrovano - nel panorama aperto davanti ai nostri occhi - indissolubilmente uniti, sia che predomini l'uno o l'altro. Ovviamente, a cader vittime di questo duplice atteggiamento di peccato non sono solo gli individui. Possono essere anche le Nazioni e i blocchi. E ciò favorisce di più l'introduzione delle «strutture di peccato», di cui ho parlato. Se certe forme di «imperialismo» moderno si considerassero alla luce di questi criteri morali, si scoprirebbe che sotto certe decisioni, apparentemente ispirate solo dall'economia o dalla politica si nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell'ideologia, della classe, della tecnologia. Ho voluto introdurre questo tipo di analisi soprattutto per indicare quale sia la vera natura del male a cui ci si trova di fronte nella questione dello «sviluppo dei popoli»: si tratta di un male morale, frutto di molti peccati, che portano a «strutture di peccato». Diagnosticare così il male significa identificare esattamente, a livello della condotta umana, il cammino da seguire per superarlo. 
  Per identificare, in una organizzazione sociale e in una politica,  quella che   Wojtyla definì  strutture di peccato, e per progettarne la correzione, non è sufficiente la cultura teologica propria della nostra gerarchia del clero, e soprattutto, trattandosi di intervenire su un male sociale, occorre intervenire collettivamente nei modi e con i poteri che le democrazie contemporanee consentono, in un lavoro che si fa con tutti le componenti della società, anche con quelle espresse dai  non credenti e dai credenti di altre fedi. E’ necessario innanzi tutto ragionarci sopra e poiché si tratta di un’attività rilevante per la vita di fede, è necessario farlo, in particolare tra laici, negli ambiti propriamente religiosi, in particolare nelle parrocchie. Infatti, come insegnò il Montini, la politica è la più alta forma di carità, vale a dire che l’organizzazione della società, che nelle democrazia contemporanee è nelle mani dei popoli e non più delle dinastie sovrane che li dominarono nei millenni precedenti, è rilevante per la fede e che addirittura fa parte dell’impegno specifico del credente, non è solo l’ambiente in cui egli vive la propria religiosità e che può esserle propizio od ostacolarla. E ciò non perché si debba portare le società del nostro tempo sotto il dominio di altri gerarchi assoluti, nella specie i nostri capi religiosi organizzati ancora come un impero religioso, o perché si debba fare azione lobbistica per ottenere alle nostre strutture religiose, dalla società, quante più risorse possibili e nel modo più automatico possibile, una quota del gettito fiscale e altre provvidenze o privilegi, ma perché edificare una società che promuova la dignità delle persone e la renda effettiva è già solo in questo, a prescindere da qualsiasi colorazione religiosa la società assuma, e anche se non se ne voglia dare alcuna, quindi a prescindere da qualsiasi logica di  civiltà di fede, un lavoro propriamente religioso.
   Finora la nostra gerarchia non è ancora riuscita a definire un progetto di riorganizzazione delle nostra collettività religiose che consenta di fare tirocinio del lavoro che ho sopra descritto, in particolare quando si è occupata di formazione religiosa del laicato.  E, in particolare, l’attività propriamente di catechesi è gravemente carente in questo. Essa, in particolare, risente di una eccessiva connotazione liturgica che le si  è voluta dare, del resto secondo l’impostazione che si dà alla formazione del clero e dei religiosi. E mi riferisco all’idea che la formazione dei laici, anche nel tempo post-battesimale, debba continuare ad essere strutturata secondo i metodi del catecumenato, della preparazione per il battesimo. Questa, con il senno del poi naturalmente, si è rivelata un’impostazione infelice, gravida di conseguenze negative, come ho cercato di evidenziare in molti miei precedenti post.
  Non è certamente nei nostri poteri riformarla, ma è possibile affiancarle, in via sperimentale, qualcosa di nuovo, in cui sia consentito il lavoro, e soprattutto il tirocinio, nel campo che ho sopra descritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in  San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli