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venerdì 23 novembre 2012

Riceviamo e volentieri pubblichiamo: intervista a Chiara Finocchietti, socia del nostro gruppo parrocchiale di A.C.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo: intervista a Chiara Finocchietti, socia del nostro gruppo parrocchiale di A.C.

[Da L’eredità viva del Concilio, a cura di Gianni Borsa, Editrice AVE, 2012]

Lo sguardo è quasi naturalmente orientato sull’intero mappamondo. Chiara Finocchietti, infatti, è una geografa. I suoi studi e la sua attività professionale spaziano fra i diversi continenti. Eppure ha i pieni ben piantati in Italia: romana, “volto noto” dell’Azione cattolica, per la quale è stata consigliere nazionale e poi vicepresidente per il settore Giovani. «In Ac – racconta – ho avuto la fortuna di vivere l’esperienza associativa ai suoi diversi livelli, parrocchiale, diocesano, nazionale e internazionale». Oggi infatti è responsabile del Coordinamento giovani del Fiac, Forum internazionale di Azione cattolica: una riflessione a partire dall’eredità conciliare con lei si indirizza oltre i confini nazionali.

Cosa ha da dire a un giovane del terzo millennio il Concilio Vaticano II, grande avvenimento ecclesiale svoltosi nella prima metà degli anni ‘60? Come ne ha conosciuti i lineamenti storici e gli esiti pastorali?
Prima ancora di studiarlo, in Azione cattolica il Concilio l’ho vissuto. Potrei raccontare questa esperienza di vita attraverso tre luoghi. Il primo è l’Albania. Il gruppo giovani della mia parrocchia si è recato per molti anni in questo paese, da quando, a partire dagli anni Novanta, la Chiesa italiana e con essa l’Ac si sono impegnate per la ricostruzione morale, spirituale e umana di questa nazione annichilita da decenni di totalitarismo. Da giovanissima aspettavo anch’io la possibilità di partire, zaino in spalla, per il campo parrocchiale estivo nella terra delle Aquile: bisognava infatti essere maggiorenni. Quando finalmente ho potuto unirmi al gruppo, ho avuto l’opportunità di vivere un’esperienza di Chiesa e scoprire una realtà che non avrei immaginato: l’incontro con tantissimi ragazzi e giovani della diocesi che ci ospitava, che ogni giorno aspettavano che salissimo le rovinose strade non asfaltate fino ai diversi villaggi per condividere una settimana di lavori, attività e gioco comune; l’amicizia con i missionari, laici e religiosi, che con fede incrollabile e testimonianza esemplare ci mostravano concretamente, ogni giorno, come fosse possibile impegnarsi per costruire un mondo più umano in quel pezzetto di terra a pochi chilometri dall’Italia; la violenza culturale e morale e la deprivazione spirituale portata dai regimi che l’avevano governata. Ebbene, una delle attività che avevamo realizzato con i giovani era stata quella di leggere e attualizzare la parabola dei talenti, e poi di recitarla in albanese davanti ai più piccoli la domenica a messa. In quell’occasione lo stupore dei più grandi e dei più piccoli, l’attenzione e il silenzio incredibili che hanno accompagnato la drammatizzazione, le reazioni e le “risonanze” che la lettura del Vangelo, senza “abbellimenti” e eccessive attività, ha portato, mi hanno fatto sperimentare concretamente il valore della centralità della Parola come è descritto nella Dei Verbum, e che cosa significa per l’Ac vivere la missio ad gentes.

Parlava di tre luoghi. Dopo l’Albania, vediamo il secondo.
Il secondo luogo è stato Colonia, in Germania. Lì, in occasione della Giornata mondiale della gioventù del 2005, insieme ad altre ragazze e ragazzi italiani abbiamo contribuito all’organizzazione dell’incontro dei giovani di Ac dei diversi paesi del mondo, organizzato dal Forum internazionale di Azione cattolica. In quell’incontro centinaia di under30 provenienti dai diversi continenti si sono ritrovati per conoscersi, pregare, fare festa insieme: ho visto persone che, pur parlando lingue diverse e provenienti da luoghi e culture differenti, erano accomunate dalla stessa fede e dalla medesima appartenenza ecclesiale. Anche qui, se dovessi sintetizzare con un’immagine il senso di quell’incontro, lo farei con il momento della recita del Padre nostro durante la preghiera. Quando abbiamo cominciato a pronunciare le parole di questa preghiera, ho sperimentato un pizzico di disorientamento e allo stesso tempo di emozione: per la prima volta non ho riconosciuto il suono dell’italiano, ma un mormorio diffuso di lingue diverse, in cui nessuna emergeva sulle altre, che pure stavano invocando lo stesso Padre. Per me Colonia ha significato la scoperta del significato del termine “chiesa universale”, e l’incontro con una realtà di laici che anche oltre i confini nazionali scelgono di incontrarsi e camminare insieme, “dal basso”, non convocati dalla gerarchia. Credo di aver inteso lì per la prima volta che cosa significa che la Chiesa è popolo di Dio, come è scritto nella Lumen Gentium.

E il terzo ambiente nel quale ritiene di aver sperimentato l’eredità del Concilio?
In questo caso ho in mente una situazione piuttosto difficile per me. Durante il mio percorso di studi all’università ho vissuto un anno a Stoccolma nell’ambito del programma europeo Erasmus, ed è stata un’esperienza di fortissima solitudine spirituale. Ho incontrato un paese dove la tradizione cristiana era fortissima (una tradizione che avevo conosciuto prima di partire soprattutto attraverso le sue espressioni culturali, con quelle di autori come Ingmar Bergman), ma dove la realtà attuale era segnata da secolarizzazione, e più semplicemente, assoluta indifferenza alla dimensione religiosa. Sono passata dall’impegno totalizzante dell’Ac nella mia parrocchia romana alla vita in una comunità di giovani di tutta Europa e di tutto il mondo: circa 700 studenti internazionali durante il mio stesso anno accademico; io ero in contatto più o meno diretto con circa un centinaio di coetanei. Nessuno fra loro, tranne io e un’altra ragazza italiana, era cattolico credente o praticante. L’unica messa cattolica in inglese era la domenica mattina presto - non proprio in un orario da giovani studenti universitari! - in una chiesa in città, molto lontana dal campus dell’università. Tante volte mi sono chiesta come fosse possibile che ragazzi miei coetanei, così brillanti, intelligenti, e molti di loro anche sensibili anche su tanti temi etici, di giustizia e di impegno civile e sociale, fossero così “sordi” alla parola di speranza del Vangelo. Il mio anno a Stoccolma mi ha fatto interrogare: davvero la Chiesa può essere “afona”? Come è possibile che la Parola di una vita piena e bella non raggiunga i cuori di tutti i giovani? Davvero le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi sono quelle della Chiesa, e l’ottimismo del Concilio e della Gaudium et Spes è ancora possibile?

Interrogativi piuttosto profondi, schietti. Come è proseguita la sua riflessione?
Mi sono convinta in realtà che il Concilio ha avuto parole splendide per i giovani: il messaggio finale a loro dedicato è uno dei testi più belli di tutto il Vaticano II, la dolcezza e la forza con cui i giovani sono chiamati a costruire un mondo migliore dell’attuale è un richiamo che provoca ogni intelligenza. E anche il fortissimo monito «ad allargare i propri cuori ai confini del mondo» suona come un percorso concreto da seguire. Ancora di più oggi, in cui la globalizzazione è un dato di fatto e i giovani si muovono tra i cinque continenti: proprio a noi giovani tocca dunque l’impegno di trovare parole e gesti concreti di fraternità e amicizia tra persone che vivono lingue e culture diverse. Il monito dei padri conciliari suona come un pungolo per scacciare i vizi contemporanei del menefreghismo, della tentazione dell’ignoranza, dell’indifferenza e dell’accidia spirituale.

Nell’era di internet, le nuove tecnologie possono essere strumenti utili per creare contatti, per costruire amicizie, per condividere soprattutto fra i più giovani almeno alcuni aspetti della fede nel Vangelo e nell’umanità? Possono essere utili anche nella vita di un’associazione laicale come l’Ac presente nei diversi continenti?
Oggi globalizzazione o internazionalizzazione per un giovane significa non solo viaggiare, ma anche mantenere una rete di contatti a livello mondiale attraverso le nuove tecnologie e i social network. Una mail, un post, un messaggio permettono di rompere il muro della distanza, di condividere l’impegno dei giovani e di tutta l’Ac di una diocesi o di una nazione in un momento di difficoltà, o di almeno conoscere le loro attività ordinarie, di scambiare foto e racconti. Per me le nuove tecnologie hanno significato soprattutto la possibilità di crescere insieme ad amici coetanei, di Ac e non, scoprire i loro piccoli e grandi eventi personali (la gioia per una laurea, il nuovo lavoro, il fidanzato o la fidanzata che poi è diventato la compagnia della vita, e adesso comincia anche qualche nascita!), l’impegno personale e comunitario in associazione, il volto delle Chiese locali. Insomma, forse anche questo è un dono del Concilio: scoprire che ciò che viene dall’intelligenza e dal cuore dell’uomo, così come per esempio le nuove tecnologie, pur con tutte le loro luci e ombre, possono essere anch’essi strumenti per edificare la Chiesa come comunità e per «allargare i cuori ai confini del mondo».

Le celebrazioni per il cinquantesimo di apertura del Concilio si inseriscono in un quadro ecclesiale più ampio, in cui figurano anche l’avvio dell’Anno della fede voluto da papa Benedetto XVI e del Sinodo sulla “nuova evangelizzazione”. In quale modo, a suo avviso, si intrecciano fra loro questi eventi?
Come viene detto anche nell’Instrumentum Laboris del Sinodo, è proprio nel Concilio che va cercata l’origine del rilancio dell’azione evangelizzatrice della Chiesa: un impegno, quello del Concilio, che nasceva anche per dare riposte al disorientamento creato dai cambiamenti in atto, riposte improntate non al pessimismo o alla rinuncia ma alla “forza ricreatrice della salvezza”.
Un modo di vivere in pienezza l’anno della fede e l’impegno per una nuova evangelizzazione è quello di essere fedeli al concilio, e spendere nella nostra vita quotidiana di credenti il patrimonio che ci offre: per esempio il valore della testimonianza, e in particolare della testimonianza comunitaria dei laici e del laicato organizzato. Spesso l’incontro con una persona, la sua testimonianza, apre a delle domande, a una ricerca spirituale: se dietro la testimonianza di un singolo c’è una comunità che accoglie e accompagna questo percorso di ricerca, è molto più facile che dalla domanda di un “oltre” nasca un cammino stabile che può diventare di fede. In secondo luogo è in questa esperienza di chiesa, come può essere quella dell’Azione cattolica e dell’associazionismo in generale, che può nascere la forza e la preparazione di una testimonianza da portare in tutti gli ambiti della vita, nella cultura, nell’economia, nella politica, nelle frontiere come quella dell’immigrazione. Un terzo “dono” del Concilio che l’anno della fede e l’impegno per la nuova evangelizzazione ci chiama a riscoprire è quello dell’universale chiamata alla santità, da vivere in prima persona: un impegno che può sembrare difficile, ma nel quale siamo accompagnati da tanti compagni di viaggio, che sono come “lanterne accese” in questo cammino di testimonianza e di carità: penso tra tutti a giovani normalissimi come Pier Giorgio Frassati, che nella loro vita ordinaria hanno dato una testimonianza straordinaria di amore evangelico.

I giovani possono essere protagonisti di una nuova evangelizzazione nel nostro tempo e nel nostro mondo?
Riprendendo ancora il messaggio del concilio ai giovani, è a loro che spetta il compito di raccogliere il meglio dai propri padri e maestri, per formare la società di oggi, e dunque “vivere o perire” con essa. Con il Concilio la chiesa ha mostrato di essere “giovinezza del mondo”, cioè di possedere quello che fa la forza e la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste. La sfida della nuova evangelizzazione passa dai giovani, dalle loro mani, dal loro cuore, dalla loro intelligenza: dalla loro capacità di mostrare al mondo un volto non molto diverso da quello di un giovane palestinese di duemila anni fa.

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