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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 13 settembre 2018

Regimi


Regimi
1.La politica è il governo della società. Governare la società serve a mantenerla unita e pacifica, in modo che unita possa fare ciò che supera le forze dei singoli e pacifica non venga travolta dalla violenza dei gruppi che la animano. L'aspirazione all'unità e alla pace ha anche un nome religioso ed è agàpe, parola del greco antico che non ha precisa corrispondenza nella lingua italiana: la si traduce anche con carità. In questo senso la dottrina sociale parla della politica come forma importante di carità. Iniziò a farlo il papa Achille Ratti, regnante in religione come Pio 11^ dal 1922 al 1939.
  In politica, un regime è l'organizzazione data alla società per governarla, ma anche la stessa classe di governo di una certa epoca. Nell'idea di regime sono inclusi anche l'ideologia, cioè la comprensione del mondo che guida l'organizzazione sociale, e i metodi per produrre la coesione sociale necessaria per ottenere unità e pace. Ma anche le regole che vengono obbedite in una certa organizzazione sociale. Un regime comincia a distinguersi da un altro precedente o da altri compresenti secondo l'ideologia, i metodi e le regole che riesce a far obbedire, e anche per una certa continuità e stabilità delle sue caratteristiche. Ogni regime manifesta una certa resistenza al cambiamento, ma l'estensione è la durata del suo
successo dipende anche dalla sua capacità da adattamento a genti e situazioni nuove. La società che governa è infatti soggetta inevitabilmente al ricambio generazionale e a cambiamenti che derivano dai contatti e commistioni con altre società e al variare di elementi culturali, come l'economia e la tecnologia. Un regime incapace di adattarsi è destinato ad essere travolto dai tempi nuovi. Ma lo stesso accade per quei regimi che si limitano a subire i cambiamenti, in particolare quelli che vengono da altre società. Quando un regime viene travolto dagli eventi, si ha un cambiamento rivoluzionario o, semplicemente, la sua dissoluzione per dispersione del corpo sociale che l'esprime. Nei regimi di governo degli stati, la dissoluzione è molto rara, perché, in genere, rimane sempre corpo sociale di riferimento.
 Si sono dissolti partiti e religioni, nelle loro dimensioni politiche, rimanendo, talvolta, in quelle puramente culturali. Un esempio di dissoluzione di un regime di uno stato che in religione abbiamo ben presente è quella dello Stato Pontificio nel 1870, a seguito della conquista militare da parte del Regno d'Italia. Non rimase infatti un corpo sociale che resistesse nella convinzione di farsi stato al servizio di una religione (l'attuale Città del Vaticano ha un diverso fondamento ideologico e istituzionale).
 Gli altri mutamenti politici avvenuti durante la costruzione della nostra unità nazionale, durante il Risorgimento, tra il 1815 e il 1870 ebbero invece  sostanziale carattere rivoluzionario. Ebbe carattere rivoluzionario il passaggio dal regime monarchico-fascista a quello repubblicano democratico avvenuto in Italia tra il 25 luglio 1943 e il 2 giugno 1946.
2. Non ogni regime, benché si proponga l'unità è la pace, è in linea con i valori religiosi dell'agàpe. Possono essere un problema l'ideologia, i metodi e le sue norme. Fin dall'inizio la dottrina sociale diede indicazioni per distinguere tra diversi regimi politici e, in particolare ,per guidarne la riforma nel senso della giustizia sociale. Quest'ultima è intesa nel senso di non far mancare a nessuno i beni essenziali della vita, sia quelli materiali che quelli morali e spirituali. In sostanza, la dottrina sociale ci si presenta come una critica sociale. Essa appare molto attenta a non identificarsi con nessun sistema statale realizzato. Deve quindi essere considerato un infortunio l'apprezzamento verso il regime  corporativo progettato dal regime fascista italiano contenuta nell'enciclica Il quarantennale - Quadragesimo anno, diffusa nel 1931 dal papa Achille Ratti - Pio 11^, nel clima di conciliazione seguito alla conclusione, nel 1929, dei Patti Lateranensi tra il Papato e il regime monarchico fascista del Regno di Italia di allora. Il corporativismo fascista venne infatti frainteso e scambiato per quello auspicato nel 1891 nella prima enciclica della dottrina sociale, la Le novità - Rerum novarum, del papa Vincenzo Gioacchino - Pecci - Leone 13^, proposto come critica sia dell'economia capitalista sia delle proposte rivoluzionarie del socialismo europeo. Il clima di conciliazione degli anni '30 deve essere attribuito oltre che al papa Ratti anche ad Eugenio Pacelli, il quale dal 1930 fu Segretario di stato, nell'ufficio della Santa Sede che cura i rapporti politici. In tale veste Pacelli nel luglio 1933 sottoscrisse, per la Santa Sede, un Concordato con la Germania, all'epoca già dominata dal regime nazionasocialista del cancelliere Adolf Hitler. Il clima conciliazione con il regime fascista italiani cessò dal 1938 a seguito della politica razzista del regime fascista e, soprattutto, dal 1929
dopo la decisione di quel regime di far entrare l'Italia in guerra come alleata della Germania, all'epoca dominata dal regime nazista di Adolf Hitler.
 Dal Papato, tra il 1939 e il 1944, con una serie di radiomessaggi, cominciarono ad essere diffusi principi di riorganizzazione sociale del mondo e degli stati, nella prospettiva della fine del conflitto con la sconfitta dei regimi fascisti europei. In tale lavoro viene riconosciuto un ruolo molto importante a Giovanni Battista Montini, il quale dal 1937 aveva iniziato a lavorare in Segreteria di Stato come sostituto, egli ebbe come riferimento anche il pensiero dei filosofi francesi Jacques Maritain e Maurice Blondel, che stavano ragionando sul tema della crisi di civiltà.
  In quegli insegnamenti, diffusi sotto l'autorità del papa Eugenio Pacelli - Pio 12^, fu centrale il tema delle cause della guerra e dei modi di prevenire una terza. Questo tema non era stato affrontato nelle due precedenti encicliche sociali, la Le novità (1891) e la Il Quarantennale (1931), nonostante fossero state precedute da sanguinosi periodi bellici.  Del resto, l'idea di un nuovo ordine internazionale per prevenire la guerra era andata accreditandosi nella politica dei popoli di cultura europea solo dopo la Prima guerra mondiale (1914-1918) con l'istituzione nel 1919 di una Società delle nazioni.
 In quei radiomessaggi, vennero condannati il nazionalismo, la corsa agli armamenti e le politiche di espansione aggressiva. Così come l'oppressione delle minoranze e il razzismo. E, in linea con la precedente dottrina sociale, lo strapotere dell'impresa capitalista sui lavoratori addetti.
 Venne considerata necessaria la collaborazione oltre i confini ideologi e si propose la distinzione tra ideologie erronee e coloro che le seguivano, ma che mostravano di essere disposti a collaborare per la costruzione di un ordine Pacifico.

 Ora le rovine di questa guerra sono troppo ingenti, da non dovervisi aggiungere anche quelle di una pace frustrata e delusa; e perciò ad evitare tanta sciagura, conviene che con sincerità di volere e di energia, con proposito di generoso contributo, vi cooperino, non solo questo o quel partito, non solo questo o quel popolo, ma tutti i popoli, anzi l'intera umanità. È un'intrapresa universale di bene comune, che richiede la collaborazione della Cristianità, per gli aspetti religiosi e morali del nuovo edificio che si vuol costruire. (Radiomessaggio natalizio 1941).
Si arrivò a tracciare i lineamenti di un nuovo tipo di stato, non totalitario e democratico.

  Concezione dello Stato secondo lo spirito cristiano
5) Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla società umana, collabori al sorgere di una concezione e prassi statale, fondate su ragionevole disciplina, nobile umanità e responsabile spirito cristiano; aiuti a ricondurre lo Stato e il suo potere al servizio della società, al pieno rispetto della persona umana e della sua operosità per il conseguimento dei suoi scopi eterni; si sforzi e adoperi a sperdere gli errori, che tendono a deviare dal sentiero  morale lo Stato e il suo potere e a scioglierli dal vincolo eminentemente etico, che li lega alla vita individuale e sociale, e a far loro rinnegare o ignorare praticamente l'essenziale dipendenza, che li unisce alla volontà del Creatore; promuova il riconoscimento e la diffusione della verità, che insegna, anche nel campo terreno, come il senso profondo e l'ultima morale e universale legittimità del «regnare» è il «servire». (Radiomessaggio natalizio 1942).


L'assolutismo di Stato (da non confondersi, in quanto tale, con la monarchia assoluta, di cui qui non si tratta) consiste infatti nell'erroneo principio che  l'autorità dello Stato è illimitata, e che di fronte ad essa — anche quando dà libero corso alle sue mire dispotiche, oltrepassando i confini del bene e delmale, — non è ammesso alcun appello ad una legge superiore e moralmente obbligante.(Radiomessaggio natalizio 1944).

Esprimere il proprio parere sui doveri e i sacrifici, che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere stato ascoltato: ecco due diritti del cittadino, che trovano nella democrazia, come indica il suo nome stesso, la loro espressione. Dalla solidità, dall'armonia, dai buoni frutti di questo contatto tra i cittadini e il governo dello Stato, si può riconoscere se una democrazia è veramente sana ed equilibrata, e quale sia la sua forza di vita e di sviluppo. Per quello poi che tocca l'estensione e la natura dei sacrifici richiesti a tutti i cittadini, — al tempo nostro in cui così vasta e decisiva è l'attività dello Stato, la forma democratica di governo apparisce a molti come un postulato naturale imposto dalla stessa ragione. Quando però si reclama «più democrazia e migliore democrazia », una tale esigenza non può avere altro significato che di mettere il cittadino sempre più in condizione di avere la propria opinione personale, e di esprimerla e farla valere in una maniera confacente al bene comune. (Radiomessaggio natalizio del 1944)

E, infine, si aderì all'idea di costituire un'istituzione capace di intervenire con autorità e mezzi adeguati per contrastare ogni minaccia di aggressione in grado di turbare la pace mondiale.

 Le risoluzioni finora note delle Commissioni internazionali permettono di concludere che un punto essenziale d'ogni futuro assetto mondiale sarebbe la formazione di un organo per il mantenimento della pace, organo investito per comune consenso di suprema autorità., e il cui ufficio dovrebbe essere anche quello di soffocare in germe qualsiasi minaccia di aggressione isolata o collettiva. Nessuno potrebbe salutare questa evoluzione con maggior gaudio di chi già da lungo tempo ha difeso il principio che la teoria della guerra, come mezzo adatto e proporzionato per risolvere i conflitti internazionali, è ormai sorpassata. Nessuno potrebbe augurare a questa comune collaborazione, da attuare con una serietà d'intenti prima non conosciuta, pieno e felice successo con maggior ardore di chi si è coscienziosamente adoperato per condurre la mentalità cristiana e religiosa a riprovare la guerra moderna coi suoi mostruosi mezzi di lotta.

Tutto questo andò molto oltre la precedente dottrina sociale. Comportò anche una critica delle società, in particolare di cultura europea, nelle quali il cristianesimo era più diffuso.

Quando si indagano le cause delle odierne rovine, davanti a cui l'umanità,che le considera, resta perplessa, si ode non di rado affermare che il cristianesimo è venuto meno alla sua missione. Da chi e donde viene siffatta accusa? Forse da quegli apostoli, gloria di Cristo, da quegli eroici zelatori della fede e della giustizia, da quei pastori e sacerdoti, araldi del cristianesimo, i quali attraverso persecuzioni e martirii ingentilirono la barbarie e la prostrarono devota all'altare di Cristo, iniziarono la civiltà cristiana, salvarono le reliquie della sapienza e dell'arte di Atene e di Roma, adunarono
  i popoli nel nome cristiano, diffusero il sapere e la virtù, elevarono la croce sopra i pinnacoli aerei e le volte delle cattedrali, immagini del cielo, monumenti di fede e di pietà, che ancora ergono il capo venerando fra le rovine dell'Europa? No: il Cristianesimo, la cui forza deriva da Colui che è via, verità e vita, e sta e starà con esso fino alla consumazione dei secoli, non è venuto meno alla sua missione; ma gli uomini si sono ribellati al Cristianesimo vero e fedele a Cristo e alla sua dottrina; si sono foggiati un cristianesimo a loro talento, un nuovo idolo che non salva, che non ripugna alle passioni della concupiscenza della carne, all'avidità dell'oro e dell'argento che affascina l'occhio, alla superbia della vita; una nuova religione senz'anima o un'anima senza religione, una maschera di morto cristianesimo, senza lo spirito di Cristo; e hanno proclamato che il Cristianesimo è venuto meno alla sua missione! (Radiomessaggio natalizio 1941).

Il mondo che venne dopo la  guerra rispose solo parzialmente a quelle attese. Si trovò presto diviso tra due blocchi con sistemi economici opposti: quello capitalista e quello socialista. Riprese la corsa agli armamenti. Nei sistemi capitalisti, nei quali vi era libertà di organizzare con risorse private la produzione e il commercio,  accumulando e reimpiegandone i profitti, la creazione di imprese sempre più grandi e potenti tese a dominare l'altra gente. Nei sistemi socialisti questo stesso dominio veniva esercitato dalle organizzazioni statali che gestivano l'economia ed era necessario un elevato livello di coercizione per ottenere l'obbedienza dei cittadini, ai quali veniva negata la possibilità di libero dialogo e quella di seguire o proporre ideologie diverse da quella proposta dal regime. I due blocchi si temevano l'un l'altro e si fronteggiavano militarmente: la possibilità di una guerra catastrofica rimase latente. I contendenti erano trattenuti dall'iniziarla per la prospettiva concreta di una reciproca distruzione totale.
 In questo scenario, costituì una grande novità il processo di unificazione che venne inizio nell'Europa occidentale, con economia capitalista, animato in particolare dai nuovi regimi democratici di Germania e Italia, in cui si erano formati potenti partiti di orientamento democratico-cristiani, attenti anche alla dottrina sociale cattolica, in particolare quello italiano. Il processo di unificazione si estese negli anni '90 anche a stati dell'Europa orientale. Il risultato furono regimi nazionali e un regime internazionale in linea con gli auspici della dottrina sociale, in particolare con quella diffusa tra il 1939 e il 1944, con i radiomessaggi che ho citato.
3. Nell'ultimo decennio la situazione politica europea è iniziata a cambiare. I regimi democratici dell'Unione europea hanno iniziato a mutare nuovamente le loro ideologie. Siamo solo all'inizio di un processo, del quale comunque si distinguono abbastanza chiaramente le direttrici, innescato dai grandi cambiamenti che si sono prodotti nell’organizzazione della produzione e del commercio.
 L’automazione ha aumentato enormemente la produttività dei processi industriali. Si è diffusa a livello mondiale. Chi la controlla ha la parte maggiore dei profitti. Si è cercato di trasferire le produzioni dove quella quota poteva essere maggiore, per la minor forza contrattuale del personale addetto. Ma ora negli stati dove esse erano state trasferite, delocalizzate come si dice, padroneggiano le medesime tecnologie, si sono resi autonomi dai colonizzatori industriali. E’ il caso, ad esempio, della Cina continentale, retta da un regime comunista che però consente, in alcune regioni e sotto il controllo dello stato e del partito comunista, produzioni organizzate secondo il sistema capitalistico.
 Gli europei, e noi tra essi, esprimono ancora una cultura egemone a livello mondiale: dicono che cosa e come produrre, danno l’esempio di come si deve vivere da benestanti e da  ricchi quando lo si diventa, sono il modello umano per gli altri, che, ad esempio, quando si arricchiscono dismettono gli abiti tradizionali e vestono all’europea. I più ricchi del mondo vivono all’europea. Gli europei delle classi medie e inferiori beneficiano dei bassi prezzi delle merci che giungono dall’estero, dove si produce quasi tutto quello che è di uso comune, dall’abbigliamento corrente, alle suppellettili domestiche, ai giocattoli. Ma la concorrenza dall’estero ha spinto verso il basso il livello delle retribuzioni dei dipendenti: questo ha reso il commercio delle cose di uso comune sempre più dipendente dall’estero, dove si può produrre a costi con i prezzi che in Europa e ceti meno ricchi sono disposti a pagare. Si è ridotta l’occupazione dipendente e le retribuzioni non sono cresciute in modo corrispondente ai profitti d’impresa e a volte il loro potere di acquisto è addirittura diminuito. I rapporti di lavoro si sono fatti più precari e nell’intento di mantenere livelli occupazionali accettabili la legislazione nazionale ha seguito quella tendenza, autorizzandoli. Nello stesso tempo si è ridotto l’impegno per il benessere collettivo, che viene ritenuto parassitario. Ognuno, in questa prospettiva, dovrebbe fare da sé, meglio che può, secondo il suo  merito. Il prelievo fiscale, che colpisce in misura maggiore i più ricchi, è ritenuto un’ingiustizia sociale e, comunque, si è fatto inefficiente: diminuiscono quindi le risorse  pubbliche. Ne fa le spese, in particolare, l’istruzione, campo in cui l’Italia è ai livelli più bassi in Europa. In questo modo la gente, che non trova più impiego nelle lavorazioni meno sofisticate per la concorrenza dall’estero, non riesce a inserirsi in quelle a tecnologia più avanzata, partecipando di quella cultura che ancora è alla base del dominio mondiale degli europei. Le indagini statistiche rilevano la difficoltà di molti di comprendere testi semplici, come i foglietti di istruzioni delle medicine e gli articoli dei quotidiani.
  Si diffonde la paura del futuro. Diminuisce la capacità culturale di interagire con il mondo intorno. Si sogna allora di chiudere le frontiere e di tornare al passato, senza tener conto che nel passato ci sono le guerre mondiali. Indietro, comunque,  non si torna, perché la nostra vita è divenuta dipendente da un sistema di produzione che ha dimensioni mondiali e non ci si può distaccarsene se non impoverendosi molto. L’unica via per evitare le sofferenza sociali è quella di riorganizzare la società in modo da consentire che le ricchezze sociali fluiscano in tutto il corpo sociale, come il sangue nel corpo. Un metodo che si sta studiando è, ad esempio, quello del reddito di cittadinanza,  che prescinde dalla posizione dominante o di dominato che si ha sul mercato del lavoro  competitivo (competizione nella quale, in assenza di validi correttivi, pesce grosso mangia pesce piccolo e chi non ha il potere di controllare l'automazione si impoverisce).  Lasciando tutto com’è, le ricchezze tenderanno a concentrarsi in poche mani e il sistema, basato su produzione, commercio e consumi, andrà a gambe all’aria. Ma è un lavoro che non può farsi solo su scala nazionale, occorre farlo a livello continentale: abbiamo nell’Unione Europa lo strumento per farlo. Essa risponde alle storiche indicazioni della dottrina sociale, che indica la via della collaborazione internazionale in istituzioni sovranazionali quella che porta alla pace. Non è questa però quella che si sta seguendo. Si getta discredito sulle istituzioni europee. Ognuno pensa, in fondo, di poter fare per sé. L’egoismo sociale, riprovato dalla dottrina sociale, trova di nuovo qualche credito, come lo aveva nei nazionalismi che nel secolo scorso portarono a due sanguinose guerre mondiali.
 E il problema degli immigrati, dove lo mettiamo tra le cause delle nostre sofferenze sociali? Non c'è. E' un problema nel senso che accogliere tra noi gente nuova richiede un certo impegno, accade anche con i nuovi nati. Ma gli immigrati non sono la causa delle nostre sofferenze sociali. Sono vittime, come la maggior parte di noi. Però prendersela con loro è più semplice, anche se bloccare l'immigrazione è impossibile, come è stato sempre impossibile nella storia dell'umanità. Proporsi di redistribuire le ricchezze sociali mette in questione, invece, i più forti, ed è più duro. In democrazia, però, dovrebbero prevalere i più, il numero vince e quelli che ci rimettono con l'attuale organizzazione sociale sono i più. Se però li si spaventa con la minaccia dell'invasione straniera, possono perdere la testa e, innanzi tutto, perdere di vita la vera causa dei loro guai. Ecco l'importanza del capire, che dipende dal livello di istruzione che non solo si raggiunge, ma si mantiene. Ma anche dalle buone relazioni sociali che si ha, perché è attraverso di esse che si impara. Una parrocchia, ad esempio, è un buon ambiente per farlo. Lì ci si può mettere nuovamente alla scuola della grande dottrina sociale, come quella espressa nei radiomessaggi che ho citato. 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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