Progettare la sinodalità totale
Lasciando ai teologi la
metafisica della sinodalità ecclesiale, quest’ultima può essere definita la
forma di convivenza ecclesiale nella quale si può aver parte in ciò che ci
riguarda a condizione di non fare a meno di nessun altro. È chiaro che si
tratta in genere di un obiettivo conseguibile solo parzialmente, e, anzi, in
misura piuttosto ridotta. Ma ci si può provare a farne tirocinio.
La sinodalità richiede di avvicinarsi molto,
ma di solito le persone non lo sopportano più di tanto. Si cerca di non
saturare completamente le capacità cognitive che sorreggono l’amicizia, che
negli esseri umani sono piuttosto limitate, secondo i risultati sperimentali
dell’antropologo inglese Robin Dunbar sufficienti per relazioni forti con sole circa
150 persone. Gruppi più numerosi vengono strutturati mediante miti, riti,
religioni, diritto e non richiedono di avvicinarsi molto e solo nel quadro di
procedure ritualizzate.
Attuare forme di sinodalità al di fuori di
piccoli gruppi, vale a dire quelli che comprendono una trentina di persone,
richiede di integrarle con il diritto e, attraverso la teologia, con religione
e miti. Per questo, nel documento finale del Sinodo dei vescovi sulla
sinodalità, concluso l’autunno dello scorso anno, il 24 ottobre 2024, si è
raccomandato di dare avvio a riforme del diritto canonico.
Paragrafo 94. Una
corretta e risoluta attuazione sinodale dei processi decisionali contribuirà al
progresso del Popolo di Dio in una prospettiva partecipativa, in particolare
attraverso le mediazioni istituzionali previste dal diritto canonico, in primo
luogo gli organismi di partecipazione. Senza cambiamenti concreti a breve
termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo
allontanerà quei membri del Popolo di Dio che dal cammino sinodale hanno tratto
forza e speranza. Spetta alle Chiese locali trovare modalità appropriate per
dare attuazione a questi cambiamenti.
Non si tratta solo di rivedere le procedure
decisionali, che attualmente sono praticamente tutte controllate dal clero in
modo autocratico e secondo un rigido ordinamento gerarchico nel quale le scelte
finali sono in definitiva accentrate in uffici monocratici, ma di strutturare
tutta la convivenza ecclesiale, in modo che possano avervi voce, nel quadro di
procedure formalizzate e garantite, tutte le sue componenti e ciò anche se poi
si voglia limitare le decisioni finali ad organismi più ristretti, ma sempre
mantenendo una certa collegialità.
Il
clero cattolico teme di perdere il controllo delle comunità di prossimità con
l’istituzione di spazi partecipativi reali e probabilmente un certo rischio
c’è, soprattutto data l’insufficiente formazione della gente alla sinodalità.
Essa dovrebbe cominciare fin dal primo catechismo: il problema è che ad essa i
preti non sono stati formati e le altre figure ministeriali sono costruite per
svolgere un ruolo ad essi subalterno.
La nostra è una Chiesa cristiana molto legata
agli enunciati sacralizzati relativi alla propria struttura gerarchica, vale a
dire ai dogmi che riguardano quel tema. E’ un portato storico che anche in
altre Chiese cristiane si manifesta, in
particolare nell’ortodossia orientale. Ciò che è sacralizzato lo è proprio per
renderne difficile la modifica e la sinodalità totale immaginata da ultimo da papa Francesco proprio
su elementi di tale natura dovrebbe incidere.
L’ideologia sinodale che fino ad ora si è
affermata nei processi sinodali è
improntata ad un’antica idea aristotelica, vale a dire che ci sono procedure
decisionali che coinvolgono tutti, altre che coinvolgono solo alcuni
e infine altre che spettano solo ad uno, il monarca. Nell’attuale
visione sinodale cattolica queste procedure vengono viste come strutturate in
ordine gerarchico, nel procedimento per giungere ad una decisione finale in cui
quest’ultima, però, spetta solo ad uno, al gerarca monocratico, sia esso
il vescovo o quel particolare vescovo con giurisdizione universale che è il
papa. E’ evidente che questa non è reale sinodalità, perché, in
definitiva, lo spazio riservato a tutti e ad alcuni è solo consultivo.
Il gerarca monocratico, se vuole, può però prescindere da quel parere,
anche se espresso da collegi di persone molto competenti. Un esempio di ciò a
cui questo può portare è la procedura
seguita dal papa Giovanni Battista Montini – Paolo 6° nel deliberare, nel 1968,
l’enciclica Della vita umana – Humanae Vitae, che ha avuto conseguenze
rilevantissime in primo luogo per i coniugi credenti cattolici: essa fu
adottata contro il parere dei consulenti ampiamente qualificati consultati.
L’altra gente si è limitata a subire quella decisione, con gravissimi problemi
di coscienza.
Scalfire la posizione di un ufficio
sacralizzato è molto difficile e, ancor più, quando si ritenga che svolga
ancora un servizio utile e non lo si voglia abolire nel processo di riforma. Di
fatto, la riforma ecclesiale improntata alla sinodalità si è arenata su questo
nella Chiesa cattolica. La teologia fa muro: da secoli il suo principale
compito è stato proprio questo, di fare muro contro ogni riforma dell’ordinamento
gerarchico. Fino ad epoca recente quest’ultimo, nella storiografia
ecclesiastica cattolica utilizzata nella divulgazione ad un pubblico di non
specialisti, veniva proiettato fino alle origini e legato alla volontà stessa
del Fondatore, benché le evidenze disponibili, poche quelle extrabibliche, non
confortassero del tutto, o per nulla secondo alcuni, questa visione.
La sinodalità totale, che riguardasse tutti,
non mi pare essere mai stata praticata nelle Chiese cristiane prima della
Riforma protestante (fatta eccezione che tra i valdesi) e, anche in
quest’ultimo ambito, con connotati meno estesi di quelli ora in uso nelle
denominazioni protestanti storiche. Questo è un problema, tenuto conto del
ruolo che nella nostra Chiesa viene riservato alla Tradizione, cioè agli usi
molto antichi e generalizzati. Va detto che nelle Chiese cristiane ciò che
appare generalizzato fin dall’antichità non di rado, almeno dal Quarto secolo,
è il risultato della molta violenza praticata per eradicare usi diversi. E
anche in precedenza si fu piuttosto litigiosi, e ciò fin da molto presto, con una
particolare attenzione alle minuzie metafisiche, come emerge nel pensiero
dell’apologeta Giustino, vissuto nel Secondo secolo, della schiera degli apologeti,
vale a dire dei pensatori cristiani che lavorarono principalmente per
distinguere la dottrina ritenuta scaturita dagli apostoli dalle altre. Con
Ireneo di Lione, teologo vissuto nel secolo successivo, si sviluppa una certa
fissazione metafisica per individuare eresie peccaminose da eradicare, eradicazione
della quale poi si sarebbero occupate nei tempi successivi, fino a forme di
violenza incredibili alle quali solo i processi democratici europei posero fine,
le gerarchie ecclesiastiche con
l’appoggio delle altre monarchie sacralizzate, finché la contestazione delle
monarchie sacralizzate, ecclesiastiche e civili, venne essa stessa considerata
eresia. E più o meno si è ancora a quel punto, nella visione cattolica.
Il paradosso è che l’iniziativa del recente
tentativo di instaurare una sinodalità totale, vale a dire riguardante
in qualche modo tutti, nella nostra Chiesa è stata presa dal vertice
monocratico sacralizzato, vale a dire da un Papa, da papa Francesco. Egli ha
proposto una suggestiva immagine di una piramide rovesciata come evocazione del
risultato finale: in alto ci sarebbero stati tutti e in basso l’uno.
Un risultato impossibile da realizzare, tenendo anche conto che quella
divisione del lavoro per cui nell’ordinamento di una collettività non tutti decidono tutto ha una sua
giustificazione razionale, perché non tutti hanno la possibilità e anche il
desiderio di decidere tutto, in quanto hanno altro da fare e non ne hanno
neanche la competenza. Anche in democrazia non tutti decidono tutto, ma hanno
la concreta possibilità di limitare il potere dei pochi ai quali sono affidate
funzioni di governo e di amministrazione e nessun vertice è esente da tali limiti. Il principale limite
in democrazia è la desacralizzazione totale di ogni potere sociale, che quindi può
essere messo in questione, innanzi tutto essendo lecito porlo in discussione.
Nella nostra Chiesa, a struttura autoritaria, autocratica e totalitaria questo si
fa, ma non è lecito e se si fa si può andare incontro a qualche dispiacere. Non
si ammazza più come fino al Settecento (l’ultima condanna capitale per crimine
di eresia sembra sia stata quella di Cayetano Ripoli, nel 1826, in Spagna).
L'Inquisizione fu
utilizzata anche contro i primi centri del protestantesimo, contro la
diffusione delle idee di Erasmo da Rotterdam, contro l'Illuminismo e, nel XVIII
secolo, contro l'enciclopedismo. Nonostante le azioni di altre inquisizioni
europee contro la stregoneria, questa non fu il fulcro dell'inquisizione
spagnola. Gli accusati di stregoneria venivano normalmente descritti come
pazzi. Durante il regno di Giuseppe I, l'Inquisizione fu abolita, ma fu
ripristinata con l'ascesa al trono di Ferdinando VII di Spagna. Il maestro
elementare Cayetano Ripoli, garrottato a
Valencia il 26 luglio 1826, fu l'ultima persona giustiziata dall'inquisizione
spagnola. Il 15 luglio 1834 fu definitivamente abolita. [fonte Wikipedia].
Venne accusato di non credere nella Trinità e nella divinità di Cristo e di
praticare una forma di religione naturale deistica. Il processo avvenne nel
clima antiliberale di restaurazione di una monarchia assolutistica
sacralizzata.
Tuttavia chi critica può trovarsi gravemente
emarginato e, se fa il prete o è un frate
o monaco, punito con l’espulsione dal clero o dal proprio ordine religioso e
così perde i mezzi di sussistenza. Come forma meno grave di sanzione può
sentirsi vietare di pubblicare e di parlare in pubblico.
E’ stato osservato che, dal punto di vista
giuridico, una riforma sinodale totale dovrebbe partire proprio dal riconoscere
in misura molto più ampia il diritto di
critica verso le autorità ecclesiastiche, con l’immunità da sanzioni formali o
da forme di emarginazione o di esclusione. Da questo punto di vista mi pare si
sia ancora molto lontani anche solo dall’iniziare.
Per il resto, è irragionevole credere che una
reale sinodalità totale possa essere istituita dagli attuali vertici gerarchici
autocratici e sacralizzati, nonostante tutti i tentativi che si possano fare.
Comunque i processi sinodali che si sono svolti dall’ottobre 2021 sono stati
realmente utili nel porre le basi per progressive sperimentazioni di qualcosa
di più ampio e intenso, si è realmente dibattuto, il clero ha fatto spazio
realmente al resto della Chiesa. Per togliere ai tirocini di sinodalità quel
tanto di angoscia che generano qua e là, e anche di scrupoli teologici, penso
sia più produttivo assecondare le buone intenzioni che si manifestano in alto
con sperimentazioni in basso, a cominciare dalle realtà di prossimità o
addirittura dai piccoli gruppi, per vedere se, radicandosi pratiche di
sinodalità reale in quegli
ambiti, esse possano man mano diffondersi, se si vedrà che, in definitiva, non
sono dannose per l’unità. Ma queste forme di sinodalità incipiente, di
prossimità, per funzionare necessitano di uno sforzo per la formazione delle
persone che vi partecipano, possibilmente attingendo alle risorse che esse
stesse manifestano, quindi come autoformazione, perché i preti, nella struttura
accentrata delle nostre parrocchie, hanno troppo altro da fare, a quello non sono stati nemmeno formati e non
hanno il tempo per approfondire.
Mario Ardigò – Azione
Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli