INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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lunedì 11 gennaio 2016

Lettera ai catechisti per l’infanzia della parrocchia

Lettera ai catechisti per l’infanzia della parrocchia

Dal manuale Scautismo per ragazzi di Robert Baden-Powell





 So che avete dei problemi di disciplina con i bimbi che vi sono affidati.
 Non dovete pensare che siano cattivi o che le famiglie non abbiano fatto bene il loro lavoro educativo.
 I bambini sono irrequieti quando si annoiano, e fanno presto ad annoiarsi. La loro vita ha infatti  un ritmo molto più frenetico di quella di un adulto.  Ma non è neanche colpa vostra se si annoiano. Si tratta di trovare la via giusta per coinvolgerli e interessarli, ma ci vuole tempo e molta esperienza. Ci si riesce provando e riprovando. L’importante è non rimanere fermi nel praticare metodi che hanno dimostrato di non funzionare: bisogna saper imparare dagli errori.  Il modo migliore per imparare a trattare con i bambini è farne tirocinio con loro assistendo una animatore di maggiore esperienza. Ma diversi di voi non ne hanno avuto occasione. E non hanno neppure avuto una qualche specifica preparazione per l’impegnativo lavoro che vi è stato affidato.
 Non bisogna credere che seguire un gruppo di catechismo sia come occuparsi, ad esempio, dei propri fratelli o delle proprie sorelle minori in famiglia. Questa credo che per molti di voi sia la principale esperienza con i bambini. Ma nemmeno che sia simile ad educare i propri figli piccoli, che è la mia principale esperienza formativa da educatore. Come lo so? Lo so perché ricordo bene ciò che pensavo del mondo e delle persone intorno a me quando ero piccolo, dell’età dei vostri bambini del catechismo. E consiglio anche a voi, per cominciare, di fare memoria della vostra  infanzia. Cercate di non ripetere con i bambini del catechismo gli errori educativi che furono commessi su di voi, in particolare quelli che vi fecero soffrire.
 Se al catechismo i bambini vi chiamano maestra  o maestro, disabituateli a farlo. Non devono venire a catechismo con lo stesso animo con cui vanno a scuola. Questo vi impedirebbe di coinvolgerli veramente in quello che conta e allora avreste fallito il vostro compito. Dovete farli partecipare ad un’esperienza di fede vissuta. Questo è il gioco. Fatevi chiamare per nome e giocate con loro.
Chiamati per nome”, così uno dei miei maestri nella fede ha intitolato un suo corposo saggio scientifico, ed è uno dei modi con cui si può rendere un’idea della nostra concezione del soprannaturale e del suo legame con noi esseri umani. Voi e i  bambini del catechismo vi giocate la vita  nello stesso modo e giocando  ci si chiama per nome.  Fate in modo che i bimbi che vi sono affidati ricordino il vostro nome per tutta la vita. La loro fede gli sarà legata vitalmente e indissolubilmente.
  Parlo di gioco  e può sembrare irrispettoso dal momento che trattate di cose di fede, una faccenda molto seria, in cui ne va della vita. Ma, per un bimbo, il gioco è appunto una cosa molto seria. Non è un passatempo, come la partita di calcetto o il torneo di tennis di noi adulti. Un dimensione separata dalla vita reale. E’  la vita vera.
  Come ho scritto altre volte, sono stato scout e in quell’ambiente ho fatto molte esperienze di giochi  presi molto sul serio. Per inciso, quello degli scout è un ambiente in cui, per quel che ricordo dei miei tempi (che ormai sono molto distanti da quelli di adesso), si hanno veramente pochi problemi di disciplina. E mi dicono che oggi non sia diverso da tanti anni fa.
 Oltre ai giochi classici, si facevano periodicamente  Grandi giochi, su un campo d’azione molto vasto, che mettevano alla prova tutte le nostre capacità di orientamento e di sopravvivenza. Di solito erano organizzati in  due squadre che si cercavano per combattersi. Il Grande gioco che si faceva nel giorno della festa di  San Giorgio, il patrono degli scout, era un’attività che coinvolgeva diversi riparti  (i gruppi scout insediati nelle parrocchie) cittadini, varie centinaia di ragazzi La lotta individuale però non era fatta picchiandosi, ma allo scalpo, vale a dire cercando di strapparsi il fazzoletto scout che si porta in genere al collo e che in quell’occasione si infilava alla cintura sul retro dei pantaloni. Gli obiettivi variavano di volta in volta, ad esempio cercare di raggiungere un certo luogo in campo avversario.
 Una volta, nel corso di un grande gioco  che facemmo in una località molto suggestiva, le rovine dell’antico paese di Galeria, qui vicino a Roma, un posto pieno di insidie, di baratri profondi e dirupi, un posto in cui un genitore non farebbe mai scorrazzare un ragazzino, ma dove invece i nostri capi ci portavano spesso, nella mia squadriglia eravamo stati quasi tutti scalpati  dai nostri avversari e ci eravamo dovuti quindi ritirare dalla competizione. Si aspettava che tutto finisse come doveva, con la vittoria di quegli altri.  Rimaneva solo il nostro caposquadriglia, del quale, a distanza di tanti anni, ricordo bene il nome e cognome, si chiamava Angelo. Ebbene, questo qui, ad un certo punto, fu circondato da tutti gli avversari e, allora, per non farsi prendere, si buttò a capofitto in un profondo burrone pieno di rovi e scomparì alla nostra vista. Non essendo stato preso lui, essendo sopravvissuto  uno di noi, il gioco finì con un pareggio.  E lui non si fece trovare finché non gli assicurarono a gran voce che si era pareggiato. Nessuno degli altri ebbe il coraggio di raggiungerlo, laggiù dove si era andato a ficcare.  Dovettero farlo i capi, calandosi con delle corde e fu difficile. Lo tirarono fuori senza nulla di rotto, ma pieno di profondi graffi sulle parti del corpo scoperte e con i vestiti tutti tagliuzzati. Lo ricordo come fosse ora, quando riemerse dai rovi. I capi non lo punirono, perché sapevano bene che quel  grande gioco era per lui una cosa molto seria. E noi ragazzi lo ammirammo molto, la sua autorità fu da allora indiscussa.
 Quando i ragazzi organizzano un gioco, quella per loro è la vita vera. Non lo dico per averlo letto da qualche parte, parlo della mia esperienza personale. Nel romanzo per ragazzi  I ragazzi della via Pál,  dello scrittore ungherese Ferenc Molnár  se ne rende un’immagine realistica.
 Oggi però, poiché le nostre città sono diventate tanto più pericolose di un tempo, se non altro per il traffico di veicoli, i bambini di città hanno molto meno occasione di farlo. Nei paesi è ancora diverso.  Lo notai subito andando a lavorare a Giulianova, un posto di mare sulla riviera abruzzese, con un grande porto per pescherecci. I bambini del posto vivevano all’aria aperta, liberi, sempre presi in grandi giochi  a tutto campo,  e apparivano molto più tranquilli di quelli di città.
 Organizzare giochi genera autonomia e disciplina. E’ per questo che tra gli scout si organizzano anche grandi  giochi, non solo la solita partitella a calcio.
 Il gioco però deve inserirsi in una  storia, in un contesto narrativo. Tra i lupetti, i più giovani tra gli scout, bambini dell’età di quelli vostri, le storie sono tratte dal Libro della Giungla scritto dal britannico Rudyard Kipling a fine Ottocento. E’ la storia di un ragazzino cresciuto in un branco di lupi molto umanizzati, come altri animali che si muovono loro intorno: una tigre, un serpente, una orso saggio, una pantera e un gran numero di scimmie. Nei vari animali vengono rappresentati virtù e vizi degli umani. Nella storia le scimmie rappresentano i bambini indisciplinati e nessuno, tra i lupetti, voleva essere paragonato a loro. Tra i lupetti il capo del gruppo è un Akela, che è il nome del  lupo capobranco di quel libro. Io avevo un rispetto enorme per il mio Akela, del quale ricordo ancora il nome e cognome  al secolo, si chiamava Paolo ed era un sottufficiale dell’esercito. E ricordo bene anche  i nomi di  tutti gli altri capi, in particolare   Sergio Bagheera  (il nome della pantera nel libro)  e il sacerdote, padre Nello Baloo  (l’orso saggio). Ho fatto lo scout nella parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione. Dei miei catechisti qui in parrocchia non ricordo invece nulla, né di loro né di ciò che mi dissero a  catechismo. Mi sono rimasti nella memoria solo don Vincenzo, il parroco, poi il sacerdote con cui feci la mia prima Confessione, ora penso di ricordare che si chiamasse don Giovanni,  e che in quell’occasione mi disse che era lì perché mi voleva bene,  e io ne fui molto meravigliato perché non capivo proprio il perché, e il libretto del catechismo, che ancora conservo con affetto e venerazione, di cui però imparai a memoria le risposte senza comprenderne  praticamente nulla. Associo quel libretto a mia madre che  mi sentiva  le riposte che dovevo memorizzare e che cercava anche di spiegarmele. Ricordo il suono della sua voce e la sua vicinanza. Di quello che mi diceva, praticamente nulla. Il mio vero catechismo lo feci tra gli scout, dopo la Prima comunione, che all’epoca mi pare si facesse in terza o quarta elementare: lì la fede divenne per me consuetudine di vita e fu per sempre associata all’immagine di uno che si spinge per sentieri sconosciuti, su nuove piste, per scoprire posti nuovi, cercando di rimanere vivo e di mantenere vivi anche gli altri suoi amici, appunto lo scout. Tra gli scout e in mezzo alle difficoltà e le bellezze della  natura, soprattutto in certe notti incantate in tenda, in Abruzzo, con i lupi che ci ululavano intorno,  la fede religiosa mi apparve una cosa evidente, indiscutibile. Cominciai a tentennare quando lasciai gli scout, perché come si dice,  si rimane sempre scout, ma non lo  si fa per sempre: ad un certo punto  si parte, si  deve proprio partire, e comincia la vita vera, che però si scopre non essere poi molto dissimile da quella di prima. Si allargano solo gli orizzonti. Non si vive nostalgicamente perché c’è una continuità tra l’esperienza scout e quella da adulto: la prima prepara alla seconda. Rinsaldai poi la mia fede ai tempi dell’università, tra gli universitari cattolici della FUCI, tra i quali ritrovai lo stesso spirito della gente di oltre frontiera  che animava lo scoutismo, quello, come appunto ricordava Baden-Powell,  dei pionieri, degli esploratori e dei soldati di frontiera.
 Come leggete qui sopra nelle pagine del  manuale degli scout Scautismo per ragazzi,  scritto per i suoi scout da Robert Baden-Powell, il fondatore del movimento scoutistico, la disciplina, tra gli scout, viene mantenuta stimolando molto la responsabilità personale e, innanzi tutto, facendo emergere dei capi tra gli stessi ragazzi, come accade quando organizzano spontaneamente i loro giochi. E’ un sistema che quindi, paradossalmente, non si basa sulla costrizione e sulla costante vigilanza degli adulti, ma, al contrario, sul lasciare mano libera  ai ragazzi. Scrisse Baden-Powell:
Il capopattuglia ha la responsabilità dell’efficienza e del buon stile della sua Pattuglia. Gli scouts della Pattuglia obbediscono ai suoi ordini, non per paura di punizioni, come spesso avviene nella disciplina militare, ma perché essi formano con lui una squadra che gioca assieme ed è solidale col proprio capo per l’onore e il successo della Pattuglia.  
 L’attribuzione di responsabilità non si ferma lì. Il capo squadriglia nomina il suo vice e poi assegna altri compiti, per cui tutti finiscono per aver un ruolo importante per la vita del gruppo. E, quando si va in mezzo alla natura, a contatto con le difficoltà che presenta, innanzi tutto quella di sapere sempre dove si è e dove si deve andare, quindi di non perdersi, si scopre come è importante poter contare sugli altri.
 Ma, soprattutto, tra gli scout si lavora in un contesto che è sempre significativo perché si hanno delle responsabilità, proprio come  i grandi, e ai bambini questo piace sempre molto. Il modo migliore di coinvolgere un bambino in una certa attività è di trattarlo da persona grande, di attribuirgli delle responsabilità. Se invece lo si tratta come una specie di scimmietta ammaestrata, quello si stufa molto presto e comincia a dare fastidio.
 Scrive Baden-Powell, nel libro che ho citato:
“La parola «scautismo» significa il lavoro e le doti di pionieri, degli esploratori e dei soldati di frontiera.
  Dando ai ragazzi i primi elementi di questo insegnamento, noi offriamo loro un sistema di giochi e di esercizi che va incontro ai loro desideri e ai loro istinti, ed è nello stesso tempo educativo.
 Dal punto di vista dei ragazzi, lo scautismo è attraente perché li riunisce in gruppi fraterni, e questa è la loro naturale organizzazione, sia per giocare, sia per fare birichinate, sia per vagabondare; lo scautismo dà loro un’uniforme elegante ed un equipaggiamento; attira la loro immaginazione e il desiderio di vita romanzesca; e li impegna in una vita attiva e all’aria aperta.
 Dal punto di vista dei genitori, lo scautismo è bene accolto perché assicura ai loro figlioli  buona salute e sviluppo fisico; insegna loro l’energia, sveglia lo spirito di risorsa e l’abilità manuale, rende il ragazzo disciplinato, coraggioso, cavalleresco e patriottico: in una parola ne forma il «carattere», che è più di ogni altra cosa essenziale all’uomo per farsi strada nella vita.
 Il metodo scout sveglia nel ragazzo il desiderio di imparare da sé, e non gli inculca per forza delle cognizioni.
 Dal punto di vista nazionale il nostro scopo è quello di avere dalle nuove generazioni dei buoni cittadini.
 Nei riguardi della religione del ragazzo, noi lo incoraggiamo a praticare quella alla quale appartiene”
  Qualche volta, parlando di religione ai bambini, pensiamo di spiegar loro e far loro  imparare cose che serviranno loro  dopo,  da grandi. Infatti non prendiamo troppo sul serio i  bambini e la loro vita da bambini, che invece, dal loro punto di vista, è faccenda molto seria. Ci basta che facciano i bravi, ripetano la lezione, facciano quant’altro si dice loro, esattamente e solo quando si dice loro di farlo, e non facciano chiasso. Ma questo  è appunto trattare  i bambini come scimmiette ammaestrate. E loro allora si stufano, disimparano presto quello che gli abbiamo insegnato perché non possono farne  subito  tirocinio.  
  La fede, in realtà,  serve subito, già nel mondo dei bambini, in cui, come ho scritto altre volte, c’è il bene e c’è il male, la gioia e la sofferenza, l’amicizia e l’odio e, insomma, tutto ciò che c’è nel mondo degli adulti. La prima strategia da seguire, nel parlare ai bambini di fede, è quindi quella di  far loro  scoprire come possano agire  da persone di fede, subito,  per cambiare il loro mondo di bambini. Ad esempio, come Giovanni Bosco raccontava che faceva da piccolo, mettendosi in mezzo coraggiosamente tra due che litigano, cercando di mettere pace anche a costo di pigliarsi qualche sberla, o prendendo le parti del più debole angariato dal bullo di turno. A volte noi grandi preferiremmo che, in quelle situazioni, chiedessero il nostro intervento, ma questo non va bene. I bambini intuiscono bene che non è questo il modo in cui si agisce da adulti e allora capiscono che li trattiamo  da bambini: questo a loro non serve, si stufano, capiscono di perdere tempo con noi. Il loro mestiere, e loro lo sanno bene, per istinto naturale, è di crescere e si cresce facendo tirocinio di ciò che si impara, mettendolo  subito  in pratica. Da bambini lo si fa giocando, ed è per questo che ho detto che  il gioco dei bambini  è cosa molto seria, dal loro punto di vista.
  Giocare al gioco della fede  vi sembra puerile? Eppure è l’unica maniera per preparare veramente un bambino al grande gioco della vita, per coinvolgerlo veramente in un’esperienza di fede. E non parlo per sentito dire o per una qualche erudizione, ma solo sulla base di ciò che ho personalmente vissuto. Se volete un parere di un esperto dovete rivolgervi ad altri.  
  Un ultimo ricordo. Da noi in parrocchia sono stato per qualche mese chierichetto. Ho ancora la foto che facemmo in parrocchia in abiti liturgici, con don Vincenzo al centro, schierati sulle scale che c’erano al fondo del campo di calcetto, accanto al teatrino. Eravamo un bel numero. Confesso che delle cose da chierichetto non capii nulla, non ho mai saputo veramente servir messa. Sostanzialmente fui sempre solo un  aiuto-chierichetto. Ma mi piaceva avere quella responsabilità, di svolgere un servizio che aveva impegnato alla mia età anche mio padre, stando accanto al sacerdote, a un adulto di grande prestigio, di  fronte a tutta la gente nei banchi, a Messa,  con la mia bella cotta bianca a strisce rosse. Ma non fui mai  veramente  coinvolto  perché il lavoro da chierichetto non mi fu presentato come  un gioco, in un contesto narrativo valido.
  Con i bambini bisogna avere sempre una storia interessante da raccontare. Nel libro di Baden Powell di cui ho parlato, le pagine con istruzioni operative sono inframezzate da chiacchierate  al fuoco di bivacco, come quella che vedete qui sopra, in cui si raccontano delle storie e se ne distillano insegnamenti pratici ed esempi di vita etica. Nella Bibbia ce ne sono molte così. Servitevene.
  I bambini di oggi non sono più quelli degli anni Sessanta, quando io fui bimbo? Eppure in gran parte del mondo, lì dove i bambini sono presi molto sul serio, e anche nel nostro mondo tra gli scout di oggi,  i bambini  non fanno i bambini, come invece accade da noi ad esempio in ambienti scolastici, o anche al catechismo, quando si seguano i metodi scolastici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


domenica 10 gennaio 2016

Domenica 10-1-16 - festa del Battesimo del Signore - Sintesi dell’omelia della Messa vespertina

Domenica 10-1-16 - festa del Battesimo del Signore - Sintesi dell’omelia della Messa vespertina

Letture:  Is 40,1-5.9-11; Sal 103 (104);  Tt 11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22

  Questa Domenica si celebra la festa del Battesimo del Signore e viene fatto di pensare a quel verso del prefazio della Preghiera eucaristica che fa In alto i cuori e a cui si risponde Sono rivolti al Signore.  Perché è al Cielo, in alto, che dobbiamo innalzare il nostro spirito, là da dove venne, forte come quella del coro che questa sera anima la Messa, la voce del Padre che disse  “Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento”.
  Rivolgere l’animo verso l’alto significa non rimanere chiusi in sé stessi, ripiegati su sé stessi.
 Il battesimo di Gesù fu diverso dal nostro. Gesù era senza peccato, ma volle farsi simile a noi peccatori  per condividere la nostra condizione. Si mise in fila con la gente che si sottoponeva a un battesimo di conversione. Ma Giovanni battezzava con acqua: sarebbe venuto colui, disse, che avrebbe battezzato con Spirito Santo e fuoco.” Ed era Gesù, il Figlio di Dio.
 Lo Spirito Santo è l’amore di Dio e il fuoco rappresenta la passione della fede. Mettiamo ancora passione nella nostra fede? Se non lo facciamo ricadiamo nella mondanità spirituale, della quale il Santo Padre Francesco ha parlato sia nella sua esortazione La gioia del Vangelo  sia intervenendo al recente convegno ecclesiale di Firenze.
 Lasciandosi andare alla mondanità spirituale si cade in due errori: lo gnosticismo e il pelagianesimo. Il primo consiste in una fede solo intellettuale, priva di concretezza, il secondo è quando si resta attaccati a forme di spiritualità del passato, sorpassate.
 Lasciamoci invece ammaestrare dallo Spirito di Dio, piuttosto che da tanti altri vani insegnamenti; lasciamoci infuocare dalla passione della fede, che crea tra noi vera comunione, la quale si  manifesta in partecipazione e corresponsabilità.  Allora saremo rinnovati e rigenerati, come è scritto nella seconda lettura e potremo benedire il Signore per questo, come abbiamo recitato nel salmo.
 Come ha suggerito oggi il Papa, cerchiamo di scoprire, se già non la conosciamo, la data in cui siamo stati battezzati e facciamone sempre memoria, per acquisire la consapevolezza della trasformazione che in noi si è prodotta nello Spirito santo e fuoco.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha compreso le parole del celebrante.

La Messa vespertina è stata animata dai canti della corale Gino Contilli che si riunisce da vent’anni della vicina parrocchia di Santa Felicita. Alla Messa  è seguito un apprezzato concerto di canti natalizi. Sarebbe molto bello vivere anche da noi, qui a San Clemente, una esperienza simile. Mia moglie faceva parte del coro parrocchiale di San Saba all’Aventino, la sua parrocchia, e potrebbe dare una mano. Servirebbero altre voci e soprattutto un maestro o una maestra del coro.
 Altre notizie sulla corale Gino Contilli  possono trovarsi sul sito
http://www.parrocchie.it/roma/santafelicita/corale/
 Il Maestro Giuseppe Valenti, che la dirige egregiamente, ci ha detto che hanno bisogno di altre voci, soprattutto maschili (ho contato quattro uomini e dieci donne), ma anche femminili.
 Alla fine dell’esibizione, tutta l’assemblea si è unita al coro cantando due melodie natalizie.
 Grazie agli amici della corale, che ci hanno consentito di chiudere il Tempo liturgico di Natale in questo modo tanto toccante e avvincente!

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

Il problema della comunità catechizzante

Il problema della comunità catechizzante

   Tra i principali problemi che oggi possiamo rilevare nella nostra parrocchia vi è quello del quasi completo fallimento della catechesi comunitaria per i giovani e gli adulti, che è monopolizzata da catechisti provenienti dal Cammino Neocatecumenale  a cominciare dalla formazione dei ragazzi che hanno già ricevuto la Prima comunione in avanti. Essa infatti sembra funzionare solo per le persone già collegate a quel movimento. Poiché l’impostazione di questa catechesi, per come ho potuto constatare al tempo in cui le mie figlie vi parteciparono, è sostanzialmente quella neocatecumenale, questo fallimento riguarda principalmente quel metodo. E’ un problema molto serio e di difficile soluzione perché la gente che è attiva in parrocchia, nei vari servizi che essa esprime, appartiene quasi tutta a quel movimento, si è formata in esso e vi ha fortissimi legami anche per gli orientamenti di vita, ne condivide metodi e finalità ed è poco disposta a metterli in questione.
  Per chi, come me, non appartiene al Cammino Neocatecumenale può essere difficile capire bene in che cosa consista il metodo di quel movimento. Ma, naturalmente, essendo vissuto tanti anni in una parrocchia che si è neocatecumenalizzata, con sacerdoti formatisi in quel movimento, me ne sono fatta una certa idea e in diversi precedenti interventi l’ho esposta.
 I neocatecumenali spingono le persone a entrare in piccoli gruppi, in neo-comunità, sottoposti a un rigido controllo da parte di catechisti, i quali tendono ad esercitare anche un ruolo vicino a quello di direzione spirituale, e in cui si sviluppano, secondo la dinamica nota dei piccoli gruppi studiata dalle scienze psicologiche a partire dalla metà del secolo scorso, relazioni personali sempre più forti, al modo di una famiglia allargata, comprendenti anche una marcata solidarietà economica. A questi piccoli gruppi, che non mi pare facciano vita comune con gli altri gruppi dello stesso movimento rimanendo collegati con essi solo attraverso i rispettivi catechisti, si propone un programma di perfezionamento a gradi progressivi, progettato totalmente al di fuori dei gruppi stessi, da un gruppo dirigente a livello internazionale, in particolare centrato sulla realizzazione di famiglie molto numerose e gerarchicamente sottoposte all’autorità paterna nelle quali  trasmettere insieme la vita e la fede. Si insiste molto, quanto ai contenuti, sulle questioni della sessualità, dando molta importanza al quando, con chi e anche come fare l’amore, in particolare non prima del matrimonio e al di fuori di ogni discorso di programmazione delle nascite. Si suppone che, frequentando quei gruppi, le persone assimilino senza resistenze questa impostazione di vita, che è una particolare interpretazione della  vita buona di fede, con significative assonanze ma anche con divergenze rispetto al magistero. Per sostenere emotivamente questo impegnativo cammino si è sviluppata anche una para-liturgia molto caratteristica che viene vissuta, per ciò che so, in celebrazioni riservate ai soli aderenti ai gruppi. Fondamentalmente si cerca di indurre nelle persone che partecipano ai gruppi una sensazione di stato collettivo nascente, che è un potente fattore emotivo di unificazione, per cui esse tendono a sentirsi  prescelte,  selezionate, e, in sostanza la parte eletta di un popolo. A volte mi è capitato, ma da tempo non più, di vedere che a Messa alcune persone rimanevano in piedi quando l’assemblea si sedeva. Mi hanno spiegato che erano persone  alzate, che avevano conseguito un certo progresso nell’avanzamento spirituale. Tutto questo, secondo alcuni critici di quel metodo, porta a un certo narcisismo.
 Scrivono il politologo  Marco Marzano e la sociologa Nadia Urbinati in Missione impossibile - La riconquista cattolica della sfera pubblica, Il Mulino, 2012, a pag. 45-46:
“Nel Cammino Neocatecumenale i tratti narcisistici sono tantissimi: ad esempio, lo spazio enorme dato alla narrazione di ogni conversione, di ogni singolo percorso di avvicinamento all’organizzazione e poi ai problemi della vita quotidiana di ciascuno. Così, durante le messe o le liturgie della parola infrasettimanali, si sentono i «fratelli» e le «sorelle» del Cammino parlare diffusamente dei propri problemi personali: di un mutuo da pagare, di un parente m alato, di una moglie distratta e fredda ecc. Anche il testo biblico è letto in chiave narcisistica, cioè come metafora della propria esistenza: ogni catecumenale ha avuto nella propria vita il suo “Egitto”, ovvero la sua personale schiavitù, nei confronti del sesso, delle droga, del gioco ecc.; i sacerdoti che si oppongono al Cammino sono «i faraoni», mentre al centro dei famigerati «scrutini» c’è l’esame della vita personale del convertito, analizzata fino all’ultimo dettaglio. Anche nella spiritualità carismatica dilagano la soggettività e la dimensione terapeutica: i rituali di guarigione hanno come oggetto la liberazione dei partecipanti  dai problemi e dalle angosce che li hanno afflitti in un passato più o meno recente. La preghiera spontanea si indirizza sempre verso obiettivi molto privati: la redenzione di un adultero, la guarigione di un malato, la salute di un bambino. Il «narcisismo sociale» è un elemento costitutivo della nostra vita sociale ed è penetrato in profondità nella vita delle organizzazioni religiose. «Abbandonata la speranza di migliorare la vita in modo significativo - scriveva Lash - la gente si è convinta che quel che veramente conta è  il miglioramento del proprio stato psichico». L’appiattimento sul presente e su se stessi, sulla propria sopravvivenza individuale, l’esaurirsi di ogni senso di continuità storica, la ricerca ossessiva della pacificazione interiore sono i tratti caratterizzanti del narcisismo di massa. La terapia occupa lo spazio un tempo assegnato all’escatologia: il miglioramento continuo della propria vita e la guarigione delle proprie ferite personali prendono il posto della vita eterna e della salvezza.”
  Non ho mai partecipato alle riunioni di un gruppo neocatecumenale, quindi non posso confermare per esperienza personale le affermazioni di Marzano e Urbinati, comunque, da ciò che ho capito osservando i neocatecumenali da fuori, vedo che tendono a diffondere particolari ricette per migliorare la vita personale, tanto che nelle testimonianze  che annualmente vengono proclamate a Messa, tutte sulla stessa falsariga, l’ingresso in una comunità neocatecumenale viene presentato entusiasticamente come una rinascita.  Inoltre si sottolinea molto l’esigenza di ripudiare tutto ciò che si è stati prima di quel momento considerandolo, anche quando non era cattivo, di scarso e insufficiente valore. Come ho sentito dire una volta da un neocatecumenale della parrocchia, si vuole demolire per ricostruire (non so però se questo effettivamente corrisponda agli orientamenti catechistici del movimento, sui quali ho poche fonti informative precise).
  L’impostazione del metodo neocatecumenale tende a creare gruppi molto caratterizzati non solo nei confronti della società all’esterno della parrocchia, ma anche all’interno della parrocchia stessa, rispetto agli altri fedeli.
 Scrivono ancora Marzano e Urbinati, nel libro che ho citato, a pag.41:
“Ogni movimento conduce un’esistenza totalmente separata  dagli altri ed ha una spiritualità e una ritualità proprie, simboli e pratiche diverse. Se, per fare un esempio, ad un ciellino capitasse in sorte di partecipare a una messa neocatecumenale, penserebbe  di essere capitato in un’assemblea non cattolica. Le peculiarità di quella celebrazione sono infatti numerose: si svolge il sabato sera alle 21, i fedeli si dispongono a semicerchio intorno ad un grande tavolo sul quale campeggia una menorah ebraica; l’ostia è una vera pagnotta di pane, spezzettata in piccole parti e distribuita ai fedeli che la ingoiano tutti insieme bevendo poi a turno il vino consacrato nel calice; l’omelia è seguita dalle “risonanze”, ovvero da pensieri dei fedeli espressi in forma libera; anche le letture dei brani biblici e del Vangelo sono commentate dai partecipanti e la fine del rito consiste in una sorta di «danza rituale» attorno all’altare”.
  Tuttavia non è la loro paraliturgia che separa molto, per come mi appare, le comunità catecumenali, i piccoli gruppi di perfezionamento neocatecumenali, dalla società intorno e dalle altre realtà parrocchiali, e credo anzi che una certa creatività liturgica sia in linea con gli orientamenti post-conciliari, ma piuttosto cinque altri elementi veramente molto critici: un certo  maschilismo, per cui all’uomo mi pare si voglia riconoscere una specie di anacronistica specifica maggiore attitudine naturale al comando nella famiglia e anche fuori di essa rispetto alla donna, un po’ al modo di quella che si ritiene spetti ai maschi nella gerarchia del clero cattolico; la corrispondente sottovalutazione dell’esigenza di promuovere, sviluppandolo, il ruolo sociale della donna, vista ancora essenzialmente come destinata a ruoli familiari, per la cura dei numerosi figli che si pensa di dover generare come specifico impegno religioso; la penetrante intrusione nella sessualità delle persone, pretendendo rigida conformità nel quando, come e con chi fare l’amore; la scarsa considerazione per la libertà di coscienza e di pensiero alla quale corrisponde un metodo molto rigido di utilizzo dei testi sacri per la riflessione personale e gli orientamenti di vita, quindi di lectio divina, la spiritualità sviluppata a partire dalla meditazione delle Scritture;  e infine lo scarso interesse per la partecipazione allo sviluppo democratico della società del nostro tempo, della quale non si fa tirocinio comunitario.  Questi aspetti possono non creare problemi (fino a un certo punto però) se vissuti in un’ottica di movimento, all’interno di un mondo  particolare, di un  settore del popolo di fede; lo costituiscono se proposti a  tutti,  alla generalità dei fedeli. Se uno si sente proporre come obbligatorie  certe ricette di vita per rimanere in parrocchia e non si sente di seguirle, si allontana.
  Per uno, come me, che non intende nel modo più assoluto aderire al metodo neocatecumenale, perché troppo divergente con gli orientamenti spirituali in cui si è formato, in particolare in quegli aspetti critici di cui dicevo,  è difficile approfondire ulteriormente la cosa, perché solo agli iniziati  è consentita una partecipazione ai riti sociali neocatecumenali. Un sacerdote della parrocchia potrebbe però avere il desiderio e l’opportunità di farlo. Credo però che, difficilmente, senza essere anche lui  iniziato  alla spiritualità e alla paraliturgia di quel movimento, potrebbe svolgervi il suo ministero. Mi pare quindi che i neocatecumenali abbiano necessità di sacerdoti dedicati e che l’impegno del prete in mezzo a loro sia veramente molto  impegnativo e coinvolgente. A volte, vedendo il particolare rapporto dei nostri preti formatisi tra i neocatecumenali con le loro comunità di riferimento, ho anche provato un sentimento di invidia. Perché il tempo di un prete è diventato risorsa rara per la generalità dei fedeli e invece i neocatecumenali ne avevano in abbondanza, ogni volta che volevano, ogni volta che ne sentivano l’esigenza. E i preti trattavano quelle comunità un po’ come la  pupilla dei loro occhi, per cui, confesso, in certi momenti difficili della mia vita sono stato tentato dal provare ad avvicinarmi. Ma l’educazione ricevuta mi ha poi sempre prevenuto. Avrei dovuto rinunciare, per aderire, a troppe cose che ormai mi erano profondamente connaturate, sostanzialmente a tutta una vita di fede.
 Ora, bisogna considerare che, a partire dal documento  Il rinnovamento della catechesi, diffuso nel 1971 dalla Conferenza Episcopale Italiana, il testo che viene anche denominato Documento di base, si  è data molta importanza alla dimensione comunitaria della formazione alla fede, mentre in passato si riteneva che questa attività fosse di stretta competenza dei preti e dei religiosi e consistesse in un indottrinamento, nella somministrazione di teologia semplificata. In principio, la comunità venne ritenuta rilevante in quanto poteva esprimere un esempio di fede vissuta che poteva confermare la validità di certi insegnamenti religiosi. Si ritenne quindi che la formazione non dovesse essere indirizzata solo alla singola persona, ma anche alla comunità nel suo complesso. In questo quadro fu evidenziata l’importanza, come prima cellula educativa e oggetto di formazione, della famiglia. Progressivamente, nei successivi documenti destinati a tutte le collettività di fede del mondo,  il Direttorio catechistico generale  del 1971 e il Direttorio Generale di Catechesi  del 1997, diffusi da un organo della Curia vaticana, la Congregazione per il Clero, e nelle esortazioni apostoliche  L’annunzio del Vangelo,  promulgata nel 1975 dal papa Montini, e La catechesi, promulgata del 1979 dal papa Wojtyla, entrambe all’esito di assemblee sinodali dei vescovi, si considerò però il ruolo delle comunità non solo come testimonianza di vita, a conferma della bontà e praticabilità dei principi di fede, ma anche come  ambienti  della formazione religiosa e come  agenti  catechistici. I due aspetti non coincidono: il secondo infatti comprende anche un ruolo attivo nella formazione, in modo corrispondente a quello che i genitori svolgono nei confronti dei figli.
  Ma in tutti i documenti che ho citato si segnalava l’esigenza di una migliore e specifica formazione innanzi tutto dei formatori, vale a dire di tutti i soggetti coinvolti nell’educazione alla fede, ed anche delle comunità nella misura  in cui esse, in modo sempre più rilevante ne erano divenute partecipi. Perché un formatore, singolo o comunitario, educa alla fede in modo corrispondente al grado di formazione che ha ricevuto. Senz’altro  può testimoniare  la fede anche in modo ingenuo e istintivo, esprimendo una vita buona, animata dalla religione, a prescindere da una maggiore consapevolezza su di essa, da una riflessione su principi e ideali che l’hanno determinata, ma se poi deve parlarne  ad altri per dare loro un certo orientamento, quindi se deve esercitare il  servizio della Parola,  come si dice in ecclesialese, è necessario, indispensabile, che vi sia preparato. Ecco: questa formazione dei formatori  è completamente mancata nella nostra parrocchia, per cui la catechesi, per come mi appare, non si fa secondo gli indirizzi della diocesi ma secondo quelli, piuttosto rigidi, espressi dai direttòri catechistici  neocatecumenali. Non si tratta solo di questioni di metodo, ma anche di contenuto. E tuttavia anche il metodo è importante. Esso oggi, negli orientamenti dei nostri vescovi, deve consentire di fare tirocinio di dialogo in una società pluralistica e quindi di confrontare varie esperienze di vita di fede e di impegno civile in un dibattito libero e franco. Ma, anzitutto, richiede di prendere consapevolezza comunitaria della realtà sociale che si muove al di fuori degli spazi liturgici secondo l’impostazione fortemente innovativa espressa dai saggi dell’ultimo concilio e che si ritrova, ad esempio, in uno spettacoloso documento del supremo magistero sociale quale l’enciclica Lo sviluppo dei popoli, pubblicato nel 1967 dal papa Montini, che invito tutti a leggere sul Web all’indirizzo
http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum.html
 Ne trascrivo qui di seguito un brano molto rilevante:
Visione cristiana dello sviluppo
14. Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: "noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera".
Vocazione e crescita
15. Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno svolgimento, frutto a un tempo della educazione ricevuta dall’ambiente e dello sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino propostogli dal suo Creatore. Dotato d’intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più.
Dovere personale e comunitario
16. Tale crescita non è d’altronde facoltativa. Come tutta intera la creazione è ordinata al suo Creatore, la creatura spirituale è tenuta ad orientare spontaneamente la sua vita verso Dio, verità prima e supremo bene. Così la crescita umana costituisce come una sintesi dei nostri doveri. Ma c’è di più: tale armonia di natura, arricchita dal lavoro personale e responsabile, è chiamata a un superamento. Mediante la sua inserzione nel Cristo vivificatore, l’uomo accede a una dimensione nuova, a un umanesimo trascendente, che gli conferisce la sua più grande pienezza: questa è la finalità suprema dello sviluppo personale.
17. Ma ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità intera. Non è soltanto questo o quell’uomo, ma tutti gli uomini sono chiamati a tale sviluppo plenario. Le civiltà nascono, crescono e muoiono. Ma come le ondate dell’alta marea penetrano ciascuna un po’ più a fondo nell’arenile, così l’umanità avanza sul cammino della storia. Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, che è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere.
 Declinata nella nostra scala locale, questa esigenza significa distoglierci dal nostro narcisismo  personale e comunitario, per cui si è tutti e sempre concentrati su sé stessi e sui nostri piccoli gruppi di perfezionamento, e ricollegarci con la società espressa dal nostro quartiere, le Valli, per attivare sedi di dialogo in cui sia possibile quel flusso di dare-ricevere che consente l’inculturazione della fede in un certo tempo e in un certo ambiente umano. La fede ha ancora qualcosa da dire alla società del nostro tempo, o può rimanere solo in una dimensione di terapia psicologica per il benessere individuale? Si può diffondere solo per generazione biologica, supponendo contro l’esperienza comune che i figli seguano sempre gli orientamenti di vita dei genitori, o anche per via di comunicazione interpersonale, per contagio culturale? Può resistere solo in artificiali ambienti neo-tribali, autosegregati, in bolle di sopravvivenza, in  serre sociali, o in realtà risponde ancora alle più profonde esigenze dell’umanità di oggi, esprimendone le più alte idealità?
 Si tratta di un’attività, quella di educare secondo la modalità di apertura, che richiede innanzi tutto un lavoro sui formatori, perché si convincano della sua necessità, anzi indispensabilità,  e poi ne facciano tirocinio. Perché, bisogna capirlo bene: formatori non si nasce, lo si diventa imparando e facendo tirocinio.  Altrimenti avremo, in questa epoca di trasformazione della parrocchia, atteggiamenti schizofrenici: dal pulpito si predica l’apertura e a catechismo invece la chiusura in difesa. Di modo che uno, sentendo quello che propone il prete, si iscrive a catechismo e poi, sentendo quello che gli propone il catechista, fugge via, se non sente l’esigenza di rinchiudersi in una specie di  bolla  artificiale di sostegno vitale della fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





  

sabato 9 gennaio 2016

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 10 - Conclusione

Perché la parrocchia? Come la parrocchia?  - 10 - Conclusione

  Tirando le somme di ciò che ho osservato negli interventi precedenti, si può dire che stiamo vivendo la parrocchia in una fase piuttosto delicata in cui si va trasformando da sede dell’ufficio ecclesiastico del parroco, luogo decentrato di esercizio di un potere sacro, in entità comunitaria finalizzata a scoprire, attualizzare e diffondere nel nostro tempo la fede religiosa, facendone esperienza insieme apprendendo, dialogando con gli altri, partecipando creativamente, non da semplici utenti, a varie attività, tra le quali servizi altruistici e disinteressati nel campo della formazione, dell’animazione, e dell’assistenza personale e materiale e la liturgia, come anche l’arte, nelle varie forme in cui può essere espressa da quelle classiche a quelle nuove dei tempi nostri,  ed  infine riportando, confrontando nella discussione collettiva e verificandone la compatibilità con principi religiosi proclamati anche con l’ausilio di coloro che tra noi svolgono la missione di apostoli, i risultati della nostra azione nella società civile nei vari campi in cui essa si svolge, quindi anzitutto nel lavoro e nella famiglia, nella cultura e nella politica di collaborazione democratica al governo della società  nei vari livelli, locale, nazionale e internazionale, in cui esso si articola. La principale difficoltà che si incontra in questo processo è che il quadro giuridico in cui si opera è sostanzialmente quello di sempre, secondo il quale la parrocchia è essenzialmente ancora un ufficio ecclesiastico di decentramento amministrativo della diocesi, e il suo elemento comunitario va sviluppato innanzi tutto  sperimentandolo, in particolare stimolando la partecipazione laicale, in un clima però che è di generale sfiducia verso il laicato da parte del clero, e in particolare dei nostri capi religiosi, motivata dalla scarsa preparazione culturale, dall’indisciplina e dalla rissosità mostrata dalla gente di fede tutte le volte che si cerca di farla uscire dallo stato di  gregge.
  Si tratta quindi, da parte di noi laici, di cercare di  crescere in ciò in cui ci siamo mostrati carenti, in particolare non rimanendo fermi alla fede dell’infanzia, prendendo maggiore e realistica consapevolezza del dibattito culturale sui temi religiosi e dell’evoluzione della società del nostro tempo, facendoci carico delle esigenze di unità delle collettività religiose, che devono procedere sempre con atteggiamento sinodale (che significa camminare insieme senza escludere) e dell’agàpe (per cui ci deve essere sempre un posto per tutti alla nostra ideale mensa), e cercando di vivere pacificamente il pluralismo facendo tirocinio di democrazia, l’unico metodo per far convivere positivamente le diversità.
  Ma va sviluppata molto anche la dimensione della  corresponsabilità, che è parte di quella del  servizio altruistico, per cui non si agisce solo da utenti di servizi religiosi al consumatore ma si attua quella che viene definita come giustizia partecipativa, per cui non si rifugge l’impegno personale là dove è doveroso esprimerlo a fini altruistici. Ciò comporta, in particolare, farsi carico dei problemi economici della gestione parrocchiale, nei campi del sovvenire, quindi del contribuire a creare le risorse materiali dell’azione collettiva, non pretendendo che essi derivino tutti dal bilancio statale o ecclesiastico, e in quello del  controllare, vale a dire della verifica del rendiconto e della programmazione delle entrate e delle spese per il futuro. Benché non sia previsto dalle norme canoniche, è necessario infatti sviluppare come conquista culturale, essenziale per il passaggio a una reale dimensione comunitaria, l’idea che chi gestisce le risorse economiche della parrocchia, come ente ecclesiastico e civile, quindi il parroco e il Consiglio per gli affari economici, debba, in qualche modo, esporre  periodicamente alla comunità i risultati della gestione economica, sia sotto il profilo della consistenza dei beni materiali presenti, quindi dell’inventario, sia sotto il profilo del rendiconto, vale a dire del bilancio tra entrate e uscite, e  i progetti per il futuro, ottenendo in qualche modo, da individuare, l’assenso dei partecipanti alla collettività parrocchiale. E’ una cosa che, a  mia memoria, non si è mai fatta: l’unica forma di partecipazione che in passato è stata attuata in questo settore è stata infatti quella di esporre, nel corso delle Messe, problemi contingenti di spesa, ad esempio per pagare una bolletta particolarmente elevata o il costo di  lavori di manutenzione o ristrutturazione, richiedendo la contribuzione dei fedeli. Così si è proceduto anche nel corso dei lavori per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale  e ora si scopre che si sarebbe potuto programmarli meglio, in particolare salvando all’uso collettivo la parte residua del vasto locale sotterraneo un tempo adibito ad uso liturgico ed ora sostanzialmente trasformato in un parcheggio per vari veicoli privati e in un disordinato deposito di materiali di risulta. Naturalmente non si è obbligati a procedere in questo modo, ma se non lo si fa, se la gestione economica si mantiene sostanzialmente opaca, non si può pretendere poi che i fedeli si sentano realmente coinvolti  in  una realtà comunitaria dove la loro partecipazione, per quanto affermata in linea di principio come necessaria, si rivela in fondo inutile e senza reali modi per manifestarsi. E’ questo un problema molto serio, tenendo conto che la gran parte delle risorse economiche delle nostre collettività religiose proviene dal bilancio pubblico, quindi dai tributi versati dai cittadini italiani, per un importo molto rilevante che supera abbondantemente il miliardo di euro all’anno oltre alle varie ulteriori elargizioni pubbliche per la manutenzione e restauro degli edifici religiosi e per il sostegno di varie attività sociali svolte in ambito religioso, ma che mancano sedi democratiche di verifica della congruità dell’impiego di queste risorse, che attualmente vengono gestite autarchicamente dalle nostra autorità religiose, espresse dal clero. Una buona parte degli scandali che recentemente hanno coinvolto i vertici della nostra collettività religiosa ruota appunto intorno a questi temi. Pretendere di superarli mettendoli semplicemente a tacere non è conforme ai principi democratici che informano le società avanzate contemporanee, che richiedono invece trasparenza  e possibilità di verifica comunitaria, e dove occorre  riforma,  per cui sarebbe opportuno iniziare sperimentazioni  anche in questo campo almeno a livello locale, che possano poi orientare riforme più vaste.
  Infine è necessario distaccarsi dagli esempi del nostro tremendo passato storico, in cui, fin dalle origini, si è stati piuttosto intolleranti gli uni versi gli altri, a dispetto della religione dell’agàpe  proclamata, distribuendosi a vicenda patenti di eresia e scomuniche. Ancora oggi lo si fa piuttosto disinvoltamente. Occorre in questo fare tirocinio di democrazia, edificando nuove forme sociali in cui lo si possa svolgere, nelle quali, in particolare, le varie  attività  della parrocchia possano coinvolgere  tutti  a prescindere dalle loro particolari spiritualità e dai vari loro orientamenti sociali e politici, facendo  convivere le diversità in modo da consentire anche il dialogo pacificato e pacificante sui temi controversi, secondo il metodo dell’aggiunta  per cui non si rinuncia a nessuno, mai, nelle questioni di fede, solo perché la si pensa diversamente su certi temi. Si tratta di un’esperienza di libertà che richiede anche di interiorizzare  una disciplina democratica, secondo la quale si rispetti la dignità altrui e, una volta espressa democraticamente una presidenza nei vari campi di attività collettiva, se ne rispettino poi le decisioni relative all’ordine da dare ai lavori, in modo da arrivare ordinatamente a decisioni collettive con la partecipazione di tutti, senza prevaricazioni o esclusioni e in modo che ad ognuno sia consentito di esporre le proprie opinioni e proposte sui temi in discussione.
  Da ciò che ho esposto è chiaro che non si tratta di restaurare  esperienze del passato o di applicare  un qualche modello già esistente, ma di  sperimentare  nuove vie, in un’ottica di reale partecipazione al moto di  riforma che interessa le nostre collettività religiose dagli scorsi anni Sessanta e che da due anni è ripreso intensamente, dopo un lungo periodo di stasi. Dipenderà anche da tutti noi se l’esperienza religiosa continuerà ad avere un senso nella società in cui siamo immersi e ciò pur confidando naturalmente nella persistente assistenza soprannaturale, in quella Provvidenza della quale tutti noi dobbiamo pur sempre invocare religiosamente  di divenire strumenti.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 8 gennaio 2016

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 9 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 9 -

Una tribù di nativi Americani. Vogliamo "giocare a fare gli indiani", in religione?


  Nelle società europee contemporanee stiamo vivendo una crisi delle relazioni comunitarie. I sociologi ne danno varie spiegazioni. Una di queste è che non se ne vede più la necessità: le comunità davano sicurezza, certo, ma erano anche opprimenti, un po’ come la famiglia. Davano protezione agli individui, ma pretendevano conformità e sottomissione acritica. Le società democratiche, fino  ad epoca recente, hanno consentito alle persone di fare a meno dei legami comunitari, compresi quelli familiari che li sottomettevano a gerarchie naturali, mantenendo un certo livello di sicurezza sociale. Esse infatti erano fondate sull’idea di giustizia sociale, che comprendeva appunto la sicurezza nella vita delle persone, ad esempio forme di previdenza sociale in caso di malattia, inabilità lavorativa o disoccupazione, l’assistenza sanitaria, la formazione scolastica e professionale, tutti benefici che nei tempi più antichi erano assicurati dalle varie comunità-corporazioni in cui un individuo era inserito. Tra queste anche le collettività religiose, che costituivano inoltre un potente fattore di integrazione sociale e di riconoscimento della dignità delle persone.
  Quando si parla di secolarizzazione, volendo intendere quel processo per cui le persone non credono più che potenze soprannaturali abbiano una qualche influenza sulle loro vita e che quindi metta conto di stabilire relazioni di un certo tipo con loro, pertanto di condurre una vita religiosa, in realtà si fa riferimento a qualcosa di diverso da una convinzione intellettuale di ateismo, che nella nostra società è propria di un minoranza molto esigua stimata intorno al 5% della popolazione, e precisamente al fatto che la gente non ha più necessità delle forme di previdenza e di integrazione sociali assicurate dall’appartenenza ad una collettività religiosa, per cui ne diserta le liturgie, non approfondisce le conoscenze di fede e non si sente vincolata dalla sue regole esigenti, e vive bene lo stesso. Ha ancora piacere che certe tappe fondamentali della vita siano contornate dai simboli religiosi, ma solo come apparato scenografico e spettacolare, un settore in cui  i nostri liturgisti e maestri di cerimonie sono ancora piuttosto quotati.
  Del resto ai tempi nostri in genere non si  ha più coscienza di che cosa ha significato negli scorsi due secoli appartenere alle nostre collettività religiose in Italia. Per un tempo lunghissimo, si è vissuti in una condizione di pesantissima emarginazione sociale  e culturale, a differenza di altre nazioni del mondo in cui la gente della nostra fede si era molto diffusa, ad esempio nelle Americhe. Questa situazione venne determinata scientemente e intenzionalmente dall’azione del papato romano, nella sua contrapposizione frontale al movimento di unificazione nazionale, per cui esso si compì  contro  il papato, ponendo fine con una conquista militare al suo residuo regno nell’Italia centrale. Il papato, come reazione, impedì a lungo, dal 1868 al 1909, la partecipazione democratica della nostra gente di fede alle istituzioni del Regno d’Italia. Esso costrinse i fedeli su posizioni  intransigenti  verso il nuovo stato unitario stimolando un’ideologia  guelfa, vale a dire a sostegno delle rivendicazioni politiche del papato, che voleva fondarsi su una base popolare, specialmente rurale, mantenutasi fedele nonostante fosse prevaricata da una classe politica colonizzata da ideologie e filosofie estranee alla tradizione italiana, in particolare dal liberalismo. Questa posizione aveva anche come corollario una forte diffidenza verso tutto ciò che la modernità di altro aveva prodotto, in particolare i progressi scientifici e tecnologici, e la negazione della libertà di coscienza nei fedeli. Da questa condizione ci si cominciò a risollevare, nel pieno della temperie antimodernista, in particolare grazie all’opera di Giuseppe Toniolo (1845-1918) dopo lo scioglimento dell’Opera dei Congressi. Ma a lungo la gente della nostra fede e la loro cultura furono viste con sospetto nei campi della politica, della scienza e della cultura italiane, anche se non mancarono certo politici, scienziati e intellettuali di primo piano appartenenti alle nostre collettività religiose. Da questa condizione si uscì ai tempi del Concilio Vaticano 2°: esso anche in questo fu un evento epocale.
   Tenuto conto di questa storia, quando la pressione sociale che induceva ad atteggiamenti religiosi calò, appunto per lo sviluppo di una democrazia sociale che garantiva la sicurezza delle persone a prescindere da legami comunitari forti, la gente prese ad allentare i legami con collettività di fede che in passato erano state vissute come ghetti arretrati. E constatò che  si poteva vivere bene lo stesso.
  Questa metamorfosi sociale la possiamo situare negli anni Sessanta del secolo scorso.
 Fu appunto a quei tempi che si cercò di motivare la persone verso un diverso modello comunitario, di tipo aperto, universalistico, partecipe della vita sociale e politica del proprio tempo e fondato non tanto su tradizioni popolari, quindi sulle consuetudini e costumi sociali che tradizionalmente venivano vissuti in ambito religioso, quanto su una più matura consapevolezza dei principi di fede.  Si progettò anche un profondo rinnovamento della catechesi, sulla base del movimento catechistico che aveva interessato l’Europa dalla fine dell’Ottocento. Questo processo molto presto cominciò a riguardare la stessa organizzazione delle nostre collettività religiose, esprimendo istanze di riforma a tutti i livelli. In questo momento, verso la fine degli anni Settanta, dopo circa un decennio di sperimentazioni, il papato intervenne bloccandole d’autorità, nel timore di perdere il controllo del popolo di fede. Parallelamente sorsero nuove sperimentazioni  sociali che in religione riproponevano modelli comunitari del passato secondo due tendenze: quella del neo-intransigentismo, un fondamentalismo che riteneva di radunare la gente ricostituendo comunità di tipo tradizionale intorno a prassi, liturgie, costumi, consuetudini sperimentate nel passato, e quella del  neo-tribalismo integralista, cercando di ricostruire artificialmente il modello autoritario delle famiglie allargate che sembrava avesse consentito negli ambienti rurali la tenuta della nostra fede, integrandolo in neo-liturgie  e in una neo-tradizione,  costruendo una nuova ideologia comunitaria dandole però un aspetto anticato, come se risalisse alle origini. Queste due vie furono assecondate durante i pontificati del Wojtyla e del Ratzinger, sviluppandosi molto. Entrambe  fanno conto di sviluppare sulle persone  una pressione comunitaria  che possa bilanciare quella della cultura dominante, vista come ostile. Entrambe sono fortemente critiche nei confronti dell’ideologia espressa dai saggi dell’ultimo concilio. Entrambe tendono ad isolare le persone dalla società del loro tempo, sviluppando una forza centripeta, verso  neo-comunità. La loro forza comunitaria è indotta creando, anche artificialmente, condizioni di separazione  culturale e di riduzione della comunicazione interculturale. Nonostante periodicamente organizzino eventi di massa che creano l’immagine di una presenza forte nella società, i movimenti che seguono questi orientamenti sono largamente minoritari nella società italiana, mentre, del tutto comprensibilmente, è molto maggiore l’influenza dei soggetti sociali della nostra fede, ad esempio quelli espressione del cristianesimo democratico, che non hanno tagliato i ponti con ciò che si muove intorno a loro.
  I tre modelli oggi correnti in religione, quello, diciamo, di ispirazione conciliare e universalistica e gli altri due di tipo neo-comunitario difensivo,  si stanno dando battaglia e cercano di avere i favori del papato. Nello stesso tempo cercano di fare più proseliti possibile.  I loro fautori vogliono trasformare tutte le nostre collettività religiose secondo le loro impostazioni particolari, non ritenendo possibile la coesistenza pacifica.
 Le correnti  neo-tribali, in particolare, cercano di marcare sempre più fortemente la distanza culturale con la società del nostro tempo, da ultimo, facendo leva, sollecitando un’azione di pressione molto marcata verso le istituzioni per contrastarlo, sul processo per adempiere gli obblighi di adattamento della nostra legislazione e del nostro sistema scolastico ai principi fondamentali antidiscriminatori che riguardano le donne e le persone omosessuali, presentandoli come fondamentalmente antireligiosi e come una forma di corruzione morale. E’ l’ideologia anti-gender, i cui ideatori e fautori sono ben individuabili, al contrario della fantomatica ideologia  gender, che, espressa e promossa da una specie di massoneria segreta, starebbe facendosi largo nel buon popolo italiano. In realtà i principi antidiscriminatori sono promossi in modo assolutamente manifesto dalle istituzioni europee e nazionali. Essi non sono fondati su una qualche ideologia arbitraria o addirittura su eresie o filosofie antireligiose del passato, ma sulla constatazione, ovvia dal punto di vista storico, che non si è mai stati uomini e donne nello stesso modo in tutte le epoche e in tutti i popoli della terra, ma che all’identità sessuale sono collegati stereotipi sociali molto variabili, come ai tempi nostri emerge platealmente nel confronto tra le culture espresse dagli europei e dai popoli del Vicino Oriente, dagli asiatici e dagli africani. Tale osservazione è confermata dalla psicologia, dall’antropologia e dalla sociologia contemporanee. A ciò si è aggiunta la consapevolezza, questa raggiunta più di recente in ambito scientifico, che l’identità sessuale delle persone non è completamente polarizzata intorno al tipo maschile o femminile, ma che vi sono, in natura, diverse varianti intermedie, che una persona non sceglie, ma  si ritrova a vivere. Ciò assodato si è ritenuto ingiusto non assecondare le tendenze naturali  delle persone, qualora non ledessero la personalità altrui, privandole del diritto fondamentale di vivere la propria sessualità in modo conforme ad esse, essendo previsto tra l’altro tra i principi fondamentali di tutte le nazioni oggi federate nell’Unione Europea quello dell’uguaglianza in dignità delle persone  senza distinzione di sesso. Sulla base dell’ideologia anti-gender  si rovesciano sugli altri, su coloro che non la condividono, le vecchie accuse di eresia, cercando in questo modo di provocarne l’abiura o l’esclusione e cercando in questo di forzare la mano ai nostri capi religiosi, che in genere si sono formati in ambienti teologici molto sensibili a questo genere di discorsi. Si ripercorrono quindi le  antiche strade del nostro tremendo passato.
  Ora, noi, progettando una nuova dimensione comunitaria in parrocchia dobbiamo fare una scelta.
  E prima di tutto dobbiamo capire che non è possibile creare una neo-tribù comunitaria senza separare i suoi membri dalla società intorno, in modo da renderli una minoranza ai margini di essa e così fare in modo che vengano da essa respinti come estranei, in maniera tale che non rimanga loro alcuna possibilità di scelta. Per ottenere questo risultato è necessario però integrare nella nostra fede,  aggiungendolo ad essa sebbene non ad essa connaturato, un modello sociale fortemente divergente rispetto ai principi della società in cui siamo immersi, ad esempio negando la libertà di coscienza, negando la libertà di pensiero, affermando come essenziale la sottomissione a gerarchie naturali su base maschilista, ripudiando l’idea di promozione della donna, respingendo l’idea che si possa esprimere la propria sessualità secondo le proprie inclinazione naturali, qualora ciò possa farsi nel rispetto della personalità altrui, respingendo come malvagio cedimento al male ogni forma di mediazione e interazione culturale con la società del nostro tempo. Vale a dire che non è possibile costituire una neo-tribù senza ricadere nella condizione di marginalità sociale dalla quale la gente della nostra fede è faticosamente emersa negli scorsi anni Sessanta e senza ripudiare i principi dell’ultimo concilio, che vanno in direzione opposta.
  L’alternativa è quella di creare in parrocchia delle nuove forme sociali in cui attuare esperimenti di dialogo e di azione sui temi della fede e della società contemporanea, caratterizzate dal metodo democratico e dall’esclusiva e imprescindibile fedeltà ai principi religiosi fondamentali, senza aggiunte arbitrariamente presentate come inderogabili e strumentali alla separazione della gente di fede nostra dal resto del corpo sociale.
 Il fatto che l’approfondimento personale della fede funzioni meglio sfruttando i vantaggi presentati dalla dinamica dei piccoli gruppi, dove i rapporti personali più forti favoriscono la trasmissione da vita a vita della comunicazione di fede, non ci autorizza a  rinchiudere i fedeli in tali rapporti più intensi come in una riserva, tagliando le linee di comunicazione con la società intorno con il proposito di preservarli da influenze nocive. Infatti una parte importante del lavoro che ci si aspetta dal fedele, in particolare da un laico, è proprio quello di inculturazione della fede, che richiede di mantenere aperto il dialogo interculturale, quindi le relazioni con il mondo in cui si è immersi.
  Che cosa scegliamo: la  neo-tribù  o il confronto democratico; la via della chiusura o quella dell’apertura?
 Ma, soprattutto, dovremmo tenerci fuori, in parrocchia, dai giochi di potere che ai tempi nostri travagliano il vertice della nostra organizzazione religiosa. In questo modo potremo conservare sempre il rispetto di chi non la pensa in tutto come noi nelle questioni della fede e della società, imparando in ciò la lezione della nostra tremenda e lunga storia comune piena di intolleranza e di esclusioni, fin dalle origini.
 La via democratica è quella della coesistenza pacifica delle diverse ideologie sulla base del riconoscimento della comune dignità di tutte le persone umane. Di modo che ogni scelta che si fa non comporta mai l’esclusione di chi non la condivide, ma opera nel modo dell’aggiunta, in un contesto pluralistico, in cui, posti i fondamenti democratici della convivenza sociale, si dialoga tra culture che coesistono e si gareggia solo nel produrre il bene sociale, il bene di  tutti, confrontando in un franco e libero dibattito l’efficacia delle varie soluzioni attuate.
  Ci deve però proporre di ripudiare tutto ciò che impedisce la coesistenza, l’aggiunta, e innanzi tutto il maneggiare arbitrariamente, disinvoltamente e spregiudicatamente l’arma dell’accusa di eresia, che già ha fatto tanti danni, dalle origini, i mano ai nostri capi religiosi, ed oggi non si capisce nemmeno più bene per quale motivo si sia stati così rissosi, e che ne farebbe ancora di più, travolgendoci definitivamente, se posta in mano a chiunque del popolo di fede, orecchiando superficialmente cattivi maestri. Come si scoprì a livello mondiale negli scorsi anni Sessanta una delle principali basi della coesistenza pacifica è il disarmo ideologico.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.





  

giovedì 7 gennaio 2016

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 8 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 8 -



L'apparizione prodigiosa di un angelo sulla Mole Adriana nel 590, a Roma

La statua di bronzo dell'arcangelo Michele posta sulla sommità di Castel Sant'Angelo



  Riceviamo dal Cinquecento la parrocchia come sede dell’ufficio ecclesiastico del parroco, che esercita, per conto del vescovo e su suo  mandato, un potere sacro su un territorio ben definito, al modo  ad esempio della circoscrizione  di un Comune, e sull’intera popolazione che lo abita. Fino agli inizi dell’Ottocento quel potere aveva come scopo fondamentale di tenere il popolo sottomesso al vescovo e al Papa, figure che a Roma coincidono in quanto il Papa è il vescovo di Roma, perché sostenesse le istituzioni e il personale ecclesiastici, quindi il clero (preti e vescovi) e i religiosi (monaci e monache; frati e suore), considerati nel loro insieme la Chiesa, a cui il popolo dei laici era come  attaccato  dall’esterno. Si trattava dell’esercizio di un potere sacro non solo perché riguardava l’amministrazione  dei sacramenti, considerati essenzialmente come espressione del beneplacito soprannaturale alla vita di una persona e come attestazione della sua dignità sociale, nelle varie tappe della sua vita, ma anche perché presidiato da sanzioni sacre, di origine soprannaturale, come la dannazione eterna e altre temibili conseguenze già qui nella vita terrena, le cui vicende venivano viste come determinate dall’azione di potenze superne, ad esempio pestilenze, carestie, siccità, disordini sociali, guerre. Senza considerare le pene propriamente criminali, quindi analoghe, ed anche più dure, a quelle irrogate ai delinquenti comuni, secondo l’orrida fantasia di supplizi dei secoli bui della nostra storia religiosa, che conseguivano all’espressione di dissenso ideologico su questioni di fede. Un’immagine significativa di questo contesto può essere la statua posta in cima a Castel Sant’Angelo, qui a Roma, che rappresenta un angelo sterminatore che rinfodera la spada, dopo aver fatto strage tra il popolo, e lo fa, lo sappiamo dalla storia, quando  un papa del Sesto secolo aveva invocato ufficialmente  la misericordia divina nel corso di una pestilenza, quindi come risposta   all’esercizio del potere sacro (si veda l’immagine del dipinto qui sopra, che rappresenta la scena). La statua, che rappresenta l’arcangelo  guerriero Michele, venne collocata a partire dal Trecento sulla fortezza che era anche il carcere del regno dei papi (si veda la foto della statua qui sopra). L’attuale statua bronzea è del Cinquecento. L’idea era che senza l’esercizio di quel potere sacro la società civile rischiasse molto, e innanzi tutto la dissoluzione per il prevalere delle forze del caos originate dalla natura, compresa quella animalesca degli umani, per cui in genere i potenti, almeno in Europa e nelle società originate dalla colonizzazione europea, preferivano averne l’alleanza, ricevendone la benedizione, se non altro per assicurarsi anche un presidio soprannaturale al proprio dominio oltre a quello che ottenevano con la forza militare e poliziesca.
  La fede religiosa rimase comunque significativa nel popolo anche a prescindere da quel potere sacro, di cui quello esercitato dai parroci e dai vescovi è manifestazione. Tuttavia, essenzialmente a partire dal secondo Millennio della nostra era, quando il potere ecclesiastico fu organizzato al modo di un impero sacro e la teologia divenne materia per studiosi a livello universitario, non fu più tollerato lo spontaneismo religioso della gente, in particolare dei laici: esso fu duramente represso da un sistema di polizia ideologica originato da Roma, dal potere papale, che ha segnato orrendamente come un’ombra cupa tutti i secoli fino all’Ottocento, quando l’emergere delle democrazie contemporanee privò il potere sacro dei suoi boia.  Questa fu la fine che fecero vari movimenti di ispirazione evangelica diffusi tra i laici di fede, e gran parte dei santi che tentarono nuove vie di evangelizzazione nel secondo Millennio  rischiarono di essere stritolati da quel sistema inquisitorio. Si salvarono coloro che fecero atto di sottomissione al potere sacro, i laici accettando l’inquadramento in ordini religiosi, i religiosi accettando regolamenti di vita approvati dalle autorità religiose, il clero e  i teologi rinunciando a ciò che non veniva approvato dall’alto, tutti  abiurando  le loro idee quando venivano dichiarate erronee dagli inquirenti.
  La situazione iniziò  a mutare radicalmente a partire dall’Ottocento, l’epoca in cui, affermandosi sempre più i diritti di libertà e sviluppandosi la politica democratica, le masse iniziarono a emergere alla condizione di suddite, anche in campo religioso. 
 In Italia la base delle nostre collettività religiose, e in essa compresi molti parroci, iniziò ad esprimere vivaci movimenti sociali centrati su due campi di attività: l’approfondimento dei temi di fede e la solidarietà sociale. Ciò sostanzialmente seguendo l’analogo orientamento espresso dai movimenti socialisti in campo politico e sindacale.
  Verso la fine del secolo l’autorità religiosa, che dopo il Concilio Vaticano 1° (1870), era ancor più concentrata intorno al potere papale  romano, prese atto di quelle tendenze, ne colse le opportunità politiche per reagire in particolare agli attacchi che in Italia le venivano dalle autorità civili del nuovo Regno d’Italia, e, non avendo più la forza per reprimerle e non trovando neppure conveniente farlo, cercò di disciplinarle in modo da un lato di preservarle dalle influenze socialiste, le quali esprimevano anche specifiche critiche politiche verso il potere ecclesiastico che le portavano in genere verso posizioni ateistiche, e dall’altro di farne uno strumento per la riaffermazione nella società di valori religiosi e, insieme, del proprio potere, sostanzialmente identificando gli uni e l’altro. Da ciò originò quell’ormai vastissimo corpo di insegnamenti dei nostri capi religiosi che viene definito dottrina sociale, la cui più recente espressione è l’enciclica Laudato si’  del papa Francesco, diffusa l’anno scorso.
  L’aver consentito al popolo, preti e parroci compresi, di esprimersi più liberamente nelle questioni religiose ebbe conseguenze rilevantissime sia nella società civile che in quella religiosa, innescando in quest’ultima un moto di riforma.  I preti ne furono protagonisti insieme ai laici. Ne troviamo ad esempio due, Romolo Murri e Luigi Sturzo, tra i maggiori esponenti del movimento politico del cristianesimo democratico italiano, che nel secondo dopoguerra ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione, sostegno e sviluppo della democrazia italiana dopo la caduta del regime fascista.
  Dopo la prima Guerra mondiale, con l’istituzione del ramo femminile dell’Azione Cattolica, fino ad  allora espressa solo dagli uomini, si sviluppò in modo imponente, arrivando a coinvolgere presto circa mezzo milione di donne (superando la componente maschile) e diffondendosi anche nelle zone rurali, la partecipazione femminile agli obiettivi di formazione e influsso sociale dell’associazione.
  Questo grande movimento di uomini e donne, preti e laici, cambiò profondamente, in senso comunitario, la realtà delle parrocchie italiane, anche se il loro statuto giuridico rimaneva il medesimo dei tempi antichi. Fu essenziale la maturazione di una cultura religiosa più elevata a seguito delle attività formative organizzate dall’associazionismo di fede. Tutto questo poi influì sullo sviluppo di correnti teologiche che iniziarono a riflettere sull’importanza dell’elemento comunitario nelle nostre organizzazioni religiose, nel suo corrispondere a un’antica tradizione religiosa e soprattutto all’impianto fondamentale dei nostri principi religiosi. L’esperienza tragica dei fascismi europei e il rilevantissimo ruolo dei movimenti cristiano democratici nella costruzione di un’Europa diversa, democratica e basata sui diritti fondamentali della persona umana, portò poi a riconoscere l’importanza dei processi democratici per reagire contro i poteri totalitari, i quali avevano preteso di sottomettere la stessa nostra religione alle loro ideologie, e il valore anche religioso dell’impegno civile in società, il campo privilegiato di azione dei laici di fede. Da tutto ciò conseguì il grande evento del Concilio Vaticano 2°, nel corso del quale numerosissimi capi religiosi provenienti dal mondo intero riformularono profondamente, ribaltando alcune precedenti storiche impostazioni, alcuni principi molto importanti della nostra fede religiosa, in particolare con riferimento all’organizzazione delle nostra collettività di fede a livello universale e locale, al ruolo da attribuire al pensiero biblico nella formulazione dei principi e orientamenti di vita di fede di tutti i fedeli, non solo di clero, religiosi e teologi, alla collaborazione dei laici nell’edificazione delle nostre collettività religiose e nella diffusione della fede, al valore anche religioso dell’impegno civile per la trasformazione delle società del proprio tempo in modo corrispondente ai valori di fede  e infine alle relazioni con le altre confessioni della nostra fede e con le altre religioni.
  Da tutto ciò non ne uscì sostanzialmente modificato, sotto l’aspetto giuridico, l’ufficio del parroco, mentre fu radicalmente rivista la configurazione della parrocchia, facendone emergere l’elemento comunitario, per cui essa è oggi definita come una comunità di fedeli. Tuttavia, da un punto di vista organizzativo, l’espressione comunitaria della parrocchia non fu bene formalizzata, ma fu lasciata sostanzialmente alla creatività dei parroci e dei parrocchiani. Nell’attuale disciplina essa emerge in un consiglio pastorale parrocchiale, in parte elettivo,  e in un consiglio per gli affari economici parrocchiale, i cui componenti sono nominati dal parroco, entrambi i consigli aventi funzioni esclusivamente consultive. Ogni potere di gestione della parrocchia è ancora accentrato nel parroco, quale funzionario religioso e, in particolare, quale legale rappresentante della parrocchia come ente ecclesiastico e civile. E’ prevista un’assemblea parrocchiale per l’elezione di alcuni membri del consiglio pastorale, ma, a parte questa funzione, non ne sono attribuite formalmente altre a questo organo che raduna tutti i fedeli battezzati della parrocchia (nei regolamenti per le elezioni del consiglio pastorale di solito è previsto di solito che possano votare i cresimati e che possano essere eletti i maggiorenni). Non ho memoria, negli ultimi venticinque anni, di elezioni di membri del consiglio pastorale parrocchiale  nella nostra parrocchia, anche se verosimilmente almeno una c’è stata perché in parrocchia è effettivamente funzionante un consiglio pastorale, anche se, a parte il presidente del nostro gruppo di AC, il parroco e i sacerdoti suoi collaboratori non so chi ne faccia parte per esservi stato nominato o eletto, quindi chi altri abbia diritto  non solo di partecipare alle sue riunioni ma anche di deliberare e soprattutto se vi siano effettivamente membri elettivi, oltre a quelli  di diritto  o nominati dal parroco.
  In realtà assai raramente, per quanto ho potuto constatare, il livello comunitario ha una sua specifica espressione a livello parrocchiale, e questo può essere visto come uno dei problemi che la parrocchia, come istituzione religiosa, ha in Italia, e in particolare nel nostro quartiere, nel radicarsi come realtà comunitaria e non solo come centro di erogazione di servizi religiosi, al modo di una ASL religiosa in cui si va quando si hanno specifiche esigenze religiose, diverse delle quali implicano tra l’altro l’esercizio del potere sacro. In genere le comunità continuano ad essere espresse, e ciò secondo una tendenza molto antica, in aggregazioni che abitano la parrocchia, le quali storicamente furono vari tipi di confraternite  e Terz’ordini  religiosi, e poi,  nell’era delle democrazie, associazioni e movimenti.
  Quindi una persona, nascendo o trasferendosi in un certo quartiere, è automaticamente inserita in una parrocchia, come accade nell’ordinamento civile quando si  nasce o si va abitare in un certo Comune, ma poi per inserirsi effettivamente nella  comunità di fedeli  parrocchiale deve di solito attivarsi e stringere relazioni con il clero anzitutto e poi con una realtà collettiva parrocchiale che di solito  non esiste ed è  sostituita  da una qualche confraternita, Terz’Ordine, associazione o movimento, che hanno ordinamenti propri. Di modo che, in questo modo, la partecipazione alla realtà comunitaria parrocchiale è, per così dire, indiretta, perché accade che si sia  partecipi della comunità di fedeli parrocchiali in quanto appartenenti ad una delle comunità che la parrocchia abitano. I rapporti comunitari con la parrocchia delle persone che non si legano a questi gruppi particolari sono più labili  e occasionali. Si limitano sostanzialmente alla vita sacramentale.
  Ora, paradossalmente, è più facile accettare di sottomettersi localmente ad un certo potere religioso, in parrocchia a quello del parroco, che di far parte di una certa comunità. E questo perché è esperienza comune che la vita civile  è organizzata intorno a istituzioni e regole e che, per ogni cosa che si fa e si progetta, c’è sempre un’autorizzazione da chiedere, un’istanza da inoltrare, un’autorità da rispettare. Poi, una volta tolti di mezzo i problemi con l’autorità, si può fare quello che si vuole senza porsi altri problemi. Far parte di una  comunità  è molto più impegnativo. Innanzi tutto perché c’è un responsabilità verso gli altri che limita. Non basta osservare certe regole, bisogna farsi carico dei problemi altrui, perché si procede tutti insieme, non si può lasciare nessuno indietro: altrimenti che comunità è? Allora, però, quando si tratta di faccende  comunitarie  si vorrebbe scegliersi  i compagni, stare tra gente che piace e che può tornare utile. C’è insomma lo stile di club.  Mi scelgo la squadra di calcio del cuore, il gruppo su Facebook, gli amici della partitella di calcetto del sabato, il gruppetto di cinefili o di musicofili, l’associazione di sport amatoriale, il club  degli scacchi e via dicendo. In religione posso associarmi a gente che la pensa come me, con cui sto bene, che non mi crea problemi anzi me li risolve, possibilmente appartenenti al mio ambiente culturale e a un ceto sociale non troppo dissimile dal mio. E’ quello che io ho fatto aderendo all’AC parrocchiale, invece che, ad esempio, al Cammino neocatecumenale, e, ancor prima, aderendo alla FUCI  e al MEIC. Ma la parrocchia è qualcosa di diverso: comprende  idealmente  tutti. E questi  tutti  sono un problema perché ce ne sono molti con tanti problemi, molti con cui non riesco ad andare d’accordo e soprattutto molti, troppi per avere con loro un rapporto profondo. Anche in una ASL o in ospedale, in un pronto soccorso, ci sono tutti questi molti, ma il rapporto vero è con l’istituzione, con i servizi da essa resi, con il personale sanitario che si prende cura di noi, non con i molti  altri utenti del servizio, che non di rado sono dei nostri competitori, perché siccome siamo molti allora i tempi si allungano e, soprattutto, ad alcuni di quei molti può venire assegnato un codice di urgenza superiore al nostro e allora ci passano davanti. Insomma, in genere, tutti questi molti  sono una scocciatura, una complicazione che si preferisce evitare.
  Allora, in definitiva, talvolta si va in parrocchia con lo stesso spirito con cui si va alla ASL, dritti verso un prete o addirittura il parroco e si cerca di monopolizzarli e, quando ci si riesce, si è appagati di questo, perché in genere il rapporto con un prete appaga effettivamente. Ci si comporta come utenti  religiosi, salvo poi lamentarsi di quando in quando se l’esercizio del potere sacro si fa un po’ più pressante: ma ci si lamenta come lo si fa in una ASL, sapendo che in fondo il potere fa il suo mestiere, e noi il nostro cercando di sfuggirgli in ciò che non ci aggrada. Ma questa è una situazione che, in genere, fa soffrire i preti. Ce ne rendiamo conto? E questa sofferenza li disamora al loro ministero. Non ci stanno più a fare solo i funzionari di un potere sacro o i dispensatori di servizi religiosi al consumatore. Non ha più senso per loro. Hanno maturato, nel corso degli ultimi due secoli, una visione molto più alta del loro ministero. Prendono molto sul serio l’impegno a unificare tutto il genere umano in un solo popolo amorevole, misericordioso, animato dalla speranza soprannaturale secondo gli ideali della nostra fede esplicitati dai saggi dell’ultimo concilio. Che se ne fanno di sudditi, ormai? Desiderano comunità e partecipazione. Ecco che poi in Italia ci sono pochi preti. Di chi la colpa? E’ anche nostra. Del nostro essere riottosi a manifestarci veramente come comunità, nel nostro rifiutarci di diventare  di molti uno (uno dei principi cardine delle democrazie contemporanee), nel nostro pretendere di continuare a radunarci nei nostri  club  di tendenza e di avere preti usa e getta, li usi e poi non stiano lì a sfiancarci con i loro discorsi di comunità amorevoli e via dicendo. Perché don Nino Miraldi, prete  tra noi un tempo, se ne andò in Brasile? Sto leggendo il libro con le lettere che da laggiù scrisse ad amici italiani e la realtà che emerge è dura: sì c’entrava anche il potere religioso qui in Italia, ma essenzialmente fu la mancanza di spirito comunitario in noi laici che lo spinse lontano.
  Quella comunità di fedeli  parrocchiale che i saggi del Concilio sognarono, e che talvolta, in alcune parti del mondo, e anche qui in Italia, si è riusciti effettivamente a realizzare, la dobbiamo ancora costruire qui  da noi in San Clemente papa, alle Valli. Su questo dobbiamo particolarmente concentrarci. In questo dobbiamo chiedere di essere aiutati dal parroco e dai suoi collaboratori. Bisogna deporre lo spirito di club.  Ne va della nostra salvezza, ci dicono i maestri della nostra fede.
 “La mia Chiesa è un po’ come il club del cricket”, disse sconsolato uno scrittore inglese in un’intervista televisiva sul fenomeno religioso in Inghilterra di diversi anni fa, rimandata in onda recentemente su Rai Storia: la fede diventata una convenienza sociale. E’ in questo una delle principali cause della dispersione del gregge.
 Bisogna accettare di fare i conti con i  molti  che siamo, con questa realtà pluralistica e dispersa che siamo chiamati a radunare, qui alle Valli, dove la vita ci ha portati ad abitare, un po’ come si faceva nelle collettività delle origini, gruppi di poche centinaia di persone disperse nelle città del Vicino Oriente, con la differenza che la gente là fuori non è costituita dai fedeli delle antiche religioni politeistiche precristiane, ma da gente della nostra fede, che (ancora) crede, spera e prega secondo la nostra fede, anche se in molte altre cose la pensa diversamente da noi.
  Questo blog è stato ideato in origine per le poche decine di persone del nostro gruppo parrocchiale di AC, ma vedo che negli ultimi mesi  è seguito da tanta più gente. Mi rivolgo a quelle persone tra questi lettori che abitano alle Valli: perché non ci troviamo in parrocchia domenica prossima, alla Messa delle nove?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



mercoledì 6 gennaio 2016

Sintesi dell’omelia della Messa prefestiva dell’Epifania

Sintesi dell’omelia della Messa prefestiva dell’Epifania

I Magi nel presepe


  In ogni festa dell’anno liturgico si celebra la Pasqua di Gesù, la sua morte e risurrezione, per la nostra salvezza: il nome Gesù in ebraico significa Dio Salva. Come si è letto nell’Annuncio della Pasqua che è stato proclamato dopo il brano evangelico, centro di tutto l’anno liturgico è la morte e risurrezione di Cristo, la Pasqua, che è una solennità la quale, seguendo un calendario lunare, varia nel corso dell’anno, mentre il Natale cade sempre il 25 dicembre.
 E’ così anche per l’Epifania.
 Il racconto evangelico dell’arrivo dei Magi non è un racconto per bambini. C’è, ad esempio, anche il confronto con la cattiveria del mondo, nella figura del re Erode.
  Gli esegeti ci dicono che le narrazioni dell’infanzia di Gesù sono quelle scritte per ultime e contengono molta teologia. I teologi giunsero a vedere nelle fasce del bimbo Gesù e nella mangiatoia in cui fu adagiato l’immagine delle fasce in cui fu avvolto il corpo di Gesù dopo la morte e il sepolcro.
 In questi sapienti venuti da lontano, i Magi, dei quali non si dice che furono tre, anche se la tradizione ne individua solo tre in base ai doni che portarono al bambino Gesù, possiamo vedere rappresentati tutti noi.
 La salvezza recata da Gesù è per tutti. Questa la grande novità della nostra fede.
 Bisogna però mettersi in cammino, abbandonare le nostre sicurezze, per andare verso Gesù, sapendo scrutare, come i Magi, i segni dei tempi. E poi, tornando, prendere un’altra via, come fecero i Magi, il che richiama l’idea di conversione.
  E nell’episodio biblico dell’Epifania furono i lontani a muoversi per adorarlo, non gli abitanti di Gerusalemme, che erano molto vicini a Betlemme e avevano anche gli strumenti culturali per comprendere ciò che stava accadendo.
 La parola adorare deriva da termini antichi che richiamano l’idea di baciare, è dunque un atto di amore.
 L’Epifania ci invita a lasciare le nostre sicurezze, anche comunitarie, per andare verso i lontani e amarli.
 Avvicinare i lontani ci potrà riservare delle sorprese: ci accorgeremo di trovare la fede dove non pensavamo che ci fosse.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha compreso le parole del celebrante

Annuncio della Pasqua

 Fratelli e sorelle, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno. Nei ritmi  e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.

 Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 27 marzo. In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte. Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi: le Ceneri, inizio della Quaresima, il 10 febbraio. L’Ascensione del Signore, l’8 maggio. La Pentecoste, il 15 maggio. La prima domenica di Avvento, il 27 novembre. Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrinante sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore. A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen