INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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martedì 5 gennaio 2016

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 7 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 7 -

   La nostra buona volontà di aprirci, di costituire una nuova rete di relazioni con la gente del nostro quartiere, si scontra con una difficoltà non da poco: non sappiamo chi e come contattare. La nostra rubrica telefonica è vuota. Forse è piena di nomi e di recapiti di persone interessate a un discorso religioso, ma non abitano qui da noi. Allora si è tentati di seguire la strategia praticata dai nostri capi religiosi per rimediare alla  mancanza di preti italiani, vale a dire di chiamare gente da fuori. In questo modo, però, si rischia di colonizzare  la parrocchia, invece di popolarla degli abitanti delle Valli.
  Un  conto, infatti, sono quelli che svolgono la missione e il ministero di apostoli, perché rientra nel loro ruolo l’essere inviati lontano, per suscitare e sostenere comunità di fede. E’ raro che una persona faccia il prete o il vescovo tra i suoi e comunque, per quanto il suo ufficio sia caratterizzato da una maggiore stabilità, come quello del parroco e di un vescovo, lo vive sempre nella prospettiva di un termine al suo mandato, decorso il quale deve partire. E’ una situazione che abbiamo recentemente vissuto, per l’avvicendamento tra parroci che c’è stato a ottobre. E questo anche se il precedente parroco era rimasto tra noi per un tempo veramente molto lungo, quasi trent’anni. Ma questo è il mestiere dell’apostolo, che non appartiene mai veramente a una determinata comunità, per quanto in essa viva, lavori e stringa anche rapporti affettivi, relazioni personali forti. E, tuttavia, quando l’apostolo viene da molto lontano possono crearsi problemi di comprensione con la gente a cui è stato mandato: c’è la difficoltà della relazione interculturale. L’Italia, ad esempio, ha avuto una storia di fede molto particolare, caratterizzata dalla presenza del papato romano, per cui anche le dinamiche laicali ne sono state fortemente segnate, ad esempio nella configurazione della nostra Azione Cattolica e nei suoi sviluppi associativi. I problemi riguardanti l’affermazione dell’unità nazionale, della democrazia e della laicità dello stato da noi si presentano con specificità ignote in altri contesti. Così c’è stata una tradizione di impegno civile del clero che si è andata progressivamente perdendo con l’impiego di stranieri, e mi riferisco a figure come Romolo Murri, Luigi Sturzo, Giovanni Minzoni, Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Giovanni Franzoni e molti altri. D’altra parte, l’attuale configurazione dei ministeri ordinati non consente di avere sufficienti candidati e allora il dilemma è tra l’impiegare gente da fuori o il non avere sacerdoti in molte comunità. E dobbiamo essere grati a chi impegna la sua vita tra noi, per noi, venendo da lontano.
 Altro invece sono coloro che, da laici, si assumono compiti di presidenza o animazione o, comunque, di  organizzazione  di attività collettive nella parrocchia: qui non ci sono le difficoltà che riguardano i preti e allora, se si vuole che una collettività si radichi ed esprima una comunità, si evolva in comunità, devono essere espressi dalla gente del posto. E’ il problema che si è avuto nella diffusione della fede in Africa e in Asia, fino a che si è riusciti a insediare un clero locale e rendere le comunità indigene autonome dai missionari occidentali, di cultura europea.
   Agli inizi ci si può far aiutare da persone da fuori, certo, in particolare per fare tirocinio di certe esperienze, e acquisire il necessario saper fare, ma in prospettiva occorre rendersene autonomi. Certe cose non ci sono più familiari, non ne abbiamo più pratica. Ma poi un parte importante del lavoro di chi ci verrà a dare una mano sarà quello di creare una rubrica con i nomi di persone del quartiere che possano impegnarsi nei vari servizi. In ogni particolare realtà collettiva che si riuscirà a formare, in ogni gruppo, bisogna stimolare l’emergere di una presidenza, direzione, animazione tra i suoi stessi partecipanti che abitano nel territorio della parrocchia, con procedure di carattere democratico che prevedano periodiche verifiche e anche periodici rinnovamenti degli incarichi. Le persone venute da fuori dovranno quindi proporsi di passare la mano una volta andata a buon fine la fase di induzione della comunità. Insomma, per così dire, le gerarchie laicali dovranno essere del quartiere.
  Questo in particolare perché il centro del rinnovamento dovrà essere, per come la vedo io, la domenica, il giorno santo, con la sua grande ricchezza teologica e liturgica, il giorno in cui la gente del quartiere in genere è (ancora, ma non si sa fino a quando, perché l’economia sta invadendo progressivamente la domenica) libera dal lavoro e dallo studio e ha tempo, e anche voglia,  per ritrovarsi insieme. Se uno viene da fuori, la domenica invece se ne tornerà dai suoi. Egli sarà tra noi  part-time. Come potremmo rinfacciarglielo? Ma allora ci verrà a mancare proprio quando ne abbiamo più bisogno.
  E’ nei giorni festivi, che in Italia sono in gran parte ancora legati alle feste liturgiche (una grande opportunità!), che uno si guarda intorno e comincia a riflettere sulla propria condizione umana: e questo è proprio l’inizio del lavoro religioso! E’ in quel momento che si può cominciare a tessere pazientemente la rete della fede, incontrando le persone e invitandole a tornare in parrocchia:  vieni e vedi!, è questo il discorso che si deve fare, prendendo esempio dal Fondatore;  ma poi in parrocchia ci deve essere qualcuno ad attendere e accogliere chi arriva. Bisogna riscoprire la dimensione  festiva  della nostra fede, per cui essa è  gioia. In questo siamo stati esortati dal nostro vescovo, che sul tema della gioia della fede ha scritto il primo documento del suo alto ministero. Ed è una grande gioia scoprire di essere attesi da amici  con i quali volendo ci si può incontrare ogni giorno della settimana perché abitano vicino a noi.  Questa prossimità territoriale e la possibilità concreta di incontrarsi in un luogo che progressivamente diventerà la casa comune, diverso dagli ambienti che di frequentano insieme ad altre persone solo perché si devono fare le stesse cose, come i grandi centri commerciali, porterà a intensificare quelle relazioni significative che ieri, seguendo il pensiero di mio zio Achille, ho chiamato di mondo vitale  e di ampliare così, estendendola per il quartiere, quella trama di rapporti sociali lungo la quale può correre la comunicazione di fede. Perché solo relazioni dotate di senso la consentono: tutti gli altri tipi di contatto lasciano il tempo che trovano, sono superficiali in quanto tendenzialmente anonimi, e questo anche se, come accade per i grandi eventi spettacolari, possono produrre delle folle.
  Così un buon inizio penso possa essere quello di proporsi di crearsi una rubrica con tanti nomi della gente del quartiere da coinvolgere nelle attività parrocchiali, nelle nostre  feste dell’incontro  e del dialogo.
 “Fate  molte feste”, raccomandò ai preti della nuova parrocchia Giorgio La Pira, da sindaco di Firenze, inaugurando nel ’54 il nuovo quartiere di case popolari dell’Isolotto.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

lunedì 4 gennaio 2016

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 6 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 6 -

 Una volta che si sia arrivati a convincersi che non è produttivo insistere nella  neocatecumenalizzazione spinta  della parrocchia, se non altro per gli effetti negativi che si sono prodotti, e che la soluzione non è neanche quella di riproporre un qualche modello del passato ormai lontano, vale a dire ciò che correva da noi a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 prima di quel processo, perché la società è cambiata irreversibilmente e anche perché non è questo che ci viene richiesto dalla diocesi, ci si trova pur sempre ad un  punto di partenza, sia pure con il vantaggio di aver risolto quei dubbi metodologici.
  La sensazione, allora, può essere quella di aver sprecato  tanto tempo. A questo punto sono tentato di proporre argomenti consolatori, ma non lo faccio. Che ognuno di voi giudichi dal suo punto di vista, ci ragioni su. Ma tenete conto che il passato non può essere cambiato: se ne può trarre insegnamento, certo, e se ne possono anche modificare i postumi critici, vale a dire gli effetti negativi che sono ancora in corso e sui quali, quindi, appartenendo al nostro tempo, possiamo cercare di incidere. Questo è appunto il nostro compito, oggi. Per il resto, quella, in quel passato, è stata la nostra vita ed essa, in quanto vita umana, ha comunque un senso, in particolare nella prospettiva della fede: nulla di ciò che è umano va mai veramente sprecato, ma richiede di essere redento, di essere trasformato dalla misericordia soprannaturale. Perché noi siamo creature bisognose di redenzione ed essa è effettivamente in atto, come crediamo e speriamo nella nostra fede. Così ciò che ci appare impossibile, redimere  il nostro passato, diventa possibile se solo non facciamo ombra alla luce della redenzione e, innanzi tutto, invochiamo la grazia della conversione, perché nulla è impossibile in questa prospettiva.
  Ho tra le mani il libro Crisi di governabilità e mondi vitali, di mio zio sociologo Achille Ardigò, pubblicato nel 1980 dall’editrice Cappelli e oramai da tempo non più in commercio. Risale quindi agli ultimi tempi della prima nostra era parrocchiale, quella in cui si era guidati dal parroco don Vincenzo, e a primi tempi del supremo ministero del papa Karol Wojtyla, che tanto influì sulle dinamiche delle nostre collettività di fede guidandole verso una particolare interpretazione del moto di rinnovamento innescato dal Concilio Vaticano 2°, nello sforzo di mantenere l’unità del popolo di fede e la capacità di influire, con la sua massa critica, nelle dinamiche sociali del suo tempo. In quel testo vedo tratteggiati tutti i problemi che, all’epoca nella fase iniziale, ancora travagliano la nostra era, in particolare rendendo difficile le aggregazioni collettive dotate di senso, vale a dire quelle alle quali ci si riferisce per dare un significato a ciò che si è e si fa e per avere conferma del proprio valore esistenziale, in sostanza quelli che mio zio definì, seguendo e approfondendo un orientamento di altri sociologi e filosofi,  mondi vitali.
  Questa la definizione di mondo vitale formulata da mio zio in quel libro:
“Per mondo vitale quotidiano s’intende l’ambito di relazioni intersoggettive (e prima ancora del soggetto aperto all’esperire vivente di mondo vitale) che precedono e accompagnano la riproduzione della vita umana e che, successivamente, anche attraverso comunicazioni simboliche tra due o poche persone, formano la fascia delle relazioni di familiarità, di amicizia, di interazione quotidiana con comprensione reciproca del senso dell’azione e della comunicazione intersoggettive. Mondi vitali quotidiani si possono formare per «nuova nascita» (religiosa, politica, civile), per metànoia [parola del greco antico che significa  conversione esistenziale, profondo mutamento di mentalità e atteggiamenti di vita].
  Un  mondo vitale  è più chiaramente percepibile allo stato nascente. Ne è modello l’innamoramento, che il sociologo Francesco Alberoni definì (in Innamoramento e amore, edito nel 1979 dall’editrice Rizzoli e attualmente in commercio solo come e-book, testo citato nel libro di mio zio):  stato nascente di un movimento collettivo a due (anche se la definizione di movimento collettivo  data al rapporto di coppia fu criticata da mio zio). In esso si fa l’esperienza della relazione-fusione-rinascita  che produce il senso della vita e che talvolta si sperimenta anche accostandosi e inserendosi in collettività di fede religiosa. 
   La trama dei mondi vitali sorregge i sistemi sociali, vale a dire l’insieme delle relazioni sociali tipizzate, fatte di istituzioni e di regole dotate di un certo maggior grado di stabilità, oggettività, durata e, in genere, formalizzate in testi scritti, come ad esempio nelle leggi degli stati, per cui una persona, leggendoli, sa come condursi in società, ad esempio come comportarsi da utente della strada alla guida della propria autovettura. Il fenomeno osservato da mio zio Achille negli anni ’70 fu appunto la disgregazione di quella trama di mondi vitali, per cui le istituzioni collettive, private del senso  da essa trasmesso, tendevano a implodere, a crollare su se stesse, dopo aver cercato vanamente di comprare l’alleanza dei mondi vitali con prestazioni di stato sociale sempre più onerose, fino a sbilanciare terminalmente l’equilibrio economico tra entrate fiscali ed erogazioni sociali.
  Ai tempi nostri quel processo è proseguito e si è addirittura incrementato, favorito dall’ideologia della globalizzazione, che vede con sfavore ogni ostacolo collettivo all’espressione delle potenzialità individuali delle persone, per cui ognuno è spinto a ricercare da sé, con le sue sole proprie forze, la soluzione a problemi che, in realtà, nascono da dinamiche collettive, come ad esempio quello della disoccupazione. Su questo ha scritto molto il sociologo Zygmunt Bauman, in opere divulgative di largo successo. In particolare, quanto ai problemi della crisi della vita comunitaria, indico il libro Voglia di comunità,  edito da Laterza, attualmente in commercio.
 Anche le nostre istituzioni religiose sono state colpite da quel processo di perdita di senso, causato dal disgregarsi delle relazioni di mondo vitale. Si è cercato di reagirvi nel quadro della riscoperta della dimensione comunitaria della fede indotta dai saggi dell’ultimo concilio, cercando di produrvi, per così dire artificialmente, con tecniche di animazione, delle relazioni tra mondi vitali. Questo è sostanzialmente il senso, per come mi pare di aver capito, della sperimentazione neocatecumenale. Il metodo neocatecumenale si basa sulla costruzione di piccoli gruppi di perfezionandi, disponibili a un processo di conversione  comunitaria (ecco l’elemento di metànoia, spesso all’origine della dinamica di mondo vitale). Tra le persone appartenenti ad ogni gruppo si inducono, poi,  metodicamente relazioni di mondo vitale, caratterizzate in particolare da una forte solidarietà emotiva ed economica e dalla compartecipazione ad un programma che potremmo definire di  innamoramento religioso e sociale, strutturato a tappe progressive. Ogni gruppo diviene quindi una realtà di mondo vitale, una  neo-comunità, e poi tutte le comunità vivono in un contesto istituzionale di movimento  che le collega e le rende visibili all’esterno, con regole ben definite ed evocato simbolicamente da un apparato paraliturgico, in cui esse vengono a sostenere un particolare sistema  sociale molto caratterizzato dalla nostra fede, della quale però, va sempre ricordato, costituisce solo una particolare mediazione culturale, una interpretazione. Il suo limite, come ho più volte ricordato, è nel fatto che tutte le relazioni significative, sia di mondo vitale che propriamente di sistema sociale, si svolgono prevalentemente all’interno di dinamiche di movimento, vale a dire all’interno del Cammino Neocatecumenale, isolando le neo-comunità dalla società all’esterno di esso, mantenendole sostanzialmente in una bolla di sopravvivenza vitale, come quelle che nei romanzi di fantascienza vengono immaginate come ambiente di vita dei colonizzatori di mondi extraterrestri privi di atmosfera respirabile. L’incremento di queste neo-comunità di mondo vitale si  immagina che avvenga in due modi: per riproduzione moltiplicativa  dall’interno, programmando di generare figli ad un tasso molto  superiore a quello di pura e semplice sostituzione generazionale (due o tre), ovvero per attrazione gravitazionale,  per cui la massa critica del complesso della neocomunità, orbitando nello spazio sociale esterno, attrae  singoli individui rimasti senza punti di riferimento sociale che ricadono  all’interno del microcosmo di movimento, come una meteora su un pianeta. Se questa analisi è realistica, questo modello mi appare particolarmente carente nell’aspetto della  missione  tra i lontani, che, fin dalle origini, ha caratterizzato l’esperienza sociale della nostra fede, in quanto non vi è sufficiente fiducia nel dialogo interculturale, nel quale l’apostolo  si immerge  in un diverso contesto culturale, in una società diversa in cui si reca, cerca di capire la realtà in cui è capitato, di interagire con le persone tra le quali si trova, di individuare anche le reazioni di mondo vitale da esse espresse, di scoprirne il senso religioso e poi di formulare un appello nella lingua e secondo la cultura di quelli tra i quali è capitato, nella convinzione che nulla di genuinamente umano è estraneo alla fede.
 Bisogna avvertire che questo discorso di restaurazione dei mondi vitali era estraneo all’ideologia comunitaria sviluppata ai tempi dell’ultimo concilio (1962-1965), perché, a quell’epoca, non si era ancora prodotto e dunque non era ancora avvertibile il degrado delle relazioni di mondo vitale. A quei tempi la riscoperta della dimensione comunitaria della fede volle essenzialmente  prendere atto del protagonismo che il laicato di fede aveva espresso nel secolo precedente nella partecipazione al governo democratico delle società del suo tempo e ai progressi sociali e scientifici, in particolare nel processo di reazione morale e politica, ribellione, lotta collettiva contro i fascismi europei e alla conseguente trasformazione politica della nuova Europa, dopo la loro caduta, che aveva innescato anche un processo di decolonizzazione  a livello mondiale, la trasformazione del mondo intero. Essa ebbe sostanzialmente il senso di consentire una più ampia partecipazione del laicato, e tra esso anche delle donne, ai compiti specificamente di diffusione della fede nelle società contemporanee, che un tempo erano ritenuti appannaggio esclusivo del clero e dei religiosi. E ciò scoprendo il valore specificamente religioso di ciò che si faceva agendo della società civile e politica, al di fuori quindi degli ambienti specificamente di collettività di fede, per cui si riconobbe che quell’attività era manifestazione della  carità-agàpe  e doveva essere condotta con autonomia dai laici di fede, secondo la sapienza e competenza da loro acquisite negli affari della società, con particolare riferimento anche alle discipline scientifiche, sia pure facendo riferimento all’insegnamento dei capi religiosi del clero, vale a dire di coloro che svolgono le funzioni di apostoli.
  I problemi di perdita di senso delle istituzioni sociali risalgono ad epoca tra la fine degli anni Sessanta del secolo scorso e l’inizio degli anni Settanta. Essi si sono molto aggravati dai successivi anni Novanta con la globalizzazione del modello capitalistico-consumistico che ha notevolmente incrementato l’accesso di sempre più vaste popolazioni della terra ad un benessere di tipo occidentale. Questo ha reso meno necessario e praticato il sistema di sicurezza collettivo costituito dalle realtà collettive forti, come ad esempio i partiti politici e le religioni costituite, a fronte di un sistema legale, formale, che sembrava sufficiente a consentire all’individuo di sopravvivere nelle società contemporanee senza la loro protezione, garantendogli una condizione di cittadinanza universale. Il legame tra gli individui necessario alla comprensione delle società del loro tempo è oggi assicurato dai mezzi di comunicazione di massa, che sono divenuti interattivi, consentendo l’esperienza di effettivo dialogo.
  Tuttavia le dinamiche delle immense collettività globalizzate contemporanee, nelle loro intense e continue relazioni su larga scala, commerciali e culturali, hanno creato anche problemi nuovi alla vita delle persone, che richiederebbero una riposta collettiva, la quale tuttavia non può essere prodotta per la degradazione dei soggetti sociali che classicamente l’esprimevano. Anche la civiltà della cittadinanza universale, così, degrada, si corrompe, se non è sostenuta dalla trama dei mondi vitali, che, ad esempio, consente di sviluppare una vasta solidarietà di base nei confronti dei migranti, integrandoli nel contesto sociale che a loro inizialmente è estraneo. Senza il sostegno di mondo vitale l'individuo avverte la propria impotenza, la propria insufficienza e il mondo che gli viene raffigurato dai mezzi di comunicazione di massa, divenuti ormai il suo unico fattore di socializzazione, gli appare sempre più diverso dalla realtà in cui vive. Lo si può notare anche nella vita di un quartiere come il nostro, dove, a fronte a vari tipi di disagio, come ad esempio alla criminalità in aumento e al traffico stradale oppressivo, o al progressivo degrado urbanistico della zona per incuria, scarsa manutenzione degli impianti, bassa qualità delle realizzazioni, non si sa che fare e a chi rivolgersi. E ciò  quando fino a non molti anni fa, ad esempio nelle lotte per il pratone, si riusciva ancora ad esprimere una realtà sociale adeguata.
  Dunque abbiamo ancora sicuramente relazioni  forti  di mondo vitale, ad esempio in famiglia, e la famiglia è sempre, nelle indagini statistiche, ai primi posti nella fiducia degli italiani e anche nell'elenco di ciò che conta veramente per la gente, ma questi mondi vitali vagano nel contesto sociale senza più avere la capacità di costituire tra loro un trama coerente e senza riuscire a  collegarsi, in modo da influire su di esse, con le istituzioni sociali le quali governano i servizi pubblici dai quali dipende il benessere collettivo.
  Una cosa mi è molto evidente: nel nostro quartiere l’unico grande sistema residuo di integrazione tra mondi vitali e società è costituito dalla nostra parrocchia. Essa ha ancora le strutture sociali e architettoniche adatte per sostenerlo. Perché, anche se guardiamo realisticamente la nostra parrocchia, e vediamo quindi le cose di cui non siamo soddisfatti e in cui abbiamo mancato, ci accorgiamo che essa è ancora abitata da mondi vitali, tra i quali indubbiamente quelli del sistema integrato delle comunità neocatecumenali, ma non solo questo: essa possiede anche l’ideologia e le potenzialità per sviluppare molto la trama dei mondi vitali, aggregandone di nuovi, avvicinando e dialogando con quelli che orbitano nella società in cui la parrocchia è immersa, e per integrarla in un sistema sociale significativo, in grado di sorreggere lo sviluppo e l'affermazione di valori nella società, ciò che dagli anni '70 correntemente si definisce in religione "promozione umana", e non solo,  essa si sente anche in dovere di farlo come parte della propria missione esistenziale per cui non si sente appagata dall’essere il “club” delle sole persone che attualmente vi sono affiliate.
  Non dobbiamo meravigliarci se vediamo, nel nostro quartiere, gravitarci intorno mondi vitali che non ricadono  per attrazione gravitazionale sul nostro mondo parrocchiale, perché questa è appunto la situazione generale della società italiana di oggi. Però essi possono essere integrati nel nostro mondo, perché in quanto realtà umane hanno anche un senso religioso che noi, tessendo pazientemente una rete di dialogo, dobbiamo aiutarli a scoprire. Né ci dobbiamo scoraggiare per il loro  analfabetismo religioso, tenendo presente che l’alfabetizzazione religiosa non è stata mai storicamente una caratteristica preminente delle nostre collettività religiose, che anzi a lungo si è programmaticamente cercato di mantenere in una sorta di infantilismo religioso, perché il sapere troppo  da parte dei laici era visto con sospetto come focolaio di dissenso e ribellione: l’umano è intrinsecamente religioso nei suoi valori fondamentali e viene vissuto ancor prima di saperne parlare.
 Quello che dobbiamo innanzi tutto progettare, nella mia visione, sono spazi in cui convocare la gente del quartiere, possibilmente in una dimensione di festa, che, come ci dicono gli esperti, è l’ambiente ideale per la predicazione evangelica, per poi cercare di  capirla e di  entrare in dialogo con lei, stabilendo relazioni di mondo vitale, nelle quali scorre la corrente della fede. La simbologia liturgica ci potrà attuare in questo, perché la gente vi ha ancora una qualche dimestichezza, se non altro perché è molto presente in televisione. Non possiamo naturalmente prevedere come andrà  a finire. Si tratterà di eventi che potranno anche sorprenderci, positivamente speriamo, ma anche negativamente. Nel momento in cui la bolla parrocchiale si aprirà, e non ci saranno più luoghi di decontaminazione e selezione, si produrrà una realtà sociale pluralistica ed effervescente nella quale dovremo imparare a interagire, adattando, se necessario, i modelli che avevamo inizialmente programmato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica  in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 


domenica 3 gennaio 2016

Ho ritrovato due disegni di Lorenzo Daniele

Di seguito pubblico due disegni di Lorenzo Daniele, che ho ritrovato oggi tra le mie carte. Li faccio seguire dall'immagine del biglietto che li accompagnava. E' del marzo 2013, in occasione della Pasqua.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

Buona domenica a tutti i lettori!

Lorenzo Daniele - Deposizione

Lorenzo Daniele - Crocifissione






Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 5 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 5 -

  Riassumendo il senso di ciò che finora si è detto:
a)la parrocchia si trova in una fase di passaggio che implicherà una trasformazione;
b)la parrocchia è istituita e funzionante come ente territoriale ecclesiastico di diritto civile e canonico  costruito intorno all’ufficio del parroco e uno degli aspetti del processo di trasformazione sarà quello di aggiungerle  un aspetto comunitario di tipo aperto,  e anche di progettare e strutturare una serie di servizi e attività corrispondenti, comprendenti anche quell’articolato complesso di interventi sociali che rientra nel concetto di catechesi;
c)il principale fattore critico dell’efficacia degli attuali servizi e attività parrocchiali va individuato nell’esclusivismo con cui è stato seguito il metodo neocatecumenale, che comprende strutture relazionali, contenuti e metodi specifici e un particolare profilo di coloro ai quali sono affidati compiti educativi e dirigenziali, nonché una propria organizzazione gerarchica e paraliturgica;
d)l’altro fattore critico è costituito dallo scarso interesse per la vita sociale del quartiere delle Valli, in cui la parrocchia è immersa, e per la sua gente, nella quale prevalentemente  si è cercato, in definitiva, di scegliere, attraverso annuali appelli e attività di scrutinio, i candidati per un particolare cammino  di formazione, producendo un notevole scarto, vale a dire tutti coloro che non erano interessati a quel programma di approfondimento della propria formazione religiosa o non riuscivano a sopportarlo. E’ ciò che ho definito la nostra particolare esperienza di  Chiesa in uscita, nel senso di fedeli che prendono la porta della parrocchia  in uscita  e non si vedono più tra noi;
e)gli indici di disaffezione del quartiere verso la parrocchia sono in particolare lo scarso numero dei bambini delle elementari che ci vengono affidati per la prima iniziazione alla fede e lo scarsissimo numero di matrimoni celebrati in parrocchia. I due fenomeni vanno in qualche modo collegati. Il matrimonio, preceduto da un programma formativo specifico, manifesta e crea, in genere,  salvo i casi in cui si cercano per sposarsi edifici di culto concepiti solo come cornice scenografica all’evento, un’alleanza tra una nuova famiglia e una parrocchia, e quindi poi si tende ad affidare i propri figli alla parrocchia dove ci si è formati per il matrimonio, o comunque a cercare parrocchie che in qualche modo richiamino l’esperienza di alleanza parrocchiale  vissuta nel prepararsi al matrimonio. Non è quindi scontato che, come superficialmente sostengono alcuni, ci vengano affidati pochi bambini perché ci sono solo pochi bambini: questa è un’affermazione che va verificata. E’ infatti possibile, e per certi versi probabile tenendo conto di diversi segnali di disagio, che le cose stiano diversamente, vale a dire che i bambini che ci sono non ci vengono affidati perché li si affida ad altre agenzie educative, parrocchiali o non. Di fatto è chiaramente percepibile un marcato ringiovanimento della popolazione del quartiere, man mano che negli appartamenti abitati dai primi nuclei familiari insediatisi negli anni Cinquanta si sono trasferite nuove famiglie, in genere provenienti da altre zone della città, come quelle delle origini, e attirati dai prezzi più sostenibili per acquistare o affittare case da abitare;
f)non si tratta di sostituire  il metodo neocatecumenale, ma di ricondurlo alla sua funzione propria all’interno delle comunità neocatecumenali, rendendo possibile altri metodi di convivenza religiosa in parrocchia, comprensivi di altri, diversi, percorsi di iniziazione, formazione ed educazione alla fede, in particolare secondo gli indirizzi della Conferenza episcopale italiana e della diocesi;
g)ogni metodo particolare attuato in parrocchia dovrà comunque subire delle verifiche per renderlo compatibile, adattandolo,  con il  progetto generale di convivenza parrocchiale e ciò anche se questo comporti distaccarsi, anche marcatamente, dagli indirizzi metodologici e di vertice di una particolare organizzazione, superando così l’impostazione  condominiale  della parrocchia, vista come un insieme di attrezzature, la chiesa parrocchiale, il teatro, le aule, la biblioteca e via dicendo, da utilizzare di volta in volta secondo l’arbitrio dei gruppi che la parrocchia si limitano ad abitare.
  Non partiamo da zero: bisogna prenderne atto. Ma, in società,  non si parte mai da zero, a meno di non volere azzerare, non prendendole in considerazione e negandone il valore le esperienze collettive precedenti. Noi dunque dobbiamo prendere atto dell’esistente, capirlo bene, ed anche accettarlo in ciò che di positivo esprime, perché è su questo che occorre costruire. Perché non possiamo semplicemente  demolire per ricostruire da capo? Questa è la tentazione fondamentalista e integralista che in religione si  è abbattuta ciclicamente su gruppi e persone, facendo gravi danni. Dietro ogni esperienza sociale ci sono degli esseri umani, che vanno rispettati nella loro dignità, per cui, quando occorre e solo nella misura in cui veramente occorre, si deve modificare interagendo con loro, e questo appunto è quel tipo di trasformazione che viene definito adattamento culturale, per cui sempre si conserva ciò che di bene un’esperienza sociale ha prodotto, rispettandone gli appartenenti,  e si cerca di modificarla solo nei suoi aspetti veramente critici e, in particolare, in ciò che impedisce, o comunque ostacola, l’integrazione nel più vasto contesto sociale, la convivenza pacifica con altre componenti sociali, il conseguimento di finalità con carattere prioritario e pregiudiziale.
 E questo è particolarmente vero per ciò che riguarda le relazioni con il quartiere delle Valli. Esso è una realtà sociale che  ci è data e che dobbiamo conoscere molto meglio di ora. Ma come conoscerla se non, in primo luogo, stabilendo relazioni con la gente che l’esprime? Il dato statistico non è sufficiente anche se ci può dare delle indicazioni di carattere generale, ad esempio sulle attività lavorative prevalenti nelle famiglie, sul livello di istruzione scolastica, sull’età media e sulla provenienza regionale, nazionale, etnica, linguistica, sui servizi pubblici presenti sul territorio e via dicendo. Ma chi sono veramente le persone tra le quali abitiamo? Quali sono le loro aspettative sul quartiere, sulla parrocchia in particolare e poi sulla società in generale?
 Avere una casa propria, abitare in modo indipendente dalla famiglia di origine, è un tappa importante nella vita di una persona, e di una famiglia giovane in particolare. Si vorrebbe allora che il quartiere dove si vive fosse un luogo ameno, piacevole, in cui non ci siano situazioni pericolose, in particolare per i propri figli, dove ci si possa ricaricare dopo una settimana di lavoro, in particolare stando in famiglia con i propri figli  piccoli (quando crescono è più difficile averli tra noi genitori), in cui ci si possa incontrare con persone con cui stringere relazioni più intense.  Per i giovani il quartiere dove vivono può essere anche l’ambiente delle loro prime relazioni d’amore. Si può quindi pensare che la gente sia interessata a migliorare il quartiere dove vive, sia dal punto di vista urbanistico e architettonico, sia dal punto di vista umano. E ne abbiamo un indizio molto importante nella lunga battaglia che si è fatta nel quartiere per conquistare il pratone delle Valli, la sistemazione a parco pubblico comunale della grande area a confine con via Conca d’Oro e via Val D’Ala, originariamente ancora destinata a nuova edificazione.
 Capire il quartiere in cui la parrocchia è insediata è importante per progettare come parlare  della nostra fede alla gente intorno a noi e, soprattutto, come stabilire con lei relazioni vitali, quelle nelle quali corre la comunicazione religiosa, come linfa in un albero  o sangue in un corpo.
 Non è indifferente, per iniziare, educare e formare alla fede, che si viva in questo quartiere, alle Valli, o in un’altra zona di Roma, anche se la mobilità cittadina è molto elevata, per cui le persone nella fase attiva della loro vita, dalla seconda adolescenza in poi, in genere studiano e lavorano in altri quartieri. In particolare perché è proprio in questo quartiere, e non in un altro, che progettiamo di indurre una comunità piuttosto vasta, che tendenzialmente raduni tutta la gente di fede di questa zona, in modo che consideri la parrocchia come un’estensione della propria casa, di quello che, per esprimerne il calore utilizzando un’immagine d’altri tempi, viene indicato come  focolare domestico, vale a dire un ambiente sicuro, ameno, amichevole, noto, in cui si arriva, si riposa,  si sta e ci si ricarica. E questo mentre negli altri ambienti che si frequentano in altre ore del giorno si è solo provvisoriamente, in attesa di andare da qualche altra parte finito ciò che c’è da fare, o addirittura di passaggio, ad esempio senza un posto dove sedersi e parlare al di fuori di un rapporto commerciale.
 La comunità che vorremmo costituire  è fatta proprio di quella gente lì, a cui noi siamo stati inviati. Non ci basta che ne venga altra da altre zone della città, se poi quella lì ci rimane estranea. E non è perché non ammettiamo renitenza al sottomettersi ad un certo potere religioso, all’ufficio  del parroco (questa sarebbe la territorialità giuridica), ma perché, volendo arricchire il profilo istituzionale, giuridico, dell’istituzione parrocchiale, che è per sua natura territoriale, quindi legata a una certa porzione del tessuto urbano cittadino, con un più  forte elemento comunitario, dobbiamo necessariamente fare riferimento privilegiato alla gente delle Valli, perché, se  non lo facessimo, realizzeremmo un’altra cosa, diversa da una parrocchia, e soprattutto saremmo tentati di selezionare  la gente con cui fare comunità. E, invece, la comunità preesiste in potenza come realtà pluralistica che vive sul territorio delle Valli e che a noi spetta solo di radunare e di far convivere, tutta, in una dimensione di fede, che comprende tutto il bene che quella gente si attende dalla vita, perché nulla di ciò che è umano è estraneo alla fede e la via dell’umano è la via della fede, la quale, come insegnano i teologi, non esiste allo stato puro, ma solo nelle sue concrete mediazioni sociali e culturali. Questo obiettivo rende indispensabile, per sostenere una comunità di quel tipo, con quella dimensione di apertura, utilizzare il metodo democratico, l’unico che consente di far convivere armoniosamente le diversità, integrandole nel dialogo culturale. Ciò comporta, poi, che i vari metodi particolari ai quali è riconosciuta la cittadinanza parrocchiale debbano rispettare alcuni principi di relazione connaturati all’ambiente democratico e in particolare il rispetto della dignità della persona umana, che significa, ad esempio, rispettarne l’interiorità, non imponendo alle persone, al di fuori del rapporto sacramentale con il sacerdote, di svelarsi  completamente rimanendo  nude nelle nostre mani, come anche non tiranneggiarle pretendendo di determinare le loro vite costringendole, con la minaccia dell’esclusione, a seguire una qualche nostra ricetta precostituita che riteniamo adatta ad ogni situazione, e infine non istituire gradi o livelli di presunta perfezione spirituale o umana, di modo che uno, avendoli raggiunti, si possa sentire  superiore agli altri e in grado di disprezzarli o almeno di commiserarli. Infine bisogna maturare, nelle diversi sedi organizzate per incontrarci, una più elevata capacità di ascolto  e  di  comprensione, rispettando i tempi di maturazione delle persone e le loro difficoltà, prendendo sul serio le obiezioni che muovono alla nostra fede e non considerandole per principio espressioni di malvagità e infedeltà.
  Concludo osservando che in un contesto democratico ogni gerarchia è basata sul servizio non sull’autorità fine a sé stessa, per cui uno pretenda di comandare sugli altri solo in forza di una qualche investitura ricevuta da un livello superiore, e, in religione, la dimensione del servizio si inquadra nella solidarietà dell’agàpe, del particolare ambiente comunitario creato dalla fede religiosa, e quindi non si attua in una dimensione per così dire commerciale, per cui c’è un dare e ricevere di tipo corrispettivo, e si dà tanto quanto si riceve, e nemmeno in quella pubblicistica, per cui in realtà il servizio non è svolto nell’interesse di coloro che ne sono oggetto, ma di un livello di autorità superiore al quale solo si risponde: il servizio  nella fede, che con termine del greco biblico si indica come diaconìa, che appunto significa servizio, si svolge, anche nella sua funzione di presidenza e di direzione, in una dimensione in cui conta solo il bene di chi riceve, a prescindere dal contraccambio anche solo in termini di sottomissione, e dunque si ispira al servizio svolto per l’umanità dal Fondatore, dal quale pensiamo di essere stati inviati a tutto il genere umano per costituire un unico popolo nell’agàpe,  nell’apertura  universale, e in questo senso  cattolica,  termine che ci arriva dal greco antico e che appunto significa  universale. Quindi ogni servizio, anche quello di presidenza e direzione, non può essere, in questa dimensione, totalmente autoreferenziale: deve accettare di essere sottoposto a verifica da parte della comunità e, anzi, dove possibile, in particolare nel servizio laicale, deve emergere da essa e comunque rimanere con essa in dialogo. Inoltre, come suggerito dal nostro vescovo e padre universale in un discorso pubblico nel corso di un’udienza, è bene che ogni ufficio di presidenza e direzione, ogni gerarchia, abbia un termine, decorso il quale debbano essere rinnovati sulla base della fiducia dei membri della comunità e tenendo conto criticamente dei risultati ottenuti. Da quanto tempo non rinnoviamo il Consiglio pastorale?
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli




sabato 2 gennaio 2016

Domenica 3-1-16 - Sintesi dell’omelia della Messa prefestiva


Presepe davanti all'ospedale Sandro Pertini - Roma



Letture:  Sir 24, 1-4. 12-16; Sal 147;  Ef 1,3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 Questo tempo liturgico è pieno di feste, tutte centrate sull’evento della venuta di Gesù, perché siamo nel Tempo liturgico di Natale. Abbiamo appena celebrato la solennità di Maria santissima Madre di Dio, a Capodanno, che è già domenica, nella quale si celebra la Pasqua di ogni settimana.
 La lettura evangelica è la medesima della Messa del giorno della solennità del Natale del Signore e questo rende chiaro che si celebra il medesimo evento.
  La prima lettura, tratta dal Libro del Siracide, celebra la Sapienza, che non è saggezza o intelletto, ma dono di Dio. Sapienza di Dio  è uno dei modi di chiamare Gesù.
 Nell’antichità furono costruite due grandi basiliche cristiane nelle due capitali dell’impero, Roma e Costantinopoli, ad oriente. A Roma fu dedicata a Cristo Salvatore, la basilica che comunemente chiamiamo San Giovanni in Laterano. A Costantinopoli fu dedicata alla Santa Sofia. Sofia non è una santa, ma significa, in greco, Sapienza.  Entrambe le basiliche sono dedicata  a Gesù, la prima a Gesù Salvatore, e il nome Gesù nell’ebraico antico significava  Dio salva,  la seconda a Gesù Sapienza di Dio.
  Il brano evangelico è tratto dal Prologo  del Vangelo di Giovanni, e inizia con le parole  In principio, così come tutta la Bibbia, nel Libro della Genesi. Vuol significare che c’è un unico progetto di Dio su di noi, che si è attuato in Gesù, quello di farci figli di Dio, perché Dio ci ama.
  L’evangelista richiama la nostra attenzione sull’accogliere Gesù, che è luce, sapienza di Dio, per conoscere Gesù e ricevere uno spirito di Sapienza, come abbiamo letto nella seconda lettura.
 L’accoglienza implica un atteggiamento di apertura.
 Gesù è luce, ma nel mondo ci sono anche le tenebre che contrastano la luce. A volte le tenebre sono in noi credenti. E allora è come è scritto nel brano evangelico proclamato in questa Messa: “Venne tra  suoi, e i suoi non l’anno accolto”. Accade che nella Chiesa non sempre si sia disposti ad aprirsi per accogliere Gesù e allora prevale la chiusura,  come quando pensiamo di possedere  la verità, invece di riceverla come dono.
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha compreso le parole del celebrante.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli


 
Altare della Chiesa parrocchiale












Perché la parrocchia? Come la parrocchia - 4 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia - 4 -

   In parrocchia stiamo vivendo una fase di cambiamento che non significherà tornare indietro all’era precedente a quella della neocatecumenalizzazione, cancellando ciò che si è costruito negli ultimi trent’anni. E ciò per diversi motivi. Innanzi tutto perché quella era già epoca di cambiamento, era quindi instabile in quanto non si era soddisfatti dell’esistente e, in particolare, si era molto coinvolti nel progetto di rinnovamento innescato dalla diffusione dei principi elaborati nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Poi perché quella neocatecumenale è stata una via per realizzare il cambiamento, in particolare nell’anelito di maggiore coinvolgimento comunitario che si riteneva necessario produrre, e, sperimentandola, abbiamo fatto un’esperienza che, comunque, ci ha fatti crescere nella comprensione dei problemi e delle opportunità positive. Inoltre perché in questi trent’anni le comunità neocatecumenali si sono profondamente radicate nella nostra parrocchia, esprimendo una fede solida, coinvolgente, solidale, feconda, pervicace nel suo impegno comunitario, attiva e partecipe, conquistandosi così il diritto di continuare a rimanervi. E infine perché negli ultimi trent’anni la società italiana, e in essa il quartiere delle Valli, si è molto modificata sotto ogni prospettiva, ad esempio sotto quella demografica, ma in particolare sotto quella sociologica e quella culturale, ma anche quella tecnologica, ed infine sotto quella politica, con la spettacolare attuazione del processo di unificazione continentale europea all’insegna dei diritti umani fondamentali e della pacifica cooperazione per fronteggiare i problemi comuni. Un quadro molto diverso da quello che io ho vissuto, e ricordo, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 e che richiede soluzioni innovative.
  Si tratterà certamente di superare l’esclusivismo dell’impostazione neocatecumenale che ha creato dei problemi piuttosto seri proprio mentre la via neocatecumenale ne risolveva altri. Bisognerà prendere coscienza che quella neocatecumenale non è un’esperienza adatta a tutti, come risulta piuttosto evidente a chi la guarda dall’esterno, ma molto meno a chi vi è coinvolto. E che averla proposta come via per tutti ha distolto molta gente dalla parrocchia.
  Voglio fare un esempio. Ci è stato riferito che l’anno scorso in parrocchia si  è celebrato solo un matrimonio. E’ veramente molto poco. Questo può essere collegato al tipo di catechesi matrimoniale che si è fatta in parrocchia secondo l’impostazione neocatecumenale. E’ un problema che è emerso platealmente durante l’audizione con il vescovo ausiliare di settore due anni fa. I candidati al matrimonio vengono scrutinati sulla base del particolare metodo neocatecumenale e spesso si è insoddisfatti di loro, tanto che, è stato detto in presenza del vescovo, si pensa che, se tutto sommato ci ripensano, non è poi un male così grande. E ai tempi nostri ci si sposa a volte dopo lunghe convivenze al modo matrimoniale, a volte dopo aver già avuto dei figli, lo ha osservato in quella sede il vescovo, quindi dopo aver già realizzato un modello matrimoniale che diverge da quello ritenuto ideale. Ma è un motivo, questo, per scoraggiare chi chiede il sacramento? Davvero non si può fare diversamente? In effetti in altre parrocchie si fa diversamente e allora le persone, distogliendosi dalla nostra parrocchia, si rivolgono a loro. Io stesso, nel 1988, mi sono sposato nella parrocchia di mia moglie, San Saba all’Aventino, affidata ai padri gesuiti. Probabilmente non avrei superato uno scrutinio condotto al modo neocatecumenale. In esso vedo almeno quattro punti critici, dal mio punto di vista naturalmente: il primo è un’eccessiva intrusione nel campo specificamente sessuale, che ritengo debba essere lasciato alla coscienza dei coniugi e al rapporto con il sacerdote; il secondo è una forte accentuazione del ruolo dell’uomo nel rapporto matrimoniale, che contrasta con l’idea di parità dei coniugi che si  è affermata nel diritto civile ma anche in quello canonico, con il codice di diritto canonico del 1983, sulla spinta dei principi proclamati  dal  Concilio Vaticano 2°; il terzo è il rapporto educativo con i figli, che si propone di costruire secondo principi di tipo gerarchico che risultano insopportabili  a molti giovani e che, soprattutto nella seconda fase dell’adolescenza, contrastano con l’esigenza di sviluppare una maggiore autonomia sociale nei ragazzi; il quarto è il rapporto molto esigente con comunità catechetiche che mi appaiono impostate su schemi piuttosto rigidi e gerarchici, con la conseguenza di interferire con le relazioni sociali negli ambienti di riferimento, per cui le famiglie mi appaiono diventare delle bolle di sopravvivenza religiosa in costante polemica con la società del loro tempo.
 Ciò che non va bene per la parrocchia come via  esclusiva, perché  seleziona eccessivamente, può essere senz’altro mantenuto come una  delle vie valide che hanno cittadinanza in parrocchia, insieme però ad altre che vengono incontro ad altre sensibilità, ad altre esigenze, ad altre impostazioni culturali.
  Ogni nostra risposta, individuale e comunitaria, all’appello di conversione che ci viene dalle fede è una particolare  interpretazione  della fede comune. Essa va sempre sottoposta a verifica, in particolare con l’aiuto di coloro che fra noi svolgono i il servizio di apostoli. Ma come tra noi c’è tanta varietà di persone e di situazioni, così sono ammissibili tante interpretazioni  della via di fede, per cui uno si fa prete e un altro no, uno imposta i rapporti con il coniuge e con i figli in un certo modo e un altro invece li imposta in un modo diverso, e tutto ciò rientra nella fede comune, è compatibile con essa. Non troviamo infatti, nelle affermazioni normative per la nostra fede, una sorta di manuale dettagliato ed eterno per ogni condizione e situazione, come ad esempio lo troviamo in certe regole  monastiche, che pure hanno subìto nei secoli degli aggiornamenti. Ed in effetti, ad esempio, proprio nelle questioni matrimoniali vediamo attuati moltissimi modelli nella storia bimillenaria della nostra confessione religiosa e tutti, in linea di principio, compatibili con la nostra fede. E certamente il Fondatore non ci ha imposto il modello matrimoniale neocatecumenale, che deriva appunto da una particolare interpretazione del suo insegnamento, che proprio in tema matrimoniale non è stato dettagliato, anzi mi pare che in esso di quelle questioni si parli veramente poco, quindi lascia molto spazio alla creatività dei coniugi e agli adattamenti richiesti dal progredire delle società.
 Ma che cosa manca alla parrocchia che non viene offerto dall’impostazione neocatecumenale? In che cosa la ricostituzione del pluralismo potrebbe giovarci e non invece essere fonte di distrazione e dispersione?
 In effetti non si tratta tanto di venire incontro alle sensibilità e preferenze delle persone, per cui, ad esempio, uno vuole avere con la propria moglie un rapporto paritario e allora desidera una catechesi matrimoniale che accetti questa impostazione, sebbene questa sia indubbiamente una richiesta legittima perché il magistero dei nostri tempi non ci obbliga più a seguire il maschilismo autoritario delle antiche società ai tempi in cui si formarono i nostri testi sacri.
  Si tratta invece, prima di tutto,  di cogliere meglio il significato specificamente religioso di tutto ciò che si fa in società, e non solo nel matrimonio e nella società religiosa, e cercare di sviluppare, specialmente  nei laici, imparando e facendone tirocinio, la capacità di interagire nel mondo, in particolare negli ambienti democratici che caratterizzano l’Occidente in cui noi siamo immersi, per contribuire a trasformarlo secondo gli ideali di fede,  ad ordinarlo secondo Dio secondo l’espressione dei saggi del Concilio nella Costituzione Luce per le genti:
31. […] Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.
 Di questo non solo bisogna cominciare a riprendere a parlare in parrocchia, ma, ad esempio, occorre farne catechismo, perché rientra nell’iniziazione ed educazione di fede, non è qualcosa di accessorio che si aggiunge ma potrebbe anche non esserci,  e costruirvi sopra una liturgia, a partire dalla Messa domenicale, quindi pregarci su insieme. In questo siamo stati particolarmente carenti in passato e ciò, in definitiva, ci ha separati dal quartiere delle Valli, a cui, in fondo, si è stati poco interessati, perché ci si è molto, quasi esclusivamente concentrati, sul tentativi di indurre un certo modello familiare forte molto integrato a sua volta in un modello di comunità religiosa  forte, pensando in questo modo di reagire agli attacchi alla fede comunitaria che venivano dalla società intorno proteggendo la fede comune in una bolla di sopravvivenza comunitaria. Si tratta ora di sviluppare  anche un modello di azione comunitaria non basato sulla reazione, ma sull’interazione. Ciò richiede innanzi tutto di chiarirsi, imparando e ragionandoci sopra, di fronte a quale società realmente ci troviamo, quindi di conoscere realmente la gente a cui siamo stati mandati, e anche di dialogare con essa, perché agli esseri  umani è data la parola come via di crescita comune ed essa va esercitata se si vuole crescere insieme.
 Questa dell’interazione, al posto della reazione, è stata una delle grandi scoperte del movimento, fondamentalmente a carattere democratico, che ha portato negli anni Sessanta al Concilio Vaticano 2°, sulla base in particolare della catalizzazione prodotta da due fattori concomitanti nel secondo dopoguerra (quindi dal 1945) e relativi a due aree del mondo molto distanti, geograficamente e culturalmente, vale a dire l’Europa occidentale e l’America Latina. Essi sono consistiti, per quanto riguardava l’esperienza europea, nelle riflessioni su ciò che era accaduto nell’era dei fascismi europei, dagli anni ’30, e, per ciò che riguardava l’America Latina, nella presa d’atto dell’impatto religioso delle degenerazioni fasciste di gran parte dei regimi politici di quel subcontinente e dei processi economici squilibrati in essi prodotti, e nella conseguente volontà di reagirvi interagendo collettivamente nelle società innescando processi di liberazione. Questo movimento ebbe come risvolto molto importante anche un progetto di trasformazione di come vivere collettivamente la fede religiosa, quindi interessando non solo la società civile, in particolare nei suoi aspetti politici, ma anche quella religiosa, avviando una sperimentazione in  merito. In America Latina ciò avvenne nel quadro del Consiglio Episcopale Latinoamericano - CELAM, la sede collegiale sinodale che riunisce dal 1955 i vescovi del sub-continente: i vescovi dell’America Latina furono tra i principali protagonisti del Concilio Vaticano 2°. Dopo l’esperienza dell’ultimo concilio, questo processo ebbe un importante sviluppo a seguito della Conferenza generale del CELAM  svoltasi a Medellin, in Colombia, nel 1968. Per renderne un’idea, riporto di seguito la traduzione di alcuni brani dell’introduzione del documento conclusivo approvato al termine di quell’assemblea:
1.  La Chiesa Latinoamericana, riunita nella Seconda  Conferenza generale del suo episcopato, ha concentrato la sua attenzione sull’uomo di questo continente, che vive un momento  decisivo del suo processo storico.
 Così facendo non è stata sviata, nella misura in cui si è rivolta all’uomo, nella consapevolezza che per conoscere Dio è necessario conoscere l’uomo.
 La Chiesa ha cercato di comprendere l’attuale momento storico dell’uomo latinoamericano alla Luce della Parola, che è Cristo, nel quale si manifesta il mistero dell’uomo.
2. Questa presa di coscienza del presente si volge verso il passato. Esaminandolo, la Chiesa vede con gioia il lavoro realizzato con tanta generosità ed esprime la sua riconoscenza a coloro che hanno preparato le nostre terre all’evangelizzazione tracciandone i solchi per la semina, a coloro che sono stati attivi e caritativamente presenti nelle diverse culture, specialmente quelle indigene, del continente, a coloro che hanno collaborato all’azione educativa nella Chiesa nelle nostre città e nelle nostre campagne. Ma riconosce anche che non sempre, lungo la storia, i suoi membri furono fedeli allo Spirito di Dio.  E se con gioia, oggi, esamina l’opera di molti dei  suoi figli, constata anche le fragilità dei suoi messaggeri. Accetta il giudizio storico sulle luci e sulle ombra e vuole assumersene oggi la piena responsabilità.
3. Certamente non basta riflettere, capire più a fondo e discutere: è necessario agire. Questo è ancora il tempo di discutere, ma è diventato anche, con drammatica urgenza, il tempo di agire. E’ il momento di progettare con immaginazione creativa un’azione che corrisponda ai principi proclamati e che deve essere portata a compimento con l’audacia dello Spirito Santo e l’equilibrio di Dio.”
  Nell’appello  all’immaginazione creativa  e all’azione collettiva si colgono significative assonanze con i principi proclamati nella nuova era di rinnovamento,   e anche propriamente di riforma, aperta dall’elezione al ministero supremo del nostro nuovo vescovo e padre universale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


venerdì 1 gennaio 2016

Pensiero di Capodanno

Pensiero di Capodanno


 Ieri sera ho partecipato con mia figlia maggiore alla Messa di Te Deum, celebrata dal parroco e da altri quattro sacerdoti della parrocchia, vale a dire dai due terzi della task force  di apostoli organizzata  dalla diocesi e inviata in nostro aiuto.
  Ho riconosciuto tra i fedeli Marco e Andrea, i due catechisti neocatecumenali delle mie figlie.
  Prima che la liturgia iniziasse, una signora si è avvicinata a mia figlia, che era seduta vicino a me, l’ha salutata e, andandosene, le ha detto “salutami papà!”.  Non mi ha riconosciuto. E’ una cosa che mi era già accaduta anni fa. Allora ero seduto vicino a mia moglie e un’altra signora, andandosene dopo averla salutata, le ha detto “mi saluti tanto suo marito!”.  Questo si spiega con la ragione che negli anni passati sono stato molto malato e, quando le persone accostano i miei familiari, non danno per scontato che io sia sopravvissuto. E poi spesso non mi riconoscono, perché, durante la malattia ho subito diverse metamorfosi: magro/grasso, senza capelli/con i capelli, con la barba/senza la barba. Così, guardando le mie fotografie degli ultimi quindici anni, mi sembra di vedere tanti uomini diversi, con una certa aria di famiglia, certo, ma diversi. E ora poi, avvicinandomi alla sessantina, si sono fatti più evidenti i segni dell’età, accentuati da ciò che la malattia mi ha impresso nel fisico: i capelli imbiancati, una postura un po’ curva, certi rughe sul volto. Di solito mi definisco ben restaurato, ma in effetti l’esperienza della malattia, che ha avuto un profondo risvolto umano soprattutto perché mi ha permesso di avvicinare la sofferenza estrema degli altri e di poter tornare a parlarne, ha fatto di me un uomo nuovo, anche dal punto di vista religioso, nella fede che, non per mio merito ma veramente, come si dice, per pura grazia, ho conservato e, anzi, molto rafforzato e approfondito.
  Alcuni di quegli uomini che in passato sono stato, durante le fasi più emozionanti della mia malattia e delle terapie  cascavano e pendevano  da tutte le parti, come si dice a Roma in questi casi, ed erano tutti concentrati sulla propria sopravvivenza, proprio mentre le mie figlie si trovavano in quel momento in cui un giovane ha più bisogno del padre, per introdurlo nella società. E, allora, in quei tempi difficili, Andrea e Marco, due omoni grandi e grossi, dall’apparenza molto solida, hanno fatto in fondo per le mie figlie le veci del padre che io non potevo essere in quel momento: sono stati per loro catechisti integrali, proprio come un catechista deve essere, non solo maestri di dottrina, ma anche di vita, e quindi devo anche a loro se la mia famiglia  è sopravvissuta, con me, nella nostra fede. E questo anche se, come avviene per tra genitori e figli, le mie figlie non hanno seguito in tutto il loro orientamento di vita, avendone maturato uno loro, che non è quello di Andrea e di Marco e non è nemmeno quello mio, ma una  cosa nuova che però di tiene conto della mia e della loro fede, per cui nella loro fede riconosco una parte di quella che hanno visto attuata in Andrea e Marco e una parte di quella mia e, soprattutto, della loro madre, e poi c’è altro, ad esempio ciò che è risultato dal rapporto tra loro sorelle, sempre più impegnate negli studi e parallelamente coinvolte nel mio accudimento amorevole non come lavoro di ciascuna di loro ma come opera collettiva, e, infine, ciò che deriva dalle loro esperienze sociali, sempre più vaste e solo in minima parte condivise con noi genitori. Da ultimo, per mia figlia maggiore, quella di catechista in parrocchia, in cui, in fondo, l’unico esempio a cui rifarsi, sia per prenderlo a modello sia per distanziarsene criticamente dove occorre e poi per innovare, è proprio quello di Marco e Andrea, in particolare di Marco, del quale veramente si può dire che da catechista ha generato una nuova catechista: veramente il coronamento dell’opera di catechesi. Marco e Andrea hanno insegnato, e soprattutto espresso, una fede solida, proprio quando le mie figlie ne avevano più bisogno, perché si trovavano in un momento in cui tutte le loro sicurezze intorno a loro sembravano crollare.
  Marco e Andrea sono stati un dono delle comunità neocatecumenali. Se non ci fossero state quelle comunità non ci sarebbero stati nemmeno Marco e Andrea. Riconosco in quel dono l’opera della Provvidenza. Un disegno amorevole e preveggente che da molto lontano, quando ancora io ero un ragazzino, ha insediato il Cammino Neocatecumenale a Roma e poi l’ha fatto crescere, fino a che ha raggiunto la nostra parrocchia e ha espresso Marco e Andrea, i quali poi hanno sorretto la mia famiglia nella grave prova che stava subendo e così hanno contribuito a salvarla.  E’ in questo modo che agisce la Grazia, senza misura, senza conto economico, nessuna impresa commerciale potrebbe sopravvivere con questi criteri, un disegno gigantesco di popolo per fare arrivare la salvezza ad una sola famiglia qui a San Clemente papa, nell’ora della prova, ciò che manifesta in modo eclatante l’infinito valore che si attribuisce in religione a una singola vita umana, anche al più piccolo fra noi. Perché poi che cosa ne è venuto a Marco e Andrea, e alle loro comunità, da tutto questo? Ecco che io sono uno dei loro critici e né io, né mio moglie, né le mie figlie, siamo diventati organici  alle loro comunità. Ma fare memoria del bene che ci hanno fatto ce li avvicina molto e saranno sempre presenti nelle nostre preghiere, parleremo sempre di loro all’Altissimo rendendo grazie.
  E, proprio parlando della preghiera, devo ricordare un altro aspetto delle vicinanza delle comunità neocatecumenali: mia moglie mi ricorda sempre che hanno pregato per noi, per me in particolare. E non si può essere mai veramente divisi da una persona che prega per te. Perché nella preghiera si riconosce un legame profondo tra le persone, che non è solo quello naturale che sorge nella vita sociale, ma deriva dall’alto e in alto è radicato, in modo opposto alla vegetazione terrestre che è radicata in basso. E’ dal Cielo che trae la sua forza, la sua consistenza, ed esso permane nonostante tutte le differenze che si creano tra vite concrete delle persone. Ed è proprio la preghiera che lo rende presente, ne fa memoria, lo individua e lo rende sempre vitale, consentendo alla Grazia di avere libero corso tra noi.
 Così, quando don Remo, che celebrava, ieri sera a Messa ha ringraziato tutti coloro che si era impegnati più da vicino in parrocchia, quelli che erano stati  più presenti, i sacerdoti suoi collaboratori, le persone che in modo umile, nascosto, ma molto prezioso, si erano occupate di mantenere accoglienti gli ambienti della parrocchia,  e poi quelle che si erano occupate della segreteria parrocchiale e dei vari altri servizi, e infine  i catechisti, mi sono rimproverato di non aver mai ringraziato Marco e Andrea di ciò che avevano fatto per le mie figlie e per noi genitori. Non c’è stata mai occasione per farlo, prima perché stavo male, e poi… Perché poi no? Poi  è emersa la diversità di impostazione tra il loro mondo e il mio e questo è stato di impedimento. Ma, se c’è quel legame più profondo di cui dicevo, non è impossibile stabilire un dialogo, perché le basi ci sono.
 Don Remo, il nuovo parroco, si trova in una situazione in cui si manifesta nel suo ufficio ciò che di essenziale gli è  proprio, connaturato, ciò che è all’origine di tutte le altre sue attribuzioni, vale a dire il mestiere dell’apostolo. Esso consiste nell’indurre delle comunità di credenti, di fare dei molti un’anima e un cuore solo, di promuovere la pace e l’agàpe  fraterna, per cui, dove arriva l’apostolo, lì si sviluppa la comunità, in tutti i suoi aspetti, vale a dire nell’amicizia e nella comprensione, basate sullo scambiarsi reciprocamente il perdono e nel superare così, includendo e non separando, ogni divergenza, e poi nella solidarietà, nel servizio disinteressato, nella comprensione e diffusione della parola soprannaturale che ci crea come credenti e, infine, quando ci si è resi  conto di tutto ciò  e se ne è fatta esperienza vitale, nel manifestarla nella sua pienezza, in fondo sempre indicibile, nella liturgia.
 E’ proprio dalle sue parole di apostolo alla Messa di ieri, dal suo invito a fare un esame di coscienza e a  ringraziare  e cercare di cambiare in ciò di cui si è mancato, che, in questo primo giorno dell’anno nuovo, ho capito quanto dovevo a coloro verso cui sono stato in passato più critico, perché si sono formati in un altro ambiente culturale. E, in fondo, la natura, la chimica e i rapporti tra le specie, quella che secondo il Galilei è la Bibbia della creazione, che ci parla del Creatore, non ci indica che i diversi si attraggono, come succede ai poli di una calamita o agli atomi, che si legano solo se in sé recano delle carenze di energia, hanno bisogno di essere completati e possono esserlo solo cercando diversi da sé?
 E’ per questo che sono fermamente convinto che il cambiamento deve fondarsi sull’aggiunta, non sulla sottrazione, l’esclusione e l’umiliazione. La nostra parrocchia deve continuare ad essere un ambiente propizio allo sviluppo delle comunità neocatecumenali, così come anche, in aggiunta, ad altri tipi di esperienze comunitarie e, al fondo, deve riuscire a manifestare il profondo legame che tutti ci accomuna, e che non origina da noi, ma è dono, grazia, pura grazia, perché, come è stato scritto, tutto è Grazia.
 Dunque: grazie Marco e Andrea, grazie a tutti i neocatecumenali della parrocchia. Grazie per esserci. Grazie per voler continuare ad essere tra noi, con noi. Sia pace a voi, sia pace a tutti noi. E sia pace, infine a tutti coloro che leggono: questo sia l’augurio mio e della mia famiglia per il prossimo anno insieme.
Avanti, avanti, avanti insieme!”,  come ha detto don Remo.
Mario  Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro