INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

PER EVENTUALI COMUNICAZIONI AL BLOG, SCRIVERE UNA EMAIL A ardigo.mario@virgilio.it

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sabato 7 aprile 2018

Domenica 8-4-18 - 2° Domenica di Pasqua - Domenica in albis, dedicata alla Divina Misericordia - Letture e sintesi dell’omelia della Messa prefestiva vespertina - Avvisi di AC



Domenica  8-4-18 – 2° Domenica di Pasqua - Domenica in Albis, dedicata alla Divina Misericordia -  Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità – – colore liturgico: bianco – 2° settimana del salterio -   Letture e sintesi dell’omelia della Messa prefestiva vespertina – avvisi  di  A.C.

Osservazioni ambientali: è una bella giornata di sole, adatta per la maratona che questa mattina attraverserà il centro della città. Temperatura:  11°C.

Alla Messa delle nove il gruppo di A.C. si siede nei banchi di sinistra, a fianco dell’altare, guardando l’abside.


Buona domenica a tutti i lettori!

Pillola di Concilio
dalla Costituzione dogmatica  Lumen Gentium - Luce per le genti sulla Chiesa

Disegno salvifico universale del Padre
2. L'eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, creò l'universo; decise di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina; dopo la loro caduta in Adamo non li abbandonò, ma sempre prestò loro gli aiuti per salvarsi, in considerazione di Cristo redentore, « il quale è l'immagine dell'invisibile Dio, generato prima di ogni creatura » (Col 1,15). Tutti infatti quelli che ha scelto, il Padre fino dall'eternità « li ha distinti e li ha predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli » (Rm 8,29). I credenti in Cristo, li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'antica Alleanza, stabilita infine « negli ultimi tempi », è stata manifestata dall'effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli. Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, « dal giusto Abele fino all'ultimo eletto », saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale.
Missione del Figlio
3. È venuto quindi il Figlio, mandato dal Padre, il quale ci ha scelti in lui prima della fondazione del mondo e ci ha predestinati ad essere adottati in figli, perché in lui volle accentrare tutte le cose (cfr. Ef 1,4-5 e 10). Perciò Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli e ci ha rivelato il mistero di lui, e con la sua obbedienza ha operato la redenzione. La Chiesa, ossia il regno di Cristo già presente in mistero, per la potenza di Dio cresce visibilmente nel mondo. Questo inizio e questa crescita sono significati dal sangue e dall'acqua, che uscirono dal costato aperto di Gesù crocifisso (cfr. Gv 19,34), e sono preannunziati dalle parole del Signore circa la sua morte in croce: « Ed io, quando sarò levato in alto da terra, tutti attirerò a me » (Gv 12,32). Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato (cfr. 1 Cor 5,7), viene celebrato sull'altare, si rinnova l'opera della nostra redenzione. E insieme, col sacramento del pane eucaristico, viene rappresentata ed effettuata l'unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr. 1 Cor 10,17). Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo; da lui veniamo, per mezzo suo viviamo, a lui siamo diretti.
Lo Spirito santificatore della Chiesa
4. Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e affinché i credenti avessero così attraverso Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2,18). Questi è lo Spirito che dà la vita, una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna (cfr. Gv 4,14; 7,38-39); per mezzo suo il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8,10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Poiché lo Spirito e la sposa dicono al Signore Gesù: « Vieni » (cfr. Ap 22,17).
Così la Chiesa universale si presenta come « un popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » .



Prima lettura

Dagli Atti degli Apostoli
At 4,32-35
La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.
Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore.
Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno

Salmo reponsoriale
Dal salmo 66 (67)

Ritornello: Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre. 

Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre». 

La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.
Il Signore mi ha castigato duramente,
ma non mi ha consegnato alla morte.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d'angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo! 


Seconda lettura
Dalla prima lettera di San Giovanni apostolo  (1Gv 5,1-6)

Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.
In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.
Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.
E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Sintesi dell’omelia della Messa vespertina del sabato

Il Vangelo ci presenta la comunità degli apostoli e dei discepoli dopo la morte e resurrezione di Gesù. Erano in cammino per capire l’annuncio della Pasqua, che anche a noi viene ripetuto: colui che era morto, era risorto. Avevano difficoltà ad accettare la realtà di quell’evento.
 A volte sembra invece che per noi sia normale e non la cosa grande che è. Forse è perché non l’abbiamo compreso in tutta la sua importanza. Ha cambiato la storia, può cambiare la nostra vita.
  L’apostolo Tommaso non viene presentato nel brano evangelico per sbeffeggiarlo: è il prototipo di tutti noi. E’ importante riscoprire quella sua difficoltà ad accettare la realtà della resurrezione.
 Gesù si presenta agli apostoli passando attraverso porte chiuse. Gli apostoli si erano chiusi per paura. Gesù si presenta vivo, ma con le ferite della crocifissione, con i segni della morte. Anche la nostra realtà  è così, i segni della morte sono fra noi. L’apostolo Tommaso volle toccare quelle piaghe e anche noi vorremmo. Per convincerci che veramente la vita ha sconfitto la morte, che si può continuare a vivere nonostante la morte.
  Come procedere sulla via della comprensione della realtà della resurrezione? Il Vangelo ci aiuta. I discepoli, dopo la resurrezione, si riunivano l’Ottavo giorno, il giorno dopo il sabato, a significare una vita nuova, quella che scaturisce dalla resurrezione.  Noi siamo figli della Domenica.
 E poi è importante ritornare, anche se inizialmente non si è riusciti a convincersi. Così come fece l’apostolo Tommaso. Verrà anche per noi il momento in cui riusciremo ad essere coinvolti interiormente. Così potremo anche noi iniziare una nuova vita. Noi siamo figli della vita, della Pasqua, della resurrezione. Dobbiamo essere fermenti di vita.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha compreso le parole del celebrante


Avvisi di A.C.
-  le riunioni infrasettimanale del gruppo parrocchiale di AC riprenderanno martedì 10-4-18, alle ore 17, in sala rossa.
















Popolo e popolazione. La cultura fa la differenza.


Popolo  e popolazione. La cultura fa la differenza.

  Le specie animali formano popolazioni: le troviamo insediate in un’area geografica e sono riconoscibili  per l'aspetto, i comportamenti e le relazioni degli individui che le compongono. Si parla di popolazioni anche per le formiche. Di popolo si parla solo per gli umani. Quella parola fa riferimento ad una massa che va oltre l’orizzonte, ciò che si può vedere a colpo d’occhio. Il concetto di popolo comprende una certa cultura, un insieme di consuetudini e modi di pensare.
  Una delle definizioni di cultura  che si ritiene ancora valida è quella di di Edward Burnett Tylor in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871):
         "Cultura o civiltà è un insieme complesso che include la conoscenza, le          credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e          abitudine acquisita dall'uomo come membro della società".
 Affrontando il tema del popolo, i saggi del Concilio Vaticano 2° affrontarono anche quello delle culture umane. Ecco come se ne tratta nel  n.53 della costituzione  Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2°:
"Con il termine generico di «cultura» si vogliono indicare tutti quei mezzi       con          i quali l'uomo affina ed esplicita le molteplici sue doti di anima e   corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la      conoscenza ed il          lavoro; rende più umana la vita sociale sia nella         famiglia che nella società      civile, mediante il progresso del costume e delle   istituzioni; infine, con          l'andare del tempo, esprime, comunica e conserva    nelle sue opere le grandi esperienze ed aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di       molti, anzi di tutto il genere umano. Di conseguenza la cultura presenta necessariamente un aspetto      storico e sociale, e la voce «cultura»          esprime spesso un significato          sociologico ed etnologico. In questo          senso si parla di pluralità delle          culture. Infatti  dal diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi, di creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il    bello, hanno origine le diverse condizioni comuni di vita e le diverse maniere     di organizzare i beni della vita. Così pure si costruisce l'ambiente          storicamente  definito, in cui ogni uomo, di qualsiasi stirpe ed epoca, si          inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di promuovere la civiltà."
  La religione fa o non fa parte della cultura di un popolo, lo connota come le culture fanno?
 Un bel problema.
  Sociologi e antropologi ritengono in genere che le religioni facciano parte della cultura di un popolo. In un certo senso questo dato di fatto, però,  confina  le religioni in un popolo. Come costruire quel popolo universale, che comprenda tutti gli esseri umani come in una grande famiglia, pensato in religione, e in particolare dagli scorsi anni Sessanta?
  Uno dei massimi sforzi che si sono fatti in religione e, in particolare, in teologia, dagli scorsi anni Cinquanta è stato quello di liberare i costumi e le idealità religiose dai condizionamenti che derivavano dalle culture europee. Questo per favorire la diffusione della religione in popoli di altre culture. In Europa, però, si è proceduto anche in direzione contraria, cercando di far riscoprire le radici  che la religione aveva tra i popoli, nelle loro culture. In effetti esse sono in qualche modo ancora sensibili in varie popolazioni, ma sempre meno connotano i popoli dell’Europa occidentale, mentre la situazione è diversa nell’Europa orientale, dove la religione sta riprendendo forza caratterizzante, dopo essere stata a lungo duramente contrastata dai regimi comunisti, che favorivano concezioni atee.
   Si ritiene che uno dei principali problemi della religione in Europa occidentale sia proprio il venir meno di connotazioni culturali della religione, come quelle, ad esempio, che si esprimono nella religiosità popolare. Nel lungo contrasto politico tra il Papato e il Regno d’Italia, conclusosi nel 1929 con la conclusione dei Patti Lateranensi con il Regno d’Italia rappresentato da Benito Mussolini, il Papato fece esperienza di agitazione sociale cercando lanciare contro lo stato un popolo molto caratterizzato dalla fede, facendo forza sulla religiosità popolare che all’epoca permeava soprattutto gli ambienti rurali, in un’Italia in cui l’agricoltura era ancora molto importante nell’economia nazionale. La democrazia venne sostanzialmente scomunicata con l’enciclica Graves de communi re - Le gravi preoccupazioni sugli affari sociali  del 1901, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci, Leone 13° in religione, lo stesso della prima enciclica sociale, la Rerum novarum - Le novità. I cattolici italiani furono spinti all’azione sociale, ma non alla pratica democratica. Questo creò, in un’Italia ancora di cultura cattolica, un ambiente sociale favorevole all’affermazione del fascismo storico, quello mussoliniano, con il quale il Papato si intese, stipulando gli accordi del 1929, riavendo in virtù di essi un piccolo regno a Roma, importanti indennizzi economici e un importante spazio nell’educazione dei giovani, nelle scuole pubbliche. Fu la religione a inculturare il fascismo o quest’ultimo a inculturare la religione? Di fatto le due idealità culturali divennero permeabili e in parte si fusero: fatto questo che viene, oggi, ritenuto disonorevole in ambito religioso, ma naturalmente non era così all’epoca, negli anni ’20 e ’30 del Novecento, quando l’intesa venne addirittura definita provvidenziale. Quest’ultima si guastò a partire dall’anno 1938, ma lasciò elementi culturali che, come osservano gli storici, ad esempio Pietro Scoppola che ho citato qualche giorno fa, permangono e si fanno sentire, in particolare, di questi tempi.
  La cultura può sostenere la religione, ma quest’ultima, facendosi sostenere, paga un prezzo, che può essere assai alto. Un’adesione alla fede determinata da pressione culturale, dal desiderio di uniformarsi ai costumi della società intorno, viene considerata in genere insufficiente, da migliorare. Si richiede una più profonda interiorità. Facendo sostenere la fede da una cultura di popolo si rischia una certa superficialità della professione di fede. Tuttavia, spesso, certi rischi dell’adesione religiosa su basi di conformismo culturale sono sottovalutati. Per staccare la religiosità da un’eccessiva individualizzazione e da un rigorismo prevalentemente dottrinario, per cui religione per il singolo si riteneva dovesse consistere nella dottrina  insegnata nel primo catechismo, dagli anni Settanta si  orientò la formazione religiosa di base cercando di coinvolgere maggiormente le collettività di fede e di farsene sostenere. Questo ha rimesso in gioco elementi culturali che vari metodi  di movimenti particolari hanno ricostruito e proposto con una certa disinvoltura, questo per suscitare un popolo  di fede che creasse un ambiente sociale che consentisse una inculturazione irriflessa  della religione, vale a dire una sua accettazione come costume sociale, prima di qualsiasi ragionamento e formazione esplicita, un po' come avviene nella tradizione da madre a bimbo piccolo. Va in questa direzione anche la riscoperta della religiosità popolare, quella che ruota intorno ai santuari del miracolo e simili. Il problema è che rinchiudendo la religione in una cultura particolare, essa perde di universalità. Il mancato approfondimento crea problemi nel confronto, da adulti, con ideologie irreligiose o indifferenti. E diventa problematico il confronto tra culture su base religiosa. Esso richiederebbe di riprendere il discorso su religione e democrazia, che ancora sembrano valori culturali in tensione, la seconda, in particolare, essendo tacciata superficialmente di indifferentismo religioso, mentre la prima, non senza ragione, di indifferenza ai valori democratici e, quindi, di assolutismo  (e dispotismo) politico.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



venerdì 6 aprile 2018

Che cos’è il popolo?


Che cos’è il popolo?

 In religione c’è una grande difficoltà a figurarsi il popolo, che  è, in effetti, la medesima di tutti noi quando proviamo a immaginarlo anche in altri ambiti, come quello giuridico o quello commerciale. In teologia c’è anche il problema del ruolo importante che vi ha il clero, che è fatto di persone le quali, in un certo senso, sono estratte dal popolo, separate.
  Il paradosso davanti al quale ci si trova è che, dal punto di vista dei  pastori, il popolo appare a volte come  gregge, quindi come massa da condurre, ma poi gli stessi pastori devono riconoscere che tra le motivazioni più importanti alla fede non vi è in genere la loro azione, ma quella, ad esempio, delle madri, e questo anche per quanto direttamente li riguarda. In una visione clericale le madri sono popolo, perché non sono clero, né sono inquadrate in ordini religiosi. In questo quadro popolo  equivale, quindi, a laico.  E’ questa la visione che si cercò di superare nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Non ci si è ancora riusciti, tanto che, come osserva Roberto Repole, nel suo  Il sogno di una Chiesa evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, Libreria editrice Vaticano, 2017, quella concezione la si ritrova talvolta anche nell’attuale teologia del Papato, insieme ad altre.
  In alcuni ragionamenti teologici, quindi sulla fede come viene professata, al popolo vengono attribuite virtù soprannaturali, ma non particolarmente evidenti quando lo si accosta realisticamente e da vicino, come un senso della fede che lo preserverebbe dall’errore. Naturalmente si spera che sia così come dicono. Certo, tutto l’apparato repressivo che per circa un millennio ha travagliato la nostra esperienza religiosa non si spiega bene se non ammettendo che, insomma, oltre a quel senso della fede ci sia dell’altro, che porta anche talvolta a sviare. Viene riconosciuto, ad esempio, quando si affronta il tema della religiosità popolare, che spesso è permeata di elementi magici e che, in questo, si ritiene che vada corretta.
  Poiché la riforma è, dagli anni Sessanta, strettamente legata alla concezione di popolo che si ha, è importante approfondire, come ad esempio si è fatto nel libretto, nel senso che è veramente un libro tascabile, a portata di tutte le tasche perché non costa molto (€12,00) ed è di piccole dimensioni, del Repole. Ve lo consiglio. Leggendolo si capisce che si sta cercando di far ripartire quel moto di riforma che, negli anni 80, era stato bloccato, nel timore che si sfasciasse tutto. L’idea è, ora, che la riforma debba farla il Papato. E’ così che si sta procedendo. Ma il paradosso è questo: il primo organismo da riformare, come generalmente si riconosce, è proprio il Papato e la riforma la si dovrebbe, la si vorrebbe, fare su base popolare. Tuttavia, mentre il principale agente della riforma appare oggi proprio il Papato, il popolo si manifesta in genere inerte, passivo, nella condizione di gregge. Una riforma su base popolare lo richiederebbe più attivo. Ma non si riesce proprio a rianimarlo. L’azione molto decisa per renderlo più tranquillo  esercitata negli anni ’80 e ’90 ha funzionato. I fermenti si sono spenti. Lo si vede anche nella concreta vita parrocchiale, dove non è frequente incontrare entusiasmi, se non in circoli molto ristretti, lì dove ci si immagina piccolo resto, un germe di popolo  buono  in mezzo a un mare di popolo  cattivo, dove si rischia di annegare se non ci si imbarca, con famiglia e masserizie, in una sorta di piccola  arca di salvataggio, aspettando che lo sconquasso passi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

mercoledì 4 aprile 2018

Popolo e popoli


Popolo e popoli

  A che pensiamo quando diciamo “popolo”? Provate a farlo. Pensare il popolo supera la nostra capacità di immaginazione. Ne abbiamo sempre una visione indistinta. Ci figuriamo molta gente, ma, per quanto ne pensiamo molta, non sarà mai, nemmeno lontanamente, ciò che intendiamo per “popolo”, che è tutta la gente che vive in territori molto vasti e ha certe caratteristiche etniche e culturali, certe facce, una certa lingua, un certo modo di costruire gli abitati, e anche certe religioni. Un sociologo cerca di averne una visione più realistica, usa la statistica e altre forme di osservazione e vede nel popolo i gruppi sociali che lo animano, costantemente in relazione e anche in conflitto tra loro. Le relazioni cambiano gli aspetti principali dei popoli, ma questi ultimi sono fatti di individui che passano e quindi cambiano anche di generazione in generazione.
  Riflettere sull’idea di popolo è importante perché dagli anni ’60 essa è stata all’origine di importanti riforme religiose.
  Nelle Scritture l’immagine del popolo è più presente nei libri più antichi, quelli che abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo. Nei racconti della vita del Maestro  e in quelli che riguardano la vita delle nostre prime collettività lo sguardo sulla gente è più ravvicinato, su collettività più piccole. Nei primi scritti, quelli più antichi,  l’idea di costituzione e di restaurazione di un popolo è centrale, diciamo che ci si dirige verso la Palestina dove ci si propone di farsi popolo, negli altri si viaggia tra i popoli a partire dalla Palestina, verso gli estremi confini della Terra. Tuttavia nella nostra religiosità entrambe queste modalità sono compresenti: ci si fa popolo per andare verso tutti gli altri. In questo modo pensiamo di diventare strumento di salvezza per tutti gli altri. La teologia ha molto ragionato su questo e, in particolare, lo ha fatto uno dei teologi più importanti per il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), il francese Yves Congar (1904-1995).
  Nel secondo millennio della nostra era il popolo si era trovato, di fatto, fuori della Chiesa. Quest’ultima era considerata come il Papa, i vescovi, l’altro clero e i religiosi, insomma come fatta da tutti coloro che indossavano una tonaca. Rimanevano fuori i laici, tutti gli altri, che venivano pensati come appiccicati alla Chiesa dall’esterno.
   Dal Quarto secolo, da quando la nostra religione diventò ideologia ufficiale dell’Impero romano e dei regni nei quali esso si frazionò a partire da un secolo dopo, il popolo era la gente soggetta ad un sovrano politico, pastore del suo popolo e padre anche in senso religioso. E’ per questo che tutti i Concili ecumenici del primo millennio, quelli che hanno definito il nostro Credo, i dogmi più importanti, furono convocati, ma anche diretti, dagli imperatori romani. Da questo dominio volle liberarsi il Papato a partire dall’anno Mille. A quell’epoca risale la sua attuale struttura gerarchica, ancora fondamentalmente di tipo feudale, con un forte potere centrale a cui sono federate autorità locali, con autonomia piuttosto marcata. Dal Cinquecento l’autonomia dei poteri religiosi locali venne sempre più compressa e l’organizzazione gerarchica del clero prese ad assomigliare sempre più ad una burocrazia molto accentrata sul potere romano. Con i poteri civili si arrivò ad una specie di condominio. I popoli, la gente soggetta ai poteri civili e a quello religioso, dovevano una doppia fedeltà, ai sovrani civili e a quello religioso. La vita buona consisteva nell’obbedire a quelle autorità. Si era fedeli al sovrano religioso quando se ne osservava la dottrina. In questo quadro la fedeltà ad ideali religiosi divenne a volte  addirittura rivoluzionaria, quando veniva espressa per sindacare la dottrina,  e in molti casi venne repressa.
  Tutto iniziò a mutare dall’Ottocento, con l’emergere dei popoli. A che cosa fu dovuto? A migliori condizioni di vita, all’istruzione, ma anche a nuove organizzazioni dell’economia. Furono posti in questione i sovrani civili ai quali quello religioso si era federato nei rapporti condominiali a cui sopra ho accennato. La tempesta investì anche il potere romano. Quest’ultimo, allora, cercò di farsi forza prendendo le parti dei popoli, agitando le masse in propria difesa. Si presentò come difensore dei popoli contro quelli che arbitrariamente volevano traviarli con false dottrine. In questo modo, però, suscitò un protagonismo dei popoli e fece risaltare nuovamente il collegamento tra l’idea di giustizia e gli ideali religiosi, che nei secoli passati era stato messo un po’ in secondo piano. Da questo, in un lungo processo storico, deriva l’idea di riforma che è stata al centro del Concilio Vaticano 2°. La sua attuazione ebbe un brusco arresto negli anni ’80. Fin dove ci si doveva spingere? Quanta voce doveva avere il popolo e come? Nel popolo non c’era solo il bene. Occorreva formarlo, istruirlo, dirigerlo, altrimenti erano guai: questa l’esperienza dei pastori. E poi: il popolo poteva mettere in questione la struttura feudale del potere nella Chiesa? Tutti questi problemi sono rimasti ad oggi irrisolti. Si riuscì però, in qualche modo, a posticiparne i tentativi di soluzione. Viene ricordata, come evento significativo di questo corso, l’assemblea straordinaria del  sinodo dei vescovi del dicembre 1985 sul tema “20° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II”, in cui si evidenziò che il popolo religioso è fondato sulla comunione, che significa fedeltà agli ideali religiosi. Potenzialmente questo era in grado di rimettere in gioco la fedeltà alla dottrina come fattore costitutivo del popolo in senso religioso: nei primi secoli l’idea di comunione era servita infatti, paradossalmente, per sancire le divisioni, scambiandosi con alcuni e negando ad altri le lettere di comunione, con le quali i capi religiosi riconoscevano di pensarla nello stesso  modo. Servivano, sostanzialmente, a mantenere la disciplina. Nei confronti dei dissenzienti si lanciavano scomuniche, li si poneva fuori della  comunione. A decidere erano i capi religiosi.  Di fatto questo accadde negli anni '80: l’idea di comunione fu utilizzata come limite a ciò che l’esperienza popolare poteva produrre. Che l’intenzione di padri sinodali fosse proprio questa traspare da alcuni incisi del Messaggio  che rivolsero al popolo a conclusione della loro assemblea, nei quali, nel riferirsi al moto di riforma innescato dal Concilio Vaticano 2°, invitarono a non fermarsiagli errori, alle confusioni, ai difetti che, a causa del peccato e della debolezza dell'uomo, [erano] stati occasione di sofferenze in seno al popolo di Dio. e scrissero di essersi proposti di “evitare le cattive interpretazioni sociologiche o politiche sulla natura della Chiesa.”, un intento  disciplinare  insomma.
  L’attuale Papato appare impegnato a rimettere in moto l’attuazione del moto di riforma conciliare, non tanto mediante l’azione di riorganizzazione della Santa Sede, che appare tutto sommato ancora modesta, ma mediante vibranti appelli alla coraggiosa azione sociale diretti al popolo religioso.  
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

lunedì 2 aprile 2018

A chi non la pensa come noi


A chi non la pensa come noi

 “Lo sai che ti leggono anche quegli altri?”, mi hanno fatto notare. Gli altri sono quelli che non la pensano come noi dell’Azione Cattolica, e come me in particolare. Tra essi quelli della  cultura della presenza, che vogliono manifestarsi come popolo ritagliandosi da un altro popolo ritenuto irreligioso e ostile, mentre noi della  cultura della mediazione  vorremmo farci popolo con tutti gli altri intorno, non disperando di farceli amici senza però rinunciare alla nostra idea di bene. Ma sono anche, ad esempio, quelli che hanno una mentalità clerico-fascista e pensano che sia giusto così, perché senza qualcuno che comanda decisamente in società non si va da nessuna parte, o semplicemente clericale, e anche loro pensano che vada bene in quel modo, perché se non comandano i preti si sfascia tutto. O quelli che temono di essere troppo coinvolti, ogni volta che si parla di popolo o di misericordia, e preferirebbero una religiosità a bassa intensità collettiva e molto centrata sulla spiritualità individuale e sui riti, una religiosità, per così dire, casa e chiesa. E, infine, quelli che non capiscono perché si debbano complicare tanto le cose, quando si potrebbe semplicemente fare come sempre si è fatto.
  Questo blog è stato pensato in origine per i quaranta dell’Azione Cattolica parrocchiale, per confortarli in tempi, ormai passati, in cui ci era  sembrato che si pensasse di poter fare a meno di noi (da cui il titolo: AC vive a Roma Valli!), ma non vi nascondo che ho messo in conto che  potessero leggerlo anche altri, in particolare persone che non la pensavano come noi dell’Azione Cattolica. Addirittura persone che ci erano ostili e che forse avrebbero letto per trovare quello che non andava, per attaccarci o addirittura additarci come devianti e indisciplinati. E’ una grande opportunità che mi è offerta da questo mezzo di comunicazione, quella di entrare nella mente di chi mi è distante, di quelli con cui non ho mai occasione di dialogare, perché se si discute faccia a faccia poi in genere ci si spazientisce gli uni con gli altri e ci si altera. Invece chi legge fa quello sforzo di capire che incontrandosi di persona si è poco disposti a fare, per i pregiudizi che ci circondano e che ciascuno, d’istinto, costruisce sugli altri.
 A chi non la pensa come me non sarà sfuggito, spero, che, scrivendo, ho pensato anche a lui. Ho scritto anche per lui, ma non per farlo infuriare, per fargli dispetto. Ho cercato di immaginare le sue ragioni e di costruire un dialogo tra me e lui. Ho cercato di immedesimarmi il lui. Non ho scritto per unirmi ai suoi nemici o per dare ad essi ulteriori argomenti o per metterlo nelle loro mani. Ho cercato sempre di ripetermi, mentre scrivevo, che non ho il monopolio del bene o della verità. In questo ho cercato di trarre lezione da tanti sbagli che si sono fatti nella nostra storia religiosa, quando si è voluto demonizzare i dissenzienti. Ci sono riuscito? Giudicare non spetta a me.
  Considero con simpatia chi mi legge, e cerco l’empatia con lui, un sentire comune, facendomi carico dei suoi problemi e delle sue ragioni, per come riesco a figurarmeli. Chissà che poi non si riesca davvero a diventare amici! Accade quando si decide che sarebbe peggio rinunciare all’altro che non la pensa come noi piuttosto che averlo tra noi benché non la pensi come noi. Tra amici non la si pensa sempre nello stesso  modo e a volte si questiona. Non è così? Ma ci si continua a frequentare perché troviamo che nell’altro c’è qualcosa di importante che ci mancherebbe se non avessimo più l'altro accanto a noi: è, innanzi tutto, proprio l’altro. Stando vicini ci si aiuta, si diventa complementari, ci si completa, ciascuno completa quello che manca all’altro. Gli altri sono persone nelle quali  specchiarci per vederci come siamo realmente, non solo come, in noi stessi, immaginiamo di essere. Questo rende possibile correggerci, migliorare. Stare in mezzo agli altri può migliorarci, se lasciamo spazio sufficiente a quelli intorno a noi.
 Benvenuti, quindi, a tutti quelli che non la pensano come noi!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 29 marzo 2018

Arrivederci a lunedì!

Arrivederci a lunedì!

  Da oggi iniziano per noi giorni molto intensi, i Tre Giorni più importanti della Settimana Santa, quella della Pasqua cristiana. E' un tempo che va vissuto in chiesa, tra gente vera, nella meditazione, nel raccoglimento, nella preghiera liturgica,  non nel mondo virtuale del WEB. Per questo, sospendo l'inserimento dei post fino a lunedì prossimo. Arrivederci a stasera, alle 19, nella chiesa parrocchiale, per la Messa della Cena del Signore!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


mercoledì 28 marzo 2018

Religione: fatto sociale o realtà soprannaturale?


Religione: fatto sociale o realtà soprannaturale?

    Nel brano di Esperienze pastorali  di Lorenzo Milani che ho pubblicato ieri c’è l’immagine di una religiosità chiusa  e fortemente condizionata dalle relazioni sociali intorno e dall’esteriorità, quella dei parrocchiani  di montagna, e quella della città, più  aperta  alla critica interiore e sociale. E’ una situazione caratteristica dell’Italia rurale degli anni Cinquanta o la troviamo anche adesso, in altri contesti?
  Se ci si ragiona francamente, la religiosità appare sempre un fatto sociale, in ogni caso condizionata dall’ambiente umano in cui si vive, sia che esprima anche una critica sociale che nel caso contrario. Sia nel caso di religiosità chiusa che di religiosità aperta. Distinguere natura e soprannaturale è sempre molto difficile. Siamo convinti che quando ci raduniamo con spirito religioso il soprannaturale sia tra noi, ma ogni esperienza sociale manifesta dei limiti in questo campo, se la si depuri di una certa emotività che sempre pervade la religiosità, sia quella individuale che quella di gruppo, e in modo maggiore quest'ultima. Nel passato si è visto il soprannaturale in esperienze sociali che a noi oggi fanno orrore. Ma le giudichiamo secondo la cultura della nostra epoca. Fossimo vissuti a quei tempi, sarebbe stato probabilmente diverso.
  Nelle Scritture originate dalle nostre prime collettività di fede troviamo piuttosto forte la critica di una religiosità che faccia molto conto sull’apparenza e sul rito. La compassione dovrebbe prevalere. Questo può consentire di recuperare alla vita sociale quelli che ne sono stati emarginati per vari motivi, compresi quelli che lo sono stati per aver trasgredito delle regole sociali, come sono anche quelle religiose. Questa  è una visione alternativa della società, una società, in questo senso, di un altro mondo. Qui vi vediamo una realtà soprannaturale. Non si pensa di poter con le nostre forze fondare questa realtà già qui ora e completamente. Nelle Scritture c’è infatti l’immagine di una città  che alla fine dei tempi ci scenderà dall’alto, piena di luce, quando il mondo di prima sarà finito. Questo ci può stimolare a riconoscere i limiti di ogni esperienza religiosa e, in primo luogo, la molta emotività che può ingannarci, portandoci a vedere il soprannaturale dove tutto è umano.
  Le esperienze chiuse in un ambiente e nel rito non esprimono di solito critica sociale se non appartandosi e quindi, anche se si manifestano con costumi sociali diversi da quelli della società intorno, con spirito di setta, accettano in fondo  ciò che c’è. Disperano di poterlo modificare ed è per questo che si chiudono. La loro unica pretesa è di poter vivere certi aspetti sociali in un certo modo, di poter seguire certi riti, di avere una certa autonomia. Concesso questo, se ne stanno da una parte senza interferire con ciò che c'è intorno. Ma anche quelle aperte  possono accettare quello che c’è, e allora diventano religioni civili, a supporto del sistema sociale corrente, visto come necessario per il miglioramento dell’umanità in linea anche con i valori religiosi. Ma la religiosità aperta, se prende sul serio il proposito di superare l’emarginazione, può anche esprimere una critica sociale: lo fa quando è espressa da gruppi sociali che soffrono l’emarginazione. Lorenzo Milani si muoveva su questa strada, essendosi trovato, per compassione e per decisione emarginante dell’autorità religiosa, a condividere la situazione di gruppi di emarginati, lui che proveniva da uno strato privilegiato della società. Pensava a una religiosità con efficacia liberante. Essa, nella sua visione, richiedeva però un progresso culturale e, innanzi tutto, l’istruzione. Richiedeva un impegno, non sarebbe venuta per virtù soprannaturale dall’alto, se non come ispirazione: come scrissero un gruppo di resistenti lombardi di ispirazione religiosa,  non ci sono liberatori ma persone che si liberano.
   Come è possibile tenere insieme tutte queste varie forme di religiosità e, innanzi tutto, ci si deve proporre di tenerle insieme o, come alcuni sostengono e anche Milani sosteneva, alcune vanno superate? E superarle significa anche cancellarle, anche con il bene che contengono, come inevitabilmente accade in ogni esperienza sociale, in cui il male e il bene sono sempre compresenti? In un ambiente omogeneo il problema si sente meno. Quando esperienze religiose diverse, in particolare chiuse e  aperte, nei vari modi in cui possono esserlo, sono compresenti, la faccenda si complica. La coesistenza è difficile e, talvolta, impossibile. Per vie di fatto si cerca di prevalere. Dietro vediamo due società in lotta. Ritirarsi dal conflitto può significare acquiescenza a ciò che non va e che fa soffrire. Fece bene il Milani ad accettare di farsi confinare in una parrocchia di montagna? E che altro avrebbe potuto fare? L’autorità religiosa gli lasciò quel piccolo spazio, da dove fece molto rumore, ma arrivò comunque una condanna sociale, con un processo per un fatto, la difesa dell’obiezione di coscienza al servizio militare, che negli anni successivi fu riconosciuto legittimo. La questione originò da un polemica tra preti, in particolare tra Milani e i cappellani militari. La vicenda dimostra una certa integrazione, all’epoca, tra politica  e religione, in società, quindi una religiosità con aspetti di religione civile. Altri seguirono una via diversa dal Milani, ma non ebbero, mi pare, una sorte migliore. Il dissenso si paga sempre con l’emarginazione sociale e la condanna.
 In tutto questo dov’è la linea di demarcazione tra natura e soprannaturale? C’è chi consiglia di vederla non nella nostra emotività, per cui a volte superficialmente giungiamo a dire “E’ qui!”,  ma nella compassione per cui gli altri, in particolare quelli che stanno peggio, non ci sono indifferenti e ce ne prendiamo cura, al modo del samaritano della parabola. E’ la religiosità della misericordia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli