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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 29 novembre 2012

La parrhesia* evangelica

La parrhesia* evangelica

*parrhesia: vocabolo del greco antico. Significa franchezza, libertà nel parlare. Parlare pubblicamente, apertamente, coraggiosamente

…in condizioni di innegabili (ma non imprevedibili) necessità, piuttosto che tacere tutti, occorre che qualcuno si assuma l’iniziativa –non per velleità di protagonismo, ma con cuore umile e mosso solo da “parrhesia” evangelica- di professare pubblicamente la legge evangelica dell’amore e del rispetto dovuto ad ogni uomo
“Parlerò delle tue testimonianze davanti ai re
e non ne avrò vergogna” (Sa 119,46)
 E poiché ciò avvenga occorre che –nelle forme e con lo spirito dovuti, sempre di più nell’educazione interna e nella formazione della Chiesa di Cristo di faccia spazio non solo ai singoli episcopati, orientandoli a una coscienza eclesiale propria ma non nazionalista, veramente “cattolica” ma che anche si dia respiro alle grandi componenti in cui si articolano le Chiese locali, specialmente le loro associazioni qualificate di laici: perché divenga sempre più vero quello che si dice, e cioè che ai laici particolarmente spetta intervenire direttamente nella costruzione politica e nella organizzazione della vita sociale, agendo di propria iniziativa e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.
 …occorre compiere una revisione rigorosa di tutto il proprio patrimonio culturale e specialmente religioso, purificandolo radicalmente da ogni infiltrazione emotiva e da ogni elemento spurio che non attenga al nucleo essenziale della fede e che possa favorire anche solo in maniera indiretta ritorni materialistici o idealistici capaci di alimentare miti classisti, nazionalisti, razzisti ecc.
[Da Non restare in silenzio mio Dio, di Giuseppe Dossetti, introduzione scritta per il volume di L. Gherardi, Le Querce di Monte sole; ora in Giuseppe Dossetti – La parola e il silenzio – Discorsi e scritti 1986-1995, Paoline Editoriale Libri, 2005, €22,00]

 Su certi temi religiosi è inutile cercare istruzioni nei vari catechismi in commercio. Si tratta infatti di materie sulle quali ancora si discute e si sperimenta e non si è ancora trovata una posizione stabile, se non definitiva. In particolare questo accade per quanto riguarda l’impegno  religioso nei laici nella storia per influire sulla costruzione degli ambienti umani e delle società.
 Occorre riassumere brevemente alcuni punti che ho trattato precedentemente:
a) alle origini, diciamo nei primi quattro secoli della nostra era, le Chiese   cristiane erano ben distinte dalle istituzioni civili, alle quali prestavano  obbedienza in ciò che non contrastava con doveri religiosi ma sentendosi  come stranieri (“ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria è terra       straniera”, citazione dalla Lettera a Diogneto, scritto anonimo che si fa      risalire alla fine del secondo secolo della nostra era);
b)dal quarto secolo il cristianesimo diviene l’ideologia unificante dei sistemi          politici delle nazioni dominate dalle istituzioni imperiali romane e poi,          nell’Europa occidentale dei sistemi politici succeduti al crollo delle istituzioni          imperiali romane; in questa nuova situazione si instaura una dialettica, fatta   di accordi e scontri tra le autorità religiose e quelle civili, in cui i popoli        vengono in rilievo essenzialmente quali sudditi di una specie di condominio    in cui è molto importante stabilire chi comanda nelle varie questioni,  a       seconda che abbiano rilievo esclusivamente o prevalentemente religioso o    rilievo civile; oggi può sembrare strano, ma, in queste dinamiche e  concezioni, la pace tra i popoli non è un veramente un valore nella prassi   politica, compresa quella delle autorità religiose; non lo è neanche  l’autodeterminazione dei popoli (le concezioni democratiche contemporanee          sono molto lontane);
c) dal Cinquecento comincia ad affermarsi l’idea che i sistemi sociali possano   essere mutati per corrispondere ad esigenze razionali. Si tratta dei   movimenti ideali precursori delle concezioni democratiche contemporanee.   In queste epoche i popoli cristiani sono dominati da monarchie ereditarie, che si sentono minacciate dalle nuove idee. Il Papato solidarizza con le        dinastie monarchiche  diventa una forza di reazione. Questo atteggiamento si inasprisce di fronte ai sommovimenti politici della fine del Settecento e poi  nell’Ottocento. I movimenti democratici vengono essenzialmente concepiti    dai Papi come fonte di disordine sociale e di disubbidienza anche alle          autorità religiose. In Italia la situazione è particolarmente grave perché    l’unità nazionale si costruisce anche contro  il Papato, che domina Roma. Le         ultime condanne papali della democrazia, sia pure orientata in senso     cristiano, risalgono agli inizi del Novecento;
 d) la situazione muta molto con l’esperienza delle due Guerre Mondiali del          Novecento (1914/1918; 1939/1945) e, in particolare, in nel confronto con i          regimi totalitari fascisti e nazisti (la Chiesa cattolica invece in quel periodo       non fece esperienza diretta del totalitarismo sovietico, in quanto quest’ultimo  dominava nazioni cristiane ortodosse); in quell’epoca comincia a diventare   centrale il tema del perseguimento della pace universale e perpetua non più       solo mediante accordi con i capi delle nazioni (che con i capi fascisti, nazisti non avevano funzionato e che non si era neppure potuto iniziare a intavolare        con i capi sovietici), ma attraverso un’azione collettiva di masse illuminate;
e) da quell’esperienza, dalla quale la posizione morale del Papato esce          gravemente pregiudicata pur se la nuova Europa era andata strutturandosi          anche in base si riallaccia a principi     cristiani soprattutto per merito di movimenti laicali che, allontanandosi   dall’atteggiamento prudenziale del       Papato, avevano partecipato alla resistenza europea contro i fascismi e i        nazismi, scaturì un diverso atteggiamento verso la democrazia, vista ad         un certo punto come una forza che poteva impedire il riaffacciarsi dei         totalitarismi. Richiamo il celebre Radiomessaggio Natalizio del 1944 del        papa Pio 12°:
 Il problema della democrazia
 Inoltre — e questo è forse il punto più importante —, sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
 Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
 In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?”

f)  Bisognerà però arrivare agli anni Sessanta, al Concilio Vaticano 2° (1962-         1965)  e all’enciclica Populorum Progressio  (1967) del papa Paolo 6°, perché il Papato chieda ai popoli cristiani una autonoma e originale iniziativa  dei laici cattolici  per la realizzazione di un ordine giusto e pacifico.
 Siamo arrivati ai tempi nostri, caratterizzati da discussioni e sperimentazioni sul tema dei rapporti tra impegno religioso, promozione umana, in particolare elevazione degli umili,  e contrasto  di strutture sociali di peccato, in esso compresa la liberazione degli oppressi. Il fine è di pacificare la società costruendo ordini sociali  fondati sulla giustizia (per il legame che biblicamente si vuole vedere tra giustizia  e pace). Tuttavia si è vista che un’azione di pacificazione di questo tipo può non essere del tutto o per nulla pacifica, richiedendo di combattere le forze che promuovono e mantengono l’ingiustizia. In Italia questa è stata appunto l’esperienza storica delle forze cattoliche che aderirono alla resistenza armata al fascismo e all’occupante nazista, tra il ’43 e il ’45: si definivano ribelli per amore.
 Il più notevole tentativo di costruire un movimento di quel tipo, che si situasse tra l’organizzazione ecclesiale in senso proprio e le organizzazioni della società civile, non caratterizzate religiosamente, è stato quello delle varie teologie della liberazione, che originarono negli anni Sessanta e vennero duramente contrastate e represse, in particolare sotto il Papato di Giovanni Paolo 2°, per motivi prettamente teologici e per motivi politici, in quanto le si sospettava di cedimento alle ideologie marxiste e di assecondare i disegni sovietici nell’America latina.
 Negli anni ’80 e ’90 abbiamo assistito ad un forte attivismo politico internazionale, nel senso di cui dicevo, da parte del papa Giovanni Paolo 2°. Esso lasciò poco spazio ad autonome iniziative laicali. Si affermò in questo il modello di impegno laicale della Polonia, molto legato al collegamento con i vescovi. In Italia, dopo la fine dell’esperienza unitaria democristiana, poco spazio è stato lasciato ai laici e sui temi specificamente politici con rilevanza religiosa ha inteso esercitare un’azione di coordinamento la Conferenza Episcopale Italiana. Negli ultimi due anni ha ripreso ad essere molto attiva anche la Segreteria di stato Vaticana, qualche volta con iniziative che divergevano dalle concezioni della Conferenza Episcopale Italiana. Insomma, il laicato italiano è continuato ad essere quel brutto anatroccolo di cui ha parlato Fulvio De Giorgio nel suo bel libro omonimo del 2008.
 Un momento di particolare tensione si ebbe al tempo del referendum abrogativo in merito ad alcune norme della legge sulla procreazione assistita (2005), in cui la gerarchia cattolica aveva, indirettamente naturalmente, consigliato l’astensione, per non far raggiungere il numero minimo di votanti perché la consultazione fosse efficace e invece diversi cattolici decisero di andare a votare, pur votando contro l’abrogazione della legge (che era conforme alle concezioni dei vescovi). Volarono parole grosse tra laici schierati su posizioni opposte. Chi era conosciuto come cattolico e andava a votare veniva visto come in aperto dissenso con la gerarchia. In quell’occasione si manifestò chiaro il problema aperto dall’attivismo autonomo che si era iniziato a pretendere dai laici cattolici: esso doveva necessariamente svolgersi con metodi democratici e quindi rispettando la dignità morale e la libertà di coscienza di ciascuno. Questa convinzione fa fatica ad affermarsi nella nostra Chiesa, dominata da una gerarchia che rifiuta il metodo democratico nei compiti che sono suoi propri, ma è costretta a tollerarlo nell’azione nella società, se vuole veramente coinvolgere le masse nello sviluppo di una società ispirata a valori religiosi.
 Le cose si sono complicate ulteriormente per l’alta laicizzazione delle attuali formazioni politiche dalla metà degli anni 90, per cui l’adesione a un determinato orientamento religioso, ad esempio alla dottrina sociale della Chiesa, non è più presentato come caratterizzante e da tutti si fa professione di tolleranza e multiculturalismo. Ma sono più complicati anche i problemi e i dilemmi davanti ai quali ci si trova. Vi è la necessità di ragionare bene sulle cose e sugli effetti delle proprie decisioni, in uno spirito che, in democrazia, non può tener conto solo degli interessi della propria parte, fosse anche la propria Chiesa, ma del bene di tutti i consociati. E allora certi sbrigativi appelli a votare questo o quello, che sicuramente verranno anche in occasione delle prossime elezioni politiche, come sono venuti nel passato, vengono accolti spesso con fastidio, perché gli anni del dopo Concilio non sono stati senza effetto e quindi non si tollera più umiliarsi nell’atteggiamento di sudditi di un potere indiscutibile, fosse anche a base sacrale, ma ci si sente impegnati a un atteggiamento responsabile che impone di capire e di convincersi bene sui vari temi. L’autorità, nelle cose della politica e, in genere, della costruzione delle società umane, la Città dell’uomo di Lazzati, non va data per scontata, ma deve essere conquistata giorno per giorno con buoni argomenti ed esempi edificanti.
 L’Azione Cattolica si sente particolarmente impegnata nell’azione di formazione delle coscienze necessaria per svolgere responsabilmente la missione che ai laici compete nel mondo di oggi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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