Evangelii Gaudium
Testo condensato da Mario
Ardigò per il gruppo parrocchiale di Azione Cattolica di San Clemente papa – 23
aprile 2026
per ascoltare la sintesi del testo condensato dal podcast per il gruppo di AC
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Nota: il testo condensato è una sintesi costruita
usando solo le parole del testo originario, all’occorrenza con elementi di
collegamenti evidenziati ponendoli tra parentesi quadre [ ]. Ho fatto precedere
al testo condensato una sintesi del medesimo. Questi testi sono strumenti per
arrivare a una lettura del testo originale, partendo dalla sintesi del testo
condensato, passando poi per il testo condensato, per arrivare al testo
originale.
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- Evangelii
Gaudium (latino ecclesiastico) -traduzione
in italiano corrente: La gioia del
Vangelo
- Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo
nel mondo attuale
- di papa Francesco (regnante dal 13 marzo 2013
fino alla morte, il 21 aprile 2025) [predecessore: Benedetto 16°, rinunciante
al Pontificato dal 28 febbraio 2013. Successore: Leone 14°, Papa dall’8 maggio
2025]
- datata 4
novembre 2013, Solennità di N. S. Gesù Cristo Re dell’Universo, dell’anno 2013,
nel primo del suo Pontificato.
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Definizione di “Esortazione apostolica”
E’ un documento proveniente dal
Papa volto ad esortare i fedeli nella loro vita cristiana, esaminando anche
particolari specifici temi di attualità e fornendo orientamenti pratici.
In genere non stabilisce nuove
norme né definisce dogmi teologici.
Viene definita “post-sinodale”
l’Esortazione apostolica che fa seguito ad un’assemblea del Sinodo dei Vescovi
per esporne i risultati e darne indicazioni operative in base ad essi.
Nel sistema dei documenti del
Magistero del Papa si colloca di solito al di sotto di un’Enciclica e al di
sopra di una Lettera apostolica.
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Sintesi
breve del testo condensato
Papa
Francesco pone al centro la gioia del Vangelo, che nasce
dall’incontro personale con Gesù Cristo. Il cristianesimo non comincia da
un’idea morale o da una dottrina astratta, ma dall’esperienza di un amore che
rialza, perdona e restituisce dignità. Da qui nasce la missione: il bene, per
sua natura, tende a comunicarsi, e la fede cresce quando viene donata. Perciò
ogni cristiano è chiamato a lasciarsi rinnovare da Cristo e a diventare
annunciatore lieto, non triste o ripiegato su sé stesso.
La Chiesa deve quindi entrare in una conversione missionaria. Non può limitarsi
all’autoconservazione né al “si è sempre fatto così”, ma deve uscire verso
tutti, specialmente verso le periferie umane ed esistenziali. Francesco sogna
una “Chiesa in uscita”, capace di prendere l’iniziativa, coinvolgersi,
accompagnare, portare frutto e fare festa. Parrocchie, diocesi, movimenti,
papato stesso e conferenze episcopali sono chiamati a una riforma che renda più
missionarie strutture, linguaggi, metodi e stili. La Chiesa non dev’essere una
dogana, ma una casa aperta; i sacramenti non sono premi per perfetti, e i
poveri restano i destinatari privilegiati del Vangelo.
Nel descrivere il contesto attuale, il Papa
parla di una crisi
dell’impegno comunitario. Denuncia un’economia dell’esclusione e
dell’inequità, la “cultura dello scarto”, il dominio del denaro, la riduzione
dell’uomo a consumatore, l’illusione che il mercato da solo produca giustizia.
L’inequità genera violenza, e la pace non può fondarsi sulla repressione o
sugli armamenti. Accanto a ciò, Francesco rileva la crisi delle radici
culturali, la fragilità della famiglia, la secolarizzazione, la superficialità
prodotta dall’eccesso di informazioni, la difficoltà di trasmettere la fede
alle nuove generazioni e la nascita di spiritualità individualistiche senza
vero incontro con Dio e con gli altri.
Anche nella Chiesa esistono pericoli interni:
burocratizzazione, scarso calore pastorale, clericalismo, scoraggiamento,
individualismo, perdita del fervore missionario, ricerca del prestigio, del
potere o della sicurezza. Il Papa mette
in guardia soprattutto dalla mondanità spirituale, cioè dal cercare sé
stessi invece della gloria di Dio: può assumere forme tradizionaliste,
funzionaliste, intellettualistiche o mondane, ma in ogni caso soffoca il
Vangelo. Per questo insiste: non bisogna lasciarsi rubare la gioia, la
speranza, l’entusiasmo missionario e la fraternità.
Francesco afferma che tutto il Popolo di Dio
evangelizza.
La Chiesa è anzitutto un popolo convocato dalla misericordia di Dio, non
un’élite. In ogni battezzato opera lo Spirito Santo, perciò ogni cristiano è un
soggetto attivo della missione. Il Vangelo si incarna nelle culture: non esiste
un unico modello culturale cristiano, e la diversità dei popoli non minaccia
l’unità della Chiesa. Per questo l’evangelizzazione deve essere anche
inculturazione, e la pietà popolare viene valorizzata come vera forma di
spiritualità e forza evangelizzatrice.
Grande importanza viene data alla predicazione e alla
catechesi.
L’omelia dev’essere breve, viva, materna, vicina alla vita concreta delle
persone, capace di far risuonare la Parola nel cuore del popolo e di orientare
all’incontro con Cristo nell’Eucaristia. Il predicatore deve prepararsi con
amore, preghiera, ascolto della Scrittura e ascolto del popolo. La catechesi
non deve ridursi a trasmissione di dottrine: deve mostrare la bellezza del
Vangelo, rispettare la gradualità dei cammini, usare un linguaggio semplice e
positivo, integrare tutta la persona e tutta la comunità. La Scrittura deve
diventare il cuore di ogni attività ecclesiale.
La dimensione sociale dell’evangelizzazione è essenziale. La fede
non può essere relegata al privato: dal Vangelo derivano conseguenze sociali,
perché nel fratello continua l’Incarnazione di Cristo. La carità, la giustizia,
il bene comune, la dignità umana e la trasformazione della società appartengono
alla missione cristiana. Da qui deriva l’opzione preferenziale per i poveri,
che per Francesco è anzitutto una categoria teologica: in essi c’è un posto
privilegiato nel cuore di Dio, e la Chiesa deve essere povera per i poveri. Non
basta l’assistenza: occorrono inclusione, lavoro, educazione, salute, ascolto
del grido dei poveri e lotta contro le cause strutturali della povertà.
Il Papa richiama anche l’attenzione verso le
nuove fragilità: vittime della tratta, donne oppresse, nascituri, persone
vulnerabili, e l’intera creazione, che va custodita. La pace sociale non è
assenza di conflitto, ma frutto di giustizia, dialogo e sviluppo integrale. Per
costruire un popolo nella pace e nella fraternità, Francesco propone quattro
principi: il
tempo è superiore allo spazio, l’unità prevale sul conflitto, la realtà è più
importante dell’idea, il tutto è superiore alla parte. Su questa base
incoraggia il dialogo con lo Stato, con la società, tra fede e scienza,
nell’ecumenismo, nel rapporto con l’ebraismo, con l’islam, con le altre
religioni e con chi cerca sinceramente verità, bontà e bellezza.
Infine, gli evangelizzatori con
Spirito
sono coloro che si lasciano guidare dallo Spirito Santo, unendo preghiera e
missione. La sorgente dell’evangelizzazione è l’amore di Gesù sperimentato
personalmente; senza contemplazione, adorazione e dialogo con Dio, l’impegno si
svuota. Ma una spiritualità autentica non isola: spinge a condividere la vita
del popolo, a toccare la sofferenza umana, a intercedere per gli altri, a
confidare nella forza della risurrezione e nell’azione dello Spirito, che rende
fecondi gli sforzi della Chiesa. In questo cammino Maria accompagna il popolo
cristiano come madre e modello di uno stile evangelizzatore fatto di tenerezza,
vicinanza e speranza.
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TESTO CONDENSATO
Introduzione (paragrafi da 1 a 18)
La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita
intera di coloro che si incontrano con Gesù. In questa Esortazione desidero
indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa
evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della
Chiesa nei prossimi anni.
Quando la
vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri
non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo
amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene.
Invito ogni
cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il
suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di
lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta.. Colui che ci
ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona
settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo
l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore
infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare,
con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia.
I libri
dell’Antico Testamento avevano proposto la gioia della salvezza, che sarebbe
diventata sovrabbondante nei tempi messianici. Il profeta Isaia si rivolge al
Messia atteso salutandolo con giubilo: «Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia» (dal libro del profeta Isaia, capitolo
9, versetto 2). La creazione intera
partecipa di questa gioia della salvezza: «Giubilate, o cieli,
rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il
suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri» (dal libro del profeta
Iasaia, capitolo 49, versetto 13).
Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di
Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: «Rallegrati» è il
saluto dell’angelo a Maria (dal Vangelo secondo Luca, capitolo 1, versetto 28).
Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia?
Ci sono
cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua. Capisco le
persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire,
però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a
destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori
angustie.
La società
tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa
difficilmente riesce a procurare la gioia. attingono alla fonte dell’amore sempre più
grande di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo. Non mi stancherò di ripetere
quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: «All’inizio
dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì
l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo
orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva».
Giungiamo ad
essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di
condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero.
Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice.
Il bene
tende sempre a comunicarsi. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa.
Per questo, chi desidera vivere con dignità e pienezza non ha altra strada che
riconoscere l’altro e cercare il suo bene.
Quando la Chiesa chiama all’impegno
evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della
realizzazione personale. Qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la
vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La
missione, alla fin fine, è questo.
Di conseguenza, un evangelizzatore non dovrebbe
avere costantemente una faccia da funerale. Possa il mondo del nostro tempo –
che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non
da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri
del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro
la gioia del Cristo.
Un annuncio
rinnovato offre ai credenti, anche ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia
nella fede e una fecondità evangelizzatrice. In realtà, il suo centro e la sua
essenza è sempre lo stesso: il Dio che ha manifestato il suo immenso amore in
Cristo morto e risorto. Egli sempre può,
con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se
attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non
invecchia mai.
Gesù è «il
primo e il più grande evangelizzatore». In qualunque forma di
evangelizzazione il primato è sempre di Dio, che ha voluto chiamarci a
collaborare con Lui e stimolarci con la forza del suo Spirito. La vera novità è
quella che Dio stesso misteriosamente vuole produrre, quella che Egli ispira,
quella che Egli provoca, quella che Egli orienta e accompagna in mille modi. In
tutta la vita della Chiesa si deve sempre manifestare che l’iniziativa è di
Dio. Questa convinzione ci permette di conservare la gioia in mezzo a un
compito tanto esigente e sfidante che prende la nostra vita per intero.
[Non]
dovremmo intendere la novità di questa missione come uno sradicamento, come un
oblio della storia viva che ci accoglie e ci spinge in avanti. La memoria è una
dimensione della nostra fede. Gesù ci lascia l’Eucaristia come memoria
quotidiana della Chiesa, che ci introduce sempre più nella Pasqua. La gioia
evangelizzatrice brilla sempre sullo sfondo della memoria grata: è una grazia
che abbiamo bisogno di chiedere. [Ci sono] alcune persone che hanno inciso in
modo speciale per far germogliare la nostra gioia credente A volte si tratta di
persone semplici e vicine che ci hanno iniziato alla vita della fede: «Mi
ricordo della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre
Eunìce» (dalla 2° lettera di san Paolo a Timoteo, capitolo 1, versetto 5). Il
credente è fondamentalmente “uno che fa memoria”.
Dal 7 al 28
ottobre 2012 si è celebrata la 13° Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei
Vescovi sul tema La nuova
evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lì si è
ricordato che la nuova evangelizzazione chiama tutti e si realizza
fondamentalmente in tre ambiti. In primo luogo, menzioniamo l’ambito della pastorale ordinaria. Vanno inclusi in
quest’ambito anche i fedeli che conservano una fede cattolica intensa e
sincera, esprimendola in diversi modi, benché non partecipino frequentemente al
culto. In secondo luogo, ricordiamo
l’ambito delle «persone
battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo»,
non hanno un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la
consolazione della fede. La Chiesa, come madre sempre attenta, si impegna
perché essi vivano una conversione che restituisca loro la gioia della fede e
il desiderio di impegnarsi con il Vangelo. Infine, rimarchiamo che
l’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a
coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo
hanno sempre rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla
nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. Tutti
hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di
annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo,
bensì come chi condivide una gioia. La Chiesa non cresce per proselitismo ma «per
attrazione».
L’azione
missionaria è il paradigma di ogni opera
della Chiesa. Questo compito continua ad essere la fonte delle maggiori
gioie per la Chiesa: «Vi sarà gioia nel cielo per un solo
peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno
bisogno di conversione» (come si legge nel Vangelo secondo Luca,
capitolo 15, versetto 7).
Ho accettato
con piacere l’invito dei Padri sinodali di redigere questa Esortazione. Nel
farlo, raccolgo la ricchezza dei lavori del Sinodo. Ho consultato anche diverse
persone, e intendo inoltre esprimere le preoccupazioni che mi muovono in questo
momento concreto dell’opera evangelizzatrice della Chiesa. Ho rinunciato a
trattare in modo particolareggiato queste molteplici questioni che devono
essere oggetto di studio e di attento approfondimento. Non credo neppure che si
debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte
le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa
sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche
che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di
procedere in una salutare “decentralizzazione”. In base alla dottrina della
Costituzione dogmatica Lumen gentium [del Concilio Vaticano 2°), ho
deciso, tra gli altri temi, di soffermarmi ampiamente sulle seguenti
questioni:
a) La riforma della Chiesa in uscita missionaria.
b)
Le tentazioni degli operatori pastorali.
c)
La Chiesa intesa come la totalità del Popolo di Dio che evangelizza.
d)
L’omelia e la sua preparazione.
e)
L’inclusione sociale dei poveri.
f)
La pace e il dialogo sociale.
g) Le motivazioni spirituali per l’impegno
missionario.
[Lo scopo dell’Esortazione apostolica è quello di] delineare
un determinato stile evangelizzatore che invito ad assumere in ogni attività che si realizzi.
Capitolo primo
La trasformazione missionaria della Chiesa
Paragrafi da 20 a 49
L’evangelizzazione obbedisce al mandato missionario
di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome
del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto
ciò che vi ho comandato» (come si legge nel Vangelo secondo Matteo,
capitolo 28, versetti 19). Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo
di “uscita” che Dio vuole provocare nei credenti. Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono
presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice
della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. Ogni
cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore
chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla
propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che
hanno bisogno della luce del Vangelo.
La gioia del
Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è un segno che il
Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica
dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre
di nuovo, sempre oltre.
La Parola
ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. La Chiesa deve accettare
questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in
forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i
nostri schemi.
L’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità
itinerante, e la comunione «si configura essenzialmente come comunione missionaria. La
gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno. Così
l’annuncia l’angelo ai pastori di Betlemme: «Non temete, ecco, vi
annuncio una grande gioia, che sarà di
tutto il popolo» (come si legge nel Vangelo secondo Luca,
capitolo 2, versetto 10).
La Chiesa
“in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa,
che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”:
vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità sa prendere
l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli
incroci delle strade per invitare gli esclusi. La comunità evangelizzatrice si mette mediante
opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si
abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando
la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore
di pecore” e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità
evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i
suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe
attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed
evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche
“fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché
il Signore la vuole feconda.
Non ignoro
che oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e
sono rapidamente dimenticati. Ciononostante, sottolineo che ciò che intendo qui
esprimere ha un significato programmatico e delle conseguenze importanti. Spero
che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per
avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può
lasciare le cose come stanno.
Paolo 6°
invitò ad ampliare l’appello al rinnovamento, per esprimere con forza che non
si rivolgeva solo ai singoli individui, ma alla Chiesa intera.
Senza vita nuova e autentico spirito
evangelico, senza “fedeltà della Chiesa alla propria vocazione”, qualsiasi
nuova struttura si corrompe in poco tempo.
Sogno una
scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli
stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale
adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per
l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione
pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse
diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue
istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante
atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro
ai quali Gesù offre la sua amicizia.
La
parrocchia non è una struttura caduca. Ha una grande plasticità, può assumere
forme molto diverse [e] se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente,
continuerà ad essere la Chiesa stessa
che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie. Questo suppone che realmente stia in contatto con
le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa
separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. È comunità
di comunità. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al
rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti.
Le altre
istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre
forme di associazione, [non devono perdere] il contatto con [la] parrocchia del
luogo e [devono integrarsi] con piacere nella pastorale organica della Chiesa
particolare. Questa integrazione eviterà che si trasformino in nomadi senza
radici.
Ogni Chiesa
particolare, porzione della Chiesa Cattolica sotto la guida del suo Vescovo, è
anch’essa chiamata alla conversione missionaria. Esorto anche ciascuna Chiesa
particolare ad entrare in un deciso processo di discernimento, purificazione e
riforma.
25.
Il Vescovo deve sempre favorire
la comunione missionaria nella sua Chiesa diocesana perseguendo l’ideale delle
prime comunità cristiane, nelle quali i credenti avevano un cuore solo e
un’anima sola (come si legge negli Atti degli apostoli, capitolo 4, versetto
32). Perciò, a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la
speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la
sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà
camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e –
soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare
nuove strade. Nella sua missione di favorire una comunione dinamica, aperta e
missionaria, dovrà stimolare e ricercare la maturazione degli organismi di
partecipazione proposti dal Codice di
diritto canonico e di altre forme di dialogo pastorale, con il desiderio di
ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fargli i complimenti. Ma
l’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente
l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti.
Dal momento
che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una
conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai
suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più
fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali
dell’evangelizzazione. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo
analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono
«portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità
si realizzi concretamente». Ma questo auspicio non si è pienamente
realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto
delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni
concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale.
Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e
la sua dinamica missionaria.
La pastorale
in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si
è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo
compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi
evangelizzatori delle proprie comunità.
Esorto
tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo
documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli,
contare sempre sui fratelli specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio
e realistico discernimento pastorale.
Una pastorale in chiave missionaria non è
ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine
che si tenta di imporre a forza di insistere.
Tutte le
verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la
medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più
direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che
risplende è la bellezza dell’amore
salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. Qui ciò che
conta è anzitutto «la fede che si rende operosa per mezzo della
carità» (come si legge nella lettera di san Paolo ai Galati, capitolo 5,
versetto 6). Le opere di amore al
prossimo sono la manifestazione esterna più perfetta della grazia interiore
dello Spirito. La misericordia è la più grande di tutte le virtù.
34.
Nell’annuncio del Vangelo è necessario che vi sia una adeguata proporzione. [A volte] vengono oscurate
quelle virtù che dovrebbero essere più presenti nella predicazione e nella
catechesi. Lo stesso succede quando si parla più della legge che della grazia,
più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della Parola di Dio. Non
bisogna mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo. Il Vangelo invita
prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo
negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito
non va oscurato in nessuna circostanza!
Gli enormi e
rapidi cambiamenti culturali richiedono che prestiamo una costante attenzione
per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di
riconoscere la sua permanente novità. Ricordiamo che l’espressione della verità
può essere multiforme, e il rinnovamento delle forme di espressione si rende
necessario per trasmettere all’uomo di oggi il messaggio evangelico nel suo
immutabile significato. Occorre ricordare che ogni insegnamento della dottrina
deve situarsi nell’atteggiamento evangelizzatore che risvegli l’adesione del
cuore con la vicinanza, l’amore e la testimonianza.
Ci sono
norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre
epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita. San
Tommaso d’Aquino sottolineava che i precetti dati da Cristo e dagli Apostoli al
popolo di Dio «sono pochissimi».
Citando sant’Agostino, notava che i precetti aggiunti dalla Chiesa
posteriormente si devono esigere con moderazione «per non appesantire la vita
ai fedeli» e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando «la
misericordia di Dio ha voluto che fosse libera». Questo
avvertimento, fatto diversi secoli fa, ha una tremenda attualità.
Senza sminuire il valore dell’ideale evangelico,
bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita
delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno.
Vediamo così
che l’impegno evangelizzatore si muove tra i limiti del linguaggio e delle
circostanze. Esso cerca sempre di comunicare meglio la verità del Vangelo in un
contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può
apportare quando la perfezione non è possibile.
La Chiesa
“in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. La Chiesa è chiamata ad essere
sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è
avere dappertutto chiese con le porte aperte.
Ma ci sono
altre porte che neppure si devono chiudere. Tutti possono partecipare in
qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità, e
nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione
qualsiasi. Questo vale soprattutto quando si tratta di quel sacramento che è
“la porta”, il Battesimo. L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della
vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un
alimento per i deboli. Di frequente ci comportiamo come controllori della
grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa
paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa. Oggi e sempre, «i
poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo»,
e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che
Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un
vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli.
Usciamo,
usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Preferisco una Chiesa
accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una
Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie
sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa
in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Più della paura di sbagliare
spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una
falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle
abitudini in cui ci sentiamo tranquilli.
Capitolo secondo
Nella crisi dell’impegno comunitario
Paragrafi da 50 a 109
L’umanità vive in questo momento una svolta storica
che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Non
possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne
del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà. La gioia di vivere
frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequ]tà
[=diseguaglianza ingiusta] diventa sempre più evidente. Bisogna
lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità.
52.
Dobbiamo dire “no a un’economia
dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Come conseguenza di
questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate:
senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere
umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo
dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene
promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e
dell’oppressione, ma di qualcosa di
nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza
alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi,
nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono
“sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”. In
questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”,
che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato,
riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo.
Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia
grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e
nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli
esclusi continuano ad aspettare. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci
di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri.
Una delle
cause di questa situazione si trova nella relazione che abbiamo stabilito con
il denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle
nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che
alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del
primato dell’essere umano! La grave
mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo
dei suoi bisogni: il consumo.
Mentre i guadagni di pochi crescono
esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal
benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che
difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria.
Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per
la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile.
Dietro questo atteggiamento si nascondono il
rifiuto dell’etica e il rifiuto di Dio. All’etica si guarda di solito con un
certo disprezzo beffardo.
53.
Ssorto gli esperti finanziari e i governanti dei vari Paesi a
considerare le parole di un saggio dell’antichità: «Non
condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della
vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro» [citazione dall’Omelia su Lazzaro di san Giovanni Crisostomo]. Il denaro deve servire e
non governare! Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno
dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano.
Fino a
quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi
popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Come il bene tende a
comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere
la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema
politico e sociale, per quanto solido possa apparire.
I
meccanismi dell’economia attuale promuovono un’esasperazione del consumo, ma
risulta che il consumismo sfrenato, unito all’inequità, danneggia doppiamente
il tessuto sociale. In tal modo la disparità sociale genera prima o poi una
violenza che la corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve
solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se
oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare
soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti.
Evangelizziamo anche quando cerchiamo di
affrontare le diverse sfide che possano presentarsi.
Nella
cultura dominante, il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato,
visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede il posto
all’apparenza. In molti Paesi, la globalizzazione ha comportato un accelerato
deterioramento delle radici culturali con l’invasione di tendenze appartenenti
ad altre culture, economicamente sviluppate ma eticamente indebolite.
La fede cattolica di molti popoli si trova oggi di
fronte alla sfida della proliferazione di nuovi movimenti religiosi, alcuni
tendenti al fondamentalismo ed altri che sembrano proporre una spiritualità
senza Dio.
E’
necessario che riconosciamo che, se parte della nostra gente battezzata non
sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa, ciò si deve anche ad alcune
strutture e ad un clima poco accoglienti in alcune delle nostre parrocchie e
comunità, o a un atteggiamento burocratico per rispondere ai problemi, semplici
o complessi, della vita dei nostri popoli. In molte parti c’è un predominio
dell’aspetto amministrativo su quello pastorale, come pure una
sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione.
Il processo
di secolarizzazione tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e
intimo. Inoltre, con la negazione di ogni trascendenza, ha prodotto una
crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato. Viviamo
in una società dell’informazione che ci satura indiscriminatamente di dati,
tutti allo stesso livello, e finisce per portarci ad una tremenda
superficialità al momento di impostare le questioni morali. Di conseguenza, si
rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra
un percorso di maturazione nei valori.
Nonostante [tutto] la Chiesa Cattolica è
un’istituzione credibile davanti all’opinione pubblica, affidabile per quanto
concerne l’ambito della solidarietà e della preoccupazione per i più indigenti.
La famiglia attraversa una crisi culturale
profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. L’individualismo
postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo
sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone, e che snatura i vincoli
familiari. L’azione pastorale deve mostrare ancora meglio che la relazione con
il nostro Padre esige e incoraggia una comunione che guarisca, promuova e
rafforzi i legami interpersonali.
Il sostrato
cristiano di alcuni popoli – soprattutto occidentali – è una realtà viva. Una
cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà che
possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente, e possiede
una sapienza peculiare che bisogna saper riconoscere con uno sguardo colmo di
gratitudine.
E’ imperioso il bisogno di evangelizzare le
culture per inculturare il Vangelo. Nei Paesi di tradizione cattolica si
tratterà di accompagnare, curare e rafforzare la ricchezza che già esiste, e
nei Paesi di altre tradizioni religiose o profondamente secolarizzati si
tratterà di favorire nuovi processi di evangelizzazione della cultura, benché
presuppongano progetti a lunghissimo termine. Non posiamo, tuttavia, ignorare
che sempre c’è un appello alla crescita. Ogni cultura e ogni gruppo sociale
necessita di purificazione e maturazione. Nel caso di culture popolari di
popolazioni cattoliche, possiamo riconoscere alcune debolezze [ma esse] sono il
miglior punto di partenza per sanarle e liberarle. Esiste [però] un certo
cristianesimo fatto di devozioni, proprio di una un modo individuale e
sentimentale di vivere la fede, che in realtà non corrisponde ad un’autentica
“pietà popolare”.
Non possiamo
ignorare che, negli ultimi decenni, si è prodotta una rottura nella
trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico Alcune
cause di questa rottura sono: la mancanza di spazi di dialogo in famiglia,
l’influsso dei mezzi di comunicazione, il soggettivismo relativista, il
consumismo sfrenato che stimola il mercato, la mancanza di accompagnamento
pastorale dei più poveri, l’assenza di un’accoglienza cordiale nelle nostre
istituzioni e la nostra difficoltà di ricreare l’adesione mistica della fede in
uno scenario religioso plurale.
La nuova
Gerusalemme, la Città santa (cita Apocalisse, capitolo 21, versetti da 2 a 4),
è la meta verso cui è incamminata l’intera
umanità. È interessante che la rivelazione ci dica che la pienezza dell’umanità
e della storia si realizza in una città. Nella città, l’aspetto religioso è
mediato da diversi stili di vita, da costumi associati a un senso del tempo,
del territorio e delle relazioni che differisce dallo stile delle popolazioni
rurali. Nella vita di ogni giorno i cittadini molte volte lottano per
sopravvivere e, in questa lotta, si cela un senso profondo dell’esistenza che
di solito implica anche un profondo senso religioso. Nuove culture continuano a
generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più
essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi,
simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in
contrasto con il Vangelo di Gesù. Una cultura inedita palpita e si progetta
nella città. Il Sinodo ha constatato che oggi le trasformazioni di queste grandi aree e la cultura che esprimono
sono un luogo privilegiato della nuova evangelizzazione. Si rende necessaria
un’evangelizzazione che illumini i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli
altri e con l’ambiente, e che susciti i valori fondamentali. È necessario
arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la
Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città.
La
proclamazione del Vangelo sarà una base per ristabilire la dignità della vita
umana in questi contesti, perché Gesù vuole spargere nelle città vita in
abbondanza (cfr Gv 10,10). Il senso
unitario e completo della vita umana che il Vangelo propone è il miglior
rimedio ai mali della città, sebbene
dobbiamo considerare che un programma e uno stile uniforme e rigido di
evangelizzazione non sono adatti per questa realtà.
Si possono riscontrare in molti operatori di
evangelizzazione, sebbene preghino, un’accentuazione dell’individualismo, una crisi
d’identità e un calo del fervore.
Sono tre mali che si alimentano l’uno con l’altro. La cultura mediatica e
qualche ambiente intellettuale a volte trasmettono una marcata sfiducia nei
confronti del messaggio della Chiesa, e un certo disincanto. Come conseguenza,
molti operatori pastorali, benché preghino, sviluppano una sorta di complesso
di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità
cristiana e le loro convinzioni. Finiscono per soffocare la gioia della
missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri e per
avere quello che gli altri possiedono. In questo modo il compito
dell’evangelizzazione diventa forzato e si dedicano ad esso pochi sforzi e un
tempo molto limitato. E’ degno di nota il fatto che, persino chi apparentemente
dispone di solide convinzioni dottrinali e spirituali, spesso cade in uno stile
di vita che porta ad attaccarsi a sicurezze economiche, o a spazi di potere e
di gloria umana che ci si procura in qualsiasi modo, invece di dare la vita per
gli altri nella missione.
Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!
Quando
abbiamo più bisogno di un dinamismo missionario che porti sale e luce al mondo,
molti laici temono che qualcuno li inviti a realizzare qualche compito
apostolico, e cercano di fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro
il tempo libero. Oggi, per esempio, è diventato molto difficile trovare
catechisti preparati per le parrocchie e che perseverino nel loro compito per
diversi anni. Ma qualcosa di simile accade con i sacerdoti, che si preoccupano
con ossessione del loro tempo personale. Il problema non sempre è l’eccesso di
attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni
adeguate, senza una spiritualità che permei l’azione e la renda desiderabile.
Da qui deriva che i doveri stanchino più di quanto sia ragionevole, e a volte
facciamo ammalare.
Così prende
forma la più grande minaccia, che è il grigio pragmatismo della vita quotidiana
della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in
realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità. Si
sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in
mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la
costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza,
che si impadronisce del cuore come «il più prezioso degli
elisir del demonio». Chiamati ad illuminare e a comunicare
vita, alla fine si lasciano affascinare da cose che generano solamente oscurità
e stanchezza interiore, e che debilitano il dinamismo apostolico. Per tutto ciò
mi permetto di insistere: non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!
I mali del
nostro mondo – e quelli della Chiesa – non dovrebbero essere scuse per ridurre
il nostro impegno e il nostro fervore. Una delle tentazioni più serie che
soffocano il fervore e l’audacia è il senso di sconfitta, che ci trasforma in
pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura. Anche se con la
dolorosa consapevolezza delle proprie fragilità, bisogna andare avanti senza
darsi per vinti.
In alcuni luoghi si è prodotta una
“desertificazione” spirituale, frutto del progetto di società che vogliono
costruirsi senza Dio o che distruggono le loro radici cristiane. Lì «il
mondo cristiano sta diventando sterile, e si esaurisce come una terra
supersfruttata, che si trasforma in sabbia». In altri Paesi, la
resistenza violenta al cristianesimo obbliga i cristiani a vivere la loro fede
quasi di nascosto nel Paese che amano. Anche la propria famiglia o il proprio
luogo di lavoro possono essere quell’ambiente arido dove si deve conservare la
fede e cercare di irradiarla. E’ proprio a partire dall'esperienza di questo
deserto, da questo vuoto, che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere,
la sua importanza vitale per noi, uomini e donne. Nel deserto si torna a
scoprire il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo
contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso manifestati in forma implicita
o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita.
Sentiamo la
sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci,
di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a
questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di
fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo
modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori
possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti.
L’ideale cristiano inviterà sempre a superare il
sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti
difensivi che il mondo attuale ci impone. Il Vangelo ci invita sempre a correre
il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica
che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa
in un costante corpo a corpo.
Più
dell’ateismo, oggi abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla
sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte
alienanti o con un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro.
In settori
delle nostre società cresce la stima per diverse forme di “spiritualità del
benessere” senza comunità, per una “teologia della prosperità” senza impegni
fraterni, o per esperienze soggettive senza volto, che si riducono a una
ricerca interiore immanentista. E’ necessario aiutare a riconoscere che l’unica
via consiste nell’imparare a incontrarsi con gli altri con l’atteggiamento
giusto, apprezzandoli e accettandoli come compagni di strada, senza resistenze
interiori. Meglio ancora, si tratta di imparare a scoprire Gesù nel volto degli
altri, nella loro voce, nelle loro richieste. E’ anche imparare a soffrire in
un abbraccio con Gesù crocifisso quando subiamo aggressioni ingiuste o
ingratitudini, senza stancarci mai di scegliere la fraternità. Lì sta la vera
guarigione, dal momento che il modo di relazionarci con gli altri che realmente
ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del
prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano.
76.
La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità
e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del
Signore, la gloria umana ed il benessere personale. Assume molte forme, a
seconda del tipo di persona e della condizione nella quale si insinua: [una
fede] dove interessa unicamente una
determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene
possano confortare e illuminare; [la fede di coloro che] anno affidamento
unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché
osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo
stile cattolico proprio del passato. In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli
altri interessano veramente. Non è possibile immaginare che da queste forme
riduttive di cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo
evangelizzatore.
Questa
oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma
con la stessa pretesa di “dominare lo spazio della Chiesa”. In alcuni si nota
una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della
Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel
Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia. In tal modo la vita della
Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. In
altri, la medesima mondanità spirituale si nasconde dietro il fascino di
poter mostrare conquiste sociali e politiche, o in una vanagloria legata alla
gestione di faccende pratiche, o in una attrazione per le dinamiche di
autostima e di realizzazione autoreferenziale. Si può anche tradurre in
diversi modi di mostrarsi a se stessi coinvolti in una densa vita sociale
piena di viaggi, riunioni, cene, ricevimenti. Oppure si esplica in un
funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni,
dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la
Chiesa come organizzazione. Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è
gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di
vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni
lavoro è “sudore della nostra fronte”. Chi è caduto in questa mondanità guarda
dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli
pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è
ossessionato dall’apparenza. Ha ripiegato il riferimento del cuore all’orizzonte
chiuso della sua immanenza e dei suoi interessi e, come conseguenza di ciò, non
impara dai propri peccati né è autenticamente aperto al perdono. E’ una
tremenda corruzione con apparenza di bene. Bisogna evitarla mettendo la Chiesa
in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impegno
verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali
o pastorali!
All’interno del Popolo di Dio e nelle diverse
comunità, quante guerre! Alcuni smettono di vivere un’appartenenza cordiale
alla Chiesa per alimentare uno spirito di contesa. Più che appartenere alla
Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo
che si sente differente o speciale. Il mondo è lacerato dalle guerre e dalla
violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli esseri umani e
li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere. In vari Paesi
risorgono conflitti e vecchie divisioni che si credevano in parte superate. Ai
cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una
testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Chiediamo
la grazia di rallegrarci dei frutti degli altri, che sono di tutti. Mi fa tanto
male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone
consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia,
diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a
qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle
streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti? Chiediamo al
Signore che ci faccia comprendere la legge dell’amore. Che buona cosa è avere
questa legge! Quanto ci fa bene amarci gli uni gli altri al di là di tutto! Sì,
al di là di tutto!
I laici
sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio
c’è una minoranza: i ministri ordinati. E’ cresciuta la coscienza dell’identità
e della missione del laico nella Chiesa. Disponiamo di un numeroso laicato,
benché non sufficiente, con un radicato senso comunitario e una grande fedeltà
all’impegno della carità, della catechesi, della celebrazione della fede. Ma la
presa di coscienza di questa responsabilità laicale che nasce dal Battesimo e
dalla Confermazione non si manifesta nello stesso modo da tutte le parti. In
alcuni casi perché non si sono formati per assumere responsabilità importanti,
in altri casi per non aver trovato spazio nelle loro Chiese particolari per
poter esprimersi ed agire, a causa di un eccessivo clericalismo che li mantiene
al margine delle decisioni. Anche se si nota una maggiore partecipazione di
molti ai ministeri laicali, questo impegno non si riflette nella penetrazione
dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico. Si limita molte
volte a compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del
Vangelo alla trasformazione della società. La formazione dei laici e
l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano
un’importante sfida pastorale.
La Chiesa riconosce l’indispensabile apporto
della donna nella società. Ma c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una
presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Si deve garantire la presenza
delle donne anche nell’ambito lavorativo e nei diversi luoghi dove vengono
prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali.
Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma
convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande
profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere. Nella
Chiesa le funzioni «non danno luogo alla superiorità degli uni
sugli altri». Di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi. Anche quando
la funzione del sacerdozio ministeriale si considera “gerarchica”, occorre
tenere ben presente che «è totalmente ordinata alla santità delle
membra di Cristo». Sua chiave e suo fulcro non è il potere
inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento
dell’Eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al
popolo.
La pastorale
giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei
cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano
risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi
adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le
loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi
comprendono. Per questa stessa ragione le proposte educative non producono i
frutti sperati. La proliferazione e la crescita di associazioni e movimenti
prevalentemente giovanili si possono interpretare come un’azione dello Spirito.
E’ necessario, tuttavia, rendere più stabile la partecipazione di queste
aggregazioni all’interno della pastorale d’insieme della Chiesa. Anche se non
sempre è facile accostare i giovani, si sono fatti progressi in due ambiti: la
consapevolezza che tutta la comunità li evangelizza e li educa, e l’urgenza che
essi abbiano un maggiore protagonismo.
Nonostante
la scarsità di vocazioni, oggi abbiamo una più chiara coscienza della necessità
di una migliore selezione dei candidati al sacerdozio. Non si possono riempire
i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione, tanto meno se queste
sono legate ad insicurezza affettiva, a ricerca di forme di potere, gloria
umana o benessere economico.
Invito le comunità a completare ed arricchire
queste prospettive a partire dalla consapevolezza delle sfide loro proprie e di
quelle vicine. E’ opportuno ascoltare i giovani e gli anziani. Entrambi sono la
speranza dei popoli. Gli anziani apportano la memoria e la saggezza
dell’esperienza, che invita a non ripetere stupidamente gli stessi errori del
passato. I giovani ci chiamano a risvegliare
e accrescere la speranza.
Capitolo terzo
L’annuncio del Vangelo
paragrafi da 110 a 159
L’evangelizzazione
è compito della Chiesa. Ma questo soggetto dell’evangelizzazione è ben più di
una istituzione organica e gerarchica, poiché anzitutto è un popolo in cammino
verso Dio.
La salvezza
che Dio ci offre è opera della sua misericordia. La Chiesa è inviata da Gesù Cristo come
sacramento della salvezza offerta da Dio. Il principio del primato della grazia dev’essere un faro che illumina costantemente
le nostre riflessioni sull’evangelizzazione. Questa salvezza, che Dio realizza
e che la Chiesa gioiosamente annuncia, è per tutti. Ha scelto di convocar[ci]
come popolo e non come esseri isolati. Nessuno si salva da solo, cioè né come
individuo isolato né con le sue proprie forze. Questo popolo che Dio si è
scelto e convocato è la Chiesa. Gesù non dice agli Apostoli di formare un
gruppo esclusivo, un gruppo di élite.
Gesù dice: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (come si legge nel Vangelo
secondo Matteo, capitolo 28, versetto
19).
Essere
Chiesa significa essere Popolo di Dio, in accordo con il grande progetto
d’amore del Padre. Questo implica essere il fermento di Dio in mezzo
all’umanità. La Chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove
tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere
secondo la vita buona del Vangelo.
Questo
Popolo di Dio si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la
propria cultura. La nozione di cultura è uno strumento prezioso per comprendere
le diverse espressioni della vita cristiana presenti nel Popolo di Dio. Si
tratta dello stile di vita di una determinata società, del modo peculiare che
hanno i suoi membri di relazionarsi tra loro, con le altre creature e con Dio.
Intesa così, la cultura comprende la totalità della vita di un popolo. Ogni
popolo, nel suo divenire storico, sviluppa la propria cultura con legittima
autonomia. Ciò si deve al fatto che la
persona umana, di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale ed è
sempre riferita alla società, dove vive un modo concreto di rapportarsi alla
realtà. il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale: esso
porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto
e radicato. La diversità culturale non minaccia l’unità della Chiesa.
L’evangelizzazione riconosce gioiosamente queste molteplici ricchezze che lo
Spirito genera nella Chiesa. Non farebbe giustizia alla logica
dell’incarnazione pensare ad un cristianesimo monoculturale e monocorde.
Perciò, nell’evangelizzazione di nuove culture o di culture che non hanno
accolto la predicazione cristiana, non è indispensabile imporre una determinata
forma culturale, per quanto bella e antica, insieme con la proposta evangelica.
Non possiamo pretendere che tutti i popoli di tutti i continenti,
nell’esprimere la fede cristiana, imitino le modalità adottate dai popoli
europei in un determinato momento della storia.
In tutti i
battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito
che spinge ad evangelizzare. Questo significa che quando crede [il Popolo di
Dio] non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede Dio
dota la totalità dei fedeli di un istinto
della fede – il sensus fidei
[espressione latina che significa istito della fede]– che li aiuta a
discernere [=distinguere per scegliere] ciò che viene realmente da Dio.
In virtù
del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo
missionario (richiama il Vangelo secondo Matteo, capitolo 28, versetto 19).
Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di
istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe
inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori
qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle
loro azioni. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni
cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione. Tutti
noi siamo chiamati a crescere come evangelizzatori. Al tempo stesso ci
adoperiamo per una migliore formazione, un approfondimento del nostro amore e
una più chiara testimonianza del Vangelo. In questo senso, tutti dobbiamo
lasciare che gli altri ci evangelizzino costantemente; questo però non
significa che dobbiamo rinunciare alla missione evangelizzatrice, ma piuttosto
trovare il modo di comunicare Gesù che corrisponda alla situazione in cui ci
troviamo.
Allo stesso modo, possiamo pensare che i diversi
popoli nei quali è stato inculturato il Vangelo sono soggetti collettivi
attivi, operatori dell’evangelizzazione. Quando in un popolo si è inculturato
il Vangelo, nel suo processo di trasmissione culturale trasmette anche la fede
in modi sempre nuovi; da qui l’importanza dell’evangelizzazione intesa come
inculturazione. Ciascuna porzione del Popolo di Dio, traducendo nella propria
vita il dono di Dio secondo il proprio genio, offre testimonianza alla fede
ricevuta e la arricchisce con nuove espressioni che sono eloquenti. Si può dire
che «il popolo evangelizza continuamente sé stesso. Nella pietà popolare si
può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura
e continua a trasmettersi. In alcuni momenti guardata con sfiducia, è stata
oggetto di rivalutazione nei decenni posteriori al Concilio [Vaticano 2°]. Si
tratta di una vera spiritualità incarnata nella cultura dei semplici. Nella
pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza
attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare.
c’è una
forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano. Si
tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto
ai più vicini quanto agli sconosciuti.
il primo momento consiste in un dialogo personale,
in cui l’altra persona si esprime e condivide le sue gioie, le sue speranze, le
preoccupazioni per i suoi cari e tante cose che riempiono il suo cuore. Solo
dopo tale conversazione è possibile presentare la Parola, sia con la lettura di
qualche passo della Scrittura o in modo narrativo, ma sempre ricordando
l’annuncio fondamentale: l’amore personale di Dio che si è fatto uomo, ha dato
sé stesso per noi e, vivente, offre la sua salvezza e la sua amicizia. Non si
deve pensare che l’annuncio evangelico sia da trasmettere sempre con
determinate formule stabilite, o con parole precise che esprimano un contenuto
assolutamente invariabile. Si trasmette in forme così diverse che sarebbe
impossibile descriverle o catalogarle, e nelle quali il Popolo di Dio, con i
suoi innumerevoli gesti e segni, è soggetto collettivo.
La Chiesa
può essere un modello per la pace nel mondo. Le differenze tra le persone e le
comunità a volte sono fastidiose, [ma] la diversità dev’essere sempre
riconciliata con l’aiuto dello Spirito Santo; solo Lui può suscitare la
diversità, la pluralità, la molteplicità e, al tempo stesso, realizzare
l’unità.
L’annuncio alla cultura implica anche un annuncio
alle culture professionali, scientifiche e accademiche.
il Vangelo
si annuncia anche alle culture nel loro insieme, la teologia – non solo la
teologia pastorale – in dialogo con altre scienze ed esperienze umane, riveste
una notevole importanza per pensare come far giungere la proposta del Vangelo
alla varietà dei contesti culturali e dei destinatari. Faccio appello ai
teologi affinché compiano questo servizio come parte della missione salvifica
della Chiesa.
Consideriamo ora la predicazione all’interno della
liturgia, che richiede una seria valutazione da parte dei Pastori. L’omelia è
la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un
Pastore con il suo popolo. Di fatto, sappiamo che i fedeli le danno molta
importanza; ed essi, come gli stessi ministri ordinati, molte volte soffrono,
gli uni ad ascoltare e gli altri a predicare. E’ triste che sia così. L’omelia
può essere realmente un’intensa e felice esperienza dello Spirito, un confortante
incontro con la Parola, una fonte costante di rinnovamento e di crescita. L’omelia è un riprendere quel dialogo che è
già aperto tra il Signore e il suo popolo. Chi predica deve riconoscere il
cuore della sua comunità per cercare dov’è vivo e ardente il desiderio di Dio,
e anche dove tale dialogo, che era amoroso, sia stato soffocato o non abbia
potuto dare frutto. . Se l’omelia si prolunga troppo, danneggia due
caratteristiche della celebrazione liturgica: l’armonia tra le sue parti e il
suo ritmo. Quando la predicazione si realizza nel contesto della liturgia,
viene incorporata come parte dell’offerta che si consegna al Padre e come
mediazione della grazia che Cristo effonde nella celebrazione. Questo stesso
contesto esige che la predicazione orienti l’assemblea, ed anche il
predicatore, verso una comunione con Cristo nell’Eucaristia che trasformi la
vita. Ciò richiede che la parola del predicatore non occupi uno spazio
eccessivo, in modo che il Signore brilli più del ministro. La Chiesa è madre e
predica al popolo come una madre che parla a suo figlio. Questo ambito
materno-ecclesiale in cui si sviluppa il dialogo del Signore con il suo popolo
si deve favorire e coltivare mediante la vicinanza cordiale del predicatore, il
calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia
dei suoi gesti. Anche nei casi in cui l’omelia risulti un po’ noiosa, se si
percepisce questo spirito maternoecclesiale, sarà sempre feconda, come i noiosi
consigli di una madre danno frutto col tempo nel cuore dei figli.
Un dialogo è molto di più che la
comunicazione di una verità. Si realizza per il piacere di parlare e per il
bene concreto che si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle
parole. La predicazione puramente moralista o indottrinante, ed anche quella
che si trasforma in una lezione di esegesi, riducono questa comunicazione tra i
cuori che si dà nell’omelia e che deve avere un carattere quasi sacramentale.
Non si tratta di verità astratte o di freddi sillogismi, perché si comunica
anche la bellezza delle immagini che il Signore utilizzava per stimolare la
pratica del bene. La sfida di una predica inculturata consiste nel trasmettere
la sintesi del messaggio evangelico, e non idee o valori slegati. Dove sta la
tua sintesi, lì sta il tuo cuore. Il predicatore ha la bellissima e difficile
missione di unire i cuori che si amano: quello del Signore e quelli del suo
popolo. Il dialogo tra Dio e il suo popolo rafforza ulteriormente l’alleanza
tra di loro e rinsalda il vincolo della carità. L’identità cristiana, che è
quell’abbraccio battesimale che ci ha dato da piccoli il Padre, ci fa anelare,
come figli prodighi – e prediletti in Maria –, all’altro abbraccio, quello del
Padre misericordioso che ci attende nella gloria. Far sì che il nostro popolo
si senta come in mezzo tra questi due abbracci, è il compito difficile ma bello
di chi predica il Vangelo .La preparazione della predicazione richiede amore.
Si dedica un tempo gratuito e senza fretta unicamente alle cose o alle persone
che si amano; e qui si tratta di amare Dio che ha voluto parlare. Il predicatore deve essere il primo ad avere una grande
familiarità personale con la Parola di Dio: non è sufficiente conoscere il suo
aspetto linguistico o esegetico, che è comunque necessario; occorre avvicinarsi
alla Parola con un cuore docile e orante. Ci fa bene rinnovare ogni giorno,
ogni domenica, il nostro fervore nel preparare l’omelia, e verificare se dentro
di noi cresce l’amore per la Parola che predichiamo. Le letture della domenica
risuoneranno in tutto il loro splendore nel cuore del popolo, se in primo luogo
hanno risuonato così nel cuore del Pastore. In questa epoca la gente preferisce
ascoltare i testimoni.
Non ci
viene chiesto di essere immacolati, ma piuttosto che siamo sempre in crescita,
che viviamo il desiderio profondo di progredire nella via del Vangelo, e non ci
lasciamo cadere le braccia. Il Signore vuole utilizzarci come esseri vivi,
liberi e creativi, che si lasciano penetrare dalla sua Parola prima di
trasmetterla; il suo messaggio deve passare realmente attraverso il
predicatore, ma non solo attraverso la ragione, ma prendendo possesso di tutto
il suo essere.
Esiste una modalità concreta per ascoltare quello
che il Signore vuole dirci nella sua Parola e per lasciarci trasformare dal suo
Spirito. E’ ciò che chiamiamo “lectio
divina” [lettura di brani biblici per cogliervi la Parola di Dio rivolta a
ciascuno, nella sua vita personale]. Consiste nella lettura della Parola di Dio
all’interno di un momento di preghiera per permetterle di illuminarci e
rinnovarci. Alla presenza di Dio, in una lettura calma del testo, è bene
domandare, per esempio: «Signore, che cosa dice a me questo testo? Che cosa vuoi cambiare della mia vita con questo
messaggio? Che cosa mi dà fastidio in questo testo? Perché questo non mi
interessa?», oppure: “Che cosa mi piace, che cosa mi stimola in questa Parola? Che
cosa mi attrae? Perché mi attrae?».
Il predicatore deve anche porsi in ascolto del popolo, per scoprire quello che i
fedeli hanno bisogno di sentirsi dire. Si tratta di collegare il messaggio del
testo biblico con una situazione umana, con qualcosa che essi vivono, con
un’esperienza che ha bisogno della luce della Parola. Dunque, la preparazione
della predicazione si trasforma in un esercizio di discernimento evangelico, nel quale si cerca di riconoscere – alla
luce dello Spirito – quell’ « “appello”», che Dio fa risuonare nella stessa
situazione storica: anche in essa e attraverso di essa Dio chiama il credente».
La
preoccupazione per la modalità della predicazione è anch’essa un atteggiamento
profondamente spirituale. Nella Bibbia, per esempio, troviamo la
raccomandazione di preparare la predicazione per assicurare ad essa una misura
adeguata: «Compendia il tuo discorso. Molte cose in poche parole» (dal
libro del Siracide, capitolo 31, versetto 8).
». La semplicità ha a che vedere con il linguaggio utilizzato. Dev’essere il
linguaggio che i destinatari comprendono per non correre il rischio di parlare
a vuoto. Altra caratteristica è il linguaggio positivo. Non dice tanto quello
che non si deve fare ma piuttosto propone quello che possiamo fare meglio. In
ogni caso, se indica qualcosa di negativo, cerca sempre di mostrare anche un
valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla
critica o al rimorso. Che buona cosa che sacerdoti, diaconi e laici si
riuniscano periodicamente per trovare insieme gli strumenti che rendono più
attraente la predicazione!
L’evangelizzazione cerca anche la crescita,
il che implica prendere molto sul serio ogni persona e il progetto che il
Signore ha su di essa. Non sarebbe corretto interpretare questo appello alla
crescita esclusivamente o prioritariamente come formazione dottrinale. Si
tratta di «osservare» quello che il Signore ci ha indicato, come
risposta al suo amore, dove risalta, insieme a tutte le virtù, quel
comandamento nuovo che è il primo, il più grande, quello che meglio ci
identifica come discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate
gli uni gli altri come io ho amato voi» (come si legge nel Vangelo
secondo Giovanni, capitolo 15 versetto 12). Si tratta di lasciarsi trasformare
in Cristo per una progressiva vita secondo lo Spirito.
L’educazione e la catechesi sono al servizio di questa crescita. Abbiamo a
disposizione già diversi testi magisteriali e sussidi sulla catechesi offerti
dalla Santa Sede e da diversi Episcopati. Ricordo l’Esortazione apostolica Catechesi tradendae (1979), il Direttorio generale per la catechesi (1997).
Alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo:
che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e
religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che
possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza
che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che
evangeliche. Questo esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano
ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza,
accoglienza cordiale che non condanna. Un’altra caratteristica della catechesi,
che si è sviluppata negli ultimi decenni, è la necessaria progressività
dell’esperienza formativa in cui interviene tutta la comunità ed una rinnovata
valorizzazione dei segni liturgici dell’iniziazione cristiana. L’incontro
catechistico è un annuncio della Parola ed è centrato su di essa, ma ha sempre
bisogno di un’adeguata ambientazione e di una motivazione attraente, dell’uso
di simboli eloquenti, dell’inserimento in un ampio processo di crescita e
dell’integrazione di tutte le dimensioni della persona in un cammino
comunitario di ascolto e di risposta. Annunciare Cristo significa mostrare che
credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche
bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda,
anche in mezzo alle prove. In questa prospettiva, tutte le espressioni di
autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad
incontrarsi con il Signore Gesù.
E’ opportuno
indicare sempre il bene desiderabile, la proposta di vita, di maturità, di
realizzazione, di fecondità, alla cui luce si può comprendere la nostra
denuncia dei mali che possono oscurarla. Più che come esperti in diagnosi
apocalittiche o giudici oscuri che si compiacciono di individuare ogni pericolo
o deviazione, è bene che possano vederci come gioiosi messaggeri di proposte
alte, custodi del bene e della bellezza che risplendono in una vita fedele al
Vangelo.
Più che mai
abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di
accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la
capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per
proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi che tentano
di disgregare il gregge. Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare,
che è più che sentire. Da qui la necessità di una pedagogia che introduca le
persone, passo dopo passo, alla piena appropriazione del mistero. Per giungere
ad un punto di maturità, cioè perché le persone siano capaci di decisioni
veramente libere e responsabili, è indispensabile dare tempo, con una immensa
pazienza. Come diceva il beato Pedro Fabro: «Il tempo è il messaggero di
Dio». In ogni caso un valido
accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita
sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare
tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo.
La Sacra
Scrittura è fonte dell’evangelizzazione. Pertanto, bisogna formarsi
continuamente all’ascolto della Parola. La Chiesa non evangelizza se non si
lascia continuamente evangelizzare. E’ indispensabile che la Parola di Dio
diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale. Abbiamo ormai superato
quella vecchia contrapposizione tra Parola e Sacramento. La Parola proclamata,
viva ed efficace, prepara la recezione del Sacramento, e nel Sacramento tale
Parola raggiunge la sua massima efficacia. Lo studio della Sacra Scrittura
dev’essere una porta aperta a tutti i credenti. E’ fondamentale che la Parola
rivelata fecondi radicalmente la catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere
la fede. Le diocesi, le parrocchie e tutte le aggregazioni cattoliche
propongano uno studio serio e perseverante della Bibbia, come pure ne
promuovano la lettura orante, personale e comunitaria.
Capitolo quarto
La dimensione sociale dell’evangelizzazione
paragrafi da 176 a 258
Nel cuore
stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il
contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro
è la carità. La Parola di Dio insegna che nel fratello si trova il permanente
prolungamento dell’Incarnazione per ognuno di noi. Quanto facciamo per gli
altri ha una dimensione trascendente. Per ciò stesso «anche
il servizio della carità è una dimensione costitutiva della missione della
Chiesa ed è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza». Come
la Chiesa è missionaria per natura, così sgorga inevitabilmente da tale natura
la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e
promuove.
Leggendo le
Scritture risulta peraltro chiaro che la proposta del Vangelo non consiste solo
in una relazione personale con Dio. E neppure la nostra risposta di amore
dovrebbe intendersi come una mera somma di piccoli gesti personali nei
confronti di qualche individuo bisognoso. Dunque, tanto l’annuncio quanto
l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali. La vera
speranza cristiana, che cerca il Regno escatologico [=quello che sarà
pienamente manifestato negli ultimi tempi], genera sempre storia.
Gli
insegnamenti della Chiesa sulle situazioni contingenti sono soggetti a maggiori
o nuovi sviluppi e possono essere oggetto di discussione, però non possiamo
evitare di essere concreti – senza pretendere di entrare in dettagli – perché i
grandi principi sociali non rimangano mere indicazioni generali che non
interpellano nessuno. Bisogna ricavarne le conseguenze pratiche perché possano
con efficacia incidere anche nelle complesse situazioni odierne.
Non si può più affermare che la religione deve
limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il
cielo. Sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa
terra, benché siano chiamati alla pienezza eterna, perché Egli ha creato tutte
le, perché tutti possano goderne (si
richiama la prima lettera di san Paolo a Timoteo, capitolo 16, versetto 17). Ne
deriva che la conversione cristiana esige di riconsiderare specialmente tutto
ciò che concerne l’ordine sociale ed il conseguimento del bene comune.
riconsiderare «specialmente tutto ciò che concerne l’ordine
sociale ed il conseguimento del bene comune».Una fede autentica – che
non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di
cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo
il nostro passaggio sulla terra. Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono
chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore. Di questo si
tratta, perché il pensiero sociale della Chiesa è in primo luogo positivo e
propositivo, orienta un’azione trasformatrice,
Questo non è un documento sociale, e per riflettere
su quelle varie tematiche disponiamo di uno strumento molto adeguato nel Compendio della Dottrina Sociale della
Chiesa, il cui uso e studio raccomando vivamente. Inoltre, né il Papa né la
Chiesa posseggono il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale o
della proposta di soluzioni per i problemi contemporanei. Posso ripetere qui
ciò che lucidamente indicava Paolo VI: «Spetta alle comunità
cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese» [così
nell’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, del 1975].
Nel seguito
cercherò di concentrarmi su due grandi questioni: l’inclusione sociale dei
poveri e la pace e il dialogo sociale.
Dalla
nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi,
deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della
società. Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di
Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano
integrarsi pienamente nella società. La mancanza di solidarietà verso le necessità [del povero] influisce direttamente
sul nostro rapporto con Dio. La Chiesa ha riconosciuto che l’esigenza di ascoltare
questo grido deriva dalla stessa opera liberatrice della grazia in ciascuno di
noi, per cui non si tratta di una missione riservata solo ad alcuni. La parola
“solidarietà” si è un po’ logorata e a volte la si interpreta male, ma indica
molto di più di qualche atto sporadico di generosità. Richiede di creare una
nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di
tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni. La solidarietà è una reazione spontanea
di chi riconosce la funzione sociale della proprietà e la destinazione
universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata. . Queste
convinzioni e pratiche di solidarietà, quando si fanno carne, aprono la strada
ad altre trasformazioni strutturali e le rendono possibili. Un cambiamento
nelle strutture che non generi nuove convinzioni e atteggiamenti farà sì che
quelle stesse strutture presto o tardi diventino corrotte, pesanti e
inefficaci.
A volte si
tratta di ascoltare il grido di interi popoli. Rispettando l’indipendenza e la
cultura di ciascuna Nazione, bisogna ricordare sempre che il pianeta appartiene
a tutta l’umanità e per tutta l’umanità. Bisogna ripetere che i più favoriti
devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore
liberalità i loro beni al servizio degli altri.
In ogni luogo e circostanza i cristiani,
incoraggiati dai loro Pastori, sono chiamati ad ascoltare il grido dei poveri. Desideriamo però ancora di
più, il nostro sogno vola più alto. Non parliamo solamente di assicurare a
tutti il cibo, o un «decoroso sostentamento», ma
che possano avere prosperità nei suoi
molteplici aspetti. Questo implica educazione, accesso
all’assistenza sanitaria, e specialmente lavoro, perché nel lavoro libero,
creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità
della propria vita. Il giusto salario permette l’accesso adeguato agli altri
beni che sono destinati all’uso comune.
L’imperativo
di ascoltare il grido dei poveri si fa carne in noi quando ci commoviamo nel
più intimo di fronte all’altrui dolore. Rileggiamo alcuni insegnamenti della
Parola di Dio sulla misericordia, perché risuonino con forza nella vita delle
Chiesa. Il Vangelo proclama: «Beati i misericordiosi, perché troveranno
misericordia» (come si legge nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 5, versetto 7). E’
un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna
ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo. Non preoccupiamoci solo
di non cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli a questo cammino
luminoso di vita e di sapienza. Perché «ai difensori
“dell’ortodossia” si rivolge a volte il rimprovero di passività, d’indulgenza o
di colpevoli complicità rispetto a situazioni di ingiustizia intollerabili e
verso i regimi politici che le mantengono. La bellezza stessa del
Vangelo non sempre può essere adeguatamente manifestata da noi, ma c’è un segno
che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società
scarta e getta via.
Nel cuore
di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso «si
fece povero» (come si legge nella seconda lettera di san Paolo ai Corinti, capitolo
8, versetto 9). Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri.
Il Salvatore è nato in un presepe, tra gli animali, come accadeva per i figli
dei più poveri. Quando iniziò ad annunciare il Regno, lo seguivano folle di diseredati. A quelli che erano gravati
dal dolore, oppressi dalla povertà, assicurò che Dio li portava al centro del
suo cuore: «Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno di Dio» (come
si legge nel Vangelo secondo Luca, versetto 20). Per la Chiesa l’opzione per i
poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o
filosofica. Ispirata da essa, la Chiesa ha fatto una opzione per i poveri intesa come una «forma speciale
di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza
tutta la tradizione della Chiesa».Per questo desidero una Chiesa
povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze
conoscono il Cristo sofferente. E’ necessario che tutti ci lasciamo
evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la
forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della
Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro. Il nostro impegno non consiste
esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che
lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro
considerandolo come un’unica cosa con se stesso. Questo implica apprezzare
il povero nella sua bontà propria, col suo modo di essere, con la sua cultura,
con il suo modo di vivere la fede. Solo a partire da questa vicinanza reale e
cordiale possiamo accompagnarli adeguatamente nel loro cammino di liberazione.
Soltanto questo renderà possibile che «i poveri si sentano, in
ogni comunità cristiana, come “a casa loro”. Dal momento che questa Esortazione
è rivolta ai membri della Chiesa Cattolica, desidero affermare con dolore che
la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione
spirituale. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente
in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria. Nessuno può sentirsi
esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale. Temo
che anche queste parole siano solamente oggetto di qualche commento senza una
vera incidenza pratica. Nonostante ciò, confido nell’apertura e nelle buone
disposizioni dei cristiani, e vi chiedo di cercare comunitariamente nuove
strade per accogliere questa rinnovata proposta.
La necessità
di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere. Finché non
si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia
assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause
strutturali della … (inequidad)
[inequità: diseguaglianza ingiusta], non si risolveranno i problemi del mondo e
in definitiva nessun problema. La inequidad
è la radice dei mali sociali. Finché non si risolveranno radicalmente i
problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della
speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della … (inequidad), non si risolveranno i
problemi del mondo e in definitiva nessun problema. La inequidad è la radice dei mali sociali.
La dignità di ogni persona umana e il bene comune
sono questioni che dovrebbero strutturare tutta la politica economica, ma a
volte sembrano appendici aggiunte dall’esterno per completare un discorso
politico senza prospettive né programmi di vero sviluppo integrale. Quante
parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di
etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si
parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di
lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si
parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia. Non possiamo più
confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita
in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la
presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi
specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla
creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che
superi il mero assistenzialismo.
Chiedo a
Dio che cresca il numero di politici capaci di entrare in un autentico dialogo
che si orienti efficacemente a sanare le radici profonde e non l’apparenza dei
mali del nostro mondo! La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima,
è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune.
L’economia, come indica la stessa parola, dovrebbe essere l’arte di raggiungere
un’adeguata amministrazione della casa comune, che è il mondo intero. Ogni
azione economica di una certa portata, messa in atto in una parte del pianeta,
si ripercuote sul tutto; perciò nessun governo può agire al di fuori di una
comune responsabilità.
Qualsiasi
comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza
occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con
dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della
dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi.
Gesù,
l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona, si identifica
specialmente con i più piccoli (come si legge nel Vangelo secondo Matteo,
capitolo 25, versetto 40). Questo ci ricorda che tutti noi cristiani siamo
chiamati a prenderci cura dei più fragili della Terra. Ma nel vigente modello
“di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché
quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada
nella vita. E’ indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove
forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo
sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e
immediati.
Mi ha
sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme
di tratta di persone.
Doppiamente
povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e
violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro
diritti.
Tra questi
deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i
bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi
si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole,
togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa
impedirlo. E’ anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente
le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta
loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente
quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una violenza o in
un contesto di estrema povertà.
Ci sono
altri esseri fragili e indifesi, che molte volte rimangono alla mercé degli
interessi economici o di un uso indiscriminato. Mi riferisco all’insieme della
creazione. Come esseri umani non siamo dei meri beneficiari, ma custodi delle
altre creature.
Piccoli ma
forti nell’amore di Dio, come san Francesco d’Assisi, tutti i cristiani siamo
chiamati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui
viviamo.
La Parola
di Dio menziona anche il frutto della pace (cita la lettera di san Paolo ai
Galati, capitolo 5, versetto 22).
La pace
sociale non può essere intesa come irenismo o come una mera assenza di violenza
ottenuta mediante l’imposizione di una parte sopra le altre. Le rivendicazioni
sociali, che hanno a che fare con la distribuzione delle entrate, l’inclusione
sociale dei poveri e i diritti umani, non possono essere soffocate con il
pretesto di costruire un consenso a tavolino o un’effimera pace per una
minoranza felice.
La pace «non si
riduce ad un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle
forze. Una pace che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti,
non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme
di violenza.
Ricordiamo
che l’essere fedele cittadino è una virtù e la partecipazione alla vita
politica è un’obbligazione morale. Ma diventare un popolo è qualcosa di più, e richiede un costante processo nel quale
ogni nuova generazione si vede coinvolta.
Per avanzare
in questa costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità, vi sono quattro
principi. Derivano dai grandi postulati della Dottrina Sociale della
Chiesa.
Il tempo
è superiore allo spazio. I cittadini vivono in tensione tra la congiuntura
del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci
apre al futuro come causa finale che attrae. Questo principio permette di
lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Dare
priorità al tempo significa occuparsi di
iniziare processi più che di possedere spazi. Questo criterio è molto
appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede di tener presente
l’orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga.
L’unità
prevale sul conflitto. Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato.
Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la
prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Vi
è però un modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. E’ accettare
di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di
collegamento di un nuovo processo. «Beati gli operatori di pace» (come
si legge nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 5, versetto 9). In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione
nelle differenze, che può essere favorita solo da quelle nobili persone che
hanno il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e considerano gli
altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un
principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è
superiore al conflitto. La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo
e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito
vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una
pluriforme unità che genera nuova vita. L’annuncio evangelico inizia sempre con
il saluto di pace, e la pace corona e cementa in ogni momento le relazioni tra
i discepoli. La pace è possibile perché il Signore ha vinto il mondo e la sua
permanente conflittualità. La diversità è bella quando accetta di entrare
costantemente in un processo di riconciliazione, fino a sigillare una specie di
patto culturale che faccia emergere una “diversità riconciliata”.
La realtà è
più importante dell’idea. Esiste una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà
semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo
costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. E’ pericoloso
vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Questo implica
di evitare diverse forme di occultamento della realtà. Diversamente si manipola
la verità. Vi sono politici – e anche dirigenti religiosi – che si domandano
perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così
logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure
idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. La realtà è superiore
all’idea. questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola, a
realizzare opere di giustizia e carità nelle quali tale Parola sia feconda. Non
mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire
sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in [atteggiamenti] che non
danno frutto.
Il tutto è
superiore alla parte. Anche tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una
tensione. Bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in
una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista
ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra. Le due cose unite
impediscono di cadere in uno di questi due estremi. Il tutto è più della parte,
ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo
ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo
sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi.
Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. Non è né la sfera globale
che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili. Il modello non è la
sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal
centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il
poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso
mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione
politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono
inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie
potenzialità. E’ l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano
la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un
bene comune che veramente incorpora tutti.
Ai noi cristiani questo principio parla anche della totalità o integrità
del Vangelo che la Chiesa ci trasmette e ci invia a predicare. La sua ricchezza
piena incorpora gli accademici e gli operai, gli imprenditori e gli artisti,
tutti. Il Vangelo
possiede un criterio di totalità che gli è intrinseco: non cessa di essere
Buona Notizia finché non è annunciato a tutti, finché non feconda e risana
tutte le dimensioni dell’uomo, e finché non unisce tutti gli uomini nella mensa
del Regno. Il tutto è superiore alla parte.
L’evangelizzazione implica anche un cammino di
dialogo. La Chiesa proclama «il vangelo della pace» (come
si legge nella lettera di san Paolo agli Efesini, capitolo 6, versetto 15) ed è
aperta alla collaborazione con tutte le autorità nazionali e internazionali per
prendersi cura di questo bene universale tanto grande. Nell’annunciare Gesù
Cristo, che è la pace in persona), la nuova evangelizzazione sprona ogni
battezzato ad essere strumento di pacificazione e testimonianza credibile di
una vita riconciliata. E’ tempo di sapere come progettare, in una cultura che
privilegi il dialogo come forma d’incontro, la ricerca di consenso e di
accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta,
capace di memoria e senza esclusioni.
Allo Stato
compete la cura e la promozione del bene comune della società. Nel dialogo con
lo Stato e con la società, la Chiesa non dispone di soluzioni per tutte le
questioni particolari. Tuttavia, insieme con le diverse forze sociali,
accompagna le proposte che meglio possono rispondere alla dignità della persona
umana e al bene comune.
Anche il dialogo tra scienza e fede è parte
dell’azione evangelizzatrice che favorisce la pace. La Chiesa propone un altro
cammino, che esige una sintesi tra un uso responsabile delle metodologie
proprie delle scienze empiriche e gli altri saperi come la filosofia, la
teologia, e la stessa fede, che eleva l’essere umano fino al mistero che
trascende la natura e l’intelligenza umana. Le fede non ha paura della ragione;
al contrario, la cerca e ha fiducia in essa. La Chiesa non pretende di
arrestare il mirabile progresso delle scienze. Al contrario, si rallegra e
perfino gode riconoscendo l’enorme potenziale che Dio ha dato alla mente umana.
Quando il progresso delle scienze, mantenendosi con rigore accademico nel campo
del loro specifico oggetto, rende evidente una determinata conclusione che la
ragione non può negare, la fede non la contraddice.
L’impegno
ecumenico risponde alla preghiera del Signore Gesù che chiede che «tutti
siano una sola cosa» (come si legge nel Vangelo secondo
Giovanni, capitolo 17, versetto 21). Dobbiamo sempre ricordare che siamo
pellegrini, e che peregriniamo insieme. cerchiamo: la pace nel volto dell’unico
Dio. Affidarsi all’altro è qualcosa di artigianale, la pace è artigianale. Gesù
ci ha detto: «Beati gli operatori di pace» (come si legge nel Vangelo
secondo Matteo, capitolo 5, versetto 9). In questo impegno, anche tra di noi,
si compie l’antica profezia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno
aratri» (come si legge nel libro del profeta Isaia, capitolo 2, versetto 4). In
questa luce, l’ecumenismo è un apporto all’unità della famiglia umana.
L’immensa
moltitudine che non ha accolto l’annuncio di Gesù Cristo non può lasciarci
indifferente. Pertanto, l’impegno per un’unità che faciliti l’accoglienza di
Gesù Cristo [si trasforma[in una via imprescindibile dell’evangelizzazione.
Sono tante e
tanto preziose le cose che ci uniscono! E se realmente crediamo nella libera e
generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli
altri!
Uno sguardo molto speciale si rivolge al
popolo ebreo. La Chiesa condivide con l’Ebraismo una parte importante delle
Sacre Scritture: non possiamo considerare l’Ebraismo come una religione
estranea, né includiamo gli ebrei tra quanti sono chiamati ad abbandonare gli
idoli per convertirsi al vero Dio. Il dialogo e l’amicizia con i figli
d’Israele sono parte della vita dei discepoli di Gesù. anche la Chiesa si
arricchisce quando raccoglie i valori dell’Ebraismo. Esiste una ricca
complementarietà che ci permette di leggere insieme i testi della Bibbia
ebraica e aiutarci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola, come
pure di condividere molte convinzioni etiche e la comune preoccupazione per la
giustizia e lo sviluppo dei popoli.
Un atteggiamento di apertura nella verità e
nell’amore deve caratterizzare il dialogo con i credenti delle religioni non
cristiane. Questo dialogo interreligioso è una condizione necessaria per la
pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre
comunità religiose. E’ in primo luogo una conversazione sulla vita umana o
semplicemente, un atteggiamento di apertura. Impariamo ad accettare gli altri
nel loro differente modo di essere, di pensare e di esprimersi. Con questo
metodo, potremo assumere insieme il dovere di servire la giustizia e la pace,
che dovrà diventare un criterio fondamentale di qualsiasi interscambio.
In quest’epoca acquista una notevole
importanza la relazione con i credenti dell’Islam. Gli scritti sacri dell’Islam conservano parte
degli insegnamenti cristiani. Per sostenere il dialogo con l’Islam è
indispensabile la formazione adeguata degli interlocutori, non solo perché
siano solidamente e gioiosamente radicati nella loro identità, ma perché siano
capaci di riconoscere i valori degli altri, di comprendere le preoccupazioni
soggiacenti alle loro richieste e di fare emergere le convinzioni comuni. Noi
cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’Islam
che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti
e rispettati nei Paesi di tradizione islamica.
I Padri
sinodali hanno ricordato l’importanza del rispetto per la libertà religiosa,
considerata come un diritto umano fondamentale. Essa comprende la
libertà di scegliere la religione che si considera vera e di manifestare
pubblicamente la propria fede.
Come
credenti ci sentiamo vicini anche a quanti, non riconoscendosi parte di alcuna
tradizione religiosa, cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza,
che per noi trovano la loro massima espressione e la loro fonte in Dio.
Capitolo Quinto
Evangelizzatori con Spirito
paragrafi da 259 a 288
Evangelizzatori
con Spirito vuol dire evangelizzatori che si aprono senza paura all’azione
dello Spirito Santo. A Pentecoste, lo Spirito fa uscire gli Apostoli da se
stessi e li trasforma in annunciatori delle grandezze di Dio. Gesù vuole
evangelizzatori che annuncino la Buona Notizia non solo con le parole, ma
soprattutto con una vita trasfigurata dalla presenza di Dio.
Un’evangelizzazione con spirito è molto
diversa da un insieme di compiti vissuti come un pesante obbligo che
semplicemente si tollera, o si sopporta come qualcosa che contraddice le
proprie inclinazioni e i propri desideri. So che nessuna motivazione sarà
sufficiente se non arde nei cuori il fuoco dello Spirito. In definitiva,
un’evangelizzazione con spirito è un’evangelizzazione con Spirito Santo, dal
momento che Egli è l’anima della Chiesa evangelizzatrice.
Evangelizzatori
con Spirito significa evangelizzatori che pregano e lavorano. Senza momenti
prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero
con il Signore, facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo
per la stanchezza e le difficoltà, e il fervore si spegne. La Chiesa non può
fare a meno del polmone della preghiera. Nello stesso tempo «si
deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e
individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre
che con la logica dell'Incarnazione». C’è il rischio che alcuni
momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella
missione, perché la privatizzazione dello stile di vita può condurre i
cristiani a rifugiarsi in qualche falsa spiritualità.
La prima
motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto,
l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più.
Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo,
che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che
umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Tutta la vita di Gesù, il suo
modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità
quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale, tutto è prezioso e
parla alla nostra vita personale. Il Vangelo risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti
siamo stati creati per quello che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e
l’amore fraterno. L’entusiasmo nell’evangelizzazione si fonda su questa
convinzione. Tale convinzione, tuttavia, si sostiene con l’esperienza
personale, costantemente rinnovata, di gustare la sua amicizia e il suo
messaggio. Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo
Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione. Sappiamo bene che la vita con Gesù
diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso ad ogni
cosa. E’ per questo che evangelizziamo.
La Parola di
Dio ci invita anche a riconoscere che siamo popolo. La missione è una passione
per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo. Gesù stesso è
il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore del
popolo. Affascinati da tale modello, vogliamo inserirci a fondo nella società,
condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le loro preoccupazioni, collaboriamo
materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con coloro
che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella
costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri. Ma Gesù vuole che
tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri.
Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci
permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano.
E’ vero
che, nel nostro rapporto con il mondo, siamo invitati a dare ragione della
nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano. Siamo
anche esortati a cercare di vincere «il male con il bene» (come si legge nella
lettera di san Paolo ai Romani, capitolo 12, versetto 21), senza stancarci di
«fare il bene» (come si legge nella lettera di san Paolo ai Galati, capitolo 6,
versetto 9) e senza pretendere di apparire superiori ma considerando «gli altri
superiori a se stesso» (come si legge nella lettera di san Paolo ai Filippesi,
capitolo 2, versetto 3). L'amore per la gente è una forza spirituale che
favorisce l'incontro in pienezza con Dio. Ogni volta che apriamo gli occhi per
riconoscere l'altro, viene maggiormente illuminata la fede per riconoscere Dio.
Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo,
chi desidera la felicità degli altri. Questa apertura del cuore è fonte di
felicità.
Bisogna
riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare,
benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Per condividere la vita con
la gente e donarci generosamente, abbiamo bisogno di riconoscere anche che ogni
persona è degna della nostra dedizione.
Se pensiamo
che le cose non cambieranno, ricordiamo che Gesù Cristo ha trionfato sul
peccato e sulla morte ed è ricolmo di potenza. Gesù Cristo vive veramente.
Cristo risorto e glorioso è la sorgente profonda della nostra speranza, e non
ci mancherà il suo aiuto per compiere la missione che Egli ci affida.
La sua
risurrezione non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha
penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad
apparire i germogli della risurrezione. E’ una forza senza uguali. Ci saranno
molte cose brutte, tuttavia il bene tende sempre a ritornare a sbocciare ed a
diffondersi. Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente
nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme
che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta. La risurrezione di Cristo
produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo. Andiamo avanti, mettiamocela
tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a
Lui.
Per
mantenere vivo l'ardore missionario occorre una decisa fiducia nello Spirito
Santo, Ma tale fiducia generosa deve alimentarsi e perciò dobbiamo invocarlo
costantemente. Egli può guarirci da tutto ciò che ci debilita nell’impegno
missionario.
C’è una
forma di preghiera che ci stimola particolarmente a spenderci
nell’evangelizzazione e ci motiva a cercare il bene degli altri: è
l’intercessione. Scopriamo che intercedere non ci separa dalla vera
contemplazione, perché la contemplazione che lascia fuori gli altri è un
inganno. Questo atteggiamento si trasforma anche in un ringraziamento a Dio per
gli altri. I grandi uomini e donne di Dio sono stati grandi intercessori.
L’intercessione è come “lievito” nel seno della Trinità.
Con lo
Spirito Santo, in mezzo al popolo sta sempre Maria. Cristo ci conduce a Maria.
Ci conduce a Lei perché non vuole che camminiamo senza una madre, e il popolo
legge in quell’immagine materna tutti i misteri del Vangelo. . Quale madre di tutti, è segno di
speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto finché non germogli la
giustizia. E’ la missionaria che si avvicina a noi per accompagnarci nella
vita, aprendo i cuori alla fede con il suo affetto materno. Come una vera
madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la
vicinanza dell’amore di Dio. Alla Madre del Vangelo vivente chiediamo che interceda affinché questo
invito a una nuova tappa dell’evangelizzazione venga accolta da tutta la
comunità ecclesiale. Vi è uno stile mariano nell’attività evangelizzatrice
della Chiesa. Perché ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella
forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. Le chiediamo che con la
sua preghiera materna ci aiuti affinché la Chiesa diventi una casa per molti,
una madre per tutti i popoli e renda possibile la nascita di un mondo nuovo.