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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 4 febbraio 2013

Sintesi di Mario Ardigò di una relazione sul tema Le ragioni della democrazia nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, tenuto da un docente universitario all'incontro del MEIC del 31-1-13 nella Cappella universitaria dell'Università Roma La Sapienza (da appunti presi nel corso dell'intervento)


Sintesi di Mario Ardigò di una relazione  sul tema Le ragioni della democrazia nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, tenuto da un docente universitario all'incontro del MEIC del 31-1-13 nella Cappella universitaria dell'Università Roma La Sapienza (da appunti presi nel corso dell'intervento)
(non trattandosi di un intervento pubblico, per ragioni di tutela della riservatezza personale non viene indicato il nome del relatore)

 Il tema delle relazioni tra le concezioni democratiche e il cristianesimo è piuttosto complesso, perché il cristianesimo è stato ed è  storicamente una realtà pluralistica. In merito si sono manifestate varie correnti di pensiero. Il relatore pensa quindi di delimitare il tema esaminando alcuni documenti del recente magistero sociale della Chiesa che hanno seguito la pubblicazione dell'enciclica Caritas in Veritate (2009), in particolare tre discorsi pubblici del papa Benedetto 16°:  quello del 22-5-10 ai partecipanti ad un corso sulla dottrina sociale della Chiesa; quello tenuto il 17-9-10 alle autorità civili nel corso di una visita a Westminster, nel Regno Unito,  e quello del 22-9-11 al Bundestag  di Berlino.
 Il discorso del 22-5-10 venne tenuto ad un anno dalla pubblicazione dell'enciclica Caritas in veritate (2009)  e contiene spunti interessanti. Il bene comune è la finalità che, per il Papa, dà senso al progresso e allo sviluppo e quindi anche all'impegno politico. E' la cifra di un determinato modello di sviluppo. Si deve promuovere il bene comune che è composto di elementi tangibili  e di elementi  intangibili. Tra questi ultimi vi sono le istituzioni. Il fattore fondamentale per promuovere il bene comune attraverso le istituzioni è la dignità della persona umana, che comporta di esprimere, nella vita civile, la libertà, che è una caratteristica di tale dignità ed è legata alla responsabilità. Quest'opera è considerata dal Papa legata alla carità: è una via istituzionale alla carità, una manifestazione indiretta della carità. Operare in politica, nelle istituzioni, non è senza importanza nella vita di fede, perché è espressione di carità. In questo senso, la costruzione delle istituzioni è una via per manifestare al mondo di essere cristiani. Già il papa Paolo 6° sosteneva che la politica è la più alta forma di carità, ce si manifesta nel lavoro nelle istituzioni. In quest'ottica la politica ha il primato sulla finanza e l'etica deve orientare la vita civile. Quando si parla di primato non si intende però governo, perché il governo spetta all'etica. La politica deve assicurare il mantenimento di procedure democratiche (quelle in cui le teste si contano, non si giudicano), facendo funzionare le istituzioni in modo che i consociati, orientati dall'etica, possano liberamente scegliere il meglio per la società.
 Le istituzioni devono rispondere all'umana contingenza, ai problemi che di volta in volta si presentano. La politica deve ordinarle secondo il principio di sussidiarietà, sia in senso orizzontale che verticale. Queste al livello mondiale, strutturandole in modo che l'intera umanità diventi una pòlis, un'unica città dell'uomo. L'idea di bene comune, che non si sa più bene come definire, evolve nella concezione dei beni comuni, al plurale, che tiene conto della varietà dei problemi concreti. La via istituzionale alla carità deve essere di tipo poliarchico, quindi componendo un complesso di istituzioni che si coordinano al modo cooperativo.
 Nel discorso del 17-9-10 alle autorità civili di Westminster,  il papa è partito parlando del modello di ordinamento della società civile britannico, che ha giudicato conforme alla dottrina sociale della Chiesa, sottolineandone la virtù della moderazione nei rapporti tra lo stato e  i cittadini e l'esistenza di limiti  nell'esercizio dei poteri pubblici, pur con l'obiettivo di mantenere la stabilità.
  La democrazia britannica è pluralistica e si regge sul rispetto della rule of law, che imprecisamente è stata tradotta con l'espressione stato di diritto. e che invece richiama l'idea di soggezione alla legge come fonte della eguaglianza tra i cittadini e del relativo complesso dei loro diritti e doveri, contro arbitrarie discriminzioni. Secondo il Papa in questo c'è molto in comune con i principi affermati nella dottrina sociale della Chiesa.
 Il fine delle istituzioni deve essere la salvaguardia della persona umana, promuovendo il bene comune. Questo richiede che la democrazia non sia solo procedura. Le procedure non sono auto fondanti, ma hanno bisogno di un fondamento che fa riferimento alla concezione antropologica dell'essere umano come creatura a immagine di Dio.
 Il Papa ha poi affrontato il tema dell'antiperfezionismo  sociale. I regni terreni non devono mai essere confusi con il Regno dei cieli (questo anche secondo il par.25 dell'enciclica Centesimus annus, del papa Giovanni Paolo 2°). E nessuna istituzione deve mai essere fine a se stessa.
 Il bene comune è legato all'obiettivo della tutela della dignità umana, in primo luogo nella sua libertà, e può avere più oggetti concreti che variano storicamente.  Questa concezione è incompatibile con il totalitarismo, che non ammette e non riconosce il pluralismo sociale, nella pretesa di unificare la società in una società terrena perfetta. Nella pretesa di realizzare il bene assoluto, il totalitarismo nega la Chiesa e non ammette limiti derivanti da criteri oggettivi che vadano oltre la volontà della sua autorità. Deve invece essere la coscienza degli esseri umani a giudicare le istituzioni: in questo modo il potere politico è desacralizzato. I poteri totalitari tendono a distruggere o assoggettare la Chiesa quando difende la libertà di coscienza.
  Spesso si ritiene che la concezione dogmatica delle religioni contrasti con le esigenze della democrazia, ma essa in realtà vuole affermare criteri oggettivi, basati sulla coscienza delle persone, per porre limiti alle pretese totalitarie della politica e questo è conforme alla concezione democratica.
 Nel discorso del 22-9-11 al  Bundestag  di Berlino, il Papa ha parlato degli elementi fondanti dello stato liberale di diritto. Essi devono essere di natura extraprocedurale, spirituale. Bisogna sottrarre la politica alla cultura del relativismo, che il relatore preferisce definire dell'indifferentismo. Nella tradizione liberale le differenze sono considerate una ricchezza, ma bisogna anche tener conto di quei fondamenti spirituali, perché essi sono, come è stato osservato, ciò che distingue lo stato da una banda di briganti.
 Come sostenne Giovanni Paolo 2° nel par.25 dell'enciclica Centesimus annus (1991), gli esseri umani tendono al bene, ma sono capaci anche di male, possono trascendere il proprio interesse, ma possono anche rimanervi legati. Tuttavia essi non sono condannati al male. Il male sociale va fronteggiato con istituzioni orientate dall'etica.
 Il relatore ha esaminato poi un discorso tenuto il 7-6-99 dal papa Giovanni Paolo 2°, in cui fu considerata l'esemplarità della figura del padre Massimiliano Kolbe. Secondo quel Papa, padre Kolbe, con il suo sacrificio, riportò una vittoria simile a quella di Cristo sulla croce. Potremmo anche finire in minoranza, ma non siamo autorizzati a cercare scorciatoie. In casi estremi occorre avere il coraggio dell'obiezione di coscienza, di ubbidire alla norma morale subendo le sanzioni di una legge ingiusta, quando il lavoro nelle istituzioni non consenta  di perseguire il bene comune.
 All'obiezione del presidente di aver utilizzato solo parole dei papi per trattare del  tema dell'incontro, il relatore ha risposto che si  è trattato solo di un espediente retorico, di un punto di partenza per una riflessione più articolata. Vi è senz'altro una diversità tra pensiero sociale cattolico  e dottrina sociale della Chiesa. Nel passato la Chiesa ha rincorso la riflessione comune dei cattolici sullasocietà, il pensiero sociale cattolico appunto, ma di recente, anche per la fine del problema costituito dal confronto con i sistemi del socialismo reale, le cose sono cambiate e si è proseguito nella direzione indicata dall'enciclica Populorum progressio (1967) del papa Paolo 6°. Dobbiamo prendere atto di queste nuove aperture e possibilità di azione.
 In risposta ad una domanda, il relatore ha detto che nel testo italiano dell'enciclica Caritas in veritate  ci sono alcune parole tradotte in modo non soddisfacente, ad esempio dove si parla di governo della globalizzazione, lì dove invece nel testo latino si faceva riferimento all'idea di governance, che non significa governo, ma concertazione tra le istituzioni, e quindi, trattando di governance della globalizzazione, non si intendeva auspicare un governo monolitico a livello mondiale.

 

 

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