INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

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lunedì 26 agosto 2019

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO ALLE CHIESE METODISTE E VALDESI IN OCCASIONE DELL'APERTURA ANNUALE DEL SINODO [Torre Pellice, Torino, 25-30 Agosto 2019]

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLE CHIESE METODISTE E VALDESI
IN OCCASIONE DELL'APERTURA ANNUALE DEL SINODO 
[Torre Pellice, Torino, 25-30 Agosto 2019]

Cari Fratelli e sorelle,
il Sinodo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi é occasione propizia per rivolgervi il mio cordiale saluto, espressione della vicinanza fraterna mia e dell’intera Chiesa cattolica.
Prego per tutti voi, affinché in questi giorni di incontro, di preghiera e di riflessione possiate fare esperienza viva dello Spirito Santo, che anima e dà forza alla testimonianza cristiana.
Mi unisco alla vostra preghiera anche per chiedere al Signore il consolidamento dello spirito ecumenico fra i cristiani, come pure una crescente comunione tra le nostre Chiese.
Siamo chiamati a proseguire il nostro impegno nel cammino di reciproca conoscenza, comprensione e collaborazione, per testimoniare Gesù e il suo Vangelo di carità.
Come discepoli di Cristo possiamo offrire risposte comuni alle sofferenze che affliggono tante persone, specialmente i più poveri e i più deboli, promuovendo cosi la giustizia e la pace.
Formulo alla vostra Assemblea sinodale i migliori auguri e, mentre invoco la benedizione del Signore, vi chiedo, per favore di pregare per me.
Fraternamente
Dal Vaticano, 22 agosto 2019

Azione cattolica e riforma sociale

  Il collegamento tra l'Azione Cattolica e l'azione sociale promossa dal Papa e dai vescovi è stato sempre centrale nell'attività associativa, fin dalla sua fondazione, decisa dal Papa Giuseppe Sarto - Pio 10° con l'enciclica Il fermo proposito  del 1905, e attuata l'anno seguente con la deliberazione e approvazione degli statuti della nuova organizzazione. Quest'ultima  proprio nel suo collegamento organico con il Papato differiva sostanzialmente dalle precedenti iniziative sociali del laicato italiano, ma con esse condivideva l'intento espressamente politico dell'agitazione delle masse per la riforma sociale, in un'epoca di acutissimo contrasto tra il Papato e il Regno d'Italia, dopo la soppressione, nel 1870 a seguito di conquista militare da parte dell'esercito italiano,  dello Stato Pontificio, il piccolo regno territoriale che il Papato  manteneva dall'antichità nell'Italia centrale, con capitale Roma. Questa azione sociale e politica si allineò progressivamente e  in gran parte con quella fascista dal 1930 al 1938, il periodo della compromissione dei cattolici italiani con il regime mussoliniano dopo i Patti Lateranensi  conclusi nel 1929 tra il Regno d'Italia e il Papato romano. L'anno di svolta fu il 1931, quello in cui l'Azione Cattolica fu attaccata da squadre di delinquenti politici fascisti e il Papato con l'enciclica Il Quarantennale - Quadragesimo anno, del Papa Achille Ratti - Pio 11°,  invitò i cattolici a collaborare con il regime. Certo, alcuni settori dell'Azione Cattolica, come quello degli universitari, mantennero una posizione critica nei confronti del regime, facendosi forza anche in base a quanto argomentato da quello stesso Papa sempre nel 1931, con l'enciclica  Non abbiamo bisogno, un  tentativo (ambiguo e sostanzialmente tiepido) di mantenere uno spazio di azione religiosa dell'organizzazione, pur tra (oggi) sconcertanti affermazioni come questa "Crediamo poi di avere contemporaneamente fatto buona opera al partito stesso ed al regime." Dal 1939, con il Papa Eugenio Pacelli - Pio 12°, l'orientamento del Papato mutò radicalmente e condusse l'Azione Cattolica ad avere un ruolo decisivo nella costruzione di una nuova democrazia repubblicana in Italia, con l'affermazione politica di tanti principi umanitari del pensiero sociale cristiano e della dottrina sociale cattolica. 
 Non deve stupire, quindi, che l'Azione Cattolica segua il Papa e i vescovi nella loro attuale aspra polemica, su base prettamente evangelica e senza intenti di egemonia di potere,  contro la politica dei  porti chiusi da chiunque propugnata, in linea con la critica, contenuta nell'enciclica citata Non abbiamo bisogno, che "non si è cattolici se non per il battesimo e per il nome — in contraddizione con le esigenze del nome e con gli stessi impegni battesimali — adottando e svolgendo un programma che fa sue dottrine e massime tanto contrarie ai diritti della Chiesa di Gesù Cristo e delle anime".
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 25 agosto 2019

Operatori di ingiustizia o di giustizia?


25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". 26 Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". 27 Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia [il testo greco ha  adikìas, che significa senza  dìke, senza giustizia]!". 
[Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 13, versetti dal 25 al 27 - CEI 2008]

  Questo brano evangelico  mi ha molto  colpito fin da quando lo udii per la prima volta riuscendo a capirlo, all’età delle scuole medie. Lo abbiamo proclamato nella Messa domenicale di oggi. Spesso lo si ascolta distrattamente. Sono parole attribuite a Gesù, quando insegnava per città e villaggi in cammino verso Gerusalemme. E’ scritto che: «Un tale gli chiese: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?"». Gesù gli rispose rivolto ad un uditorio più ampio, ma  utilizzando la seconda persona plurale,  voi. «Sforzatevi di entrare per la porta stretta», e poi l’insegnamento che ho sopra trascritto. Sentendo leggere quel brano evangelico, non vi sentite chiamati in causa? Io sì, tutto le volte che lo sento o lo leggo. Il problema è la nostra  ingiustizia. Nell’ottica evangelica, giustizia è fare ciò che Gesù comanda:  l’agàpe  operosa e universale, estesa anche ai nemici, l’amicizia di condivisione e soccorso senza alcun limite fino all’estremo sacrificio di sé. Nell’antico mondo greco-romano Dìche,  la giustizia personificata, era una dea, quindi un principio supremo, che imponeva che a ciascuno fosse dato il suo. Un’altra dea, Nèmesi, si incaricava di punire gli ingiusti. Era quindi opinione comune che l’ingiustizia turbasse l’ordine dell’universo voluto dagli dei e che, alla fine, quell’ordine sarebbe stato da loro restaurato punendo i malvagi. Ma ciò che ora mi interessa sottolineare  è che ci sono ingiustizie operate dai singoli e altre operate da collettività. Lo sappiamo bene. La via più semplice per affrontarle, da lato degli ingiusti, è trovarvi giustificazioni. Per quelle collettive ci riesce molto più facile, perché raramente trovano una nèmesi da parte delle autorità pubbliche. Qualche volta è la storia che si incarica di realizzarla. Così, ciò che accadde agli italiani durante la Seconda guerra mondiale, che combatterono dal giugno  1940 all’aprile 1945, può essere visto come la nèmesi  del peccato di fascismo in cui incorsero. Ci pare però ingiusto vederla così, perché, insomma, soffrirono giusti e ingiusti, colpevoli e innocenti, sebbene il fascismo, con la sua ideologia di discriminazione sociale ed etnica e di predazione di altri popoli, avesse avuto un vastissimo consenso popolare, in particolare tra il 1930 e il 1938, anni in cui si ebbe la compromissione con esso della Chiesa cattolica, dopo il Concordato Lateranense del 1929, e quindi degli stessi cattolici italiani. Una parte degli italiani, però, resistette, ma non fu sufficiente a contrastare efficacemente i progetti di guerra del regime.  Senz’altro, comunque, quel male che venne con la guerra nella quale il fascismo storico cacciò l’Italia  può essere visto come una diretta conseguenza storica della decisione collettiva di massa per il fascismo mussoliniano. Ma non è solo a una cosa simile che mi pare ci si riferisca nell’insegnamento evangelico. Gesù infatti non disse semplicemente che essendo ingiusti poi si finisce male (come in Matteo 26,52: “tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”), ma: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia”. E’ in questione, con l’ingiustizia che anche collettivamente pratichiamo,  il nostro  rapporto con lui, la porta  per la nostra salvezza:  “voi tutti”, vale a dire, visto dalla parte degli operatori di ingiustizia, “noi tutti”. Anche l’ingiustizia che si fa collettivamente conta. Non basta essere personalmente  una persona buona? Ma come lo si può essere partecipando a certe decisioni, e questo anche se lo si fa spinti dall’emotività di massa o dalla violenza generalizzata altrui? I primi cristiani, per ciò che ce ne è stato riferito, si dimostrarono persone coraggiose e ferme nell’affermare pubblicamente e collettivamente i principi di giustizia a cui avevano dato il loro assenso di fede. Tanto che, di questo ho preso consapevolezza leggendo recentemente un commento al brano evangelico che trascrivo di seguito:
36«Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". 37 Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse loro: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho". 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
 Poi disse: "Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46 e disse loro: "Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47 e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto".
 Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. 52 Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.» [dal Vangelo secondo Luca, capitolo 24, versetti 36-53].
 i primi discepoli di Gesù,  dopo l’evento tragico della Crocifissione di Gesù, la Resurrezione e l’Ascensione, tornarono a Gerusalemme con grande gioia  e stavano sempre nel Tempio lodando Dio. E negli Atti degli Apostoli, capitolo 3, versetto 1, leggiamo anche:  «Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio». I primi discepoli si cacciarono, in definitiva, proprio lì, nel Tempio di Gerusalemme, dove il pericolo era ancora molto alto. Non tutti in Gerusalemme , evidentemente, avevano condiviso il grido di “Crocifiggilo!” contro Gesù e  si andò  manifestando molto presto una aperta resistenza collettiva.
  Ma, insomma, mi vorreste chiedere, dove vuoi andare a parare con questi discorsi, in  che cosa tu e noi saremmo colpevoli di ingiustizia collettiva?
  Sul Corriere della Sera   di oggi (pag.28),  ho letto che, da una ricerca dell’istituto di ricerca IPSOS il 51% dei cattolici (la maggioranza!), praticanti o meno, è favorevole alla politica cosiddetta dei porti chiusi, che vieta alle navi che soccorrono i migranti in pericolo di naufragio  nel tratto di mare tra le nostre coste e quelle africane di attraccare in Italia. Ho anche letto nei giorni scorsi che si stima in 859 [fonte: Organizzazione Internazionale per le migrazioni. Dato citato in Avvenire  del 23-8-19] il numero delle persone migranti affogate nel 2019 in quel tratto di mare, nel quale si vorrebbe che operassero solo le vedette della Guardia costiera dell’entità governativa della Libia occidentale (sostenuta dall’Italia e attualmente assediata dalle truppe della Libia orientale nel quadro di una sanguinosa guerra civile), che, raggiunti migranti in difficoltà in quel tratto di mare, li cattura e li interna in pessime condizioni di detenzione in strutture governative in Libia, impedendo, nel nostro esclusivo interesse, che raggiungano le nostre coste, così come non le raggiungono quelli che affogano. Si realizza, per noi, un importante risparmio economico, perché arriva molta meno gente.
 Come si concilia quell’orientamento di massa con la nostra fede in Gesù?
 Non sentiamo collettivamente, noi Italiani cittadini di una Repubblica democratica nella quale la voce delle masse conta soprattutto quando diventa maggioritaria,  non sentiamo, dico,  sulla coscienza, come ingiustizia contro Gesù,  quei morti, quei tanti morti affogati?
 La questione, vedete, è molto semplice ed è tutta qui. 
 Nei giorni scorsi è partita  dall’Italia una missione di soccorso di un’Organizzazione non governativa  italiana, Mediterranea. Ecco alcuni messaggi indirizzati all’equipaggio della nave umanitaria da vescovi italiani (fonte: Avvenire  del 23-8-19):
«Sentitemi uno di voi, con voi», ha scritto Corrado Lorefice [Arcivescovo di Palermo] che ha trasmesso il suo pensiero attraverso il capo missione Luca Casarini. «Mentre siamo sommersi da questo mare di indifferenza e di aggressività – si legge nel testo dell’arcivescovo di Palermo –, di odio e di livore, di individualismo e di arroganza, scriviamo pagine belle di vita, di incontri, di amicizia, di solidarietà, di amore, scritte con cuori rimasti umani, ispirati dall’umanità bella di Gesù». Perciò Lorefice dice «grazie per quello che siete, per il vostro coraggio, perché amate!». Nel suo ruolo di pastore Lorefice suggerisce di leggere durante la missione alcuni passi del Vangelo di Giovanni. E così sta avvenendo: «Come ho fatto io, così fate anche voi».
L’equipaggio, giunto alla settima missione, ha incrociato la Ocean Viking, poco prima che ottenesse lo sbarco a Malta. Durante la navigazione notturna anche il vescovo di Cefalù ha voluto esprimere vicinanza e amicizia: «L’umile e vero devoto popolo siciliano ha inventato il titolo mariano di Porto Salvo per invocare l’aiuto della Vergine Madre Maria verso tutti i naviganti. A lei – è l’invocazione di Giuseppe Marciante – rivolgo la nostra preghiera perché il cuore dei credenti italiani sia un porto aperto e sicuro per tutti i naufraghi».
Alle «carissime amiche e amici della nave Mare Jonio», si è rivolto il presidente di Pax Christi. «Salvare vite – ha scritto il vescovo Giovanni Ricchiuti [vescovo di Altamura] – è un valore in sé, grande, indiscutibile. Grazie per il vostro impegno a tenere accesa la speranza in un mondo più umano. Abbiamo bisogno di gesti che indichino la rotta della pace e dell’ umanità». Non si può guardare a Mediterranea «e alle persone che potrete salvare senza pensare ad altre navi cariche invece di "cose" che arricchiscono noi Occidente opulento: Coltan, oro, diamanti, petrolio. E come non pensare – insiste Ricchiuti – alle navi cariche di armi che, lo speriamo, la smettano di rifornire di bombe, spesso Made in Italy, diversi Paesi in guerra».
  Questi messaggi, in linea con quanto insegnato e raccomandato dal Papa, esprimono l’orientamento che i nostri pastori indicano come conforme alla nostra fede in Gesù. Da che parte stiamo? Chi seguiamo?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


sabato 24 agosto 2019

Sapienza evangelica

   " In quel tempo Gesù disse: 'Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti (il testo greco ha sofò sofòn, con la stessa radice di sofìa che significa sapienza") e ai dotti (il testo greco ha sunetòn, cioè coloro che sono capaci di capire e di fa capire, rendendo condivisa la conoscenza; da sùnesis che è appunto questa facoltà) e le hai rivelate ai piccoli (il testo greco ha nepìois, da nèpios, che significa bambino che ancora non sa parlare). [traduzione in italiano CEI 2008 dal greco antico; dal Vangelo secondo Matteo, il versetto 25 del capitolo 11]

 Il detto evangelico che ho sopra trascritto è polemico verso gli intellettuali dell'ambiente sociale in cui Gesù svolse il suo ministero. I bambini capiscono meglio le cose della fede  degli adulti che si sforzano di capire? Il lavoro degli intellettuali è inutile per la fede e, anzi, controproducente? Così, ad esempio, intese Francesco d'Assisi. Nei Vangeli però l'unico ragazzino che troviamo discutere con degli intellettuali, indicati con il termine greco didàskalos (insegnante), è il Gesù dodicenne, nel Tempio di Gerusalemme, dell'episodio che leggiamo nel Vangelo secondo Luca, in particolare nel versetto 46 del capitolo 2.  Però egli non insegnava: è scritto che ascoltava e faceva domande, come ci si attende che faccia uno scolaro. Nel versetto 47, che segue, si legge: "E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza [il testo greco ha epì te sunèseie le sue risposte". I maestri, dunque, interrogarono il ragazzino, anche qui come ci si aspetta che avvenga a scuola. Secondo quei brani evangelici l'intelligenza/sùnesis di Gesù a quell'epoca venne valutata da quei suoi maestri dalle sue domande e dalle sue risposte alle loro domande. Quando però si discute tra intellettuali tutto è più complicato, perché si ragiona tra pari e conta la validità delle argomentazioni svolte secondo certi schemi condivisi. Poco prima del versetto del Vangelo di Matteo che ho sopra citato si legge (capitolo 11, versetto 19) si legge: "Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie". Le opere di Gesù non vennero interpretate correttamente da molti del suo ambiente. In base ad esse egli pretendeva che gli fosse riconosciuta autorità.  Del resto egli proponeva una via e un metodo che, benché presentati con le categorie culturali dell'ebraismo della sua epoca e del suo ambiente, non corrispondevano a schemi condivisi nel ceto dei maestri di fede di quella cultura e richiedevano un radicale cambiamento di mentalità. Nella cerchia dei primi più stretti seguaci di Gesù non vengono menzionati intellettuali. Tra loro e per loro egli fu quindi l'unico Maestro. Essi fecero affidamento su di lui, ma, benché testimoni delle sue opere, non capirono tutto subito di lui.
  L'intellettuale lavora con la mente, che è la funzione fisiologica dell'elaborazione dei pensieri e del decidere consapevolmente. Nel greco antico mente si diceva nòus (si pronuncia nus). Il nòus è implicato in una pratica religiosa molto importante che nel greco antico si dice  metánoia, parola che ha in sè la medesima radice del nòus / nus e che letteralmente significa cambiamento di mentalità e  in italiano in genere si ritiene corrispondere alla parola conversione. Il principio della vita cristiana è la conversione a Gesù come Cristo, appunto ciò che Gesù, nel detto che ho,sopra citato, lamentava essergli stato rifiutato.  È il raggiungimento di una sapienza pratica perché si manifesta ed è quindi riconoscibile nell'agápe, l'amicizia universale di condivisione e soccorso, ma richiede anche una preventiva comprensione, un'attività del nòus, che si consegue dal valutare correttamente certi fatti, dal domandare e dal rispondere, anche con certe azioni. Si è riconosciuti cristiani essenzialmente in base a queste ultime. Esse però si basano su decisioni che avvengono nel nòus e che richiedono il confronto con i maestri. Questa è un'esperienza comune. Spesso, nelle società profondamente permeate dalla nostra fede, i primi maestri sono i genitori. Crescendo ne incontriamo altri. Dal punto di vista della nostra fede, tutti i maestri fanno bene il loro mestiere se ci portano verso il Maestro, Gesù. Perché, come ho detto, la conversione, nell'ottica della nostra fede, è solo conversione a lui. Di qui l'impossibilità di quelli che vengono chiamati atei devoti, vale a dire di coloro che aderiscono ad una chiesa cristiana senza volersi convertire a Gesù, fascinati solo dalla capacità di una chiesa di imporsi in società: senza Gesù, sono atei e basta. 
 Nel capitolo 11 del Vangelo di Matteo, da cui ho tratto il versetto citato all'inizio, la metánoia è citata al versetto 21: "Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsáida! Perché se a Tiro e Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite [il testo greco ha metenòesan, forma passata del verbo metanoèo, che significa convertirsi, con la stessa radice di metánoia [CEI 2008]. Corazìn e Betsáida erano città della Galilea di cultura e religione ebraica, regione dove Gesù iniziò la sua azione pubblica; Tiro e Sidone erano città fenicie, più a nord, di altra etnia cultura,religione,lingua.
  Gesù nel capitolo 11 del Vangelo di Matteo ci viene presentato come impaziente: un'impazienza analoga prende talvolta anche chi ai tempi nostri è impegnato nell'evangelizzazione. Perché non seguendo la via di Gesù si va a finire male e chi evangelizza lo sa bene. Si è mandati ad evangelizzare per diffondere la via di salvezza, che è Gesù stesso. Chi ha bisogno di essere salvato è in pericolo. Al versetto 23 del capitolo 11 del Vangelo secondo Matteo leggiamo infatti altre parole di Gesù stesso, con questo monito: "E tu Cafárnao, sarai innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sodoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi esisterebbe ancora!". Cafárnao era un'altra  città della Galilea del tempo di Gesù, nella cui sinagoga egli predicò il Vangelo; secondo quanto si legge nel capitolo 19 del libro della Genesi, Sodoma era una città situata a sud di Canaan che venne distrutta da un cataclisma mandato dal Cielo come punizione dei suoi vizi. Qui la critica evangelica non riguarda solo gli intellettuali, ma tutta la popolazione di quelle città della Galilea dei tempi di Gesù.
 Noi non siamo Gesù, ma lo abbiamo ancora con noi, se riusciamo a mantenere la nostra conversione a lui. Possiamo ancora metterci alla sua scuola e poi secondo il comando ricevuto, andare ad insegnare a tutti i popoli a osservare tutto ciò che ci ha comandato e, innanzi tutto, l'agápe, l'amicizia universale operosa di condivisione e soccorso. A volte questi insegnamenti sono accolti male anche tra gli stessi popoli già evangelizzati fin da tempi antichi, che dunque vengono a trovarsi più o meno nella situazione di Corazìn, Betsáida e Cafárnao dopo che Gesù aveva agito tra loro. Addirittura nella nostra Italia di oggi, la predicazione dell'agápe che viene fatta da un pastore con grande autorità come il Papa viene sospettata di mettere in pericolo la nostra sicurezza pubblica. Egli viene dunque trattato come un sobillatore, andando incontro alla medesima cattiva fama che portò Gesù davanti a Pilato. Da un punto di vista cristiano quelli che gli fanno quell'accusa sragionano, il nòus / nus non li assiste. Se non riescono a tornare come bambini nell'accogliere Gesù, dovrebbero almeno cercarsi un buon maestro, che li guidi verso il Maestro. Ma già lo hanno!? Com'è che non riescono più a dargli retta?
  Che dobbiamo pretendere dagli altri? Di tornare come bambini o di ragionare meglio, attivando il nòus / nus, e, ragionando meglio, cercando in particolare di non sragionare, di convertirsi a Gesù, mettendosi alla sua scuola? Lascio a voi queste conclusioni. Da padre di famiglia ho avuto a che fare con bambine piccole, e a volte sono stato sorpreso del loro senso della giustizia, ma anche con loro più grandi e allora sono stato per loro tra i primi maestri, quindi  didàskalos. L'esortazione finale del Risorto che troviamo al termine del Vangelo secondo Matteo,nel capitolo 28, versetto 19, è di farci insegnanti, nel testo greco didáskontes, tradotto da CEI 2008 con insegnando. Che cosa? Tutto ciò che ha comandato Gesù. Il Maestro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





venerdì 23 agosto 2019

Grideranno le pietre

 Alcuni farisei tra la folla gli dissero: "Maestro, rimprovera i tuoi discepoli". Ma egli rispose: "Io vi dico che se questi taceranno, grideranno le pietre" [dal Vangelo secondo Luca, i versetti 39 e 40 del capitolo 19 - vi vengono riferite parole di Gesù pronunciate entrando a Gerusalemme tra la folla che lo acclamava re].

 Per trattare di questioni sociali nell'ottica della mia fede cristiana facendomi intendere da tutti non mi occorre un linguaggio esplicitamente religioso: mi basta usare quello universale dell'agápe, dell'amicizia di condivisione e soccorso. In questo senso è senz'altro vero: anche le pietre gridano. Se però vi devo parlare della mia fede, devo indicarvi Gesù: non conosco altro Dio, e per il resto sono completamente ateo. Apprezzo ogni persona religiosa, anche di altre fedi, che riesca anche a manifestarsi buona. Con lei ci intendiamo con il linguaggio dell'agápe. Ma non so parlare di Dio se non mediante Gesú. Vorrei appartenere al suo Regno e ne attendo la piena manifestazione: è ciò che è stato promesso, egli tornerà nella gloria. Non saprei condurvi a Dio per altra strada, al massimo potrei riuscire a convincervi degli antichi dei della natura, a questo portano le prove dell'esistenza di Dio che nei secoli passati sono state escogitate, tutte. Perché dunque sono passato dal linguaggio dell'agàpe a quello specificamente cristiano? Ho cambiato gli interlocutori, per un po': ora sono i miei compagni di fede, quelli che nel greco evangelico sono chiamati koinonòi appunto compagni. Così si chiamavano gli uni gli altri i cristiani delle prime comunità (con il termine comunitá traduciamo il greco del Nuovo Testamenti koinonìa). Il termine koinonòs definisce letteralmente chi è parte attiva di un impegno collettivo, comune nel senso di condiviso. Che mettono in comune i cristiani? Ciò che non deriva da loro, che è stato loro donato, la loro fede. Il termine italiano compagni richiama qualcosa di più: il condividere il pane. Ma intende la stessa cosa. Si condivide la vita nel corso di un lavoro collettivo. Come compagni ci si fa attivi d'intesa con altri che condividono la medesima fede. I cristiani sono compagni perché sono impegnati in un'opera comune, inviati a tutte le genti del mondo per condividere con loro il pane di vita, che è Gesù stesso, per la salvezza dell'umanità. Sono mandati in suo soccorso. Leggiamo nel Vangelo secondo Giovanni, nel versetto 35 del capitolo 6: "Gesù rispose loro: 'io sono pane della vita; chi viene a me non avrá fame e chi crede in me non avrà sete, mai!". Leggiamo anche nel capitolo 15 del Vangelo secondo Giovanni, nei versetti 12 e 14: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati [...] Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando". Questo mi è stato insegnato, questo ho appreso, questo condivido con voi, miei compagni di fede. 
 Vi domando: si può essere spietati  e cristiani? Storicamente lo si è stati. Ma è stato giusto esserlo? È, oggi, giusto esserlo? È un tema di stretta attualità, come sapete, per noi italiani. Voi spietati che vi dite anche cristiani, che per confermarlo esibite pubblicamente anche la corona del Rosario, la preghiera che ci fa fare memoria di Gesù in ogni suo capitolo (detto mistero), quale maestro, quale pastore, quale profeta, state seguendo? Non è la spietatezza il comando di Gesù, egli che è la via, la porta, l'acqua viva, il pane della vita. Ma l'amicizia di condivisione e soccorso. Questo continuano a ripeterci concordemente e pressantemente il Papa e i vescovi, e, tra i pastori cristiani, non solo loro. In questo tante divisioni del passato sono state superate.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 22 agosto 2019

Il principio evangelico di insoddisfazione

"Chi è il più grande tra voi diventi come il più giovane e chi governa come colui che serve. Infatti chi è il più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto tra voi come colui che serve" (dal Vangelo secondo Luca, capitolo,22, versetti 26 e 27 - traduzione in italiano CEI 2008. CEI 1974, dove CEI 2008 ha "il più giovane" traduce con "il più piccolo" - il testo in greco antico ha "neòteros": letteralmente "il più nuovo").

   Credo che storicamente nessuna autorità, civile o religiosa, anche se ispirata ai principi di fede, sia mai riuscita a mettere pienamente in pratica il comando evangelico che ho sopra citato. E questo anche nel caso di vere rivoluzioni, vale a dire di un completo rovesciamento di un ordinamento politico, con instaurazione di un nuovo ordine politico retto da regole opposte rispetto alle precedenti.
  Rivoluzione è un termine che il pensiero politico ha tratto dall'astronomia, dove significa il moto di un corpo intorno ad un altro corpo, che si considera come centro. Una rivoluzione è compiuta, dal punto di vista politico, quando viene istituito un nuovo ordinamento, e quindi un nuovo potere. Richiedere ai potenti di stare come colui che serve, vale a dire di agire di conseguenza, significa introdurre un principio di insoddisfazione permanente davanti a qualsiasi potere, quindi anche a quello che si presenti come rivoluzionario. Questa appunto l'origine dei gravi problemi politici che le nostre prime comunità di fede ebbero nei primi quattro secoli dell'era corrente e, in seguito, degli analoghi problemi che travagliarono i nostri riformatori che intesero promuovere un ritorno alla fedeltà a quel comando evangelico.
Mario Ardigò - Azione Carrolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli

martedì 20 agosto 2019

Riconoscere o rinnegare Gesù


Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 12, versetti 8 e 9: «8 Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; 9 ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.»

 C’è una relazione tra Terra, dove siamo noi ora quaggiù, e il Cielo, la nostra vera e unica patria secondo la fede, che indichiamo con lassù  per significare la distanza, ma senza sapere  dove  precisamente sia, essendoci state date solo immagini di  come  è, ed è insieme a Dio e ai suoi angeli. Quella relazione è mediata da Gesù, detto anche la  via  e la porta, che danno accesso al Cielo. Non si tratta di fargli atto di formale sottomissione, ma di fare ciò che comanda, ed egli ci comanda l’amore-agàpe,  l’amore di condivisione e soccorso. Il modello è il farsi prossimi  agli altri come il Samaritano  della parabola narrata nel Vangelo secondo Luca, nel capitolo 10, versetti dal 25 al 37. Questo mi è stato insegnato. La pratica della fede sta tutta qui. E’ una cosa semplice da dirsi e da capire, molto più difficile da farsi. Molto, molto più difficile di tutta la teologia di ogni tempo, che è solo cultura pensata e detta, per di più riferita a quel Cielo di cui ho scritto prima, che ci si sottrae nella sua distanza dalle cose e dalla vita di quaggiù. La pratica della fede richiede una certa sapienza: la si impara, certo, ma la si deve anche sperimentare, e non è detto che vada sempre bene al primo colpo. E’ come tutte le cose umane: sempre perfettibile. Per la fede, ciò che motiva a quella pratica, è invece diverso. Dicono che  si cresce  nella fede, ma nella mia esperienza non è proprio così. Vedo che si ricomincia sempre da capo, di età in età, e non è detto che si migliori con la sua pratica, acquisendo quindi una certa sapienza pratica. Non è detto che i vegliardi siano migliori dei più giovani. E’ questo che si vuol dire in religione quando si afferma che la fede ci  è donata.  E’ come con la manna, il pane dal Cielo, dell’episodio biblico, che non poteva essere accumulata (leggi nel libro dell’Esodo, i versetti dal 14 al 21 del capitolo 16). Il dono deve essere rinnovato di giorno in giorno, per tutti i giorni della vita. Così può accadere che uno sappia di teologia e di liturgia, che quindi sappia parlare con sapienza della fede e sappia insegnare preghiere e riti ma, ad un certo punto, non abbia più la fede, ad esempio se non accetta di riceverla in dono ma cerca di costruirsela in base a ciò che sa.  E’ descritta anche come sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna, acqua viva (leggi dal Vangelo secondo Giovanni, i versetto 10 e 14 del capitolo 4). Ci viene da Gesù, questo  si insegna in religione. Non è opera nostra. E, del resto, è tanto diversa dalla logica delle cose di quaggiù! Solo dal Cielo ci poteva venire. Supera ogni nostra attesa. Ci conduce al Cielo.
  Per chi si allontana da Gesù le cose di quaggiù riprendono però il loro aspetto di natura e la società appare nuovamente espressione della sua dura e spietata legge, che è quella a cui soggiacciono gli animali i quali, dal punto di vista della biologia, discendono anch’essi dalle antiche belve nostre progenitrici. Nell’allontanarsi non si tratta della fede pensata  o parlata,  ma della sua pratica, ad esempio quando si rifiuta di soccorrere, di  farsi prossimi  ai sofferenti che chiedono aiuto. Ci è infatti comandato di amare, non di ragionare sull’amore. Non obbedire al comandamento dell’amore - agàpe è appunto il rinnegare Gesù e dipende da noi. Ci è stato insegnato infatti che ogni cosa che si fa ai sofferenti è come se fosse fatta a lui (leggi nel Vangelo secondo Matteo, dal capitolo 25 i  versetti dal 31 al 46). Questo ci ripete il Papa, accorato, quasi ogni giorno, ma  è poco ascoltato, anche da chi parla  di fede e sbandiera simboli religiosi. «Maria Santissima ci aiuti a lasciarci purificare il cuore dal fuoco portato da Gesù, per propagarlo con la nostra vita, mediante scelte decise e coraggiose.» ha detto all’Angelus domenica scorsa. Così avvenga, così sia, amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli