INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

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-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

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sabato 7 aprile 2012

Sabato Santo

Sabato Santo

ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A colore che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi. Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero dell’inferno.

da La discesa agli inferi del Signore, antica “Omelia sul sabato santo”, nell’Ufficio delle letture del Sabato santo.

 Per quanto a certi discorsi si faccia l’abitudine nelle nostre collettività religiose, divenendo ricorrenti consuetudini, bisogna riconoscere che la fede, a pensarci bene, sorprende sempre nella sua potenziale radicalità e smisuratezza. Già gli antichi ci ragionarono e scrissero molto su. Dai loro concetti derivano le espressioni con le quali ancor oggi tentiamo di rendere l’idea di ciò che intendiamo proclamare.
 Certamente sotto il profilo delle cose e delle istituzioni si avverte sempre il bisogno del nuovo, di una revisione dei lasciti del passato. Lo studio della storia può convincerci che quasi nulla di ciò che, in una prospettiva religiosa, è stato realizzato e  costituito ci è stato tramandato tale e quale fin dai primi tempi e può considerarsi essenziale e meritevole di durare per sempre. Ad esempio tutte le creazioni artistiche, gli edifici, anche quelli veramente molto belli che abbiamo ricevuto dai secoli passati e, probabilmente, anche un certo modo di esercitare l’autorità e la disciplina, di vivere come collettività, di impersonare e praticare alcuni ministeri, di distinguere ciò che compete a un maschio o a una femmina e via dicendo.
 Ma indubbiamente c’è un fondamento che non tollera innovazioni, che va tramandato come è stato ricevuto. Non saprei definirlo bene, anche se lo percepisco emotivamente e vi rimango molto attaccato, specie nelle nostre feste, in giorni come quelli che stiamo vivendo. Esso è appunto ciò che distingue una fede religiosa da altri tipi di convinzioni ideali.  In esso tutte le epoche dei millenni passati mi sono contemporanee e vivo come mio presente gli antichi racconti che riguardano gli ultimi giorni del nostro primo maestro e i primi delle nostre comunità, da quell’evento prodigioso che, come ci raccontarono, scosse cielo e terra.

 Mario Ardigò, Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

venerdì 6 aprile 2012

Il regno dei cieli: effettivamente un nuovo ordine?

Il regno dei cieli: effettivamente un nuovo ordine?

Il regno dei cieli  è finalmente aperto. Cristo, da solo, per primo, vi entra glorioso, s’inaugura una nuova forma di vita, un nuovo ordine, sovrumano, soprannaturale, che si pone come termine della vita presente, come l’oceano verso cui essa scorre, se risolve a suo vantaggio la tremenda alternativa finale, fatalmente, felicemente.

 Da un discorso pronunciato il 15-5-58 dal mons. Giovanni Battista Montini, all’epoca arcivescovo di Milano, nel Duomo di Milano

 Le ambizioni di uno spirito religioso sono smisurate. Esse sono costantemente contraddette dalla realtà così com’è, anche in civiltà che non sono ostili alla fede o che addirittura pretendono di fregiarsene. Eppure non sono mai sopite e quando rimangono confinate nell’animo dell’individuo, senza poter trovare le parole e i gesti che le possano esprimere agli altri e con altri, a volte si sente che manca qualcosa di importante. Questo vale soprattutto per le persone che sono rimaste immerse nella religione in momenti importanti della loro vita.
 Nelle cose della fede svolge un ruolo importante l’immaginazione. Alcuni maestri di spiritualità invitano a liberarsene, ad un certo punto. Essa infatti presenta dei rischi. In religione si insegna appunto a controllarla, seguendo  quegli insegnamenti, derivati da esperienze passate, ai quali ci riferiamo quando parliamo della tradizione. Ma, a certi vertici della mistica si contempla, proprio nella sua oscurità, ciò che non appare e che si rinuncia anche solo a immaginare.
 Nella fede possiamo pensare di essere impegnati in un’opera di salvazione che ha la sua meta nella realizzazione di un mondo totalmente nuovo. Questo travalica di molto la realtà come in genere la sperimentiamo. In essa, salvare anche una sola persona richiede una dedizione infinita, spesso superiore alle forze individuali e anche a quelle organizzate. E si tratta in genere di una salvazione precaria, che vale per un certo tempo. Infatti, ad esempio, per quanto ci sforziamo con molto impegno, a volte non riusciamo a trattenere in vita nemmeno coloro che amiamo, e per cui ci spendiamo con tutte le forze; figuriamoci gli altri, prossimi, meno prossimi e lontani. E’ chiara, quindi, la ragione per cui quella di salvezza universale è idea che collochiamo in genere nel soprannaturale. La tradizione religiosa, che esprime la sapienza del passato, ci conferma in questa opinione. E ci tramanda i modi per esprimere questa visione di fede, proponendoci immagini per la nostra elevazione verso di essa.
 Storicamente le religioni hanno popolato, in modo immaginifico, il soprannaturale di esseri personali, agganciandovi le loro cosmogonie. Accade anche nella nostra fede. Nella nostra religione, però, il centro di tutto è individuato in una persona che realmente è stata tra noi, in un vivente che riteniamo essere stato uomo tra gli uomini e che, sulla base di una tradizione, riconosciamo come l’alfa e l’omega, il principio e la fine. Pensiamo che, quindi, in lui la salvezza universale sia effettivamente già iniziata: egli, per noi, è infatti il salvatore, per antonomasia. Ci salva traendo tutto a sé, come lasciò detto. In religione, un’idea di questo tipo può riempire la vita. Nella nostra liturgia ogni anno però si celebra, in un giorno, il Venerdì santo, l’esperienza di un mondo in cui tale immensa speranza di salvezza va delusa. Si tratta, in fondo, del modo in cui solitamente vanno le cose. Non c’è difficoltà a credere che il fondatore di un movimento in forte contrapposizione con le culture umane del tempo in cui vive finisca male. Il fondamento della nostra fede non sta però in questo, ma nella fiducia nella sua risurrezione.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.

mercoledì 4 aprile 2012

Dal presidente: a) Incontro di martedì santo 3-4-12 e b) Storie di Azione Cattolica (1)

Dal presidente: a) Incontro di martedì santo 3-4-12 e b) Storie di Azione Cattolica (1)

L’incontro di martedì santo 3 aprile del gruppo AC di San Clemente

 Bella riunione, quella di martedì santo. Riunione di emozioni, di meditazione e di coinvolgimento personale sulle immagini e sulla grande musica dedicate alla passione di Gesù. Sullo schermo corrono le immagini in bianco e nero del Vangelo secondo Matteo di Pasolini con le scene del processo, della via crucis, della morte e resurrezione di Gesù, ambientate a Matera e Ginosa. E a schermo buio, privo di immagini, si ascoltano le parole "Voi udrete con le orecchie ma non intenderete e vedrete con gli occhi ma non comprenderete, poiché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile e hanno indurito le orecchie e hanno chiuso gli occhi per non vedere con gli occhi e non sentire con le orecchie"; è la profezia di Isaia, richiamata in Matteo 13, letta da Enrico Maria Salerno, che ha il potere di provocarci nel profondo.  Bellissima la scena finale della resurrezione, con la colonna sonora del Gloria della Missa Luba congolese.
  Dopo il film ascoltiamo tre brani musicali, molto diversi tra loro, ma tutti testimonianza della eco che Gesù ha avuto nella cultura mondiale. Il primo brano, settecentesco, è il Miserere di Saverio Selecchy, colonna sonora della processione del venerdì santo a Chieti, cantato dal coro potente delle voci e accompagnato dal lamento dei violini. Risuonano le note del salmo 50: Miserere mei Deus seundum magnam misericordiam tuam. Amplius lava me ab iniquitate mea et a peccato meo munda me: Miserere mei Deus. Il secondo brano è il celebre coro iniziale (Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen) della Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach. La corale delle voci bianche invoca O agnello di Dio, senza colpa immolato sulla croce, sempre paziente anche quando fosti schernito. Su di te hai preso tutti i peccati, salvandoci dalla perdizione. Abbi pietà di noi o Gesù. E infine una canzone di Francesco Guccini, scritta nel 1965 ma cantata ininterrottamente fino ad oggi, Dio è morto. Le strofe finali di Guccini sono diventate la nostra preghiera finale, recitata in coro: Io penso / che questa mia generazione è preparata / a un mondo nuovo e a una speranza appena nata / ad un futuro che ha già in mano, / a una rivolta senza armi, / perché noi tutti ormai sappiamo / che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge, / in ciò che noi crediamo Dio è risorto, / in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, / nel mondo che faremo Dio è risorto!
Buona Pasqua: Dio è risorto!

Storie di Azione Cattolica (1)

  Nelle sue riflessioni del 31 marzo (Buttarsi nella mischia) Mario Ardigò ha evocato l’incipit del capitolo 3 del libro del profeta Gioele: io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni.
 Questa citazione mi ha spinto a ritrovare nella mia biblioteca un libricino dal titolo “Gli anziani faranno sogni – Azione Cattolica - Memoria e profezia”. E’ una storia dell’Ac scritta da mons. Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia ma anche antico assistente centrale dei movimenti lavoratori e rurali di AC. Dieci capitoli (e un’appendice di documenti riservati) ripercorrono rapidamente una storia ultracentenaria senza tacere i momenti più difficili, dal rapporto con il fascismo alla crisi Rossi del 1954. Lo spirito sanguigno dell’autore si manifesta soprattutto nella sua passione per la pastorale d’ambiente rispetto alla tradizionale impostazione della pastorale parrocchiale e nell’analisi dei rapporti interni all’associazione tra movimenti d’ambiente (studenti, universitari, lavoratori, rurali, maestri, laureati) e i tradizionali settori (ragazzi, giovani, adulti). Ai suoi lettori Mons. Casale dedica alcune parole introduttive che riproduciamo. Sognare non è un atteggiamento da perditempo. Chi sogna non evade dalla realtà in cui vive, ma vi sa scorgere i segni di una speranza nuova, al di là degli insuccessi, delle difficoltà, delle apparenti sconfitte. Ciò vale, soprattutto, nella vita della Chiesa. In essa si confrontano le accortezze e le debolezze umane e la forza misteriosa dello Spirito, che sembra talvolta sopita, ma che, in definitiva, irrompe e fa riscoprire e vivere la bellezza del Vangelo. Ad una condizione irrinunciabile. Che tutto il popolo di Dio viva pienamente la sua missione, nel rispetto di ciò che spetta ai fedeli, ai «Christifideles», e ciò che è compito della Gerarchia. Gli squilibri, le unilateralità in una realtà che è fondata e chiamata a vivere nella «comunione» sono pericolosi. Lo è un laicato che si limiti a sterili rivendicazioni. Lo è un’autorità che diventi paternalista, tema l’iniziativa dei laici, controlli con sospetto il loro impegno nella vita sociale. Dopo la fervida «stagione conciliare» paure e incertezze hanno favorito un ripiegamento dentro le sicure barriere della «disciplina ecclesiastica», con il pratico ritorno dei laici al rango di esecutori di direttive clericali. Molto lavoro viene svolto, oggi, a livello nazionale e locale. Ma, è bene ripeterlo, è quasi sempre opera dei vescovi, del clero, di uffici di Curia, di addetti ai lavori. Manca la collaborazione della gente che vive i problemi quotidiani, nella fatica del lavoro, nel confronto con gli interrogativi della scienza e della tecnica, nello sforzo di comporre le esigenze etiche con la prevalente mentalità consumistica. E’ questo il compito delle organizzazioni di apostolato dei laici. Esse debbono farsi eco delle attese di un’umanità che sta vivendo un momento di profondi cambiamenti e vuole essere accompagnata nel difficile compito di vivere il Vangelo nelle quotidiane situazioni di vita. Per questo scopo non bastano i grandi spettacoli religiosi di masse osannanti. Ci vuole un assiduo lavoro di formazione che, partendo dalla «revisione di vita» in gruppi che hanno problemi comuni, giunga alla formazione di coscienze cristiane, capaci di affrontare la vita con coerenza e libertà.

(Giuseppe Casale, Gli anziani faranno sogni – Azione Cattolica – Memoria e profezia, Edizioni Borla, Roma, 2004, pagine 152, € 13)


martedì 3 aprile 2012

La “solita” Messa: mie esperienze e riflessioni

La “solita” Messa: mie esperienze  e riflessioni

  Alcune delle esperienze fondamentali per la mia fede le ho fatte tra gli scout cattolici dell’ASCI.
 Una volta, un’estate di tanti anni fa, da “lupetto”. mi trovavo in campeggio da qualche parte nel Lazio, non ricordo più dove, in una casa di religiosi con un bel giardino intorno.  Ad un certo punto ci venne chiesto di scrivere una specie di diario, raccontando una nostra giornata in quel posto. Nel mio compito c’era una frase che faceva più o meno: “Dopo esserci alzati e lavati, alle otto andiamo alla solita Messa”. Infatti la mattina di tutti quei giorni andavamo a Messa. Nel pomeriggio il prete che ci aveva accompagnato in quel posto, che poi divenne anche parroco agli Angeli Custodi, mi prese da parte e, con tono molto serio, mi fece notare che “Mario, la Messa non è mai «solita»”, e cercò di spiegarmi quello che voleva intendere. Quelle sue parole mi sono rimaste in testa per tutta la vita. Io, in realtà, da bambino, non mi ero reso conto di aver scritto una cosa sbagliata. Volevo solo dire che tutti i giorni c’era la Messa, nulla di più. Mi sorprese molto il tono addolorato con cui quel sacerdote mi aveva rimproverato. Come mi accadde molte altre volte nella vita in altre situazioni e con altre persone, mi accorsi di averlo molto deluso. Non avevo compreso qualcosa di veramente importante, di cui però non mi rendevo bene conto. Fu solo molto dopo, da adulto, dopo tante altre esperienze, che arrivai a capirla.
  Se si pensa che la fede religiosa restringa le prospettive di una persona, ci si sbaglia. Questo anche se è ben difficile pensare qualcosa di nuovo in quella materia, qualcosa che non sia mai stato pensato prima. Ed anche se nella liturgia certe espressioni si ripetono ciclicamente, come se si stesse recitando un copione in uno spettacolo o suonando seguendo uno spartito. Per quanto, per orientarsi, si seguano esempi, insegnamenti e discipline, la nostra vita, come scrisse David Maria Turoldo in una bella poesia che ho trascritto tempo fa su questo stesso blog, ogni nostro nuovo giorno è effettivamente un giorno mai vissuto da nessuno.
 E c’è dell’altro.
 Pedagogicamente si parte dal meno per arrivare al più. Il catechismo che aveva tra le mani per prepararmi alla Prima Comunione, alle elementari, che conservo ancora, era fatto di poche pagine. Poi ho letto diverse altre cose. Il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, nell’edizione della Libreria Editrice Vaticana, ha 694 pagine. Ma la letteratura in materia di fede cristiana è immensa e supera di molto le capacità di lettura di una singola persona. Avanzando nella conoscenza si potrebbe pensare anche di avanzare nella fede. Ma in questo modo si potrebbe anche considerare inarrivabile la perfezione, a causa dell’impossibilità di conoscere tutto. Mi sono reso conto che non è  proprio così. Secondo una suggestiva espressione della teologia, nel frammento c’è il tutto. La perfezione è a portata di mano fin dall’inizio. Ciò che è stato pensato nel passato non è quindi un peso e un impedimento, ma solo, eventualmente, un aiuto. Sono state considerate esemplari anche persone molto giovani. E anche non particolarmente dotte. Questo  è un miracolo che è stato compiuto e viene ancor oggi realizzato dal nostro particolare modo di tramandare ciò che abbiamo ricevuto.
 Quello che accade per le conoscenze, è vero, mi pare di aver capito, anche per le esperienze di vita. L’idea di un progredire in esse deriva solo dal vivere, in una collettività, una certa pedagogia, per cui scopriamo cose nuove e, crescendo, anche con l'aiuto di altri, cerchiamo le soluzioni ai problemi particolari della nostra esistenza, secondo le diverse età e condizioni. Da bambini pensiamo da bambini, da adulti spesso si pensa da adulti. Ma, paradossalmente, questo non è un vero e proprio progresso verso la perfezione. Tutto ciò che serve, nelle cose di fede, è reso disponibile fin dal primo momento e in ogni momento. Non è come in un pellegrinaggio, in cui quello a cui si mira lo si ottiene solo alla fine del viaggio e, a volte,  con molta fatica.
 Nelle confessioni, come la nostra, in cui c’è l’uso di battezzare i neonati, si diventa irrevocabilmente cittadini del cielo molto prima di poter intendere ciò che questo significa, sulla parola dei genitori. E non è come quando si diventa cittadini di uno stato, che significa ritrovarsi ad essere sudditi di un certo potere politico senza che serva un nostro atto di formale sottomissione, per il solo fatto di nascere in un certo territorio sottoposto a quel potere o da certi genitori, sudditi a loro volta. Significa, mi pare di capire, che tutto ciò che serve per essere perfetti è, in questa nostra concezione, a nostra disposizione fin dall’inizio, per effetto di qualcosa che c’è stato prima di noi e una volta per tutte.
 Insomma, la vita di fede non dovrebbe davvero risultare particolarmente faticosa o limitante, in questa prospettiva. Sono  altre le cose che ci affaticano e ci legano, per cui a volte ci pare di essere attaccati a un duro giogo, di tirare una pesante “carretta” o addirittura di essere prigionieri. Accade, allora, di  scoprire la fede come autentica liberazione.
 Ciò detto, bisogna riconoscere che il nostro tipo di esperienza religiosa ci spinge all’azione e al cambiamento, sia interiore che esteriore. Questo spiega la grandissima varietà delle espressioni religiose che sono derivate e  derivano dalla nostra fede, sia lungo la storia che nelle varie epoche di essa. Per quanto, a fini pedagogici, didattici, di studio e anche, per così dire, disciplinari, si cerchi di riassumerle e di tipizzarle, esse mi paiono veramente irriducibili in categorie, se non per approssimazione. Vivere la nostra fede non è mai veramente un ripercorrere un tempo vissuto da altri, anche se gli altri possono essere certamente presi ad esempio. Ogni nostro giorno è, appunto, un giorno mai vissuto da nessuno e una nostra particolare responsabilità. L’esperienza religiosa quindi riserva sempre delle sorprese e non è mai, nella pratica,  quella “solita” di sempre, anche se nei millenni della sua storia certamente si coglie molto nettamente, nella tradizione della fede, una forte continuità ideale, che ai tempi nostri riscopriamo anche al di là di molte tragiche divisioni del passato.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli


lunedì 2 aprile 2012

Chi siamo, noi cristiani del Nord Est della Roma di oggi, 21° secolo della nostra era?

 Chi siamo, noi cristiani del Nord Est della Roma di oggi, 21° secolo della nostra era?

 E c’è anche un diritto del non credente di sentirsi esporre il messaggio cristiano puro e integro, conservando poi evidentemente tutta la sua libertà di accettarlo o di rifiutarlo, non per quello che vorrebbe apparire, ma per quello che esso è. San Pietro nella sua Prima lettera dice che “dobbiamo rendere ragione della speranza che è in noi”:
        -con franchezza (e quindi senza riserve timide o   
        scaltre);
         -con dolcezza e rispetto verso tutti gli uomini;
         -con retta coscienza (1Pt 3,15-16).
E perciò:
-senza tendenzialità, in modo che sia universalmente valido per ogni cristiano, e non per qualche vocazione particolare (come sarebbe per esempio per quella monastica);
-senza accentuazioni di momenti e di interpretazioni in senso o troppo escatologico profetico, o per contro in senso dell’impegno e della presenza responsabile nella storia, nel sociale e nel politico;
-e infine senza negare valore al confronto, anzi cercandolo con passione infinita, ma fondandolo, ciascuno per la sua parte, nelle proprie radici più autentiche ed essenziali, e quindi conquistandosi per il resto spazi di tanto maggiore libertà, per quelle convergenze etiche, da molti auspicate, per la salvezza anche storica della società e della civiltà.

Da un discorso tenuto da Giuseppe Dossetti (professore universitario, politico, sacerdote, monaco) a Bologna il primo ottobre 1987, pubblicato in Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, editrice AVE, 2011, € 8 (attualmente disponibile in commercio).

 Domenica scorsa, mentre guardavo scorrere su via Val Sesia la nostra bella processione, che non ho potuto seguire nell’intero percorso per la mia solita condizione di eterno convalescente, riflettevo sul modo di proporci al quartiere in cui  abitiamo. In materia di religione si danno per scontate molte cose da noi, forse troppe. Non c’è, credo, quella curiosità che si ha verso le esperienze nuove. Non viviamo forse nel centro del cattolicesimo? Che c’è ancora da sapere, da scoprire, se tutto scorre uguale come sempre, nei secoli dei secoli?
 “Esporre il messaggio cristiano puro e integro … non per quello che vorrebbe apparire, ma per quello che esso è”, scriveva Dossetti, ma non mi pare che sia così facile, considerato che quel messaggio, come è stato osservato, fa tutt’uno con i messaggeri e quindi risente fortemente del loro pluralismo, che in fondo non  è solo di oggi ma di sempre, e anche delle loro insufficienze.
 Convivono, tra noi, alcune visioni divergenti. Ad esempio il considerarsi “popolo” e il ritenersi invece, allo stesso tempo, solo un “resto” di esso.
 La nostra fede è iniziata lontano, alla periferia di un grande impero e, direi, alla periferia di quella periferia, nella “Galilea delle genti”, intorno al piccolo nucleo di seguaci del primo maestro. Da lì, come un contagio che corse lungo i gangli di quell’antico mondo, giunse a permeare le culture greche e latine e successivamente tutte quelle che da esse derivarono o furono influenzate, in una lunga e anche tragica storia, dalla quale scaturì la civiltà alla quale apparteniamo, nella quale anche noi siamo stati formati. Siamo ormai molte centinaia di milioni, ma conserviamo ancora la nostalgia dei primi tempi, di quando fummo solo un’esigua e vessata minoranza.  Le potenze politiche espresse dalla nostra civiltà sono arrivate a dominare il globo, ma certe volte sembra che non ne abbiamo piena consapevolezza, e allora ragioniamo come se fossimo in esilio in terra straniera, al modo degli israeliti ai tempi del servaggio babilonese. Forse è perché siamo insoddisfatti di noi stessi e del mondo che abbiamo creato, il quale, alla luce dei grandi principi che continuiamo a derivare dalla nostra esperienza religiosa restia ad accontentarsi delle cose come sono, ci appare alle volte come un mediocre compromesso.
 La tentazione allora è quella di serrare le file, di stare stretti stretti tra noi che crediamo di aver capito di più e meglio il senso delle cose. E anche quella di pretendere molto da chi vuole accostarci per entrare nella nostra cerchia. Certe storie bibliche, che narrano di esperienze di sterminio e di rinascita vissute dagli israeliti, ci forniscono il contesto culturale in cui ambientare un’esperienza di questo tipo, quella appunto del “resto” di un popolo perduto. Ad essa corrisponde la tendenza ad adottare versioni semplificate delle nostre  idee religiose, cercando così di ridurne la storica molteplicità e poliedricità. Ma, come osservava mons. Lorizio nella conversazione che ho sintetizzato negli appunti che ho pubblicato giorni fa su questo blog, se la nostra collettività religiosa si fosse lasciata attrarre dall’idea di  essere e di rimanere un piccolo “resto” di iniziati, al modo di certi culti misterici che le furono coevi nell’antichità, non sarebbe mai sorta quella che, nel bene e nel male, viene definita civiltà cristiana, il cristianesimo dei popoli.
  Ho qualche difficoltà a definire il messaggio cristiano “quale esso è”. Mi attirano molto le contemporanee nostre moltitudini e  mi affascina la grandissima varietà delle nostre esperienze religiose, nei tanti mondi che ci sono stati nel lungo tempo della nostra fede e che ci sono oggi in tutta la Terra. Mi pare che il comune Credo sia stato sempre solo un punto di inizio.
 Nell’Europa di oggi, e anche nella nostra Italia, stiamo vivendo religiosamente, senza quindi assoggettarci alle cose come appaiono e come vanno di solito, l’esperienza dei diritti umani e della democrazia, l’utopia della pari dignità delle persone e dei diritti che competono a tutti gli umani in quanto tali, non  perché cittadini o membri di altre collettività. C’è allora un convergere di genti lontane verso di noi, attirate non tanto dalle nostre ricchezze materiali (ci sono popoli più ricchi di noi sulla Terra), ma proprio da quegli ideali. C’è chi vi vede un pericolo per la nostra fede, perché la sua base umana ne sarebbe come contaminata, c’è invece chi vi scorge come l’aurora di una nuova epoca, una storica opportunità. Ma certamente, tenuto conto delle difficoltà che si incontrano in certe cose, possiamo ammettere che quello che stiamo vivendo è anche una grande sfida, o meglio una prova.
  E’ un’esperienza che va vissuta con spirito religioso, quindi di profezia, non con quello dello scienziato, il quale, a partire da ciò che si è sperimentato nel passato, cerca di prevedere il corso degli eventi tenendo conto delle forze in campo e dei rapporti di causa-effetto. Infatti, se consideriamo le cose realisticamente, dovremmo concludere che da una storia di sterminio e dalle persistenti  intenzioni di esclusione e di dominio dovrebbero necessariamente scaturire altre storie di sterminio e di sopraffazione, così come sembra sia sempre stato, nei secoli dei secoli. Ma, con sguardo soprannaturale e seguendo l’insegnamento biblico, ci si può anche convincere che non finirà così.
 Lo spirito religioso riesce a persuadersi che intorno a lui c’è più di ciò che appare e che nella storia sono all’opera forze potenti che contrastano l’apparentemente inesorabile progressivo declino collettivo dei viventi verso la fine e  il nulla. Che, insomma, pur a fronte della propria pochezza nell’opera di salvazione-liberazione di tutti, quel poco tempo che si dedica alle opere della fede, tutto, anche qui a Monte Sacro, potrebbe essere come trasfigurato e prendere una piega inattesa.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.


  

sabato 31 marzo 2012

Buttarsi nella mischia – mie riflessioni

Buttarsi nella mischia – mie riflessioni

[…]
Stolto sarebbe chi volesse trarre da questa mia decisione la conclusione che l’AC è ormai superata. Chi mi attribuisse questa intenzione offenderebbe profondamente i miei più cari sentimenti.
 E’ con tanto dolore che lascio questa organizzazione giovanile alla quale qualcosa ho dato, ma dalla quale molto più ho ricevuto e nella quale resterò sia pure umile gregario, per poter alimentare la mia lampada e potere essere sempre ed ovunque apostolo di Cristo.
 Ma vana sarebbe l’opera dell’AC se non sapesse formare gli uomini per tutti quei campi di lavoro che l’apostolato e l’attività umana esige.
 Preparato dall’AC, con lo spirito che in essa ho assimilato, mi lancio pieno di speranza nel nuovo campo di lavoro sicuro di non lasciare scoperto quello che abbandono perché anime generose raccoglieranno l’eredità.
 Non mi sono scelto una posizione comoda, ma una irta di difficoltà in tutti i sensi.
 Mi sembrerebbe ingeneroso però non buttarmi nella mischia quando tanti figli delle tenebre si affaticano in politica a combattere Cristo e la sua Chiesa.
 Unicamente per Lui, i miei passi intraprendono un nuovo sentiero

 Dalla lettera che Giuseppe Lazzati (dirigente dell’AC, professore universitario, politico, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) scrisse il 20-10-1945 all’Arcivescovo di Milano card. Shuster per confermare la sua decisione di impegnarsi in politica, lasciando il suo incarico di presidente diocesano della Gioventù di AC (trascritta in Lazzati, un cristiano nella città dell’uomo, a cura di Armando Oberti, editrice AVE, 1996, pag.225, € 8:00 (disponibile in commercio).

 Anche se è tutto sommato piacevole incontrarsi in AC, non sarebbe giusto pensare che il fine del nostro stare insieme sia quello di sottrarci temporaneamente alle vicende della società in cui viviamo, in una sorta di ristoro religioso. La storia dell’AC dovrebbe convincerci invece che lo scopo è quello di prepararsi per buttarsi nella mischia, secondo l’espressione di Lazzati.
 Questo forse è più chiaro da giovani. Da anziani si pensa forse di avere già dato e che sia giunto il momento di “riposarsi”. In realtà non è proprio così, specialmente ai nostri tempi. In una società in cui ci sono molti più anziani di un tempo, e sempre più ce ne saranno, si richiederà  loro un ruolo molto più attivo di una volta. La differenza è che i giovani guardano a traguardi più lontani mentre chi è più avanti negli anni è più attento alla quotidianità. E’ scritto che gli uni profeteranno e gli altri faranno sogni, nell’età dello spirito. Ho letto molte interpretazioni di questo “fare sogni”. Potrebbe intendersi come la capacità di avere uno sguardo soprannaturale, per cui ciò che ci circonda, viventi e cose, appare come trasfigurato?
 Nella riunione di martedì scorso  una gentile signora del nostro gruppo, vedendo vicino a me mia figlia liceale, ha osservato che una ragazza così giovane dovrebbe stare con i giovani, mentre l’età media della nostra AC è abbastanza elevata. Io le replicato che allo sguardo soprannaturale le persone appaiono non più fiaccate e mutate dagli anni e dalle traversie della vita. In una prospettiva religiosa questo riesce meglio. Ma accade anche quando si  è animati da altre idealità. E’ allora che talvolta dalla gente emerge un popolo, nella continuità delle sue generazioni.
 Ho invitato le mie figlie a seguirmi, con mia moglie, nella nostra AC per dare loro il senso che il nostro nuovo impegno non è un ricominciare da capo. Mettiamo mano ad un’opera che altri prima di noi hanno intrapreso, sostenuto, arricchito e tramandato. Non è così che funziona la fede? Temo i propositi di palingenesi, quando appunto si vuole ricominciare da zero, e non vorrei certo ripartire come ai primi tempi. La storia è una maestra sapiente, a saperla intendere e, ancor prima, conoscere. Chi la rifiuta rischia di ripetere tutti gli errori di un lungo passato, è stato osservato.
 L’AC non è solo per giovani, né solo per adulti o per i più anziani: è per tutti. Centrale nella sua esperienza è l’autoformazione, non l’indottrinamento. Questo lavoro richiede un recupero della continuità generazionale, perché, specialmente nelle cose religiose, gli stili di vita si tramandano di generazione in generazione, nel contatto vivo e nel dialogo tra l’una e l’altra.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

Nota organizzativa:
 Il nostro gruppo di AC si riunisce ogni martedì (non quello dopo Pasqua) alle ore 17 in una sala parrocchiale al primo piano. Provenendo dalla chiesa, si prenda il corridoio davanti all'ufficio del parroco, poi si giri a sinistra e poi subito a destra per l'androne delle scale. Provenendo dal portone su via Val Sillaro, girare subito a destra e poi ancora  a destra, per l'androne delle scale.

venerdì 30 marzo 2012

Salvazione / liberazione: mie riflessioni

Salvazione / liberazione: mie riflessioni

 Se penso alla storia del diluvio universale, la trovo un buon esempio di ciò che si può intendere per salvezza. Le acque salgono e caparbiamente si costruisce il vascello che consentirà di preservare le vite degli altri. L’uscita, piuttosto movimentata, degli israeliti dall’Egitto mi pare che invece renda bene l’idea della liberazione. Emotivamente quest’ultima mi prende  più di quell’altra. Ricordo del giorno della prima Comunione di mia figlia minore, di quando fu intonato quel canto che fa, grosso modo, “rovesciò in mare cavallo e cavaliere…”, più o meno così. Mi edificò, eppure, a pensarci bene, si riferiva a una scena piuttosto cruenta. In qualche modo quando immaginiamo un impegno nel sociale mi pare che oscilliamo tra quelle due idee di cui dicevo: salvazione-liberazione. Entrambe poi mi paiono riassunte nell’ideale pasquale di noi cristiani.
 Non mi è mai riuscito di capire bene e a lungo il senso profondo della salvazione/liberazione proposta dalla nostra fede. A volte mi pare di essere riuscito a interiorizzarlo, ma spesso mi capita di rendermi conto di doverlo riscoprire.
 Zelo zelatus sum pro Deo Domino exercituum – Ardo di zelo per il Signore delle schiere celesti: è il motto dei carmelitani. Ma nei nostri propositi religiosi la liberazione va insieme alla salvazione; nei nostri momenti migliori ci proponiamo infatti di salvare tutti. Si va tutti insieme alla vita eterna, come sottolinea spesso nella liturgia della Messa il nostro don Carlo. La nostra, insomma, non è milizia di sterminio.
 Ma allora, chi sarà vindice dei giusti oppressi?
 Non riesco a immaginare, in certe situazioni, che non si lotti.
 In fondo lo facciamo anche in democrazia, quando non ci accontentiamo di una composizione degli interessi divergenti, ma continuiamo a preoccuparci di chi sta peggio.  E’ il concetto politico di democrazia cristiana di cui trattava Giuseppe Toniolo, tra poco beato, nel brano che ho trascritto ieri; idea che di cui si cominciò a discutere tra noi cattolici italiani alla fine dell’Ottocento (e dopo pochi anni venne sul punto una reprimenda pontificia).
 Per quanto la nostra religione non si risolva solo in  questo, l’operare nel sociale può avere anche un senso religioso. Non è forse questo quello che si propone di fare la nostra Azione Cattolica?
 Come il gesto di spezzare e dividere il pane può diventare il simbolo della nostra fede, così può essere per un impegno di  liberazione/salvazione del fedele laico, in particolare attuato secondo il metodo democratico, che appunto significa lottare ma preservando le vite altrui.
 Eppure, ricordiamolo, l’affermazione degli ideali democratici non è stata né facile né incontrastata in religione. La composizione di fede/democrazia, nello spirito di liberazione/salvazione, è stata storicamente, ed è, caratteristica peculiare dell’ideale dell’Azione Cattolica. E’ ciò che la distingue da diversi altri gruppi di spiritualità laicale, alcuni dei quali hanno anche un forte e meritorio impegno nel sociale.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli