INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

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AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

PER EVENTUALI COMUNICAZIONI AL BLOG, SCRIVERE UNA EMAIL A ardigo.mario@virgilio.it

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mercoledì 27 marzo 2024

Mercoledì Santo

 

Mercoledì Santo

 

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Dalla voce Settimana Santa dell’Enciclopedia italiana Treccani on line

https://www.treccani.it/enciclopedia/settimana-santa_(Enciclopedia-Italiana)/# di Nicola Turchi]

Mercoledì santo. - Un tempo la stazione era aliturgica e clero e popolo si radunavano di mattina al Laterano, dove aveva luogo la spiegazione sulla Passione, e la grande litania che ora si recita nel venerdì santo. Introdotta la liturgia stazionale, il popolo si radunava a San Pietro in Vincoli, donde muoveva in processione verso la basilica di S. Maria Maggiore per la celebrazione della messa, durante la quale si legge una seconda profezia d'Isaia sul "servo di Jahvè", figura di Cristo umiliato per i peccati degli uomini, e la Passione secondo Luca.

 

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  Nel Tempo liturgico della Quaresima, mia madre seguiva l’esercizio della Quaresima romana che si fa sulla base di un’antica tradizione visitando certe chiese, e svolgendovi particolari riti, tra i quali delle processioni: è ciò a cui accenna l’autore della voce Quaresima  dell’Enciclopedia Treccani  on line nei brani che vi sto trascrivendo dal Web.

 

Chi di noi ha creduto

alla notizia che abbiamo ricevuto?

Chi di noi vi ha visto

la mano di Dio?

Davanti al Signore infatti

il suo servo è cresciuto

come una pianticella,

come una radice in terra arida.

Non aveva né dignità né bellezza,

per attirare gli sguardi.

Non aveva prestanza,

per richiamare l’attenzione.

Noi l’abbiamo rifiutato e disprezzato,

come un uomo pieno di sofferenze e di dolore,

come uno che fa ribrezzo a guardarlo,

che non vale niente,

e non lo abbiamo tenuto in considerazione.

 

Eppure egli ha preso su di sé i nostri dolori,

si è caricato delle nostre sofferenze,

e noi pensavamo che Dio

lo avesse castigato, percosso e umiliato.

Invece egli è stato ferito

per le nostre colpe,

è stato schiacciato per i nostri peccati.

Egli è stato punito,

e noi siamo stati salvati.

Egli è stato percosso,

e noi siamo guariti.

Noi tutti eravamo come pecore smarrite,

ognuno seguiva la sua strada.

Ma il Signore ha fatto pesare su di lui

le colpe di tutti noi.

 

Egli si è lasciato maltrattare,

senza opporsi e senza aprir bocca,

docile come un agnello condotto al macello,

muto come una pecora davanti ai tosatori.

È stato arrestato,

giudicato e condannato,

ma chi si è preoccupato per lui?

È stato eliminato dal mondo dei vivi,

colpito a morte

per i peccati del suo popolo.

È stato sepolto con i criminali,

si è trovato con i ricchi nella tomba.

Eppure non aveva commesso alcun delitto,

non aveva ingannato nessuno.

1Ma il Signore ha voluto prostrarlo

e lo ha fatto soffrire.

Lui, suo servo, ha dato la vita

come un sacrificio per gli altri;

avrà discendenza e vivrà a lungo.

Realizzerà il progetto del Signore.

1Il Signore dichiara:

«Dopo tante sofferenze,

egli, il mio servo, vedrà la luce e sarà soddisfatto

di quel che ha compiuto.

Infatti renderà giusti davanti a me

un gran numero di uomini,

perché si è addossato i loro peccati.

Perciò lo pongo tra i grandi,

e parteciperà al trionfo dei potenti.

Perché si è consegnato alla morte

e si è lasciato mettere tra i malfattori.

Ha preso su di sé

le colpe di tutti gli altri

ed è intervenuto a favore dei peccatori».

[Dal libro del profeta Isaia, capitolo 53 – Is 53

  -  versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

Un angelo del Signore parlò così a Filippo: «Alzati, e va’ verso sud, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza: è una strada deserta». Filippo si alzò e si mise in cammino. Tutto a un tratto incontrò un Etiope: era un eunuco, un funzionario di Candace, regina dell’Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori. Era venuto a Gerusalemme per adorare Dio e ora ritornava nella sua patria. Seduto sul suo carro, egli stava leggendo una delle profezie di Isaia.

  Allora lo Spirito di Dio disse a Filippo: «Va’ avanti e raggiungi quel carro». Filippo gli corse vicino e sentì che quell’uomo stava leggendo un brano del *profeta Isaia. Gli disse: «Capisci quello che leggi?». Ma quello rispose: «Come posso capire se nessuno me lo spiega?». Poi invitò Filippo a salire sul carro e a sedersi accanto a lui. Il brano della Bibbia che stava leggendo era questo:

Come una pecora fu condotto al macello,

e come un agnello che tace

dinanzi a chi lo tosa,

così egli non aprì bocca.

È stato umiliato ma ottenne giustizia.

Non potrà avere discendenti,

perché con violenza gli è stata tolta la vita.

Rivoltosi a Filippo l’eunuco disse: «Dimmi, per piacere: queste cose il profeta di chi le dice: di sé stesso o di un altro?».

Allora Filippo prese la parola e cominciando da questo brano della Bibbia gli annunziò chi era Gesù.

Lungo la via arrivarono a un luogo dove c’era acqua e l’Etiope disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua! Che cosa mi impedisce di essere battezzato?».

Allora l’eunuco fece fermare il carro: Filippo e l’eunuco discesero insieme nell’acqua e Filippo lo battezzò.

Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore portò via Filippo, e l’eunuco non lo vide più. Tuttavia egli continuò il suo viaggio, pieno di gioia. Filippo poi si trovò presso la città di Azoto; da quella città fino a Cesarèa egli predicava a tutti.

[Dagli Atti degli apostoli, capitolo 8, versetti da 32 a 40 – At 8, 32-40 - -  versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  Liturgia significa azione di popolo: è parola che ci viene dal greco antico. Tutta la vita vissuta da persone cristiane è liturgia. La nostra fede non è una sensazione mentale, ma è un avvicinarsi alle altre persone facendo cose insieme. Così sono anche le liturgie della Pasqua e quelle delle stazioni quaresimali  della Quaresima romana, pratica che si ritiene risalga ad epoca tra la  metà del Quarto secolo e il Settimo secolo, l’epoca in cui la nostra fede si consolidò assumendo i tratti fondamentali che ancora ha.

  Le stazioni quaresimali della Quaresima romana nella Settimana santa  sono queste:

 

Domenica delle Palme

S. Giovanni in Laterano

Lunedì

S. Prassede all'Esquilino

Martedì

S. Prisca all'Aventino

Mercoledì

S. Maria Maggiore

Giovedì

S. Giovanni in Laterano

Venerdì

S. Croce in Gerusalemme

Sabato

S. Giovanni in Laterano

Domenica di Pasqua

S. Maria Maggiore

 

 Potete saperne di più a questo indirizzo sul Web:

https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_academies/cult-martyrum/documents/rc_pa_martyrum_20020924_stazioni_it.html

  La nostra fede inizia sempre con un incontro con altre persone, che ti spiegano come intendono il senso delle loro vite alla luce di una tradizione. La nostra Bibbia, gran parte della quale ricevemmo dall’antico giudaismo, quindi da un’altra fede!, è uno strumento di mediazione per dar corpo a questo incontrarsi, che è liturgia.

  Può sorprendere, ma, a conti fatti, si ritiene che solo alcune delle Lettere  attribuite a Paolo di Tarso, l’apostolo dei gentili (vale a dire dei non giudei – egli tuttavia era giudeo, proveniente dal grande movimento culturale dei farisei), siano state (probabilmente) effettivamente dettate o scritte dall’autore dichiarato. Così è anche per i libri biblici (della Bibbia dei cristiani) dal quale ho tratto i brani che ho sopra trascritto. Anche la Bibbia deriva da azioni liturgiche, è opera collettiva.

  Si ritiene che il testo degli Atti degli apostoli, che narra eventi situabili tra gli anni 30  gli anni 60 del Primo secolo, si sia consolidato negli anni 80, circa cinquant’anni dopo la morte del Maestro. Riflette, osservano gli antropologi delle origini cristiane, il punto di vista di comunità cristiane degli anni 80. Ci dice che, per spiegarsi la morte del Fondatore, ci si rifece al capitolo 53 del libro biblico del profeta Isaia. Si ritiene che quest’ultimo testo si sia consolidato nel Sesto secolo dell’era antica tra giudei che erano stati deportati in Babilonia. La permanenza in Babilonia dei giudei è stata straordinariamente feconda per l’ebraismo. Ad un certo punto, secondo le consuetudini di laggiù, i deportati furono infatti integrati nella società babilonese e produssero grande cultura, inaugurandovi anche una tradizione di studi. Parte di quella cultura transitò anche nei cristianesimi: un fatto molto frequente, quello del dell’influenza di una religione su un’altra o dell’integrazione di elementi di una religione in altre. Il folklore italiano a sfondo religioso è pieno di fatti simili.

  Il rarefarsi delle comunità cristiane in Europa occidentale crea problemi nella tradizione della fede, perché ostacola gli incontro dialogici nei quali la fede viene spiegata. Altri problemi derivano dalla rigidità della teologia normativa, la cosiddetta dogmatica, che è un elemento politico della religione, perché si propone di stabilire chi può considerarsi persona cristiana e chi non.

  Il problema fondamentale per la persona cristiana è rispondere alla domanda posta dallo stesso Maestro: «Voi chi dite che io sia?» [riportata da tutti e tre i Vangeli sinottici, Marco, Matteo,  Luca – Mc 8,29; Mt 16,15; Lc 9,18]. Da questo dipende il suo  vangelo alla gente intorno.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

martedì 26 marzo 2024

Martedì Santo

 

Martedì Santo

 

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[Dalla voce Settimana Santa dell’Enciclopedia italiana Treccani on line

https://www.treccani.it/enciclopedia/settimana-santa_(Enciclopedia-Italiana)/# di Nicola Turchi]

 

Martedì santo. - Anche questa giornata era in origine, come s'è detto, aliturgica. Istituita la stazione a Santa Prisca sull'Aventino, il popolo vi si recava processionalmente muovendo dall'antica diaconia di Santa Maria in Portico (in porticu Gallae) situata proprio sul luogo della chiesa di Santa Galla, demolita nel 1935. La messa svolge altri motivi del solito tema. In luogo del Vangelo, che narrava la lavanda dei piedi agli Apostoli (Giov., XIII, 1-15), si legge ora la Passione secondo Marco.

 

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  Conobbi mia moglie in FUCI, l’organizzazione degli universitari cattolici. All’epoca abitava nel rione San Saba, sull’Aventino minore. Andavamo a passeggiare sull’altro colle, l’Aventino maggiore, dove si trovano la chiesa di Santa Prisca, e diverse altre chiese di importanza storica, come anche il Giardino degli Aranci.

 

 Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori nel servizio di Gesù Cristo. Essi hanno rischiato la loro vita per salvare la mia. Non io soltanto, ma anche tutte le comunità dei credenti non ebrei devono essere loro grati. Salutate anche la comunità che si raduna in casa loro.

[Dalla Lettera ai Romani  di Paolo di Tarso, capitolo 16, versetti da 3 a 5 – Rm 16, 3-5 – versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

 Si ritiene attendibile che la casa di Prisca e Aquila di cui si parla nel brano della Lettera ai Romani  che ho sopra trascritto fosse lì dove ora sorge la chiesa di Santa Prisca. Si era negli anni 50 del Primo secolo, a circa vent’anni dalla morte del Maestro. Cristiani a quell’epoca, cristiani noi, circa 1930 anni dopo, appena un battito di ciglia nell’evoluzione naturale del nostro mondo, cose e organismi, ma un periodo non indifferente nella storia delle culture umane che conosciamo, la storia  per antonomasia, vale a dire la storia  a cui ci riferiamo quando parliamo di storia, che si fa iniziare circa 5.000 anni fa.

  La  mia fede negli scorsi anni ’80 si legò indissolubilmente all’amore per mia moglie, come pure, successivamente a quello per le mie figlie, dalle quali imparai che significa la paternità, un’idea molto importante nella nostra esperienza religiosa.

  Quando, a proposito della nostra religione, si parla di credere o di non credere come discrimine tra chi vive la fede e chi non, si fa riferimento, per il credere,  ad una sensazione mentale di sicura convinzione infarcita di emotività che una persona potrebbe raggiungere da sé, applicandosi o per virtù soprannaturale.  Nella mia esperienza si tratta di tutt’altro. Non mi pare che, in genere,  le persone credenti  “credano” in quel senso. E, se riescono a farlo, dura poco, è un credenza  che in fondo non è distinguibile dall’illusione. La persona religiosa non vede di più e più lontano di quella che non lo è. Fa solo un’esperienza umana più profonda.

 

Ora la nostra visione è confusa,

come in un antico specchio;

ma un giorno saremo a faccia a faccia

dinanzi a Dio.

[dalla Prima lettera ai Corinzi  di Paolo di Tarso, capitolo 13, versetto 12 – 1 Cor 13, 12  – versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  La nostra fede è un modo di vivere. E’ questo che coinvolge. La cultura, anche la teologia e tutto il resto, vengono dopo.

  In religione si insegna che non possiamo conoscere  se non ciò che ci è stato rivelato. La rivelazione cristiana corre lungo il secoli della nostra storia, un complesso di vicende sociali e comunitarie di straordinaria varietà. Non si incontrano le parole se non dopo aver incontrato le persone e quella storia. Da qui l’importanza che si dà alle tradizioni e anche alla Tradizione, che è l’essenziale di quel modo di vivere.

  Le storie degli ultimi giorni del Maestro ci fanno confrontare con una realtà della nostra esistenza che di solito mettiamo in secondo piano, l’inevitabilità della fine di tutto ciò che è umano. La Tradizione ci guida; il rito ci conforta. Ma per ogni persona è un’esperienza diversa. Ci si fa coraggio a vicenda.

  Anche per coloro che si erano messi alla sequela del Maestro fu tremendo vederlo morire come tutti muoiono.

 I riti della Settimana Santa non nascondono nulla. Anche che la speranza fu una difficile conquista, come lo è ancor oggi. Perché tutto la smentisce. Ci si viene guidati, non si basta a se stessi. Guidare in questo è l’essenziale del ministero del pastore, che non è solo dei preti: tutte le persone di fede vi collaborano, a partire dai genitori verso i figli.  Così la Settimana Santa non è, per chi vive religiosamente, solo rito e tradizioni culturali, diciamo il folklore locale, ma ha un’importante componente dialogica, che si intreccia con la preghiera.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

lunedì 25 marzo 2024

Lunedì Santo

Lunedì Santo

 

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[Dalla voce Settimana Santa dell’Enciclopedia italiana Treccani on line 

https://www.treccani.it/enciclopedia/settimana-santa_(Enciclopedia-Italiana)/# di Nicola Turchi]

 Detta anche maggiore (hebdomada maior), è quella che corre dalla domenica delle palme inclusa al sabato santo pure incluso, chiudendo così il periodo quaresimale e aprendo quello pasquale.

È la principale settimana di tutto l'anno liturgico, perché in essa: 1. si commemora la passione e morte redentrice di Cristo, che è la ragione d'essere del cristianesimo; 2. si compie (o piuttosto da principio si compiva) l'iniziazione delle nuove reclute cristiane, almeno nelle chiese d'Occidente, mentre in quelle d'Oriente la grande giornata battesimale cadeva il giorno dell'Epifania che ricorda le due grandi manifestazioni di Gesù, ai Magi e presso le acque del Giordano dove Giovanni battezzava.

Domenica delle palme (Dominica in palmis, κυριακὴ τῶν βαίων), così detta dalla benedizione e distribuzione di ramoscelli di palma o d'olivo, in ricordo dell'entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, dalla cui prassi liturgica, attestata dalla pellegrina Eteria nel sec. IV, è derivato quest'uso in Occidente verso i secoli VIII-IX.

In Roma le palme venivano benedette e poi distribuite al clero dal papa stesso, e al popolo dai ministri inferiori nell'atrio della basilica lateranense, le cui porte chiuse venivano spalancate a un picchiare dei radunati, e la processione avanzava nella chiesa per assistere alla liturgia stazionale. Il tema di qumta è l'umiliazione profonda a cui il Redentore ha voluto sottoporsi per i peccati degli uomini. Al Vangelo si leggeva (e si legge) la Passione di Cristo secondo Matteo, durante la lettura della quale tutti tengono nelle mani la palma.

Lunedì santo. - In origine non era giornata stazionale, e perciò nemmeno liturgica: San Leone Magno, infatti, riprende nei suoi sermoni solo al mercoledì santo la spiegazione della passione di Cristo iniziata la domenica. Il tema della messa è sempre relativo alla passione di Gesù, che invoca il Padre affinché venga in suo soccorso. Un tempo il popolo si radunava nella basilica di Santa Balbina, sull'Aventino minore, e di là procedeva processionalmente verso la basilica dei santi Nereo e Achilleo (titulus de Fasciola), dove si celebrava la messa.

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 Fin da bambino ho vissuto tra persone cristiane e i riti della Settimana Santa sono ormai legati in modo indissolubile alla memoria, che mi è molto cara,  della mia famiglia e del suo mondo vitale, come credo che accada anche in altre fedi religiose.

  Tra le Settimane sante che mi suscitano le emozioni più vi sono quelle che vissi nella seconda metà degli anni Settanta, da ragazzo, quando in quei giorni andavamo a Cervia, sulla riviera romagnola, dove mio padre, dopo il pensionamento, aveva comprato casa. Partecipavamo ai riti in Cattedrale. Li presiedeva il parroco mons. Elvezio Tanasini, che ho letto essere morto a Ravenna nel 2004. L’ “arciprete” era un uomo un po’ burbero, autorevole, capace però di far amare la Chiesa e di convincere della ovvietà del vangelo con una fede che a me, che all’epoca tentennavo  un po’, appariva “solida”, densa com’era di solidale misericordia. Seppi che si era distinto nella guerra di Resistenza, aveva fatto parte del Comitato di liberazione quand’era stato cappellano di Mezzano, frazione di Ravenna, dove nel 2019 gli è stata intitolata una strada. Dopo la Liberazione intervenne presso la nuova Giunta popolare per cercare di fermare le  violenze contro gli sconfitti.

  Erano giorni, in quelle mie vacanze pasquali cervesi, in cui incontravo lo zio Achille, sociologo bolognese e mio padrino di Cresima, che ne approfittava per sorreggermi e indirizzarmi nella fede. Ho ancora la copia del libro Aut-Aut del filosofo danese Soren Kierkergaard,  con passi da lui evidenziati appositamente per me, che mi regalò in una di quelle occasioni.

  Le statistiche religiose dicono che oggi c’è meno gente che si affida alla fede dei cristiani. Cosi penso ci siano persone che non sanno bene perché si festeggi a Pasqua. Io che ho avuto il dono e la consolazione di mantenere quella fede ormai oltre la soglia della terza età sento la missione di ‘renderne ragione”, ma anche la mia insufficienza, perché non sono solido come mons. Elvezio né sapiente come mio zio, maestro per tante generazioni di giovani e anche per me.

   Si dovrebbe far riferimento al catechismo sulla Pasqua e alla relativa teologia, ma non ne ho cuore, perché non è lì l’essenziale. La teologia, poi, in particolare quella dogmatica, è spesso crudele: conforta sapere che è solo cultura. Dire l’indicibile è ciò che si propone, ma al più riesce a renderne un’idea, perché l’indicibile rimane tale. Se però presume troppo, guasta tutto.

  C’è il vangelo del Cristo al centro della fede cristiana.

  Vangelo ci viene dal greco tramite il latino e significa buona notizia. 

   Il  vangelo dei cristiani nasce dalla storia, dalla persona e dall’insegnamento di Gesù di Nazareth,  vissuto come uomo tra la gente del suo tempo nella Palestina del Primo secolo, caduta sotto dominio dei romani nell’anno 63 dell’era antica.

  I riti della Settimana Santa fanno memoria liturgica degli ultimi suoi giorni, quando, a Gerusalemme,  fu catturato per ordine delle autorità del Tempio giudaico, da esse processato, consegnato alle autorità romane e da queste ultime fatto uccidere crocifisso. Nella solennità della Pasqua cristiana si fa memoria della sua Resurrezione da morte, della quale i suoi primi seguaci si convinsero,  come anche della sua divinità,  a partire dalla scoperta del suo sepolcro vuoto.

  La morte di Gesù fu la sconfessione del suo vangelo. E’ l’esperienza  che viene rievocata nel Venerdì santo. Quella della Pasqua vuole invece convincere che vi si può ancora confidare, perché la morte non è l’ultima parola su di noi. Però questo lo si può solo sperare; per questo si insegna che siamo salvati nella speranza. I fatti della natura la smentiscono, per questo è scritto che la nostra è speranza contro speranza, vale a dire speranza contro l’evidenza di ciò che porta a disperare. La nostra è  fede nel Cristo, il Messia dei cristiani, nel Risorto. Si è persuasi che, in forza del legame con lui, egli, risorgendo, ci trarrà tutti a lui.

  La principale conseguenza di quel modo di pensare è la presenza di cristiani nel mondo. Lo si divenne progressivamente in un processo che risulta perlopiù misterioso nei tempi più antichi, per la carenza di fonti affidabili. La presenza dei cristiani nel mondo è segnalata dall’agàpe, parola che indica un modo di vivere solidale, inclusivo e misericordioso in società, secondo lo spirito della parabola del Buon samaritano. Dove invece ci sono violenza e sopraffazione sotto bandiere cristiane, come storicamente è largamente accaduto, si vive una strumentalizzazione della nostra fede ad altri fini. Non si dovrebbe sentirne nostalgia. La cristianità, l’ordinamento sociale e politico basato su idee cristiane, fu sostanzialmente quello. 

  La presenza dei cristiani può essere considerata parte di quella buona notizia in cui consiste il vangelo. Gente che vuole trasformare il mondo praticando l’agàpe nella sequela di Gesù di Nazareth.

  Ad alcuni pare poco e preferiscono una pratica di fede fatta di parole e di bei riti, ma  così non mi sembra che si segua l’esempio di colui che chiamiamo Maestro. In un tempo nel quale i sacerdoti del Tempio esercitavano anche un potere politico, egli non fu uno di loro. Disse che il suo Regno non era di questo mondo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

  

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 11 marzo 2024

Consegnarsi al mito - 3 - conclusione

Consegnarsi al mito – 3 – conclusione

  L’antropologia è la scienza che studia come vivono gli esseri umani, in particolare nei loro rapporti sociali, perché gli umani sono viventi che creano società tra loro.

  Da qualche giorno sto leggendo di Enrico Comba, Antropologia delle religioni. Una introduzione, Laterza 2008, anche in e-book e Kindle (io l’ho in quest’ultimo formato). Vi ho trovato una interessante informazione: sono pochi gli studi antropologici sui cristiani.

  Non parlo dell’antropologia teologica, che è una branca della teologia e studia le concezioni sull’essere umano che stanno dietro le dottrine cristiane, ma parlo proprio dello studio su come tra persone cristiane si  vive la fede (le teologie, invece, si interrogano sul come e sul perché si debba viverla in un certo modo).

  Tendiamo a fare antropologia sugli altri per misurare la differenza tra noi e loro.

   Le religioni possono essere vissute e pensate  in molti modi. Sulla base della mia esperienza di fede, e ormai sono arrivato ad un’età in cui ne comincio a tirare le somme, la loro verità sta proprio nell’antropologia, perché fino ad oggi ci sono state indispensabili in quell’attività caratteristica della nostra specie che consiste nel creare e mantenere  vive società molto vaste ed evolute tra individui consapevoli di esistere, come anche   di aver avuto un’origine biologica  e di essere destinati ad una fine biologica.

  Si è detto “penso, dunque sono”, ma, a ben vedere, le cose non vanno così: la realtà è che “siamo, dunque pensiamo”, pensiamo per quello che siamo. Insomma, la fisiologia della nostra mente è inseparabile dal pensiero da essa espresso, come le neuroscienze ci avvertono. Il nostro, insegnano, è un pensiero emotivo. Chi è interessato può leggere in merito un testo divulgativo che ho trovato molto interessante, di Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori 2020, anch’esso disponibile il e-book e Kindle (io l’ho letto in questo formato).

  Le emozioni provengono dalla nostra fisiologia. Essa è rimasta fondamentalmente la stessa, nella nostra specie, da 200.000 anni ed è illusione pensare di affrancarcene.

  I miti, fondamentali nelle narrazioni religiose, fanno appello alle nostre emozioni e questo spiega come le religioni demitizzate non aggregano, vale a dire non funzionano.

  Quindi possiamo serenamente consegnarci ai miti religiosi, purché si acquisisca la capacità di individuarli come tali.

  Il soprannaturale religioso, vale a dire ciò che riteniamo il fondamento e il senso della nostra esistenza personale e sociale può essere evocato solo nel mito. È cosa diversa il paranormale, vale a dire il complesso delle nostre sensazioni sul soprannaturale, che percepiamo con la nostra mente e dipendono sostanzialmente da quest’ultima. Le neuroscienze ci avvertono anche di questo: la realtà come ci appare intorno a noi è una creazione della nostra mente. Questo non significa che non sia una delle realtà.

  Così i miti religiosi, e naturalmente le religioni, manifestano la realtà di come siamo, parlano dunque di noi, e penso convenga giudicarle in base a questo, non illudendosi che possano cogliere altre realtà, come invece in passato, e in passati neanche tanto lontani, si ritenne, e per questo, ad esempio, il nostro Galileo Galilei ebbe guai cercando di spiegare una nuova cosmologia basata sull’osservazione della natura.

  Non tutte le religioni, sotto quel profilo, sono dunque equivalenti, perché non lo sono, e non lo furono, le società umane di cui parlano e parlavano. E, va anche detto, noi non vivemmo e viviamo un solo cristianesimo nel praticare la nostra fede, ma molti cristianesimi, alcuni dei quali purtroppo furono caratterizzati da forme assai efferate di violenza stragista.

  Questo sotto il profilo, per così dire, antropologico.

  Ma sotto quello religioso, e anche per quanto riguarda quello teologico, che considera le cose all’interno della religione, è diverso, molto diverso.

   Ciò che una religione può dirci su di noi, nessun altro può. La religione è alimento dell’anima, altra realtà della quale siamo ben consapevoli. La fede religiosa ci guida e ci fortifica ed è il fondamento di ciò che si spera, e la speranza ci guida poi all’agape universale, la benevolenza e solidarietà cristiane senza limiti che vorrebbero far spazio, vicino, ad ogni altra persona. E questa può essere considerata come una realtà molto importante nei cristianesimi, per i quali il fondamento santo è agàpe. Considerando le cose dal punto di vista di un cristianesimo, non ci sarà dato altro segno, e questo è vangelo, se ho ben compreso.

  Poi, certo, ci sono dottrine teologie, ma bisogna avere ben chiaro che si tratta di narrazioni, quindi di cultura, che non esauriscono il fondamento, che può essere colto solo nell’esperienza mistica, in cui di quelle narrazioni si deve fare a meno e nella quale cessa ogni divisione tra mente corpo percepiamo  vivendola la nostra più autentica realtà personale.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

   

 

giovedì 7 marzo 2024

Consegnarsi al mito -2-

                                            Consegnarsi al mito - 2 -

 

   Ogni mito è legato alle società che lo condividono, non necessariamente a quella da cui originò.

   L'estensione della mitologia a società diverse da quella originaria è particolarmente evidente nella storia dei cristianesimi, che recepirono teogonia e cosmogonia dalle tradizioni dell'antico giudaismo. Quest'ultimo ne può essere considerato come il progenitore, che è tale anche per gli ebraismi contemporanei. La condivisione di un certo patrimonio culturale non comporta però che le genti che esprimono cristianesimi ed ebraismi attuali costituiscano ancora, per questo,  una qualche unità sociale: in particolare le rispettive mitologie sul "popolo" sono incomponibili, quella dei cristianesimi carica com'è di un caratteristico messianismo divinizzato costruito dogmaticamente nel Quarto secolo.  Questo non esclude che, prescindendo dalla mitologia, possano essere condivisi certi valori umani. Di fatto solo con il Concilio Vaticano 2º la Chiesa cattolica abbandonò il precedente orientamento conflittuale.

  Poiché i miti sono legati a certe società, essi creano problemi nelle ere in cui società diverse prendono ad intersecarsi e, poi, a ibridarsi componendo le rispettive culture, scambiandosene elementi. E noi si è attualmente proprio in una situazione di questo tipo. I cristianesimi delle origini si vennero organizzando ibridando elementi del giudaismo con quelli dell’ellenismo: via via ne integrarono altri di altre culture. Da qui la loro capacità di espansione, per la verità sorretta anche dall’estrema violenza espressa dagli europei nelle guerre scatenate nel mondo intero per imporre la loro egemonia, fase storica che raggiunse il culmine tra la seconda metà dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale (1914-1918).

  L'esperienza ha dimostrato che le società umane non possono fare a meno dei miti e nemmeno delle religioni. Essi sono strumenti indispensabili per orientarsi, superando i limiti cognitivi che dipendono dalla fisiologia che sorregge i nostri processi mentali.

  I miti, e di conseguenza le religioni che li contengono, sono carichi di elementi emotivi, e l'emotività caratterizza fortemente la fisiologia dei nostri processi mentali. In un certo senso non pensiamo solo con la "testa", ma, veramente, con tutto il corpo, dalla quale la nostra emotività scaturisce.

 Questa struttura della nostra mente ci limita: possiamo interagire solo in gruppi di individui molto piccolo, grosso modo di  una trentina di persone o poco più. Proprio le dimensioni dei gruppi dei nostri progenitori ancestrali e anche quello al cui interno vivono ancora i primati non umani.

  Si ritiene che sia stata la "rivoluzione cognitiva" manifestatasi cifra 70.000 anni fa per l'homo sapiens, quando la nostra mente ci rese capaci della cultura, e quindi anche di parlare di cose che non vedevamo ma solo pensavamo, a consentire alle società umane di integrare molta più gente, fino agli otto miliardi di oggi. E appunto a quell'epoca che verosimilmente si divenne anche capaci del pensiero religioso, e quindi di pensare a teogonie e cosmogonie. Insomma, in qualche modo gli dei iniziarono ad apparirci tali proprio allora. La religione divenne un potente fattore di costruzione di grandi società. Da essa prese a distinguersi il diritto. Religione e diritto sono tuttora gli elementi fondamentali delle dottrine organizzative delle entità politiche.

   Si pensa che inizialmente gli dei siano stati identificati con le potenze della natura, indifferenti verso l'umanità, poi che ne siano stati pensati altri, intermediari tra quelli e gli umani, attivi in società, fino a manifestare le nostre stesse emozioni. Di questo ci parla l’antropologia delle religioni. Io mi sono informato su un testo considerato datato dagli specialisti, ma che ha due pregi: vuole comprendere tutto ed è disponibile in e-book, del romeno Mìrcea Eliàde (si pronuncia mìrcia eliàde, 1906-1986), Trattato di storia delle religioni, pubblicato tra il 1949 e il 1964, disponibile in traduzione italiana pubblicato da Bollati  Boringhieri, appunto anche in e-book e Kindle.

  Tempo fa ho sentito per radio una riflessione interessante: è stato un bene che le lingue fin dall’antichità sia state molte  e non una sola, ha detto la persona intervistata (ho ascoltato la trasmissione in macchina e mi è sfuggito chi fosse). Così infatti hanno potuto seguire l’evoluzione delle società umane, in modo da  non dover affrontare il problema di organizzare una  società troppo grande per le capacità dei tempi più antichi. In realtà, mi sembra più convincente dire che la formazione delle lingue  è stata una produzione sociale e che quindi la costituzione delle aree linguistiche ha accompagnato l’integrazione sociale e la costruzione delle società, anche nelle loro migrazioni. Insomma, ogni società si è creata la sua lingua. L’intensità delle interazioni linguistiche è stata fondamentale. Ai tempi nostri essa è ancora in corso, ma fatica ad affermarsi una lingua globale, salvo che in una ristretta classe di quelli che il sociologo polacco, trasferitosi nel 1971 in Inghilterra dove insegnò a lungo e dove  morì, Zygmunt Bauman (1925-2017) definì cittadini globali. Infatti la grande maggioranza delle persone rimane confinata nell’area culturale originaria o in quella in cui si è trasferita definitivamente. Per lo stesso motivo fatica ad affermarsi una religione globale. Le dinamiche sociali delle lingue e delle religioni mi appaiono simili.

  Anche i cristianesimi si sono andati differenziando per aree culturali e questo nonostante che lo strutturarsi giuridico delle Chiese tendesse a ridurre la differenziazione. In realtà essa è ancora molto marcata, tra le Chiese e anche a loro interno, come, anche solo frequentando una parrocchia come la nostra, ci si può avvedere.

  Dalla seconda metà dell’Ottocento si è costruito, a partire dalle Chiese protestanti, il movimento ecumenico, fino alla Costituzione, nel 1948, ad Amsterdam (Paesi Bassi) del Consiglio ecumenico delle Chiese, alla quale la nostra Chiesa partecipa del 1965 (anno in cui si concluse il Concilio Vaticano 2°) come osservatrice:

 

In quanto fenomeno storico dotato di una sua peculiare fisionomia, l'ecumenismo è sorto all'interno del variegato mondo protestante nel corso della seconda metà dell'Ottocento. Negli anni venti del Novecento si è poi avuto un allargamento all'ortodossia, che però soltanto nel secondo dopoguerra è diventata una componente veramente significativa del CEC; quanto alla Chiesa cattolico-romana, fino al Concilio Vaticano II (1962-1965) essa ha mantenuto nei confronti dell'ecumenismo una posizione di rigida chiusura.Se è vero che, dal punto di vista teologico, i tentativi di promuovere una riunificazione delle Chiese hanno una lunga e complessa preistoria che si può far risalire almeno alla Riforma (v. Rouse e Neill, 1967, una raccolta fondamentale di studi promossa dal CEC in occasione della sua costituzione), è altresì vero, da un punto di vista storico-sociale, che soltanto nel corso dell'Ottocento si sono venute costituendo le condizioni generali per un'organizzazione internazionale del protestantesimo, la quale a sua volta è poi diventata, nel corso del Novecento, il motore propulsivo di un ecumenismo esteso a tutte le Chiese cristiane. In quest'ottica, storicamente più corretta, il problema delle tensioni alla riunificazione della cristianità dispersa, che attraversa tutta la storia del cristianesimo europeo moderno, assume le forme istituzionali della riorganizzazione di un mondo protestante che corre ormai il rischio della dissoluzione.

[dalla voce Ecumenismo  dell’Enciclopedia delle scienze sociali Treccani on line https://www.treccani.it/enciclopedia/ecumenismo_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/ )

 

  Il movimento ecumenico non mira attualmente alla creazione di un’unica Chiesa cristiana, intesa come organizzazione ecclesiastica,  sopprimendo tutte quelle storiche e quelle altre che successivamente si sono andate organizzando. Cerca invece di promuovere l’integrazione pacifica delle varie teologie e di promuovere la collaborazione nell’evangelizzazione. Tra le Chiese protestanti italiane questo lavoro mi sembra aver prodotto buoni risultati. Ne sono stati raggiunti anche con la collaborazione della Chiesa cattolica. Ad esempio, con la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della Giustificazione, sottoscritta  nel 1999 a Augsburg\Augusta (Germania – Baviera) da luterani e cattolici, si è superato uno dei temi storicamente più controversi tra le rispettive Chiesa: negli anni a seguire diverse altre Chiese protestanti hanno aderito. Ma gli sviluppi sono lentissimi e, soprattutto, molto difficoltosi, perché si procede essenzialmente lasciando fare ai teologi, i cui discorsi sono fortemente legati alle rispettive mitologie religiose. Problemi ancora maggiori si hanno, sul fronte teologico, nelle relazioni con le religioni non cristiane.

  Questo anche se, in Europa e altrove, l’integrazione sociale tra culture diverse, realizzata su larga scala in particolare a seguito degli imponenti fenomeni migratori dall’Asia, dall’Africa e dall’America latina, è andata molto più avanti non avvalendosi più delle mitologie religiose, in fondo incomponibili, ma di quelle democratiche.

  L’integrazione sociale precede sempre di un passo quella linguistica, religiosa e, in senso più ampio, culturale. Lingua, religione, diritto e culture ci appaiono come strumenti per intensificare quell’integrazione e per prevenire conflitti. E lo sono, naturalmente, anche i miti. Modificare questi ultimi presenta però degli aspetti problematici, per l’emotività che vi è collegata. Bisogna tener presente anche che la fascinazione dei  miti è tanto più marcata quanto più essi appaiono antichi e questo può essere considerato uno sviluppo dell’autorevolezza degli ancestrali culti degli antenati.

  Ormai anche i cristianesimi appaiono religioni antiche, benché, quando si formarono, a partire da una prima fase tra la metà del Primo secolo e la metà del secolo successivo, essi furono in realtà nuove religioni, costruite per distacco culturale, in un drammatico processo,  dal giudaismo delle origini.

  Se il processo di evoluzione culturale dei miti che creano problemi all’integrazione è troppo veloce, la religione in tal modo riformata perde capacità di fascinazione.

 Tentativi di costruire una nuova integrazione dei miti religiosi cristiani con le culture moderne sono stati incessanti nei cristianesimi degli ultimi due secoli, a partire dal pensiero del filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant (1724-1804) al teologo protestante tedesco Rudolf Karl Bultmann (1884-1976).

 

Procedimento critico-ermeneutico, applicato soprattutto a testi religiosi, teso a eliminare da una figura, da un racconto ecc. gli elementi considerati irrazionali o leggendari, per farne emergere la realtà storica o il significato razionale. Il termine (ted. Entmythologisierung) è stato adoperato da R. Bultmann per indicare il metodo di interpretazione critica del Nuovo Testamento, tesa a cogliere il significato esistenziale, in rapporto all’uomo d’oggi, del messaggio evangelico, una volta liberato dalle forme di espressione mitica che l’avvolgono.

[voce Demitizzazione in Enciclopedia Treccani on line https://www.treccani.it/enciclopedia/demitizzazione/ )

 

  Tuttavia l’esperienza ha dimostra che le religioni demitizzate  perdono presa popolare e fascino: segno che i miti ci sono ancora essenziali. Non ne possiamo fare a meno. Senza di essi le religioni decadono, sia quelle basate su soprannaturali divinizzati, sia quelle basate su elementi immanenti, come in fondo è la religiosità insita nelle dottrine democratiche. Fanno la fine della neo-religione dell’Essere supremo che i rivoluzionari francesi di fine Settecento si proposero di sostituire ai cristianesimi storici.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli



mercoledì 6 marzo 2024

Consegnarsi al mito - 1 -

Consegnarsi al mito -1-

 

  Qui non trovate i discorsi di spiritualità che potete leggere in genere sui siti su temi religiosi. Né trattazioni specialistiche, nemmeno nella materia sulla quale ne so un po’ di più: esse non sono alla portata se non di cerchie limitate e per capirle bisogna esservi stati introdotti mediante una formazione propedeutica. L’attenzione è invece centrata su come portare i valori evangelici nella società che condividiamo, quindi su un particolare tipo di azione sociale.

  Do per il momento per scontato che si sappia con sufficiente chiarezza che cosa si intende parlando di “vangelo” e di “valore evangelico”.

    Viviamo vangelo e valori evangelici in una Chiesa cristiana, e in particolare in una di quelle che vengono definite “storiche” perché c’erano già, con una propria organizzazione e con proprie culture, nel Settecento, quando in Europa e nelle parti del mondo della colonizzazione europea le religioni cominciarono ad essere messe in discussione. Al centro di queste critiche, oltre che la deplorazione per l’efferata violenza della quale i cristianesimi erano stati concausa, vi era la squalificazione dei miti dei quali le loro narrazioni erano infarcite, così come anche le loro teologie e i loro riti.

  Definiamo “mito” una narrazione semplificata, socialmente condivisa e posta alla base della costruzione sociale, sul senso degli eventi in cui una certa società è coinvolta per le persone che ne fanno parte. Fin dalle epoche più antiche che hanno prodotto documenti (tracce della vita vissuta, opere d’arte, scritti) che si è riusciti a decifrare, ci è chiaro che le società umane si sono organizzate intorno a miti, vale a dire che la costruzione sociale dei miti è stata sempre costante in tutte le società umane dell’era storica, che convenzionalmente si fa iniziare 5.000 anni fa, a quando risalgono i primi documenti scritti che conosciamo. Non tutti i miti  consistono in narrazioni su soprannaturali divinizzati. Quelli religiosi in genere sì. Ma abbiamo praticato anche religioni non basate su quegli elementi. I miti costruiti sui capi e i regimi politici spesso sono evoluti in vere e proprie religioni, con proprie dogmatiche di propri riti. Il culto della salma imbalsamata del capo bolscevico Lenin, ancora praticato nella Russia contemporanea, nella quale pure è stata abbandonata l’ideologia da lui insegnata, mi pare avere carattere religioso. 

  Definiamo “religiosa” una narrazione che contrasta con come appare andare il mondo, che non accetta quindi il mondo come appare andare, e in cui si vuole vivere in un modo diverso da quella logica. Il filosofo Aldo Capitini definiva “religioso” il suo atteggiamento che non accettava la crudele logica della natura secondo la quale il pesce grosso mangia il pesce piccolo.

  Nella società in cui viviamo, che segue le culture dell’Europa occidentale, le religioni storiche, basate su soprannaturali divinizzati,  hanno perso presa, ma la mitopoiesi rimane incessante, religiosa e non, e,  a ben vedere, si possono anche cogliere indizi dell’incipiente formazione di neo-religioni, che si aggiungono a quelle costruite dall’Ottocento in poi.

 I miti delle religioni storiche basate su soprannaturali divinizzati hanno cominciato a costituire un problema serio dal Settecento, quando, affermatasi la cultura scientifica accreditata dai sempre più rilevanti successi della tecnologia, in particolare di quella industriale,  si parla di quell’era come quella della “rivoluzione industriale”, ci si cominciò a manifestare indifferenti verso spiegazioni del mondo basate su dogmatiche con pesanti riflessi politici costruite fondamentalmente  nel Medioevo a prescindere da osservazioni sistematiche della natura. Contrasti su questi temi erano cominciati dal Cinquecento, ma furono i Settecenteschi “illuministi” europei a trattarne sistematicamente in filosofia allo scopo di produrre mutamenti politici, che effettivamente vi furono alla fine di quel secolo, con il costituirsi nelle colonie inglesi nel nord  America degli Stati Uniti d’America e con il rovesciamento della monarchia assoluta in Francia e la costituzione di una repubblica. Va ricordato che nella Francia rivoluzionaria fu tentata la costruzione di una neoreligione dell’Être Suprême, dell’ “Essere Supremo”, che però ebbe scarso seguito per la scarsa capacità di fascinazione dei suoi miti. L’antichità di una religione e dei suoi miti ne aumenta il fascino: questo è il motivo per cui diverse neoreligioni si presentano come un ritorno all’antico, per correggere degenerazioni di culti che le hanno precedute.

  Nel cattolicesimo attuale la religione insegnata e praticata è piena di elementi mitici, ma è stata accettato che scienze e tecnologie abbiano una loro autonomia nel campo loro proprio e che, in esso, i miti non debbano imporsi. Questa dottrina è stata definita con autorevolezza durante il Concilio Vaticano 2º (1962-1965), ma anche prima era praticata. Insomma, per far volare un aeroplano e per progettare un farmaco bisogna far riferimento alle rispettive scienze e tecnologie, anche se durante il volo e nella malattia si prega.

  Nella nostra religione si è avuta una ridefinizione dei suoi  miti di riferimento, e questo è del tutto naturale perché miti e religioni sono costruzioni sociali, e ogni società, nell’evolvere, li cambia, e, se non ci riesce, li sostituisce, come i cristianesimi fecero, in un processo durato circa tre secoli all’inizio della nostra era.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

venerdì 1 marzo 2024

Allargare gli orizzonti

        Allargare gli orizzonti 

  Osservo diversi modi di essere persone religiose e, in genere, mi sembrano interessanti. Io stesso, nel corso della mia vita, ho espresso diverse, e anche molto differenti, religiosità. C'è anche chi pratica rinchiudendosi in immaginari a sfondo teologico\mitologico, dai quali di quando in quando emerge o non. La spiritualità dei santuari e delle personalità miracolanti è fatta sostanzialmente di questo. La si vive, essenzialmente, in massa, o altrimenti non funziona, ma quando si è nell'ambiente sociale giusto funziona. È quello che emerge dai racconti su certi pellegrinaggi.
  C'è chi si sente a suo agio in piccole comunità al seguito di un maestro, riattualizzando in questo il contesto evangelico. Comunque, in certe fasi della vita di una persona religiosa, questa religiosità emerge, specialmente nel tempo della formazione personale. Può essere molto arricchente: dipende dalle qualità del maestro. 
  Io e mia moglie, ad esempio, siamo rimasti molto legati all'antico nostro assistente ecclesiastico del gruppo degli universitari cattolici della Fuci che frequentammo da giovani, un fine teologo e anche una persona umanamente coinvolgente, un vero pastore.
  C'è chi,in certe fasi della vita o per sempre, si dedica molto alla preghiera, che comunque costituisce un elemento fondamentale della spiritualità delle persone cristiane, o si dedica a forme di volontariato sociale o religioso, che è comunque anche una forma di preghiera, come sa bene chi vi ci si dedica.
  Io accetto e mi compiaccio di tutto questo universo religioso, salvo che per quelle forme di religiosità che sorreggono violenza e discriminazioni, che storicamente sono state ampiamente praticate nelle cristianità e ancora, sia pure in misura più limitata, lo sono.
  Fin da ragazzo, però, mi affascina il pensiero e l'azione sociale. Da anziano mi sono piuttosto distaccato dalle forme di religiosità legate all'immaginario e non sopporto più tanto la teologia più formale, vale a dire quella dogmatica. Non confido nel conforto legato all'emotività, che mi pare superficiale. Non mi attendo che dal Cielo si intervenga in mio soccorso secondo i miei auspici, perché l'esperienza mi ha insegnato che ciò non accade e le cose, in particolare quelle della natura, vanno come devono andare, salvo che qui da noi si possa fare qualcosa. Posso apparire come un materialista, e non nego di esserlo, pur rimanendo una persona religiosa. Del resto, fin dal Medioevo, si segnarono i limiti tra le cose della Terra e le cose del Cielo, e tutte le volte che le si confusero sorsero gravi problemi.
  Non ho difficoltà ad ammettere che quasi tutte le critiche alla religione colgono nel segno, in tutto o in parte. Nondimeno rimango religioso.
  Penso che l'aspetto più importante della religione risieda nel suo contributo nell'organizzare le società e nell'orientare, in quel quadro, il modo di comportarsi e di relazionarsi della gente. Per questi obiettivi non basta il diritto. Diritto e religione sono stati e sono ancora le basi della costruzione sociale, e quando mi riferisco alla "religione" non intendo solo quelle basate su cosmogonie e teogonie soprannaturali. 
  Qual è, allora, lo specifico della religione?
  L'altro giorno ho accennato alla distinzione tra cultura e natura, un tema sul quale filosofi e teologi hanno scritto moltissimo. Rientrano nella cultura le narrazioni che sono socialmente condivise su come va il mondo e i costumi sociali, compresi i riti. Natura è tutto il resto. È natura, ad esempio, il nostro corpo, con la sua fisiologia, che ci rende capaci di sviluppare una mente capace di narrare e di capire le narrazioni, e quindi di cultura. È poi tutto il resto di ciò che c'è, dall'infinitamenfe piccolo agli universi più lontani. La natura resiste alla cultura. Resistere alla natura è religione. 
  Ma la natura non ci parla del Creatore? Lo sostenne, ad esempio, il nostro grande Galileo Galilei, che nondimeno ebbe i suoi guai, nel campo della cultura religiosa, in merito alla natura. Nel suo caso, la cultura religiosa delle autorità ecclesiastiche del suo tempo resistette alla natura come il Galilei sosteneva di averla osservata con lo scrupolo del saggiatore di metalli preziosi.
  Religiosità prive di teogonie furono quelle praticate nei regimi europei comunisti di stampo stalinista,  che promossero veri e propri "culti" della personalità dei loro gerarchi, come dimostrato dal "mausoleo" organizzato a Mosca intorno alla salma imbalsamata di uno dei padri della rivoluzione bolscevica, Lenin. Culto che, tra l'altro, resiste anche sotto il nuovo regime, e questo dimostra chiaramente la sua natura religiosa.
  Le cristianità considerarono molto precocemente di grande importanza religiosa gli orientamenti per l'azione sociale, anche se le questioni dibattute nei primi tre secoli furono piuttosto lontane dalle nostre esperienze. E questo nonostante che indubbiamente il Maestro non avesse agito come un organizzarore sociale. Non lo fece neppure nella sua Galilea, non istituì suoi delegati per governare localmente le comunità di simpatizzanti che indubbiamente cominciarono a sorgere nel corso della sua attività pubblica. Si ritiene che abbia dato all'apostolo Pietro un mandato di governo, ma certamente  senza dirgli dove lo dovesse esercitare, a Gerusalemme, In Galilea, ad Antiochia di Siria, o a Roma, dove la tradizione ci dice che si stabilì e morì martire, e, soprattutto, come. Roma era diventata da quasi un secolo fondamentale per la politica nella Palestina al tempo del Maestro e vi si era stabilita una numerosa comunità giudaica, nella quale ci furono poi anche dei cristiani provenienti dal giudaismo. Se si ritiene attendibile la tradizione di Pietro a Roma, e in genere la si ritiene tale, probabilmente  l'apostolo si trasferì a Roma seguendo quel flusso migratorio del giudaismo della sua epoca, mentre non vi sono elementi per sostenere che lo abbia fatto per ordine del Maestro.
  Il movimento sinodale che comincia ad essere documentato dall'inizio del Terzo secolo, come ricordato nel documento del 2018 sulla sinodalità nella vita della Chiesa della Commissione teologica internazionale, dimostra l'importanza che si iniziò a dare all'azione sociale. Non ci si contentò di vivere la fede nelle varie comunità locali che si venivano formando e nelle quali emerse l'episcopato monarchico come fattore di unità, ma ci si cercava per raggiungere intese sulle questioni controverse, a volte riuscendoci e a volte no, e allora erano guai. Quei sant'uomini infatti ci appaiono piuttosto bellicosi, prodighi com'erano di anatemi, vale a dire di scomuniche, quando non ci si intendeva. Questa esperienza "politica" fu talmente importante, anche perché sorretta da un sofisticato pensiero teologico, da guidare addirittura, nel Quarto secolo, una grandiosa riforma dell'impero dei romani, che fece scuola fino alla metà dell'Ottocento.
  In Italia l'azione sociale ridivenne importante anche per le masse popolari (per le gerarchie ecclesiastiche non cessò mai di esserlo) da metà Ottocento, nel radicarsi di processi democratici, e portò i cattolici italiani ad egemonizzare il governo nazionale nell'era post-fascista, dal 1946 al 1994. In questa era, da metà Ottocento ai giorni nostri, si situa la "dottrina sociale" contemporanea, che vuole insegnare la costruzione sociale, espressa nei documenti del Magistero, in particolare di quello papale e poi del Concilio Vaticano 2^, sulle cose sociali, ma anche del più vasto pensiero sociale ispirato dalla fede. 
  Tuttavia da circa vent'anni, per vari motivi, questa forma di religiosità centrata sull'azione sociale che, a partire dal magistero del Papa Pio 11^ (regnante dal 1922 al 1939), si fa rientrare nel campo più vasto della carità come carità sociale, è diventata meno praticata e, in particolare, non sembra rientrare più nella formazione religiosa di base, nonostante che l'Azione Cattolica continui a lavorare in questo campo. Mi pare addirittura che talvolta non sia nemmeno più riconosciuta come espressione di religiosità, a vantaggio di forme di spiritualità più intimistiche o per piccoli gruppi. 
  La religiosità nelle cose sociali richiede di allargare i propri orizzonti, laddove invece ai tempi nostri si immagina che la spiritualità religiosa conduca a chiudersi in "ovili" sicuri. Così, però, l'influenza sulla società dei nostri valori religiosi va riducendosi rapidamente. E, conseguentemente, la società sta diventando anche un ambiente meno ospitale per le nostre comunità. Se ne lamentano i nostri vescovi, ma sembra che sia molto difficile risalire la china.
  Una iniziativa molto interessante in questo campo è l'organizzazione a Trieste, dal 3 al 7 luglio, di una Settimana sociale dedicata a questi temi, intitolata "Al cuore della democrazia". Il MEIC Lazio sta organizzando incontri in videoconferenza Zoom, con la partecipazione di autorevoli esperti in varie discipline, per dare un proprio,contributo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli