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Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di laici aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se i laici di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Dall’anno associativo 2020/2021 il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce abitualmente il secondo, il terzo e il quarto sabato del mese alle 17 e anima la Messa domenicale delle 9. Durante la pandemia da Covid 19 ci siamo riuniti in videoconferenza Google Meet. Anche dopo che la situazione sanitaria sarà tornata alla normalità, organizzeremo riunioni dedicate a temi specifici e aperte ai non soci con questa modalità.

Per partecipare alle riunioni del gruppo on line con Google Meet, inviare, dopo la convocazione della riunione di cui verrà data notizia sul blog, una email a mario.ardigo@acsanclemente.net comunicando come ci si chiama, la email con cui si vuole partecipare, il nome e la città della propria parrocchia e i temi di interesse. Via email vi saranno confermati la data e l’ora della riunione e vi verrà inviato il codice di accesso. Dopo ogni riunione, i dati delle persone non iscritte verranno cancellati e dovranno essere inviati nuovamente per partecipare alla riunione successiva.

La riunione Meet sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTA IMPORTANTE / IMPORTANT NOTE

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Il sito della parrocchia:

https://www.parrocchiasanclementepaparoma.com/

domenica 1 settembre 2019

Azione cattolica - che cos'è e che cosa fa - 1° parte


Azione Cattolica: fede religiosa e democrazia
1° parte (paragrafi 1-40)




di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
edizione settembre 2019, con nuovi materiali

0.Introduzione e F.A.Q
1. Religione che cambia il mondo agendo in democrazia.
1.1. Per cominciare a capire
1.2. Cercatori di verità
1.3 Azione per il cambiamento
1.4. Riforma sociale come azione religiosa
1.5 Un mondo da salvare
1.6 Catechesi civile
1.7 Religione come conquista culturale
1.8 Religione difficile
1.9 La democrazia come problema religioso per il cambiamento della società
2 
Azione Cattolica è azione nella società democratica
(26 settembre 2012)
3 
Agire da gente di fede nella società democratica di oggi
(29 settembre 2012)
4
Libertà e democrazia come esperienze collettive di elevazione delle moltitudini alla piena   cittadinanza. Esse contrastano con la nostra esperienza religiosa? (30 settembre 2012)
5
Fede religiosa, uguaglianza e democrazia:  relazioni in veloce evoluzione (1 ottobre 2012)
6
La libertà come opportunità religiosa in democrazia (1 ottobre 2012)
7
L’uguaglianza come pari dignità sociale è alla base delle democrazie  di popolo contemporanee
(3 ottobre 2012)
8
Un appello per ripartire insieme
(4 ottobre 2012)
9
Le ragioni di un lavoro insieme
(5 ottobre 2012)
10
Azione Cattolica: un’esperienza di Chiesa
(7 ottobre 2012)
11
Noi cattolici: cittadini o stranieri nella società in cui viviamo?
(8 ottobre 2012)
12
Europa, pace, diritti umani. E noi? Abbiamo vinto il premio Nobel.
(13 ottobre 2012)
13
Insieme per agire da gente di fede
(14 ottobre 2012)
14
Costruire nella società per narrare il fondamento della nostra speranza
(12 ottobre 2012)
15
Noi: popolo di Dio
(15 ottobre 2012)
16
Essere popolo unito da una fede religiosa
(16 ottobre 2012)
17
Unire le genti per una vita buona
(17 ottobre 2012)
18
Un popolo nuovo
(19 ottobre 2012)
19
Micro-Macro e la ricerca della felicità
(20 ottobre 2012)
20
Uguale dignità nella Chiesa tra tutti i fedeli
(21 ottobre 2012)
21
Città di Dio, città dell’uomo, città del diavolo
(22 ottobre 2012)
22
Quale impegno nell’Anno della Fede? Andare avanti!
(24 ottobre 2012)
23
E pluribus unum: quale fondamento per l’unità?
(25 ottobre 2012)
24
Gioia e timore alla base dell’impegno religioso nella società
(27 ottobre 2012)
25
Fare memoria di un’alleanza
(30 ottobre 2012)
26
Azione Cattolica: insieme per promuovere la pace universale
(1 novembre 2012)
27
Un nuovo modello globale di organizzazione e convivenza dell’umanità. Il modello della famiglia umana.
(2 novembre 2012)
28
Realtà invisibili
(3 novembre 2012)
29
A occhi aperti
(5 novembre 2012)
30
La città dell’uomo
(7 novembre 2012)
31
Una lunga storia
(8 novembre 2012)
32
Sentirsi responsabili di tutto
(10 novembre 2012)
33
Rinnovarsi sempre, ma custodendo ciò che di vitale si è ricevuto dal passato
(14 novembre 2012)
34
La fede fa scandalo?
(16 novembre 2012)
35
Fede e promozione umana
(19-11-12)
36
Conflitto come esperienza religiosa
(19 novembre 2012)
37
Una riunione “politica”
(23 novembre 2012)
38
Noi e la storia. Chi siamo veramente?
(28 novembre 2012)
39
La parrhesia* evangelica
(29 novembre 2012)
40
Eterno presente o apertura verso un futuro diverso
(30 novembre 2012)
41
Sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente e rilevanza religiosa della democrazia
(1 dicembre 2012)
42
La pace universale come finalità religiosa
(3 dicembre 2012)
43
Che fanno i laici cattolici nel mondo?
(3 dicembre 2012)
44
Laicità dello stato: nuovo fronte religioso?
(9 dicembre 2012)
45
Civiltà cristiana e Azione Cattolica
(15 novembre 2012)
46
L’incontro della Chiesa col mondo
(23 dicembre 2012)
47
Cattolicesimo forza di progresso?
(29 novembre 2012)
48
Fede religiosa, forza di progresso
(4 gennaio 2013)
49
Noi, la Chiesa e la società nella crisi
(7 gennaio 2013)
50
Un processo continuo di liberazione
(8 gennaio 2013)
51
Pace come promozione umana
(13-1-13)
52
Unita’/comunione nella Chiesa e promozione umana
(13 gennaio 2013)
53
Scrutare i segni dei tempi
(15 gennaio 2013)
54
Fede cristiana: speranza credibile e onesta o pia illusione?
(17 gennaio 2013)
55
La Chiesa vuole rinnovare il mondo
(19 gennaio 2013)
56
Democrazia, difficile virtù
(22-3-16)
57
Dottrina sociale, liturgia e Concilio Vaticano 2°
(23-3-16)
58
Convincersi della democrazia
(24-3-16)
59
Democrazia dei cristiani, democrazia di tutti
(30-3-16)
60
Nella grande politica
(6-6-16)
61
Il partito del Papa
(8-6-16)
62
Fede e politica: una relazione essenziale
(10-6-16)
63
La vita di fede come esperienza civile
(1-7-16)
64
Condominio o repubblica
(2-7-16)
65
Fedi omicide
(4-7-16)
66
Le religioni e il tribunale della coscienza e della ragione
(16 luglio 2016)
67
La Nazione
(1 agosto 2016)
68
Degrado della politica ed eclisse del Parlamento
(3-11 agosto 2016)
69
La sfida della pace
(21 febbraio 2016)
70
Impegno civile come attività religiosa
(3 gennaio 2015)
71
Spunti per un dialogo politico su democrazia di popolo e fede cristiana.
(29-1-15)
72
A compagni di fede spietati
(agosto 2019)
72.0. Premessa con il contesto storico.
72.1. Motivazione alla fede.
72.2. Un progetto per una realtà di base.
72,.3. Mandata a tutti i popoli della Terra.
72.4. Filantropia.
72.5. Il nostro vangelo.
72.6. Oltre il mondo fisico e la storia.
72.7. Un altro mondo.
72.8. La patria celeste.
72.9. Ad uno spietato.
72.10. Due parole sulla Chiesa.
72.11. Su tutta la Terra.
72.12. Cose dell’altro mondo.
72.13. Sono persone!
72.14. Riconoscere o rinnegare Gesù.
72.15. Il principio evangelico di insoddisfazione.
72.16. Grideranno le pietre.
72.17. Sapienza evangelica.
72.18. Operatori di ingiustizia o di giustizia?
72.19. Azione Cattolica e riforma sociale.
72.20. Predicazione.
72.21. Ciò che è di Cesare.
72.22. Desacralizzazione.
73
In sintesi
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0.
INTRODUZIONE

1.  Viviamo, come società italiana, tempi impegnativi. Per ognuno lo è sempre la vita quotidiana. Si cambia, bisogna farsi largo, bisogna sopravvivere, si cerca di durare il più a lungo possibile e meglio che si può. Per ogni persona è così. Ma la riuscita degli sforzi individuali dipende in larga misura da come è la società. Il benessere è sempre un fatto collettivo. Innanzi tutto dipende dalle relazioni sociali. E poi certi obiettivi, come la possibilità di vivere sicuri, di avere un’istruzione, di avere una casa e un’alimentazione sufficiente, di poter svolgere un lavoro con una retribuzione sufficiente, di essere aiutati nella nei periodi in cui non si ha lavoro o non si può lavorare per malattia o vecchiaia, di potere fare sport, musica e altre attività interessanti, anche di praticare una religione, dipendono in gran parte da come è organizzata la società, a cominciare dalla sua economia, in cui tanta parte hanno le iniziative collettive, di enti pubblici e privati. Organizzare una società significa fare politica. Lo si può fare su grande e piccola scala. Non ci sono solo gli stati, i comuni e via dicendo. Ognuno di noi, interagendo con gli altri,  fa  politica, ad esempio nel palazzo dove abita, nel quartiere, nel circolo che frequenta, nel gruppo sportivo, e anche in una parrocchia. Ogni fatto collettivo influisce in maniera più o meno accentuata su altri fatti collettivi e modifica la società intorno. Poi si cerca anche di intervenire d’autorità, esercitando poteri pubblici, diramando ordini, sentenziando, preparando programmi, stabilendo regole. Ma come verranno accolti? Ogni società esprime una certa resistenza alle imposizioni. Per vincerla c’è la strada della persuasione o quella della violenza. Si cerca di fare in  modo di scoraggiare la violenza privata, ma allora si deve organizzare una certa misura di violenza pubblica. Ma quando quest’ultima supera un certo livello, la società diventa infelice. Accade anche quando non si riesce a limitare la violenza privata, ad esempio quella delle bande criminali. Ma come persuadere più gente possibile? A questo serve il dialogo politico, quello che riguarda l’organizzazione della società. Perché sia efficace occorre però fidarsi degli altri ed essere veramente convinti che insieme si possano trovare e soprattutto attuare soluzioni più efficaci sia ai mali sociali, sia ai mali privati che a quelli sociali sono tanto strettamente collegati. Per aver fiducia gli uni negli altri occorre conoscersi. Meglio ci si conosce, più ci si fida. Ma di chi? Se, conoscendo una persona, trovo che è cattiva, allora non dovrei fidarmi di lei. Perché magari ora  non è cattiva con me, ma solo con altri, ma potrebbe venire il momento in cui lo sarà anche con me. Chi è cattivo, chi è buono? Se lo chiedo, i miei interlocutori si trovano in imbarazzo a darmi una risposta. In altre epoche si era meno indecisi. Ma ogni epoca ha avuto i suoi criteri etici, per giudicare il buono e il cattivo. Nella nostra, appunto, si è più indecisi. Però decidersi è importante. Ecco, l’Azione Cattolica, fu fondata proprio per fare questo lavoro, politico in senso ampio.
2. Di solito si racconta le sue origini risalgono ad un gruppo di giovani bolognesi che si costituì nel 1867. Si era in un’epoca molto impegnativa nella storia d’Italia. Si sottolinea l’aspetto religioso dell’iniziativa, ma, in realtà, la politica era il vero campo di impegno. Si stava completando l’unità nazionale. Il Regno d’Italia, sotto la dinastia piemontese dei Savoia, era stato proclamato nel 1861. Mancava Roma e i nazionalisti di vario orientamento, i monarchici ma anche i repubblicani di Giuseppe Mazzini (1805-1872), la volevano. A Roma e dintorni c’era il Papa, che era anche il sovrano di un piccolo regno nell’Italia centrale di allora, che dal 1860 si era ridotto più o meno al Lazio. Vi furono quindi movimenti di laici cattolici che si organizzarono come forza sociale di resistenza a difesa della monarchia pontificia. Nel 1870  lo Stato pontificio, il regno politico del Papa, fu conquistato militarmente dal Regno d’Italia. In quel momento era in corso a Roma un concilio ecumenico, il Concilio ecumenico Vaticano 1°. La città fu assaltata; a cannonate si fece una breccia nelle mura della città, un centinaio di metri a destra guardando Porta Pia. Ci furono combattimenti sanguinosi con morti e feriti tra glie eserciti contrapposti, ma i pontifici si arresero presto. L’anno seguente la capitale del Regno d’Italia fu trasferita a Roma e, per garantire la posizione e la missione del Papato, fu approvata una apposita legge, detta delle Guarentigie (=garanzie). Il Papato vietò ai cattolici la partecipazione alla politica nazionale, sotto pena di sanzione canonica e si considerò prigioniero in Vaticano.  
  Questi fatti suscitarono un’enorme impressione nella società cattolica italiana. Una parte dei cattolici era stati ed erano nazionalisti. Ma molti si schierarono a difesa del Papato, a sostegno delle sue rivendicazioni di restituzione del suo regno intorno a Roma. Naturalmente questo movimento ebbe motivazioni profonde e colte, che, in sostanza, proponevano l’idea che, senza quel piccolo regno, il Papato fosse menomato anche nella sua missione religiosa. Quindi la posizione politica intransigente verso i nazionalisti monarchici e repubblicani, verso l’ideologia liberale che in genere era da loro seguita, verso i nuovo regno unitario italiano, ebbe anche profonde motivazioni religiose. Senza un Papato veramente indipendente, si sosteneva, anche la civiltà del popolo italiano, che tanto era legata alla fede religiosa, ne sarebbe uscita scossa, alterata. Si pensò, ed era la prima volta che accadeva, di suscitare un vasto moto di resistenza nel popolo a difesa delle ragioni del Papato, non solo con un’azione di propaganda culturale, ma con un ampio programma di azioni sociali, sull’esempio di ciò che si stava facendo in tutta Europa a quell’epoca, in particolare ad opera dei movimenti socialisti, in particolare per sostenere e istruire i lavoratori dipendenti delle città e delle campagne, ad esempio con  mutue  per assisterli nella disoccupazione o nelle malattie, con  cooperative  di lavoro. Si cercò di dare un coordinamento nazionale a tutte queste iniziative creando un’organizzazione specifica, l’Opera dei Congressi, costituita nel 1874, con articolazione centrale e locale, strettamente legata al Papa, sebbene non fosse una sua emanazione. C’era tutta questa attività sociale a sfondo religioso, che comprendeva anche un capillare lavoro di formazione culturale e propriamente politico, nel senso appunto di un atteggiamento  intransigente  verso il nuovo stato unitario italiano. Ma l’intento principale era politico.
  Scrive Arturo Carlo Jemolo (1891-1981), professore di diritto ecclesiastico (che riguarda le norme degli stati che regolano i rapporti con la Chiese)  e storico, uno dei maggiori esponenti del mondo cattolico italiano, in Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni,  Einaudi, 1948 (1° ed.) - 1963 (ed. riveduta e ampliata) [richiede una formazione di tipo universitario]:
[pag.13] «La prima metà del secolo era quasi consumata allorché, il 1 giugno 1846, si spegneva Gregorio XVI [16°]; già s’intravedevano le caratteristiche della storia della Chiesa nell’Ottocento quali si sarebbero profilate allo storico futuro.
  Non grandi  controversie teologiche, né aspri dibattiti dottrinali, né contrapposizione di scuole a scuole; neppure lotte tra Ordini religiosi, o tra clero secolare e clero regolare.
[…]
  In nessuno di questi campi la storia della Chiesa dell’Ottocento avrebbe presentato episodi emozionanti, aspri contrasti, com’eransi dati in altri secoli, La Chiesa avrebbe incontrato in vece le sue ore più difficili nei rapporti con gli Stati. Di fronte alle ideologie politiche, ai partiti che le incarnano, alle leggi per realizzarle, la Chiesa avrebbe dovuto prendere posizione; e qui avrebbe affrontato battaglie, forse toccato dure sconfitti.
 L’Ottocento appariva ormai come il secolo contraddistinto  dal contrasto delle ideologie politiche. Due fondamentali di fronte. Quella che era ancora la prosecuzione dell’enciclopedismo  e dell’illuminismo, realizzatisi in struttura politica nella Rivoluzione francese, e che, a ragione o a torto, […] si considerava  avesse avuto ad erede l’impero napoleonico e, dopo la sua caduta, quanto ne serbavano rimpianto. E l’ideologia che affermava i valori del cattolicesimo, quelli della tradizione, anzitutto della tradizione monarchica; che nel re legittimo, alleato con la Chiesa, scorgeva il caposaldo  per l’opera di ricostruzione, di cui appariva urgente il bisogno ai suoi fautori; ricostruzione degl’istituti, delle leggi, delle grandi linee della struttura politica, del sistema dei rapporti tra popoli, e soprattutto dell’uomo interiore e di ciò che lo forma: scuola, metodi di educazione, stessa disciplina familiare, ambiti tutti in cui occorreva rimediare all’opera deleteria svoltasi a partire dal Settecento.”
  Con la fine del suo regno nell’Italia centrale il Papato si vide minacciato nella sua missione religiosa, in Italia e nel mondo, e vide minacciata la stessa civiltà degli italiani. Bisogna infatti ricordare che il  nazionalismo italiano, di impostazione fondamentalmente liberale, era divenuto piuttosto anticlericale nel contrapporsi alle pretese politiche del Papato di mantenere quel regno. Quindi vennero incoraggiate quelle aggregazioni laicali confluite nell’Opera dei Congressi, che presto divennero l’equivalente di un potente partito politico, di impostazione   politica  intransigente verso le nuove istituzioni unitarie e verso la politica nazionale che le sosteneva. Ad esse il Papato diede uno straordinario manifesto ideologico, un documento di natura programmatica che disegnava un progetto di riforma dell’intera società, avendo di vista in particolare la situazione italiana: l’enciclica  Rerum Novarum - Le Novità  diffusa nel 1891 dal papa Vicenzo Gioacchino Pecci, regnante ormai solo in religione con il nome di Leone XIII (fino al papa Francesco, i papi continuarono l’uso di attribuirsi un nome da monarchi capi di stato, con il numero ordinale a fianco: primo, secondo…). A questo punto i cattolici italiani divennero una forza politica molto agguerrita, con una struttura capillare sul territorio e una forte ideologia, divenuta obbligatoria, parte della dottrina, appunto una  dottrina sociale,  un vasto programma di riforma sociale a cui diedero il loro contributo, per svilupparlo, ingegni di grande rilievo, come l’economista e sociologo   beato  Giuseppe Toniolo (1845-1918). Ma, passando gli anni dalla conquista dello Stato pontificio, ci si rese conto che l’atteggiamento  intransigente,  che comportava il divieto di partecipare alla politica nazionale eleggendo e presentandosi come candidati, non consentiva di cogliere le opportunità offerte dall’ordinamento democratico del Regno d’Italia, un regno  costituzionale, in cui l’indirizzo politico dello stato era determinato anche da una camera elettiva, la Camera dei deputati, oltre che da un Senato  integralmente di nomina regia e a vita. I giovani soprattutto proposero di organizzare una partecipazione democratica  alla vita politica nazionale, secondo principi  sociali  orientati dalla fede, in linea con la dottrina sociale. Ciò avrebbe richiesto maggiori spazi di autonomia dei laici nelle cose della società. Quest’idea, della possibilità di una  democrazia cristiana, fu duramente respinta dal Papato, con un’enciclica diffusa nel 1901 dallo stesso Papa della Rerum Novarum,  il Pecci - Leone 13°,  la Graves de communi re - Le serie divergenze [sulle questioni sociali] [su <vatican.va> solo nel testo inglese - traduzione italiana in <http://www.totustuustools.net/magistero/l13grave.htm>]. Alle correnti democratiche cristiane  si opposero duramente, nell’Opera dei Congressi, quelle  intransigenti. L’ideologia democratico cristiana fu presto confusa e assimilata con il modernismo, il movimento essenzialmente culturale per un rinnovamento della cultura religiosa nel cattolicesimo, in particolare nell’interpretazione dei testi sacri, colpito radicalmente e senza tregua in quella che fu l’ultima persecuzione religiosa attuata storicamente dal Papato.  Non ottenendosi una tacitazione delle correnti democratiche cristiane, il Papato assunse l’iniziativa di organizzare, in sostituzione dell’Opera dei Congressi che fu sciolta d’autorità nel 1904, una nuova organizzazione, che comprese anche una sezione propriamente politica, denominata Unione elettorale.  L’iniziativa prese inizio con l’enciclica Fermo proposito,  diffusa nel 1905 dal papa Giuseppe Sarto, regnante in religione come Pio 10°, che potete leggere in
http://w2.vatican.va/content/pius-x/it/encyclicals/documents/hf_p-x_enc_11061905_il-fermo-proposito.html
nella quale è scritto:
«Importa inoltre ben definire le opere intorno alle quali si devono spendere con ogni energia e costanza le forze cattoliche. Quelle opere devono essere di così evidente importanza, così rispondenti ai bisogni della società odierna, così acconce agli interessi morali e materiali, soprattutto del popolo e delle classi diseredate, che mentre infondono ogni migliore alacrità dei promotori dell’azione cattolica pel grande e sicuro frutto che da sé medesime promettono, siano insieme da tutti e facilmente comprese ed accolte volonterosamente. Appunto perché i gravi problemi della vita odierna sociale esigono una soluzione pronta e sicura, si desta in tutti il più vivo interesse di sapere e conoscere i vari modi onde quelle soluzioni si propongono in pratica. Le discussioni in un senso o nell’altro si moltiplicano ogni dì più e si propagano facilmente per mezzo della stampa. È quindi supremamente necessario che l’azione cattolica colga il momento opportuno, si faccia innanzi coraggiosa e proponga anch’essa la soluzione sua e la faccia valere con propaganda ferma, attiva, intelligente, disciplinata, tale che direttamente si opponga alla propaganda avversaria. La bontà e giustizia dei principi cristiani, la retta morale che professano i cattolici, il pieno disinteresse delle cose proprie non altro apertamente e sinceramente bramando che il vero, il solo, il supremo bene altrui, infine l’evidente loro capacità di promuovere meglio degli altri anche i veri interessi economici del popolo, è impossibile non facciano breccia sulla mente e sul cuore di quanti ascoltano e non ne aumentino le file, fino a renderli un corpo forte e compatto, capace di resistere gagliardamente alla contraria corrente e di tenere in rispetto gli avversari.
Tale supremo bisogno avvertì pienamente il Nostro Antecessore di beata memoria Leone XIII, additando soprattutto nella memoranda Enciclica Rerum Novarum” ed in altri documenti posteriori, l’oggetto intorno al quale precipuamente doveva svolgersi l’azione cattolica, cioè “la pratica soluzione a seconda dei principi cristiani della questione sociale”. Noi pure, seguendo così sapienti norme, col Nostro Motu proprio del 18 Dicembre 1903 abbiamo dato all’azione popolare cristiana, che in sé comprende tutto il movimento cattolico sociale, un ordinamento fondamentale che fosse quasi la regola pratica del lavoro comune ed il vincolo della concordia e della carità. Qui dunque ed a questo scopo santissimo e necessarissimo devono anzitutto aggrupparsi e solidarsi le opere cattoliche, varie e molteplici nella forma, ma tutte egualmente intese a promuovere con efficacia il medesimo bene sociale.
[…]
l’odierno ordinamento degli Stati offre indistintamente a tutti la facoltà di influire sulla pubblica cosa, ed i cattolici, salvo gli obblighi imposti dalla legge di Dio e dalle prescrizioni della Chiesa, possono con sicura coscienza giovarsene, per mostrarsi idonei al pari, anzi meglio degli altri, di cooperare al benessere materiale civile del popolo ed acquistarsi così quell’autorità e quel rispetto che rendano loro possibile eziandio di difendere e promuovere i beni più alti, che sono quelli dell’anima.
Quei diritti civili sono parecchi e di vario genere, fino a quello di partecipare direttamente alla vita politica del paese rappresentando il popolo nelle aule legislative. Ragioni gravissime Ci dissuadono, Venerabili Fratelli, dallo scostarsi da quella norma già decretata dal Nostro Antecessore di s. m. Pio IX e seguita poi dall’altro Nostro Antecessore di s. m.Leone XIII durante il diuturno suo Pontificato, secondo la quale rimane in genere vietata in Italia la partecipazione dei cattolici al potere legislativo. Sennonché altre ragioni parimenti gravissime, tratte dal supremo bene della società, che ad ogni costo deve salvarsi, possono richiedere che nei casi particolari si dispensi dalla legge, specialmente quando voi, Venerabili Fratelli, ne riconosciate la stretta necessità pel bene delle anime e dei supremi interessi delle vostre Chiese e ne facciate dimanda.
Ora la possibilità di questa benigna concessione Nostra induce il dovere nei cattolici tutti di prepararsi prudentemente e seriamente alla vita politica, quando vi fossero chiamati. Onde importa assai, che quella stessa attività, già lodevolmente spiegata dai cattolici per prepararsi con una buona organizzazione elettorale alla vita amministrativa dei Comuni e dei Consigli provinciali, si estenda altresì a prepararsi convenientemente e ad organizzarsi per la vita politica, come fu opportunamente raccomandato con la circolare del 3 dicembre 1904 alla Presidenza generale delle Opere economiche in Italia. Nello stesso tempo dovranno inculcarsi e seguirsi in pratica gli altri principi che regolano la coscienza di ogni vero cattolico. Deve egli ricordarsi sopra ogni cosa di essere in ogni circostanza e di apparire veramente cattolico, accedendo agli offici pubblici ed esercitandoli col fermo e costante proposito di promuovere a tutto potere il bene sociale ed economico della Patria e particolarmente del popolo, secondo le massime della civiltà spiccatamente cristiana e di difendere insieme gli interessi della Chiesa, che sono quelli della Religione e della giustizia.
[…]
Ci resta a toccare, Venerabili Fratelli, di un altro punto di somma importanza, ed è la relazione che tutte le opere dell’azione cattolica devono avere rispetto all’Autorità ecclesiastica. Se bene si considerano le dottrine che siamo andati svolgendo nella prima parte di queste Nostre Lettere, si conchiuderà di leggieri, che tutte quelle opere che direttamente vengono in sussidio del ministero spirituale pastorale della Chiesa e che si propongono un fine religioso in bene diretto delle anime, devono in ogni menoma cosa essere subordinate all’autorità dei Vescovi, posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio nelle diocesi loro assegnate. Ma anche le altre opere, che, come abbiamo detto, sono precipuamente istituite a ristorare e promuovere in Cristo la vera civiltà cristiana e che costituiscono nel senso spiegato l’azione cattolica, non si possono per niun modo concepire indipendenti dal consiglio e dall’alta direzione dell’Autorità ecclesiastica, specialmente poi in quanto devono tutte informarsi ai principi della dottrina e della morale cristiana; molto meno è possibile concepirle in opposizione più o meno aperta con la medesima Autorità. Certo è che tali opere, posta la natura loro, si debbono muovere con la conveniente ragionevole libertà, ricadendo sopra di loro la responsabilità dell’azione, soprattutto poi negli affari temporali ed economici ed in quelli della vita pubblica amministrativa o politica, alieni dal ministero puramente spirituale. Ma poiché i cattolici alzano sempre la bandiera di Cristo, per ciò stesso alzano la bandiera della Chiesa, ed è quindi conveniente che la ricevano dalle mani della Chiesa, che la Chiesa ne vigili l’onore immacolato e che a questa materna vigilanza i cattolici si sottomettano, docili ed amorevoli figliuoli.»
  Ho trascritto questa lunga citazione dell’enciclica, mettendo a dura prova la pazienza dei miei lettori, perché i principi contenuti nei brani citati sono  state le norme che hanno regolato l’azione civile e politica dei cattolici italiani fino al Concilio Vaticano 2° (1962-1965). E’ sostanzialmente lo statuto di una potente organizzazione politica popolare che non poteva  dirsi propriamente partito politico  solo perché mancava di vera autonomia laicale ed era interamente soggetta alla supremazia di Papa e vescovi. Anticipo che la situazione è molto cambiata, nel senso del realizzarsi di quella autonomia, con il nuovo statuto dell’Azione Cattolica approvato nel 1969, per renderlo conforme ai principi di azione sociale stabiliti nel Concilio Vaticano 2°.  Ma anche ora  l’Azione Cattolica non è un partito politico, perché  non  è strumento  di alcuna politica, non è partito del papa  né  partito dei cattolici, non sacralizza  alcun orientamento politico, ma è agente di formazione politica per preparare le persone di fede a coniugare, in autonomia e libertà, sapienza e dottrina, dialogando i società, nella pluralità delle opzioni possibili, azione sociale e politica e carità in senso religioso, quindi per capire come riempire politica e azione sociale dei valori di fede. Questo il senso della scelta religiosa  fatta dall’associazione, con il consenso dei vescovi italiani, con l’approvazione del nuovo statuto del 1969, sotto la presidenza di Vittorio Bachelet (1926-1890).
 Nel 1906, l’anno seguente l’enciclica Fermo proposito, furono approvati  i nuovi statuti dell’Azione Cattolica, costituita da quattro organizzazioni: l’Unione popolare, l’Unione economico sociale, l’Unione elettorale   e la Società della gioventù cattolica.  Il disegno si completò nel 1908 con l’Unione donne cattoliche italiane,  che ebbe un grandioso sviluppo dopo la Prima Guerra mondiale (1914-1918). E’ a questa epoca che risale la  nostra  Azione Cattolica. Uno dei principali architetti di questo disegno organizzativo fu il beato Giuseppe Toniolo. Questo potente movimento sociale venne indirizzato alla riforma sociale  secondo principi di fede e organizzò una grandioso e capillare lavoro di formazione politica popolare, di massa, che coinvolse anche le donne, in epoca in cui esse non potevano ancora votare (in Italia poterono farlo per la prima volta solo nel 1946). Sempre più passò in secondo piano la  questione romana, le pretese politiche  del Papato ad un proprio regno in Italia vennero infine risolte, in maniera ritenuta disonorevole da diverse grandi anime  del cattolicesimo italiano, ma comunque risolte, nel 1929, con i Patti Lateranensi, accordi con il Regno d’Italia che in quell’occasione fu rappresentato dal capo del governo di allora, Benito Mussolini, fondatore del regime fascista storico, con la creazione di un simulacro di stato in Vaticano, denominato Città del Vaticano, dove tutt’oggi è arroccata la corte pontificia. In nessun modo esso è il successore dello Stato pontificio. Dovrebbe servire solo a rendere indipendente il Papato dalle pretesi degli stati del mondo. Ma il Papato partecipa nella comunità internazionale, ad esempio mandando propri ambasciatori (detti Nunzi) e ricevendo quelli degli stati, non come sovrano della Città del Vaticano, ma proprio in quanto Papato, e ciò per millenaria tradizione storica.
  Nell’Azione cattolica italiana maturò la lenta assimilazione culturale della politica democratica da parte dei cattolici italiani.
 Una prima tappa fu l’organizzazione, nel 1919,  di un vero e proprio partito politico, distinto dall’Azione cattolica e dalla Chiesa cattolica, con responsabilità propria dei propri aderenti, per un disegno di riforma sociale nel senso indicato dalla dottrina sociale, il Partito popolare, sciolto d’autorità, con altri partiti democratici, nel 1926 dal regime fascista.
  Dal 1930, anche con l’enciclica Quadragesimo anno - Il quarantennale,  diffusa nel 1931 dal papa Achille Ratti, regnante come Pio 11°, documento che contiene anche la formulazione dell’importantissimo principio di  sussidiarietà, sul quale, con la collaborazione determinante di politici cattolici, fu fondata la nostra nuova Europa, il Papato accreditò la riforma sociale del  regime fascista, al quale i cattolici italiani furono spinti a collaborare. Il tirocinio democratico rimase proprio, in Azione Cattolica, quasi solo di alcune organizzazioni ristrette, come la FUCI - gli universitari cattolici - e i Laureati cattolici, in particolare sotto la cura religiosa di Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo 6°. Questo orientamento mutò radicalmente di fronte alle catastrofi sociali provocate dalla Seconda Guerra Mondiale.
 Dagli anni ’30 le organizzazioni  intellettuali  dell’azione Cattolica, costituite nella storia dell’associazione, progettarono il superamento del regime fascista, e, in particolare una nuova costituzione e nuovi indirizzi politici. Cattolici provenienti dall’Azione Cattolica furono protagonisti nella guerra civile combattuta contro le ultime manifestazioni del regime fascista, dal 1945 al 1945 e della creazione della Repubblica democratica. Essi crearono il partito politico, denominato  Democrazia Cristiana,  che, dal 1946 al 1994, resse le coalizioni di governo, prima di orientamento  centrista  e poi di centrosinistra,  con la partecipazione di partiti socialisti, attuando parte delle riforme sociali disegnate nella nuova Costituzione repubblicana, scritta e approvata, con il contributo determinante di cattolici provenienti dall’Azione Cattolica, negli anni 1946 e 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1948.  Il successo di tale partito fu determinato dall’appoggio del Papato, che, con una serie di radiomessaggi natalizi tra il 1941 e il 1944 del papa Eugenio Pacelli - Pio 12° (tutti pubblicati sul sito <vatican.va>), in piena Seconda guerra mondiale,  defascistizzò l’orientamento politico dei cattolici italiani, spingendoli a partecipare a una riforma costituzionale e sociale democratica, realizzata con la nostra Costituzione repubblicana, piena di principi desunti dalla dottrina sociale.
  La svolta democratica  dell’Azione Cattolica fu consolidata nel 1969 con il nuovo statuto, nel quale l’associazione è definita  palestra di democrazia.
3. Mi sono dilungato su riferimenti storici per far capire che  l’Azione Cattolica italiana è cosa molto diversa da come spesso la si pensa superficialmente, assimilandola ad altre associazioni e movimenti a sfondo religioso.
   Nella nostra parrocchia quest’anno partirà  l’Azione Cattolica Ragazzi - ACR. Ci saranno altri ragazzi, poco più anziani di quelli dell’ACR, che faranno da educatori. Si faranno delle domande sull’Azione Cattolica. I ragazzi dell’ACR cresceranno presto e anche loro si faranno domande analoghe. Ecco, ho cercato di spiegare  che cos’è l’Azione Cattolica. Ma anche di rendere un’idea del lavoro che c’è da fare in società. Perché a quello ci chiamano, con particolare intensità oggi, il Papa e i vescovi.
 La società vive tempi impegnativi: così ho iniziato. Ci sono problemi sociali che creano dolore e difficoltà nelle vite delle persone.  Per pensare e realizzare soluzioni serve gente preparata ed eticamente ben indirizzata. Quindi gente  competente  e buona, capace di collaborare con l’altra gente competente  e  buona   che c’è, per cambiare sapientemente ciò che non va, dialogando con gli altri, persuadendoli a seguire le vie buone e coinvolgendoli in questo lavoro che è, ancora,  riforma sociale.  Formarla fin dai giovanissimi, educarla, completarne la preparazione anche da adulta, cercando di suscitare e diffondere, in un lavoro collettivo che è anche e principalmente di auto-formazione, visioni realistiche, affidabili, di ciò che accade e progetti di soluzione, è parte del lavoro di Azione Cattolica. In una prospettiva che, ormai, non riguarda più solo l’Italia, o l’Europa, ma addirittura il mondo interno, secondo le indicazioni che troviamo nell’enciclica Laudato si’, diffusa nel 2015 dal papa Francesco.
  Ho cercato anch’io di fare la mia parte, negli anni passati.
  Pubblico, raccolte in un unico documento, mie riflessioni, svolte sul blog <acvivearomavalli.blospot.it> dal settembre 2012 all’agosto 2019, che  possono essere utili a quel lavoro da fare in Azione Cattolica, in particolare in un gruppo locale di impegno  collettivo che voglia avere una certa consapevolezza storica.
  Ne autorizzo il libero utilizzo in qualunque forma, senza onere di indicarne l’autore. Come ho scritto presentando un mio precedente lavoro, restituisco ciò che ho ricevuto in un lungo periodo di formazione prima nella nostra parrocchia, poi tra gli scout cattolici, in FUCI e infine del Movimento Ecclesiale di impegno Culturale, l’attuale denominazione degli antichi  Laureati cattolici. 
  Consiglio a tutti di avere sotto mano il libro di storia dell’ultimo anno delle scuole medie frequentata, inferiori o superiori. A quelli che non l’hanno più in casa, consiglio di procurarsi l’ultima edizione del volume 3 del testo Nuovi Profili Storici - Con percorsi di documenti e di critica storica  di Andrea Giardina, Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto, Editori Laterza, €40,50, un testo per i licei.
  Per aggiornarsi rapidamente si possono utilizzare:
http://www.treccani.it/enciclopedia/
e

http://www.treccani.it/biografico/index.html

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Azione Cattolica – F.A.Q. (domande più frequenti)
(le risposte alle F.A.Q. che seguono sono frutto di una elaborazione fatta da Mario Ardigò, sulla base di quello che pensa di aver capito dell’Azione Cattolica. Non esprimono necessariamente il pensiero dei vertici associativi, né rappresentano un’interpretazione autentica dell’ideologia associativa – I lettori sono quindi invitati a verificarne personalmente  la correttezza e fedeltà e a far pervenire eventuali rettifiche o integrazioni all’account <marioardigo@yahoo.com>; di esse si darà atto nel blog)


  L’Azione Cattolica è fatta per persone di ogni età, fin dai piccolissimi (3-5 anni). Sono state elaborate proposte di impegno per tutti. Il centro nazionale e quelli diocesani supportano il lavoro dei gruppi parrocchiali. La struttura dell’Azione Cattolica è democratica e la sua azione si avvale del contributo di tutti.
   L’Azione Cattolica (AC) ha fatto dell’attuazione dei principi del Concilio Vaticano 2° il suo principale settore di lavoro collettivo. Ora è anche fortemente impegnata nella presa di coscienza, nello sviluppo e nell’attuazione pratica dei nuovi principi della dottrina sociale contenuti nel magistero del papa Francesco e, in particolare, nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo  e nell’enciclica Laudato si’.
    Nella  nostra parrocchia sono state realizzate importanti innovazioni in AC. E’ iniziato, in particolare, di iniziare le attività di un gruppo ACR, l’Azione Cattolica Ragazzi. Le riunioni infrasettimanali del gruppo adulti/adultissimi  sono riprese a ottobre. Il gruppo parrocchiale di AC anima la messa domenicale delle ore nove. Ci proponiamo di coinvolgere maggiormente  gli  adulti della fascia 30/50 anni della parrocchia, per appassionarli al lavoro che si fa in AC e come AC. Questo richiede, innanzi di informarli sull’AC, per far capire ciò che le è caratteristico.
  Propongo di seguito alcune risposte alle domande che più frequentemente vengono poste in materia di Azione Cattolica.
 Ulteriori informazioni sulla struttura, finalità, metodo e progetti dell’Azione Cattolica possono trovarsi sul sito dell’Azione Cattolica nazionale
http://azionecattolica.it/
e diocesana
http://www.acroma.it/
   L’impegno dei laici di fede in Azione Cattolica è corale, dalla vita di tutti si impara e tutti possono contribuire a renderlo più efficace e bello. Con le parole del motto di un jamboree, il grande raduno annuale degli scout, di tanti anni fa: “Di più saremo insieme, più gioia ci sarà”.
 L’impegno in Azione Cattolica è vita sociale di fede nella libertà.
  Chi decidesse di avvicinarci per aderire, non pensi di trovare le cose già fatte, di salire su un treno in corsa e di sedersi da passeggero facendosi trasportare. Di potersi limitare a seguire un qualche metodo per il quale esista un manuale dettagliato di istruzioni. Si tratta, di anno in anno,  di costruire una nuova casa, di ideare e attuare nuovi progetti di impegno. In particolare nel clima di rinnovamento che si vive nella Chiesa italiana, si tratta sempre, in fondo, di ripartire.
  Del resto quella della rifondazione dovrebbe caratterizzare la nostra esperienza religiosa, nella quale ci è anticipato che tutte le cose saranno fatte nuove. Non viviamo in un museo, che ci si possa limitare a spolverare di tanto in tanto. L’Azione Cattolica vive  nel quartiere Valli di Roma, come dice il titolo di questo blog: AC-VIVE-A-ROMA-VALLI!

1. L’Azione Cattolica è  Chiesa cattolica?
  L’Azione Cattolica è una delle associazioni di laici inserite nell’organizzazione della Chiesa cattolica italiana. Il suo statuto è approvato dal Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana. Vi sono diverse altre associazioni che hanno analoghe caratteristiche di particolare legame con l’organizzazione della Chiesa cattolica italiana.
2. Chi è il laico?
 Il laico è il fedele cattolico che non è né diacono, né prete, né vescovo (vale a dire membro dell’ordine sacro) e che non appartiene a un ordine religioso o a una congregazione religiosa (che non è, ad esempio, frate o suora; monaco o monaca) (si veda la definizione che del termine laico si dà nella Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Lumen Gentium, al n. 31).
3. Per essere un fedele cattolico laico è indispensabile aderire all’Azione Cattolica?
No.
4. Se un fedele cattolico laico ha già aderito ad un altro gruppo religioso laicale o ha il proposito di farlo, può associarsi all’Azione Cattolica?
Sì.  L’adesione all’Azione Cattolica non è esclusiva. Si può far parte di altri gruppi laicali.
5. L’Azione Cattolica è un gruppo di spiritualità?
 No. Ciò che caratterizza l’Azione Cattolica non è un  particolare tipo di spiritualità, anche se i gruppi locali e le altre articolazioni associative esprimono anche una vita spirituale. Ciascun associato manifesta poi la propria, liberamente scelta. Alla vita associativa partecipano i Sacerdoti Assistenti per contribuire ad alimentare la vita spirituale e il senso apostolico.
6. L’Azione Cattolica è un gruppo di preghiera?
No, anche se nelle riunioni associative vi sono momenti di preghiera.
7.L’Azione Cattolica è un gruppo di approfondimento biblico?
No, anche se associandosi ci si impegna ad approfondire le tematiche bibliche.
8. L’Azione Cattolica è un gruppo di approfondimento culturale?
No, anche se associandosi ci si impegna a conoscere e capire di più del mondo in cui si vive.
9. L’Azione Cattolica è un gruppo per il catecumenato?
No. La conversione, il catechismo per il Battesimo   e il Battesimo sono dati per presupposti. In ogni parrocchia dovrebbe essere costituita un’organizzazione specifica per queste esigenze.
10. L’Azione Cattolica è un gruppo per il catechismo?
No, anche se associandosi ci si impegna ad approfondire le verità di fede. In ogni parrocchia dovrebbe essere costituita un’organizzazione che si occupa specificamente del catechismo, per i fedeli di tutte le età.
11. L’Azione Cattolica è un gruppo di propaganda religiosa?
No. Essa infatti vuole stabilire con i propri interlocutori una relazione molto più profonda.
12. L’Azione Cattolica è un gruppo che lavora per il proselitismo religioso o associativo?
 L’Azione Cattolica è certamente impegnata, in diretta collaborazione con il Papa e i vescovi, a far conoscere il Vangelo, ad esporre le verità di fede, a far comprendere gli ideali religiosi cristiani, a presentare correttamente il fine e l’azione della Chiesa nel mondo e il significato della sua liturgia, a raggiungere gli altri nel loro bisogno di religiosità, ad aiutare tutti a migliorarsi  secondo la fede professata e, in particolare, a capire come fare per meglio favorire l’accettazione nel mondo di quegli ideali. Ma il proselitismo religioso o associativo, l’obiettivo di “far numero”, di “distribuire tessere”, non è  tra le sue finalità dirette, anche se il riavvicinamento alla vita della parrocchia e adesioni associative possono effettivamente conseguire dalle sue attività.
13.L’impegno degli associati all’Azione Cattolica parrocchiale è principalmente in parrocchia?
 L’Azione Cattolica ha come primo impegno la presenza e il servizio nella Chiesa locale, quindi anche nella parrocchia. Tuttavia, in quanto associazione di laici, in essa è fondamentale l’impegno nella società civile, luogo privilegiato dell’azione laicale, per favorire l’affermazione dei valori religiosi.
14. Associandosi all’Azione Cattolica si è sottoposti ad un giudizio sulla propria vita?
No.
15. L’adesione all’Azione Cattolica richiede un cambiamento di vita?
No. L’associazione si ritiene arricchita dai doni che le provengono dalle diverse condizioni ed esperienze di quanti partecipano alla sua vita.
16. L’adesione all’Azione Cattolica comporta particolari pratiche religiose?
No.
17. L’adesione all’Azione Cattolica comporta particolari  pratiche di vita, oltre quelle raccomandate a tutti i fedeli laici?
No.
18. L’adesione all’Azione Cattolica richiede un particolare livello culturale o scolastico?
No.
19. L’adesione all’Azione Cattolica si sviluppa per gradi iniziatici, vale a dire da livelli inferiori a livelli superiori di perfezione?
No. Si è membri a pieno titolo fin dal primo giorno e fin quando si vuole.
20. Per chi è l’Azione Cattolica?
L’Azione Cattolica  è per tutti i fedeli laici cattolici e di tutti i fedeli laici cattolici.
21. L’Azione Cattolica risolve i problemi personali degli associati?
 Gli associati si impegnano anche a favorire la comunione fra di loro, quindi anche all’aiuto reciproco, ma non è detto che dall’associarsi in Azione Cattolica derivi la soluzione dei propri problemi personali. Non  farei quindi molto affidamento su questo aspetto.
22. L’Azione Cattolica risolve, in particolare, i problemi affettivi o di socialità?
 Può accadere. Ma non è scontato che accada. Non vi farei molto affidamento.
23. Le persone che, associandosi, si spendono per le finalità dell’Azione Cattolica devono aspettarsi riconoscimenti o corrispettivi, anche solo morali o affettivi?
No. Ci si associa perché si sente bisogno di agire in gruppo in relazione a certi obiettivi che si pensa di non poter raggiungere individualmente. Ma, come tutte le esperienze sociali umane, anche  quella nei gruppi di Azione Cattolica finisce in genere  per deludere certe alte aspettative, almeno sotto il profilo umano. Solo alla lunga e considerandola complessivamente, specialmente verso la fine di una vita, se ne può essere in fondo soddisfatti, soprattutto se la  si considera con sguardo soprannaturale, andando contro le apparenze, in spirito evangelico.
24. Chi comanda in Azione Cattolica?
L’Azione Cattolica è retta su basi democratiche. Tuttavia i  suoi presidenti, a tutti i livelli (nazionale, diocesano, locale) sono nominati dall’autorità ecclesiastica, su proposta dei rispettivi consigli. A livello della parrocchia, l’Azione Cattolica è presente con un’associazione parrocchiale, che è un’articolazione di quella diocesana. Gli organi dell’associazione parrocchiale di Azione Cattolica  sono: l’assemblea parrocchiale (programma la vita associativa e verifica l’attuazione del programma; elegge il consiglio parrocchiale); il consiglio parrocchiale (promuove lo sviluppo della vita associativa secondo le linee del programma approvato dall’assemblea; assicura la presenza dell’associazione nelle strutture di partecipazione ecclesiale; mantiene i rapporti di amichevole collaborazione con le gli altri gruppi della parrocchia; propone al parroco la nomina del presidente parrocchiale); il/la presidente parrocchiale (nominato/a dal parroco, sentito il vescovo ausiliare territorialmente competente  - promuove e coordina l’attività del consiglio parrocchiale; convoca e presiede l’assemblea parrocchiale; insieme al consiglio tiene costanti rapporti con il parroco; si fa garante degli amichevoli rapporti con l’associazione diocesana; rappresenta l’associazione parrocchiale).
25. Ma, insomma, quali sono le caratteristiche per le quali l’Azione Cattolica si differenzia da altri gruppi laicali?
 Non è né facile né semplice rispondere a questa domanda. Bisogna considerare non solo gli statuti associativi, ma anche la storia dell’Azione Cattolica italiana. E, per quanto riguarda gli statuti associativi, bisogna saper intendere bene il sofisticato  gergo teologico con cui sono stati scritti.
 Nello statuto nazionale (articoli 1 e 2) è scritto che l’Azione Cattolica è fatta di laici che si impegnano liberamente, per impregnare dello spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti. Più avanti (art.3) è scritto che gli associati si impegnano in particolare anche ad informare dello spirito cristiano le scelte da loro compiute con propria responsabilità personale, nell’ambito delle realtà temporali (cioè, traducendo dal gergo teologico, nella società civile). E, ancora, (art.11) che quella in Azione Cattolica  è un’esperienza popolare e democratica.  Essa poi è presentata come rivolta alla crescita della comunità cristiana  e si dice animata dalla tensione verso l’unità, da costruire partendo da diverse esperienze e condizioni di vita. Nell’Atto Normativo Diocesano della Diocesi di Roma è scritto che l’esperienza in Azione Cattolica  è una palestra di democrazia e di responsabilità civile.
 La storia. Dalla fine del Settecento cominciano a diffondersi e ad essere attuati, a partire dall’Europa, ideali democratici di organizzazione sociale. Si produce una profonda e tragica frattura tra l’organizzazione di vertice della Chiesa cattolica, espressa dal clero, e i movimenti democratici. Essa attraversa i popoli evangelizzati. In Italia si complica per l’interferenza del potere temporale dei Papi con la questione dell’unità nazionale. L’esperienza storica dell’Azione Cattolica  è stata la manifestazione di vari tentativi di  realizzare, senza rompere l’unità ecclesiale,  una partecipazione di popolo alla missione della Chiesa attuata con maggiore responsabilità laicale e secondo criteri di non esclusiva soggezione gerarchica, sia ideale e programmatica che pratica, almeno nelle cose che riguardano l’organizzazione della società civile. In ciò consiste appunto la sua tendenziale democraticità. L’impegno nel sociale è venuto poi assumendo anche il  significato di un tentativo di comporre la plurisecolare diffidenza dei vertici ecclesiali, e quindi anche della teologia ritenuta ortodossa dall’autorità, verso le acquisizioni delle scienze contemporanee, sia naturali che umane. Infine, dal punto di vista politico, quello di mediare per giungere al superamento del risentimento storico del papato per la perdita del potere temporale in Italia e della storica indifferenza dei vertici ecclesiali verso i regimi politici democratici rispetto a quelli non democratici o addirittura antidemocratici (venuta meno solo nel 1944 con il radiomessaggio natalizio del Papa Pio XII, mentre ancora agli inizi del secolo il Papa allora regnante aveva condannato l’idea di una democrazia cristiana). Con ciò è chiaro che si è trattato di un’azione che ha riguardato non solo la società civile, ma anche la stessa Chiesa. Essa si inquadra in un movimento storico di pensiero e di azione i cui ideali hanno trovato ampia espressione nei documenti del Concilio Vaticano II (svoltosi a Roma, nella Città del Vaticano, dal 1962 al 1965).   A partire da tale evento l’Azione Cattolica, sotto la presidenza di Vittorio Bachelet, ha fatto della piena attuazione, nella Chiesa e nel mondo, dei principi stabiliti da Concilio Vaticano II  uno dei suoi principali obiettivi.
26. Vediamo che attualmente nel gruppo di Azione Cattolica in San Clemente Papa prevalgono numericamente gli elementi più anziani. Perché?
 Il gruppo si trova in una fase di passaggio. In realtà è composto da persone di diverse età, dai vent'anni ai novanta. E' portatore di una tradizione culturale importante che deve passare da una generazione all'altra: questo è il lavoro che attualmente è in corso. Nei decenni passati l'attenzione del laicato si è forse concentrata su altri temi, ritenuti più urgenti, e su altre esperienze religiose. Oggi dai vescovi italiani viene un rinnovato appello ai laici cattolici per un impegno che corrisponde a quello tipico di Azione Cattolica.
 La partecipazione alla riunione del martedì alle cinque del pomeriggio può risultare difficoltosa a chi lavora e si deve occupare di figli ancora bambini o molto giovani. Ci sono altre modalità per tenersi in contatto. I più giovani possono pensare a incontri a loro specificamente dedicati. E' importante tuttavia mantenere un'occasione periodica di incontro per tutti gli associati, appunto per favorire il passare di una tradizione di generazione in generazione. Nell'organizzazione nazionale e diocesana dell'Azione Cattolica vi sono settori distinti per le varie età e condizioni della vita. Tuttavia il lavoro che si fa parte dall'idea che c'è un unico popolo che attraversa la storia dell'umanità.
27.  Che fa l’Azione Cattolica per la parrocchia?
   L’Azione Cattolica opera principalmente nella società del suo tempo, come un fermento, come il lievito in un impasto. Di questa società fa parte anche la parrocchia.
  Due sono i campi in cui un gruppo di Azione Cattolica parrocchiale può dare un proprio caratteristico contributo: l’approfondimento dei temi del Concilio Vaticano 2° e la pratica della democrazia nella vita di fede. Questo può servire per fare spazio agli altri, per aprirsi agli altri, per convivere serenamente con il pluralismo della società del nostro tempo, che si riflette anche nelle nostre collettività religiose. L’esperienza dell’Azione Cattolica nacque nell’Ottocento proprio con queste finalità, scegliendo una strada diversa da quella dell’intransigentismo  dell’epoca, della dura opposizione contro ogni moto di progresso sociale: oggi si direbbe del fondamentalismo. Essa si propose di far uscire le collettività religiose da una condizione di arretratezza culturale, sociale e politica e di separatezza dal contesto nazionale. Un impegno che appare sempre attuale. Infatti è sempre viva in religione la tentazione di bastare a se stessi, la paura di perdersi in un contesto in cui ogni opzione di vita ha lo stesso valore e vengono a mancare solide fondamenta. In realtà si tratta di ricostruire pazientemente, di epoca in epoca, le città degli esseri umani, secondo l’auspico di Giuseppe Lazzati, dove essi possano vivere liberi e felici. Senza una visione di fede è arduo riuscirci, anche se storicamente le religioni sono state anche fonte di oppressione e di infelicità. Eppure l’era delle democrazie contemporanee si apre, nel nord America di fine Settecento, con rivoluzionari che affermano solennemente che  tutti gli uomini sono “creati” uguali  e per questo hanno diritto alla ricerca della felicità: ecco la fede religiosa che libera. Lo ha ricordato papa Francesco nel suo viaggio negli Stati Uniti  d’America del 2017.
 

 Per chi vi volesse approfondire segnalo i seguenti link:
Statuto AC Nazionale:
http://www.acroma.it/sites/default/files/allegati/1/statuto%20AC.pdf
Atto normativo diocesano:
http://www.acroma.it/sites/default/files/allegati/1/Atto%20Normativo%20Diocesi%20di%20Roma.pdf


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1.1
Per cominciare a capire

Nello statuto nazionale (articoli 1 e 2) dell’Azione Cattolica è scritto che essa è fatta di laici che si impegnano liberamente, per impregnare dello spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti. Più avanti (art.3) è scritto che gli associati si impegnano in particolare anche ad informare dello spirito cristiano le scelte da loro compiute con propria responsabilità personale, nell’ambito delle realtà temporali (cioè, traducendo dal gergo teologico, nella società civile). E, ancora, (art.11) che quella in Azione Cattolica  è un’esperienza popolare e democratica.  Essa poi è presentata come rivolta alla crescita della comunità cristiana  e si dice animata dalla tensione verso l’unità, da costruire partendo da diverse esperienze e condizioni di vita. Nell’Atto Normativo Diocesano della Diocesi di Roma è scritto che l’esperienza in Azione Cattolica  è una palestra di democrazia e di responsabilità civile.
 La storia. Dalla fine del Settecento cominciano a diffondersi e ad essere attuati, a partire dall’Europa, ideali democratici di organizzazione sociale. Si produce una profonda e tragica frattura tra l’organizzazione di vertice della Chiesa cattolica, espressa dal clero, e i movimenti democratici. Essa attraversa i popoli evangelizzati. In Italia si complica per l’interferenza del potere temporale dei Papi con la questione dell’unità nazionale. L’esperienza storica dell’Azione Cattolica  è stata la manifestazione di vari tentativi di  realizzare, senza rompere l’unità ecclesiale,  una partecipazione di popolo alla missione della Chiesa attuata con maggiore responsabilità laicale e secondo criteri di non esclusiva soggezione gerarchica, sia ideale e programmatica che pratica, almeno nelle cose che riguardano l’organizzazione della società civile. In ciò consiste appunto la sua tendenziale democraticità. L’impegno nel sociale è venuto poi assumendo anche il  significato di un tentativo di comporre la plurisecolare diffidenza dei vertici ecclesiali, e quindi anche della teologia ritenuta ortodossa dall’autorità, verso le acquisizioni delle scienze contemporanee, sia naturali che umane. Infine, dal punto di vista politico, quello di mediare per giungere al superamento del risentimento storico del papato per la perdita del potere temporale in Italia e della storica indifferenza dei vertici ecclesiali verso i regimi politici democratici rispetto a quelli non democratici o addirittura antidemocratici (venuta meno solo nel 1944 con il radiomessaggio natalizio del Papa Pio XII, mentre ancora agli inizi del secolo il Papa allora regnante aveva condannato l’idea di una democrazia cristiana). Con ciò è chiaro che si è trattato di un’azione che ha riguardato non solo la società civile, ma anche la stessa Chiesa. Essa si inquadra in un movimento storico di pensiero e di azione i cui ideali hanno trovato ampia espressione nei documenti del Concilio Vaticano II (svoltosi a Roma, nella Città del Vaticano, dal 1962 al 1965).   A partire da tale evento l’Azione Cattolica, sotto la presidenza di Vittorio Bachelet, ha fatto della piena attuazione, nella Chiesa e nel mondo, dei principi stabiliti da Concilio Vaticano II  uno dei suoi principali obiettivi.
  Due sono i campi in cui un gruppo di Azione Cattolica può dare un proprio caratteristico contributo: l’approfondimento dei temi del Concilio Vaticano 2° e la pratica della democrazia nella vita di fede. Questo può servire per fare spazio agli altri, per aprirsi agli altri, per convivere serenamente con il pluralismo della società del nostro tempo, che si riflette anche nelle nostre collettività religiose. L’esperienza dell’Azione Cattolica nacque nell’Ottocento proprio con queste finalità, scegliendo una strada diversa da quella dell’intransigentismo  dell’epoca, della dura opposizione contro ogni moto di progresso sociale: oggi si direbbe del fondamentalismo. Essa si propose di far uscire le collettività religiose da una condizione di arretratezza culturale, sociale e politica e di separatezza dal contesto nazionale. Un impegno che appare sempre attuale. Infatti è sempre viva in religione la tentazione di bastare a se stessi, la paura di perdersi in un contesto in cui ogni opzione di vita ha lo stesso valore e vengono a mancare solide fondamenta. In realtà si tratta di ricostruire pazientemente, di epoca in epoca, le città degli esseri umani, secondo l’auspicio di Giuseppe Lazzati, dove essi possano vivere liberi e felici. Senza una visione di fede è arduo riuscirci, anche se storicamente le religioni sono state anche fonte di oppressione e di infelicità. Eppure l’era delle democrazie contemporanee si apre, nel nord America di fine Settecento, con rivoluzionari che affermano solennemente che  tutti gli uomini sono “creati” uguali  e per questo hanno diritto alla ricerca della felicità: ecco la fede religiosa che libera. Lo ha ricordato papa Francesco nel suo viaggio negli Stati Uniti  d’America del 2017.
 
1.2
Cercatori di verità
(26-9-18)

1. Per orientarci in società in quello che facciamo, abbiamo bisogno di convinzioni affidabili su come va il mondo, sul passato, su quello che si prevede nel futuro e sul senso della vita. Quando queste convinzioni sono condivise da gruppi sociali diventano  verità in quei gruppi. Sono ritenute socialmente affidabili le convinzioni che funzionano in ciò che ci servono, innanzi tutto per essere accettati in società, ma anche per difendersene, per farla funzionare, e per sopravvivere negli ambienti naturali, pieni di rischi. Sono verità quelle che fanno funzionare le nostre automobili e gli smartphone. Ne siamo convinti anche se non arriviamo a comprenderle in dettaglio, perché funzionano. Può apparire strano  dirlo, ma anche per le verità religiose è un po’ così. Le verità, di solito, vengono sottoposte a costante revisione: innanzi tutto per i processi di apprendimento sociale che progrediscono (e talvolta regrediscono) e poi perché, al variare delle società che le espressero, anch’esse devono cambiare, altrimenti non servono più. Una verità, pertanto, è legata a un gruppo sociale e a un’epoca. Tutte le verità compresenti in un gruppo sociale e in un tempo sono tra loro collegate: quelle sul senso della vita, ad esempio, dipendono anche dalla concezione di come va il mondo e di come è andata nel passato. Oggi riteniamo inaffidabili molte verità degli antichi, ma i posteri, probabilmente, faranno lo stesso con le nostre. Bisogna dire che, però, molte delle verità oggi credute sono legate con quelle del passato: spesso ne costituiscono più che altro un’evoluzione, un adattamento. Questo accade spesso in religione. Non   crediamo  più negli antichi dei, ma non crediamo in un modo molto diverso dagli antichi: gli antropologi, anzi, riconoscono l’antica religiosità in diversi atteggiamenti di oggi. L’antichissima narrazione biblica su Adamo ed Eva, che  in parte  ha analogie con quelle di altre religioni degli antichi in merito ai primi esseri umani, oggi non è più considerata verità  in senso storico,  ma rimane verità  in senso religioso.
  Esistono verità  assolute,  vale a dire resistenti al cambiamento dei corpi sociali nei quali sono diffuse? In religione di solito si è convinti di sì, ma, quando si va nel particolare, vediamo che molti rimaneggiamenti ci sono stati e, anche dove certe verità sono espresse con parole antiche, oggi le comprendiamo in modo diverso dagli antichi. Si spiega la cosa dicendo che, nel tempo e secondo le varie società, esse si sono capite diversamente e, in genere, meglio, con più profondità. In effetti c’è stata una loro diversa inculturazione. Sono penetrate in culture diverse che le hanno intese in modi diversi. Ogni epoca vi ha lasciato qualcosa. Ragionandoci sopra si possono individuare questi lasciti culturali e anche tentarne un’opera di escissione per così dire chirurgica. Ma poi sempre anche noi si lascerà in quelle antiche verità qualcosa di nuovo, perché devono legarsi a società nuove e, se non vi riescono, non possono permearle. Questo è appunto il lavoro della  mediazione culturale.
  Studiando i nostri  testi sacri possiamo renderci conto molto bene di queste caratteristiche delle verità credute in società. E di come certe verità, che vengono ritenute ad un certo momento non più o meno   affidabili sotto certi punti di vista, mantengono validità sotto altri, ad esempio quando si parla del senso della vita.
  Oggi in religione non si è più obbligati a credere  che gli esseri umani furono  creati  esattamente come li vediamo adesso (anche se c’è chi ancora lo crede). Ma  è così che la Creazione  viene presentata nelle Scritture e a lungo, in religione, la si è pensata così. L’evoluzionismo, la convinzione che i nostri organismi siano il risultato di lunghi processi biologici di metamorfosi che ci accumunano agli altri mammiferi, è stato da poco  digerito dalla teologia, e non del tutto. E’ ritenuto una verità in ambito scientifico, vale a dire un’idea affidabile ampiamente condivisa nelle comunità scientifiche che spiega come siamo arrivati ad essere come siamo, e ciò naturalmente solo  fino al momento in cui  essa sia provata come inaffidabile e sostituita con un’altra che non sia ritenuta tale. I teologi ci hanno spiegato che, comunque, l’evoluzionismo non mette in questione il senso religioso della vita e, in particolare, l’idea diCreazione, che significa produrre vita e natura dotate di senso, proprio come scritto nella Bibbia. Anche nell’evoluzione delle specie viventi si può scorgere un senso religioso. I racconti biblici sulla Creazione funzionano ancora come verità in quell’ambito, anche se non sono più creduti come tali  quali spiegazioni scientifiche degli eventi biologici che portarono alle metamorfosi delle specie fino a noi.
  Ci furono tempi in cui si diede molta importanza al provare l’esistenza di Dio, impiegando  argomenti logici basati anche sull’osservazione dei fatti della natura e della nostra psicologia. Poi ci si   è convinti che è fatica sprecata. Di fronte alle tante ragionevoli obiezioni poste dagli increduli, in definitiva noi pur sempre amiamo Dio e perciò crediamo, e tuttavia anche ragioniamo, ma quel nostro ragionare non è un provare, bensì l’inquadrare armonicamente quelle religiose tra le altre nostre convinzioni, quelle che ci servono in società. Si ricorda quel detto dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij secondo il quale, se gli avessero dimostrato che Dio non esiste, egli avrebbe tuttavia continuato ad amarlo. Quella su Dio non è una di quelle verità che abbia bisogno di essere provata  per essere ritenuta affidabile. Per questo resiste ad ogni confutazione, ed anche a quella, contenuta nelle stesse Scritture, secondo la quale “Dio, nessuno lo ha mai visto”.
  Nel processo giudiziario vediamo bene esemplificato il dramma che riguarda le  verità che usiamo in società. Cerchiamo di convincerci in modo affidabile di come è andato un certo fatto storico, che ipotizziamo come illecito e si vorrebbe come tale sanzionare. Cerchiamo prove, le colleghiamo con dei ragionamenti: proponiamo una certa ricostruzione. Ma è andata sicuramente così? Arriviamo a convincercene, e dobbiamo farlo perché una decisione, in un senso o in un altro va comunque presa. Arriva a diventare irrevocabile, non più confutabile in sede giudiziaria con i mezzi ordinari. Ad essa il condannato è inchiodato, come lo fu il nostro Maestro. “Che cosa è la verità?, gli aveva chiesto il suo giudice. Fatto sta che oggi non si è più convinti di quella verità giudiziaria, che lo coinvolse così crudelmente. Accade anche nei processi di oggi. Sono previste però possibilità di  revisione delle decisioni giudiziarie, quando vengano fuori prove decisive affidabili che ne dimostrino l’ingiustizia. La verità giudiziaria, come quella scientifica, non ha la pretesa di essere assoluta  e definitiva. La principale controindicazione alla pena di morte è che, dopo la morte del condannato, la revisione giudiziaria diventa inutile: rimane solo il lavoro degli storici, per i fatti di rilevante interesse sociale.
  Abbiamo ancora bisogno di verità? Certamente. La società, altrimenti, non potrebbe esistere e funzionare, organizzarsi come tale. Abbiamo bisogno di convinzioni sociali ritenute affidabili e ampiamente condivise. Prima dell’avvento dell’era delle ferrovie non si sentiva la necessità di tecniche di misurazione del tempo orario, ora per ora, con precisione al minuto,  uniformi a livello nazionale o addirittura internazionale, salvo che per fare il punto in navigazione. Dopo fu diverso: anche se l’alba non arriva alla stessa ora in una città rispetto ad un’altra e il giorno comincia quindi in orari diversi a seconda dei posti, gli orari di partenza e di arrivo dei treni non dipendono da quello e se un treno parte alle sette a Roma, arriva alle 10 e qualcosa a Milano indipendentemente dall’orario dell’alba. Altrimenti come si farebbe a programmare i viaggi in treno? L’orario ferroviario è unaverità  nel senso che ho precisato.
  Abbiamo anche bisogno che alcune di queste verità, quelle più importanti,  non siano nelle mani dei potenti del momento, e anzi arrivino a obbligare anche loro, come è, ad esempio, per i valori costituzionali nel nostro regime democratico. Gran parte delle verità religiose sono appunto del tipo che va maggiormente preservato. Quelle tecnologiche o sulla natura possono mutare rapidamente, ma quelle sul senso della vita, no. Nel senso della vita siamo infatti compresi noi stessi,  con la nostra dignità, la nostra felicità, il nostro destino sociale.
 I teologi sanno riconoscere quel nucleo di verità che è rimasto stabile, nelle nostre convinzioni religiose, dai primi tempi, nonostante le molte varianti culturali, con i conseguenti apporti, e nonostante che tante altre affermazioni, tanti altri racconti, non siano più considerati verità  in tutti i sensi in cui li si pensava tali. Chiamano quel nucleo deposito di fede e ci dicono che  è molto importante non solo preservarlo, ma anche  tramandarlo, ciò che richiede necessariamente dimediarlo  attraverso i tempi e le società. Mediare  non significa  tradire, ma interpretarlo (non solo tradurlo) in modo che funzioni anche in epoche e società diverse da quelle originarie, mantenendo il suo senso profondo, ciò che lo rende santo,  che appunto significa da preservare religiosamente, ma non per semplice puntiglio dotto di eruditi, bensì per amore. Depositandolo in altre culture, mediandolo, le comprendiamo in ciò che amiamo. 
 Oggi si preferisce dire che siamo  cercatori  di verità, piuttosto chepossessori,  volendo intendere che siamo sempre impegnati ad approfondire quelle che permangono stabili nel tempo, perché hanno a che fare con il senso della vita, e a capire sempre meglio, in maniera sempre più affidabile, il contorno, le altre. Della ricerca  della verità fa parte anche la sua critica, il vaglio per stabilirne la perdurante affidabilità. Come pure quel lavoro che definiamo di mediazione culturale, che serve a tramandare e trasferire le verità più importanti anche oltre le società e i tempi che le originarono. Ad alcuni esso pare indebito perché  la verità è la verità, dicono, e non si accorgono che, così concludendo, fanno però sempre riferimento ad una certa versione della verità, socialmente e temporalmente collocata, ad esempio quella che si ricava dal catechismo del 1905 di san Giuseppe Sarto - Pio 10°. Alla fine restringendo la verità in una specie di recinto culturale, oltre il quale non ce ne sarebbe più, la si costringe in una prigione e non le si consente di fare il lavoro che serve in società, innanzi tutto parlando alla sua gente in maniera tale che possa essere capita. E’ un po’ l’obiezione che viene posta al Catechismo della Chiesa cattolica, deliberato nel 1992 come documento normativo, limitativo della ricerca teologica, non solo come strumento per la formazione dei fedeli.
  Gli antichi dei e le antiche religioni passarono: è un monito serio. Non è che gli antichi fossero irreligiosi, come, sbagliando, a volte li riteniamo. Non avrebbero perso tempo, in quel caso, a costruire quei grandi templi che ancora oggi ammiriamo. E’ che, ad un certo punto, in un  processo non istantaneo ma che richiese circa settecento anni, da quando il greco Socrate cominciò a parlare dell’insufficienza delle concezioni religiose del suo tempo a quando la nostra fede si affermò nell’impero romano intorno al Mediterraneo, certe verità non furono più suscettibili di mediazioni affidabili in società e vennero sostituite da altre di cui ci si convinse. Potrebbe succedere anche alle nostre verità di fede? Potrebbe, se abbandoniamo il lavoro di mediazione culturale e di inculturazione.
 Ai tempi nostri c’è una certa libertà nel credere in certe verità, come quelle religiose o quelle in materia medica. Questo non significa che si sia effettivamente più liberi, in generale, in materia di verità. Oggi, ad esempio, si dà molta importanza ai fatti economici, ed è come se ad ognuno sia assegnato un prezzo che ne definisce il valore sociale. Si è liberi di dire di non credere in un dio, ma se non si crede  ai fatti economici si finisce in rovina, e sempre meno ci si sente impegnati a soccorrere chi cade. Qualche volta la cosa viene presentata come il conflitto tra il Dio della Bibbia e il dio-denaro. Criticare quest’ultimo, mettendo in questione il sistema sociale che lo esprime, può essere piuttosto pericoloso. Può costare la libertà e addirittura la vita. E’ un sistema di valori che sta mutando. Cercare di spiegarne,  e innanzi tutto spiegarsene, le ragioni è una  parte di quel rendere ragione della propria fede, che è un obbligo importante del fedele religioso. Non basta ripetere a memoria la dottrina ricevuta, come una volta si faceva da bambini con i nostri vecchi catechismi  a domande e risposte per la Prima Comunione correnti ancora per tutti gli scorsi anni Sessanta, fino al rinnovamento  della catechesi del decennio succesivo. Questo lavoro del rendere ragione, che è confrontarsi con le verità del proprio tempo, e innanzi tutto sulla questione della verità, è un parte importante del lavoro che ci si aspetta da un laico di fede. Perché egli deve difendere e promuovere i valori di fede, le verità  religiose, nella società del suo tempo.  Non si tratta di provare  le realtà soprannaturali, le quali in quanto tali non sono suscettibili di essere provate, ormai lo abbiamo capito, ma di accreditare nella società del proprio tempo il senso religioso della vita, quello basato sulla  misericordia tra gli umani che si irradia anche a tutta la natura intorno, perché quella società cambi nel senso giusto, in questo trovando compagni ben oltre la cerchia di chi è esplicitamente religioso.
2.   Le verità, le convinzioni socialmente condivise, mutano con il cambiare delle società in cui sono diffuse. Le società cambiano per successioni delle generazioni o per commistioni con altre società. La formulazione delle verità, in riti e ideologie, segue il loro affermarsi in società e, in generale, le istituzioni che hanno il compito sociale di formalizzare le verità resistono al cambiamento.
  L’idea di un’umanità tutta compresa in un’unica famiglia è molto antica nella nostra fede e corrisponde alla situazione sociale in cui si affermò alle origini: quella di un grande impero multinazionale. Tuttavia essa subì delle metamorfosi al variare della situazione politica europea. La fede si venne nazionalizzando, venendo a legarsi con società meno aperte, ad etnie e regni. Il processo seguì la divisione sociale. La divisione comportava la guerra, ma quest’ultima era considerata come un fatto naturale, come i terremoti e i cicloni atmosferici. Ogni società si costruiva così il suo dio, ma la teologia non vedeva contraddizione con una fede di impronta universalistica. Le conquiste europee in Africa, America ed Asia crearono problemi più seri. In particolare, in Africa e in America, si venne a contatto con culture molto distanti da quelle europee e anche con culture primitive. La comune umanità, che era evidente, faticò ad essere affermata culturalmente, anche in religione. Convissero varie formulazioni teologiche, quelle universalistiche, quelle nazionalistiche, quelle di impronta razzista basate su un primato etnico. Queste ultime furono alla base della colonizzazione religiosa degli europei.
  La nostra teologia si mostrò piuttosto duttile alle esigenze sociali. Così, ciascun popolo, ciascuno stato, poteva immaginare di avere un proprio  dio e, a livello mondiale, gli europei di avere un diritto di dominio di origine divina, come strumento per l’evangelizzazione.
  La situazione cominciò  a mutare a partire dalla fine del Settecento, con l’affermarsi delle democrazie di popolo. Si compresero le origini sociali delle sofferenze sociali, compresi i conflitti e, pertanto, anche delle guerre. Lo sfruttamento sociale dei ceti più poveri e il razzismo cominciarono ad essere intesi come peccati sociali, colpe da cui redimersi. A partire dalla Prima Guerra Mondiale la riflessione coinvolse il problema della guerra e di un ordine internazionale pacifico. Anche la guerra cominciò ad essere pensata come un peccato collettivo, non più quindi come un fenomeno naturale, ma come un prodotto sociale che, con giuste riforme, poteva essere evitato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il medesimo orientamento coinvolse anche la valutazione del colonialismo europeo. Il pensiero sociale cristiano in materia precedette, e determinò, le pronunce del nostro Magistero, in particolare di quello dei Papi. Riprese vigore, a partire dagli anni Sessanta, la teologia universalistica delle origini, ma intesa secondo le esigenze sociali del momento e il mondo nuovo che si era creato. La globalizzazione  della nostra fede precedette di molto quella dell’economia e, in un certo, senso la prefigurò e sostenne. Questo orientamento si manifestò in maniera spettacolare nel magistero di san Karol Wojtyla, il quale arrivò a proporre l’immagine di radici  cristiane dell’Europa che ne avrebbero imposto la pacificazione in un nuovo ordine internazionale per preservare la pace. Questa visione non aveva in realtà riscontri storici: la storia europea, fin dall’affermarsi della nostra fede sul continente, dal Quarto secolo, era stata un lungo seguito di conflitti, anche a sfondo religioso. La possiamo immaginare come una  retropia, l’immaginare un passato migliore, ma mai esistito, a cui tornare. Un passato alternativo. Il fatto che, nel corso del Novecento, si fosse affermata una frattura tra società in cui la fede religiosa era tra le verità ammesse e altre in cui essa era vivamente contrastata e ridotta al rango di credenza tollerata, quindi tra regimi di democrazia capitalista e regimi comunisti, non poteva cambiare la realtà di un passato aspramente conflittuale nel quale la comune fede religiosa non era stata mai un deterrente sufficiente alle guerre e, anzi, spesso era stata all’origine di esse.
  La dottrina sociale ancora corrente sulla pace iniziò a essere diffusa nel 1939, al manifestarsi della minaccia di una nuova guerra mondiale, e da allora non ha mai cessato di esserlo. Essa corrispondeva a una situazione sociale che considerava la pace un valore importante. Ai tempi nostri la situazione sta cambiando. Sembra che risorgano gli dei nazionali. Si sta proponendo una corrispondente teologia, che, anch’essa, cerca in passati immaginari degli  esempi sociali a cui tornare. L’epoca dei sovrani assoluti, da essa mitizzata, non fu infatti propizia per l’affermazione della nostra fede, perché fu caratterizzata da aspri conflitti religiosi e quindi da valori e fatti contrastanti con quelli evangelici, che pure venivano proclamati. Ma la si propone come più religiosa  di quella delle democrazie, basata sulla libertà di coscienza, disperando di ottenere l’unità delle anime altro che con la forza, la coercizione. Questa è la posizione di quei neo-fascismi di egoismo nazionale che vanno sotto il nome di sovranismi, i quali hanno come slogan quello antievangelico “Prima noi!”. Essi sono insofferenti dell’attuale teologia universalistica e del suo principale esponente vivente, il Papa regnante. Con fatti concludenti e con la battaglia delle idee cercano di contrastarla e di ottenerne delle metamorfosi, innanzi tutto cercando da sradicarla dai corpi sociali di riferimento. Utilizzano a questo fine la paura ancestrale di un’invasione aliena. Cercano inoltre di modificare politicamente la legislazione sociale e le istituzioni ispirate ai suoi principi umanitari. Si tratta, in particolare, della Costituzione italiana vigente  e dell’Unione Europea, con la sua Carta dei diritti, nella cui realizzazione sono stati fortemente impegnati quelli della nostra fede, sull’ispirazione della dottrina sociale diffusa dagli anni ‘40 del secolo scorso. Avevano l’obiettivo di un ordine internazionale pacifico, che in effetti si è prodotto a lungo.

1.3
Azione per il cambiamento
(26-9-18)

«Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo.»
Papa Francesco. Dal discorso pronunciato il 10-11-15 nella Cattedrale di Santa Maria in Fiore a Firenze, nel corso dell’incontro con in rappresentanti del 5° Convegno nazionale della Chiesa Italiana, durante la visita pastorale a Prato e a Firenze.

  La nostra Chiesa ha attraversato molti cambiamenti d’epoca  nella sua lunga storia. Tra un’epoca e l’altra ci sono stati tempi di cambiamento. Se si è convinti che oggi non siamo in un’epoca di cambiamento,  ma che c’è stato un cambiamento d’epoca, si vuol dire che il nuovo c’è già. Il tempo del cambiamento è stato molto veloce? In realtà è durato più o meno una generazione, dall’inizio degli anni ’90 ad oggi. La nostra Chiesa, però, non si è allarmata più di tanto: tutto sommato pensava al nuovo come ad un ambiente favorevole. Invece le cose stanno prendendo una brutta piega. E’ con il regno di papa Francesco che ha iniziato a manifestare di doversi ricredere. A lungo si è mirato, sostanzialmente, a lasciare le cose come stavano. Ora è difficile reagire. La Chiesa appare ancora, nel complesso, come la Bella Addormentata della favola, preda di un incanto di inazione.
  Reagire poteva significare contrasti, lotte, divisioni.  Si è preferito riuscire a mantenere un’immagine di pace uniforme, a prezzo di quell’incantamento. Molte energie, così, sono andate disperse. In particolare in periferia: le parrocchie funzionano più che altro come scuola di morale per i più giovani, da dopolavoro per gli adulti e da centro anziani per gli altri. Certe organizzazioni religiose hanno assorbito le funzioni di club  dei maggiorenti che in passato vennero svolte da varie confraternite. La storia nazionale ci avverte però che tra l’Ottocento e il Novecento il movimento religioso italiano fu molto più di questo. Progettò la riforma sociale. Formulò valori politici che poi seppe tradurre in realtà sociali. La nostra nuova democrazia repubblicana è anche opera sua.  In questo fu partecipe di un moto che si sviluppò  a livello europeo fin da metà Ottocento. Il Papa, probabilmente, pensa a qualcosa di simile per affrontare l’epoca nuova in cui siamo finiti. Ma manca la formazione necessaria e quindi la capacità. Chi, al di fuori dell’Azione Cattolica, ha parlato più di certe cose alla gente?
 Di solito le analisi finiscono a questo punto: si disegna un quadro e si sta lì a rimirarlo. Come cambiare, se si vuole farlo?
  Cambiare è sempre possibile, ma richiede impegno. Di questo si è meno capaci. Ci si disamora facilmente. Magari le si sparano grosse, ma poi? Si frequenta e poi, di punto in bianco, si sparisce, senza dare spiegazioni. Non parlo sulle generali. Parlo proprio a te, che sei sparito. E che ne sarà di quelli che contavano su di te?
  Allora poi quegli altri, quelli che si inquadrano in schemi paternalistici molto rigidi per resistere, hanno buon gioco a criticare chi la pensa diversamente. Eppure, onestamente dovranno riconoscere che capita anche tra i loro.
 “Chi me lo fa fare?”, ci si dice.  Ecco, quelli della mia generazione più raramente la pensano così.
  Si partecipa distrattamente: cerchiamo di fare più attenzione! Cerchiamo di fare programmi e di rispettarli! Ne sappiamo troppo poco di tutto. Così, stiamo a ricasco dei preti, che, ad un certo punto, si disamorano, non ce la fanno più. Non si impara nulla! Da anziani imparare è più difficile. Ma da giovani?
 Vogliamo decidere di studiare con un po’ più di pervicacia il pensiero sociale ispirato alla fede? Come si potrebbe, poi, uscirsene con certe avvilenti banalità xenofobe e razziste? Si avrebbe qualcosa da dire in società, per rendere ragione, per spiegare perché noi non siamo xenofobi e razzisti, non lo vogliamo diventare, e facciamo blocco contro chi si propone di farci degradare in quel modo.
 Impegniamoci, dai!, a ragionare su quello che il Papa ha detto ieri:
«Viviamo tempi in cui sembrano riprendere vita e diffondersi sentimenti che a molti parevano superati. Sentimenti di sospetto, di timore, di disprezzo e perfino di odio nei confronti di individui o gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza etnica, nazionale o religiosa e, in quanto tali, ritenuti non abbastanza degni di partecipare pienamente alla vita della società.   
  Questi sentimenti, poi, troppo spesso ispirano veri e propri atti di intolleranza, discriminazione o esclusione, che ledono gravemente la dignità delle persone coinvolte e i loro diritti fondamentali, incluso lo stesso diritto alla vita e all’integrità fisica e morale. Purtroppo accade pure che nel mondo della politica si ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure o le oggettive difficoltà di alcuni gruppi e di servirsi di promesse illusorie per miopi interessi elettorali.
  La gravità di questi fenomeni non può lasciarci indifferenti. Siamo tutti chiamati, nei nostri rispettivi ruoli, a coltivare e promuovere il rispetto della dignità intrinseca di ogni persona umana, a cominciare dalla famiglia – luogo in cui si imparano fin dalla tenerissima età i valori della condivisione, dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà – ma anche nei vari contesti sociali in cui operiamo.
  Penso, anzitutto, ai formatori e agli educatori, ai quali è richiesto un rinnovato impegno affinché nella scuola, nell’università e negli altri luoghi di formazione venga insegnato il rispetto di ogni persona umana, pur nelle diversità fisiche e culturali che la contraddistinguono, superando i pregiudizi.
  In un mondo in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso, una responsabilità particolare incombe su coloro che operano nel mondo delle comunicazioni sociali, i quali hanno il dovere di porsi al servizio della verità e diffondere le informazioni avendo cura di favorire la cultura dell’incontro e dell’apertura all’altro, nel reciproco rispetto delle diversità.  
  Coloro, poi, che traggono giovamento economico dal clima di sfiducia nello straniero, in cui l’irregolarità o l’illegalità del soggiorno favorisce e nutre un sistema di precariato e di sfruttamento – talora a un livello tale da dar vita a vere e proprie forme di schiavitù – dovrebbero fare un profondo esame di coscienza, nella consapevolezza che un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio delle scelte che hanno operato.
  Di fronte al dilagare di nuove forme di xenofobia e di razzismo, anche i leader di tutte le religioni hanno un’importante missione: quella di diffondere tra i loro fedeli i principi e i valori etici inscritti da Dio nel cuore dell’uomo, noti come la legge morale naturale. Si tratta di compiere e ispirare gesti che contribuiscano a costruire società fondate sul principio della sacralità della vita umana e sul rispetto della dignità di ogni persona, sulla carità, sulla fratellanza – che va ben oltre la tolleranza – e sulla solidarietà.
In particolare, possano le Chiese cristiane farsi testimoni umili e operose dell’amore di Cristo. Per i cristiani, infatti, le responsabilità morali sopra menzionate assumono un significato ancora più profondo alla luce della fede.
  La comune origine e il legame singolare con il Creatore rendono tutte le persone membri di un’unica famiglia, fratelli e sorelle, creati a immagine e somiglianza di Dio, come insegna la Rivelazione biblica.
  La dignità di tutti gli uomini, l’unità fondamentale del genere umano e la chiamata a vivere da fratelli, trovano conferma e si rafforzano ulteriormente nella misura in cui si accoglie la Buona Notizia che tutti sono ugualmente salvati e riuniti da Cristo, al punto che – come dice san Paolo – «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti [… siamo] uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
In questa prospettiva, l’altro è non solo un essere da rispettare in virtù della sua intrinseca dignità, ma soprattutto un fratello o una sorella da amare. In Cristo, la tolleranza si trasforma in amore fraterno, in tenerezza e solidarietà operativa. Ciò vale soprattutto nei confronti dei più piccoli dei nostri fratelli, fra i quali possiamo riconoscere il forestiero, lo straniero, con cui Gesù stesso si è identificato. Nel giorno del giudizio universale, il Signore ci rammenterà: «ero straniero e non mi avete accolto» (Mt25,43). Ma già oggi ci interpella: “sono straniero, non mi riconoscete?”.
  E quando Gesù diceva ai Dodici: «Non così dovrà essere tra voi» (Mt 20,26), non si riferiva solamente al dominio dei capi delle nazioni per quanto riguarda il potere politico, ma a tutto l’essere cristiano. Essere cristiani, infatti, è una chiamata ad andare controcorrente, a riconoscere, accogliere e servire Cristo stesso scartato nei fratelli.
  Consapevole delle molteplici espressioni di vicinanza, di accoglienza e di integrazione verso gli stranieri già esistenti, mi auguro che dall’incontro appena concluso possano scaturire tante altre iniziative di collaborazione, affinché possiamo costruire insieme società più giuste e solidali.»
   Ecco qua la ragione teologica per cui non si può essere xenofobi e razzisti:
  La comune origine e il legame singolare con il Creatore rendono tutte le persone membri di un’unica famiglia, fratelli e sorelle, creati a immagine e somiglianza di Dio, come insegna la Rivelazione biblica.
  La dignità di tutti gli uomini, l’unità fondamentale del genere umano e la chiamata a vivere da fratelli, trovano conferma e si rafforzano ulteriormente nella misura in cui si accoglie la Buona Notizia che tutti sono ugualmente salvati e riuniti da Cristo, al punto che – come dice san Paolo – «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti [… siamo] uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
  In questa prospettiva, l’altro è non solo un essere da rispettare in virtù della sua intrinseca dignità, ma soprattutto un fratello o una sorella da amare. In Cristo, la tolleranza si trasforma in amore fraterno, in tenerezza e solidarietà operativa. Ciò vale soprattutto nei confronti dei più piccoli dei nostri fratelli, fra i quali possiamo riconoscere il forestiero, lo straniero, con cui Gesù stesso si è identificato. Nel giorno del giudizio universale, il Signore ci rammenterà: «ero straniero e non mi avete accolto» (Mt25,43). Ma già oggi ci interpella: “sono straniero, non mi riconoscete?”.
 Cerchiamo di tenerlo a mente.
  «Essere cristiani, infatti, è una chiamata ad andare controcorrente»: questo comporta lottare, non facciamoci illusioni. Bisogna, ad esempio,  sbarrare la strada alla xenofobia e al razzismo, non dar loro  tregua, fare barriera, culturale, ma anche fisica,  mettendosi di mezzo, innanzi tutto per proteggere chi è minacciato e umiliato. Qualche volta si è tentati di mettersi in mezzo, sì, ma nel senso di indifferenti, tra chi perseguita e chi è oltraggiato.  Come ci fosse un giusto mezzo tra giustizia  e ingiustizia. “Non esiste il centro tra giustizia e ingiustizia”,  sosteneva il democristiano cileno Rodomiro Tomic.


1.4
Riforma sociale come azione religiosa
(29-9-18)

  Sembra che poco della religione passi nella gente. Si dà la colpa alla secolarizzazione, il modo di vivere che non ricorre più alla fede per spiegare come va il mondo. Le ragioni che però se ne danno non mi convincono. Essenzialmente le persone non trovano più utilità a comprendere la società intorno: si limitano a lasciarsi trascinare e a fare come tutti. Si pensa di essere in balia della sorte, della dea Fortuna,  che qui vicino a Roma aveva un suo grande santuario, a Preneste, l’attuale Palestrina.  Questo ha screditato l’idea di riforma sociale come azione religiosa, che presuppone di sentire come doveroso in quanto possibile il miglioramento sociale, e, prima di questo, di capire come va il mondo per progettarne il cambiamento. E’ su queste basi che le persone della nostra fede diedero un apporto decisivo alla costruzione di una grande realtà istituzionale come l’Unione Europea, che ha garantito la pace europea dal 1945, un periodo lunghissimo.
  C’è sicuramente un problema educativo. L’istruzione religiosa si ferma, di solito e per la maggior parte delle persone, alla Cresima, che in Italia si all’età delle scuole medie inferiori o poco più in là. Ma molti lasciano prima, dopo la Prima Comunione, alle elementari. Quella scolastica per i più finisce verso i diciotto anni. All’età di quarant’anni, quella in cui si ricoprono i ruoli più importanti della propria vita, l’istruzione ricevuta è spesso un ricordo lontano di oltre vent’anni. Si notano difficoltà anche nel comprendere testi semplici. I ricordi religiosi, che dovrebbero rifarsi alla nostra complessa dottrina teologica, appaiono molto approssimativi, come risulta, in particolare, dalle ricerche demoscopiche.
 La società, si dice, non sostiene più la vita religiosa, come un tempo; diciamo, in Italia, come fu fino agli anni Sessanta. Ma come la sosteneva? Non se ne era per nulla soddisfatti. Per questo si avviò la riforma progettata nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Cominciò ad essere attuata negli anni 70, ma fu presto sospesa, con l’inizio del regno religioso di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° (1978-2005). Si temette la dispersione dei fedeli.
   Quella riforma aveva due aspetti importanti: l’idea di una comunità educante alla fede e la concezione cristocentrica  dei fatti religiosi. In precedenza il clero, il  cui potere religioso era accreditato  e sostenuto dalla politica di governo, impartiva al popolo un’istruzione dottrinaria basata sull’idea di un potere esercitato direttamente dal Cielo attraverso plenipotenziari terreni: i principi del clero, e  i Papi innanzi tutto. Un impero religioso che univa Cielo e terra e che era stato organizzato a partire dall’Undicesimo secolo. Il potere sul popolo era suddiviso consensualmente tra prìncipi religiosi e civili sulla base di concordati. Si era organizzato una sorta di condominio. Il compito del popolo era quello di obbedire ai prìncipi e, in quest’ottica, era molto importante che ciascuno conoscesse il posto che gli competeva. L’istruzione religiosa si riduceva sostanzialmente a questo. I risultati nell’etica personale non erano certi migliori di quelli dei nostri tempi: tutti i comandamenti erano in genere apertamente violati, in particolare da chi dominava nella società, clero compreso, ma la coerenza del sistema era assicurata dall’obbedienza che veniva prestata ai superiori. Ad un certo punto, la misericordia del Cielo scendeva sulla gente, a coprire e perdonare i suoi peccati. Questo sistema religioso aveva coperto conflitti crudeli e stragisti, che avevano travagliato innanzi tutto l’Europa e poi il mondo, prodotti dai processi di colonizzazione europea. L’idea di un’Europa eticamente migliore in quanto sorretta e vivificata da  radici  cristiane è solo una fantasia che non trova riscontri storici reali. Quello che in Europa funzionò a lungo fu il sistema disacralizzazione del potere politico, mediante un’alleanza tra prìncipi civili e religiosi, che consolidava il potere di entrambi. Essa non escludeva la possibilità di catastrofici conflitti tra stati e la repressione violenta di quelli civili: si trattava di eventi considerati al pari di quelli naturali, sgradevoli ma impossibili da evitare.
   La riforma religiosa progettata durante il Concilio Vaticano 2°  prese le mosse dall’idea di fare dell’umanità un’unica famiglia, combattendo le cause sociali che avevano portato ai disastrosi conflitti mondiali scoppiati nel corso del Novecento. Questo rese necessario esprimere una critica sociale e, pertanto, desacralizzare il potere politico, rompere e rivedere gli antichi concordati. La critica sociale doveva partire dal popolo e, quindi, in una prospettiva ecclesiale, dai laici, che fino ad allora avevano avuto come unica prospettiva quella dell’obbedienza. Essi si sarebbero dovuti formare e attivare in nuovi tipi di comunità di fede, non più organizzati con struttura piramidale, in alto il Cielo e alla base i fedeli, con al centro, su vari livelli, i plenipotenziari religiosi, ma, al modo delle origini, come discepoli intorno  al Maestro. Quest’ultimo, innanzi tutto con i suoi esempi di vita ma anche con la sua vita soprannaturale, era il vero tramite tra Cielo e terra, accessibile ad ogni fedele attraverso un rapporto personale, che però andava costruito nella formazione religiosa. Occorreva una nuova spiritualità. La teologia del laicato fu al centro della riflessione dei saggi di quel Concilio. Si volle però preservare la struttura gerarchica del clero, prevedendone riforme molto limitate, innanzi tutto potenziando l’autonomia e la corresponsabilità dei vescovi, il cui potere veniva però ancora configurato come quello di prìncipi religiosi. Mentre il laicato veniva lanciato nella riforma sociale sfruttando i processi democratici che si erano andati affermando  a partire dalle società di tipo europeo, nessuna vera democrazia veniva ammessa nell’organizzazione ecclesiale, riservandone la riforma al clero. Questo portò a distinguere, separando, clero e laicato. Un bel problema in una nazione come l’Italia dove il clero, in particolare quello di base, aveva avuto un ruolo importantissimo nello sviluppare processi di riforma sociale, compresi quelli democratici! Al clero venne sostanzialmente assegnata, nei processi di riforma,  la formulazione dei principi dell’azione sociale, che però  doveva essere attuata dai laici. Tuttavia dal Concilio degli anni Sessanta uscì l’immagine di un laicato che avrebbe dovuto operare con una certa autonomia nei campi di sua competenza, e che quindi avrebbe dovuto avere la possibilità di essere corresponsabile della formulazione di quei  principi, come in effetti avvenne. Nella pratica questo produsse una certa tensione. Mentre il clero era ancora soggetto all’obbedienza canonica, nell’impero religioso nel quale era inquadrato, non così fu per il laicato con la sua nuova autonomia. Nel laicato, inevitabilmente, per l’affermarsi dei processi democratici, si produssero varie correnti di pensiero e di azione, che cercarono di tirarsi dietro il potere religioso. Quest’ultimo, ad un certo punto,  sentì di non riuscire più a controllare la situazione e bloccò tutto, sospendendo l’azione di riforma, cercando di cristallizzare la situazione in uno stadio in cui ancora era gestibile dal vertice religioso. Questo si riuscì a fare con il nuovo stile del Papato sotto Karol Wojtyla, molto centrato sulla personalità del Pontefice, come mai prima di allora. La nuova situazione influì sui processi di formazione del laicato, al quale si chiedeva sostanzialmente, al posto dell’antica obbedienza, una sorta di neo-papismo emotivo, un fidarsi emotivamente nel Papato in un rapporto di simpatia personale. La riforma sociale fu sospettata di socialismo, al quale il Wojtyla era fortemente avverso, per l’esperienza che ne aveva fatto, nella versione di ispirazione comunista sovietica, nella sua Polonia. Nei confronti del clero si produsse invece una dura azione di repressione di ogni tipo di dissenso, che aveva il precedente più prossimo nella persecuzione anti-modernista di inizio Novecento. Una manifestazione di questa durezza gerarchica fu l’approvazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, nel 1992, come documento normativo e pertanto da prendere come riferimento universale anche dalla più raffinata ricerca teologica, pena la condanna. La riforma catechetica attuata in Italia negli anni ’70 aveva  concepito invece i catechismi come sussidi all’azione formativa nel popolo di fede.
   Tutto questo ci porta alla situazione di oggi. Una teologia che è ancora fondamentalmente quella riformata del Concilio Vaticano 2°, dell’umanità come un’unica famiglia umana, ma che non ha più un attore sociale che la attui, e neppure in grado di comprenderla veramente. Le comunità educanti alla fede, in Italia progettate a partire dal Documento di base  in materia di catechetica del 1970, non hanno funzionato. Sono rimaste realtà artificiali, molto confinate nell’azione catechetica e troppo dipendenti dal clero, senza vera capacità di ragionare e agire in termini di riforma sociale. In definitiva, appaiono inutili. Si pensa di lanciarle in società, per organizzare ospedali da campo sociali, è l’idea del Papa regnante,  ma è un lavoro che non sanno fare: sono diventate essenzialmente collettività di auto-aiuto, per la medicina dell’anima. Le si è tenute troppo a lungo separate perché possano produrre qualcosa. Naturalmente, qualcosa per cambiare è sempre possibile fare. Ma non è cosa da preti. Loro fanno già troppo. E a certe cose non sono stati formati. Mi pare che nei seminari, per ciò che ho potuto constatare, si stia troppo tra nuvole d’incenso e paramenti sacri, troppo lontani dal popolo, e anche sospettosi verso di esso come possibile fonte di contaminazione religiosa. Non avremo nuovi Murri, Sturzo, Dossetti. E’ il laicato, innanzi tutto,  che deve iniziare a pensare a certe cose.
  Noi laici sappiamo troppo poco di tutto. Questo ci rende facilmente manovrabili dalla politica spregiudicata di oggi, che impiega raffinate tecniche di psicologia sociale per dominare le masse. Questo pregiudica i nostri progetti di azione sociale ispirata dalla fede.  E’ necessario innanzi tutto, allora,  riunirsi per aiutarci reciprocamente a capire meglio come va il mondo. Bisogna riprendere a studiare. Questo richiede tempo e buona volontà. Non basta partecipare a gruppi di auto-coscienza in cui si dice la propria e si vede gli altri che fanno. Un lavoro che Lorenzo Milani fece con i suoi alunni, nella sua parrocchia di montagna, con tanti meno mezzi di quelli a nostra disposizione oggi. Un impegno integrale: occorre recuperarlo. Un impegno per certi versi anche rischioso: la società intorno è cambiata, stanno producendosi a livello europeo processi neo-fascisti in cerca di legittimazione sacrale. Essi fanno appello alla religiosità che negli Sessanta si volle riformare, quella che non faceva conto di produrre conflitti e morti per sostenere l’egoismo nazionale.
1.5
Un mondo da salvare
(4-10-18)
  Il catechismo per i più giovani per molti rimane l’unico per tutta la vita. Si vuole iniziare a spiegare il senso della nostra fede e a farne fare l’esperienza e la pratica. Dalla metà degli scorsi anni ’70 è un po’ meno strutturato come una lezione scolastica. Ma dovrebbe essere approfondito crescendo. E’ qualcosa di più del semplice annuncio, ma per certe nozioni si è troppo piccoli; occorre, in particolare, fare più esperienza di vita per capirle. Un tempo la storia sacra veniva raccontata come una favoletta e, alla fine, poteva essere scambiata per quella. Adesso ci si concentra di più su alcuni episodi, ma si perde un po’ il senso generale della narrazione, la continuità che si vorrebbe far vedere nei fatti raccontati. Il problema è che, quando sarebbe il momento di iniziare ad approfondire, si lascia. La fede, però, non si spegne subito, rimane come sottotraccia. E’ ancora possibile, per un po’,  suscitarla di nuovo. Questo si fa più difficile se perdura l’allontanamento dalle consuetudini religiose. Di solito la religione non viene sostituita da altro, ma da un tempo vuoto. Quindi, poi, ad una certa età se ne sente la mancanza, ma da soli non si riesce più a tornare. Del resto non si tratta nemmeno più di tornare. La fede da bimbi non serve più a quel punto, va stretta. Serve riprendere un discorso, delle consuetudini, delle amicizie.
  La catechesi si dovrebbe fare non in nome proprio, ma per conto della Chiesa, sotto la direzione del Vescovo. Questo richiederebbe una formazione dei catechisti che non mi pare che in genere si faccia. La catechetica è diventata una vera disciplina scientifica, che si avvale  di tante altre scienze, ad esempio della psicologia e della pedagogia. Nelle parrocchie, però, si fa di necessità virtù. Si cerca di fare con quelli che si mostrano disponibili, anche se non formati a sufficienza, perché bisogna iniziare e i preti non bastano. Accade, però, che poi ognuno tenda a metterci dentro i propri personali punti di riferimento, che possono essere insufficienti o inadatti.
  La cosa più difficile è la mediazione tra fede e vita: far capire che la fede serve alla vita e  che quest’ultima interroga la fede e, in qualche modo, così la orienta. Non è la stessa cosa vivere la fede in uno dei tanti inferni della terra e nel nostro quartiere, dove ci sono tante situazioni di sofferenza, ma che non è (ancora) un inferno. Quest’opera di mediazione è di solito l’aspetto più critico della catechesi. Non si riesce più a convincere dell’utilità della fede.  Quest’ultima, ad un certo punto, viene proposta anche come medicina dell’anima, come una specie di sostegno psicologico, ma a questo scopo, non illudiamoci, serve a poco. Può solo funzionare, e questa è stata una delle critiche più serie a certi tipi di religiosità, temporaneamente come anestetico, ma nulla di più.
  C’è però chi riesce a trasferire la propria fede dall’età più giovane a quella adulta, facendo quegli approfondimenti che servono, che comprendono anche una critica della fede bambina. Quest’ultima, a volte, riesce ancora buona per i più anziani, per i quali gli orizzonti si restringono. Chi conquista una fede adulta, che prima o poi finisce per manifestarsi agli altri, si trova di fronte alla difficoltà di renderne ragione con chi ha lasciato. Questi ultimi,  di solito, tengono a precisare che hanno lasciato, come a scansare tentativi di proselitismo. C’è sempre il sospetto che chi ancora crede tenti di conquistare gli altri alla religione, e certe volte è effettivamente così. Io, ad esempio, non sono di quelli. A chi mi espone i motivi per cui non crede, rispondo che è vero, ha ragione, e aggiungo che ce ne sono molti altri. La nostra fede, in fondo, è inverosimile. E’ più  o meno così per tutte le religioni storiche. Ma, se da ragazzo, negli anni 70, mi avessero parlato degli smartphone, li avrei considerati inverosimili. Eppure, eccoli  nelle nostre mani. Funzionano, ma non sappiamo come. C’è negli e tra gli esseri umani più di ciò che appare. Uno però può ritenere di non aver bisogno di scoprire altro oltre ciò che appare. Di solito però è la vita a proporre certi interrogativi. Se ci si mette alla ricerca di una risposta, prima o poi si incontra la fede. La grande riflessione biblica è tutta centrata su questo. Ecco perché, ad esempio, Aldo Moro, quando era prigioniero nella piccola cella allestita per lui dalle brigate rosse che lo tenevano in suo potere, chiese di avere una Bibbia. Ma aveva avuto una lunga formazione per trarre beneficio dai tesori nascosti in quel testo. Dico “nascosti”, perché a molti di quelli che lo prendono in mano appare solo una raccolta di favole. Alla riflessione biblica occorre infatti essere introdotti e guidati. C’è necessità di qualcuno che spieghi. La prima figura che tenta di farlo è il prete, a Messa, e poi c’è il catechista. Sembra strano, data l’importanza della liturgia, ma spesso a Messa ci si distrae. Lo scrittore Bruce Marshall sosteneva che l’effetto di una buona predica dura per non più di dieci minuti in chi la ascolta e circa due minuti in chi la fa. Nella Messa per i più piccoli, allora, il celebrante cerca di coinvolgere l’attenzione dei bambini usando il metodo interattivo, a domande e risposte. Ma il catechista può fare di più.
 All’adulto che ha lasciato faccio osservare che c’è un mondo da salvare. Se condivide quest’idea, significa che empatizza con chi soffre: è sulla buona strada. La nostra fede essenzialmente è, infatti, compassione, o, altrimenti detto, misericordia. Ci sentiamo tutti uniti: questo sentimento nel greco evangelico è detto agàpe, che traduciamo di solito con amore, ma che è sostanzialmente misericordia, compassione. E’ molto importante, perché nella fede crediamo che il Fondamento sia agàpe, è scritto.
1.6
Catechesi civile
(7-10-18)
Nel 2016 l’Azione Cattolica Ragazzi organizzò un movimento tra i suoi aderenti, dall’età di 3 anni a 14 anni, per imparare e mettere in pratica la dottrina sociale, sostanzialmente progettando azioni politiche, ad esempio la gestione di un Comune. All’incontro finale, qui a Roma, venne invitata anche la Sindaca della nostra città, che però non poté venire.
  Si prese come riferimento l’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium.  Ecco come venne presentata l’iniziativa:

« La Chiesa italiana si è sempre interrogata e si lascia ogni giorno interrogare molto dalle sfide dell’annuncio di fede nel mondo, e la Dottrina Sociale della Chiesa è proprio il frutto di una riflessione orientata a leggere il progetto di Dio nella società, nella cultura, nell’economia, nelle nostre vite.
  Gli ambienti quotidianamente abitati, come la famiglia, l’educazione, la scuola, il creato, la città, il lavoro, i poveri e gli emarginati, l’universo digitale e la rete, sono diventati per tutti noi quelle “periferie esistenziali” che  s’impongono all’attenzione della Chiesa italiana quale priorità in cui operare il discernimento e vivere la missione.
  L’Azione Cattolica anche oggi sceglie di fare sue le istanze e le intuizioni profetiche che coglie camminando e stando con la gente alla luce del Vangelo e delle parole del Magistero. È per questo che, in questo tempo così ricco ed entusiasmante, non possiamo non accogliere nuovamente il rinnovato invito che Papa Francesco ha
 rivolto alla Chiesa Italiana durante il Convegno di Firenze . Il Santo Padre ci ha, infatti, detto che : «In ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii Gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese».
(PAPA FRANCESCO, Incontro con i rappresentanti del V Convegno Nazionale
della Chiesa Italiana, Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze,
Martedì 10 novembre 2015)
  Abbiamo così pensato che sarebbe stato bello e importante per la vita delle nostre comunità ecclesiali e civili che anche i più piccoli, i bambini e i ragazzi dell’Acr potessero avere spazi e luoghi per potersi lasciare interpellare “a loro misura” dalle intuizioni che Papa Francesco ha scritto nell’Esortazione apostolica, e che stanno tracciando il cammino delle nostre Chiese locali e della nostra Associazione. Desideriamo infatti che anche loro possano, non solo guardare con occhi grati le loro comunità e accoglierne bellezza, ma possano anche vivere e fare esperienza della Chiesa che sognaPapa Francesco, una Chiesa sempre “in uscita” che vive la sua missione con e per il suo popolo.
  In questo percorso abbiamo allora scelto di lasciarci accompagnare da 5 espressioni dell’Evangelli Gaudium, che crediamo possano illuminare il cammino che i ragazzi vivranno in questo anno. Desideriamo che in questi mesi, durante i quali si impegneranno a sperimentare la grandezza della misericordia di Dio nel loro cammino ordinario, possano comprendere come, a partire dalla famiglia, dalla cura del creato e dalla partecipazione alla vita delle loro città, possano essere guidati dall’orizzonte e dallo stile che questi verbi disegnano.
  Prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare orientano così l’itinerario che i bambini e i ragazzi dell’Acr vivranno e che li aiuterà ad interrogarsi su come possono anche loro ogni giorno costruire una Chiesa bella dove crescere sperimentando la bellezza di essere amati, e per questo lasciarsi condurre dall’amore che non può non portare frutti di bene e di lode. Infatti, come afferma Papa Francesco:
«La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari cheprendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, chefruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr. 1Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva.
  Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13,17). La comunità  evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo.   
  Gli  evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la  loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi».
(PAPA FRANCESCO, Evangelii Gaudium, 24)»

 Quella fu catechesi civile, quella che molto raramente si fa nelle nostre parrocchie e che, invece, si dovrebbe fare, pena l’inutilità della religione. Non ci si deve sorprendere, poi, se non la si fa, che i ragazzi, avvicinandosi all’età adulta abbandonino la religione, e, seguitando, con la religione, anche la fede, che della religione ha bisogno.
  La catechesi che si fa per i più giovani è, per ciò che ne so, di carattere piuttosto intimistico. La religione, sostanzialmente, quando va bene, viene presentata come medicina dell’anima, e per questo scopo serve veramente a poco, perché la fede, quando le si dà via libera,  è sommovimento dell’anima, cambia la gente e la spinge alle cose più strane. Quando  va male, la religione viene presentata come una gabbia etica, in particolare come un rigido sistema di divieti sessuali, contro il quale giustamente i giovani si ribellano.
  Ad alcuni la catechesi civile non sta bene perché, dicono, è fare politica, e hanno perfettamente ragione. Infatti serve per imparare a fare politica, che significa partecipare democraticamente al governo della società. E’ con la politica, con l’associarsi per progettare una società migliore, che si cambia il mondo. La politica è strumento del pensiero sociale ispirato ai valori della fede, del quale fa parte anche la dottrina sociale, quella sua versione che viene diffusa dal Magistero come prescrizione di doveri religiosi. Infatti la dottrina sociale è teologia: spiega quindi qualcosa che è molto importante per la fede. Non bastano i riti, le liturgie. Occorre l’azione sociale. E’ così che la nostra fede ha cambiato il mondo. In meglio o in peggio? In genere siamo stati poco portati all’autocritica. In nome della nostra fede si sono fatte azioni sociali orrende. Si è  iniziato a riconoscerlo francamente nel 2000, durante il Grande Giubileo che si celebrò quell’anno, sotto la guida di san Karol Wojtyla, che regnava in religione come Giovanni Paolo 2°. Ma non siamo andati più in là. Certe cose ce le diciamo sottovoce tra gente che approfondisce, non le proclamiamo al popolo.
  L’Azione Cattolica è stata costituita, per decreto pontificio, proprio perfare politica.
  Di solito si fissa la sua nascita al 1867, quando il conte Mario Fani di Viterbo e Giovanni Acquaderni fondarono a Bologna la Gioventù Cattolica italiana, il cui programma fu diffuso in pubblico  il 4 gennaio 1868.
 Si era in epoca di durissimo scontro politico tra il Papato, il cui regno territoriale nell’Italia centrale era minacciato dai moti nazionalistici italiani, e il Regno d’Italia, fondato nel 1861 sotto la monarchia cattolica dei Savoia, che di quei moti aveva preso la guida.
  In questo clima, nel 1866 a Bologna era stato in precedenza fondato un gruppo denominato Associazione Cattolica Italiana  per la difesa della libertà della Chiesa in Italia. La nascita dell’associazione venne consacrata da un breve  del Pontefice nel quale ne vennero fissati gli scopi. Era presieduta dall’avvocato Giulio Cesare Fangarezzi e tra suoi fondatori aveva Giovanni Battista Casoni. Presto si ebbe la reazione delle autorità di polizia italiane. Venne approvata, relatore Francesco Crispi, una legge eccezionale che stabiliva il domicilio coatto per i sovversivi politici. Fangarezzi dovette rifugiarsi in Svizzera e il Casoni dovette fuggire da Bologna ed entrare in clandestinità, per sfuggire all’arresto. L’associazione si sciolse. Giovanni Acquaderni era schedato come “paolotto” (che all’epoca era sinonimo di bigotto) e “clericale reazionario” dalla polizia italiana. Erano considerati sovversivi politici perché, prima della fine del regno dei Papi a Roma, si opponevano al processo di unificazione nazionale, nell’interesse politico del Papato, e successivamente avrebbero voluto rompere l’unità nazionale restituendo al Papato il regno territoriale su Roma.  Un reato politico molto grave.
  Tuttavia la nostra Azione Cattolica non nacque né nel 1866, né nel 1868, né è l’erede dell’Opera dei Congressi, che organizzò grandi incontri  dell’associazionismo cattolico tra il 1874 e il 1904. Anzi, per così dire, nacque dalle ceneri del precedente associazionismo, in particolare dallo scioglimento dell’Opera dei Congressi per volontà del Pontefice, irritato per le correnti democratico-cristiane che in essa si manifestavano sempre più vivacemente, nonostante la condanna formulata con l’enciclica Le gravi preoccupazioni sociali - Graves de Communi re diffusa nel 1901 dal papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°, lo stesso della prima enciclica della moderna dottrina sociale, la Le Novità - Rerum Novarum, del 1891. La nostra Azione Cattolica fu prefigurata nel 1905 dall’enciclica Il fermo proposito  del papa Giuseppe Sarto, regnante in religione come Pio 10°, proclamato santo nel 1954, e costituita nel 1906 con l’approvazione dei suoi statuti da parte di quel medesimo Papa. Si era nel periodo più buio della persecuzione antimodernista, l’ultima guerra di religione intrapresa dalla Chiesa cattolica. Lo stesso Romolo Murri, prete, tra gli ideatori di una ideologia democratico-cristiana, ne fece le spese, venendo scomunicato nel 1909.
[Traggo le informazioni di cui sopra dal libro di  Gabriele De Rosa,  Il movimento cattolico in Italia. Dalla Restaurazione all’età giolittiana, Laterza, 1979, consultabile solo in biblioteca, in quanto non più in commercio].
  La missione politica dell’Azione Cattolica era chiaramente dimostrata dal fatto che  la nuova organizzazione comprendeva una Unione elettorale, in un’epoca nella quale, per altro, ai cattolici era vietato di partecipare alle elezione politiche nazionali, quindi alla vita democratica del Regno d’Italia. Nel 1913 il divieto fu superato, in concomitanza con l’allargamento del suffragio elettorale (comunque limitato ai cittadini uomini). Nel 1919 venne fondato, da cattolici democratici di ideologia democristiana, il Partito popolare italiano e venne sciolta l’Unione elettorale.
  L’Azione Cattolica venne costituita come strumento politico del Papato, come partito di massa, per contrastare con la forza del numero la politica nazionalista e liberale nel Regno d’Italia e sostenere le pretese territoriali del Papato, che era stato spodestato nel 1870 dal suo piccolo regno territoriale con capitale Roma. Tuttavia venne profondamente trasformata, rispetto alla missione delle origini, dall’azione autonoma dei suoi aderenti, a cominciare da persone come Giuseppe Toniolo e Armida Barelli. Fu una delle principali agenzie culturali per la formazione del popolo alla democrazia, donne comprese, che poterono votare solo dal 1946. Questa azione venne progressivamente limitata negli anni ’30, ai tempi della compromissione del Papato con il regime fascista, per stabilizzare la  conciliazione contrattata nel ‘29 con il Regno d’Italia, con i Patti Lateranensi,  firmati nel palazzo romano del Laterano da Benito Mussolini, per parte italiana quale Presidente del Consiglio dei ministri, e dal cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato, in rappresentanza della Santa Sede. Da quegli accordi venne a noi romani la Città del Vaticano, simulacro del potere territoriale del Papato, con gli Svizzeri, i francobolli, le monete ecc. Tuttavia, anche in quel triste decennio, il tirocinio alla democrazia continuò nelle organizzazioni intellettuali dell’Azione Cattolica, in particolare nella FUCI (gli universitari cattolici) e nei Laureati Cattolici, ispirati da Giovanni Battista Montini, uno dei principali artefici della democrazia italiana, in particolare quale co-autore della serie di radiomessaggi pontifici in tema, tra il 1939 e il 1945.
   L’evoluzione dell’Azione Cattolica fu portata a termine, dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, con il nuovo statuto del 1969, che staccò l’associazione dall’asservimento agli interessi politici del Papato. Questo il vero significato della scelta religiosa. La politica del Papato l’aveva incatenata al sostegno del partito cristiano, la Democrazia Cristiana, della quale costituiva serbatoio di voti e agente formativo. Ciò era avvenuto nel quadro del compromesso che, regnante Eugenio Pacelli - Pio 12°, si era raggiunto con i democratici  cristiani di De Gasperi, Dossetti, Moro, La Pira e Fanfani. L’ideologia del Concilio Vaticano 2° ampliò di molto la missione del laicato cattolico e questo richiese quel processo di liberazione di energie. Ciò avrebbe richiesto una laicizzazione  del partito cristiano, che non si riuscì ad ottenere, pur tentandola negli anni ’80. Questo ne innescò una sua crisi terminale. Ma avrebbe richiesto anche la revisione dell’impegno politico dell’Azione Cattolica, libera di sostenere l’evoluzione dei processi democratici secondo la nuova era che si venne prefigurando nel corso degli anni ’80. Anche in questo si fallì. Non si riuscì a pensare ad un impegno politico che sostituisse quello a sostegno di un partito cristiano. Emersero correnti fondamentaliste e integraliste che trovarono credito presso Wojtyla, profondamente sospettoso verso il socialismo che indubbiamente attraversava le correnti democratico cristiane italiane per la loro  lunga storia insieme ad esso. Si arriva, in definitiva, all’attuale irrilevanza politica del cattolicesimo sociale italiano, al quale nessuna formazione politica rappresentata in parlamento si richiama più.
  Tutto questo si sta manifestando nel bel mezzo di una gravissima crisi della politica democratica in Italia. La democrazia, il cui sostegno era stata la principale ragione per cui i democratici cristiani avevano accettato il sostegno di un Papato uscito piuttosto screditato dal compromesso con il fascismo, è posta seriamente in questione. E si avverte una forte difficoltà della gente di ragionare di politica in termini democratici. Ma, innanzi tutto, proprio di ragionare. Eppure gli strumenti formativi non mancherebbero. All’esortazione apostolica La gioia del Vangelo, si è aggiunta l’enciclica Laudato si’, che contiene una realistica e informata spiegazione dell’origine dei problemi sociali che ci travagliano. Si tratta di documenti che, purtroppo, sono poco conosciuti, per quello che ho constatato, tra gli stessi formatori. Negli anni passati siamo stati abituati ad un profluvio di letteratura pontificia, a cui non si riusciva proprio a tener dietro. Ma  a quei due documenti bisognerebbe proprio fare attenzione.

   Con fatica riusciamo a portare i più piccoli alla Comunione e una minoranza di loro anche alla Cresima. Questo non basta. Occorrerebbe formarli a costituire società animate da spirito di fede, fin  da piccoli. Questo sembra superare le nostre capacità di immaginazione: eppure è appunto quello che l’Azione Cattolica Ragazzi ha tentato nel 2016 e sta ancora facendo. Una catechesi civile.

1.7
La religione come conquista culturale
(9-10-18)

  La religione, intesa come sistema di  credenze nel soprannaturale, riti e stili di vita con essi coerenti, è integralmente una produzione sociale, vale a dire un fatto culturale, studiato dall’antropologia, che osserva come vivono gli esseri umani, dalla sociologia, che si occupa delle dinamiche delle società umane, e dalla psicologia, che studia i processi della nostra mente. La fede, il confidare in un soprannaturale, in ciò che va oltre quello che appare, è invece innata, ma  senza la religione non ha parole per esprimersi.
  La religione, come fatto culturale, viene determinata dalle necessità sociali del momento. La fede vi influisce, ma fino ad un certo punto. Le religioni primitive sono quelle basate sull’osservazione della natura. Ci si trova in balia di essa e la si personalizza, la si pensa opera di dei. Poi si sono le religioni che danno molta importanza al caso, o altrimenti detto alla  fortuna. Qui vicino a Roma, nell’attuale Palestrina, c’era un grande e frequentato santuario dedicato alla  Dea  Fortuna. Più avanti nella storia, le dinamiche sociali furono immaginate come frutto di lotte tra dei. Ogni popolo costituito in nazione con il suo dio. Tutte queste concezioni religiosi hanno una caratteristica comune: sono facili da vivere, frutto di tradizioni molto radicate e quindi sentite un po’ come istintive, e anche di un certo pessimismo in materia di storia umana. Ci si pensa come totalmente nelle mani di capricciose potenze soprannaturali, e soprannaturali in quanto non in nostro dominio. Occorre quindi accattivarsene i favori con riti e sacrifici.
 La nostra religione è molto diversa e si affermò intorno al Mediterraneo, in un processo dei primi tre secoli della nostra era, all’esito di un travaglio culturale durato  circa quattro secoli, gli ultimi dell’era antica, in cui si avvertì l’insufficienza etica delle più antiche religioni. Il veicolo culturale dell’affermazione della nostra fede fu l’ellenismo, la cultura greca diffusa negli ambienti sociali conquistati da Alessandro il grande e dai suoi successori dal  Quarto secolo dell’era antica.
  La caratteristica principale della nostra religione è di pensare un’unione molto stretta tra gli esseri umani, basata su una realtà soprannaturale unica, benigna e molto vicina a ciascuno, tanto da annullare la differenza tra Cielo e Terra.  Non è una religioneistintiva naturale, perché costantemente smentita dalla realtà: pretende, ad esempio, la pace in un mondo travagliato da continue guerre. E’ espressione di una certa insoddisfazione per come vanno le cose nella natura  e nella società: si vorrebbe porre rimedio ai mali che manifestano.  E’ il frutto, quindi, di una conquista culturale, anche se corrisponde ad esigenze molto profonde degli esseri umani, ad una loro fede indubbiamente piantata in loro. Richiede quindi un impegno di approfondimento. Questo è, appunto, ciò che manca tra noi di questi tempi. 
  La capacità di raggiungere quella conquista culturale si ha al termine di un processo di formazione che possiamo ritenere in qualche modo sufficiente alla fine delle scuole superiori. E’ in quel momento che, ad esempio, si hanno le basi per capire alcuni documenti religiosi molto importanti come le Costituzioni Luce per le genti  e La gioia e la speranza del Concilio Vaticano 2°, che, come diceva Giovanni Battista Montini - papa Paolo 6°, sono il catechismo del mondo moderno. I catechismi per le varie età diffusi dalla Conferenza episcopale italiana e da altre istituzioni religiose ne sono versioni semplificate. Il Catechismo della Chiesa Cattolica è, invece, un documento normativo diretto ai teologi, non uno strumento formativo popolare, e richiede un’istruzione a livello universitario per essere capito.
  Purtroppo il nostro sistema di formazione permanente degli adulti alla religione è molto carente, per vari motivi. Non ci sono le forze per reggerlo e, in genere, non si ha nemmeno il tempo e la voglia di parteciparvi. Ci si contenta, così, di una coscienza religiosa un po’ superficiale. La situazione si aggrava molto con il trascorrere degli anni dall’uscita del percorso formativo. Già nei quarantenni è piuttosto seria. I più anziani mantengono solo vari ricordi. Solo chi per professione ha dovuto approfondire tematiche culturali, come gli insegnanti, ne sanno di più.
  Qual è il compito dell’Azione Cattolica di oggi?, mi ha chiesto una signora del nostro gruppo? E’ la realizzazione dei deliberati del Concilio Vaticano 2°, ho risposto senza esitazioni. Una riforma religiosa, quella di quel Concilio,  che comprendeva l’esigenza di una migliore coscienza religiosa. Questo significa darsi, come associati, una disciplina formativa, riprendendo certi testi e discutendone. Ma anche cercare di spiegarli agli altri, dopo averli compresi.
  Non  è possibile una fede irriflessa, istintiva? E’ un inizio, ma non basta. Soprattutto non basta per quel lavoro di cambiare il mondo che è oggi richiesto dalla dottrina sociale come dovere per la persona religiosa. Per produrre cambiamenti, occorre capire e capire in modo affidabile. Questo fu compreso molto bene fin dagli inizi del nostro moderno associazionismo. E’ la ragione per la quale, ad esempio, nel gruppo fondato nell’Ottocento a Viterbo da Mario Fani si istituì una biblioteca popolare e si faceva scuola. Così come la faceva un’altra grande anima della nostra religione: Lorenzo Milani.
1.8
Religione difficile
(17-10-18)
  
  La nostra religione ha avuto problemi negli ultimi cinquant’anni. Antropologi, sociologi e teologi hanno cercato di capirne le cause. Sono coinvolte quelle scienze perché esse riguardano  i modi di vivere e di pensare, le dinamiche della società e le concezioni sul soprannaturale che si sono diffuse. I risultati di questa riflessione non convincono del tutto, ad esempio quando mettono in risalto una certa maggiore incredulità rispetto al passato. I problemi si apprezzano maggiormente nelle realtà di base che ai vertici del potere religioso, dove, in definitiva, può immaginarsi, e non senza ragione, che tutto stia andando un po’ come prima. I costumi curiali e gli ambienti principeschi in cui talvolta si lavora possono favorire questo straniamento dal popolo. Per questo è molto apprezzabile la scelta del Papa regnante di vivere in un appartamento in albergo.  Poteri civili e religiosi continuano, come nei millenni passati, ad accreditarsi a vicenda, anche se in Europa è venuta meno, nel processo di pacificazione europea iniziato dalla metà degli scorsi anni ’40, al termine della Seconda guerra mondiale, la sacralizzazione  del potere civile, che legava  molto più strettamente quest’ultimo al potere religioso e, in genere, alla religione. E’ per quella via che gli europei, nella loro crudele conquista del mondo, poterono pensare di avere il Cielo dalla loro parte e di svolgere una missione religiosa mentre sottomettevano, spesso annientandoli,  altri popoli e altre culture.
  Le antiche religioni non sono finite dopo l’affermarsi della nostra, ma si sono trasformate inculturandola. Le loro credenze sopravvivono in diversi modi nella nostra, ad esempio in molti riti popolari. Questo è stato sfruttato dal potere religioso, in particolare quando, in Europa, e in particolare in Italia, ha avuto problemi con quelli civili e ha cercato di mobilitare le masse in suo soccorso. Si tratta di una religiosità che funziona ancora molto bene e si esprime nella spiritualità di massa dei santuari e delle apparizioni. Durante il Concilio Vaticano 2° si cercò di correggerla. Si volle progettare una formazione religiosa più accurata, più vicina a ciò che è il cardine della nostra fede: se ne parlò come di svolta cristologica.  In questo quadro si propose di fare dell’umanità una sola famiglia come obiettivo religioso. Questo privò di consistenza le ideologie politico-religiose di sacralizzazione che avevano base nazionalistica, quelle che erano l’espressione moderna dell’antica concezione di un popolo legato ad un dio. Tutto questo incise sulla religiosità degli europei, molto basata sulla sacralizzazione dei poteri civili e sulla sopravvivenza culturale di certi elementi delle antiche religioni della natura e della storia a sostegno di essa, per cui si immaginava che venendo meno il dominio degli europei sul mondo, le cose si sarebbero messe molto male. All’origine della spaccatura verticale e durissima tra fazioni religiose in Italia c’è appunto la contrapposizione frontale tra chi vorrebbe tornare all’antico sistema, essenzialmente questa volta in funzione difensiva verso un mondo che assedia l’Europa e chi vorrebbe proseguire sulla via indicata dal Concilio Vaticano 2°.
   I sociologi hanno osservato che il processo di secolarizzazione, vale a dire il minor credito sociale della religione, interessa sostanzialmente solo l’Europa, è un problema essenzialmente europeo. E’ la coscienza degli europei ad essere implicata. Nelle altre parti del mondo va molto diversamente. In un certo senso gli europei non sanno più bene che pensare di se stessi. La religione ancora tra loro prevalente li spinge a farsi interpreti e fautori di una civiltà dell’amore, quella che vorrebbe fare dell’umanità una sola famiglia, ma non capiscono più bene perché dovrebbero farlo, in un mondo in cui si va in tutt’altra direzione e ognuno si fa gli affari propri  e pretende di fare bene così, anche dal punto di vista religioso. Così si avvicinano alla religione se manifesta l’antica religiosità della natura e della storia, quella che prometteva di ammansire le potenze soprannaturali nascoste nella natura o di far prevalere un popolo sugli altri. Ma appena si iniziano a fare i discorsi che i saggi del Concilio vollero che si facessero, in quel nuovo processo formativo, non intendono più. I più anziani, poi, che sono sempre di più tra noi e in particolare nelle realtà religiose di base, quel passaggio culturale, in genere, non l’hanno mai neppure iniziato. Tutto è stato coperto dall’ingenuo papismo introdotto da san Karol Wojtyla al termine degli anni ’70 e dell’ultimo travagliato periodo di  papato del suo predecessore, san Giovanni Battista Montini, che aveva segnato il clamoroso insuccesso del nuovo processo formativo, che, iniziato alla fine degli anni ’60,  apparentemente stava portando alla dispersione del gregge.

1.9
La democrazia come problema religioso per il cambiamento della società
 (13/17-10-18)

1.  Chi ha meno di sessant’anni non ha vissuto consapevolmente i tempi di Giovanni Battista Montini, che regnò in religione come papa Paolo 6° tra il 1963 e il 1978. E molti di quelli più giovani non hanno avuto né il tempo né il desiderio di approfondire. E ancora non li hanno. Vivranno quindi superficialmente le celebrazioni della canonizzazione che si farà oggi e che non riguarderà solo Montini, ma anche Oscar Romero, assassinato in una chiesa, durante la Messa, nel 1980, da arcivescovo di San Salvador, nel piccolo stato centroamericano di El Salvador, al tempo di una repressione fascista: egli seguiva e insegnava una delle versioni della teologia della liberazione, filone di pensiero e d’azione iniziato durante la  conferenza del 1968 del Consiglio Episcopale Latino Americano - CELAM - svoltasi a Medellin, in Colombia, e inaugurata dal papa Paolo 6°. Si tratta di una teologia sostanzialmente scomunicata da san Karol Wojtyla (il quale pure ne fece proprie alcune istanze), che non fece proclamare la santità di Romero, invocata a gran voce dal popolo latino americano. E’ stata riabilitata da Jorge Mario Bergoglio, Papa attualmente regnante, il cui magistero ne va considerato uno dei frutti.
 La teologia della liberazione, che si presenta come il più importante movimento di riforma in linea con gli indirizzi del Concilio Vaticano 2° succeduto a quella grande assemblea di vescovi con il Papa, tenutasi a Roma tra il 1962 e il 1965, partiva dalla compassione per i poveri, coloro che vivevano situazioni economiche e sociali di oppressione e di emarginazione,  dal considerare questa, la povertà reale, come un male anche dal punto di vista religioso frutto di sistemi economici e sociali che potevano essere riformati, e dal concepire l’impegno religioso innanzi tutto come solidarietà, protesta e azione di riforma in favore dei poveri, mediante uno stile di vita personale e comunitario di povertà spirituale, intesa come disponibilità alla volontà divina. Farsi poveri, dunque, vale a dire disponibili a quella volontà, per soccorrere i poveri, gli oppressi ed emarginati, riformando la società, e questo come dovere religioso. Da qui il tema centrale della teologia della liberazione: l’opzione preferenziale per i poveri. Non si tratta però di qualcosa di facoltativo, osservò il teologo Gustavo  Gutiérrez nell’introduzione all’edizione del 1988 del  suo libro del 1971 Teologia della liberazione(edito in traduzione italiana da Queriniana), come se la si potesse fare o non fare come credenti, perché non è facoltativo l’amore che dobbiamo ad ogni persona senza eccezione. Si volle esprimere, con quell’espressione opzione preferenziale per i poveri, il carattere libero e impegnativo della decisione. Perché farsi poveri  per aiutare i poveri sconfiggendo le cause sociali della povertà? Il motivo ultimo, scrisse Gutierrez nel testo che ho citato, non sta nell’analisi sociale di cui facciamo uso, nella nostra compassione umana o nell’esperienza diretta  che possiamo avere della povertà: «[…]  il povero è preferito non perché sia necessariamente migliore degli altri dal punto di vista morale e religioso, ma perché Dio è Dio, Colui per il quale “gli ultimi sono i primi”. Questa affermazione perentoria si scontra con la nostra frequente e angusta maniera di intendere la giustizia, ma è proprio questa preferenza a ricordarci che le vie di Dio non sono le nostre vie (Isaia 55,8)».
  Fu il Concilio Vaticano 2° a indicare la via  per un impegno religioso per cambiare il mondo, in particolare deliberando la Costituzione pastorale La gioia e la speranza - Gaudium et spes,  per il motivo che in religione si insegna autorevolmente che abbiamo un unico Padre e che quindi siamo una sola famiglia, noi, tutta l’umanità, solidali e solleciti verso gli altri come si è in famiglia, come descritto nella prima frase della Costituzione dogmatica di quel concilio Luce per le genti - Lumen gentium:
«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore», questa la frase iniziale della Costituzione La gioia e la speranza.
   In altre parole, secondo quella teologia, per un credente è intollerabile l’esistenza di situazioni di oppressione e di sfruttamento. La via dell’impegno per la riforma sociale è quella di farsi poveri  nel senso di disponibili a seguire veramente la via religiosa, ripudiando ogni compromesso. Questa prospettiva priva di fondamento teologico qualsiasi forma di conciliazione  che comporti l’accettazione dell’oppressione e dello sfruttamento e quindi i tanti modelli di sacralizzazione  dei poteri civili nei quali la Chiesa storicamente si compromise, intendendola come male minore  e in vista di benefici materiali e sociali che la fecero ricca e potente in un mondo di oppressi e sfruttati. E, nei suoi più recenti sviluppi, indica quella della liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento come una via di salvezza  non solo per i poveri in senso materiale, ma per tutti. L’ingiustizia sociale, se non corretta, farà affondare le società intere, non solo la loro parte posta ai margini.
 L’eco di quella concezione è evidente in un documento come l’enciclica Laudato si’,  diffusa nel 2015 da papa Jorge Mario Bergoglio, gesuita latinoamericano, regnante come Francesco in religione.
2. Ci si illudeva che le idee del Concilio Vaticano 2° sarebbero state ben accolte dalle nostre comunità religiose. Parte di esse erano però coinvolte nelle molte sacralizzazioni  politiche attuate nel mondo, in particolare nell’Occidente, tanto permeato dalla nostra fede. Del resto, il dominio degli europei su quasi tutto il resto del mondo si era compiuto secondo la più spettacolare di quelle sacralizzazioni, quella che considerava le stragiste guerre di conquista degli europei come espressione di una missione religiosa evangelizzatrice. Essa fu particolarmente evidente nell’America Latina, caduta sotto il dominio delle monarchie cattoliche  di Spagna e Portogallo.
  Il Concilio Vaticano 2° aprì la via, nei successivi cinque anni a vivacissimi fermenti religiosi che, ad esempio, condussero al nuovo statuto dalla nostra Azione Cattolica, approvato nel 1969 sotto la Presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e, come sopra ho ricordato, al  movimento di riforma prima pensato nella linea della nuova dottrina sociale di quel Concilio e poi   deliberato come parte del Magistero nel 1968  nel corso della conferenza  di Medellin del Consiglio Episcopale Latino Americano. Ma anche a veementi polemiche all’interno della Chiesa tra le fazioni dei riformatori e dei reazionari, che volevano tornare alla conciliazione tra religione e politica attuata sotto il Papato di Eugenio Pacelli - regnante come Pio 12° dal 1938 al 1958. Si temette che la Chiesa potesse sfasciarsi. Il nuovo, ad esempio le nuove liturgie nelle lingue nazionali, era sorprendente, ma si stavano lasciando tante sicurezze del passato: sembrò che mettere la religione nelle mani del popolo, ad esempio facendogliene comprendere i riti, la mettesse in pericolo. Parlare tanto di povertà sembrò che mettesse in pericolo l’ordine sociale che garantiva la sopravvivenza stessa della Chiesa. Ecco quindi che da subito, fin dall’anno in cui il Concilio si chiuse, si cercò di porvi rimedio  correggendo  l’impostazione conciliare e cercando di frenarne gli sviluppi. Nell’articolo di due giorni fa su La Repubblica  Alberto Melloni ha ricordato alcune decisioni in quel senso del papa Paolo 6° e, in particolare, l’impulso alla preparazione di una Legge fondamentale della Chiesa, una vera e propria costituzione come si davano gli stati, che avrebbe corretto  interpretazioni ritenute eccessivamente riformiste della teologia conciliare (i lavori, iniziati nel 1965, nel novembre che precedette la conclusione del Concilio,  e proseguiti negli anni ’70, non ebbero seguito), i tentativi di normalizzazione  dell’Ordine dei Gesuiti, che  staccandosi da una storia generalmente conservatrice e addirittura reazionaria avevano iniziato a procedere velocemente nella via indicato dal Concilio Vaticano 2°, la decisione di convincere l’arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro, uno dei protagonisti di quel Concilio, di lasciare la sua carica, dopo un’omelia contro i bombardamenti statunitensi nella guerra in Vietnam, nel 1968. Ma anche decisioni, e soprattutto azioni, in senso diverso.
  Il papa Paolo 6°  morì nel 1978 angosciato da quella situazione che ho cercato di descrivere. Fu ad un uomo dell’Europa Orientale, rimasta sostanzialmente indenne da quel travaglio perché caduta nel dominio del comunismo ateo di scuola sovietica e dunque libera da certi sensi di colpa degli Occidentali, in quanto immemore del suo passato ma tutta concentrata sul suo difficile presente, che fu affidato il compito di moderare gli influssi riformistici conciliari. A Paolo 6° successe Giovanni Paolo 2°. Il nuovo Papa, forte del suo grande carisma personale, fece ciò che ci si aspettava da lui procedendo ad una estesa  opera di repressione teologica e clericale, tuttavia senza raggiungere gli eccessi di inizio Novecento nella persecuzione del modernismo, e commissionando e approvando il Catechismo della Chiesa Cattolica, deliberato nel 1992 non solo come sussidio ma come documento ideologico normativo. Da oggi saranno santi,  quindi proposti a modello per i credenti, i Papi del Concilio, Giovanni 23° e Paolo 6°, e il Papa che del movimento innescato dal Concilio volle essere moderatore e censore, Giovanni Paolo 2°. Il primo diede l’impulso, l’ultimo cercò di frenare: Paolo 6° espresse tendenze intermedie, desideroso ma anche timoroso del nuovo. Ad un franco sguardo retrospettivo bisogna riconoscere che il governo del papa Giovanni Paolo 2° spense gli aneliti conciliari, silenziandone ma non sopendone del tutto le controversie,  ostacolandone gli sviluppi nel pensiero teologico, conducendo i cattolici italiani, che dal suo influsso furono particolarmente plasmati, in una sorta di stato di incantamento di stasi, che è la nostra condizione attuale, nell’Italia di oggi. Ma anche la via percorsa da Paolo 6° appare insufficiente. Ciò che gli era in parte riuscito durante il Concilio, tenere tutti insieme a prezzo di qualche concessione al passato, non funzionò nella società: non si riuscì ad organizzare dal vertice una via moderata al cambiamento, innanzi tutto cercando di dilazionarlo nel tempo, in modo che fosse assunto a piccole dosi.
   Oggi si celebra la vita di  persone proposte come esemplari in religione, ma è su che cosa vogliamo essere, noi, oggi, che dovremmo riflettere. Perché il dilemma che si presentò negli anni ’70, che tanto travagliarono la vita e il ministero del Montini, riguarda anche noi. Andare avanti o tornare indietro? E a che velocità andare avanti?
  La Chiesa è spaccata verticalmente come allora. Movimenti di impostazione sostanzialmente neofascista reclamano una nuova sacralizzazione  della loro politica. Da soli, più che sventagliare qualche rosario qua e là, non riescono a fare, non gli basta. Hanno bisogno di una teologia e di un magistero compiacenti. Si è diffusa, in Europa, e anche da noi in Italia, una mentalità da assediati. Chi sono gli assedianti? Sono i poveri che si voleva  liberare  e  salvare  secondo gli auspici del Concilio Vaticano 2°, per liberare  e  salvare  tutti, anche quelli che avevano avuto la parte migliore: dall’ingiustizia e dal duro destino che attende gli ingiusti, man mano che la loro ingiustizia si afferma travolgendo le società da cui dipendono anche loro le vite di privilegiati. Si è immemori della cause sociali della povertà, e si getta sui poveri la colpa della povertà. La giustizia viene di nuovo concepita come il dare a ciascuno il suo, ai ricchi la ricchezza, ai poveri il loro triste destino: il problema della povertà, così, ridiventa questione di ordine pubblico, da trattare per le spicce con metodi polizieschi, invece che questione sociale.
  Da che parte stare? Verso dove muoversi?
  La fabbrica dei santi non aiuta, perché ha proposto come esemplari figure di capi religiosi che indicavano vie diverse: Roncalli, Montini, Wojtyla e Romero.
  Rimaniamo con il nostro problema di coscienza. Farsi poveri  o accettare quel tanto di povertà o ingiustizia che ci rende possibile la nostra tranquillità di europei, capitati in una delle società più sviluppate, e quindi più ricche, del mondo? La via originaria del Concilio, espressa dal magistero di Roncalli e Romero, quella attenuata di Montini, quella della stasi, del non più di così,  di Wojtyla. Quanto a quest’ultima, se ne possono vedere i frutti nella Polonia di oggi, alla quale anche parte dell’Italia sembra guardare di nuovo, come negli anni ’80, per trarre esempio.
  La prima cosa da fare è saperne di più, studiare, capire. La conoscenza dei fatti e ideologie della religione è in genere piuttosto superficiale nei più, e questo nonostante l’insegnamento religioso impartito nella scuola pubblica. E, per chi ha meno di sessant’anni, non soccorre il vissuto personale. Le celebrazioni per una canonizzazione non sono il tempo giusto per farlo, ma possono costituirne l’incentivo. Oggi l’agiografia, la celebrazione dei nuovi santi, prevarrà. Al popolo che assisterà sarà assegnato un posto e una parte nel rito, secondo quando scritto nel libretto che sarà messo nelle mani dei presenti. Nulla di più. Ma già attendendo l’inizio della celebrazione, e probabilmente l’attesa sarà lunga, si potrà iniziare a confrontarsi sui temi che ho indicato. E poi bisognerà proseguire dove si vive, innanzi tutto nelle parrocchie, con l’aiuto dei libri giusti, perché certe cose bisogna impararle leggendo, non ci entrano in testa semplicemente acclamando, come si dovrà fare oggi.
3. L’accusa più dura, e più dura perché più vera, alle persone religiose è quella di essersi costruite una divinità, e quindi una religione, a misura dei loro interessi, “un dio tutto loro”. Gran parte del lavoro che si fa da persone religiose è quello di redimersene. E lo si fa facendo spazio agli altri. Questo significa essere missionari.
   Nel lessico di papa Francesco se ne parla come di organizzare un ospedale da campo, che significa farsi carico delle sofferenze altrui. Nello stesso tempo egli tiene a precisare che non si è, in religione, una Onlus, un ente benefico. Quel lavoro che si fa è molto più che filantropia e non basta andare in soccorso di chi è caduto. Bisogna cambiare la macchina sociale che produce i sofferenti. Che cos’è il cambiare il mondo, perché proprio di questo si tratta, se non rivoluzione? E infatti questa parola, che ancora fa tanta paura, ricorre negli scritti del Papa. Ma in un senso molto più radicale da come di solito la si intende, vale a dire il contrapporre violenza a violenza per rivoltare  un certo ordine sociale. Perché la nostra rivoluzione si fa seguendo il nostro Maestro e comporta anche il ripudio della violenza sopraffattrice, di un mondo che si regge sulla violenza. La storia ha dimostrato chiaramente, per chi abbia tempo e modo di studiarla, che nessun ordine che dipenda dalla violenza per instaurarsi e resistere è veramente rivoluzionario: prosegue solo la desolante serie del passato. E’ per questo che il Papa, volendo rendere l’idea di una rivoluzione secondo la nostra fede, ha abbandonato l’immagine del  soldato di Cristo,  tanto  utilizzata nel passato, per ricorrere a quella dell’ospedale allestito in emergenza sui campi di battaglia, l’ospedale da campo, appunto. Si evoca con questo una società che si pensa pacifica, pacificata e pacificatrice e invece è in guerra, molto violenta. Quella che produce gente da buttar viascarti nel lessico del Papa, e che respinge.
 «Il dovere che la Chiesa ha di chinarsi su tutte le ferite dell’umanità e di operare perché nessuno possa risultare uno scarto non le deriva da qualche forma di neutrale filantropia: è esigenza del Vangelo della misericordia, che è chiamata ad annunciare.
 Esso, proprio perché è annuncio del cuore di Dio che si china sulle miserie -compreso il peccato e ogni divisione  degli uomini tra loro- non può essere ridotto  all’individuale rapporto del singolo con Dio o a qualcosa che rimandi ad un aldilà che nulla avrebbe a che fare con l’aldiqua di una vita, spesso misera degli uomini. Il Papa lo chiarifica mettendo in evidenza la portata sociale dell’evangelizzazione, rilevando che il Vangelo implica il regnare di Dio nel mondo, permettendo così che la vita sociale diventi “uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti”»
[da: Roberto Repole, Il sogno di una Chiesa evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, Libreria Editrice Vaticana, 2017, pag.87-88].
   Quell’idea di evangelizzazione, oggi come negli anni ’60 quando cominciò a  diffondersi, è ai tempi nostri duramente contestata da ogni tipo di reazionari, quelli che vorrebbero che si tornasse come si era prima. Si reclama a gran voce una religione che torni a sacralizzare  le società degli europei così come sono, violente e ingiuste come sono,  a ridar loro  sovranità  non solo sui corpi ma anche sulle anime. C’è nostalgia, insomma, di quando c’era un dio tutto nostro. Perché c’è stato, indubbiamente. E noi europei ne abbiamo anche fatta evangelizzazione, lo abbiamo addirittura imposto con la violenza, distruggendo le culture altrui per insediarlo al loro posto. Prima di ricominciare, noi stessi, a rievangelizzarci alla sequela del vero Maestro.
 4. L'apporto più importante del Montini fu, credo, la sua azione per lo sviluppo della democrazia avanzata, piena di grandi valori umanitari, da realizzarsi con un'intensa opera di formazione popolare guidata da persone colte e competenti.  
 Un intento che inizia a manifestarsi fin dal libretto Coscienza universitaria, del 1930, durante il suo ministero di Assistente generale della Fuci - l'organizzazione degli universitari cattolici, che all'epoca era inquadrata nell'Azione Cattolica - nel quale si legge:
«[...] tocca a noi fare dell'intelligenza un mezzo di unità sociale; tocca a noi rendere la verità tramite della comunicazione tra gli uomini, tocca a noi diffondere "l'unità di pensiero". [...] è una delle speranze del mondo moderno, pur tanto traviato, questa tensione immensa  verso la unificazione del genere umano, e sarà forse è [...] l'opera buona [...] perché darà, come l'unità del mondo romano lo diede al primo cristianesimo, il mezzo per riunire tutti i figli della terra in un solo nome  e in una sola famiglia.
   Ma è pur vero che questo non è voluto e non è capito. Quelli stessi che adesso parlano di "unità sociale" sono spesso tanto convinti che il pensiero sia contro tale unità, che dicono di voler prescindere  da ogni ideologia; e credono di eliminare  così l'ostacolo, altrimenti insuperabile, per un'effettiva e concreta compaginazione collettiva di coscienze e di opere. [...] Ciascuno deve avere una visione propria [...] si pretende che ognuno [...] debba inventarsi una sua soluzione dei problemi fondamentali del sapere [...[ Vale a dire che l'intelligenza è educata in modo da dividere  e differenziare gli uomini fra loro. [...] com'è facile ascoltare discorsi pronunciati con la più inamidata solennità, press'a poco così "E' questione di principi: ciascuno ha i suoi; ed è impossibile andare d'accordo sui principi. Ciascuno conserva le sue idee. Piuttosto possiamo essere d'accordo per via di fatto; non  in teoria, ma in pratica; nel campo degli affari. Questi sì, sono di tutti, perché non sono opinioni". [...] E così che le forze, a cui è affidato il provvidenziale compito di affratellare i popoli fra loro, non sono quelle redentrici e santificatrici dello spirito, ma sono quelle economiche, quelle del progresso esteriore, quelle immensamente pesanti della materia, che da un momento all'altro possono trasformare in schiavitù spietata, o in ribellione violenta, la società che son riuscite a creare tra gli uomini.
[...]
 E' perché crediamo al fondamento oggettivo della verità che abbiamo fiducia di incontrare in essa, come in un unico punto di riferimento, le menti che vanno cercandola o che l'anno trovata. [...] E' sui principi che avviene l'accordo. [...] E' così che avere un pensiero, una dottrina, un'ideologia non è ostacolo alle formazioni collettive, ma diventa una necessità, e costituisce allo stesso tempo la garanzia più stabile degli organismi sociali e la semplificazione più benefica  liberatrice delle pesantezze burocratiche e autoritarie. [...] E' il regno della carità umana. [...] E ciò che accresce l'ammirazione di tanto fenomeno si è che tale coincidenza di pensiero non è ottenuta per via di contratto, di rinuncia, o di compromesso con cui gli associati transigono fra di loro su una porzione dei propri diritti spirituali e cercano con il tributo così estorto di costituire un patrimonio comune di credenze e di pensiero, come capitale indispensabile per realizzare una qualsiasi convivenza [...] Noi siamo universitari. Noi siamo cristiani, Noi siamo cioè i ricercatori dell'universalità  e dell'unità. Noi siamo giovani, e perciò viviamo ciò che pensiamo. Spetta a noi quindi nella scuola e nella vita preparare la società delle intelligenze e della comunione dei santi».
 Quindi poi: inculturare la politica con i valori fondamentali mediante lo strumento della democrazia, e quindi creare, e prima di tutto pensare, una nuova democrazia piena di quei valori. Da questo pensiero non è nata solo la nuova democrazia italiana, ma anche la nostra nuova Europa. Un'opera epocale e, purtroppo, ai tempi nostri misconosciuta, oltre che semplicemente ignorata. Ne troviamo tracce importanti nei radiomessaggi diffusi tra il 1939 e il 1945 sotto l'autorità di Eugenio Pacelli - papa Pio 12°, ma scritti con l'importante contributo del Montini, che ho pubblicato qualche giorno fa, e in  documenti come l'enciclica Lo sviluppo dei popoli - Populorum progressio  del 1967 e la lettera apostolica  L'ottantesimo anniversario [dalla pubblicazione dell'enclicica Le novità - Rerum Novarum, del papa Vicenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°] Octogesima adveniens, del 1971.
  Il papa Paolo 6° fu molto avversato in vita, da  reazionari e progressisti, e molto diffamato poi. Da ragazzi, noi giovani di allora, lo sentimmo sempre più vicino mentre si avvicinava per lui la fine, nei tristi anni '70, sorprendendoci con la sua umanità. Ma io lo compresi veramente  solo molti anni dopo, quando ebbi la maturità sufficiente. Iniziai a capirlo, però, quando lo sentii pronunciare, a San Giovanni in Laterano, la dolente preghiera alla Messa funebre per Aldo Moro, il 13 maggio 1978:
  «Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce.
  E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui.
  Fa’, o Dio, Padre di misericordia, che non sia interrotta la comunione che, pur nelle tenebre della morte, ancora intercede tra i Defunti da questa esistenza temporale e noi tuttora viventi in questa giornata di un sole che inesorabilmente tramonta. Non è vano il programma del nostro essere di redenti: la nostra carne risorgerà, la nostra vita sarà eterna ! Oh! che la nostra fede pareggi fin d’ora questa promessa realtà. Aldo e tutti i viventi in Cristo, beati nell’infinito Iddio, noi li rivedremo!
  E intanto, o Signore, fa’ che, placato dalla virtù della tua Croce, il nostro cuore sappia perdonare l’oltraggio ingiusto e mortale inflitto a questo Uomo carissimo e a quelli che hanno subito la medesima sorte crudele; fa’ che noi tutti raccogliamo nel puro sudario della sua nobile memoria l’eredità superstite della sua diritta coscienza, del suo esempio umano e cordiale, della sua dedizione alla redenzione civile e spirituale della diletta Nazione italiana!».
 Ecco, sintetizzata con le sue stesse parole, la ragione della grandezza di Montini: aver suscitato, in tempi bui, e contribuito in maniera determinante a realizzare, con i suoi amici, in uno spettacolare lavoro collettivo, la redenzione civile e spirituale della Nazione italiana, da lui e dai suoi amici "diletta"  mediante l’azione democraticaUn'opera patriottica, quindi, a vera chiusura della Questione romana, e nello stesso tempo europea  e mondiale, universalistica, perché espressione di un'ideologia con caratteristiche universalistiche, tesa a fare di tutta l'umanità un'unica famiglia, a superamento dello stragista sovranismo  del fascismo  storico.
  La democrazia come fattore di unità delle masse (non solo di ceti privilegiati) sui valori, non quindi  fonte di divisione sociale secondo l’opinione dei reazionari di sempre, i quali preferirebbero trascinare le masse al seguito di un capo indiscutibile. Un mondo veramente nuovo, come mai c’era stato nel passato,
  E mi risuonano sempre dentro le sue accorate parole la mattina di Pasqua, rimandate da radio e televisione: "Cristo è risorto! E' veramente risorto!". L'annuncio che un mondo diverso è veramente  possibile.

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2
Azione Cattolica è azione nella società democratica
(26 settembre 2012)

 Le associazioni e i movimenti ecclesiali hanno sempre qualcosa che è comune a tutti e qualcos’altro che è peculiare di ciascuno di essi. Qual è lo specifico dell’Azione Cattolica?
 L’Azione Cattolica nasce nel Novecento per confrontarsi con le democrazie popolari di massa da persone di fede. Essa venne costituita dal papato, quindi dall’autorità ecclesiale, sulla base di un vivace movimento sorto tra il laici cattolici italiani nel corso dell’Ottocento. L’ “azione” che c’è nella sua denominazione è dunque essenzialmente quella nella società.
 Si tratta di un’associazione di laici convinti della propria fede e persuasi che democrazia ed esperienza religiosa non siano in antitesi. L’idea fondamentale alla base dell’esperienza associativa è che i valori della fede possano plasmare la società civile attraverso l’opera di laici che cooperano democraticamente con le altre forze sociali, in un contesto istituzionale democratico. L’Azione Cattolica non ha scopi puramente difensivi degli interessi della Chiesa come istituzione, né è volta ad assoggettare la società civile al governo dell’autorità ecclesiastica. Non mira a ritornare ai tempi passati, non è quindi una forza reazionaria. E’ non è nemmeno una forza conservatrice, perché, in particolare dopo il Concilio Vaticano 2°, è impegnata nella riforma sociale secondo gli ideali evangelici: in questo senso è un movimento che punta a un miglioramento, quindi a un progresso, della società civile.
  Nell’esperienza di Azione Cattolica è molto importante l’approfondimento delle verità di fede come parte di una spiritualità che cerca un’adesione consapevole e informata alla religione professata. E tuttavia quello in Azione Cattolica è un impegno che presuppone una formazione catechistica precedente. Non è quindi caratterizzata da un percorso di iniziazione religiosa. Si entra già persuasi della propria fede.
 Gli associati nell’Azione Cattolica partecipano alle attività liturgiche e di formazione della Chiesa, ma ciò che caratterizza veramente il loro impegno, quello che è loro peculiare, è l’impegno collettivo e individuale nella società in cui vivono da laici, con piena cittadinanza. L’Azione Cattolica non è quindi un’aggregazione che vuole costituire un’alternativa a quel tipo di impegno, un mondo chiuso in sé stesso dove sviluppare la propria socialità e la propria personalità. I momenti di incontro che si hanno nell’associazione sono diretti a migliorare l’azione nella società che c’è fuori, in cui gli aderenti vivono, da laici, nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella politica.
 Detto ciò, è chiaro che nei gruppi spesso si sperimenta una certa distanza tra gli ideali associativi e la realtà particolare. Accade anche a noi, in San Clemente Papa?
 L’età media del nostro gruppo è piuttosto alta: in che cosa ci differenziamo da un “gruppo anziani”?
 Giovani e anziani possiamo riscoprire di avere tra noi, nella nostra esperienza associativa, un tesoro prezioso da preservare, che è quel modo di impegno nella società, da gente di fede, di cui dicevo. Qualcosa che ci è proprio e che non ha attualmente sostitutivi. Qualcosa che è ancora necessario alla Chiesa di oggi.

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3
Agire da gente di fede nella società democratica di oggi
(29 settembre 2012)

 In una società ordinata democraticamente le moltitudini dei cittadini hanno la possibilità di influire di più sul corso delle cose. E ci sono valori da definire, perché, quando si comanda in molti, bisogna trovare un accordo per rispettarsi a vicenda e poi su quello che deve essere fatto e su come farlo, e infine per stabilire come si forma la volontà di tutti, che necessariamente deve, alla fine, essere unitaria. In una monarchia assoluta, come ce ne sono state in passato e come  ce ne sono ancora (poche, non so se si arriverebbe a cinque volendo fare l’inventario), è diverso.  Decide uno solo, o meglio, spesso, decide la famiglia reale o la corte che ruota intorno ad essa e gli altri devono attuare, con una discrezionalità più o meno ampia. Come una volta si provvedeva a istruire e formare i giovani rampolli delle famiglie regnanti, così ora questo lavoro si fa su più larga scala, perché vanno formate all’esercizio della sovranità le masse dei cittadini. Il sistema dell’istruzione pubblica serve anche a questo.
 L’avvento, dalla fine del Settecento, delle democrazie, non è stato indolore per la Chiesa cattolica, mentre non vi sono stati problemi per altre Chiese cristiane, come quelle che sorressero fin dagli inizi le idealità del nuovo stato federale uscito dalla rivoluzione nordamericana contro il Regno Unito (“In God we trust – Confidiamo in Dio”  fu ed è uno dei suoi motti). Quale ne è stata la ragione? Il problema è che la Chiesa cattolica era (ed è ancora) ordinata come una monarchia assoluta. E una di quelle monarchie assolute contemporanee di cui dicevo l’abbiamo proprio qui a Roma ed è la Città del Vaticano, che la Santa Sede ha ordinato come un vero e proprio stato, con una propria costituzione, propri uffici e servizi amministrativi e giudiziari, una propria polizia e un piccolo (ma molto motivato) esercito.
 Con l’avvento, in Europa, delle democrazie, i cattolici, laici e clero, si posero il problema di come e su che basi influire in esse. I Papi, nell’Ottocento e fino a metà del Novecento, considerarono con preoccupazione la politica democratica. Una pronuncia in questo senso la troviamo ancora agli inizi del Novecento, rispondendo a che pretendeva di conciliare democrazia e valori esplicitamente cristiani. Diciamo così i Papi che non si fidavano tanto dei nuovi “sovrani”, delle masse elevate alla cittadinanza, anche se anche gli antichi monarchi assoluti avevano dato problemi. In Italia le cose furono complicate dalle caratteristiche specifiche del nostro processo di unificazione nazionale che, per il fatto che il Papa era sovrano temporale nel Centro Italia, e soprattutto possedeva Roma, si svolse anche “contro” la Santa Sede, il cui stato, ad un certo punto, fu  invaso militarmente, con morti e feriti (Nella Chiesa di San Luigi dei Francesi una lapide li commemora). La prima presa di posizione pubblica di un Papa che in cui fu dichiarato che la democrazia il regime politico preferibile risale al 1944 (radiomessaggio natalizio del Papa Pio XII): la trovate sul WEB al seguente indirizzo:
http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale_it.html
  La riflessione della Chiesa sui problemi creati dall’avvento delle democrazie e sulle opportunità determinate dall’elevazione di moltitudini alla sovranità, con piena cittadinanza, si è espressa in quel vasto corpo di insegnamenti che va sotto il nome di “dottrina sociale della Chiesa” e che si suole far partire dall’enciclica Rerum Novarum, del 1891, del Papa Leone 13°. La trovate sul WEB a questo indirizzo:
http://www.vatican.va/holy_father//leo_xiii/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_15051891_rerum-novarum_it.html
  Gli insegnamenti i questa materia vengono promulgati con autorità dai pontefici e dai vescovi, ma hanno sempre avuto l’ampia collaborazione dei laici nella loro ideazione e, più di recente, anche nella loro formulazione. Infatti, quando si deve trattare del mondo fuori dei templi, quello che nel gergo ecclesiale viene definito “il temporale”, gli specialisti sono, in fondo, i laici. Questo è stato riconosciuto formalmente in alcuni importanti documenti normativi del Concilio Vaticano 2°, ma era già una realtà anche prima.
 Oggi la dottrina sociale della Chiesa cattolica comprende un corpo veramente molto esteso, tanto che se ne è fatto un compendio, una sorta di testo unico, che sintetizza dichiarazioni solenni che si sono avute in un arco temporale ormai più che centenario.  Lo trovate sul WEB a questo indirizzo:
http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20060526_compendio-dott-soc_it.html
 Come risulta da quello che ho scritto prima, il ruolo dei laici, per quanto riguarda l’azione nel sociale negli ordinamenti democratici, è primario e comprende anche la fase ideativa. Non si tratta solo di eseguire decisioni prese da altri. Il Papa e i vescovi ci chiedono espressamente di collaborare con loro a capire i tempi in cui viviamo. Mi fece molto impressione, quando il mio gruppo F.U.C.I. (gli universitari cattolici) venne ricevuto dal cardinal Vicario Poletti), sentire che il mio vescovo dichiarava che noi giovani eravamo i suoi occhi e le sue orecchie nell’Università. Me ne sentii lusingato ma mi resi anche conto della mia insufficienza. I tempi nuovi richiedono un impegno maggiore di noi laici: non possiamo limitarci a farci trascinare da un clero eroico.
 E il lavoro nella società richiede soprattutto un impegno continuo. Le cose non possono essere pensate una volta per tutte. La dottrina “sociale” della Chiesa, a differenza di quella “teologica”,  è infatti soggetta necessariamente a continui aggiornamenti, perché i nuovi problemi, in particolare nel mondo contemporaneo, si producono continuamente. Ma su certe cose è necessario riflettere insieme. Nessuno, come scrisse Hannah Arendt, da solo, senza compagni, arriva ad avere una visione sufficientemente completa delle cose. Questa  è appunto una delle ragioni per associarsi nell’Azione Cattolica: dare continuità all’impegno di fede nella società civile democratica e vedere le cose da più punti di vista.

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4
Libertà e democrazia come esperienze collettive di elevazione delle moltitudini alla piena cittadinanza. Esse contrastano con la nostra esperienza religiosa?
(30 settembre 2012)


  Da Strada verso la libertà di Paolo Giuntella, Paoline Editoriale Libri, 2004, a pag.36 (ancora disponibile in commercio ad € 12,00) :
“…presentare  una verità che  vi farà liberi  come una religione repressiva è quanto di meno evangelico si possa immaginare. I tarli dell’integralismo e della mentalità normativa possono ridurre il Vangelo in polvere. No. Tutto al contrario di quello che dicono i detrattori, il cristianesimo è una grande esperienza di liberazione interiore. Le Beatitudini sono scritte in positivo, indicano un modello, una strada: ‘Beati…’. Un’esclamazione di gioia, una speranza. Il comandamento cardine del Nuovo Testamento, l’amore, indica la forza d’amare, non la forza di non fare. A me piace usare l’espressione di Martin Luther King, la forza d’amare  (che è poi una delle possibilità di tradurre il vocabolo indiano non violenza; l’altra è la forza della verità), proprio perché c’è una proiezione dell’amore in fare, in azione, in forza, appunto, e non in sdolcinatezza, in sentimentalismo. Dunque amore come energia creativa, come forza della creatività, come costruire, tessere, unire: una coppia di innamorati, un gruppo di persone (una comunità), un popolo, il genere umano”.
  Quando, in occasione di incontri religiosi, si affronta il tema della libertà, molte volte si comincia con l'elencarne i danni, si prosegue con il fissarne limiti precisi e si conclude che la vera libertà sta nel decidere liberamente di obbedire. Non è così? Questa impostazione crea qualche problema nel trattare dell’esperienza religiosa nelle società ordinate come democrazie di popolo e, in particolare, per stabilire se democrazia e religione possano andare d’accordo. Un argomento in contrario viene tratto dal fatto che, pur se oggi riconosce che la democrazia è il regime politico preferibile per la società civile, la nostra Chiesa al suo interno non è  ordinata democraticamente e non vuole esserlo.
 La libertà di tutti, dei popoli interi, è uno degli aneliti fondamentali delle democrazie moderne e, in particolare, delle democrazie di popolo contemporanee, che si propongono di elevare alla piena cittadinanza le masse, senza distinzione tra le persone che le compongono.
 E’ scritto nell’art.3, 2° comma,  della nostra Costituzione, legge fondamentale della Repubblica italiana:
“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione  politica, economica e sociale del Paese”.
 In questa norma è chiaramente espresso l’impegno democratico, che in Italia è un obbligo di legge per tutti, di elevazione delle moltitudini alla piena cittadinanza, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, che è come dire alla sovranità comune. Un bel rovesciamento di prospettiva rispetto, ad esempio, alla condizione degli ultimi nelle monarchie feudali, nelle quali il potere emanava dall’alto, e poi veniva, come dire, delegato in parte a persone inserite in diverse posizioni decrescenti di una scala gerarchica in cui, più in basso di tutti, c’erano moltitudini fatte di chi non contava nulla ed era semplicemente dominato da quelli che stavano sopra!
 In una preghiera di origine evangelica che recitiamo ogni giorno nella liturgia delle Ore, ai Vespri, il Magnificat, c’è qualcosa che richiama quell’idea. In greco fa kazèilen dinàsta apò trònon/ kài ùpsosen tapinùs, che viene tradotto nella Bibbia CEI 2010 con ha rovesciato i potenti dai troni/ha innalzato gli umili. La diversità di questa concezione rispetto a quella democratica sta nel fatto che in quella biblica il risultato è soprannaturale mentre nell’altra è prodotto da un’azione collettiva e consapevole, da una rivoluzione, dal basso. Rivoluzione ha significato spesso violenza tra le persone e per questo motivo la Chiesa cattolica, tanto più in quanto storicamente, fin dalla rivoluzione francese della fine del Settecento, ha fatto le spese di simili moti, ha posto un’obiezione morale contro di essa. E tuttavia in un ordinamento democratico contemporaneo certi cambiamenti, certe riforme anche radicali, possono essere attuati senza violenza, anzi questa è una delle caratteristica salienti dei regimi politici di questo tipo. Ciò avviene perché, nella concezione contemporanea, la democrazia integra in sé anche un sistema molto esteso di valori, che viene definito come quello dei diritti umani: non è fatta solo della regola per la quale decide la  maggioranza. Molte cose sono infatti sottratte all’arbitrio delle maggioranze. Ad esempio il principio supremo dell’uguaglianza tra le persone umane. Ed è proprio per questo che ai tempi nostri l’azione democratica costituisce un’opportunità importante anche per chi abbia una concezione religiosa della vita e, in base ad essa, ritenga che le società umane di oggi possano essere migliorate. Uno dei più importanti auspici che troviamo nella dottrina sociale della Chiesa espressa dal Concilio Vaticano 2° in poi è quello che i laici cattolici, cooperando con altre formazioni nella società civile, riescano a introdurre nei principi fondamentali degli ordinamenti democratici valori tratti dalle idee religiose, mediati, quindi, come dire, tradotti in modo che possano essere compresi e accolti anche al di fuori della Chiesa, con l’impiego del discorso razionale e della cultura nel dialogo con le altre componenti della società. Per riunire intorno ad essa le forze sociali, i popoli e, al limite, l’intero genere umano, come scrisse Giuntella. Questo  lavoro è centrale in Azione Cattolica. Esso non è altro che l’espressione della missione della Chiesa nel mondo, tra le genti.

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Fede religiosa, uguaglianza e democrazia:  relazioni in veloce evoluzione
(1 ottobre 2012)

dal Catechismo della Chiesa cattolica (1992)  n.1934 e 1935 (nella Parte terza: La vita in Cristo; Sezione seconda: La vocazione dell’uomo: la vita nello spirito; Capitolo secondo: La comunità umana; articolo 3: La giustizia sociale; paragrafo 2°: Uguaglianza e differenze tra gli uomini:
1934. Tutti gli uomini, creati ad immagine dell’unico Dio e dotati di una medesima anima razionale, hanno la stessa natura e la stessa origine. Redenti dal sacrificio di Cristo, tutti sono chiamati a partecipare della medesima beatitudine divina: tutti, quindi, godono di una eguale dignità.
1935. L’uguaglianza tra gli uomini poggia essenzialmente sulla loro dignità personale e si diritti che ne derivano:
“Ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali della persona  […] in ragione di sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio” [dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano 2°, 29],
 Dunque il principio dell’uguaglianza universale degli esseri umani, fondamento delle democrazie popolari contemporanee, è oggi legge anche della Chiesa cattolica, in quanto sancito dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), e dal Catechismo della chiesa cattolica, il quale è molto di più di un semplice sussidio per l’iniziazione religiosa, ma è anche un documento normativo, promulgato dal papa Giovanni Paolo 2° con la Costituzione Apostolica Fidei depositum,  dell’11 ottobre 1992 (alcune modifiche furono apportate in occasione della pubblicazione dell’edizione tipica latina, il 15 agosto 1997).
 La formulazione di quell’ideale di uguaglianza sociale che troviamo nella Gaudium et spes  è simile a quella che si legge nell’art.3, comma 1° della nostra Costituzione (deliberata dall’Assemblea costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1948), la cui elaborazione iniziò durante i lavori della prima sottocommissione della Commissione per la Costituzione dell’Assemblea costituente (luglio 1946 – gennaio 1948) in cui i cattolici erano ben rappresentati, in particolare dai democristiani Umberto Tupini, che la presiedeva, Giorgio La Pira (al quale si deve la formulazione dell’art.2 della Costituzione), Giuseppe Dossetti, Aldo Moro e Camillo Corsanego. E sostanzialmente essa richiama l’analoga formulazione che troviamo nell’art.2, 1° comma, della  Dichiarazione  Universale dei Diritti dell’Uomo (approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10-12-1948):
1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
 Ora, vi propongo un lavoro comune, perché, in tutta sincerità non ho la sapienza necessaria per fare asserzioni sicure sul tema: cercate nella storia ormai bimillenaria della nostra Chiesa dichiarazioni normative (atti dei papi, dei concili, dei vescovi)  analoghe a quella che trascrivo nuovamente, della Gaudium et spes, in materia di uguaglianza: “Ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali della persona  […] in ragione di sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio”.
 Vi sarò grato se mi farete conoscere il risultato della vostra ricerca.
 Intanto ricordo che il 12 marzo del 2000, durante il Grande Giubileo dell’anno 2000, il papa Giovanni Paolo 2° presiedette una solenne liturgia penitenziale denominata Preghiera universale – Confessione delle colpe e richiesta di perdono, che comprese la seguente parte:
[…]
VI. CONFESSIONE DEI PECCATI CHE HANNO FERITO LA DIGNITÀ DELLA DONNA E L'UNITÀ DEL GENERE UMANO 
Un Rappresentante della Curia Romana: 
Preghiamo per tutti quelli che sono stati offesi
nella loro dignità umana e i cui diritti sono stati conculcati;
preghiamo per le donne troppo spesso umiliate ed emarginate,
e riconosciamo le forme di acquiescenza
di cui anche cristiani si sono resi colpevoli. 
Preghiera in silenzio. 
II Santo Padre: 
Signore Dio, nostro Padre,
tu hai creato l'essere umano, l'uomo e la donna,
a tua immagine e somiglianza
e hai voluto la diversità dei popoli
nell'unità della famiglia umana;
a volte, tuttavia, l'uguaglianza dei tuoi figli non è stata riconosciuta,
ed i cristiani si sono resi colpevoli di atteggiamenti
di emarginazione e di esclusione,
acconsentendo a discriminazioni
a motivo della razza e dell'etnia diversa.
Perdonaci e accordaci la grazia di guarire le ferite
ancora presenti nella tua comunità a causa del peccato,
in modo che tutti ci sentiamo tuoi figli.
Per Cristo nostro Signore. 
R. Amen. 
R. Kyrie, eleison; Kyrie, eleison; Kyrie, eleison. 
Viene accesa una lampada davanti al Crocifisso. 
Orazione conclusiva 
Il Santo Padre: 
O Padre misericordioso,
tuo Figlio Gesù Cristo, giudice dei vivi e dei morti,
nell'umiltà della prima venuta
ha riscattato l'umanità dal peccato
e nel suo glorioso ritorno chiederà conto di ogni colpa:
ai nostri padri, ai nostri fratelli e a noi tuoi servi,
che mossi dallo Spirito Santo
ritorniamo a te pentiti con tutto il cuore,
concedi la tua misericordia e la remissione dei peccati.
Per Cristo nostro Signore.
R. Amen.
Il Santo Padre in segno di penitenza e di venerazione abbraccia e bacia il Crocifisso.
 BENEDIZIONE E INVIO
12 marzo 2000

Il Santo Padre:
Il Signore sia con voi.
E con il tuo spirito.
Vi benedica il Padre che ci ha generati alla vita eterna.
Amen.
Vi benedica il Cristo che ci ha fatti suoi fratelli.
Amen.
Vi benedica lo Spirito Santo che dimora nel tempio dei nostri cuori.
Amen.
Vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo.
Amen.

Fratelli e sorelle,
questa liturgia che ha celebrato la misericordia del Signore
e ha voluto purificare la memoria
del cammino dei cristiani nei secoli
susciti in tutta la Chiesa e in ciascuno di noi
un impegno di fedeltà al messaggio perenne del Vangelo:
mai più contraddizioni alla carità nel servizio della verità,
mai più gesti contro la comunione della Chiesa,
mai più offese verso qualsiasi popolo,
mai più ricorsi alla logica della violenza,
mai più discriminazioni, esclusioni, oppressioni,
disprezzo dei poveri e degli ultimi.
E il Signore con la sua grazia
porti a compimento il nostro proposito
e ci conduca tutti insieme alla vita eterna.
Amen.

  La proclamazione dell’uguaglianza universale degli esseri umani è oggi quindi parte della dottrina sociale della Chiesa, un principio promulgato con la massima autorità: quella di un Concilio ecumenico e di un papa. Il papa Giovanni Paolo 2°,  con le parole pronunciate nel 2000 al termine della preghiera universale di confessione delle colpe e richiesta di perdono ha anche assegnato a tutti noi fedeli, e in particolare a noi laici  che operiamo nel “temporale”, cioè al di fuori della sfera liturgica di competenza canonica dell’autorità ecclesiastica e del clero,  un compito molto chiaro, da svolgere con determinazione e senza cedimenti  o arretramenti (“mai più…”), anche in materia di realizzazione dell’uguaglianza sociale universale.
 C’è ancora molto da fare, sia dal punto di vista pratico che da quello teorico, ideativo. Ma molto indubbiamente è stato fatto.
 Considerate ad esempio quante volte nel Catechismo della Chiesa cattolica (1992 – 1997) ricorre il tema dell’uguaglianza. E’ una ricerca che possiamo fare agevolmente mediante l’indice tematico. Dunque il termine ricorre cinque volte ai numeri:
         n.369: riguarda l’uguaglianza tra uomo e donna;
n.872: non riguarda l’uguaglianza nella società civile, ma il contributo all’edificazione del Corpo di Cristo, quindi alla missione della Chiesa;
         n.1935 (sopra citato)
         n.2273: se ne parla con riguardo ai diritti del nascituro;
n.2377: se ne parla con riferimento alle pratiche di inseminazione e fecondazione artificiali omologhe.
In sostanza il tema dell’uguaglianza è considerato nel senso a cui vi si riferiva il citato brano della Gaudium et spes solo nel n.1935, poche righe.
 Molto di più vi è nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, pubblicato nel giugno 2004, che raccoglie precedenti dichiarazioni del magistero dei pontefici e dei concili. Si tratta di uno strumento molto utile per avere una visione d’insieme e coordinata dei temi in esso trattati, tra i quali, appunto, quello dell’uguaglianza e soprattutto per collegare certe importanti affermazioni alle fonti da dove derivano.
 1965 – 1992 – 1997 – 2000 – 2004: mi pare che si possa rilevare una veloce (tenendo conto dei tempi occorrenti solitamente nelle cose di religione) evoluzione della concezione delle relazioni della nostra fede con i temi dell’uguaglianza sociale e, conseguentemente, della democrazia che anche su di essa di fonda.


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6
La libertà come opportunità religiosa in democrazia
(1 ottobre 2012)

Il nuovo colosso

Non come lo sfacciato gigante di bronzo della gloria greca,
piantato a soggiogare la terra da un confine all’altro,
qui sulle rive della terra d’Occidente si ergerà
una donna potente con una torcia, la cui fiamma
racchiude il fulmine, e il suo nome è
Madre degli Esuli. Dal faro che ha in mano
lampeggia il benvenuto a genti di tutto il mondo;
gli occhi suoi dolci dominano il ponte sospeso
che unisce due quartieri della città.
 “Tenetevi pure, terre antiche, il vostro fasto leggendario!” ella grida
con labbra silenziose. “Datemi chi tra voi è esausto e povero,
le vostre masse che si accalcano nell’anelito di libertà,
i  miseri rifiuti della vostre popolose terre.
 Mandatemi quelli che non hanno più casa e gli sventurati,
innalzando la mia luce mostrerò loro la porta d’oro!”.

Emma Lazarus, 1883 (traduzione mia)

 Avvicinandosi dal mare e dal cielo alla città statunitense di New York, risalta la gigantesca statua eretta a fino Ottocento alla foce del fiume Hudson per celebrare l’indipendenza  degli Stati Uniti d’America, conosciuta come la Statua della Libertà: raffigura una donna coronata che innalza una torcia con il braccio destro e nell’altro tiene un libro sul quale è incisa la data dell’indipendenza americana dal Regno Unito, il 4 luglio 1776; ai suoi piedi vi sono catene infrante; è la raffigurazione della Libertà che illumina il mondo. Sul suo piedistallo sono incisi gli ultimi versi della poesia Il nuovo colosso, della poetessa americana Emma Lazarus, che sopra ho evidenziato in neretto (l’antico colosso greco menzionato nel primo verso della lirica era  quello, raffigurante il dio Sole – Helios, eretto nel porto della città di Rodi nel terzo secolo dell’era antica). Comunemente quel monumento è ritenuto un simbolo degli Stati Uniti d’America, ed è vero, ma rappresenta anche qualcosa di molto più profondo: infatti ricorda che la guerra di indipendenza delle colonie nordamericane combattuta nel Settecento contro i britannici fu una vera e propria rivoluzione, motivata non solo dalla volontà dei coloni di comandare a casa propria, ma anche da quella di creare un mondo nuovo, con altri principi rispetto a quelli che dominavano la monarchia europea che pretendeva di continuare a dominarli; quel proposito che nella poesia è espresso con il voler aprire la “porta d’oro” a quelli che oltremare erano considerati rifiuti umani. La Libertà simboleggiata in quella statua è quindi quella che è associata alla giustizia sociale ed è molto di più del solo conquistare il potere di decidere che cosa fare di sé e delle proprie cose, liberandosi in questo dal giogo altrui; non è solo la liberazione da una lontana monarchia,  è liberazione dal giogo della diseguaglianza e della discriminazione sociale e anelito ad un nuovo ordine sociale, ad una nuova condizione di cittadinanza, per dare a tutti l’opportunità della ricerca della felicità, poiché gli esseri umani sono stati dotati dal Creatore di certi inalienabili diritti (così è scritto nella Dichiarazione d’indipendenza americana).  La Statua della Libertà  e la dichiarazione di indipendenza che essa celebra manifestano una caratteristica delle democrazie moderne che spesso non è bene intesa: esse sono fondate sul desiderio della libertà dall’ingiustizia sociale e sull’affermazione di diritti umani sottratti all’arbitrio umano, sia esso quello di un monarca come anche quello di una maggioranza. Essa ha quindi sostanzialmente carattere religioso perché non dipende dall’osservazione e accettazione di come vanno le cose di solito, e infatti di solito vanno diversamente, ma da principi proclamati, attuati e difesi come assoluti: nella Dichiarazione d’Indipendenza statunitense ciò è detto chiaramente, vi sono infatti menzionati esplicitamente Dio e altri ideali religiosi.
 Quando si dice che il cristianesimo è all’origine di importanti valori della nostra civiltà  questo è vero anche per quanto riguarda le democrazie contemporanee, anche se non bisogna dimenticare che esse si sono spesso imposte contro gli insegnamenti e i divieti delle autorità ecclesiastiche e che ciò risalta particolarmente nel caso della Chiesa cattolica. Una delle epoche più problematiche sotto questo profilo fu quella del ventennio fascista italiano. Ma oggi siamo in un’era diversa, qui in Italia e ce ne dobbiamo rallegrare. Possiamo parlare di democrazia e religione senza dover superare  divieti della autorità civili e di quelle religiose. Ci può sembrare una cosa ovvia, ma non lo è. E’ stata una faticosa conquista, dalla quale non dobbiamo mai accettare di recedere. Abbiamo quindi, ai tempi nostri, la possibilità, ma anche il compito e il dovere, di approfondire il tema dell’influsso che come fedeli cattolici possiamo esercitare per la crescita della società civile e in particolare per la piena affermazione di quei diritti inalienabili, di quei valori, che sono all’origine delle idealità democratiche. L’obiettivo, condivisibile anche con coloro che non hanno le nostre convinzioni di fede, è quello di realizzare, mediante vite buone, una società in cui sia veramente bello vivere, in libertà e giustizia. Ciò è parte cruciale dell’impegno in Azione Cattolica.


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7
L’uguaglianza come pari dignità sociale è alla base delle democrazie  di popolo contemporanee
(3 ottobre 2012)

 Nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004) si legge una interessante citazione alla nota n.793, a proposito dell’amicizia civile da intendere come forma di fraternità alla base della pacifica convivenza sociale:
« “Libertà, uguaglianza, fraternità’”  è stato il motto della Rivoluzione francese.  In fondo sono idee cristiane » ha affermato Giovanni Paolo II, nel corso del suo primo viaggio in Francia: Omelia a Le Bourget (1º giugno 1980).
 Quelle parole di un papa colpiscono tenendo conto del carattere marcatamente anticlericale della Rivoluzione francese del Settecento (1789-1799). E certamente esse non vollero intendere una giustificazione delle violenze politiche di massa che quei moti espressero o delle misure restrittive e delle espropriazioni adottate contro la Chiesa cattolica di allora  o degli altri provvedimenti contro il clero cattolico, ma riconoscere che alcune delle principali idealità di convivenza sociale manifestate da quei rivoluzionari di allora corrispondevano anche a principi religiosi cristiani. Naturalmente ai nostri tempi ci siamo abituati ad una libertà  di espressione del pensiero che nel Settecento ci sarebbe costata cara. All’epoca non si potevano dedurre liberamente dai principi religiosi certe conseguenze quanto  a riforme sociali. Quindi dobbiamo capire che certe cose vengono dette talvolta con il senno del poi. E, certo, giudicando con quel senno del poi, ci possiamo dispiacere che la Chiesa cattolica abbia espresso non di rado nei secoli passati posizioni arretrate rispetto ad altre della sua contemporaneità, e lo riconosciamo perché poi ha appunto dichiarato pubblicamente di pentirsene. La situazione ai nostri giorni è piuttosto cambiata. Mi riferisco ad esempio alla bioetica in cui il pensiero cattolico, stimolato dal magistero, è all’origine di un importante e fecondo filone speculativo che ha portato ad approfondire il tema di quando cominci l’umano che deve essere riconosciuto nella dignità sua propria, o all’etica dell’economia e dello sviluppo, come quella espressa nell’enciclica pontificia Caritas in veritate  (2009), in cui si è presa consapevolezza dell’esigenza che dall’interdipendenza umana planetaria discenda la necessità di un nuovo spirito di fraternità globale.
  Soffermandoci sul principio di uguaglianza, è senz’altro vero che esso è alle fondamenta della democrazie popolari contemporanee, per intenderci quelle basate sul suffragio universale (alle elezioni politiche votano tutti gli adulti, maschi e femmine, senza distinzione di istruzione, reddito, condizione sociale o di stirpe) e sui quei principi assoluti, proclamati solennemente dalla Nazioni Unite nel 1948 nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che si indicano come diritti umani. Il principio di uguaglianza è uno di essi e viene così enunciato in quella solenne Dichiarazione, all’art.2:
1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
2. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale Paese o territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.
 Una delle principali eccezioni al principio di uguaglianza universale è stata storicamente quella della condizione di schiavitù, superata solo nel corso dell’Ottocento dagli stati europei ed americani. Dai film western sappiamo, ad esempio, che una delle motivazioni che furono alla base del sanguinoso conflitto detto guerra di secessione (1861-1865) nordamericana fu la questione dello schiavismo in danno dei deportati dall’Africa. Lo schiavismo fu istituzione molto antica ed era molto praticato anche ai tempi delle primitive comunità cristiane, che non vi videro vero motivo di scandalo. Così, in particolare, per la gran parte della storia della Chiesa cattolica le autorità ecclesiastiche non vi videro veramente un problema da punto di vista religioso se praticato da popoli cristiani (al contrario, ad esempio, di quello praticato dai predoni saraceni che comportava l’abbandono della pratica religiosa cristiana). Per quanto ho letto, se ne cominciarono a occupare dal Cinquecento, di fronte alle morie di massa dei nativi americani costretti in schiavitù dai colonizzatori europei. Monarchie cattoliche come quella spagnola e portoghese consentirono la deportazione di massa di schiavi dall’Africa e la riduzione in schiavitù di masse di nativi americani. I cristiani europei non furono in genere particolarmente sensibili al tema fino al Settecento, salvo che nel caso di alcuni spiriti illuminati (anche del clero) e di alcuni filosofi. Lo schiavismo attuato da cristiani influenzò profondamente il profilo demografico americano, come si può constatare facilmente in particolare negli Stati Uniti d’America, nei Caraibi e in Brasile.
 L’uguaglianza tra gli esseri umani non  è del resto un dato evidente (un dato è evidente quando esso ci si impone senza che ci si debba ragionare molto su). La scienza contemporanea ci dice che gli umani condividono tutto il profilo genetico, tranne però una piccolissima parte che denota importanti caratteristiche etniche, familiari e individuali. E certe comuni caratteristiche fisiche e mentali degli umani erano già chiare ai popoli dell’antichità, come anche però le differenze tra le persone e i popoli. E’ insomma da sempre esperienza comune che ognuno di noi nasce e si sviluppa diverso dall’altro, benché simile agli altri. Si tratta di differenze di stirpe, ma anche di altre  particolarità individuali nella costituzione fisica e di caratteristiche psichiche, come quelle relative alla struttura e all’orientamento sessuali, alle quali si aggiungono differenze derivate dalla storia individuale e sociale della persona. In definitiva si può dire che l’uguaglianza non è in natura, questo sicuramente è evidente,  mentre certamente gli umani si assomigliano gli uni gli altri, anche questo è evidente, e inoltre che gli umani sono viventi sociali che hanno bisogno gli uni  degli altri e quindi si sono reciprocamente complementari e cercano di organizzare le loro società in modo da sfruttare al meglio questa loro qualità. Nel mondo di oggi, molto complesso e molto più abitato da esseri umani che nelle epoche passate, riteniamo generalmente che a questo fine si debba promuovere l’uguaglianza universale tra gli esseri umani per realizzare società in cui le opportunità di cooperazione pacifica siano potenziate al massimo. Ci figuriamo infatti che un conflitto su scala mondiale, data la profonda interdipendenza della società umane e la potenza degli strumenti di distruzione a disposizione, porterebbe a una catastrofe che metterebbe addirittura in pericolo la sopravvivenza dell’intera specie umana sulla Terra.
 Faccio un esempio tratto dalla vita quotidiana di oggi: il mio IPAD è stato ideato negli Stati Uniti d’America, prodotto nella Repubblica popolare di Cina (lo stato che domina nella Cina continentale) e venduto in Italia: che succederebbe se scoppiasse un conflitto tra americani e cinesi motivato dall’annosa rivendicazione di sovranità dei cinesi sull’isola-stato di Taiwan? Naturalmente possiamo fare un esercizio simile di previsione anche con riferimento ad altri prodotti di cui non potremmo fare facilmente a meno, mentre tutto sommato all’IPAD si potrebbe rinunciare.
 In che cosa quindi siamo uguali e, innanzi tutto,  da dove deriviamo questa pretesa di uguaglianza?
 In realtà quella all’uguaglianza tra gli esseri umani è un’aspirazione e un obiettivo, non  (ancora) una realtà, né in natura né nelle società umane, e si fonda sull’idea che essi abbiano pari dignità, vale a dire che a tutti loro vadano riconosciuti nella stessa misura alcuni diritti umani fondamentali. Questa idea, per quanto ho capito, è di origine specificamente cristiana.
 Si legge nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, al n.144:
144 « Dio non fa preferenze di persone » (At 10,34; cfr. Rm 2,11; Gal 2,6; Ef 6,9), poiché tutti gli uomini hanno la stessa dignità di creature a Sua immagine e somiglianza.
 L'Incarnazione del Figlio di Dio manifesta l'uguaglianza di tutte le persone quanto a dignità: « Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù » (Gal 3,28; cfr. Rm 10,12; 1 Cor 12,13; Col 3,11).
Poiché sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a fondamento della dignità dell'uomo davanti agli altri uomini. Questo è, inoltre, il fondamento ultimo della radicale uguaglianza e fraternità fra gli uomini, indipendentemente dalla loro razza, Nazione, sesso, origine, cultura, classe.
 Quindi: in primo luogo viene in rilievo l’essere stati tutti creati da Dio, che ci si è manifestato come Padre, e in  secondo luogo la fraternità comune in Cristo. E, quanto alla condizione di creature, c’è un altro elemento importante: la convinzione di essere stati creati da Dio a sua immagine,  a sua somiglianza (Genesi 1,26). Riconoscere la pari dignità degli umani è quindi, nella concezione cristiana, materia di un dovere religioso, anche se nella storia cristiana sono state riconosciute lecite molte distinzioni ulteriori, ad esempio quella fra uomo e donna, che sono state poste alla base di vere e proprie discriminazioni. Quello che viene espresso nella terminologia biblica, può anche essere detto così: tutti gli esseri umani devono essere considerati uguali nei diritti fondamentali. In un caso come nell’altro, sia che la si esprima in termini religiosi che con altri termini, a questa realtà si crede in modo religioso, vale a dire a prescindere da quello che si ricava dall’osservazione delle cose come vanno di solito e, in particolare,  della natura, in cui, come ho detto, l’uguaglianza non esiste e la regola fondamentale è pesce grosso mangia pesce piccolo e sopravvive il più adatto alla condizioni ambientali e biologiche. Insomma per uno spirito religioso cristiano l’affermazione della pari dignità creaturale degli esseri umani e tutto ciò che se ne fa conseguire non è un problema, mentre chi vuol far discendere quel principio dalla semplice natura, vale a dire dal nostro essere viventi prodotto della natura, deve affrontare un’insufficienza nel fondamento di quella pretesa.
 Gli illuminati artefici della rivoluzione nordamericana (1776) della fine del Settecento non trovarono infatti alcun ostacolo nel proclamare:
We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.
(trad.mia: Crediamo fermamente nell’evidenza di queste verità: che tutti gli esseri umani sono creati uguali, provvisti dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, e tra essi il diritto alla Vita, alla Libertà e alla ricerca della Felicità.)
 La lotta contro le discriminazioni tra gli esseri umani nei loro diritti umani è alla base di molte delle costituzioni delle entità politiche contemporanee, in particolare di quelle europee e americane e di quelle che a queste ultime si sono ispirate. L’Unione Europea è tra quelle entità. Bisogna riconoscere che questa è una materia in cui ci sono state alcune prese di posizione divergenti tra le autorità civili e quelle religiose. A volte l’affermazione dei diritti umani è stata considerata antireligiosa. In campo civile si è presa ad esempio coscienza di forme di discriminazione che la dottrina religiosa non riconosce come tali. Segnalo solo un problema che è, come si dice, di stringente attualità. Una di quelle questioni è venuta in rilievo nell’ultima riunione del nostro gruppo e riguarda la disciplina giuridica delle unioni delle persone omosessuali. Su di essa ai laici cattolici è lasciata poca autonomia, perché rientra in quelle riguardanti i valori non negoziabili, sui quali l’autorità ecclesiastica, con vincolo di obbedienza canonica, chiede che si segua la sua linea. Ma comunque bisogna ragionarci su, perché come fedeli laici dobbiamo pur sempre rendere ragione al mondo della nostra fede e a questo fine non è sufficiente l’argomento “ci è stato ordinato di pensare e di fare così”. Si tratta del resto di problemi che  rilevano ancor più in materia di fede per la base in fondo religiosa del diritto umanitario.
 Nel campo dei diritti umani, le tematiche religiose, e in particolare quelle cristiane, stanno avendo, un po’ inaspettatamente, una particolare rilevanza nello sviluppo dell’organizzazione delle società civili più avanzate, in particolare in Europa. E’ un settore in cui sono chiamati a operare innanzitutto i fedeli laici, impegnati a spendersi in quello che nel gergo ecclesiale  è definita l’animazione del temporale. E’ questo, dall’inizio, uno degli ambiti spazio in cui l’Azione Cattolica ha deciso di lavorare prioritariamente. Infondere nelle società civili i valori, che sono alla base del diritto umanitario, è infatti necessariamente un compito collettivo, da affrontare insieme, dopo essersi preparati insieme. Così anche è da affrontare insieme il dialogo con altre componenti della società per individuare nelle condizioni contemporanee altri fattori, oltre a quelli storicamente già noti, che ostacolino la piena espansione universale della dignità degli esseri umani.
 Per molti versi tuttavia in molte realtà locali il discorso di Azione Cattolica è da riavviare o anche solo  da ravvivare, perché nei decenni passati  ci si è spesso concentrati su altre tematiche e altri modi di impegno religioso e si è quindi un po’ perso il senso del nostro impegno nella Chiesa e nella società civile. Veniamo da lontano, ma qualche volta appariamo alla gente come un’esperienza nuova, non esattamente in linea con le altre esperienze di collettività presenti nella vita delle parrocchie. Ad esempio può apparire che, dove altri mettono l’accento su una disciplina individuale, noi puntiamo molto sulla libertà delle persone nelle nostre dinamiche associative, in particolare su quella di pensiero e di espressione. Eppure la nostra rimane una esperienza di carattere religioso, in cui si vuole quindi rimanere legati alla fede comune, anche se effettivamente si punta a scoprire/riscoprire/sperimentare la nostra fede anche come strada verso la libertà, secondo l’espressione di Paolo Giuntella che ho citato nel post del 1 ottobre scorso.

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8
Un appello per ripartire insieme
(4 ottobre 2012)

 Negli ultimi giorni ho pubblicato alcuni contenuti in cui ho parlato degli obiettivi peculiari dell’Azione Cattolica nella società civile democratica di oggi. Può sembrare una cosa un po’ troppo grande per una realtà parrocchiale come la nostra. E per le nostre forze in concreto. Per certi versi noi dell’A.C. in San Clemente Papa siamo un piccolo resto, se ci paragoniamo a come era anni fa il nostro gruppo. Non abbiamo più una nostra stanza in parrocchia, di volta in volta ce ne assegnano una. Il nostro assistente ecclesiastico si trova a volte a parlare a poche persone e può domandarsi se, in fondo, ne valga ancora la pena. Avere una grande storia non potrà salvarci a lungo dall’estinzione se  il gruppo non si rivitalizzerà con l’ingresso di nuovi soci, in particolare di soci più giovani. E’ paradossale che questo accada in un mondo che ha tanto bisogno di ciò che la Chiesa si propone di dare e in un Chiesa che vuole essere tanto presente nel mondo, in particolare confrontandosi con le democrazie europee e l’Unione Europea sul terreno dei valori. Questo è appunto da sempre il campo specifico dell’Azione Cattolica, l’azione nella società civile per promuovere in essa i valori religiosi.
 E’ possibile che non si abbia ben chiaro, pensando ad un impegno in Azione Cattolica, che cosa si fa nei nostri gruppi e soprattutto quali risultati si riescano effettivamente ad ottenere. Bene, innanzi tutto occorre distaccarsi da una mentalità per così dire aziendalistica, per la quale si somma nei risultati positivi solo tutto quello che si fa sotto il marchio associativo.  Noi riuniamo gente che già opera nella società nei vari ambiti in cui si può farlo: la famiglia, il lavoro, lo sport, la cultura e via dicendo. Non dobbiamo inventarci cose nuove da fare lì come Azione Cattolica. Però formandoci e riflettendo in Azione Cattolica, in un gruppo che è federato in un’organizzazione che ne condivide le idealità, gli obiettivi e il metodo, possiamo manifestare meglio nel posto che occupiamo nella società il nostro essere  cristiani e i nostri valori, dialogando con altri sui temi e i problemi emergenti.  Per questo occorre una preparazione, sia spirituale che culturale, e una determinazione che scaturisce da una adesione consapevole e convinta ai valori di fede. Non è un lavoro che  troviamo già fatto, come se, per ogni situazione, la nostra Chiesa, il magistero in particolare, potesse fornirci una sorta di manuale operativo o di catechismo, e poi a noi spettasse solo di attuare cose decise da altri. Forse, al di fuori del mondo ecclesiale, si pensa che tra noi cattolici vada così, che insomma si faccia quello che in dettaglio viene stabilito più in alto nella scala gerarchica, dal Papa in giù. E’ il pregiudizio che, da cattolico, dovette superare John Kennedy assumendo la presidenza degli Stati Uniti d’America. In realtà ognuno di noi porta effettivamente la personale e diretta responsabilità della porzione di mondo che è sotto la sua sfera di influenza e le soluzioni vanno ideate e sperimentate di volta in volta, dialogando nella Chiesa e nella società. Se oggi si dispera di poter cambiare le cose che non vanno a partire dal basso è perché è un po’ svanito il senso democratico, che comunque pervade sempre la nostra società, per il quale si è capaci di individuare e capire la dinamica dei grandi numeri, delle masse, dietro certi cambiamenti storici. Di convincersi che in democrazia si cambiano effettivamente le cose a partire dagli sforzi delle persone nella loro particolare,  apparentemente umile e insignificante, storia.  Una parte del lavoro che si deve fare in Azione Cattolica consiste proprio in questo: nel comprendere meglio quello che l’azione collettiva democratica ha fatto, sta facendo e può ancora fare per il bene di tutti, per cambiare il mondo. Democrazia è agire in una collettività rispettando la personalità e i valori degli altri, con la fiducia di poter cambiare in meglio la società: l’Azione Cattolica concepisce sé stessa anche come una palestra di democrazia  (Atto normativo Diocesano di Roma). La fiducia nelle potenzialità dell’agire in democrazia si acquista lavorando insieme ad altri, in un gruppo aperto alla società, partecipando ad un’azione collettiva spinta da alte idealità, quali sono quelle religiose.
  La parrocchia è la casa di tutti e tutti possono trovarvi la loro casa, il tipo di impegno adatto a loro. L’Azione Cattolica è una stanza di quella casa di tutti, anch’essa quindi è di tutti e per tutti. E tuttavia il lavoro in un gruppo di Azione Cattolica può non venire incontro alle esigenze di tutti, perché in primo luogo esso non è volto tanto ad operare per coloro che ne fanno parte, a risanarli e sorreggerli nella loro psicologia e nella loro fede, ma per gli altri che non  ne fanno parte, la società intorno, e poi perché non è centrato tanto su ciò che si fa nel gruppo ma su ciò che si deve fare fuori di esso, non però come specifica collettività religiosa, come ditta ecclesiale, ma come parti della società civile. E l’azione che si cerca di svolgere nella società è innanzi tutto diretta alla promozione di valori, la specifica forma di apostolato che compete ai laici, non tanto a suscitare nuove adesioni al gruppo, all’espansione della nostra particolare realtà associativa. La particolarità della nostra esperienza associativa sta proprio nell’apertura alla società civile, non in un modo particolare di vivere la nostra fede inteso come spiritualità e disciplina individuale o di gruppo, dal momento che esso non differisce da quello comune della parrocchia. Mi pare di aver capito quindi che per associarsi in Azione Cattolica occorra: 1)aver già maturato una fede salda; 2)avere già una formazione catechistica di base; 3) avere un interesse alla vita della Chiesa, in particolare alla la missione che in essa e fuori di essa specificamente  compete ai laici; 4)avere interesse ad approfondire i temi proposti ai laici dal magistero, per quella specifica missione dei laici; 5) avere interesse per le dinamiche sociali contemporanee ed essere inseriti nella vita della società civile, negli ambiti propri dei laici (famiglia, lavoro, cultura, sport ecc.), in posizioni in cui si può concretamente influire su di essa. Per tutto ciò che non è di interesse specifico di un gruppo di Azione Cattolica la parrocchia offre altre forme di impegno sociale (ad esempio: catechesi per le varie età della vita, azione caritativa, socialità per il tempo libero, sostegno alla fede e via dicendo): l’associazione in Azione Cattolica non è esclusiva e non è totalitaria.
 Voglio concludere osservando questo: per quanto riguarda le fasce d’età 30/50 anni il nostro gruppo deve ripartire in pratica dall’inizio, si tratta di ripensarlo da capo. Ad esempio, partecipare ad una riunione con inizio alle ore 17:00 può essere difficile per persone di quell’età (io ho 55 anni e trovo difficoltà; la mia prole a quell’ora è quasi sempre impegnata all’università). Ma si possono escogitare alternative.

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9
Le ragioni di un lavoro insieme
(5 ottobre 2012)

 Nei giorni scorsi ho scritto sull’esperienza associativa in gruppo di Azione Cattolica. E certo ci si possono immaginare dei risultati. Ma non vorrei dare per scontato che si abbia chiaro perché, in definitiva, ci si debba unire per ottenerli. Qual è il movente interiore per fare questo? Non posso vivere la mia fede nell’interiorità nella relazione che ho saputo costruire con il soprannaturale, secondo la mia personale concezione? Anche così poi posso manifestare con la mia vita la fede nell’ambiente in cui vivo e opero.
 Da universitario ho partecipato alle settimane di riflessione che la FUCI – l’organizzazione degli universitari cattolici – svolgeva ogni anno a Camaldoli, sede di un celebre monastero di monaci di una congregazione appartenente alla famiglia benedettina. Lì c’erano alcuni monaci che conducevano vita eremitica da decenni, vivevano da soli nelle loro casette in cima a un monte e si ritrovavano insieme di quando in quando di giorno e nella notte solo per la vita liturgica. Erano persone di fede, indubbiamente, e vivevano la loro religiosità in quel modo. Bisogna dire però che si sentivano e volevano essere in unione spirituale con la Chiesa e l’intera umanità. Il loro isolamento era quindi solo esteriore.
 La fede cristiana in realtà ci spinge gli uni verso gli altri. Questo movimento emerge chiaramente negli scritti del Nuovo Testamento. In un libretto di Giuseppe Dossetti che ho utilizzato nelle vacanze per le mia meditazione personale (Giuseppe Dossetti, Eucarestia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8) ho trovato questa citazione da un’opera di San Basilio, una preghiera:
…noi tutti che partecipiamo all’unico pane e all’unico calice, unisci fra noi nella comunione dell’unico Spirito Santo”.
 Essa richiama le parole di S. Paolo nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor 10,17):
Vi è un solo pane e quindi formiamo un solo corpo, anche se siamo molti, perché tutti insieme mangiamo dell’unico pane (trad.interconfess. Elle Di Ci / Alleanza Biblica interconfes. 1976).
  In parrocchia, prima della Comunione, recitiamo una preghiera formulata su quelle parole:
         Poiché c’è un solo pane per noi tutti, uno solo è il corpo formato da noi che          partecipiamo al pane unico.
 Insomma, mi pare di aver capito che questa spinta a stare insieme abbia un fondamento teologico e non sia qualcosa di accidentale ed episodico. Essa ha coinvolto anche me, che per temperamento non sono particolarmente socievole. Mi sono sempre sentito arricchito dalle esperienze di fede vissute con gli altri.
 In un libro dello psicoterapeuta Bruno Bettelheim pubblicato nel 1967 ho letto questa osservazione che ho sentito convalidare la mia esperienza di vita:
La vita interiore, e con essa la personalità, non si sviluppa allo scopo di ottenere una sempre maggiore ricchezza di sensazioni e di esperienze interne, ma sostanzialmente per un’altra ragione: per entrare in rapporto con il mondo esterno nella speranza di poter agire su di esso. Se la personalità non arriva a questo, non vi è alcuna ragione di sviluppare le strutture interne. Esattamente come il linguaggio si sviluppa solo se desideriamo comunicare con qualcuno o comprendere quello che egli ci dice, così la personalità si struttura solo se desideriamo fare qualcosa a un’altra persona o con essa  o per essa.
[da Bruno Bettelheim, La fortezza vuota, Garzanti editore spa, 1976, pag.64].
 Gli studi scientifici di Bettelheim, in particolare quelli sull’autismo, oggi sono generalmente ritenuti superati da più recenti acquisizioni e scoperte, ma la sua esperienza umana, prima di recluso  in un campo di concentramento nazista e poi di medico nel campo della terapia per i bambini autistici, rimane importante e,  per molti aspetti della vita, illuminante. Tra ciò che si muove dentro  di noi e ciò che si muove e che facciamo fuori di noi c’è un continuo e vitale rimando.
 Ma, come ho osservato prima, non è detto che questo movimento verso gli altri si debba esprimere necessariamente nell’aderire a un movimento, ad una associazione, ad una fraternità. Esso può manifestarsi in altre forme, sebbene si ritenga che in qualche modo debba essere presente, anche, ad esempio, in quelle spiritualità eremitiche di cui ho detto.
 Molte volte una fede religiosa è produttiva e non si risolve solo nell’interiorità, quella cristiana stimola poi alla generosità: ognuno sente quindi, ad un certo punto, di avere qualcosa in sé che può essere non scambiato ma dato gratuitamente ad altri.
 A volte si concepisce, un po’ superficialmente, la Chiesa come una dispensatrice di beni spirituali, uno “ci entra” (nella Chiesa intesa come popolo) o “ci va” (nella chiesa intesa come edificio) e prende. A volte c’è anche l’idea di una sorta di scambio: vado a Messa e deposito la mia offerta nell’apposito contenitore che gira al tempo dell’Offertorio, poi partecipo alla mensa comune.
 Ecco, riunendoci insieme potremmo ad esempio riflettere se quell’impressione sia corretta e completa. Non credete che ci sia ancora qualcosa da imparare?
 Anticipo la mia opinione. Nell’esperienza religiosa siamo tutti noi, gente di fede, dispensatori, perché  è come se quello che ci arriva poi rifluisca intorno e verso gli altri, al modo di un irraggiamento. Quindi  nella Chiesa non si va solo per ricevere, ma anche per dare, per portare qualcosa, che è importante per gli altri e li conforta nella loro fede. Un teologo lo saprebbe dire meglio. Chi vuole può approfondire o chiedere spiegazioni. In parrocchia può farlo. Ci sono i sacerdoti e catechisti per ogni età della vita. Abbiamo anche una biblioteca piuttosto fornita (aperta lunedì e mercoledì, ore 16-18). Ne può discutere anche in Azione Cattolica, nel nostro gruppo, che è sostenuto dal prezioso apporto dell’assistente ecclesiastico.
 Nell’Azione Cattolica, che è un’associazione che si propone  di diffondere e promuovere valori cristiani nella società civile, è importante l’esperienza di vita degli aderenti. E’ questo il materiale prezioso che chi ci viene porta. Non si aderisce infatti per ricevere dall’alto le soluzioni ai vari problemi e direttive su che cosa fare fuori, o peggio (solo) moniti e rimbrotti su ciò che è male, come se ci fossero “istruzioni” precise per ogni situazione, ma per riflettere insieme, alla luce della comune esperienza civile e religiosa,  su ciò che accade e per illuminare vie praticabili, che poi ognuno proverà a percorrere lì dove concretamente opera, tornando a riferire ciò che gli è riuscito di fare e di scoprire. In una poesia che ho trascritto in uno dei passati post, padre David Turoldo scrisse:
Ancora un'alba sul mondo:
altra luce, un giorno
         mai vissuto da nessuno,
 Effettivamente il futuro è nostra particolare e attuale responsabilità, ci avventuriamo in esso al modo di esploratori.

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10
Azione Cattolica: un’esperienza di Chiesa
(7 ottobre 2012)

10.1. Non sono di quelli che, educati nella fede cattolica, poi l’hanno abbandonata o addirittura rinnegata e vi si sono riavvicinati da adulti o, comunque, crescendo. Con questo non voglio dire di essere stato una persona esemplare secondo le esigenze etiche della mia religione. Del resto nessuno si è mai aspettato nulla di simile da me, anche se sempre mi è stato additato l’obiettivo della santità. Fin da molto piccolo mi è stato detto che il male nella vita c’è e che ne sarei stato responsabile anch’io, per cui mi è stato insegnato a individuarlo, a  pentirmene e a cercare sempre, pervicacemente, di cambiare.  E’ ciò che ho fatto, confidando nei preti che ho incontrato e nella Chiesa come essi me la presentavano, convinta, sulla parola del suo primo maestro, che il male nel mondo non avrebbe prevalso, quindi anche quello di cui io ero stato artefice. Così la mia vita di fede in religione è stata improntata a una certa serenità. E c’è una continuità, mai veramente interrotta, tra la mia esperienza religiosa di bambino, degli inizi, e quella di oggi, di uomo di mezz’età. Se riprendo in mano il libretto del catechismo della mia Prima Comunione, che feci in quarta elementare qui nella nostra parrocchia di San Clemente Papa, e lo leggo oggi da cinquantenne  posso concludere serenamente con un amen, condivido ancora tutto quello che c’è scritto. Mi  è sempre venuto naturale essere una persona di fede, non vi ho trovato alcuna difficoltà, non mi è stato necessario fare particolari sforzi. In questo penso che la mia vita si differenzi un po’ da altre di cui ho saputo. Ci sono persone che sono molto più meritevoli di me sotto questo profilo, per aver dovuto faticare e soffrire molto per giungere dove io sono sempre tranquillamente rimasto. Quello che ho detto vale anche per la mia esperienza di Chiesa. L’ho considerata sempre la mia casa, la mia famiglia, dovunque sono stato. Anche nei periodi della mia vita in cui l’ho frequentata di meno, essa rimaneva dentro di me, perché non ho mai avuto il dubbio di non farne più parte. Sono stato scout, fucino, aderente ai Laureati Cattolici – MEIC e all’Azione Cattolica (della quale FUCI e MEIC un tempo facevano parte), ho partecipato a diversi gruppi di ispirazione religiosa, parrocchiali e non,  e mi  è sempre parso di muovermi da una stanza all’altra delle medesima casa. Ricordo che una volta, da scout (facevo le medie), condussi la mia squadriglia a Sulmona, secondo la missione che avevo ricevuto durante un campo estivo sui monti d’Abruzzo, e chiesi ospitalità al parroco di una chiesa vicina al centro: lui ci fece dormire, con i nostri sacchi a pelo, nel museo della parrocchia, che conteneva tante cose preziose; mi diede la chiave e mi disse che sarebbe ripassato il giorno dopo. Io mi meravigliai di quella fiducia, concessa a ragazzini che non aveva mai visto prima, e, riflettendoci su nel corso di quella notte, conclusi che lo aveva fatto perché noi lì eravamo di casa, eravamo infatti Chiesa, e le nostre divise da scout glielo avevano confermato, è come se lo avessimo scritto in fronte, come si legge nell’Apocalisse dei giusti.
 Il lavoro che si fa nella società come Azione Cattolica lo si fa come Chiesa. Non è inutile quindi confrontarsi sulle nostre esperienze di Chiesa e su che cosa sappiamo della fede comune su di essa.
 Ricordo ancora quando, da bambino, il parroco mi parlò della differenza che c’era tra “chiesa” (edificio) e “Chiesa” (gente). Con il Battesimo ero entrato a far parte della Chiesa ed era per questo che venivo in chiesa. Ne rimasi molto colpito e per un certo tempo lo andai ripetendo in giro, ai miei coetanei. Poi, crescendo, ho scoperto che il discorso sulla Chiesa è molto, molto più complesso. Una volta, mentre ero alle Paoline in via della Conciliazione, notai un libro di Battista Mondin sulle “ecclesiologie” (le concezioni sulla Chiesa), lo comprai, lo lessi con una certa difficoltà e scoprii che in giro, sia nella nostra Chiesa, sia nelle altre Chiese cristiane, c’erano tante idee di Chiesa. A parte questo, ci sono le varie esperienze individuali e collettive che uno fa della Chiesa durante la propria vita, che influiscono sul modo di condursi fuori della Chiesa.
 Se, ad esempio, una persona pensa di trovarsi in una sorta di fortezza assediata, con dentro pochi eroici difensori, un po’ come accadde a Fort Alamo (1836) in cui un piccolo presidio di secessionisti nordamericani tentò invano di resistere all’attacco dell’esercito messicano mandato a reintegrare l’unità nazionale, allora sarà portata a diffidare di tutto ciò che gli viene dall’esterno e a cercare di fare da sé in ogni cosa, utilizzando solo quello che gli viene di dentro, dal proprio gruppo, dal proprio ambiente abituale, costruendo in tal modo una sorta di città di Dio opposta alla città del diavolo, quella di fuori. Ci si muove un po’ in quest’ordine di idee nella poderosa opera De civitate dei (trad.Sulla città di Dio) di S. Agostino di Ippona (5° secolo dell’era antica), scritta in un tempo in cui l’ordinamento dell’Impero romano era travolto dalle invasioni di popolazioni del nord Europa.
 Sulla dottrina della fede in merito alla Chiesa ci sono diversi testi fondamentali del magistero mediante i quali ci si può informare meglio. Ricordo la costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), che potete leggere sul WEB  a questo indirizzo:
http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html
 Avverto che, trattandosi di un documento normativo, esso è scritto nel linguaggio e con il metodo della teologia, che potrebbe essere un po’ ostico ai non iniziati.
 Della Chiesa si tratta anche, in termini più accessibili, nel Catechismo della Chiesa cattolica (Parte prima, Sezione seconda, Capitolo terzo, art.9, numeri da 748 a 975). Lo trovate sul WEB a questo indirizzo:
  http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_INDEX.HTM
 Se ne tratta in modo più semplice nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica (Parte prima, Sezione seconda, capitolo terzo, numeri da 147 a 201). Lo trovate sul WEB all’indirizzo:
http://www.vatican.va/archive/compendium_ccc/documents/archive_2005_compendium-ccc_it.html
 Leggendo le prime due opere, potrete constatare che  nella nostra Chiesa, quando si ragiona sulla fede comune, si tiene ben presente tutta la storia bimillenaria della nostra religione e i testi sacri, citando le fonti da cui si ricavano certe idee, a cominciare da quelle bibliche. Non si parte mai da zero e si cerca di tenere tutto insieme. Nel Compendio, per il carattere sintetico dell’opera, queste citazioni sono di meno, ma ci sono.
Storicamente l’Azione Cattolica ha ritenuto di potersi confrontare positivamente con la società in cui la Chiesa italiana vive: il suo moto fondamentale è stato quindi, ed è ancora, quello dell’apertura, non dell’opposizione, e questo naturalmente non significa accettare tutto ciò che gira nel mondo di fuori, ma pensare che certe idee sulla società che hanno un fondamento religioso possono (ancora) essere diffuse utilizzando il metodo e i principi della democrazia, sui quali l’ordinamento della nostra società si basa, e che ciò che si agita nel mondo abbia anche un significato religioso. Viene in Azione Cattolica chi non pensa di essere nella condizione di Fort Alamo. L’Europa di oggi, che ha realizzato un lunghissimo periodo di pace, dopo la serie storica interminabile dei conflitti armati tra i suoi popoli,  e mira ancora alla pace si fonda su idee cristiane: il Papa e i nostri vescovi non cessano di ricordarcelo.  Spinti dal magistero, in Azione Cattolica cerchiamo di agire di conseguenza.
10.2 Costruire nella società per narrare il fondamento della nostra speranza
 Continuo le mie riflessioni sulla base del libretto di  Giuseppe Dossetti Eucaristia e città, Editrica A.V.E., 2011, euro 8,00, pagine 131.
 Non possiamo ragionevolmente confidare del tutto sull’opera nostra, in particolare sugli effetti che possiamo produrre nella società. La storia ci insegna che il progredire dei tempi non significa sempre un miglioramento, un progresso duraturo: è possibile che si torni indietro e si debba ripartire. E anche in religione ci viene consigliato di prendere le cose in questo modo. Il fondamento della nostra speranza non sta in noi stessi. Scrive Dossetti (pag.112):
          […] si deve inculcare al cristiano che non solo può, ma deve impegnarsi nella storia             (secondo la misura dei doni ricevuti e le opportunità pratiche): ma insieme gli si deve             inculcare       che     questo egli deve fare con il massimo distacco possibile: pena la     perdita di tutta la credibilità come testimone ed esploratore dell’invisibile.
 In definitiva il nostro atteggiamento fondamentale di fede nei riguardi delle cose del mondo dovrebbe essere più che altro quello di una pervicace  e fiduciosa attesa, anche quando tutto ciò che accade e che ci circonda sembrerebbe disilluderci. Non si rimane inoperosi, ma siamo convinti che non siamo mai veramente noi che conduciamo la storia verso il suo compimento. Di questo possiamo aver una conferma per così dire “sperimentale”: tutte le potenze umane vanno incontro a un ciclo vitale e a processi evolutivi simili a quelli degli organismi singoli. Nel complesso, tirate le somme, si scopre di aver vissuto molto condizionati da fattori esterni a noi, la nostra sfera di influenza, anche come collettività piuttosto numerose, rimane sempre piuttosto limitata. E’ la sensazione che si ha, ad esempio, durante la crisi economica globale che è attualmente in corso. E spiegare con precisione il corso delle cose è sempre piuttosto difficile, quando si ragiona in termini di moltitudini umane. Poi però, quando ci si bene su è possibile che si riesca a produrre una interpretazione degli eventi compatibile con l’idea di un disegno provvidenziale. Quest’ultimo, secondo Dossetti, più che argomentato, quindi  compreso con precisione, va piuttosto narrato e testimoniato. Questo atteggiamento, secondo un pensiero del teologo Jurgen Moltmann, citato da Dossetti,
         […] rende buona la vita, perché in questa attesa l’uomo può accettare tutto il suo             presente ed avere gioia non solo nella gioia, ma anche nel dolore e trovare la felicità non             solo nella felicità, ma anche nella sofferenza […] La speranza procede attraverso la      gioia e il dolore, perché può discernere nella promessa di Dio  un futuro anche per ciò   che è transitorio, moribondo e morto.
  La speranza religiosa vive nell’attesa dei tempi ultimi e non si lascia quindi scoraggiare dagli insuccessi che si vivono nella propria contemporaneità. E nei successi, che pure sa  essere sempre minacciati e caduchi, si rallegra perche vi vede un’anticipazione di quanto promesso alla fine della storia.
 Proporre alla gente intorno a noi e a noi stessi una visione della cose improntata a speranza non è solo  questione di ragionamenti e di argomentazioni, ma anche un operare laboriosamente per produrre anticipazioni di ciò che è promesso per i tempi ultimi, in tal  modo dischiudendo a questo mondo l’orizzonte del Cristo crocifisso mediante una testimonianza valida (così Moltmann, citato da Dossetti). Questo un lavoro che si addice bene all’Azione Cattolica: la caratteristica specifica dell’associazione è di puntare a svolgerlo collaborando democraticamente con genti di altre mentalità e convinzioni. In quest’ottica il profano, ciò che si muove al di fuori delle azioni specificamente liturgiche, ha una valenza religiosa piuttosto forte. In esso noi cerchiamo pazientemente di rintracciare e capire quelli che sono stati definiti i segni dei tempi.

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11
Noi cattolici: cittadini o stranieri nella società in cui viviamo?
(8 ottobre 2012)

 L’Azione Cattolica non avrebbe senso in una società in cui non fosse consentita, in qualche forma, la partecipazione della gente agli affari pubblici. E infatti, nel periodo più buio della sua storia, quello che va del 1931 al 1938, essa, in fondo, diventò un’altra cosa. Nel 1931 le sue sedi vennero attaccate dalle squadre che costituivano il braccio operativo del fascismo trionfante, nel 1938 iniziò la presa di distanza dei cattolici italiani dal regime, a causa dell’introduzione della legislazione discriminatoria contro gli ebrei. Negli anni di mezzo essa può essere considerata, lo dico un po’ schematicamente e certo vi furono diverse eccezioni (ad esempio la FUCI  e Movimento Laureati di Azione Cattolica),  una delle organizzazioni popolari di massa che sostenevano il regime fascista, il quale con i Patti Lateranensi del 1929 aveva raggiunto un accomodamento con i vertici ecclesiali. Del resto, in quell’epoca, gli italiani furono effettivamente, nella grande maggioranza, fascisti.
 Riprendo a questo punto alcune delle riflessioni esposte nel libretto di Giuseppe Dossetti Eucaristia e città, A.V.E. editrice, 2012, euro 8 (che ripropone un intervento pubblico di Dossetti del 1987).
 Nella Bibbia c’è un certa diffidenza per le città e per gli ordinamenti politici, specialmente quelli che riunivano molti popoli diversi. La concezione ebraica di città era molto distante da quella greca, che impronta gli ordinamenti politici democratici contemporanei. Nella prima la città era essenzialmente un insediamento chiuso, protetto da alte mura, in funzione difensiva. Per i greci era principalmente il luogo in cui si svolgeva la cittadinanza comune, la partecipazione al governo, quindi la politica (dal termine greco pòlis, che significa città). Per certi versi la città, nella concezione ebraica, è vista anche come luogo di dissoluzione, di violenza e di presunzione antireligiosa. Le antiche monarchie ebraiche ebbero vita travagliate e divennero un modello negativo. La stessa Gerusalemme si mostrò infedele e il suo mito poté essere mantenuto solo idealizzandolo molto (ne abbiamo un esempio nell’Apocalisse neotestamentaria). In questa concezione lo spirito religioso sembra svilupparsi meglio nei luoghi isolati, lontani dai centri urbani, ad esempio nei deserti. Essa, in definitiva, viene confermata nella prospettiva evangelica. Il regno  a cui tendono i discepoli cristiani non è di questo mondo ed essi nelle società umane in cui vivono si considerano addirittura come stranieri. Sono infatti portatori di una forte istanza critica nei confronti degli ordinamenti sociali e politici che le dominano. Rendono ai potenti della Terra ciò che a loro è dovuto (a Cesare quel che è di Cesare), ma, benché sottomessi a loro, non è detto che debbano sempre obbedire. Loro compito è di predicare a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. L’impero romano, in cui si formarono le prime comunità cristiane, un ordinamento politico plurinazionale e plurietnico che presenta qualche affinità, se non altro geografica, con l’attuale Unione Europea, venne concepito come una potenza diabolica, a loro ostile, ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Apocalisse 17,6 e 18,2).
 Scrive Dossetti, nell’opera citata (pag.45-46):
          Per il regno di Dio e per la città di Dio  va ancora fatta una precisazione a scanso di             equivoci.
             Il regno di Dio è Regno dei cieli: e quindi viene dall’alto, per volontà e opera di Dio.      Non si realizza e neppure si prepara o si affretta per sinergia umana. E’ un fatto assolutamente sovrannaturale e miracoloso. Non è un bene comune,           architettonicamente sommo, che si possa gradualmente predisporre per forze creaturali.
              Il Regno giunge a noi senza di noi. Il pensare che noi possiamo attirarcelo e             appropriarcelo è “stoltezza umana, presunzione farisaica, zelotismo raffinato”.
             All’uomo compete solo la fedeltà alla Parola, l’annunzio di essa, la pazienza longanime             che non spegne lo Spirito credendo di accelerarne le operazioni, la ferma fede che il    grano del Regno “cresce da solo” (in greco: automàte) (Vangelo secondo Marco 4,26- 29). Anche perché il             Regno verrà, per un decreto del Padre in un momento          imprevedibile “che il Padre ha             riservato alla sua potestà” (Atti degli apostoli 1,6-7).
             E allora sarà non il coronamento della storia, ma la rottura della storia, semplicemente il             suo troncamento, in “ictu oculi” (Prima lettera ai Corinzi 15,52).
 Un famoso passo della Lettera a Diogneto, scritto cristiano che si fa risalire al 2° o 3° secolo della nostra era, è questo:
         [I cristiani] Abitano ciascuno la propria patria, ma come residenti stranieri; a tutto             partecipano attivamente come cittadini e a tutto assistono passivamente come stranieri;             ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria è terra straniera.
            [… ]
            Passano la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo.
            Obbediscono alle leggi stabilite, eppure con la loro vita superano le leggi.
 Insomma, concluderei che in religione non siamo autorizzati a farci troppe illusioni sui risultati delle nostre costruzioni sociali e, quindi, della nostra azione come cittadini. Non sarà dalle nostre mani che uscirà il compimento della storia e ogni traguardo che riteniamo di aver raggiunto non è mai veramente stabile e può essere seguito da un regresso.
 Ma direi anche di più. Nella Bibbia c’è sicuramente il fondamento del concetto di dignità dell’uomo dal quale oggi ricaviamo la convinzione giuridica e politica in certi diritti umani  inalienabili, che sono la base delle democrazie contemporanee, ma la democrazia non c’è. Tanto è vero che la Chiesa cattolica non trova alcun problema nell’aver mantenuto un ordinamento interno non democratico. E non ha avuto alcun problema, come altre Chiese cristiane del resto, ad appoggiarsi, nel passato, a regimi non democratici, come le monarchie assolute. Il discorso naturalmente potrebbe essere più ampio, perché nei millenni passati è stata elaborata anche una dottrina per insegnare che cosa dovesse fare un monarca che volesse dirsi ed essere riconosciuto come cristiano e quindi anche che cosa si dovesse fare, da cristiani, per servire quel monarca e via seguitando. Ma in queste che sono delle specie di note operative per la nostra situazione concreta di oggi  quel discorso non serve.
 Io sto prendendo coscienza di questo: la situazione in cui ci troviamo nell’Europa democratica di oggi non ha precedenti storici, è qualcosa di totalmente inedito. E bisogna dire che questa realtà veramente nuova è stata costruita con l’apporto fondamentale del pensiero di cristiani sulla democrazia e della loro azione politica, di governo delle società.
 Noi, ad esempio, diamo per scontato che questo lunghissimo periodo di pace, che in Europa si protrae ormai dal 1945, rientri nella normalità. Ma non è così. Tanto che, quando frequentai le elementari, nella scuola di piazza Capri, il nostro maestro era solito dirci che dopo qualche anno saremmo diventati uomini, saremmo andati in guerra, e più o meno la metà di noi vi sarebbe morta. Le cose, diceva, erano sempre andate così, una guerra più o meno ogni quindici o vent’anni (e allora si era negli anni ’63-’67). Poi non andò così. L’ultima grande frontiera, edificata tra Est e Ovest Europa dopo la Seconda guerra mondiale, è caduta nel 1991, senza la catastrofe che per tanto tempo si era temuta.
 Aver realizzato, in democrazia, una potenza di pace sugli antichi, immensi, campi di battaglia ha un significato per la nostra vita in religione?

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12
Europa, pace, diritti umani. E noi? Abbiamo vinto il premio Nobel.
(13 ottobre 2012)

 Non mi pare che finora abbia fatto molta impressione il premio Nobel  per la pace dato all’Unione Europea, vale  a dire anche a tutti noi italiani, cattolici compresi. La nuova Europa è infatti innanzi tutto una realtà di popolo, e di questo c’è veramente scarsa consapevolezza, perché è fondata, più che su un sistema di relazioni intergovernative per lasciare libero passo all’economia (questa fu sostanzialmente la caratteristica della Comunità Economica Europea), sulla proclamazione di  un sistema di diritti umani fondamentali (è una delle caratteristiche fondamentali della nuova organizzazione creata dal Trattato di Lisbona del 2007, entrato in vigore il 1 dicembre 2009). Essi non sono stati ideati dai vertici dell’organizzazione europea, ma, prima di essere formulati in un testo normativo, in quella Carta dei diritti fondamentale la quale con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona è divenuta legge europea, hanno corrisposto a un’esigenza forte posta dai popoli ora federati nell’Unione Europea. Su di essa si è fondata la duratura pace continentale e il processo straordinario di inclusione di nazioni che per millenni si erano combattute che ha convinto la celebre istituzione svedese a riconoscerne il merito non a questa  o a quella personalità, ma a tutti noi.Bravi!”, ci hanno detto, “avete fatto una cosa grande”.  E noi? Noi siamo rimasti perplessi, come è scritto che rimarranno i giusti, quando, alla fine dei tempi e presentatisi per il giudizio su ciò che sono stati e su ciò che hanno fatto, verrà loro indicata la porta del Regno beato.  Che abbiamo fatto per meritarci questo apprezzamento? Abbiamo fatto, abbiamo fatto…
  Ad esempio noi cattolici siamo divenuti più tolleranti verso le altre confessioni cristiane e verso le altre religioni che sono professate nell’Europa di oggi. Non si tratta di un impegno attuato solo dai capi delle nostre comunità, ma di una pratica molto diffusa tra le nostre genti, forse anche al di là di una chiara consapevolezza delle questioni implicate. In certi casi, come nei rapporti con l’ebraismo, a rapporti di aspra conflittualità è subentrata una franca amicizia. E’ uno sviluppo veramente importante, tenendo conto che la tremenda storia europea è stata duramente travagliata da guerre e altre stragi a fondamento religioso, in particolare nello scorso millennio. Abbiamo costruito in tal modo una civiltà fortemente inclusiva, in cui questo e quello possono trovare la loro patria indipendentemente dal loro rapporto con il soprannaturale, e infatti il moto fondamentale che riguarda l’Unione Europea è un afflusso di popoli dall’esterno verso l’interno, un moto centripeto, tanto che addirittura gli eredi di un nemico storico come l’Impero Ottomano turco bussano alle nostre porte nonostante tra loro prevalga di gran lunga la fede islamica; è qualcosa che richiama l’immagine del libro biblico di Isaia, nel brano in cui si profetizzano carovane di genti che da tutto il mondo vanno verso una Gerusalemme molto idealizzata, manifestazione dell’unione tra divino e umano, vale a dire di certi principi supremi e realtà  di vita. Questa cosa non c’è mai stata nella storia dell’umanità: prendiamone coscienza. Dispiace che non sia una cosa cattolica? Oh, ma è anche una cosa cattolica.
  Due giorni fa, con una fiaccolata, qui a Roma abbiamo celebrato il cinquantenario dell’apertura del Concilio Vaticano 2°. In quella occasione, avanzando in processione verso piazza San Pietro ci siamo manifestati come Chiesa che vuole essere luce delle genti, secondo l’insegnamento di uno dei documenti conciliari fondamentali, la costituzione dogmatica Lumen Gentium (trad. dal latino: luce delle genti). Ebbene, convinciamoci che negli anni passati lo siamo veramente stati, tutti noi. Il papa Giovanni Paolo 2° volle invitarci a rifletterci su durante il Grande Giubileo dell’Anno 2000. Considerate come siamo cambiati in meglio, noi Chiesa, da quando su certe cose andavamo molto per le spicce, come si suole dire. Ho cinquantacinque anni e non sono un nativo conciliare, vale a dire che ho avuto modo di vivere la Chiesa di prima, anche se da molto piccolo. Chi è più grande ricorderà meglio. E comunque ci si può informare sui libri di storia. Ai nativi conciliari, a quelli che sono nati e vissuti interamente nella nuova era, coloro che si incaponiscono ancora a vivere come si era prima sembrano un po’ strani. Non è così? Ma ci sarà modo di approfondire di più in questo che è stato proclamato, innanzi tutto come obiettivo del nostro impegno, Anno della fede.

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13
Insieme per agire da gente di fede
(14 ottobre 2012)

 Qualche anno fa partecipai a una riunione del mio gruppo  del MEIC – Movimento ecclesiale di impegno culturale, alla Cappella universitaria dell’Università La Sapienza, qui Roma, in cui un teologo ci parlò dei vari modi di pensare una dimensione comunitaria della vita di fede e di interventi nella storia dell’umanità motivati religiosamente e osservò che spesso si erano scelte delle vie che poi avevano costretto a dire molti “si, però…”, vale a dire a cercare di giustificare in qualche modo quelle che, con il senno del poi, venivano individuate come insufficienze in base all’etica religiosa proclamata. Ad esempio, la cristianità medievale,  in cui indubbiamente affondano alcune di quelle che possiamo considerare come radici delle società europee di oggi e che talvolta viene considerata un modello ancora attuale per la sua forte integrazione culturale del cristianesimo, produsse anche l’Inquisizione e le Crociate, modi di vivere la fede dai quali oggi abbiamo preso le distanze dichiarando di impegnarci a non replicarli; ma, ciò detto, siamo portati ad  aggiungere si però … l’idea di una società civile fortemente ispirata alla religione in fondo ci piace e cose simili. Non ci si poteva pensare un po’ meglio, prima, per non dover poi essere costretti a pentirsi? E’ un problema che riguarda anche noi, che vogliamo ancora influire nella società in cui viviamo per cercare, nella dinamiche democratiche, di determinare collettivamente scelte ispirate a certi valori che per noi hanno fondamento religioso. O forse sarebbe meglio non agire affatto e limitarsi solo ad attendere con pazienza che le cose cambino perché trascinate dal disegno provvidenziale, mentre noi ci incoraggiamo e aiutiamo a vicenda edificandoci nelle nostre comunità religiose con salmi, inni e canti spirituali, secondo le espressioni di San Paolo (Lettera ai Colossesi 3, 16. 1 Lettera ai Tessalonicesi 5,11)? Tenuto conto di quante sono le cose di cui abbiamo sentito il bisogno di chiedere collettivamente perdono, da quando ci siamo consentiti un simile esercizio, ci si potrebbe pensare seriamente.
 Riprendo a questo punto a seguire, in queste riflessioni, il libretto di Giuseppe Dossetti Eucaristia e città, Editrice A.V.E., collana Le Tessere e il Mosaico, 2011, euro 8,00, pagine 131, con prefazione di Giorgio Campanini.
 Il mondo nuovo che religiosamente attendiamo non uscirà dalle nostre mani. Non ne abbiamo quindi la responsabilità. I nostri progetti non possono e non devono estendersi fino ad esso. Né possiamo immaginare di poterlo effettivamente realizzare in una società da noi edificata. Trascrivo di nuovo, di seguito, le parole di Dossetti (pag.45-46):
  Il Regno, giunge a noi, senza di noi.
[…]
   ,,,il Regno verrà, per un decreto del Pare in un momento imprevedibile “che il Padre ha riservato alla sua potestà” (Atti degli apostoli 1, 6-7).
 E allora sarà non il coronamento della storia, ma la rottura della storia, semplicemente il suo troncamento, in ictu oculi [trad.:in un batter d’occhio – greco: en ripè oftalmù] (1 Lettera ai Corinzi 15,52).
 Quest’ordine di idee è un bel sollievo. Secondo le parole di Dossetti non saremo quindi giudicati colpevoli di non aver saputo realizzare, nelle nostre faticose e lunghe approssimazioni, il Regno, la società perfetta che non ha bisogno di lampade o di sole, “perché il Signore Dio li illuminerà”, secondo l’emozionante profezia che troviamo in Apocalisse, 22,3,  e anche di non aver asciugato ogni lacrima dagli occhi dei sofferenti, e di non aver sconfitto la morte, e di aver cancellato del tutto e definitivamente tra noi il lutto, il pianto e il dolore. Fatemi sapere se condividete questo discorso.
 Ciò posto, se guardiamo all’Unione Europea di oggi, per la quale inaspettatamente l’altro giorno ci siamo presi il Nobel, e la Chiesa del dopo Concilio Vaticano 2°, nella quale abbiamo voluto essere ed effettivamente siamo stati Luce delle genti, ce ne compiacciamo, pur pentendoci del male che in esse non siamo riusciti ad evitare e sentendoci pur sempre impegnati a migliorarci, perché non solo ad esse apparteniamo, ma anche esse ci appartengono, nel senso che sono un nostro modo di essere e quindi riflettono coralmente nel bene e nel male le nostre vite, e noi, lo sappiamo, non possiamo dirci perfetti, anche se in qualche modo desideriamo, e a volte anche cerchiamo  e addirittura ci sforziamo, di corrispondere al disegno che religiosamente pensiamo che si abbia su di noi, dall’alto. E, in definitiva, quei risultati, quella nuova Europa, quella Chiesa rinnova, non sono tati accidentali, ma voluti, quindi desiderati e attuati. Ecco quindi che  lo volevamo fare e l’abbiamo fatto. Sono effettivamente opera nostra, collettiva, e infatti, al nostro sesto giorno (Genesi 1,31), le guardiamo e vediamo in esse cose buone  ma anche cose da cambiare per migliorare, in quella, come dire?, commistione di grano e zizzania, di Città secondo Dio  e di Città secondo l’avversario di Dio che non è in  fondo in nostro potere sciogliere del tutto.
 Ha un significato, per la nostra fede, l’aver agito e costruito? Dossetti ritiene di poter concludere di sì. Per amore infatti abbiamo agito. Scrive (pag.103-104):
 Tutto nella via del cristiano agito dallo Spirito Santo è azione […] non è il caso di insistere banalmente sulla contrapposizione fra “contemplazione” e  “azione” […] “contemplazione” per il senso originario   [che aveva nell’antica filosofica greca, in particolare in Plotino (3° sec.) – nota mia] ,,, non [è] propriamente un concetto cristiano e [continua] a trascinare e a veicolare più di un equivoco nella storia della spiritualità cristiana.
 In senso propriamente cristiano tutto è azione, e con diversi gradi di efficacia, peculiarmente là dove il concetto abituale di azione ne saprebbe vedere di meno.
 Azione è l’Eucaristia: prima di tutto azione di Cristo, poi azione della Chiesa, azione della comunità che la celebra, del cristiano che vi partecipa.
 Ogni preghiera, se fatta come deve essere fatta in Cristo, nello Spirito, è azione.
 La lettura, e ancor più la “ruminatio” della Parola di Dio , allo stesso modo, è azione.
 La malattia che riduce immobile in un letto, accettata nella fede,  è azione […].
  La concentrazione dell’anima nel suo oggetto più proprio […] è azione”.
  Per Dossetti, si agisce come risposta d’amore all’amore trinitario, che ci viene dall’alto. C’è una carità verticale, appunto dall’alto, che è “generante e condizionante rispetto ad ogni altro amore, sia pure il più santo e benefico” (pag.117).
  “L’amore rivolto ai fratelli ne sarà un segno necessario e precipuo: ma derivato…”.
 Dossetti segnala l’esistenza di un paradosso della carità eucaristica, dell’agire insieme, nel nostro mondo, su fondamento religioso:
 “L’altissima risposta d’amore trinitario sarà tanto più utile agli altri e al mondo intero, quanto meno si preoccuperà e saprà di esserlo: cioè quanto più si ignorerà, si perderà, quanto più sarà silenziosa e radicale follia, dimessa e impotente: allora raggiungerà quel grado di sottigliezza, di agilità penetrante, di tersa inoffensività che può pervadere gli spiriti degli uomini (Libro della Sapienza 7,22-24) senza che se ne accorgano, riempirà la città stessa “con un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente” [Libro della Sapienza 7,25].
 Insomma: si agisce, si agisce insieme  e si agisce per amore, ma amore di una specie particolare, che  è risposta ad un amore che viene dall’alto. Quando si agisce così, non si fa conto del risultato, che poi si è convinti che verrà in un battito di ciglia a tempo debito e non per opera nostra: lo scopo dell’azione è infatti solo quello di diffondere nella società un “effluvio puro della gloria dell’Onnipotente” (Sapienza 7, 25, trad.Edizioni San Paolo 1997). Questo equivale, detto in termini profani, a infondere nella società intorno a noi dei valori. Tutto ciò definisce bene il compito di elezione dell’Azione Cattolica, per il quale in essa ci si prepara, si ragiona, si fa pratica e, infine,  ci si organizza  e si va in prima linea, dove per quei valori si lotta, e addirittura a volte molto oltre quella prima linea, in territorio avversario, nel senso che in esso sono avversati quei valori. Ma non necessariamente si combatte sotto bandiere crociate. Ci si può ritrovare, ad esempio, a lavorare con genti di altre fedi, culture, etnie e nazionalità sotto la bandiera azzurra della pace, con le dodici stelle d’oro in circolo, dell’Unione Europea, nella quale uno spirito religioso può intravvedere due simboli specificamente mariani, segno dell’anelito a valori anche specificamente nostri, di quelle radici cristiane di cui spesso parlano i nostri vescovi, in particolare il richiamo alla corona di dodici stelle della donna vestita di sole dell’Apocalisse (12,1). Ed effettivamente, a pensarci bene, l’Unione Europea di oggi ci appare veramente un segno grandioso, anche in senso specificamente religioso.
 Ho parlato di amore e questo termine, con il quale traduciamo tutti  i termini del greco neotestamentario con i quali specificamente si descrivono le relazioni tra i fedeli e tra essi e il mondo, ma anche e innanzi tutto quelle tra gli esseri umani e il fondamento soprannaturale,  suona equivoco, e anche un po’ stucchevole nell’italiano moderno. Nel greco del Nuovo Testamento (per quello che ho letto – ma la mia in merito è solo erudizione di liceale, neanche tanto studioso; non sono uno specialista) si avevano agàpe, filìa e coinonìa. Il primo richiama l’idea di quando si sta insieme per fare un bel pranzo; il secondo si riferisce all’amicizia, a un rapporto di reciproca simpatia e di preferenza, il terzo richiama l’idea di quando si partecipa ad un’opera comune. Nel mio Vocabolario del greco del Nuovo Testamento non viene riportato il termine èros, che pure rientra nei significati della nostra parola italiana amore, e definisce la passione sessuale, quella che trascina emotivamente dalle viscere e acceca.  Penso quindi che questa metafora non sia stata utilizzata nel Nuovo Testamento, anche se è presente nell’Antico, mentre anche nel Nuovo viene utilizzata quella basata sull’amore coniugale, che però è qualcosa di molto più complesso, perché è insieme èros (come base emotiva della predilezione per una persona fisica), agàpe, filìa e coinonìa, oltre a patto  ed alleanza.
 Poiché la qualità e la direzione del nostro agire  dipende molto dalle ragioni e del modo del nostro stare insieme, è interessante ragionarci un po’ su. Mi piacerebbe sapere  a quali conclusioni siete giunti, cari lettori; come vi regolate nelle vostre vite.


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14
Costruire nella società per narrare il fondamento della nostra speranza
(12 ottobre 2012)
 Continuo le mie riflessioni sulla base del libretto di  Giuseppe Dossetti Eucaristia e città, Editrica A.V.E., 2011, euro 8,00, pagine 131.
 Non possiamo ragionevolmente confidare del tutto sull’opera nostra, in particolare sugli effetti che possiamo produrre nella società. La storia ci insegna che il progredire dei tempi non significa sempre un miglioramento, un progresso duraturo: è possibile che si torni indietro e si debba ripartire. E anche in religione ci viene consigliato di prendere le cose in questo modo. Il fondamento della nostra speranza non sta in noi stessi. Scrive Dossetti (pag.112):
          […] si deve inculcare al cristiano che non solo può, ma deve impegnarsi nella storia             (secondo la misura dei doni ricevuti e le opportunità pratiche): ma insieme gli si deve             inculcare       che     questo egli deve fare con il massimo distacco possibile: pena la     perdita di tutta la credibilità come testimone ed esploratore dell’invisibile.
 In definitiva il nostro atteggiamento fondamentale di fede nei riguardi delle cose del mondo dovrebbe essere più che altro quello di una pervicace  e fiduciosa attesa, anche quando tutto ciò che accade e che ci circonda sembrerebbe disilluderci. Non si rimane inoperosi, ma siamo convinti che non siamo mai veramente noi che conduciamo la storia verso il suo compimento. Di questo possiamo aver una conferma per così dire “sperimentale”: tutte le potenze umane vanno incontro a un ciclo vitale e a processi evolutivi simili a quelli degli organismi singoli. Nel complesso, tirate le somme, si scopre di aver vissuto molto condizionati da fattori esterni a noi, la nostra sfera di influenza, anche come collettività piuttosto numerose, rimane sempre piuttosto limitata. E’ la sensazione che si ha, ad esempio, durante la crisi economica globale che è attualmente in corso. E spiegare con precisione il corso delle cose è sempre piuttosto difficile, quando si ragiona in termini di moltitudini umane. Poi però, quando ci si bene su è possibile che si riesca a produrre una interpretazione degli eventi compatibile con l’idea di un disegno provvidenziale. Quest’ultimo, secondo Dossetti, più che argomentato, quindi  compreso con precisione, va piuttosto narrato e testimoniato. Questo atteggiamento, secondo un pensiero del teologo Jurgen Moltmann, citato da Dossetti,
         […] rende buona la vita, perché in questa attesa l’uomo può accettare tutto il suo             presente ed avere gioia non solo nella gioia, ma anche nel dolore e trovare la felicità non             solo nella felicità, ma anche nella sofferenza […] La speranza procede attraverso la      gioia e il dolore, perché può discernere nella promessa di Dio  un futuro anche per ciò   che è transitorio, moribondo e morto.
  La speranza religiosa vive nell’attesa dei tempi ultimi e non si lascia quindi scoraggiare dagli insuccessi che si vivono nella propria contemporaneità. E nei successi, che pure sa  essere sempre minacciati e caduchi, si rallegra perche vi vede un’anticipazione di quanto promesso alla fine della storia.
 Proporre alla gente intorno a noi e a noi stessi una visione della cose improntata a speranza non è solo  questione di ragionamenti e di argomentazioni, ma anche un operare laboriosamente per produrre anticipazioni di ciò che è promesso per i tempi ultimi, in tal  modo dischiudendo a questo mondo l’orizzonte del Cristo crocifisso mediante una testimonianza valida (così Moltmann, citato da Dossetti). Questo un lavoro che si addice bene all’Azione Cattolica: la caratteristica specifica dell’associazione è di puntare a svolgerlo collaborando democraticamente con genti di altre mentalità e convinzioni. In quest’ottica il profano, ciò che si muove al di fuori delle azioni specificamente liturgiche, ha una valenza religiosa piuttosto forte. In esso noi cerchiamo pazientemente di rintracciare e capire quelli che sono stati definiti i segni dei tempi.

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15
Noi: popolo di Dio
(15 ottobre 2012)

 Nella riunione di martedì 16 ottobre 2012 ci è stata presentata la costituzione dogmatica Lumen gentium, del Concilio Vaticano 2°. Si tratta di un atto normativo, di una legge della nostra Chiesa. La Chiesa ha bisogno di leggi? Come ogni società di esseri umani, sì. Ma quella costituzione conciliare è molto più di una legge. E’ l’indicazione di una strada da prendere. Con autorità siamo stati chiamati a percorrerla, tutti noi che siamo stati persuasi dalla fede cristiana e quindi confidiamo in Gesù, il Cristo,  affidandoci a lui qui nella  vita terrena e oltre, sperando in quella eterna. Noi siamo convinti di costituire un popolo, il nuovo (rispetto all’antico popolo israelitico) popolo di Dio, non fuso in unità sulla base di discendenza etnica (secondo la carne), ma mediante la nostra fede (nello Spirito).
 Riconosciamo nostro capo Cristo, che riteniamo regni glorioso in cielo,  quindi al di sopra di tutto: il suo è un nome al di sopra di ogni altro nome. Il nuovo popolo:
 Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio [noi ci chiamiamo anche così],nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un Tempio [Lumen Gentium, cap.2°, n.9],
 Nella fede siamo stati come rigenerati dall’alto: La nostra legge suprema è ora di amare come lo stesso Cristo ci ha amati, secondo quanto espresso nel Vangelo di Giovanni 13,34 [Lumen Gentium, cap.3°,n.9]. Siamo così popolo costituito per una comunione di vita, di carità e di verità [Lumen Gentium, cap.2°, n.9].
 Riteniamo che ci sia stato affidato un compito, in particolare di essere stati inviati a tutte le genti del mondo,  come strumento di redenzione, luce del mondo e sale della terra. [Lumen Gentium, stesso numero sopra citato]. Dobbiamo estendere il nostro popolo, che deve però rimanere uno e unico, a tutto il mondo e a tutti secoli, per fare ciò che Dio vuole, vale a dire per radunare insieme i suoi figli dispersi [Lumen Gentium, cap.2, n.13].
 Bene, ma che cosa c’è di nuovo in questo rispetto alla fede della Tradizione, dei secoli precedenti? Ci ragioneremo su, in questo Anno della fede. Chi ha fatto esperienza ravvicinata della Chiesa prima del Concilio Vaticano 2° sa bene che qualcosa è effettivamente cambiato. Ma, nella nostra Chiesa, quando si cambia si cerca comunque di tenere tutto insieme, in particolare di collegarsi sempre alle esperienze delle origini, dei primi tempi, specialmente quando si scrivono i documenti ufficiali. Così, leggendoli superficialmente, si può in qualche modo rimanerne delusi. Anche perché, quando si parla del Concilio Vaticano 2° al di fuori della nostra Chiesa, lo si presenta come una sorta di svolta rivoluzionaria, che non c’è stata. Non è vero che c’è ancora un Papa a Roma? E ll vescovo suo vicario per la città di Roma? E un parroco nel nostro quartiere?
 Vi voglio però indicare un segno. Pensateci su. In parrocchia, davanti all’altare qualche volta ho visto esposta una grande menorah, il candelabro a sette braccia che è uno dei simboli dell’ebraismo. Oggi non ce ne stupiamo. Ancora nell’Ottocento ci sarebbe costato però molto caro, saremmo stati trattati un po’ come eretici e forse scomunicati, vale a dire tenuti isolati nella nostra comunità (non significa sbattezzati). Oggi invece è cosa  del tutto lecita e, anzi, ci edifica.
 Insomma, da sempre abbiamo saputo di essere stati inviati alle genti, ma dopo il Concilio Vaticano 2° abbiamo cominciato ad entrare in relazione con esse, come collettività e come individui, in modi sicuramente più amichevoli del passato.
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16
Essere popolo unito da una fede religiosa
(16 ottobre 2012)

Uno dei temi sui quali il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) ha riscoperto nella dottrina della tradizione potenzialità meno sviluppate nella storia bimillenaria della Chiesa è quello dell’essere tutti  i cristiani un popolo messianico, vale a dire genti unificate da una fede e da una missione. E, in questo parlare di popolo, hanno influito non poco concezioni moderne della politica, intesa come organizzazione della convivenza civile, così come quando in passato si parlava dello stesso tema si faceva riferimento ad altre concezioni in merito. Non dobbiamo meravigliarcene, perché la Chiesa è anche una organizzazione umana e in quanto tale è anche opera nostra e risente delle nostre visioni sul mondo e la storia. Questo che ho scritto da ultimo è sempre stato ben presente nell’idea che, riflettendosi sistematicamente sopra, si aveva della Chiesa, ma non lo era più tanto, e da secoli, quando iniziò il Concilio Vaticano 2°, nella ideologia ecclesiale, vale a dire in quella visione semplificata delle dinamiche sociali che serve a tenere unita la gente in una collettività organizzata. In quest’ottica, poiché si confidava molto negli effetti che alla Chiesa derivavano dall’essere insieme realtà umana e soprannaturale e corpo sociale sottomesso ai Pastori  (il Papapadre universale e vicario di Cristo, capo invisibile: viene dal greco pàpas che significa papà- e i vescovi –dalla parola greca epìscopos, che significa sorvegliante), si pensava che essa potesse sicuramente essere ordinata in modo diverso nel tempo e nei vari luoghi in cui viveva, ma che di volta in volta essa fosse il meglio che c’era in un certo momento e in un determinato luogo, vale a dire che nella storia fosse stata e fosse sempre una società perfetta. Ma vi è di più. Una conseguenza che si traeva da quest’ordine di idee era che la Chiesa, attraverso i propri Pastori, potesse, non solo insegnare con autorità, ma anche avere l’ultima parola in merito a tutte le altre organizzazioni sociali umane, che è come dire sulla politica delle società in cui viveva. Fin da quando, nel quarto secolo della nostra era, la Chiesa uscì, come dire, dalla clandestinità e cominciò ad influire con le proprie idee sulle società politiche in cui era immersa, quest’ultima pretesa fu materia di contrasto con i capi civili, i quali, al contrario, volevano spesso dire con autorità alla Chiesa come essa doveva essere. L’idea di una certa divisione di ruoli, di compiti e di materie da trattare tra le organizzazioni politiche civile e l’organizzazione della Chiesa, ciò che oggi chiamiamo laicità dello stato, è moderna: risale alla fine del Settecento. La troviamo attuata per la prima volta nella storia dell’umanità dopo la rivoluzione nordamericana, nell’ordinamento costituzionale degli Stati Uniti d’America (“nessuna professione di fede religiosa sarà mai imposta come necessaria per ricoprire un ufficio o una carica pubblica degli Stati Uniti”, art.6°, 3° comma, della Costituzione federale), benché i rivoluzionari avessero espresso nella Dichiarazione di indipendenza forti idealità religiose cristiane.
 Nella storia dell’umanità dalla fine del Settecento ad oggi abbiamo assistito ad un mutamento delle organizzazioni politiche da modelli monarchici, in cui il potere supremo era attribuito a una persona fisica o ad essa e a suoi stretti parenti, a modelli più partecipati da altri strati della società civile. Questo moto è all’origine delle democrazie di popolo contemporanee, basate sull’uguaglianza – intesa come pari dignità sociale – dei cittadini. In qualche modo esso si è espresso anche nella concezione di Chiesa che è stata proclamata con autorità durante il Concilio Vaticano 2°, anche se esso non ha avuto esiti propriamente rivoluzionari, né nelle intenzioni, né nella volontà espressa, né soprattutto nella pratica ecclesiale postconciliare.  Bisogna però osservare che ciò è dipeso anche dal fatto che la Chiesa ha rinunciato ad una sovranità politica su società civili, come quello che storicamente era stato attuato nello Stato pontificio, nell’Italia centrale, con capitale Roma. Sotto questo profilo ebbero effetti propriamente rivoluzionari la Repubblica romana napoleonica  (1798), quella  di Mazzini (1949) e la conquista e soppressione dello Stato pontificio (1870), nel senso che l’ordinamento politico instaurato dai Papi nell’Italia centrale venne in quelle occasioni  sovvertito, nel primo caso il Papa regnante fu preso prigioniero, nel secondo caso dovette fuggire da Roma e nel terzo dichiarò di considerarsi prigioniero in Vaticano.
 Possiamo misurare la rapida evoluzione di certe concezioni dal confronto tra queste due pronunce autorevoli, datate 1882 la prima e 1965 la seconda:
“[…]Presso i popoli italiani, che in ogni tempo si tennero fedeli e costanti nella religione ereditata dagli avi, ristretta ora ovunque la libertà della Chiesa, di giorno in giorno si tenta il più possibile di cancellare da tutte le pubbliche istituzioni quella impronta e quel carattere cristiano in forza dei quali fu sempre grande il popolo italiano. Soppressi gli Ordini religiosi; confiscati i beni della Chiesa; considerati validi come matrimoni le unioni contratte fuori del rito cattolico; esclusa l’autorità ecclesiastica dall’insegnamento della gioventù: non ha fine, né tregua la crudele e luttuosa guerra mossa contro la Sede Apostolica. Pertanto la Chiesa si trova oppressa oltre ogni dire, e il Romano Pontefice è stretto da gravissime difficoltà. Infatti, spogliato della sovranità temporale, cadde necessariamente nel potere di altri.
E Roma, la più augusta città del mondo cristiano, è divenuta campo aperto a tutti i nemici della Chiesa, e si vede profanata da riprovevoli novità, con scuole e templi al servizio dell’eresia. Anzi, pare che addirittura in questo stesso anno sia destinata ad accogliere i rappresentanti e i capi della setta più ostile alla religione cattolica, i quali vanno appunto pensando di radunarsi qui in congresso. È abbastanza palese il motivo che li ha spinti a scegliere questo luogo: vogliono con un’ingiuria sfrontata sfogare l’odio che portano alla Chiesa, e lanciare da vicino funesti segnali di guerra al Papato, sfidandolo nella sua stessa sede. Non è certamente da dubitare che la Chiesa esca alla fine vittoriosa dagli empi assalti degli uomini: è tuttavia certo e manifesto che essi con siffatte arti intendono colpire, insieme con il Capo, l’intero corpo della Chiesa, e distruggere, se fosse possibile, la religione.[…]
[Dall’enciclica Etsi nos, del papa Leone 13°, del 1882.]
 http://www.vatican.va/holy_father/leo_xiii/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_15021882_etsi-nos_it.html
“76. La comunità politica e la Chiesa
È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori.
La Chiesa che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana.
La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo. L'uomo infatti non è limitato al solo orizzonte temporale, ma, vivendo nella storia umana, conserva integralmente la sua vocazione eterna.
Quanto alla Chiesa, fondata nell'amore del Redentore, essa contribuisce ad estendere il raggio d'azione della giustizia e dell'amore all'interno di ciascuna nazione e tra le nazioni. Predicando la verità evangelica e illuminando tutti i settori dell'attività umana con la sua dottrina e con la testimonianza resa dai cristiani, rispetta e promuove anche la libertà politica e la responsabilità dei cittadini.
Gli apostoli e i loro successori con i propri collaboratori, essendo inviati ad annunziare agli uomini il Cristo Salvatore del mondo, nell'esercizio del loro apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre.
Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni. “
[Dalla costituzione pastorale Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo – Concilio Vaticano 2°-        1965]
 In sostanza il fattore unificante della Chiesa intesa come popolo di Dio è stato visto, nella concezione dell’ultimo concilio ecumenico, più nella fede  e nella missione comune, vale a dire di tutti, che nell’essere soggetti alla sovranità del Vicario di Cristo e, per quest’ultima, che ancora sussiste come legge della Chiesa,  è stato posto l’accento sulla sua finalità di servizio della vocazione personale  e sociale delle persone umane.
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17
Unire le genti per una vita buona
(17 ottobre 2012)

 La prima e fondamentale esperienza di una relazione con un’altra persona è quella che si fa da molto piccoli e qualcuno, di solito la madre, si prende cura di noi. E’ una cosa che ho letto, ma che corrisponde anche a quello che è successo a me. Da bambini piccoli non si potrebbe sopravvivere senza quelle cure di un altro. Quel rapporto tra un adulto e una persona molto piccola d’età rimane molto profondamente in noi. Spesso, anche da anziani, in certi momenti difficili, in particolare approssimandosi la fine, la si ricorda e, allora, viene alle labbra la parola mamma. L’ho sentita pronunciare da diversi morenti. In qualche modo quel legame tra persone è all’origine di molte idealità comunitarie. Ne sentiamo l’influsso in certe concezioni espresse nel culto mariano. O in alcune tematiche dell’arte religiosa, come quella della scultura di Michelangelo detta La Pietà, posta nella basilica di San Pietro, qui a Roma. Esso viene anche utilizzato per rendere l’idea dell’amore-agàpe, di origine divina, che pervade l’universo e noi stessi. Scrive Giuseppe Dossetti in Eucaristia e città, editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8,00, che si tratta di un amore viscerale, ma di viscere materne. Per questo ci viene incontro nonostante la nostra cattiveria e non cede mai all’ira: è misericordioso. Ci attraversa  e, riflettendosi in noi, torna all’origine. Genera quindi un atteggiamento di devozione filiale, che si ritiene esprimere bene l’atteggiamento religioso del fedele verso l’alto. Ma ne deriva anche un sentimento fraterno verso coloro che si trovano nella nostra stessa condizione di figli, insomma, secondo Dossetti, crea un’atmosfera di rispetto, di comprensione, di fiducia, di valorizzazione degli esclusi, di amore-oblativo [=che offre per venire incontro alle esigenze degli altri] indipendente  da ogni condizione esterna mutevole e che “non avrà mai fine” ( 1 Cor 13,8) [pag.121-122]. Spesso, quando ci accostiamo a una comunità religiosa, ad esempio come una parrocchia, lo facciamo disposti alla devozione filiale, ma aspettandoci di essere oggetto poi di un amore viscerale di tipo materno, e il più delle volte rimaniamo delusi. Questo può accadere anche entrando in collettività che concepiscono sé stesse come (utilizzo un termine di Dossetti) micro modelli di comunità nuove e quindi si sentono particolarmente impegnate nel realizzare una comunità di vita amorevole. E’ un’esperienza piuttosto comune. Tanto è vero che i maestri dei novizi, che hanno il compito di istruire i nuovi arrivati alle costumanze di un ordine o di una congregazione di vita religiosa, si sentivano in dovere di disilludere subito in merito i giovani. Del resto nelle disposizioni date da alcuni fondatori di collettività di frati e monaci ci sono esplicite disposizioni che riguardavano questo aspetto. Non si entra in una vita come quella per ottenere soddisfazioni o appagamenti emotivi o sentimentali.
 Più le dimensioni di un agglomerato di persone che per varie ragioni devono vivere vicine crescono, più i problemi aumentano. Ad un certo punto si arriva addirittura a un limite biologico dell’essere umano. Noi, pur come individui sociali, siamo infatti capaci di poche decine di relazioni profonde.
 Considerate ad esempio la situazione che si crea quando in piazza S. Pietro il Papa si affaccia, all’Angelus della domenica, e si rivolge alle migliaia di persone convenute ad ascoltarlo, dabbasso. Per la folla che sta giù il Papa è oggetto di una relazione profonda. Ciascuno/a ha un posto per lui nel proprio cuore. Ma il Papa che cosa vede lì sotto? Un cervello elettronico che guidasse un automa come se ne stanno cominciando a costruire eseguirebbe probabilmente una scansione ad alta definizione di ogni singolo individuo nella piazza, archiviando per ognuno una piccola biblioteca di dati. Un essere umano non funziona così. Guarda in basso e vede una folla  indistinta. Il Papa per la folla è un fattore di unità. Ma il Papa, essere umano, non è in grado biologicamente di far entrare ciascuno di quelli che lo ascoltano nel proprio cuore. Naturalmente le folle hanno sviluppato delle tecniche per rendersi presenti alle loro figure di riferimento, e lo fanno appunto agendo come una sola persona, manifestando gli stessi pensieri, gridando in coro  le stesse parole, cantando in coro gli stessi canti. Una grande folla può effettivamente restare nel cuore di un Papa. Penso che questo sia accaduto al papa Giovanni Paolo 2° nel corso del suo  quinto viaggio apostolico, che nel 1979 fece in Irlanda. Ci fu uno straordinario incontro con una folla di giovani, di enorme impatto emotivo, per i canti, per l’atmosfera generale, per l’aspetto e l’entusiasmo delle persone, tanti giovani che accoglievano un giovane  Papa, e via dicendo, tanto che io, pur avendolo visto solo in televisione, me lo ricordo ancora  bene e mi ci commuovo.
 Ora, la Chiesa cattolica ha preso sempre molto sul serio l’impegno a radunare i figli di Dio dispersi, per estendere il suo popolo, mantenendolo però uno e unico, a tutto il mondo e a tutti i secoli, per farne una comunione di vita, di carità e di verità (Costituzione dogmatica Lumen Gentium, cap.2° n.9 e 13, del Concilio Vaticano 2° - passi riportati in estratto in un post dei giorni passati]. Quando però si passa da una comunità delle origini di poche decine di discepoli a una di diverse centinaia di milioni di persone (se ne stimano ottocento milioni, in crescita) occorre porre molta attenzione agli elementi unificanti. Per quasi due millenni il principale di essi, nella Chiesa cattolica, è stato costituito dai Papi, nei quali si concentrava dal punto di vista normativo (e si concentra tuttora, nonostante qualche importante temperamento) l’autorità nella Chiesa, non essendo mai stata  concepita altra autorità che, all’interno della Chiesa, potesse effettivamente sovrastare quella del Papa (altre questioni sono quelle dei problemi che sotto questo profilo i Papi ebbero con certi imperatori cristiani e dell’ampia autonomia che, nel primo millennio, ebbero alcuni patriarcati orientali). Il Papa inoltre, come persona fisica, a volte con l’aggiunta di una certa idealizzazione, che in alcuni casi confinò con una sorta di mitizzazione della sua persona (ne era espressione il fasto che in certe epoche la circondava),  poteva agevolmente conquistare i cuori dei fedeli.
 Fin dai primi secoli sono stati importanti, al fine di promuovere e mantenere l’unità (ma sono stati anche fonte di divisione) anche quelle definizioni sintetiche dei principali argomenti di fede che sono detti simboli, due dei quali sono il Credo di Nicea Costantinopoli e il Credo degli Apostoli che recitiamo insieme nella liturgia della Messa. Queste solenni e autorevoli definizioni sono state raccolte in un libro, il H.Denzinger – A. Schonmetzer, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum [Raccolta di simboli, delle definizioni e delle dichiarazioni in materia di fede e morale], molto utilizzato in teologia.
186. Fin dalle origini la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria fede in formule brevi e normative per tutti. Ma molto presto la Chiesa ha anche voluto riunire l’essenziale della sua fede in compendi organici e articolati, destinati in particolare ai candidati del Battesimo.
 Il simbolo della fede non fu composto secondo le opinioni umane, ma consiste nella raccolta dei punti salienti, scelti da tutta la Scrittura, così da dare una dottrina completa della fede. E come il seme della senape racchiude in un granellino molti rami, così questo compendio della fede racchiude tutta la conoscenza della vera pietà contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento.
187.Tali sintesi della fede vengono chiamate “professioni di fede”, perché riassumono tutta la fede professata dai cristiani. Vengono chiamate “Credo” a motivo di quella che normalmente ne è la prima parola: “Io credo”. Sono anche dette “Simboli della fede”.
188.La parola greca “Sy’mbolon” indicava la metà di un oggetto spezzato (per esempio un sigillo) che veniva presentato come segno di riconoscimento. Le parti venivano ricomposte per verificare l’identità di chi le portava. Il “Simbolo della fede” è quindi un segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti. “Sy’mbolon” passò poi a significare raccolta, collezione o sommario. Il “Simbolo della fede” è la raccolta delle principali verità della fede. Da qui deriva il fatto che esso costituisce il primo e fondamentale punto di riferimento della catechesi.
[dal Catechismo della Chiesa Cattolica 1992-1997]
 I Simboli  della fede, alcuni dei quali per la loro origine o per successivi atti di volontà dell’autorità sono leggi della Chiesa, agevolano la comprensione legando affermazioni  che riguardano concezioni piuttosto complesse, riguardanti il soprannaturale, il legame dell’umanità con esso e il destino nostro e dell’universo intero, ad un gruppo di persone più limitato delle intere umane e celesti moltitudini: le persone della Trinità, Gesù Cristo, Maria Vergine, che una persona umana può facilmente tenere nel proprio cuore.
  Non va infine dimenticata l’importanza che storicamente ha avuto, come fattore unificante, la liturgia, anch’essa regolata spesso da leggi della Chiesa, quindi con autorità.
 Ora, per capire l’importanza che il Concilio Vaticano 2° ha avuto per la Chiesa cattolica, bisogna comprendere questo: esso ha in qualche modo inciso su tutti e tre quei tradizionali  fattori unificanti  e ciò anche se, da un punto di vista teologico, si è accuratamente cercato, nella formulazione dei documenti conciliari, di stabilire una continuità tra l’aggiornamento realizzato e la precedente Tradizione, per cui, sotto questo profilo, una cesura non c’è e non si avverte nemmeno. Questo non fu senza conseguenze. I capi della Chiesa ebbero l’impressione, nel dopo concilio  di un marcato sbandamento del corpo ecclesiale e se ne preoccuparono. La biografia dell’attuale Papa ce ne parla.
 Nel corso di quella grande assemblea mondiali dei capi della Chiesa di allora, riuniti intorno al Papa, ci fu però la riscoperta di un ulteriore fattore unificante che alle origini c’era senz’altro e di cui si aveva avuto sempre consapevolezza, ma sul quale nel corso della storia bimillenaria della Chiesa non si era fatto molto affidamento, anche perché, in effetti, non poche volte aveva deluso: l’essere Popolo di Dio.

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18
Un popolo nuovo
(19 ottobre 2012)

 E’ possibile che alcuni dei lettori che entrano in questo blog non abitino nel quartiere romano di Monte Sacro e in quella sua porzione che va sotto il nome di Valli, perché le sue strade portano il nome di diverse valli d’Italia: il posto in cui io vivo con gli altri del mio gruppo di Azione Cattolica. Possono trovarsi anche molto lontano, oltreoceano e addirittura agli antipodi. So ad esempio di famiglie di Ardigò che discendono da genti che dalla provincia italiana di Cremona, homeland di tutti gli Ardigò  del mondo, emigrarono in Brasile e in Argentina, come mio nonno paterno. Ecco che allora uno di quegli Ardigò, per trovare lontani parenti in Italia, potrebbe impostare una ricerca sul WEB su uno dei tanti motori che servono a questo scopo ed essere casualmente trasportato nella nostra piccola frazione di mondo. A pensarci bene è una cosa straordinaria, fantascientifica al tempo della mia infanzia e della mia adolescenza: essere connessi in una rete che collega potenzialmente miliardi di elaboratori elettronici e, idealmente e di fatto, le persone che sono dietro a loro. Certo, questa è poi solo una potenzialità, perché una sola vita umana non basterebbe per entrare effettivamente in relazione con tutta quella gente. Però è come quando si installa un cartellone pubblicitario sull’autostrada: chi passa legge. E allora, coloro che da lontano si mettono a leggere quello che in questi giorni sto scrivendo possono chiedersi dove voglia andare a parare. Dovete allora capire, cari lettori, che, certo, siamo lusingati del vostro interesse, ma qui ci si occupa di una piccola comunità religiosa, dall’Azione Cattolica che è nella parrocchia di San Clemente papa, in via Val Sillaro, Roma, Italia, Unione Europea: essa quest’anno, prendendo lo spunto dall’indizione di un Anno della Fede, aperto per la Chiesa cattolica lo scorso 11 ottobre, ha iniziato a riflettere sul significato della sua esperienza associativa e del suo ruolo nella Chiesa, anche per continuare a  proporsi nella società che la circonda e convocare in tal  nuovi amici che condividano i suoi ideali. Questo orientamento per così dire operativo si riflette nei temi trattati, per cui argomenti più generali vengono condensati e sistemati sulla base dei problemi che sono emersi nell’attività del gruppo.
 Roma è, a confronto con le maggiori metropoli del mondo, una piccola città, che, tutto sommato, conserva ancora una dimensione umana forte. Alcuni giorni fa lo si è detto di Firenze e i fiorentini se ne sono risentiti.  Ma non è una cosa negativa. Roma e Firenze sono città europee in cui si vive meglio che in altre agglomerati urbani molto più grandi. Per rendere l’idea, invito a portare l’attenzione su una grande conurbazione come San Paolo del Brasile, che conta una trentina di milioni di abitanti. Il nostro quartiere, poi, è, all’interno della città di Roma, una zona periferica del nord est senza particolari problemi. E’ cresciuta nel dopoguerra vicina alla riva destra dell’Aniene, uno dei principali affluenti del fiume Tevere, non molto distante dalla confluenza tra i due corsi d’acqua. All’inizio venne abitata da molti dipendenti pubblici, dello Stato, in particolare del Ministero del Tesoro e di quello delle Finanze, ma anche da militari,  e da dipendenti di altri enti pubblici, poi da una popolazione più varia.  I romani de Roma, quelli che discendono da famiglie insediate a Roma da molte generazioni, non prevalgono: i primi abitanti del quartiere arrivarono da varie parti d’Italia, dal Nord e dal Sud, ma anche dall’Abruzzo, ad Est, ed erano piuttosto giovani. Poi la popolazione si è fatta più anziana e solo negli ultimi anni sono cominciate ad arrivare famiglie con bimbi piccoli. Si è aggiunta anche un’emigrazione dal continente indiano, dalla Cina e dalla Romania. Nuovi poveri hanno ripreso ad abitare in rifugi precari nelle vicinanze del fiume, dove nel primo e secondo dopoguerra e fino agli scorsi anni ’70 c’erano i baraccati, gli sfollati per la guerra mondiale e poi i nuovi giunti emigrati dal Meridione.
 Il nostro gruppo di Azione Cattolica è composto in prevalenza di persone appartenenti alle famiglie che per prime si insediarono nel quartiere: costituiscono il nostro nucleo storico. Come si sa, l’Azione Cattolica dalla metà degli scorsi anni Settanta iniziò a perdere aderenti e ad avere difficoltà ad attirarne di nuovi. Si possono individuare diverse ragioni di ciò che è successo. I fattori negativi si sono succeduti e sommati. Complessivamente si può dire che la fede religiosa, come fattore sociale aggregante, ha perduto forza e questo, paradossalmente, proprio in anni in cui alcune convinzioni tratte dall’esperienza religiosa, in particolare quelle che riguardavano i diritti umani e la dignità delle persone umane, venivano poste alla base dello straordinario processo di unificazione continentale europea, una cosa mai accaduta nella storia dell’umanità,  e determinavano il convergere di moltitudini verso l’Europa e quindi un’imponente espansione politica per inclusione e non per conquista e sottomissione di altre nazioni. Si è trattato di un successo spettacolare, del quale di solito si è restii a rendersi conto. Basti pensare che una frontiera caldissima, come quella che divideva il continente europeo attraverso la Germania e lungo le frontiere orientali dell’Austria e dell’Italia si è improvvisamente dissolta tra l’89 e il ’91 senza un conflitto catastrofico. Questo enorme risultato non è attribuibile a questa o a quella persona, ad esempio al cancelliere tedesco cristiano democratico Khol, al quale pure si deve il processo di riunificazione politica, economica e sociale della Germania e il ritiro pacifico dell’Armata rossa dalla Germania orientale, o del nostro De Gasperi, democratico cristiano, o di altri, che si spesero in  momenti cruciali. Si è infatti trattato innanzi tutto  di un’opera collettiva, corale, in cui sono stati protagonisti i popoli europei. Per questo qualche giorno fa ci hanno dato il premio Nobel. Penso che si debba partire da questa considerazione anche per riflettere sulle ragioni del nostro stare ancora insieme in un gruppo di Azione Cattolica, impegnato, soprattutto dopo il Concilio Vaticano 2°, a diffondere valori nella società, in unione con tutte le altre persone di buona volontà.
 Si osserva qualche volta che il Concilio Vaticano 2° ebbe una visione ottimistica dei tempi. Effettivamente, considerando quell’evento complessivamente, può essere osservato che i capi ecclesiali i quali ne furono protagonisti nutrivano una certa fiducia nella gente comune, in particolare in noi laici. E, visti i risultati, non direi che si siano ingannati. Scrutarono, come scrissero, i segni dei tempi  e vi videro straordinarie opportunità, determinate dal fatto che la gente, che in passato era stata in genere succube dei propri capi politici, si era mostrata in grado di influenzare positivamente il corso della storia.
 I documenti conciliari furono scritti da teologi cattolici. Il particolare metodo seguito dalla teologia cattolica comporta che il nuovo  in genere non venga proposto come trascinato dal futuro e verso di esso in rottura con il passato, ma venga presentato come scaturente, e  spinto verso il futuro, da radici, in primo luogo in base alle scritture sacre e alla tradizione, quindi da un passato gravido di futuro, senza cesure, senza soluzioni di continuità. Questo anche quando ci si propone di attuare cambiamenti molto significativi.
 Ad un certo momento diventò centrale, nei discorsi conciliari, l’idea di popolo animato da grandi ideali religiosi, che venne presentato come nuovo (benché iniziato quasi duemila anni prima e animato da una missione analoga di salvezza) rispetto a quello antico costituito dall’Israele storico, senza che però il nuovo privasse di senso l’antico, data l’irrevocabilità delle promesse dall’alto e il radicamento del cristianesimo nell’ebraismo antico. Oggi questi discorsi non suscitano generalmente problemi, ma ancora ai tempi del Concilio Vaticano 2° sì, e di  molto grossi, e questo sulla base di una teologia molto antica, risalente ai primi scrittori autorevoli della Chiesa, dalla quale si erano tratte (indebitamente come riconoscemmo) conseguenze molto gravi dall’idea di un nuovo che sostituiva l’antico. Ecco che, allora, questo ideale di nuovo popolo (in senso prevalentemente storico e religioso) al quale ci si riferì durante il Concilio quando si parlava di popolo di Dio, iniziato con il cristianesimo circa duemila anni prima, venne ad un certo punto  ad assomigliare abbastanza, per come veniva caratterizzato,  a quello di popolo nuovo (in senso prevalentemente sociale: nel senso di collettività organizzata con proprie istituzioni e principi) - in italiano si coglie una differenza di significato anteponendo o posponendo l’attributo nuovo - manifestatosi solo dopo la Seconda guerra mondiale, dove nella prima espressione si aveva riguardo essenzialmente alla formazione di un popolo unificato su basi prevalentemente religiose rispetto a quello, che lo aveva preceduto storicamente, costituito prevalentemente su basi etniche, mentre nella seconda si faceva riferimento a un tipo di società umana come non c’era mai stata prima, che si era organizzata storicamente nelle Nazioni Unite e in altre organizzazioni (tra le quali oggi vi è la nostra Unione Europea) caratterizzate dalle medesime idealità e in particolare dall’affermazione dell’universalità di certi diritti umani fondamentali e dell’obiettivo della pace perpetua globale. Un’umanità nuova in cui, ad esempio, appunto, i cristiani, per  quegli ideali umanitari non (più) visti in contraddizione con quelli religiosi da loro professati, si proponevano di non perseguitare più gli ebrei e quindi in cui coloro che  consideravano sé stessi il nuovo non cercavano più di sopprimere coloro che consideravano l’antico. In questo si poté quindi cogliere una “novità” di tipo nuovo  del  popolo di Dio, ma radicata nelle origini, per cui l’evidente cambiamento di rotta venne considerato, in definitiva, una correzione  di rotta, insieme pentimento e conversione, teshuvà in ebraico, come poi, anni dopo, venne detto esplicitamente, in particolare dal papa Giovanni Paolo 2°.
  Ecco quindi un compito che si può individuare per noi cattolici europei che viviamo in una relativamente tranquilla periferia della  Roma di oggi: contribuire a consolidare come nuovo popolo (in senso religioso) il popolo nuovo (in senso sociale) che siamo diventati insieme a molti altri i quali, anche se non sono come noi esplicitamente religiosi, condividono certe nostre idealità che a ben considerare hanno fondamento religioso. Che è come dire: consolidare nella società di oggi certi valori che hanno base religiosa, come non cessano di ricordarci  i nostri vescovi.

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19
Micro-Macro e la ricerca della felicità
(20 ottobre 2012)

Riprendo la riflessione sul libretto Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 129, euro 8,00, formato tascabile (cm 11,5x16,5), con introduzione di Giorgio Campanini e un pezzo di Giuseppe Gervasio inserito come prefazione alla precedente edizione del 1997 (si tratta del testo di un intervento che Dossetti, ormai prete e monaco dopo essere stato molti anni prima professore universitario e politico, fece il 1 ottobre 1987 durante il Congresso eucaristico della diocesi di Bologna):
 Come la Chiesa riunita dell’assemblea eucaristica è l’epifania [=manifestazione. Nota mia] anticipata del Regno, così la Chiesa inviata dall’Eucaristia è un’epifania della “polis” [=città in senso politico, come organizzazione sociale. Nota mia] salvata: “politicità” tutta “sui generis” [=in un senso particolare, suo proprio. Nota mia], che non governa e non ha potere, che non muove verso gli altri per quello che hanno di appetibile, ma unicamente per quello che sono “in mysterio” [nel mistero della loro realtà che rileva per fede religiosa. Nota mia] (anche se poveri, deformi, incoscienti, in tutto inappetibile): cioè incontra l’uomo dall’esterno e in superficie, ma lo incontra nel suo “sé” più intimo, più invisibile, più pneumatico [=spinto dallo spirito religioso. Nota mia], creando e divulgando ovunque – nel seno di ogni società grande o piccola, soprattutto nei micro modelli di comunità nuove che alcuni sociologi laici ora raccomandano – un’atmosfera di rispetto, di comprensione, di fiducia, di valorizzazione degli esclusi, di amore-oblativo [=che si impegna per venire incontro alle esigenze degli altri, con spirito materno. Nota mia] indipendente da ogni condizione esterna e mutevole che “non avrà mai fine” ( 1 Cor 13,8). [opera citata, pagine 121 e 122].
 Queste parole di Dossetti ricordano quelle che troviamo nella costituzione dogmatica Lumen gentium, del Concilio Vaticano 2°, al capitolo 2°, n. 19:
 […] il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento di redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (si confronti  Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.
 Essere inviati collettivamente al mondo per essere strumenti di redenzione, vale a dire per influire su di esso per salvarlo dal male che c’è in giro, denota una politicità della nostra esperienza religiosa, che ha quindi molto a che fare con i fatti della nostra società e che quindi non si limita alla spiritualità personale e al miglioramento individuale del fedele. Essa tuttavia è di tipo particolare, specialmente perché rifiuta di dominare gli altri e si propone di incontrarli nel loro intimo in un nuovo clima di umanità, includendoli in un nuovo stile di relazioni personali. In un certo senso questo significa realizzare in concreto un tipo di felicità, una società in cui nessuno sia escluso, in cui tutti si sentano apprezzati e in cui si venga incontro alle esigenze degli altri con trasporto di tipo materno e li si tratti con animo fraterno, riconoscendo loro quella particolare dignità che deriva loro dall’essere figli di un padre comune (notate che certi concetti possono essere espressi bene solo con metafore tratte dalla vita familiare, molto idealizzata).
 Ora, naturalmente quest’ordine di idee presenta già qualche problema se lo si applica a piccoli gruppi, i quali pure vogliano impegnarsi effettivamente a realizzare quel tipo di comunità  a cui si riferiva la Lumen gentium, ma certamente si scontra duramente con la realtà sociale di collettività molto più vaste, composte da milioni, decine di milioni, centinaia di milioni di individui. E infatti, ad esempio, gli illuminati rivoluzionari che sottoscrissero la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776)  si limitarono prudentemente a riconoscere il diritto fondamentale alla ricerca della felicità, senza impegnarsi direttamente a realizzarla come collettività. E’ chiaro dunque che questo lavoro nella società a cui siamo stati chiamati (infatti siamo convinti di essere stati ad essa inviati), è particolarmente difficile, supera senz’altro le possibilità di un singolo individuo e richiede un’azione collettiva, un associarsi con altri che sono ispirati dalle nostre stesse idealità. Esso parte dai principi religiosi, ma richiede anche una sapienza umana che origina da ciò che ciascuno è, sa fare, sa capire, passa per la comprensione dei tempi e del mondo in cui si vive,  interagisce con quanto altri sono, fanno, sanno capire, conoscono del mondo in cui vivono,  e può produrre determinazioni comuni su ciò che collettivamente si debba realizzare, propositi e progetti concreti. Ma c’è di più: pur occupandosi di dimensioni sociali macroscopiche, come può essere ad esempio l’organizzazione di una città o di un quartiere, deve mantenere comunque vitali quelle dimensione sociali molto più piccole, fatte di gruppi di dimensioni molto più limitate, a partire da quelle a base parentale, nelle quali ciascuno trova sostegno, orientamento e fondamentale appagamento. Questo appunto, a mio avviso, significa non incontrare l’uomo dall’esterno e in superficie, ma nel suo “sé” più intimo, secondo l’espressione utilizzata da Dossetti: quindi tenere insieme macro e micro. Questo lavoro di cui ho parlato è il campo operativo principale dell’Azione Cattolica.
 Per oggi concludo osservando, nella linea di Dossetti, che in tutto questo agire collettivo ben ispirato si è indubbiamente esposti a una tentazione piuttosto forte, che è quella di ritenere che l’opera del nostro ingegno, le costruzioni sociali che riusciamo storicamente a realizzare, corrispondano ad un certo punto a un modello di perfezione sotto il profilo propriamente religioso, si tratti di famiglia naturale, di comunità religiosa, di organizzazione  di una città, di uno stato nazionale, di un ordinamento pubblico sovranazionale e, al limite, di un ordinamento globale di tutti i popoli della Terra, come nelle intenzioni vorrebbe essere l’organizzazione delle Nazioni Unite. Questa identificazione tra soprannaturale e naturale, espressa storicamente dal motto Dio è con noi, non la possiamo però legittimamente mai affermare, perché ci è stato detto che il Regno beato non è di questo mondo, con tutto ciò che da questo consegue. Nella visione di Dossetti, per quanto (giustamente) ci si dedichi a costruire comunità amorevoli e materne, ogni espressione della socialità umana mantiene una certa ambiguità e ambivalenza e in essa elementi positivi, rispetto alla concezione di fede, sono sempre mescolati a elementi negativi e permane, quindi, in essa un certo contrasto tra ciò che si è riusciti storicamente ad attuare e quello che definiamo come  “il Regno”. E ciò si avverte con più forza a misura che le collettività organizzate diventano più grandi, aggregando moltitudini, fino a sfiorare la globalità, le dimensioni dell’umanità intera, e a misura in cui esse incidono maggiormente nelle vite delle persone. Dossetti precisa:
 Il regno di Dio è Regno dei cieli: e quindi viene dall’alto, per volontà e opera di Dio. Non si realizza e neppure si prepara e si affretta per sinergia umana. E’ un fatto assolutamente sovrannaturale e miracoloso. Non è un bene comune, architettonicamente sommo, che si possa gradualmente predisporre per forze creaturali.
  Rimane pertanto questo paradosso, che, inviati verso gli altri per migliorare sulla base dei nostri principi di fede le società in cui insieme ad essi viviamo, in fondo rimaniamo sempre in quelle società degli estranei, degli stranieri, dal punto di vista religioso, anche quando collaboriamo alla loro edificazione. C’è sempre infatti, alla fine, una certa insoddisfazione rispetto ai risultati ottenuti e questo è vero non solo per le realtà profane, ma anche per quelle specificamente religiose, in ciò che esse hanno di umano. Al nostro “sesto giorno” guardiamo l’opera nostra comune e non riusciamo mai a concludere che è cosa molto buona, vi troviamo sempre qualcosa di migliorabile. E, rispetto ad ogni nostra città, in un certo qual modo ci troviamo nello stato di chi è in procinto di andarsene di lì a poco; cerchiamo in genere di mantenere un certo distacco. Questo che sembrerebbe un inconveniente non da poco nell’ottica della nostra completa integrazione civile, in realtà ci pone in una condizione di particolare libertà rispetto alle cose umane, in particolare alle società in cui viviamo. E, benché il nostro essere religiosi non ci ponga in una sorta di condizione di anarchia e quindi, vivendo nella società, effettivamente ci sottomettiamo alle autorità costituite, in particolare a quelle civili, dando ad esse ciò che a ciascuna di loro compete, questo sottomettersi, scrive Dossetti (pag.42) non vuole dire necessariamente sempre obbedire. In questo senso, come scrisse anni fa Paolo Giuntella nel libro omonimo, il nostro cristianesimo può essere effettivamente una strada verso la libertà.

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Uguale dignità nella Chiesa tra tutti i fedeli
(21 ottobre 2012)

  Sintetizzo le riflessioni che ho svolto nei giorni scorsi su uno dei temi ancora caldissimi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), nel senso che in quella grande assemblea fu intuito e sviluppato concettualmente, ma ancora la sua realizzazione è, come dire, in corso d’opera,  e si tratta di un lavoro in cui l’Azione Cattolica è particolarmente impegnata.
 Prima di cominciare richiamo alla vostra memoria questo che segue, di cui mi sono occupato in interventi precedenti: a)dalla fine del Settecento e in particolare dalla metà del secolo scorso, si è prodotta nel mondo una evoluzione politica delle istituzioni supreme per la quale si è passati da forme di governo caratterizzate dall’accentramento del potere in poche persone, dalle quali poi il potere veniva delegato in un scala gerarchica discendente, ad altre che consentivano una più larga partecipazione delle genti; b) questi sviluppi erano basati sull’idea di uguaglianza  intesa come pari dignità sociale; c) la pari dignità sociale è fondata sull’affermazione di diritti fondamentali che devono essere riconosciuti a moltitudini di esseri umani; d) il riconoscimento di questi diritti fondamentali è alla base del metodo democratico, quello che rende possibile la partecipazione di masse al potere supremo e che quindi non consiste solo nella regola secondo la quale vince la maggioranza; e) dopo il secondo conflitto mondiale il movimento per il riconoscimento universale dei diritti umani fondamentali di tutti gli esseri umani ha avuto il suo massimo sviluppo, producendo, ad esempio con a Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, una serie di dichiarazioni in cui quei diritti fondamentali non vennero più legati a una condizione di cittadinanza politica particolare (essere cittadini italiani o di un altro stato), ma alla sola condizione di esseri umani; f) nel mondo globalizzato (che significa unificato dal farsi più deboli le frontiere politiche che lo dividevano) di oggi il sistema dei diritti umani fondamentali sta avendo la sua massima estensione ed è alla base dell’idea di cittadinanza universale, realizzata la quale non vi sarebbero più nel mondo apolidi, genti private di una qualche possibilità di influire sui destini comuni; g) l’idea dell’esistenza di diritti umani fondamentali ha fondamento religioso e, in particolare, fondamento religioso cristiano, perché, in fondo, non può argomentarsi per altra via l’idea della pari dignità degli esseri umani, che per i cristiani dipende dall’essere stati tutti gli esseri umani creati uguali sotto quel profilo della dignità, da un unico Padre.
 Questi sviluppi democratici dell’ordine mondiale trovarono eco nella gerarchia cattolica a partire dal radiomessaggio natalizio del 1944  del papa Pio 12° (la Seconda Guerra Mondiale era ancora in corso in una sua fase particolarmente cruenta):
Il problema della democrazia
 Inoltre — e questo è forse il punto più importante —, sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
 Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
 In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?
http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale_it.html
 Poiché ha rinunciato ad esercitare un potere politico diretto, salvo che su una specie di simulacro di stato nel quartiere Vaticano in Roma, e ritiene di avere la missione di custodire inalterati alti ideali che riguardano il senso dell’universo, il destino degli esseri umani e la morale, la gerarchia della Chiesa cattolica, intesa come il papa e i  vescovi, non ha voluto, sulla scia del movimento democratico globale, democratizzare anche la Chiesa cattolica, nel senso di sottoporre certe decisioni supreme, ma anche molte di minore spessore,  al consenso della maggioranza. Paradossalmente quindi la Chiesa, pur consigliando la democrazia al suo esterno, rimane una potenza non democratica, essendo tutto il potere canonico (sull’organizzazione ecclesiale) concentrato nel Papa romano e nella sua piccola corte (la Curia vaticana) e solo parzialmente decentrato ad altri vescovi. Tuttavia gli sviluppi contemporanei dell’idea di pari dignità degli esseri umani, che del resto ha fondamento religioso, non sono stati del tutto senza conseguenze nella  Chiesa. Ciò si rileva particolarmente nei documenti del Concilio Vaticano 2°, che per altro, secondo il metodo della teologia cattolica, la quale si sforza di tenere sempre insieme  vecchio e nuovo, passato, presente e futuro, l’umanità antica e quella nuova, i morti e i vivi e i popoli di tutta la Terra, secondo il comandamento di unità ricevuto, sono formulati in modo da evidenziare particolarmente la continuità piuttosto che la novità.
 Un passo centrale lo si ritrova nel capitolo 4°, n. 32, della Costituzione dogmatica Lumen Gentium  sulla Chiesa, dove è affermata la vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune di tutti i fedeli nell’edificare il Corpo di Cristo. Questo il brano:
Dignità dei laici nel popolo di Dio
32. La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà. «A quel modo, infatti, che in uno- stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non hanno tutte le stessa funzione, così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siano membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5).
 Non c'è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c'è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché « non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11).
Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto a titolo uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio (cfr. 2 Pt 1,1). Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo di Cristo.
 http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html
 Che cosa comporta, per noi laici, questa pari dignità nella Chiesa?

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Città di Dio, città dell’uomo, città del diavolo
(22 ottobre 2012)

  Il peccato che è nell’uomo decaduto si ritrova anche nelle sue città e nelle forme sociali più vaste e complesse: queste ultime possono assicurare agli uomini vantaggi sensibili in varie direzioni, ma tendono a porsi come grandi concentrazioni di potere (le megalopoli, gli imperi) e divenire sempre più anonime e soprattutto consentire uno sfrenamento più incontenibile delle peggiori passioni umane: l’ambizione prevaricatrice, l’avidità di illimitati guadagni, il lusso spettacolare, la lussuria sempre più cupida di ogni perversione, l’adulterazione industrializzata della verità, lo spargimento ingiusto di sangue ecc. Sicché non si può parlare di un’ambivalenza delle forme sociali e del potere, come fanno molti sociologi contemporanei, ma il credente deve riconoscere un loro inquinamento profondo con altissimi rischi: il rischio più grave di tutti è la guerra, sempre più generalizzata e distruttiva a livello planetario.
[da Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8,00]
 Dossetti pronunciò le parole sopra riportate dopo aver preso sinteticamente in rassegna la dottrina e l’esperienza biblica, dai primordi di Israele a tutto il Nuovo Testamento. Si era nel 1987, in un mondo molto diverso da quello in cui viviamo oggi e, in particolare, non si era ancora nell’era della globalizzazione, della interconnessione planetaria delle economie e delle società umane.  L’umanità era dominata da due grandi sistemi politici sovranazionali, quello centrato sugli Stati Uniti d’America e quello che prendeva a riferimento l’Unione Sovietica, e seguiva due gruppi di sistemi economici, piuttosto articolati al loro interno, quelli di tipo capitalista e quelli di tipo socialista-collettivista. Le accuse di perversione sociale venivano lanciate e rilanciate dall’uno all’altro degli schieramenti, che concepivano sé stessi come reciprocamente alternativi, l’uno il rovescio dell’altro. Questo comportava che chi, in ciascuno di quegli universi sociali contrapposti, assumesse una posizione critica nei confronti della  civiltà umana in cui si trovava, poteva fare riferimento all’altro mondo che le si contrapponeva come a un mondo alternativo, al regno del bene, a un modello positivo. Ai tempi nostri quest’alternativa sembra mancare, perché la Terra sembra retta da potenze umane omogenee ed è diventata così più significativa la critica globale alle società umane che si può ricavare dal dato biblico, seguendo Dossetti: il male appare come universalmente connaturato con l’esperienza delle società umane e da esse ineliminabile. Come disse Dossetti, non vi è quindi una semplice ambivalenza tra male e bene, ma un inquinamento profondo che ora si manifesta come pervasivo di tutta l’umanità, senza reali alternative. E tuttavia, paradossalmente, il rischio di guerra globale, ancora molto alto al tempo in cui Dossetti pronunciò quelle parole, sembra oggi molto meno forte in una umanità molto più numerosa dei tempi antichi, con il conseguente aumento dei motivi di conflitto, e in un tempo in cui le capacità distruttive si sono enormemente accresciute. Questa è anche opera umana. La pace ha anche una valenza religiosa e quindi si è spinti a ragionarci su anche sotto questa prospettiva. E ci si può chiedere come conciliare le esigenze di impegno nel mondo nuovo in cui ci troviamo a vivere con il pessimismo biblico sulle organizzazioni sociali umane.
 Bisogna allora evidenziare un importante problema che noi, gente di fede, abbiamo nel trattare, insieme con altre persone al di fuori della cerchia di chi condivide le nostre convinzioni religiose, le cose del nostro mondo: i principi ai quali vogliamo riferirci per orientare le nostre condotte individuali e collettive sono tratti da un’antica sapienza che si è formata in un mondo radicalmente diverso da quello in cui viviamo. Non si tratta di una differenza di un più rispetto al meno (oggi, ad esempio, il  mondo è più popolato; le armi oggi sono più potenti e via dicendo), si tratta di una novità profonda, strutturale e piuttosto recente. Non dobbiamo però pensare che si tratti di un processo anche irreversibile. I tempi nuovi in cui ci troviamo dipendono da una certa organizzazione sociale molto complessa e quindi anche particolarmente fragile, nonostante la sua pervasività e potenza globale. Anni fa uno scrittore italiano scrisse un libro vaticinando le condizioni della morte di megalopoli,  della crisi di un’organizzazione sociale umana moderna molto articolata e complicata. Un nuovo medioevo, in senso negativo, una regressione catastrofica, è quindi senz’altro possibile, ipotizzabile. Ce ne possiamo prefigurare le condizioni. Le tempeste che travagliano le relazioni economiche su scala globale ne possono essere considerate in qualche modo delle avvisaglie.  Oggi più che in qualsiasi altra precedente epoca storica appare quindi rilevante, nel dirigere le nostre società, una sapienza che scaturisce da competenze umane molto raffinate e dall’interazione solidale e virtuosa tra i centri collettivi di potere, in una tensione verso il bene dell’umanità, per preservarla dai pericoli e dal  male che sempre incombe. Pur nella consapevolezza religiosa dell’influsso di potenze invisibili, quella che spinge verso la Città di Dio e quella che invece tenta verso la Città del diavolo, compresenti nelle nostre società come in ogni singola persona, sembra che per la costruzione della Città dell’uomo, espressione cara a Giuseppe Lazzati (1909-1986), ai tempi nostri ci si debba impegnare molto nella storia umana, più che nelle ere passate, nella ricerca in concreto di soluzioni escogitate responsabilmente da noi stessi, ragionando e cooperando con tutti coloro che sono bene intenzionati, avendo innanzi tutto di mira la prevenzione di quel gravissimo rischio di cui parlava Dossetti, quello di una guerra globale e catastrofica, e poi di quello che Dossetti nel 1987 non poteva ancora presagire, di una crisi economica catastrofica globale, una specie di carestia biblica che coinvolga tutta la Terra. Non possiamo limitarci a considerarci solo spettatori del conflitto cosmico soprannaturale. Siamo spinti a scuoterci da una certa passività nell’impegno sociale che può derivare da quel pessimismo religioso sulle cose umane  a cui ho accennato e dal concepirci sempre come stranieri in ogni patria terrena, nel senso però di estranei. E l’esperienza storica, ad esempio quella della cooperazione europea sfociata nell’Unione Europea di oggi, ha dimostrato che questi sforzi collettivi possono avere successo.   Ogni soluzione, però, non sarà mai univoca: per ogni problema se ne possono infatti  pensare di diverse e le predizioni sulla loro efficacia si sono dimostrate in diverso grado fallibili. Inoltre ogni tipo di soluzione è strettamente correlato al tipo di problema al quale risponde e i problemi hanno un’evoluzione storica, come tutte le cose umane e come gli stessi esseri umani. Questo incide abbastanza sulla possibilità di formulare una dottrina sociale che coniughi in modo realistico, universale e definitivo le esigenze della nostra fede religiosa, che è strutturata anche su principi che si riferiscono a un mondo che non c’è più, con quelle dell’umanità di oggi. E, prima di ogni cosa, sull’affidabilità di una dottrina con quelle pretese formulata con autorità da capi religiosi che fanno principalmente riferimento a un contesto teologico, di coerenza teologica.
 Mi piacerebbe, a questo punto, concludere anticipandovi la soluzione delle soluzioni, il discorso ragionevole che chiuda il sistema in modo rassicurante per noi persone religiose, chiarendo che il problema è solo apparente e che vi è ancora una via semplice per vivere da persone di fede nel nostro tempo. Tuttavia non posso farlo, perché di passo in passo vi ho portato sulle frontiere estreme delle nostre concezioni religiose, oltre le quali, benché la storia ci spinga collettivamente in quella direzione, non si sa bene che cosa ci si debba aspettare.
 Voglio precisare che la novità della situazione dei tempi nostri è apprezzabile essenzialmente su scala globale, mondiale, perché su scale più piccole (nazione, regione, città, quartieri, condomini ecc.) le cose si presentano diversamente e mantiene piena affidabilità orientativa il contesto tradizionale dei principi di fede, caratterizzato da un certo pessimismo sulle faccende umane. Questo rientra nella nostra esperienza quotidiana. Eppure il nuovo ci si presenta anche in essa, nella nostra vita feriale, e può, ad esempio, avere il volto dell’immigrato da un altro continente che chiede il riconoscimento di una cittadinanza universale sulla base di quella nuova organizzazione globale delle cose umane  di cui dicevo. In questioni come queste anche noi, individualmente e come piccoli gruppi, abbiamo voce in capitolo e non si tratta sempre di scelte facili. E sul risultato globale, per i meccanismi delle democrazie di popolo che reggono le nostre società, incideranno anche le nostre scelte, così come esse hanno certamente influito, in una dinamica corale, sul risultato dei tanti decenni di pace nel continente europeo.


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Quale impegno nell’Anno della Fede? Andare avanti!
(24 ottobre 2012)

 Nella riunione di ieri del nostro gruppo ci siamo interrogati su quale debba essere il nostro atteggiamento in questo Anno della Fede, indetto dal papa Benedetto 16° con la lettera apostolica Porta Fidei  (trad. porta della fede) dell’11 ottobre 2011  e aperto lo scorso 11 ottobre, cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano 2° (1962-1965).
 Potete trovare il documento all’indirizzo WEB:
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20111011_porta-fidei_it.html
 Leggendo le parole del Papa possiamo individuare questi presupposti e  obiettivi dell’iniziativa:
                  ·        entrare nella Chiesa significa impegnarsi in un cammino che dura tutta la      vita. La fede cristiana è come una porta che, attraverso il Battesimo,  ce lo fa iniziare;
                  ·        bisogna riscoprire questo cammino nella fede, perché la fede ai tempi nostri non è più un presupposto ovvio;
                  ·        dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci del cibo che rimane per la vita eterna, vale a dire della Parola di Dio trasmessa dalla Chiesa e del Pane di vita, per continuare a credere in Gesù, il Cristo;
                  ·        attraverso la propria testimonianza di vita i cristiani sono poi chiamati a far risplendere la Parola di verità che il Signore Gesù ci ha lasciato;
                  ·        l’Anno della Fede in questa prospettiva è un impegno a una rinnovata e autentica conversione al Signore, unico Salvatore del mondo;
                  ·        in questo spirito è anche necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede; esso scaturisce da una fede rafforzata;
                  ·        il percorso comune nell’Anno della Fede deve portarci a capire in modo più profondo non solo i contenuti della fede ma anche il senso del credere, l’atto con cui decidiamo di affidarci totalmente a Dio, in piena libertà, che è dono di Dio e azione della sua grazia, la quale agisce e trasforma la persona fin nel suo intimo;
                  ·        la professione di fede comporta anche assumersi la responsabilità sociale di ciò che si crede: non è un fatto privato e implica anche una testimonianza ed un impegno pubblici; essa quindi è un atto personale ed insieme comunitario. E’ la Chiesa, infatti, il primo soggetto della fede;
                  ·        per la conoscenza sistematica dei contenuti della fede cristiana tutti possono trovare nel Catechismo della Chiesa cattolica (1993; 1997) un sussidio prezioso ed indispensabile;
                  ·        non dobbiamo temere di argomentare razionalmente la fede, anche in quest’epoca in cui molti ritengono che certezze razionali possano conseguirsi solo nell’ambito del pensiero scientifico e tecnologico, perché confidiamo che tra la fede e la scienza non vi sia conflitto, in quanto entrambe, anche se per vie diverse, tendono alla verità;
                  ·        sarà decisivo nel corso di questo Anno ripercorrere la storia della nostra fede, la quale vede il mistero insondabile dell’intreccio tra santità e peccato;
                  ·        In questo tempo siamo invitati a tenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento; in lui, morto e risorto per la nostra salvezza, trovano piena luce gli esempi di fede che hanno segnato questi duemila anni della nostra storia di salvezza”;
                  ·        nell’Anno della fede dobbiamo vedere anche un’occasione per intensificare la nostra testimonianza della carità; la fede senza la carità non porta frutto e la carità senza la fede sarebbe un sentimento in balia costante del dubbio. Fede e carità si esigono a vicenda, così che l’una permette all’altra di attuare il suo cammino;
                  ·        nell’Anno della Fede siamo inviati a scuoterci da una certa pigrizia nel conoscere e testimoniare la nostra fede religiosa comune; in particolare ciò riguarda i più anziani, che ritrovino gli ideali di gioventù: “Giunto ormai al termine della sua vita, l’apostolo Paolo chiede al discepolo Timoteo di ‘cercare la fede’ (cfr 2Tm 2,22) con la stessa costanza di quando era ragazzo (cfr 2Tm 3,15). Sentiamo questo invito rivolto a ciascuno di noi, perché nessuno diventi pigro nella fede”.
                  ·        nella fede siamo ricolmi di gioia perché, pur vivendo anche l’esperienza della sofferenza “noi crediamo con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il male e la morte. Con questa sicura fiducia ci affidiamo a Lui: Egli, presente in mezzo a noi, vince il potere del maligno (cfr Lc 11,20) e la Chiesa, comunità visibile della sua misericordia, permane in Lui come segno della riconciliazione definitiva con il Padre”.
 Ora, uno dei modi di intendere gli impegni proposti nell’Anno della Fede è quello di presentarli come un cammino di ritorno: ci siamo allontanati dalla verità e ritorniamo indietro,  riconoscendo il male che c’è in noi e che da noi è scaturito. Questo corrisponde a figure storiche che troviamo nell’Antico Testamento e, in definitiva anche a insegnamenti che troviamo nel Nuovo. Ma esso presenta alcuni problemi, che sono collegati all’idea di cammino, a questa che è una metafora bella e  suggestiva fino a che corrisponda a come la Chiesa vuole concepire sé stessa. Ora, a ben considerare, questa idea del ritorno nella lettera apostolica citata non c’è (c’è quella di conversione, che è un’altra cosa: è cambiamento e nuovo orientamento come manifestazione di fede). Infatti il cammino che si propone ai fedeli non è verso la fede, ma a partire dalla fede (concepita come una porta). Certo, poi, per opera della grazia dalla nostra testimonianza di fede può accadere che altri, dal di fuori, decidano di passare per quella porta, ma per loro non si tratterà di un ritorno. Il documento del Papa a questo proposito si apre con la citazione di un brano degli Atti degli apostoli, 14,27 in cui si legge (versione CEI 2008):
 Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto capire per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
  Quel passo si riferisce al ritorno di Paolo e di altri suoi compagni da una missione in città del mondo pagano del loro tempo.
 Per quanto indubbiamente nella vita delle persone ci possano essere momenti in cui esse si allontanano dalla Chiesa e poi le si avvicinano nuovamente, in un movimento effettivamente di ritorno, e quindi ci sono anche dei gruppi per così dire specializzati nel favorire questa decisione di rientro (anche se è tutta la Chiesa che dovrebbe ritenersi impegnata in questo), nella lettera apostolica citata non è questo ad essere centrale. Piuttosto il Papa appare preoccupato di una certa pigrizia  e distrazione  di noi fedeli nel rispondere alle esigenze di fede, nel trarre le conseguenze dalla nostra professione di fede, e teme che questo accada perché riflettiamo troppo poco su di essa. Non ci siamo dedicati abbastanza a tenere viva la comprensione dei contenuti della nostra fede e nel nostro impegno sociale, quando c’è stato,  a volte abbiamo tenuto più conto delle conseguenze sociali, culturali e politiche di esso che della sua origine religiosa, in una sorta di secolarizzazione dell’azione nostra. L’Anno della Fede, per come io credo di aver compreso l’invito che ci è stato rivolto, deve così servire a scuoterci da questa pigrizia e a porci nuovamente in cammino secondo l’orientamento che ci viene dalla comune fede religiosa: appunto un cammino nella fede. Come battezzati infatti, a prescindere da quella pigrizia e da quelle distrazioni abbiamo mantenuto sempre piena cittadinanza nella nostra Chiesa, non ne siamo mai usciti e nessuno ce ne può cacciare fuori, e questo è un effetto irreversibile del Battesimo.  Questo dobbiamo sempre ribadire con la massima forza, contro ogni retriva tentazione reazionaria, che storicamente purtroppo   è sempre presente di quando in quando.
 Per come la vedo io, noi, piccolo gregge dell’Azione Cattolica in San Clemente papa, in questo Anno della Fede, non dobbiamo prendere la strada per andare da qualche parte indietro, ma siamo spinti proprio dalla nostra fede in avanti.
La lettera apostolica citata pone poi espressamente, tra gli impegni per l’Anno della Fede, quello di “ripercorrere la storia della nostra fede, la quale vede il mistero insondabile dell’intreccio tra santità e peccato”.
“Mentre la prima evidenzia il grande apporto che uomini e donne hanno offerto alla crescita ed allo sviluppo della comunità con la testimonianza della loro vita, il secondo deve provocare in ognuno una sincera e permanente opera di conversione per sperimentare la misericordia del Padre che a tutti va incontro.”
 In questo ci indica anche quell’impegno  di purificazione della memoria, che significa comprendere ciò che nel nostro passato ecclesiale non andava nella direzione giusta e distaccarsene per il futuro (senza con questo volere anticipare il giudizio divino sulle vite delle persone che di  quel passato furono artefici), sulla quale la nostra Chiesa si è avviata per iniziativa del papa Giovanni Paolo 2° in occasione del Grande Giubileo dell’Anno 2000.
 La concomitanza tra l’apertura dell’Anno della Fede e il cinquantesimo anniversario dell’inizio del  Concilio Vaticano 2°, grande occasione di aggiornamento della nostra Chiesa, pur nella fede della Tradizione, rende chiaro che non è al passato che ci viene chiesto di guardare, in particolare a modi organizzativi che si riferiscono ad epoche che non sono più.
 Ciò che del passato ci viene richiesto di riscoprire è la fede della Tradizione, la fede di sempre, che è fede in colui che riteniamo il Salvatore dei secoli, ieri, oggi e domani: egli vive e trae a sé tutto.
 Certo, cari amici, ieri contandoci e considerando le nostre forze reali, dico noi del nostro gruppo in San Clemente papa, ci siamo chiesti se questo compito verso il quale siamo spinti in questo Anno della Fede non superi di molto le nostre forze. Ma non dobbiamo scoraggiarci, perché, e questa è una delle cose che possiamo riscoprire in questo Anno della Fede, noi non siamo soli: siamo parte di un lavoro collettivo molto più grande e poi confidiamo, nella fede, in colui che può dare successo a tutte le nostre opere.


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E pluribus unum: quale fondamento per l’unità?
(25 ottobre 2012)

 Sullo stemma degli Stati Uniti d’America compare il motto latino E pluribus unum, che significa da molti, uno. Fu proposto dai rivoluzionari autonomisti nordamericani Adams, Jefferson e Franklin nel 1776 e successivamente adottato ufficialmente. Si riferisce alla volontà delle tredici colonie britanniche nordamericane di unirsi in una dichiarazione di indipendenza contro la Gran Bretagna, fondata sulla convinzione della  pari dignità umana, per essere stati gli esseri umani creati uguali in certi diritti umani fondamentali inalienabili e, innanzi tutto, in quelli alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.  Perché mi riferisco spesso alla nascita degli Stati Uniti d’America? Perché quella vicenda storica segna l’origine delle democrazie contemporanee e, nello stesso tempo, la creazione di un’unità politica in democrazia caratterizzata da un forte anelito religioso cristiano. Essa mostra quindi che ideali cristiani e ideali democratici possono convivere, non sono necessariamente in conflitto. Ciò con cui la democrazia non può convivere è infatti la tirannia. Questo era tanto chiaro a quei rivoluzionari che Benjamin Franklin aveva anche escogitato un altro motto: Ribellarsi al tiranno è obbedire a Dio. Benché quest’ordine di idee fosse molto antico nell’ideologia cristiana e fosse stato in particolare  affermato, su basi bibliche, nell’ordine concettuale di S.Tommaso D’Aquino (filosofo del Duecento, il cui pensiero venne approvato ufficialmente con l’enciclica Aeterni patris del Papa Leone 13° - del 1879), la democrazia come  è intesa oggi (con l’affermazione del diritto politico di resistenza al tiranno che violi quei diritti umani fondamentali inalienabili) venne accettata dalla Chiesa cattolica come regime politico preferibile solo nel 1944 (radiomessaggio natalizio del papa Pio 12°).
 Anche lo stato dal quale i rivoluzionari nordamericani vollero staccarsi era fondato sull’unità di diversi popoli (Inghilterra, Galles e Scozia: la Gran Bretagna), In questo caso però il fattore di unità era la sudditanza a una dinastia monarchica, la quale ad un certo punto, sulla base di precise accuse storiche esplicitate nella Dichiarazione di indipendenza  del 1776, venne vista come tirannica. Paradossalmente quindi la proclamazione di un’unità politica su certi principi, fatta dai rivoluzionari nordamericana, coincise con la secessione da un’unità politica fondata sulla sudditanza a un potere visto come tirannico.
 La questione dei fondamenti dell’unità è stata una di quelle fortemente critiche anche nella Chiesa cattolica, in particolare da quando, nel quarto secolo della nostra era, essa divenne rilevante per l’unità politica dei popoli unificati nell’impero romano e successivamente  anche per quella dei nuovi stati sorti dalla dissoluzione, nell’Europa Occidentale, di quel dominio. Quando si parla di radici cristiane dell’Europa ci si vuole riferire anche  a questo. In questa materia ha inciso potentemente il Concilio Vaticano 2°, aprendo veramente una nuova epoca.
 Il punto di partenza del nuovo ordine concettuale è la pari dignità delle persone che formano il popolo di Dio.
  ...comune è la dignità dei membri per  la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c’è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché “non c’è né Giudeo né Gentile, non c’è schiavo né libero, non c’è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28 gr; cfr Col 3,11).
[…]
… vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo.
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.32].
 Questa pari dignità conduce a rispettare la varietà nella Chiesa che raduna quel popolo
La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà.
[…]
Così nella diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo.
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.32].
  Il fattore di unità è di ordine spirituale:
… infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la  Chiesa e per tutti e singoli i credenti è principio di associazione e di unità, nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr At, 2,42).
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.13]
 La realizzazione dell’unità è impegno comune di tutti i fedeli:
…le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono con uno scambio mutuo universale verso la pienezza dell’unità.
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.13]
 Ad essa siamo spinti dalla legge dell’amore cristiano:
Questo popolo messianico ha per capo Cristo […] Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel core dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr Gv 13,34).
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.9]
 Per capire a che tipo di amore ci riferisca quando si parla della legge cristiana dell’amore è opportuno leggere il testo greco del brano del Vangelo di Giovanni citato nella costituzione dogmatica: “Entolèn cainèn dìdomi umìn, ina agapàte allèlus, cathòs egàpesa umàs, ina cai agapàte allèlus.(trad.:Vi do un comandamento nuovo che vi amiate [agapàte] gli uni gli altri; come io vi ho amato [egàpesa], così amatevi [agapàte] anche voi gli uni gli altri”. In questo brano viene utilizzato il verbo greco agapào che ha la stessa radice del sostantivo agàpe [in italiano tradotto con amore], il quale nella Bibbia richiama l’idea di pasti comuni come segno d’amore reciproco.
 Riassumendo: secondo le concezioni conciliari, l’unità non significa necessariamente uniformità e trova fondamento dal basso, in una comune ispirazione ideale che spinge gli uni verso gli altri, come quando si partecipa a una bella cena tutti insieme, per una comunione di vita, di carità e verità [Lumen Gentium, n. 9].
 Ora, non è che queste idee siano veramente nuove, perché erano tra quelle fondamentali fin dalle origini. La loro portata innovativa sta nel fatto che esse sono stata proclamate nel Concilio Vaticano 2° dopo che per quasi due millenni i fattori di unità nella Chiesa cattolica erano stati visti principalmente nella sudditanza sacrale ad un unico Pastore terreno  e nella stretta uniformità ideologica e liturgica (ad esempio nell’uso universale del latino liturgico).
 Dove voglio andare a parare con tutto questo? Cerco di dirlo nel modo meno “traumatico” possibile.
  Il fatto che l’Anno della Fede che è appena iniziato  sia stato così esplicitamente collegato al Concilio Vaticano 2°, tanto da essere stato fatto iniziare nel giorno del cinquantesimo anniversario dell’apertura di quel concilio, rende ben chiaro che non si vuole da noi il ritorno alla preponderanza degli antichi fattori di unità. Quell’era della nostra confessione religiosa è finita. Dobbiamo resistere alla tentazione di “ritornare” nel senso di incamminarci di nuovo per vecchie strade che portano a un mondo dal quale faticosamente ci siamo infine distaccati, dopo tanto dolore, perché basato su principi non evangelici. L’evo antico ha comportato nella storia della Chiesa, della quale nella  lettera apostolica Porta Fidei di indizione dell’Anno della Fede siamo chiamati a prendere maggiore consapevolezza, fatti gravi dei quali abbiamo dovuto collettivamente pentirci, sotto la guida del papa Giovanni Paolo 2°, nel corso del  Grande Giubileo dell’Anno 2000.
[…]
Un Rappresentante della Curia Romana: 
Preghiamo perché ciascuno di noi,
riconoscendo che anche uomini di Chiesa,
in nome della fede e della morale,
hanno talora fatto ricorso a metodi non evangelici
nel pur doveroso impegno di difesa della verità,
sappia imitare il Signore Gesù,
mite e umile di cuore. 
Preghiera in silenzio. 
II Santo Padre: 
Signore, Dio di tutti gli uomini,
in certe epoche della storia
i cristiani hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza
e non hanno seguito il grande comandamento dell'amore,
deturpando così il volto della Chiesa, tua Sposa.
Abbi misericordia dei tuoi figli peccatori
e accogli il nostro proposito
di cercare e promuovere la verità nella dolcezza della carità,
ben sapendo che la verità
non si impone che in virtù della stessa verità.
Per Cristo nostro Signore. 
R. Amen. 
R. Kyrie, eleison; Kyrie, eleison; Kyrie, eleison. 
[Dalla liturgia della Giornata del perdono, celebrata il 12-3-2000 nel corso del Grande Giubileo dell’Anno 2000]
 Come risulta chiaramente dalla lettera apostolica di indizione, si vuole che nell’Anno della Fede noi fedeli approfondiamo un cammino comune nella fede, aiutandoci gli uni gli altri in unione spirituale pur nella legittima varietà  di stili di vita individuali e comunitari, anche per un rinnovato impegno di testimonianza nella società in cui viviamo, per influire in tal modo su di essa con rinnovata sapienza e consapevolezza infondendo  valori cristiani, cercando di promuovere, secondo il comando ricevuto, l’unità spirituale di tutti i popoli della Terra. Non ci viene chiesto invece di realizzare un’unità discriminatoria, separando da noi, come “infedeli” o “scarsamente fedeli”, coloro che su alcune cose legittimamente la pensano diversamente da altri, nel presupposto che questi ultimi siano monopolisti della retta dottrina, della retta liturgia, dei retti principi di vita comunitaria. Questo significherebbe in un certo senso  tornare al nostro tremendo passato, equivocando gli scopi dell’importante iniziativa alla quale siamo stati tutti chiamati.
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Gioia e timore alla base dell’impegno religioso nella società
(27 ottobre 2012)

 Leggo in Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8, che ho utilizzato questa estate per le mie meditazioni religiose:
[…] nella … nuova economia l’amore –motivo fondamentale dell’osservanza dei precetti non elimina il santo timore filiale che, con soggezione totale e trepidante adorazione della maestà di Dio, deve permanere a ogni livello della vita spirituale.
 Perciò, anche restando nel Nuovo Testamento, vediamo che c’è un timore di Dio che e inculcato assiduamente dagli apostoli (la stessa Lettera ai Romani 11,10; la Lettera agli Ebrei 4,1; la Prima lettera di Pietro 1,17 e 3,16); ed è inculcato da Gesù stesso come necessario (Mt 10,28),
[…]
Certo l’Eucaristia, se davvero vissuta nella fede, suppone la gioia: ma non necessariamente una gioia sensibile.
 Deve esser una gioia non adolescenziale, ma da adulto, che non presuppone … di saltare il timore, ma che nasce proprio da un timore virile e consapevole: stiamo di fronte al corpo e al sangue del Verbo eterno di Dio”.
 Questo  discorso che Dossetti riferiva specificamente all’Eucaristia può essere esteso all’atteggiamento che complessivamente la persona religiosa può avere nei confronti del tempo e della società in cui si trova a vivere. Il timore deriva dalla consapevolezza della grandezza degli ideali professati e dalla conseguente responsabilità, ma la gioia deriva della stessa fonte e, in particolare, dalla convinzione che quegli ideali non siano basati solo sulle proprie forze e che, quindi, l’universo, e l’umanità in esso, sia tratto da una forza irresistibile, non spinto da noi, verso un  suo beato compimento. In altre circostanze, al contrario, timore e gioia non vanno d’accordo, se il primo deriva dall’incertezza sul futuro, che può anche mettersi molto male, e dalla considerazione dell’insufficienza delle proprie forze e  conseguentemente la gioia, se anche c’è, finisce per essere piuttosto precaria e minacciata ed è essenzialmente gioia nell’oggi e anzi addirittura solo nell’ora corrente. Quella che scaturisce dal timore religioso è invece gioia per il passato, per il presente e per il futuro, quindi si basa su una valutazione complessivamente positiva e fiduciosa della storia. Si fonda su una considerazione realistica delle cose come vanno, e questa è come si dice nel lessico attuale la sua laicità, perché la fede non è solo immaginazione e sentimento, ma anche su una spiritualità intima e quindi profonda che cambia molto l’atteggiamento che si ha verso ciò che ci circonda e che, in tanti modi, ci determina, ci interroga, ci sollecita e, a volte, ci atterrisce. L’animo religioso, di conseguenza, di fronte ad ogni difficoltà della vita, sia  essa di quelle proprie personali o di quelle di realtà vicine come la famiglia o l’ambiente umano abituale, come anche su scala maggiore, di quelle che riguardano la propria città, regione, nazione o, al limite, l’intera umanità, innanzi tutto si raccoglie nella propria spiritualità per rafforzare il suo legame con il fondamento beato, in quell’atteggiamento che Dossetti indica come di devozione filiale, quindi in una familiarità di relazione con esso che non intacca il sentimento di stupore e trepidazione di fronte ad un assoluto che si pensa sorprendentemente  animato da amore viscerale, materno, ma anche virile, paterno, nei confronti di noi umani. Il passo successivo è quello della comprensione del mondo intorno a sé e poi dell’azione in esso, nel tentativo di comporre profano e religioso in una esperimento sapienziale nel proprio tempo, che, senza pretendere di esaurire tutto ciò che si può dire e fare in merito, rende, e uso concetti espressi nel sussidio Un passo oltre dell’Azione Cattolica, Editrice A.V.E, 2011, testimoni dell’oltre, vale a dire di quel fondamento religioso, nell’impegno laicale nel mondo in cui ci si è trovati a vivere, nell’umanità di cui si è parte, innanzi tutto nella propria famiglia, poi nel proprio lavoro, poi nelle istituzioni pubbliche di cui si è partecipi, ad esempio in ciò che si fa come cittadini (in una città, in una regione, in una nazione, in un’unione sovranazionale), fino ad arrivare a ciò che deriva dall’essere partecipi dell’intera umanità in un certo tempo storico, con la conseguente responsabilità globale  in ciò in cui di fatto si influisce su di essa o si potrebbe farlo o farlo diversamente. Questo è quello che in quel sussidio si definisce come cattolicità attiva, che non significa essere nella nostra società una sorta di piazzisti del sacro o di lobbisti della nostra confessione religiosa  (ad esempio per procurarle privilegi ed esenzioni) o di militi o messi di una potenza conquistatrice e dominatrice delle anime, ma prendere sul serio l’imperativo religioso che ci spinge tra le genti per provare a radunarle nel popolo di Dio, in una comunione di vita, di carità e di verità, insegnando loro ad osservare tutto ciò che ci è stato comandato, innanzi tutto la legge dell’amore-agàpe.
 Questo programma, che ho esposto brevemente, non è facile da attuare e, innanzi tutto, richiede che si impari a collaborare con gli altri. L’impegno religioso, come ci  è stato ricordato nella lettera apostolica Porta Fidei (2011) con cui è stato indetto l’Anno della Fede iniziato l’11 ottobre scorso, non è un fatto privato. Ecco che in questo può essere interessante l’impegno in Azione Cattolica. Esso è appunto un impegno, quindi un’esperienza faticosa i cui risultati non sono del tutto scontati e in cui gli insegnamenti ricevuti sono solo una base di partenza negli esercizi di laicità che si faranno, vale  a dire nello sforzo di comprensione  realistica del mondo in cui si vive alla luce di una spiritualità religiosa. Chi pensasse di trovare in un gruppo di Azione Cattolica ricette  di vita, personale o comunitaria, già pronte e ammaestramenti globali su ciò  che si deve fare o si deve pensare in ogni occasione rimarrebbe deluso. Un gruppo di Azione Cattolica non è una sorta di centro addestramento reclute in cui sergenti maggiori iniziano la gente al servizio in una santa milizia. In Azione Cattolica si è consapevoli di partecipare a un lavoro comune di ideazione e di azione di progettazione di un futuro di bene, per noi, per la società in cui viviamo, per l’intera umanità. In esso ognuno porta  i propri doni in un mutuo scambio che accresce gli altri, in uno sforzo comune per promuovere l’unità universale del genere umano a partire dalle realtà più vicine fino a quella globale.
 “[…] la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito con lui.
[,,,] In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell’unità”
[dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n.13, del Concilio Vaticano 2°]
 Ora  è chiaro, riprendendo il discorso da cui sono partito, che l’universalità di questo impegno comune, la sua cattolicità, la sua effettiva apertura a tutte le genti alle quali riteniamo di essere stati inviati, dipende dal suo fondamento religioso e quindi da quel timore  di cui si diceva, il quale, in particolare, deve prevenire da ogni tentazione di assolutizzare una soluzione, un modello, un’esperienza, un  cammino, una ideologia, una concezione filosofica, una spiritualità, un capo, una guida spirituale, un’organizzazione particolare, e via dicendo: si tratta di una familiarità con l’assoluto caratterizzata, appunto, da devozione filiale, nella considerazione che, secondo gli insegnamenti ricevuti, il Regno, quello di cui religiosamente attendiamo la manifestazione alla fine dei tempi, non è di questo mondo, sebbene sia già presente come in embrione in questo mondo, e pertanto non lo possiamo mai ritenere pienamente realizzato in nessuna delle nostre ideazioni e soprattutto non ce ne possiamo mai attribuire la sovranità.  Questo, ben lungi dallo scoraggiare e umiliare, è anche la base della creatività religiosa  nella società e quindi dell’efficacia della nostra azione comune, che non deve mai cessare di scrutare i segni dei tempi  e determinarsi con sapienza di conseguenza, rinnovandosi incessantemente.

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25
Fare memoria di un’alleanza
(30 ottobre 2012)

“…nell’episodio del roveto ardente (Es 3,2-6) sul monte Horeb, l’angelo del’Eterno (malakh Adonai) che appare a Mosè ‘in una fiamma di fuoco’ nel mezzo del roveto che non si consuma gli dice molto esplicitamente: ‘io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe’. La visione dell’angelo è dunque una teofania. […]  L’Invisibile si presenta di nuovo, sotto la forma di un angelo, per vivificare in Mosé … quella alleanza ‘per le generazioni’ (ledorotam) (Gn 17,9).
[…]
 Quella teofania rende visibile all’anima l’alleanza immemoriale tra Dio e la Sua creazione, alleanza che abitualmente l’anima non percepisce fintanto che guarda il mondo e le creature che vi si trovano attraverso una morsa di paura e di collera, di anticipazione avida e invidiosa, o fintanto che si rassegna alla protezione tragica della rinuncia e sprezza il desiderio”,
[da: Chaterine Chalier, Angeli e uomini, Giuntina, 2009, euro 16, pag.19, 20 e 26]
   L’altro giorno discutevo di come, per quello che so, la nostra parrocchia perde la gran parte dei giovani adolescenti e ventenni iniziati nel catechismo alla vita religiosa e non li recupera più. E, in effetti, viene il momento in cui, nello sforzo di approfondire i temi della nostra fede e di ottenere un maggiore impegno, viene detto chiaramente loro, più o meno esplicitamente, che sono sbagliati, che la loro vita è tutta da rifare, che devono essere ricostruiti dalle basi, perché hanno toccato il fondo, in particolare perché vogliono fare l’amore e questo è, per loro che non sono sposati, peccato mortale. E’ chiaro che a questo punto loro scappano, perché, secondo natura, il loro mestiere, in quell’epoca della loro vita,  è proprio fare l’amore. Non tollerano di sentirsi in questo come in libertà vigilata e di vivere con rimorso ogni soddisfazione sotto questo profilo, dovendo immediatamente pentirsene. Non è più come quando il prete diceva loro di “non toccarsi” e questo poteva essere accettato in un’ottica umana e religiosa insieme, perché si sentiva che quelle consuetudini, pur nella loro banalità, sarebbero state superate crescendo e che, anzi, crescere consisteva proprio nel superarle. Quando poi si cresce, e di solito ad un certo punto si trova un equilibrio nelle cose dell’amore, il problema si ripresenta sotto un altro aspetto, perché, quando si riprende in considerazione una prospettiva di fede, che in molti casi è la fede della propria tradizione familiare, quella dei “propri padri”, si trova un ostacolo nella pretesa etica religiosa di non porre ostacoli alla procreazione e quindi di affrontare l’amore con una fiducia che, ad un animo ragionevole, può apparire come un gioco d’azzardo, in cui però si punta tutta la propria vita. E poi, naturalmente, ci sono le difficoltà che sorgono nel caso di crisi e di fallimento dei matrimoni e di ricostituzione di nuovi rapporti coniugali. Non sono problemi di oggi, ma di sempre, fin dalle origini, millenni fa, tanto che si ritrovano nella Bibbia, ma un tempo ci si faceva meno caso, un po’ perché dai laici si tollerava una maggiore ipocrisia, specialmente dai maschi, e poi perché per la maggior parte delle persone il tirare a campare, in un mondo tutto sommato molto più difficile di quello dei nostri tempi, sovrastava tutto (con i problemi economici, le guerre, le malattie inguaribili, la violenza sociale che c’erano). Una certa ideologia repressiva nei confronti delle donne era poi vista come necessaria al mantenimento dell’unità delle famiglie e, come contropartita, si era poi più comprensivi verso di loro, viste come la parte debole e sottomessa di rapporti personali dominati inevitabilmente dal capriccio degli uomini. Nella nostra epoca invece, e specialmente dopo il Concilio Vaticano 2°, si pretende dai laici un’adesione molto più consapevole e coerente in tutti gli aspetti della vita e questo in un tempo in cui i modelli sessuali e familiari sono in veloce evoluzione e in cui il successo sessuale viene visto, anche in tarda età, come manifestazione di affermazione sociale in una società dominata dal consumismo e dall’esteriorità.
 Cari lettori, non sono un sacerdote. A ognuno la sua parte. Non ho assunto il difficile impegno di risolvervi quei problemi o anche solo  di aiutarvi in questo dandovi una direzione spirituale. E, lo dico francamente, non ho in tasca la soluzione per tutti, non saprei proprio come fare. Se poi volete conoscere la posizione del magistero, vi rimando al Catechismo della Chiesa cattolica. Nella mia esperienza di solito si riesce ad un certo punto a pacificarsi sotto quei profili ma si tratta di accomodamenti sempre piuttosto precari che vanno rivisti di quando in quando, e in questo la pratica sacramentale della penitenza qualche volta può aiutare. E’ più che altro un esercizio  di sapienza umana, non facile, all’esito del quale, se le cose vanno bene e fintanto che vanno così, ci si compiace anche da un punto di vista religioso. Ognuno in questo deve essere piuttosto creativo, non deve aspettarsi che gli altri, anche autorevoli, abbiano modelli di stili di vita adatti alla sua propria condizione particolare. Lo sviluppo di una spiritualità adulta, matura, con l’aiuto del sacerdote, è fondamentale in una prospettiva religiosa. Penso in definitiva che un laico come me, nel relazionarsi con gli altri intorno a lui, dovrebbe lasciare certi temi alla coscienza delle persone, nel rispetto della loro dignità umana.
 In Azione Cattolica, specialmente in quest’Anno della Fede in cui cerchiamo di approfondire le ragioni della nostra appartenenza religiosa, sentiamo di avere molto bisogno di persone di fede  più giovani d’età, che però si tengono ancora lontane. Non possiamo assicurare loro che in parrocchia non troveranno problemi sulle questioni delle relazioni sessuali, perché questo è un aspetto della vita delle persone umane che interroga gli spiriti religiosi e quindi ci si discute su. Accade anche in altre religioni. Quello che possiamo garantire è che in Azione Cattolica sarà sempre rispettata la loro dignità umana e che non si tenterà di imporre loro da parte nostra, sotto sanzione di esclusione, un certo stile di vita. Come ci è stato ricordato nel Sinodo dei vescovi che si è concluso domenica scorsa, la Chiesa è la casa di tutti i battezzati, anche di coloro che, pur sentendosi persone di fede, per tanti motivi non riescono a vivere in tutto secondo le prescrizioni della morale religiosa corrente. Su certe cose si ragiona, per cercare insieme soluzioni che poi ognuno proverà ad applicare nella propria vita, se crede. E possiamo anche dire che l’impegno in Azione Cattolica non è principalmente diretto a dare orientamenti sessuali. Esso ha invece maggiormente a che fare con l’idea di cercare di radunare le persone umane in un popolo nuovo, unito intorno a certi grandi ideali, che per noi assumono anche una prospettiva religiosa. In questo viviamo un’epoca propizia, perché nell’Europa di oggi viene data molta importanza a questo sforzo, tanto che si è prodotto un imponente moto centripeto di genti verso il nostro continente. Di recente noi europei abbiamo avuto il Nobel per i tanti decenni di pace che si è riusciti ad ottenere da noi e la pace è un tema che ha una forte valenza religiosa. L’aspetto peculiare dell’esperienza religiosa è che essa non cerca di federare le genti sulla base di compromessi di interessi o di uno scambio di equivalenti, come accade nei contratti commerciali, ma a partire da un’interiorità che per noi, comprendendo per molti aspetti realtà soprannaturali, assume il connotato di una spiritualità. Accade, ad un certo punto, in molte vite che, nel mondo di tutti i giorni, si colga, nella propria interiorità ma non solo emotivamente perché c’entra anche la ragione, un senso dello stare insieme dell’umanità che va oltre quello che ordinariamente guida le nostre azioni e che spesso ci lascia insoddisfatti. E’, in un certo senso, l’esperienza di Mosè sull’Horeb evocata nel libro della Chalier. Una interpretazione di quell’episodio è che le fiamme del roveto fossero immagine di fiamme interiori. Mosè era fuggito dall’Egitto dopo aver ucciso un sorvegliante che vessava gli ebrei, asserviti dalla violenza del popolo in cui si erano rifugiati. Nella paura per la propria sopravvivenza, che lo aveva determinato alla fuga, aveva represso il desiderio di tornare per attuare la liberazione di coloro che erano schiavi. E’ a partire dalla sua interiorità che si attua un suo cambiamento di vita. Egli si sente in esilio nella terra di Madian, il luogo del suo rifugio, così come l’Egitto del faraone era terra di esilio per il suo popolo,  e ora anche per lui. Egli vorrebbe agire in favore della sua gente, ma è bloccato dalla paura. La forza di determinarsi secondo il suo profondo desiderio, vincendo quel timore per la propria vita, gli viene dalla memoria dell’antica alleanza, che non era un patto tra potenze terrene, ma con l’Eterno, del quale egli, ad un certo punto, riesce nuovamente a sentire la voce che chiama all’azione, quindi ad alzarsi e andare.

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26
Azione Cattolica: insieme per promuovere la pace universale
(1 novembre 2012)

Siccome il regno di Cristo non  è di questo mondo (cfr Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida e le eleva.
[…]
 Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza
[Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]

Nei mesi di  mese di settembre e ottobre scorso, scrivendo diverse riflessioni sulla costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, mi sono limitato a riferirmi ai soli numeri 9  e 13 di quel documento, inseriti nel capitolo 2°. Questo può dare un’idea della vastità delle questioni affrontate in quella grande assemblea, che segnò un punto di passaggio importante nella storia ecclesiale, dando inizio a un gran fermento e a sviluppi ancora in corso. Prenderne sufficiente consapevolezza non è lavoro breve né facile, dato il linguaggio teologico con cui sono scritti i testi dei documenti che furono allora approvati e diffusi nel mondo.  E tuttavia bisogna tener conto del monito di quel Concilio, rivolto a noi fedeli cattolici (Lumen Gentium, n.14), della necessità di corrispondere con il pensiero, con le parole e con le opere all’azione soprannaturale per la quale, non per nostri meriti, siamo stati pienamente incorporati nella nostra Chiesa, e questo  sotto pena di essere giudicati più severamente degli altri nel caso di diserzione.
 Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici.
[…]
  Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati.
 In quell’elenco di doveri del fedele, prima viene il pensiero, vale a dire l’ascoltare  e il comprendere, ma anche l’ideare e progettare per il presente e il futuro, propri e delle collettività delle quali si è partecipi. Poi viene l’interloquire con gli altri e l’operare: nella visione conciliare questa parte deve farsi collaborando con tutte le persone bene intenzionate, anche al di fuori del nostro contesto religioso (“sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione”, brano della Lumen Gentium citato all’inizio). Questo impegno ideale e sociale rientra in quelli in cui l’Azione Cattolica si sente da sempre particolarmente coinvolta.
 Per quanto l’Azione Cattolica com’è oggi sia stata istituita e regolata dall’autorità ecclesiale, quindi dai papi e dai vescovi, sia pure con l’importante partecipazione degli associati nelle forme statutarie, essa storicamente nacque, visse e tuttora vive per iniziativa e impulso della società dei fedeli laici, mossi in particolare dall’esigenza di pensare e di attuare, sulla base delle idealità religiose, modi  nuovi per influire come collettività sulle società dei tempi in cui le persone di fede si trovano inserite e specialmente su quelle con organizzazione democratica. Essa può considerarsi espressione di quel grande movimento di popolo che dalla fine del Settecento si è espresso in varie forme per una più larga partecipazione delle genti alla determinazione dei destini dell’umanità, quindi per il passaggio delle persone dalla semplice condizione di sudditi all’altrui potere alla condizione di cittadinanza democratica. Per altro il coinvolgimento popolare venne visto all’inizio  in funzione essenzialmente  difensiva di un ordine sociale nel quale la Chiesa era storicamente bene  inserita, con privilegi, esenzioni e uno spazio riconosciuto di autorità e di libertà, quindi, per semplificare, contro i fermenti liberali e socialisti che si andavano largamente diffondendo a partire dall’Ottocento.  Questa impostazione si andò rafforzando dopo la rivoluzione sovietica attuata nei domini dell’Impero russo. Diciamo che a lungo l’esperienza democratica venne considerata con un  certo sospetto dall’autorità gerarchica della Chiesa. Questa posizione mutò dopo l’esperienza storica dei fascismi europei e la catastrofe della Seconda guerra mondiale. Fu allora che i capi della nostra Chiesa cominciarono a chiedersi se la democrazia sarebbe potuta essere un valido ostacolo a quei disastri. Come ho spesso ricordato, questo punto di svolta si manifestò nel radio messaggio natalizio del papa Pio 12° del 1944:
Il problema della democrazia
[…] Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
 La pace universale ha sicuramente una valenza religiosa, come è ricordato nel passo della Lumen gentium  che ho citato all’inizio. Nel mondo di oggi, ed è la prima volta che accade, si pensa concretamente di poterla attuare con una diversa organizzazione globale dell’umanità, sfruttando le opportunità che derivano da quattro fattori: assetto democratico delle istituzioni, miglioramento generalizzato delle condizioni di vita determinato anche da una più equa distribuzione delle risorse consentita in ordinamenti democratici, miglioramento diffuso dell’istruzione ricercato anche per l’esigenza di consentire la più larga partecipazione alla vita sociale democratica, effettività di un sistema universale di diritti umani, sul quale i sistemi politici democratici di fondano. Anche la Chiesa dei nostri tempi crede in queste potenzialità:
57. Il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che rendere più efficace l'opera della carità nel sociale e costituisce la cornice più appropriata per incentivare la collaborazione fraterna tra credenti e non credenti nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace dell'umanità. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes i Padri conciliari affermavano: « Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice ». Per i credenti, il mondo non è frutto del caso né della necessità, ma di un progetto di Dio. Nasce di qui il dovere che i credenti hanno di unire i loro sforzi con tutti gli uomini e le donne di buona volontà di altre religioni o non credenti, affinché questo nostro mondo corrisponda effettivamente al progetto divino: vivere come una famiglia, sotto lo sguardo del Creatore.
 [Dall’enciclica Caritas in veritate Amore nella verità (2009), del papa Benedetto 16°]
  Non bisogna fraintendere pensando che la straordinaria opportunità storica che ci si è aperta sia una manifestazione dell’avvento del Regno beato che religiosamente stiamo attendendo. Sappiamo che quel Regno non è di questo mondo. Questo significa che esso non può in alcun modo confondersi con alcuna delle nostre realizzazioni, anche con le più grandi. A volta si è tentati di farlo. E’ accaduto, ad esempio, nel ’91, con la fine dell’Unione Sovietica, organizzazione politica imperiale che in tutta la sua storia ha costituito un ostacolo micidiale per le Chiese cristiane. Ma si è visto che quello che ne è uscito è il consueto insieme di grano e zizzania, di bene e di male, che troviamo da sempre in ogni società umana e in ogni persona. Ricordo ciò che sostenne Dossetti un suo celebre intervento pubblico del 1987, pubblicato nel libretto Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011 (pagine 45 e 46):
Il regno di Dio è Regno dei cieli: e quindi viene dall’alto, per  volontà e opera di Dio. Non si realizza e neppure si prepara  o si affretta per sinergia umana. E’ un fatto assolutamente sovrannaturale e miracoloso. Non è un bene comune, architettonicamente sommo, che si possa gradualmente predisporre per forze creaturali.
 Il Regno giunge a noi, senza di noi [… ] per un decreto del Padre, in un momento imprevedibile “che il Padre ha riservato alla sua potestà (At 1,6-7).
 E allora sarà non il coronamento della storia, ma la rottura della storia, semplicemente il suo troncamento, “in ictu oculi” [trad. mia “in un batter d’occhio”] (1Cor 15,52).
 Sentiamo però nostro dovere religioso di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo (espressione che si trova nell’enciclica pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes La gioia e la speranza  – n.4) per scoprire in concreto quale sia il nostro dovere oggi, per noi che siamo stati mandati nel mondo per radunare le sue genti come in un’unica famiglia umana (encicl.Caritas in veritate, n.53) in una comunione di vita, di carità e di verità (cost. Lumen gentium, n.9).
 Come non cessano di rammentarci il papa e i nostri vescovi, il sistema dei diritti umani fondamentali sul quale si basano le democrazie contemporanee ha fondamento religioso e, in particolare, fondamento religioso cristiano. Su che base, altrimenti, può essere riconosciuto che esseri umani tanto diversi per etnie, culture, religioni, lingue, condizioni sociali, ricchezze  e altre importanti differenziazioni, quali sono gli abitanti della Terra, hanno uguale dignità e quindi sono titolari di  quei diritti umani fondamentali? Fondamento religioso significa soprannaturale, vale a dire a prescindere da quello che si osserva in natura. La derivazione cristiana del fondamento sta nel fatto che l’ordine soprannaturale al quale fa riferimento è caratterizzato da amore oblativo e viscerale, al modo dei genitori –padre/madre- per i loro figli, e tuttavia universale, per tutti, oltre ogni differenziazione e ogni divisione. Ebbene, quel fondamento religioso di principi di civiltà che si sta cercando di attuare globalmente ci indica con chiarezza una via importante di impegno cristiano (non l’unica). Perché, come ci è stato ricordato due domeniche fa da un sacerdote missionario, i cristiani, cattolici e di altre Chiese, sono una minoranza sulla Terra, circa il 15% dell’intera popolazione umana. E’ veramente impressionante quindi che, nonostante ciò e nonostante le stragi, vessazioni, oppressioni perpetrate nei secoli passati da nazioni sedicenti cristiane, certi valori della nostra fede improntino ancora così profondamente la nostra civiltà a livello globale. In questo si può senz’altro vedere la manifestazione del disegno provvidenziale, senza però nascondersi che la realizzazione storica di quei valori è seriamente minacciata. Essa è infatti opera umana e, come tale, suscettibile di degrado e di estinzione. La storia dell’umanità non è infatti necessariamente una storia di progresso, come dimostra il medioevo europeo, e, senza un valido impegno di  sufficienti forze umane che amano quei valori e sono disposte a rischiare anche la propria vita nella lotta per essi, può prendere un altro corso. L’ideologia dei diritti umani fondamentali regge  infatti le democrazie contemporanee e queste ultime rendono credibile la prospettiva di una pace universale, per il tramite di una giustizia sociale che mantenga in concreto, estenda o ristabilisca l’uguale dignità degli esseri umani. L’Azione cattolica è schierata per la pace e la giustizia universale e intende lavorare con particolare impegno in questo campo. La nostra Chiesa, con il Concilio Vaticano 2°, ha rimosso ogni ostacolo che, per incrostazioni storiche, poteva ostacolare al suo interno la riscoperta e l’attuazione di tutte le potenzialità dell’antica dottrina della paternità divina universale. Ad esempio la grave storica inimicizia verso le persone di altre religioni, innanzi tutto gli ebrei e i cristiani di altre confessioni, e i non credenti. Ecco come si esprime la costituzione pastorale Gaudium et spes:
Il rispetto e l'amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo.
 Certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi è l'amore stesso che spinge i discepoli di Cristo ad annunziare a tutti gli uomini la verità che salva. Ma occorre distinguere tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva sempre la dignità di persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti nozioni religiose.
Solo Dio è giudice e scrutatore dei cuori; perciò ci vieta di giudicare la colpevolezza interiore di chiunque. La dottrina del Cristo esige che noi perdoniamo anche le ingiurie  e il precetto dell'amore si estende a tutti i nemici; questo è il comandamento della nuova legge: «Udiste che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi odiano e pregate per i vostri persecutori e calunniatori » (Mt5,43).
[Gaudium et Spes, n.28]

La Chiesa, poi, pur respingendo in maniera assoluta l'ateismo, tuttavia riconosce sinceramente che tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono contribuire alla giusta costruzione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme: ciò, sicuramente, non può avvenire senza un leale e prudente dialogo. Essa pertanto deplora la discriminazione tra credenti e non credenti che alcune autorità civili ingiustamente introducono, a danno dei diritti fondamentali della persona umana. [Gaudium et spes n.21]
  Passando a trattare della nostra microscopica, sotto un certo profilo, realtà di gruppo di Azione Cattolica in San Clemente papa, può sembrare che l’impegno del quale ho trattato sia manifestamente sproporzionato alle nostra forze. E’ un’impressione sbagliata: infatti l’apocalittica battaglia che decide le sorti dell’umanità del nostro tempo passa anche per quella piccola parte del mondo in cui abbiamo voce, nelle nostre famiglie, nel nostro quartiere, nei nostri luoghi di lavoro.  Partecipare al nostro lavoro comune in Azione Cattolica è uno dei modi in cui ci si può preparare per fare la nostra parte nella direzione che in religione ci è indicata. Come ho detto si tratta infatti di esprimere una sapienza umana, una creativa e sapida integrazione di conoscenze profane e di spiritualità per ideare e realizzare opere che, in quanto riguardanti il mondo fuori dello spazio liturgico, spettano principalmente a noi fedeli laici.  Ma da soli in questo si va poco lontano. Le prospettive umane individuali sono infatti sempre limitate. Queste cose fanno affrontate insieme, per arricchirsi dei punti di vista, della cultura, della fede, delle strategie altrui e anche per farsi coraggio a vicenda nelle difficoltà e negli insuccessi. E’ così che i cristiani hanno fatto sin dalle origini.

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27
Un nuovo modello globale di organizzazione e convivenza dell’umanità. Il modello della famiglia umana.
(2 novembre 2012)

 Per molti versi l’umanità contemporanea si viene organizzando  sulla base di principi religiosi cristiani. Religiosi perché non basati sull’osservazione di come va la natura, quindi nel senso di soprannaturali. Cristiani perché improntati all’idea di pari dignità di ogni persona umana e ad una solidarietà compassionevole verso chi sta peggio. Questo può sembrare paradossale nel momento in cui le Chiese cristiane registrano una crisi grave delle adesioni nelle società umane più avanzate, quelle da cui scaturiscano i modelli organizzativi su grande scala. in realtà non è la visione religiosa delle cose che ha perduto credito popolare, ma il fondamento mitologico dell’autorità religiosa, per cui c’è chi si presenta come autorizzato ad imporre agli altri stili di vita parlando per conto del mondo soprannaturale. Questo equivale a dire che ai tempi nostri ha meno forza nelle grandi religioni storiche dell’umanità l’uniformità intesa come sudditanza ad una autorità sacrale.  Di questo fenomeno, da non confondere con la secolarizzazione, vale a dire con l’indifferenza verso il soprannaturale, si è presa coscienza ai tempi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e si è cercato di rimediarvi recuperando, e in un certo senso strutturando innovativamente per renderla praticabile nella contemporaneità, la concezione religiosa dell’umanità come popolo di Dio, basata su un’uniformità fondata su principi condivisi. In questo contesto l’autorità perde una certa connotazione di arbitrarietà che era venuta storicamente ad assumere e si propone come servizio alla verità, per promuovere quel nuovo tipo di uniformità. Si tratta di un’esperienza che tutti noi fedeli di oggi, se ci pensiamo bene, abbiamo vissuto nella nostra esperienza di Chiesa, anche in quella parrocchiale.
 Un  modello alternativo di organizzazione globale dell’umanità è quello basato sul riconoscimento delle differenze tra le stirpi e le società umane e la competizione tra di esse perché emergano le migliori e, in particolare, una umanità migliore, nel senso di fisicamente, spiritualmente e intellettualmente più performante e società più potenti e ricche. In questa prospettiva non tutte le persone umane hanno pari dignità. Questo modello ha improntato di sé la colonizzazione europea dell’Africa e delle Americhe. Esso quindi storicamente ha convissuto con il cristianesimo, che pure è fondato su principi opposti. Il punto di conciliazione tra le due opposte visioni della vita è stato il concepire la colonizzazione come evangelizzazione. Il contrasto tra di esse è emerso con forza quando, all’inizio della colonizzazione delle Americhe, nel Cinquecento, ci si è resi conto che la  colonizzazione stava portando allo sterminio degli amerindi, dei nativi americani. Analoghi scrupoli sono emersi molto più tardi riguardo allo schiavismo contro le popolazioni nere dell’Africa.
 Il modello basato sulla diversa dignità delle vite umane e sulla competizione tra stirpi e società umane si ritrova nella concezione politica nazionalsocialista tedesca tra le due guerre mondiali. Su di essa venne costruita anche una mistica religiosa, per giustificare la pretesa di prevalenza del tipo umano ariano-germanico.
  Concezioni basate su idee in qualche modo analoghe si rinvengono in alcune dottrine economiche correnti anche oggi, ma senza connotati religiosi espliciti. Ci si rifà ad estensioni del modello di evoluzione delle stirpi umane basato sulla sopravvivenza del più adatto proposto da Charles Darwin (1808-1882): queste ideologie sono chiamate neodarwiniane.
 Dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale (1939-1945) prevalse l’ideologia della pari dignità umana e della solidarietà mondiale per la pace e lo sviluppo. Essa si rinviene nei documenti del Concilio Vaticano 2°. Ci troviamo quindi a vivere una straordinaria opportunità per il cristianesimo, in un mondo in cui  i principi religiosi cristiani sono divenuti legge globale dell’umanità. Naturalmente ciò è avvenuto senza che la nostra religione in sé, quindi con quella che al di fuori delle Chiese cristiane può essere considerata la sua mitologia e con la sua organizzazione gerarchica sacrale, sia stata nuovamente imposta  in qualche modo  alle società umane del nostro tempo. Questo può essere spiegato in vari modi. Innanzi tutto l’esperienza storica europea aveva dimostrato che il confessionalismo religioso era stato fonte di sanguinose divisioni.  Poi, in un mondo in cui prendeva piede l’idea di una unità e di una pace fondata su una solidarietà sorretta da  principi diffusi tra la gente, le autorità religiose non avevano sufficiente consenso popolare. E, infine, l’idea di una imposizione alle coscienze contrastava con la comune dignità umana sulla quale si voleva costruire un futuro finalmente pacificato, pacifico e pacificante. Può sembrare pericoloso l’aver affidato grande idealità a fondamento religioso alle masse, ma, almeno da noi in Europa, questa si è rivelata una buona scelta, visti i sessantasette anni di pace che abbiamo costruito insieme, una cosa mai vista nella storia dell’umanità e per la quale ci hanno dato il premio Nobel.
  Poiché stiamo vivendo qualcosa di veramente nuovo, c’è il problema di pensare e attuare forme di organizzazioni dell’umanità che rendano stabile il nuovo modello. E’ il lavoro che  è in corso da molte parti e, in particolare, da noi in Europa, verso la quale si è prodotto un gigantesco movimento centripeto che addirittura ha coinvolto un nostro storico nemico come la Turchia, erede dell’Impero Ottomano.
 La più recente dottrina sociale della Chiesa, diciamo dal 1944 in avanti, si è spesa molto nello sforzo di suggerire nuovi modelli di convivenza umana in linea con i nuovi principi diretti al mantenimento della pace mondiale e allo sviluppo globale di tutti i popoli.  Uno dei più recenti e importanti contributi è l’enciclica Caritas in veritate (2009) del papa Benedetto 16°. In essa è proposto  il modello dell’umanità intera come famiglia.  Si veda ad esempio,al n.7 di quel documento:
 Quando la carità lo anima, l'impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell'impegno soltanto secolare e politico. Come ogni impegno per la giustizia, esso s'inscrive in quella testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l'eterno. L'azione dell'uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all'edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana. In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l'impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell'intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni, così da dare forma di unità e di pace alla città dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio.
 Questo modello che possiamo dire della famiglia umana, piuttosto evocativo, presenta alcuni aspetti critici. 
 Esso si presenta fin dalle origini della dottrina sociale della Chiesa, sebbene con minore forza dei tempi più recenti:
 Dal passato possiamo prudentemente prevedere l'avvenire. Le umane generazioni si succedono, ma le pagine della loro storia si rassomigliano grandemente, perché gli avvenimenti sono governati da quella Provvidenza suprema la quale volge e indirizza tutte le umane vicende a quel fine che ella si prefisse nella creazione della umana famiglia.
[Enciclica Rerum novarum (1981) del papa Leone 13°]
 Nella Costituzione Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2°:
Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento.
  Un primo problema sta in questo: il modello dell’umanità come famiglia richiama l’esperienza della famiglia come forma di società naturale basata sulla propensione sessuale delle persone, su finalità di procreazione e di cura della prole e su una gerarchia parentale che regola la solidarietà familiare. Ora, le società umane più vaste come le nazioni o le unioni sovranazionali si basano su altri principi. In particolare in esse si fanno più labili le relazioni profonde tra gli individui, per cui esse richiedono una organizzazione politica che è costruita, non presupposta. Inoltre la solidarietà sulla quale si fonda il loro ordinamento pacifico non scaturisce, se non ideologicamente, da un legame di stirpe. Infine la difficoltà più seria di tutte: la famiglia naturale non è una società democratica e si ritiene, nel nuovo ordine di idee oggi prevalente, che la democrazia sia indispensabile per il mantenimento della pace universale. Il problema si propone con estrema forza quando si passa a ragionare dell’intera umanità, fatta di circa otto miliardi di individui. 
 E c’è dell’altro.
 La nuova organizzazione che si vuole costruire a livello mondiale deve essere stabile, quindi destinata a durare per diverse generazioni. La famiglia come piccola società naturale basata sulla propensione sessuale è destinata fondamentalmente ad esaurirsi in non più di due generazioni. Delle precedenti si ha labile memoria, salvo che, per ragioni di casta o di dinastia, ci si incaponisca a mantenerla. Di solito solo due generazioni sono tra di loro contemporanee, raro che lo siano i trisnonni.
 Le famiglie, inoltre, non sempre sono società pacifiche e fondate sulla uguale dignità dei propri membri. Non si dice forse “fratelli, coltelli”? Nella mia esperienza di pratico del diritto, certe controversie ereditarie tra parenti sono acerrime e incomponibili.
 Infine: i modelli familiari sono in rapida evoluzione. Di fatto nelle società umane contemporanee più progredite si viene affermando un modello di famiglia parentale di durata limitata, in molti casi con un solo genitore, e, con l’affermarsi sociale delle famiglie basate su propensione omosessuale e il diffondersi della poligamia, si viene creando nel mondo in cui viviamo una pluralità di tipi di famiglia. Quindi la forza evocativa dell’analogia tra la famiglia parentale e la convivenza dell’intera umanità viene scemando. Non do qui una valutazione etica del fenomeno, ed è chiaro che secondo la nostra morale religiosa esso è visto come negativo: sto solo descrivendolo.
 In una prospettiva religiosa, il modello dell’umanità come famiglia presenta un pregio per la nostra gerarchia ecclesiale. Esso consiste in questo: essa intende esprimere una autorità paterna (“papa”, ad esempio, deriva da un termine greco che significa “padre”); in un’ottica di analogia familistica essa può quindi presentarsi come fondata su basi naturali, a prescindere da un consenso della base. Esso però ha anche un altro pregio, per tutti noi, che lo rende tutto sommato effettivamente appropriato, pur bisognevole di precisazioni: richiama l’idea di solidarietà incondizionata e oblativa, fino al rischio della propria vita, nella buona e nella cattiva sorte, qualcosa di più della semplice amicizia.
 Ho parlato di modelli universali, ma si tratta di cose che vanno costruite sperimentalmente anche a partire da scale molto più piccole, addirittura microscopiche, come ad esempio può essere considerato, a confronto con l’intera umanità, il nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica.  Come viviamo la nostra appartenenza? Parlando con diversi soci  ho avvertito in loro la nostalgia di tempi in cui le relazioni associative erano più  forti. E, d’altra parte, relazioni più forti significano anche condizionamenti più forti e, crescendo, si diventa sempre un po’ intolleranti verso cose simili. Vale la pena di ragionarci su?

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28
Realtà invisibili
(3 novembre 2012)

Fondamentale carattere della scienza moderna è la capacità di varcare i confini del visibile.
 Nessuno ha mai visto un fotone [particella di energia luminosa]. Nessuno vedrà mai un sequenza cistronica [parte dell’RNA messaggero, una molecola che svolge funzioni nella costruzione delle cellule organiche]. Tali entità sono reali, ma ricostruite da una laboriosa indaffarata convivenza tra prove sperimentali e attività ipotetiche della mente. Essi sono invisibili disvelati agli occhi dell’intelletto […]. Nella sociologia ci troviamo in una situazione terribilmente arretrata. Siamo ancora timorosi nel compiere il salto verso l’invisibile, già compiuto da duemila anni nella matematica e da oltre cento anni nella fisica”.
[passo tratto da un articolo di  Giorgio Prodi, Lineamenti di una sociologia degli invisibili, citato nel libretto Giuseppe Dossetti, Eucaristia e Città, Editrice A.V.E., 2011, a pag.66]
 Può accadere che noi persone di fede si sia presi in giro o, comunque, sottogamba perché ci occupiamo anche di realtà invisibili. Ci sono uomini di cultura che considerano la Bibbia e molte altre storie che circolano in religione come delle fiabe. Altri, pur con meno scienza, fanno loro eco e ci accusano di credulità. Ma, nella mia esperienza, l’atteggiamento dei più non è di questo tipo. Di solito infatti la gente crede nel soprannaturale, in genere perché trova più facile spiegare in quel modo ciò che le accade. Ma trova difficoltà nel credere in un dio amorevole, benevolo. Pare più rispondente alla realtà di tutti i giorni l’esistenza di geni, demoni o folletti, e simili, che possono essere favorevoli o avversi, secondo il loro capriccio. Questa può essere considerata una religiosità di tipo naturalistico, che risale ai primordi della vita sociale umana, quando si riteneva che ogni manifestazione del mondo intorno agli esseri umani fosse mossa da un dio. Essa poi si sviluppò nel politeismo dell’antica religione latina e greca, che precedette il successo del cristianesimo in Europa, nel Vicino Oriente e nel Nord Africa e fu da esso combattuta ed estirpata, almeno nelle sue manifestazioni pubbliche e nelle istituzioni. Nell’antica Preneste, l’attuale Palestrina, nei dintorni di Roma,  venne edificato un grande santuario alla dea Fortuna primigenia, molto venerata dagli antichi romani. In certi accaniti giocatori alle lotterie e simili, che vediamo anche nel nostro quartiere, potremmo in un certo senso riconoscere dei seguaci di quell’antico culto. Come spiegare altrimenti tanta passione in  giochi in cui le probabilità matematiche di vincita sono tanto basse?
 Certamente senza un legame con l’invisibile la nostra non sarebbe una religione. Secondo la nostra fede, tutto ciò che esiste è stato creato da una divinità che ama noi esseri umani con amore di padre/madre e questo nonostante le nostre imperfezioni e, in particolare, la nostra cattiveria. Questa convinzione trova molte smentite nella realtà naturale. E’ quindi una fede soprannaturale, che ci porta a  rettificare abbastanza ciò che si osserva nella natura intorno a noi e in noi. Lì dove la vita appare ad un certo punto finire, noi, ad esempio, siamo convinti di una vita eterna. L’esistenza degli esseri viventi appare dominata dalla violenza. Gli animali si mangiano gli uni gli altri e anche noi ci nutriamo di altri viventi. Le terre emerse si spostano generando terremoti. Oceani appaiono e scompaiono. Le stesse stelle collidono o esplodono. Noi però siamo convinti, per fede, che tutto ciò avrà, alla fine dei tempi, un compimento beato. Il mondo in cui viviamo sparirà, certo, ma sarà sostituito da un mondo diverso, preparato per noi e promesso. Esso non sarà però opera nostra, ma dell’amorevole potenza creatrice dalla quale deriviamo. Dossetti nel discorso da cui è scaturito quel libretto che ho sopra citato, invita a non metterla troppo semplice parlando di questo con gli altri, come se tutto fosse ovvio, chiaro, scontato. La fede, che in genere da bambini si acquisisce con una certa facilità, confidando nei propri genitori e nelle persone da loro accreditate, crescendo è messa alla prova. La religione serve appunto a custodirla e a rafforzarla.
 Come ho osservato in altre occasioni, l’aspetto che va costantemente e sapientemente curato, come quando, da bambini, si difende pazientemente un castello di sabbia costruito sulla riva del mare, che l’acqua tende costantemente a sciogliere avanzando verso la terraferma, non è tanto la convinzione che Dio c’è. Spesso i “non credenti” partono da questo, parlando con le persone di fede, e trovano poca soddisfazione. Certo, noi portiamo argomenti razionali a sostegno dell’esistenza del nostro Dio, ma egli rimane pur sempre invisibile. Chi può negarlo? E’ la stessa Bibbia che a dircelo chiaramente.
 Scrive Dossetti, nel libretto sopra citato,  a proposito dell’Eucaristia:
 Il mistero cultuale rende oggettivamente presente l’evento del sacrificio di Cristo, ma contemporaneamente lo vela: debbo trapassare il velo e questo mi è possibile solo nella fede, che mi fa andare oltre le apparenze sensibili e oltre il tempo […]
 Nella mia esperienza di fede, ad un certo punto, viene una voce che noi siamo capaci di udire; viene dalla storia umana tramite la Chiesa, che l’ha fedelmente custodita nei secoli, e reca buone notizie. Ci parla infatti di un creatore amorevole e suscita in noi, nel nostro animo, nella nostra interiorità, una risposta, perché appunto quella voce è ciò che si attendeva da sempre di ascoltare. E’ stato notato che noi, nell’evo presente, non vediamo, ma possiamo udire. Detto in termini esplicitamente religiosi, questo denota l’importanza che attribuiamo a ciò che sinteticamente definiamo la Parola, vale a dire a quello che religiosamente ascoltiamo e che ci narra delle realtà invisibili che sorreggono le nostre vite. Nell’esperienza religiosa  è questo che è centrale, come spesso ci ricorda anche il nostro assistente ecclesiastico nelle nostre riunioni: ascoltare e comprendere la Parola.
 Questa relazione che abbiamo con il soprannaturale ci cambia e ci arricchisce nello spirito, ma non ci aggiusta le cose nel mondo  in cui viviamo, che continua ad andare come deve andare in base alle sue dinamiche naturali. La nostra fede infatti non ha nulla a che fare con la magia. Non portiamo un dio dalla nostra parte negli affari che abbiamo in corso in società e riguardo ai problemi che abbiamo con la natura, innanzi tutto con i nostri corpi, che infatti ad un certo punto ci danno qualche dispiacere, e sempre di più invecchiando. Attendiamo invece un beato compimento che è completamente nelle mani di colui nel quale religiosamente confidiamo e al di là di ogni nostra immaginazione. Non tentiamo di portare un dio sulle nostre vie, ma cerchiamo la nostra strada verso colui che ci chiama, ci trae a sé e ci attende alla fine della storia dell’universo.
  In conclusione: quando ci mettiamo a immaginare nuove organizzazioni sociali, anche al fine di corrispondere  a quella benevolenza soprannaturale che ci sovrasta e ci colma, non dobbiamo dimenticare che il punto di partenza, sia come individui che nei nostri gruppi, è nella realizzazione di una spiritualità, lavoro questo non facile perché non si tratta solo di tirar fuori cose da noi stessi, in particolare dalla nostra immaginazione e dalla nostra emotività,  ma di inserirci in una tradizione molto antica dalla quale la Parola  è scaturita per noi. Per questo è stata istituita la Chiesa della quale siamo parte viva, essa stessa realtà visibile e invisibile, punto di contatto e di mediazione tra il visibile e l’invisibile.

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29
A occhi aperti
(5 novembre 2012)

“Condizione di qualunque progetto da parte di gruppi cristiani
[…]
  Occorre … che siano adempiute molto più di quanto non sia stato finora tre condizioni precise:
-che questo progetto sia non solo nominalmente, dire per una “pia fraus” [trad.: per una bugia a buon fine], ideato e perseguito anche praticamente, in modo totalmente distinto dalla comunità di fede;
-che esso abbia una sua genialità creativa (cioè non sia solo una rimasticatura di dottrina e progetti altrove nati) e abbia una sua validità storica, risponda cioè ad un momento reale della storia, interpretato non solo con scienza (cioè con l’intelligenza), ma anche con sapienza (cioè con l’intuizione);
-e che infine esso nasca da un senso di giustizia disinteressata e soprattutto di carità genuina verso i compartecipi sociali, specialmente verso le categorie evangeliche privilegiate (i poveri, gli umili, i piccoli).”
[da: Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, euro 8,00, pag.57]
  Nel momento in cui a noi laici viene richiesto di influire sulla società del nostro tempo per promuovere certi valori che hanno un fondamento religioso, dobbiamo chiederci come farlo. Infatti i cristiani storicamente hanno a lungo improntato della loro fede le civiltà in cui si trovavano a vivere, in Europa almeno fin dal quarto secolo della nostra era, ma non tutti i modi in cui lo hanno fatto sono oggi praticabili, sia da un punto di vista oggettivo, delle forze in campo, sia da un punto di vista etico. Oggi, ad esempio, non ci affideremmo in questo a un imperatore cristiano o anche solo a una dinastia monarchica cattolica. E non accetteremmo di imporre alla gente la fede cristiana sotto pena di  sanzioni criminali. Né lanceremmo una crociata contro popolazioni di scismatici. Si tratta di forme di intervento dei cristiani nelle società del loro tempo che sono state storicamente attuate. Ai tempi nostri in genere la si pensa diversamente. Ma non è solo questione del senso comune, dell’opinione corrente, ma è proprio la nostra Chiesa che si è data leggi diverse, che le vietano quelle vie. Sono regole che troviamo nei documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), i quali, come ho ricordato varie volte in precedenza, non sono solo testi edificanti e istruttivi, ma leggi. Per alcuni di essi lo rivela il nome stesso che è stato dato loro: costituzioni, decreti. Ma anche quelli che sono stati denominati dichiarazioni hanno la stessa natura. E si tratta di leggi che, promanando dal Papa in unione con un Concilio ecumenico, hanno una particolare forza. Queste leggi, nonostante che nella loro stesura si sia avuta particolare cura nell’evidenziare la continuità con il pensiero precedente dei capi della nostra Chiesa, con le idee dei più autorevoli scrittori religiosi dei primi secoli, con le liturgie praticate fin da tempi molto antichi e, naturalmente,  con le Scritture sacre, divergono molto, quanto alle indicazioni operative, concrete, con quelle che ebbero vigore in altre epoche della nostra confessione religiosa. La fede è rimasta sostanzialmente la medesima, ma il modo di vivere dei cristiani nella storia è molto cambiato. Per altro, a mio parere, il Concilio Vaticano 2° non ha inventato nulla di ciò che di nuovo si è prodotto. Nelle intenzioni del papa Giovanni 23°, il quale lo indisse, esso aveva come scopo principale un aggiornamento delle leggi della Chiesa a una realtà che già  i fedeli stavano vivendo e praticando. Il risultato fu però qualcosa di più: quelle leggi furono concepite in modo da imprimere un movimento in avanti nel corpo ecclesiale, rendendo possibili ulteriori sviluppi delle dinamiche in atto, che infatti si produssero. Il magistero e l’azione di governo del papa Giovanni Paolo 2° ne sono stati straordinarie manifestazioni. Ma ancora più rilevante, anche se forse meno evidenziata nelle grandi fonti informative del nostro tempo, è stata la spinta che si è creata nella masse dei fedeli. C’è stata, nella nostra Chiesa, un profondo mutamento della religiosità popolare, del quale di solito si sottolineano gli aspetti negativi, ma che ne ha avuti anche di positivi.
 Vorrei evitare, in queste mie brevi note quotidiane, di ripetere cose che potete leggere, scritte meglio, con più scienza, in altri testi, ai quali rimando. Ragiono partendo dalla mia personale esperienza, tenendo presenti le esigenze di lavoro del nostro gruppo di A.C. . Quello che penso di poter dire è questo. A partire dalla metà del secolo scorso il ruolo delle masse cattoliche, in particolare dei laici, è diventato  più importante nella nostra Chiesa. Si richiede alla nostra gente un impegno nella società che prima non era preteso e veniva addirittura visto con sospetto. Lo si vuole informato e consapevole. Ma non è solo questo: lo si vuole creativo. Infatti l’assunto che i capi ecclesiali avessero il segreto della migliore organizzazione delle società civili si è rivelato fallace. E quando il beato Toniolo (1845-1918) scriveva che la salvezza sarebbe venuta da una società di santi, non da diplomatici, dotti o eroi, non  si riferiva innanzi tutto alla gerarchia ecclesiale. Questi nuovi compiti che, come laici, siamo chiamati ad assumere comportano che si decida anche come lavorare insieme, con piena responsabilità. Non si tratta più infatti di attuare nel concreto decisioni di massima prese ai vertici.
 In qualche modo, quella che stiamo vivendo è un’era veramente nuova.
 Si è presa, ad esempio, maggiore consapevolezza della rilevanza religiosa delle realtà profane, di ciò che accade fuori degli spazi liturgici. In passato si era giunti a una sorta di compromessi tra le autorità religiose e quelle civili, che condividevano le popolazioni a loro soggette. Certe questioni, come ad esempio le guerre, rimanevano fuori del campo del religioso. Popolazioni cristiane potevano essere arruolate le une contro le altre, i sacerdoti e i vescovi di ciascuna di esse invocavano il favore divino e prestavano l’assistenza spirituale ai combattenti e alle loro famiglie, e non si pensava che qualcuno potesse lecitamente, anche da un punto di vista religioso, sollevare una obiezione di coscienza in tutto questo. Una volta che, invece, si decida di intervenire, animati da spirito religioso, bisogna decidere come farlo tenendo conto che su certe scelte ci si può dividere, ma che, come Chiesa, bisogna rispettare il comandamento dell’unità del credenti, ma direi di più, dell’intero genere umano.
 Anticipando quello che mi pare di avere capito, bisogna considerare che sulle questioni sulle quali la gente di fede ritiene ora di aver voce in capitolo anche sulla base di moventi religiosi si deve discutere anche  in chiesa. Sarebbe strano che non lo si facesse, che cioè ognuno su argomenti di tale rilevanza fosse lasciato solo nel capire  e nel decidere. Anche perché nessuno, da solo, può veramente pretendere di poter ideare o scegliere la soluzione migliore. L’intelligenza dei fatti collettivi richiede una sapienza collettiva. Ma poi l’attuazione delle scelte deve essere demandata alla responsabilità di ciascuno, non della Chiesa, che ha rinunciato a questo tipo di potere dal momento che è espressione embrionale di una realtà che non è di questo mondo, e ognuno poi agirà insieme ad altri che compongono i vari corpi sociali implicati nelle decisioni, in modo laico, inteso come non esplicitamente religioso, in modo da poter coalizzare il massimo consenso possibile. Pensare di attuare esigenze di fede con lo strumento di corpi sociali civili riproporrebbe infatti la modalità desueta e impraticabile dell’impero cristiano.  Mentre rivestire di abiti religiosi certe soluzioni storiche, certe forme organizzative, certi modi di trasformare la società e la natura intorno ad essa, contrasterebbe con la libertà di coscienza.
 L’Azione Cattolica, nel suo percorso formativo, ci consiglia esercizi di laicità, vale a dire di provare in concreto, nei nostri gruppi, a prendere in esame le nostre relazioni di fedeli cristiani con i corpi sociali nei quali siamo inseriti e di capire come si possa fare per esprimere nell’azione civile le nostre idee a fondamento religioso. Questa è una parte importante del lavoro in Azione Cattolica e che differenzia molto i nostri gruppi da quelli molto più centrati, ad esempio, su esperienze di spiritualità religiosa o di preghiera. In questo Anno della Fede possiamo però sentirci chiamati a qualcosa di più. Ne parla la lettera apostolica di indizione. Sappiamo abbastanza della storia della nostra Chiesa, dei problemi che ha dovuto affrontare, delle soluzioni che di volta in volta sono state attuate? Questa è una parte importante dell’attività alla quale siamo stati sollecitati. Non si tratta, quindi, solo di conoscere meglio il catechismo, fosse anche un’opera piuttosto estesa come il Catechismo della Chiesa cattolica, il quale pure è sicuramente un utile punto di riferimento. Bisogna aprire gli occhi sul mondo intorno a noi. Se non lo conosciamo bene, non possiamo influire su di esso. E a volte a chi ci circonda può sembrare che la nostra esperienza religiosa abbia la realtà di un sogno, tanto è distaccata dalle dinamiche umane concrete. Eppure in certe storie bibliche è proprio da certi sogni che scaturiscono importanti decisioni nell’animo della persona di fede. Come in ogni cosa, quando si tratta di religione, si tratta di tenere tutto insieme, prospettive religiose e prospettive profane, il cielo e la terra, pur nella consapevolezza della loro diversità. E’ quello che Giuseppe Lazzati (1909-1986) definiva unità dei distinti.

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30
La città dell’uomo
(7 novembre 2012)

“… il concilio ha fatto quello che, nella storia della chiesa, fino ad allora non era stato fatto: ha espresso chiaramente quale sia la vocazione del fedele laico, precisando non tanto il fine (la santità a cui tendere, di cui è piena, in dottrina e in fatto, la storia della chiesa), quanto la via attraverso la quale tendervi e giungervi.
 Il fine è espresso nelle parole “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio” [ Lumen gentium, n. 31]. La via da percorrere è indicata, con altrettanta chiarezza: “trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”[Lumen Gentium n.31]
[da: Giuseppe Lazzati, La città dell’uomo – Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo, Editrice A.V.E., 1984, pag.50]

“Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano.
[…]
 Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni di vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi all’interno e a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante  l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a manifestare Cristo agli altri,  principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e  ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano sempre fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore.”
[Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), cap.4° n. 31, lett.a) e b)]

 Le parole della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, del Concilio Vaticano 2°, che ho sopra citato sono uno dei punti fondamentali dei vari ragionamenti e delle decisioni di quella grande assemblea di vescovi che si riunì tra il 1962 e il 1965. Una novità assoluta nella legislazione nostra Chiesa, come rilevò Giuseppe Lazzati (1909-1986) nel libro che ho menzionato (purtroppo non più in commercio). Non certo del tutto una novità nell’esperienza storica dei cristiani. Bisogna dire però che, a mio parere, solo con i moti europei e nordamericani  di fine Settecento la questione di un ruolo più attivo in religione della gente comune, di coloro che quindi non erano capi religiosi riconosciuti, si pose in  modo nuovo, rendendo possibili gli sviluppi che, nella Chiesa cattolica, hanno portato alla situazione dei tempi nostri, che manifesta ancora potenzialità non sfruttate. I problemi che in merito sono sorti e che ancora sorgono sono analoghi a quelli che si sono prodotti nell’evoluzione politica democratica delle società contemporanee. Questo manifesta con una certa evidenza che si tratta di movimenti della stessa natura, pur in ambiti diversi. Nel passaggio dalla posizione di sudditi, solo soggetti a un potere altrui, a quella di cittadini, partecipi delle decisioni più importanti che riguardano le collettività, c’è chi si sente disorientato, impreparato, deluso dai risultati ottenuti, sfiduciato nelle prospettive, e allora guarda con una certa nostalgia al passato, per altro piuttosto idealizzato, quindi abbastanza distante dalla realtà storica. Infatti nella via verso la cittadinanza compiuta si incontrano le masse, grandi collettività, composte di persone che si vuole con la medesima dignità, di gente che reclama di poter dire la propria e di essere ascoltata. Non sempre è un bello spettacolo. Decidere insieme, ascoltando le ragioni di tutti e poi però accettando di seguire il volere di una maggioranza, soprattutto subordinando il bene proprio personale a quello dell’intera collettività, è difficile, a volte sfiancante. E’ problematico in particolare avere una visione sufficientemente affidabile delle cose, perché questo significa perdere tempo  e fare uno sforzo per informarsi, cercando di raggiungere un punto di vista realistico, anche ascoltando chi ne sa di più. Chi ne sa di più deve da parte sua avere la pazienza di comunicare con gli altri, anche se ignoranti di certe cose, e di dialogare con loro, anche quando pongono obiezioni palesemente infondate. La tentazione che c’è sempre è quella di tagliare corto e, da  un lato, di seguire la gente che pare più decisa nell’imporre la propria volontà e, dall’altro, di forzare la  mano imponendosi sugli altri sovrastandoli e tacitandoli in qualche  modo.
 Come c’entra tutto questo nell’esperienza di un piccolo gruppo parrocchiale di laici come il nostro? C’entra perché il lavoro per elevarsi, collettivamente, a quella nuova dignità laicale che è espressa nelle parole della Lumen gentium è ciò che maggiormente caratterizza l’Azione Cattolica dei tempi nostri. Come si spiega questo? Si tratta di cosa che deriva da una realtà sociale di impegno di fede che ha preceduto   i deliberati conciliari e di cui l’Azione Cattolica e le organizzazioni che storicamente la precedettero furono protagoniste. Le decisioni del concilio vennero infatti viste come un aggiornamento. Ma aggiornamento di che e verso che cosa? Ad essere aggiornata è stata la legislazione della nostra Chiesa; essa fu aggiornata per riconoscere la bontà di un’esperienza laicale che già esisteva, dall’Ottocento. Questo significa ammettere che i padri conciliari non furono veramente degli innovatori, ma, appunto degli aggiornatori, e che l’innovazione si era già prodotta  e attendeva solo di essere riconosciuta.
 Tornerò sulle questioni della nuova concezione dell’impegno laicale formulata nel corso del concilio, ma, per rendere meglio l’idea del cambiamento e della sua origine, voglio riferirmi alla questione, molto grave, dell’antigiudaismo cristiano, una realtà molto antica e pervasiva.
 Chi oggi, tra i fedeli cattolici, sottoscriverebbe queste parole:
“Niente è più miserabile … di questo popolo che non ha mancato occasione per rinunciare alla propria salvezza, sono bestie selvagge … come gli animali, anzi più feroci di loro … il profeta espresse la insania della loro libidine con una parola che si riferisce agli animali”
scritte a proposito degli ebrei?
 Sono citate nel libro di Gianna Gardenal, L’Antigiudaismo nella letteratura cristiana antica e medievale, Morcelliana, 2001, a pagine 56 e 57, e attribuite a S. Giovanni Crisostomo (344-407), il quale le scrisse in due delle sue otto omelie contro i giudei.
 L’antigiudaismo cristiano, ancora piuttosto marcato nel corso del Novecento, fu ripudiato dalle genti cristiane dopo la tragica esperienza della persecuzione e dello  sterminio degli ebrei perpetrati dai regimi nazisti e fascisti europei, prima di esserlo dalla legislazione della nostra Chiesa. Anche in questo caso i deliberati del concilio furono un aggiornamento, un tenersi al passo con i  tempi in ciò che essi avevano prodotto di buono.
 Per quanto riguarda il nuovo impegno laicale dei cattolici nella società, in particolare dalle società rette da regimi democratici, in cui la gente aveva più voce e possibilità di influire sulle scelte supreme, esso iniziò a manifestarsi nel corso dell’Ottocento, molto vivacemente, e non venne sempre assecondato dai capi religiosi. Si tratta di una storia che presentò anche aspetti dolorosi, in particolare in Italia, dove la frattura con l’organizzazione civile del nuovo stato unitario, retto su basi democratiche, fu estremamente netta, a causa della cosiddetta questione romana, che riguardava le rivendicazioni territoriali dei papi sul territorio del Regno d’Italia, in particolare sulla città di Roma. In generale i papi furono, almeno fino al 1944, piuttosto sospettosi sull’impegno sociale autonomo dei laici cattolici e, di solito, ammisero un’attività sociale del laicato solo come attuazione puntuale di deliberati pontifici, principalmente in funzione difensiva del papato e delle organizzazioni del clero e dei religiosi.
  Il fatto che i capi della nostra Chiesa siano venuti a sancire dopo certi cambiamenti che si erano già prodotti nel loro popolo non deve però stupire. Essi infatti hanno formazione prevalentemente teologica e ogni teologia, anche quando appare innovativa rispetto  ad una precedente, non innova veramente, perché ragiona sempre sulla fede della Chiesa, quindi su qualcosa che già c’è. La fede è sicuramente creativa, di questo abbiamo sicura esperienza, non così la teologia. Innovare non è il suo mestiere. Essa però può dare veste teologica a un’innovazione, chiarendo, ad esempio, che certi principi, come la comune dignità degli esseri umani, sono presenti nella fede delle origini, quindi nel cosiddetto deposito di fede, pur se come potenzialità storicamente poco o per nulla sfruttate e, innanzi tutto, capite.
 Per oggi mi fermo qui. Vorrei invitarvi a tenere a mente e a riflettere su queste parole della Lumen Gentium: “Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.”. Vi tornerò sopra, riassumendo quello che in merito mi è stato insegnato in tanti anni di formazione alla fede. Vi prego di ragionarci su anche voi e, in particolare, di correggere o integrare quello che su quell’argomento scriverò. In particolare terrò conto dell’insegnamento di Giuseppe Lazzati, dichiarato Servo di Dio, il primo grado nel processo di  proclamazione di uno dei santi ufficiali della Chiesa, e del beato Giuseppe Toniolo, la cui esperienza ho potuto conoscere fin da ragazzo attraverso ciò che ne scrisse in un libro un mio zio professore. Invoco religiosamente la loro intercessione in questa mia opera di divulgatore parrocchiale che faccio da ignorante colto, da persona quindi che si è un po’ familiarizzata con certi concetti, ma senza essere veramente esperta sulla maggior parte di essi, in particolare nella materia teologica. La mia formazione specialistica è giuridica.
  
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Una lunga storia
(8 novembre 2012)

 Nei miei precedenti interventi su cose della nostra fede comune c’erano molti richiami a fatti storici. Si tratta di un modo di procedere che non è molto diffuso, in particolare nella fase dell’iniziazione religiosa. E’ una cosa che si può constatare, ad esempio, nel Catechismo della Chiesa cattolica, un’opera destinata al grande pubblico su scala mondiale, e che pure ha avuto una evoluzione storica dalla prima edizione, nel 1993, alla seconda, nel 1997, in particolare sul tema della pena di morte. In quel testo non emerge con chiarezza, anche se se ne parla, che la Chiesa, nella sua componente “terrestre”, “nel secolo” come si suole dire, ha avuto una storia, quindi diverse manifestazioni le quali hanno riguardato anche concezioni molto importanti. Del resto si tratta di uno scritto su base teologica e la teologia, in particolare quella cattolica, tende a lavorare per stabilire una  continuità con le origini, in primo luogo perché quella continuità accredita la verità della religione, per il legame molto stretto che nel cristianesimo si vuole mantenere con il primo maestro, e poi perché essa è in linea con l’idea che la Chiesa abbia anche una componente soprannaturale in virtù della quale è sempre la stessa in ognuna delle sue varie espressioni compresenti sulla Terra e succedutesi nella storia. Questo qualche volta porta a mettere in secondo piano l’evoluzione storica che c’è stata anche nelle nostre collettività religiose e, comunque, a presentarla fondamentalmente solo come una serie di progressi verso una maggiore e migliore comprensione del messaggio di fede nei quali il passato è comunque tutto contenuto nei tempi successivi, ponendo così in risalto il dispiegarsi di un disegno soprannaturale coerente che regge le cose umane. Questa visione è utile per dare il senso complessivo dell’interpretazione della storia umana come noi la proponiamo in religione. Può creare qualche problema se però, nel compito che è proprio dei fedeli laici, vale a dire quello di trattare le cose temporali e di ordinarle secondo Dio, secondo l’espressione utilizzata nella costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), quindi, in termini correnti, di realizzare un’organizzazione delle società umane più in linea con i nostri ideali religiosi, noi trascuriamo certi dettagli della storia e certi meccanismi delle cose umane e, in particolare, che il nostro presente per certi versi ha significato il ripudio di una parte del passato ed è fatto anche di questo. Bisogna infatti rendersi conto che noi non costruiamo sul nulla, ma ci inseriamo in dinamiche preesistenti e utilizziamo il materiale e le persone che ci sono. Giuseppe Lazzati definì questo lavoro costruire la città dell’uomo.
 Egli scrisse nel libro La città dell’uomo – Costruire da cristiani la città dell’uomo a misura d’uomo, Editrice A.V.E, 1984, pag.19:
Tenendo presente l’immagine del “costruire” che guida la nostra riflessione, è immediato il riferimento all’architetto o all’ingegnere; al progettista, insomma, che, per prima cosa, vuol rendersi conto del terreno sul quale costruire l’edificio che gli è commissionato […] E’ questa  l’immagine di quell’indispensabile coscienza di un passato  di cui non [si] può fare a meno […]  
 Il ricordato architetto elaborerà poi il progetto dell’edificio commissionato tenendo conto dei materiali che ha a disposizione e pensando le strutture rispondenti alle esigenza che, in quel momento e per un certo periodo di tempo, possono soddisfare meglio coloro che nell’edificio porranno la loro abitazione, i loro uffici, la loro industria.
  Bisogna ragionare molto su questo sapiente costruire nel mondo che ci compete come laici e che è quell’attività che nella Lumen Gentium viene definita, con linguaggio teologico, ordinare le cose temporali secondo Dio. Qualche volta noi tendiamo a concepirci più che costruttori come dei restauratori di un edificio che c’era già e che nel tempo ha subito danni. Interroghiamoci: questa idea è affidabile, realistica?
  Io vi propongo questa riflessione: ci sono nel mondo in cui oggi viviamo tante cose che non c’erano nel passato. Questo non ha influenza sul nostro lavoro di costruttori di mondi? Tutto ciò che di nuovo si è prodotto è male?
 Queste differenze con il passato non riguardano solo gli oggetti, i materiali e gli strumenti, ma anche le persone, le idee e le organizzazioni sociali. Ad esempio, considerate come è mutato, dai tempi delle prime comunità cristiane, il ruolo delle donne nelle società occidentali. Quella che nella Palestina di due millenni fa era in un certo qual senso la regola, vale a dire la discriminazione sociale nei loro confronti, oggi è considerata come un illecito, perché vietata dalla nostra Costituzione e da altre leggi nazionali, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (entrata in vigore il 1-12-09) e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1955).
 Poiché la nostra azione nel mondo in cui viviamo ha anche un significato religioso e la nostra fede religiosa ha una sua importanza nel lavoro che svolgiamo nella società civile, in particolare come cittadini di una democrazia, anche la storia rientra nel campo dei nostri interessi specificamente religiosi. Questo significa che, pur attendendo la manifestazione piena di ciò che nella fede religiosa crediamo, il nostro atteggiamento nella storia non può essere solo quello dell’attesa. Parafrasando un simpatica espressione in romanesco che una volta pronunciò in una udienza pubblica il papa Giovanni Paolo 2°, dobbiamo darci da fare. Questo darsi da fare richiede appunto di prendere coscienza di ciò che si muove intorno a noi e delle dinamiche storiche delle società in cui viviamo, perché non sia sconsiderato, improvvisato, superficiale e quindi vano o addirittura controproducente. Il Concilio Vaticano 2° ha usato per rendere questa idea un’espressione che molti sicuramente conoscono: scrutare i segni dei tempi:
È l'uomo dunque, l'uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.
Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione.
Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito.
[…]
Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico.
[dalla costituzione pastorale Gaudium et spes]
 Ieri ho richiamato la vostra attenzione sull’espressione trattare le cose temporali per ordinarle secondo Dio (nella costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano 2°), che, secondo l’interpretazione di Giuseppe Lazzati, significa costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo; oggi faccio la stessa cosa con scrutare i segni dei tempi (nella costituzione Gaudium et spes), che significa vivere, da cristiani, ad occhi aperti nel mondo, consapevoli della sua storia e di ciò che in esso si agita. Penso che, addirittura, trattandosi di cose che riguardano la nostra religione, potremmo provare a costruirci sopra una preghiera da mandare a memoria. E dovremmo riflettere su come fare, nel nostro lavoro associativo, nelle occasioni che abbiamo di riunirci, per dare uno spazio a questi aspetti.
 Ad esempio, nella riunione del martedì abbiamo uno spazio di meditazione biblica, utilizzando le letture della Messa della domenica seguente, un altro spazio di riflessione e discussione su temi ecclesiali: potremmo forse dedicare almeno qualche minuto a quell’esercizio di laicità che consiste nel prendere coscienza del corso della storia che stiamo vivendo a partire dalla nostra concreta esperienza, dalle nostre vite. In questo costituisce senz’altro una ricchezza avere un gruppo nutrito di anziani tra noi, che possono riferirci del passato non sulla base di quello che hanno letto, ma di quello che hanno vissuto. E’ una cosa che abbiamo iniziato a fare prima dell’estate. Ricordate quando Maria Cretella ci ha narrato della sua esperienza di giovane di Azione Cattolica in tempo di guerra, con gli aerei che, nei tempi di plenilunio, venivano a bombardare, partendo dalla base britannica di Malta, la ferrovia che passava vicino al suo paese? Non abbiamo allora apprezzato meglio, a partire da quella storia così coinvolgente, il lungo periodo di pace che, dalla fine di quella guerra, abbiamo vissuto in Europa?
 Poiché si tratta di un’opera religiosa, anche se  si tratta di recuperare ricordi di una storia molto concreta che si è vissuta nel mondo profano, vale a dire di quello che c’è fuori delle nostre chiese, la possiamo affrontare senza certi assilli che guastano le cose quando le si affronta, ad esempio, negli studi, con l’ansia degli esami, o in politica, con la premura di sovrastare gli avversari. Si procederà anche in questo con il ritmo lento e attento di una preghiera, cercando di far reagire i fatti di cui facciamo memoria con la nostra fede. Certe volte, quando si prega intensamente, pare che il tempo si dilati e che quindi basti a dire tutto ciò che si agita in noi. Allo stesso modo, con il ritmo della preghiera, dobbiamo ricapitolare la nostra storia e il mondo in cui viviamo, curando molto i dettagli, senza fretta, nello sforzo di non dimenticare nulla e nessuno, nell’anelito religioso di venire incontro a tutti. Possiamo agire così nel presupposto di fede che il beato compimento della storia, in cui confidiamo, non sarà opera nostra, ma verrà dall’alto. A noi compete solo assecondare questo movimento, non perché esso dipenda da noi, ma semplicemente per continuare a farne parte, per assentirvi (questo effettivamente dipende da noi), in quello che potremmo riassumere con la parola amen.

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Sentirsi responsabili di tutto
(10 novembre 2012)

“Il questa solitudine, che ciascuno ‘regala’ a se stesso, si perde i senso del ‘con-essere’ … e la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole …. sino alla riduzione al singolo individuo.
[…]
C’è da chiedersi, a questo punto, se tali degenerazioni non siano insite nella decadenza del pensiero occidentale, come sostiene Lévinas [Emmanuel Lévinas, 1905-1995, filosofo francese]. A suo parere, possono essere evitate non con il semplice richiamo all’altruismo e alla solidarietà; ma ribaltando tutta la impostazione occidentale, cioè ritornando alla impostazione ebraica originale, nella quale si dissolve proprio questa partenza dalla libertà del soggetto. I figli d’Israele sul Sinai, nel momento fondante di tutta la loro storia, quando Mosè propose loro la Legge, hanno detto:  ‘Faremo e udremo (Es 24,7)’.
 Cioè essi scelsero un’adesione al bene, precedente alla scelta tra bene e male. Realizzarono così un’idea ‘pratica’ anteriore all’adesione volontaria: l’atto con il quale essi accettarono la Thorà precede la conoscenza, anzi è mezzo e via della vera conoscenza. Questa accettazione è la nascita del ‘senso’, l’evento fondante l’instaurarsi di una ‘responsabilità irrecusabile’”.
[Dal discorso Una sentinella nella notte,  pronunciato da Giuseppe Dossetti nel 1994 nell’ottavo anniversario della morte di Giuseppe Lazzati. Ora in Armando Oberti (a cura), Lazzati, un cristiano nella città dell’uomo, Editrice A.V.E., 1996, pag.27]
 Una delle caratteristiche dell’esperienza religiosa cristiana è che essa non nasce da una contrattazione con un dio, per assicurarsene i favori nelle cose della vita. Non ha quindi molta importanza sapere che cosa si guadagnerà in concreto avendo fede e che cosa di preciso si dovrà fare per avere un certo risultato. E, in definitiva, rimangono in secondo piano anche le stesse questioni dell’esistenza di una controparte soprannaturale, quindi l’argomento “un dio c’è”, e dei prodigi che il soprannaturale produce nella storia. Questo è paradossale agli occhi dei non credenti, i quali invece attribuiscono molta rilevanza a tutte quelle cose e, pensando di scuotere le convinzioni religiose, fanno notare che il soprannaturale è invisibile, che non si manifesta nel mondo dal momento che le cose vanno sempre come devono naturalisticamente andare e che tutte le nostre storie religiose hanno la consistenza di fiabe, per altro neppure costruite in modo tanto coerente. Non sono questioni che lasciano indifferente la persona di fede, certamente la fanno soffrire; è scritto ad esempio nei salmi, che sono parte della Bibbia: i nostri nemici ridono di noi (Sal 80,7), le lacrime sono il mio pane giorno e notte / mentre mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?” (Sal 42,4). Ma, in definitiva, l’animo religioso sente di non poter rinunciare a una certa visione della vita, per una questione che riguarda la giustizia e che apre il cuore: corro sulla via dei tuoi comandi / perché hai allargato il mio cuore (Sal 119, 32). Non accetta la violenza che vede intorno a sé e non sopporta di fuggirne la responsabilità rispondendo a quella voce interiore che ode in sé con un “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gen 4,9). Come argomentato da Dossetti, sulla linea di Lévinas, la nostra adesione religiosa al bene precede qualsiasi contrattazione, qualsiasi ragionamento di convenienza, è assoluta, non dipende in alcun modo dal corso naturale delle cose (infatti diciamo che ha origine soprannaturale) e per questo non è smentita dalle sconfitte, nasce da un sentimento molto forte di giustizia che origina nello stare con gli altri e che è piuttosto duro reprimere. Quest’ultimo ha a che fare con la felicità umana. Lo avvertiamo in noi, ma capiamo che non ha fondamento in noi: infatti siamo cresciuti imparando a conoscerlo, è oggetto di un insegnamento, che il più delle volte abbiamo ricevuto fin da molto piccoli. E’ un comando interiore, ma non è costrizione: esso infatti dà gioia e ha storicamente avuto intense espressioni sociali, tanto da improntare di sé l’Europa fin dal tempi molto antichi. E’ a questo che ci si riferisce quando si parla di radici cristiane dell’Europa.
 Ci sono altre forme di religiosità? Certamente sì. Quindi pensare al fenomeno religioso come un qualcosa di unitario, perché “si crede in un dio” è errato. Ciascuna religione ha un suo specifico, in particolare quelle che hanno avuto una lunga storia. Ma non è solo questo. Anche all’interno delle singole confessioni, di ciascuna collettività religiosa esistono molte varianti ammesse. Accade anche nella Chiesa cattolica, la cui principale caratteristica, nonostante un’opinione corrente, non è l’uniformità.
 Nell’Italia di oggi, oltre alla storica presenza di Chiese cristiane riformate si è aggiunta, per l’immigrazione, quella di confessioni dell’ortodossia dell’Europa orientale. Con gli altri cristiani i cattolici condividono, in misura maggiore o minore, quasi tutto di ciò che nella nostra concezione religiosa è essenziale.
 C’è poi l’ebraismo italiano, una presenza che è coeva con la diffusione del cristianesimo nella penisola. Dopo oltre millecinquecento anni di discriminazioni e vere e proprie persecuzioni subite dagli ebrei da parte dei cristiani, il cui inizio si fa risalire al quarto secolo della nostra era in concomitanza  con l’affermarsi  del cristianesimo nelle istituzioni dell’impero romano,  a partire dal Concilio Vaticano 2° si sono dischiusi ai cattolici i tesori del pensiero ebraico, che sempre più spesso vengono menzionati dai nostri teologi e che sono stati divulgati in ambienti più vasti da autori come il Levinas, sopra citato da Dossetti.
 Sempre per via dell’immigrazione, dall’Asia e dall’Africa, stanno affermandosi anche da noi fedi islamiche, le quali sono piuttosto distanti dal cristianesimo, pur condividendone alcune storie religiose.
Ma il panorama della religiosità in Italia non si esaurisce qui: conviviamo, ad esempio, con genti che praticano l’induismo, il buddismo e il sikhismo.
 Infine, nella nostra Italia sono abbastanza diffuse credenze di tipo magico, in cui si pensa di poter ottenere vantaggi soprannaturali nelle cose della vita mediante certe pratiche, in particolare certi riti. Fedi di questo tipo hanno preceduto e accompagnato il cristianesimo e quest’ultimo in genere le ha contrastate, anche piuttosto duramente.
 Ai tempi nostri appare anche possibile in concreto un’esistenza umana priva di esplicite convinzioni religiose, dell’adesione a una confessione istituzionalmente costituita. Su Il Venerdì di Repubblica  di questa settimana, Andrea Tarquini, nell’articolo I senza Dio, riferisce del fatto che, come scritto dal giornalista polacco Mariusz Szczygiel nel libro Fatti il tuo paradiso (Nottetempo editore),  solo il 14 % degli abitanti della Repubblica Ceca si definisce credente nei sondaggi, questo nonostante che in quella nazione la vita sociale sia  improntata a forti valori etici. Ma, in definitiva, quel dato non sorprende perché è tutto sommato in linea con i dati sulla pratica religiosa nell’Europa del nord, che per altro registra anche valori ancora più bassi. L’Italia di oggi, con il suo circa 30% di praticanti, di persone che vanno a Messa la domenica, costituisce in questo una eccezione (ma la percentuale di coloro che si definiscono genericamente credenti e che mantengono un riferimento al cristianesimo come religione è molto più alta, superando la maggioranza assoluta della popolazione).
 Dopo il Concilio Vaticano 2° e a seguito dei principi in esso affermati, possiamo vivere da cattolici con più serenità l’attuale pluralismo in materia religiosa e instaurare e mantenere rapporti amichevoli con fedeli di altre religioni e con persone non religiose. Non è stato sempre cosi, siamone consapevoli.
  In particolare, l’iniziativa dell’Anno della Fede, che stiamo vivendo nella nostra Chiesa, non è stata pensata per contrastare quel pluralismo o per conseguire una maggiore uniformità nella nostra confessione religiosa. Non c’è questo nella lettera apostolica di indizione Porta Fidei dell’11 ottobre 2011.
 In questo Anno della Fede siamo stati invece invitati a riflettere, acquisendone maggiore e più precisa consapevolezza, su ciò che specificamente caratterizza la nostra esperienza religiosa. Abbiamo infatti la convinzione che il cristianesimo abbia ancora qualcosa da dire e da fare nel mondo di oggi, che quindi sia possibile  e necessaria una nuova evangelizzazione, a partire innanzi tutto da una rinnovato impegno pubblico nel quale la professione religiosa sia concepita e vissuta come un atto personale ed insieme comunitario.
 Poiché è venuto ad avere meno credito nella società, per il pluralismo di cui dicevo, l’affidamento sacrale nelle autorità religiose cattoliche, che pure mantengono un ruolo importante come punto di riferimento etico, e nella dottrina da esse insegnata, sta divenendo più importante l’azione svolta dai fedeli laici nella società per promuovere valori in linea con la nostra fede religiosa. Essa è stata finora piuttosto efficace, consentendo una certa pervasività delle idee religiose nella società, nonostante la diminuzione delle vocazioni sacerdotali e di quelle religiose. E lo è stato perché non si è limitata alla mera propaganda religiosa e al proselitismo, ma ha agito in concreto per quell’azione di costruzione della città dell’uomo, di cui parlava Giuseppe Lazzati nei brani che ho citato nei giorni scorsi. Ognuno ha sicuramente in mente esempi di quello che dico.  Questo si è fatto in tempi che, per vari motivi, non sono stati molto favorevoli allo sviluppo dell’azione propriamente laicale, tanto che il laicato italiano è stato definito il brutto anatroccolo (in Fulvio De Giorgi, Il brutto anatroccolo, Paoline Editoriale Libri, Saggistica paoline, 2008, euro 16).
  L’Azione Cattolica è da sempre particolarmente impegnata nel miglioramento della presenza dei laici cattolici nella società del loro tempo, non tanto con il metodo della contrapposizione, del fare blocco sociale  o del costituire piccole isole di salvati, ma con quello del farsi evangelicamente lievito o sale per metaforicamente fare crescere e rendere sapidi in umanità.  Una delle ragioni che possono spingere a un impegno in un gruppo di Azione Cattolica è quella di voler vivere in questo modo l’impegno di responsabilità religiosa di cui ci si sente partecipi.


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Costruire la città dell’uomo come dovere religioso
(12 novembre 2012)

[…]
APPELLO FINALE
Cattolici
81. Noi scongiuriamo per primi tutti i Nostri figli. Nei paesi in via di sviluppo non meno che altrove, i laici devono assumere come loro compito specifico il rinnovamento dell'ordine temporale. Se l'ufficio della gerarchia è quello di insegnare e interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta a loro, attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, penetrare di spirito cristiano la mentalità della loro comunità di vita. Sono necessari dei cambiamenti, indispensabili delle riforme profonde: essi devono impegnarsi risolutamente a infondere loro il soffio dello spirito evangelico. Ai Nostri figli cattolici appartenenti ai paesi più favoriti Noi domandiamo l'apporto della loro competenza e della loro attiva partecipazione alle organizzazioni ufficiali o private, civili o religiose, che si dedicano a vincere le difficoltà delle nazioni in via di sviluppo. Essi avranno senza alcun dubbio a cuore di essere in prima linea tra coloro che lavorano a tradurre nei fatti una morale internazionale di giustizia e di equità.
[dall’enciclica Populorum progressio (termini latini. Traduzione: Lo sviluppo dei popoli), del papa Paolo 6°, del 1967]

 “Considero l’enciclica Populorum progressio, del papa Paolo 6°, pubblicata il 26 marzo 1967, di gran lunga il documento del magistero ecclesiale in materia di dottrina sociale più coinvolgente ed emozionante. Ad essa si è esplicitamente collegato il papa Benedetto 16° nell’enciclica Caritas in veritate” [traduzione: l’amore nella verità], del 2009, un altro testo importantissimo.
 Potete leggere la Populorum progressio sul WEB  a questo indirizzo:
  Quando fu pubblicata ne sentii parlare in famiglia, ma ero troppo piccolo (avevo dieci anni) per capirne l’eccezionale rilevanza. Da adolescente, negli anni ’70, ne vissi gli ideali e gli sviluppi, ma non mi curai di conoscerla in dettaglio. Solo da universitario, in FUCI, ne fui come folgorato.  Da allora l’Appello finale che ho sopra trascritto sta fisso nel mio cuore. Rimpiansi di non aver cercato di capire meglio l’anziano papa dei miei anni più giovani, che era da poco morto. Era stato molto criticato, anche tra i suoi. Anch’io avevo avvicinato la sua figura con un po’ di sufficienza, come spesso usano fare i ragazzi con i molto anziani, con le persone che appartengono a un altro tempo. Può sembrare strano oggi, dopo che con il papa Giovanni Paolo 2° ci siamo abituati a folle di giovani che acclamano il papa. Negli anni ’70 era molto diverso. Fu un’epoca che parve molto promettente, ma che fu anche tragica, attraversata da conflitti durissimi e da sconsiderate esagerazioni polemiche. Il papa Montini, fine intellettuale e profondo conoscitore delle cose del mondo, soffriva. Vedeva la Chiesa che sembrava sbandarsi, nei contrasti accesi tra rivoluzionari e conservatori. Intuiva meglio di altri le gravissime conseguenze che potevano derivare dall’affermarsi di ideologie che svalutavano la famiglia come fonte di relazioni amorevoli. Nello stesso tempo resisteva a chi proponeva di cancellare o di neutralizzare l’aggiornamento  ordinato dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Il dolore interiore che traspariva dalla sua figura fu scambiato per incertezza dai conservatori. I rivoluzionari videro in lui un ostacolo al progresso. Eppure egli fu il papa della Populorum progressio. Si pensava che fosse un uomo del passato, di un altro tempo: egli fu effettivamente uomo di un altro tempo, ma del tempo futuro, di questo nostro tempo che stiamo vivendo. Il gigantesco riequilibrio a livello globale tra popoli un tempo poveri e i popoli più ricchi, che caratterizza la nostra epoca, è infatti la manifestazione ancora travagliata e minacciata di un nuovo ordine mondiale che potrebbe realizzare su scala globale l’era di pace sperimentata da noi europei dalla fine della Seconda guerra mondiale. Come per ogni cosa umana questo movimento è suscettibile di regressi e di mutamenti di direzione.  La Populorum progressio ci insegna che è nostro dovere religioso intervenire nella sua storia per evitare che le cose si mettano male.
 Costruiamo sulle parole di Paolo 2° una preghiera, una specie di salmo:

Noi laici rispondiamo all’appello:
assumeremo  come nostro compito specifico il rinnovamento dell'ordine temporale;
di nostra libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, al fine di penetrare di spirito cristiano la mentalità delle nostre comunità di vita.

Promuoveremo cambiamenti e le  indispensabili delle riforme profonde;
ci impegneremo risolutamente ad infondere in essi il soffio dello spirito evangelico.
Porremo la nostra competenza nella nostra attiva partecipazione, in prima linea, alle organizzazioni ufficiali o private, civili o religiose che si dedicano a  tradurre nei fatti una morale internazionale di giustizia e di equità.

 Oggi in genere c’è scarsa consapevolezza della storia ecclesiale che precede quella del papa regnante. E’ come se la morte di un papa chiudesse un’era.
 Quando morì il papa Paolo 6°, il mio zio professore di Bologna, Achille Ardigò, mi portò su Ponte Sisto, qui a Roma, che allora era sovrastato da strutture metalliche, delle passerelle pedonali costruite nell’Ottocento, e, guardando il “Cupolone” mi disse  proprio così “E’ la fine di un’era; ogni morte di papa chiude un’era nella storia della Chiesa”. Con una chiave incise sul parapetto metallico della passerella la frase “E’ la fine di un’era”, perché, ogni volta che sarei passato di lì, mi ricordassi di questo concetto. Ma, circa vent’anni dopo, le passerelle metalliche vennero levate e con esse anche quella frase, che tuttavia mi porto dentro molto chiaramente.
 La Populorum progressio  non è una legge della Chiesa, ma un documento del magistero ecclesiale e contiene insegnamenti particolarmente autorevoli provenendo da un papa. Quel magistero non è stato mai revocato; è quindi ancora attuale e vive nella Chiesa di oggi in vari modi. Quell’enciclica liberò forze potenti nella nostra Chiesa a livello mondiale. In un certo senso costituì una sorta di ordine di esecuzione dei deliberati conciliari. Essa conteneva un appello ai popoli della Terra che non aveva precedenti, in quanto diretto a suscitare a partire da essi stessi un movimento mondiale per la realizzazione nelle società civili di una pace fondata sulla giustizia. In particolare esso coinvolgeva i laici cattolici, con una grandissima apertura di credito nei loro confronti, chiamati ad agire nella storia senza attendere  consegne o direttive dal clero.
 In Italia una delle conseguenze più importanti di quell’appello fu il fondamentale convegno ecclesiale nazionale tenuto a Roma nel 1976 sul tema Evangelizzazione e promozione umana, preceduto da una lunga fase di preparazione in cui tutto il laicato italiano fu coinvolto. Dalla fine degli anni ’60 i concetti di promozione umana e di liberazione cominciarono ad essere affiancati a quello di evangelizzazione, nello spirito della Populorum progressio. Questo segnò una discontinuità nella storia dell’impegno nella storia dei fedeli laici italiani. In precedenza infatti essi erano stati prevalentemente chiamati a un attivismo pubblico in difesa dell’organizzazione del clero, in particolare in difesa delle prerogative dei papi, dei vescovi, dei sacerdoti, degli istituti religiosi e per la tutela del patrimonio della Chiesa, ancora imponente pur dopo le spoliazioni conseguenti all’unità nazionale dell’Italia, in cui il papato era stato tra le monarchie italiane sconfitte.
 Riassumendo molto, si può dire che, a partire dalla Populorum progressio, l’azione per la realizzazione della giustizia sociale venne considerata una forma di evangelizzazione e, anzi, la più efficace tra esse. Si noti, per avere un’idea della cosa, che l’introduzione di quell’enciclica aveva come titolo: “La questione sociale è oggi mondiale”.
 Cercando di dare una valutazione complessiva agli sviluppi della storia ecclesiale negli anni ’70 si deve riconoscere che questa nuova prospettiva non entusiasmò la gran parte dei fedeli cattolici italiani, anche indubbiamente produsse movimenti di tipo nuovo centrati sull’idea di azione sociale per la promozione umana, in particolare per l’elevazione degli ultimi,  e della conversione religiosa come esperienza di liberazione. Non si riuscì veramente a cogliere il nesso tra religione e azione sociale diretta a rimuovere e sostituire strutture sociali ingiuste. Non si trattò (solo) di resistenze nella gerarchia ecclesiale locale, ma di una incomprensione molto più radicata e diffusa. Si possono individuare diverse cause di questo.
  La prima, a mio avviso, per quello che ricordo, fu l’impreparazione del laicato italiano, del quale negli anni ’70 iniziai anch’io ad essere parte attiva. Ricordo che da ragazzo, pur militando negli scout cattolici, in cui quelle nuove idee circolavano molto, conoscevo poco della Bibbia, della storia della Chiesa e dei concetti teologici fondamentali. Per me Chiesa significava liturgie e Sacramenti, i sacerdoti della parrocchia e il papa.
 Una seconda causa è che i cattolici italiani erano stati storicamente abituati, a volte sotto minaccia di esclusione ecclesiale, a dipendere molto dalle direttive dei papi.
 Infine c’era il fatto che la democrazia italiana, che costituiva anche, indirettamente, un presidio per l’organizzazione del clero, era fondata sull’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana. Per realizzarla si era dovuto centrare l’impegno politico sull’interclassismo, del resto sulla base degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa risalente all’Ottocento; tuttavia sulla via della realizzazione della giustizia sociale emergevano conflitti sociali che contrastavano con quell’obiettivo. Essi inoltre erano stati storicamente il terreno dell’impegno politico delle forze socialiste, le quali, benché nell’Ottocento avessero sviluppato punti di contatto con l’azione sociale dei cattolici, già in quel secolo ma soprattutto a partire dalla rivoluzione sovietica in Russia erano state considerate dalla gerarchia cattolica come avversarie della Chiesa. Nell’Italia degli anni Sessanta, essere cattolici significava nella maggior parte dei casi votare democristiano per dovere religioso. La conseguenza era che, se ad un certo punto, per motivi anche religiosi, si era insoddisfatti della politica democristiana, si era tentati dall’abbandonare la Chiesa. Bisogna dire che a questa conseguenza si era tentato di rimediare, intuendo con lucidità i possibili sviluppi storici del Concilio Vaticano 2°, durante la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet (1964-1973). In quegli anni, in cui l’Azione Cattolica era ancora molto forte e diffusa sul territorio, radunando la gran parte del laicato italiano, si cercò di sciogliere il legame di collateralismo  tra l’organizzazione religiosa del laicato italiano e l’organizzazione politica della Democrazia Cristiana, centrando l’impegno religioso sulla formazione delle coscienze e rendendo in tal modo legittimi impegni politici su diversi fronti senza che ne fosse pregiudicata l’appartenenza ecclesiale. I tempi erano tuttavia prematuri. Solo dopo la fine dell’Unione Sovietica, a partire quindi dal 1991, si produsse una situazione simile. In quegli anni si era però già realizzata nella nostra Chiesa la svolta impressa dal papa Giovanni Paolo 2°. Diciamo che con lui l’impegno laicale tornò ad essere molto centrato sulla figura del papa. Il papa Giovanni Paolo 2° ripropose sostanzialmente il modello di impegno storico laicale che era stato sperimentato nella sua Polonia, nel duro confronto con il regime comunista che all’epoca dominava quella nazione. In esso era vista con un certo sospetto l’autonoma azione laicale finalizzata alla realizzazione della giustizia sociale, in particolare in Occidente, in Europa e nell’America latina. In quanto essa tendeva ad entrare in polemica con i regimi democratici dai quali l’Est Europeo attendeva un aiuto per la propria liberazione dal giogo sovietico, veniva vista come oggettivamente controproducente, quando non realmente influenzata dagli storici avversari della Chiesa.
 Noi oggi viviamo in un’era diversa. Conosciamo bene i profondi legami di stima, amicizia e collaborazione tra il papa Giovanni Paolo 2° e l’attuale papa Benedetto 16°. E tuttavia mi pare che, nonostante superficiali considerazioni correnti, l’attuale papato abbia una sua particolare caratterizzazione, che, in particolare, ha portato a riaprire via che sembravano abbandonate. Ad esempio, nell’enciclica Caritas in veritate  (2009) si legge:
esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come « la Rerum novarum dell'epoca contemporanea », che illumina il cammino dell'umanità in via di unificazione.
 Potete leggere l’enciclica Caritas in veritate sul WEB all’indirizzo:
 E’ ridiventato quindi di stretta attualità l’appello che il papa Paolo 6° rivolse al mondo, e innanzi tutto ai laici cattolici. Esso riguarda anche noi, del piccolo gruppo di Azione Cattolica in San Clemente papa. Anche noi infatti abbiamo la possibilità di fare qualcosa, nei settori di vita sociale in cui siamo inseriti, ad esempio nella famiglia e nel lavoro, e quindi dobbiamo acquisire consapevolezza della relativa responsabilità religiosa. La Caritas in veritate  ci mette però in guardia: il nostro impegno per la giustizia sociale non deve essere velleitario, deve collegarsi sapientemente con i principi di fede. Innanzi tutto, quindi, bisogna conoscerli meglio. Ecco quindi il senso dell’iniziativa in corso dell’Anno della Fede.

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Rinnovarsi sempre, ma custodendo ciò che di vitale si è ricevuto dal passato
(14 novembre 2012)

 Marco Ivaldo, in un breve saggio dal titolo Lazzati, il Movimento laureati e il MEIC inserito nell’omonimo fascicolo n.15 di Dossier Lazzati, Editrice A.V.E., 1998, € 6,00 (attualmente disponibile in commercio), scrive, riferendosi a un discorso tenuto da Giuseppe Lazzati il 7 dicembre 1968 nell’Auditorio di palazzo Pio in Roma e pubblicato sul mensile Coscienza del Movimento laureati di A.C. lo steso anno:
 Traspaiono da questo testo il travaglio di quegli anni, ardui ma fecondi, le trasformazioni del costume, la crisi del quadro politico degli anni Sessanta, la complessa ricezione del Concilio nelle comunità ecclesiali, la ricerca di nuove forme dell’apostolato dei laici, l’itinerario di ridefinizione dell’Azione Cattolica Italiana con il nuovo statuto. Lazzati non sfugge a questa problematica. Un’ampia parte del suo discorso è volta a riprendere esauriente e concreta memoria dei “valori del passato”. Ma poi egli osserva: “Non possiamo nasconderci le difficoltà  innanzi alle quali l’Azione Cattolica si è trovata e si trova in questa situazione; talora è sembrato che fosse sopraffatta da altri tipi di azione, forse più appariscenti o passibili di più definite misure; la tentazione dell’efficienza immediata l’attira; un certo senso di vera e propria crisi ha pervaso strati più o meno ampi dei suoi aderenti e l’ha condotta a quel ripensamento di se stessa, dei propri metodi di formazione e di azione, dal quale dovrebbe uscire sofferto ma vivo, semplice e dinamico il suo nuovo statuto [che fu approvato nel 1969 – nota mia]. L’ispirazione idonea, l’atteggiamento giusto per affrontare la situazione che allora si delineava Lazzati invita a trovarli in una celebre espressione di un sermone di Ambrogio, il “De paradiso” [latino. Trad. “Sul paradiso – nota mia], dove il padre e dottore della Chiesa sostiene che il compito del cristiano è “nova sempre quaerere et parta custodire” [latino. Traduzione libera mia: “Rinnovarsi sempre, ma custodendo ciò che di vitale si è ricevuto dal passato]. Bisogna “aprirsi al nuovo senza timori e rimpianti” e insieme occorre mantenere “fedeltà ai valori che hanno costituito la trama” della storia dell’Azione Cattolica e hanno “data la misura della sua validità”. Non è lecita la “pigrizia, fatta anche solo di amore per ciò che è stato”, ma la “smania del nuovo” non deve “prendere il sopravvento sull’amore del vero e la ricerca di ciò che vale”.
 Cari amici del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica in San Clemente papa e cari altri amici che avete occasione di leggere queste parole, oggi vi voglio parlare di questioni associative, che però sono legate ad argomenti più vasti.
 Quando, verso la fine degli anni ’70, entrai nel gruppo FUCI di Roma che si riuniva a piazza S.Apollinare, eravamo una ventina di universitari, ma ci sentivamo pronti a conquistare in mondo. Quando il cardinal vicario Poletti ci disse che eravamo i suoi occhi e le sue orecchie nel mondo universitario, non fummo colpiti dalla sproporzione di forze, dall’essere noi una percentuale minima degli oltre centomila studenti romani. Nel nostro gruppo siamo di più dei miei fucini di allora, ma ci sentiamo un po’ in crisi. Non è così? Passando una volta per i corridoi della parrocchia, ci ho sentiti definire gruppo anziani. E’ chiaro che può parlare così solo chi non ci conosce bene. Però è vero che esteriormente possiamo talvolta sembrare effettivamente un gruppo anziani. Persone più giovani ci sono, ma sono in minoranza. A volte non vengono alle riunioni del martedì perché impegnate sul lavoro o negli studi. Io stesso non di rado faccio fatica ad essere in parrocchia alle cinque del pomeriggio, dopo il lavoro in ufficio, e a volte non ci sono riuscito. Questa carenza di persone più giovani incide abbastanza anche sul lavoro che ci proponiamo di fare in Azione Cattolica, anche qui a Monte Sacro – Valli. Mancano infatti molti stimoli al rinnovamento, che come sosteneva Lazzati sulla linea di S. Ambrogio, è uno dei compiti propri di noi laici. Ma non è forse vero che anche l’altro compito, quello di custodire, ci appassiona di meno? Si va un po’ a memoria, ma la memoria degli anziani comincia a fare difetto e non si ha tanta voglia di rinfrescarla. Perché è quando si  è chiamati a comunicare qualche cosa alle persone più giovani che si ripensa più validamente al passato: questo è un fatto naturale e noi siamo esseri naturali. Ma gli esseri umani sono capaci anche di uno sguardo soprannaturale. E’ ad esso che ho chiamato le mie figlie universitarie quando ho proposto loro di aderire al nostro gruppo di A.C. . Non dobbiamo fidarci delle apparenze: dobbiamo essere capaci di intuire l’anima negli altri. Questo è un esercizio fondamentale dell’esperienza religiosa: andare oltre ciò che appare. E le vostre anime, cari amici del gruppo, sono belle e parlano dei ragazzi e delle ragazze che eravate e che interiormente ancora siete. Che soddisfazione sentire i più anziani parlare delle loro esperienze di A.C. in un mondo di molti anni fa,  tanto diverso, e per molti versi più difficile, del nostro di oggi!  Un’A.C. indomita quella loro di un tempo, il cui ardore e il cui attivismo traspare ancora in certe prese di posizione nei discorsi che si fanno nelle nostre riunioni. Cose che certamente non ci si aspetta in un gruppo anziani. Ma direi di più: cose che oggi non ci si aspetta neppure dai giovani. Come mi riferiscono le mie figlie, oggi gli universitari sono spesso dei conservatori per sfiducia nel cambiamento, non si aspettano nulla di buono dal futuro. Del resto non  è quello che nei giornali e in televisione si dice sempre loro? Paradossalmente, allora, è proprio dalla memoria del passato che possono venire stimoli per il rinnovamento, quello personale e quello della società in cui viviamo.
 Pensare religiosamente la storia ha questo di confortante: non è legato a tempi precisi, a scadenze inesorabili. Possiamo, religiosamente, curare certi dettagli, così come certe preghiere vengono recitate molto lentamente, con il ritmo della vita che scorre in noi, con il ritmo del respiro come insegnavano alcuni maestri di spiritualità monacale. E non si è nemmeno legati molto all’attualità, ai titoli di testa dei giornali e dei telegiornali. Possiamo dedicare molto tempo a fatti minimi, così come i monaci a volte dedicano molto del  tempo non impegnato nelle liturgie alla cura paziente e minuziosa di una pianta o ad altre  faccende minime o che richiedono grande applicazione per un risultato che verrà magari oltre la loro vita personale. Facciamolo, però! E’ esperienza comune dei più anziani che i giorni corrano via più velocemente e che quindi giunga sempre, presto, la sera.  Si finisce allora per sdormicchiare molto, lo ha scritto Carlo Maria Martini in uno dei suoi ultimi libri di spiritualità, Qualcosa così  personale, Mondadori, 2009, € 17,50. In questo Anno della Fede ci viene un appello forte a scuoterci, a rinnovarci, ripensando, e innanzi tutto motivando meglio, i nostri ideali religiosi. Poi ci viene chiesto un impegno pubblico che può cominciare, ad esempio, da questo (del resto siamo persone religiose): pregare perché persone più giovani partecipino di quegli ideali e ci aiutino, nel nostro gruppo, stando insieme a noi, a rinnovarci custodendo ciò che del passato merita di essere conservato. E poi pregare perché, attingendo ai tesori del passato, anche agli aspetti preziosi delle nostre vite, si abbia qualcosa da comunicare ai più giovani. Non si costruisce dal nulla: i più anziani, in quanto religiosi custodi del passato migliore e fedeli memori di quello peggiore, hanno anche, in un certo senso, il segreto per costruire un futuro all’altezza dei nostri grandi ideali.
 Non è lecita la pigrizia, fatta anche solo di amore per ciò che è stato, riteneva Lazzati ed è sorprendente che questa sua convinzione sia rimasta fortissima anche tra i membri più anziani del nostro gruppo. E questo è ancora più sorprendente tenendo conto dell’orientamento generalmente un po’ più nostalgico del passato degli anziani del quartiere.
 Trattare le cose temporali per ordinarle secondo Dio: questo il compito di cui religiosamente dobbiamo prendere consapevolezza. Si tratta di un impegno veramente smisurato, come tutto ciò che riguarda Dio. E’ chiaro che sarebbe anche sproporzionato alle nostre forze se non confidassimo anche in un sostegno soprannaturale, innanzi tutto per la rigenerazione del nostro gruppo. La dobbiamo desiderare con molta determinazione e pregare molto perché essa si compia.
 L’efficacia storica della nostra azione dipende dai contatti che riusciamo a stabilire con la società del nostro tempo e quindi dalla nostra capacità di influire su di essa. Serve gente. Ora, nel nostro lavoro natura e sopranatura sono strettamente commiste, dunque non si fa affidamento solo sull’elemento naturale, quindi sulle nostre sole  forze umane, ma esse comunque contano e devono esserci, è legge di natura questa, il mondo è stato creato così: i nostri grandi ideali, che servono ancora al mondo di oggi, sono incarnati in noi e hanno bisogno di nuova umanità per continuare a pervadere la società, perché noi, ad un certo momento, finiremo.
 La caratteristica del nostro atteggiamento verso i più giovani deve avere, a mio parere, questa caratteristica, conformemente al metodo praticato in Azione Cattolica: non cerchiamo nuove forze per indottrinarle o per cambiare le loro vite. Noi non abbiamo infatti la ricetta della felicità per i più giovani. Essi la devono inventare da se stessi. Noi abbiamo una ispirazione ideale e siamo custodi di una tradizione di fede che ci spinge avanti, in un incessante rinnovamento. Insieme ai più giovani vorremmo quindi ideare e attuare il nuovo che necessita al mondo di oggi, secondo quell’ispirazione.

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La fede fa scandalo?
(16 novembre 2012)

In molti casi l’ostacolo alla fede è costituito da una situazione di scandalo, o voluta falsamente, ad esempio falsità diffuse contro la Chiesa e i cristiani;  o per fatti reali. Non crediamo di aiutare i lontani nascondendo o negando la verità. Se si tratta di errori  storici ristabilire la verità; ma se c’è un autentico scandalo bisogna avere il coraggio di riconoscerlo e di far capire che la fede non consiste nel negare lo scandalo; ma far comprendere che lo scandalo è un motivo di più per credere in quel Dio che supera l’ostacolo rappresentato dalle deficienze e dagli scandali degli uomini, siano essi laici o uomini di Chiesa o anche Papi
 da Per la catechesi ai lontani, articolo di Giuseppe Lazzati, pubblicato nel 1967 su mensile del Movimento laureati e ora nel fascicolo n.15 di Dossier Lazzati, “Lazzati, il Movimento Laureati e il Meic, Editrice A.V.E,  1998, € 6,00]
  Verso la fine degli scorsi anni ’60, quando Lazzati scrisse le frasi che ho citato, costituiva un ostacolo alla vita di fede pensare che nella Chiesa c’erano stati tanti cattivi esempi, anche da parte di capi religiosi, e che i cristiani si erano resi responsabili collettivamente di fatti efferati, come guerre, persecuzioni, schiavismo, predazione delle terre e dei beni di altri popoli e delle loro stesse vite e altro. Ai tempi nostri mi pare che nel nostro popolo la religione sia meno apprezzata più che altro perché sembra che sia inutile nelle faccende della propria vita. Le cose sembrano sempre andare come devono, come ci si aspetta che vadano secondo natura, e non cambia nulla  se uno è religioso o non lo è. I forti vincono e i deboli perdono, così è sempre stato, si pensa. Forse però, si argomenta, non è la religione, in generale, a non andare, ma è la religione cristiana e, in particolare, la sua versione cattolica, così ragionevole, così poco aperta al prodigio nella vita di tutti i giorni (quanto ci mette, si osserva, a riconoscere un miracolo o un’apparizione soprannaturale!). In definitiva, si pensa,  la dottrina cattolica sembra volerci convincere di doverci rassegnare a ciò che accade: quindi per ora si deve cedere al male prevalente e lasciarsi schiacciare, poi, in un’altra dimensione però, avremo il premio. C’è chi allora si affida ad altre versioni religiose o varianti della fede cristiana, che danno più soddisfazioni sotto quei profili. Ma c’è anche chi decide di fare a meno del tutto della religione e si costruisce allora un’etica individuale e collettiva che si basa sul tipo di società in cui si sente meglio inserito, ottenendone poi un riconoscimento appagante, come persona buona, onesta.
  L’atteggiamento di chi si lascia alle spalle la religione, che spesso è quella appresa in famiglia e nelle comunità di riferimento, come può essere un paese, con le sue feste e le sue costumanze, anche alimentari, può dispiacere, ma noi, nel lavoro che abbiamo in mente per recuperare coloro che sono diventati i lontani, siamo piuttosto vincolati dai nostri principi di fede, da quella che crediamo essere la verità  sul mondo intorno a noi e sul soprannaturale. Non possiamo quindi approfittare di quella sorta di disposizione della gente a credere nell’azione soprannaturale, nel miracolo, che confina abbastanza con la credulità  e inventarci delle storie consolanti ma ingannevoli. Non possiamo dare alla gente quello che in fondo essa ci chiede: la religione che mette a posto le cose della vita, che risana tutte le malattie, che allontana la morte, che salva il rapporto con il coniuge e i figli, che fa trovare o mantiene il lavoro, che ci fa tornare sani e salvi a casa la sera dopo aver circolato per la città, e cose simili. Né  possiamo promettere che essendo buoni, partecipando diligentemente alle liturgie e pregando molto le cose cambieranno, che tutti i problemi si risolveranno. Non è questo che ci è stato insegnato in religione. Ricordate?: ora e nell’ora della nostra morte… Quando mai ci hanno detto che alle persone religiose sarebbe andato tutto bene in questa vita?  E io francamente non mi sento nemmeno di proporre, ai sofferenti, l’idea che il male che capita loro è in realtà il loro bene, anche se essi, proprio perché non abbastanza religiosi, non riescono a capirlo. Il male rimane male: poi si può riuscire a dargli un senso religioso e allora, come è accaduto in certe vite di santi, si può addirittura ad avere una confidenza con esso che libera dalla paura o giungere a desiderarlo perché si pensa che attraverso di esso si partecipi alla redenzione dell’umanità intera, a una grande opera di salvazione. Ed è questo lo stesso atteggiamento di chi in guerra compie un’azione eroica, altruistica, a costo della propria vita. Ma si tratta, è chiaro, di una cosa molto diversa da chi semplicemente tenta di voltare la frittata e dice sbrigativamente che il male sofferto (da un altro) è bene per il sofferente, e chi non lo capisce non ha fede (aggiungendo così sofferenza a sofferenza, alla sofferenza della vita quella del rimprovero religioso), ottenendo da parte di chi soffre un sentimento interiore di rivolta che è umanamente del tutto comprensibile.
 Come fare allora? Direi che potremmo farne argomento di dibattito tra noi. Che cosa  rispondere all’argomento Dio è inutile?  E’ qualcosa di più forte della considerazione  Dio non c’è, che noi risolviamo obiettando che in realtà Dio non si vede, ma opera: e quest’ultima è una considerazione pacifica nel pensiero biblico, mi pare di aver capito.
 Lo scandalo è un motivo di più per credere in quel Dio, scrisse Lazzati nel 1967. Per me  è proprio così. Mi pare così assurda e inaccettabile un’esistenza senza Dio, dominata dalla cieca violenza delle cose e degli esseri viventi, senza amore-agape, quello che raccoglie pacificamente intorno alla tavola comune per un bel pasto che nutre e dà gioia, che contro l’idea di una vita così sento di dovermi rivoltare e proprio da questa rivolta nasce la mia religiosità. Ma penso che negli altri vi siano tanti altri motivi per i quali la fede religiosa è diventata l’aspetto fondamentale della loro vita. In questo Anno della Fede siamo chiamati ad approfondire questi argomenti, a riscoprire le ragioni del nostro atto di fede. Chissà che questo possa anche servire ad aiutare coloro che sentiamo lontani in certe loro difficoltà religiose, quelle che riguardano l’inutilità di Dio, le quali, in fondo, possono anche scaturire da un certo pessimismo sulla storia umana  e quindi non riguardare tanto il soprannaturale ma il mondo quaggiù. Poiché la storia umana è lo specifico campo d’azione di noi laici cattolici, direi che è proprio un lavoro per noi.
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Fede e promozione umana
(19-11-12)

 Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più importanti del mondo di oggi, al cui sviluppo molto contribuisce il progresso tecnico contemporaneo.
 Tuttavia il fraterno dialogo tra gli uomini non trova il suo compimento in tale progresso, ma più profondamente nella comunità delle persone, e questa esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale. La Rivelazione cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone; nello stesso tempo ci guida ad un approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale, scritte dal Creatore nella natura spirituale e morale dell'uomo.
[dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes (latino.Trad.:La gioia e la speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del Concilio Vaticano 2°  (1962-1965), n. 23]
 Come ho già scritto, per il metodo seguito nel redigerli, non è facile cogliere con immediatezza le novità nel documenti del Concilio Vaticano 2°, denominati costituzioni, decreti  e dichiarazioni secondo  un criterio che tenne conto della forza normativa che si volle attribuire loro, dal punto di vista giuridico e quindi nelle loro reciproche relazioni e nelle relazioni con altri atti normativi della Chiesa, e delle finalità pratiche che con essi si volevano realizzare. Essi infatti furono scritti in linguaggio teologico e la teologia, in particolare quella cattolica, tende a mettere in risalto la continuità, piuttosto che a esaltare le novità. E, quando novità ci sono, esse in genere  sono presentate come sviluppo o riscoperta di qualcosa che già c’era prima. Questo modo di procedere  è necessario per valutare se il nuovo che si propone è conforme al deposito di fede che abbiamo ricevuto dalle origini. Ma non si tratta solo di questo. Si tratta di capire, nelle varie manifestazioni storiche della nostra fede, come tenere tutto insieme, il presente, il futuro e il passato, i vivi e i morti, tutti i popoli della terra, secondo il comandamento religioso ricevuto: ristabilire l’unità del genere umano. La teologia è riflessione sulla fede comune, nei suoi fondamenti e nelle sue manifestazioni storiche, compresi anche agli atti normativi di coloro che nella Chiesa esercitano l’autorità. Ecco perché nei documenti più importanti del magistero, scritti in linguaggio teologico, quelli che vogliono essere di orientamento ai fedeli, troviamo tanti riferimenti alla Bibbia e al pensiero religioso  del passato. Nei documenti più recenti, dall’Ottocento in poi, troviamo riferimenti più precisi alla storia del loro tempo, in particolare in quelli che si fanno rientrare nella materia della dottrina sociale. Un esempio di ciò che ho detto, di quel particolare metodo nell’argomentare, si può trovare leggendo un documento fondamentale per la fede del nostro tempo come l’enciclica Caritas in veritate, del papa Benedetto 16°.
 Vi posso confermare che nei documenti del Concilio Vaticano 2°  il nuovo c’è. Ne ho già trattato in altri miei precedenti interventi, mettendo in risalto, siatene consapevoli, solo di pillole  di novità, quindi una piccola parte del nuovo che c’è.
 La novità delle novità può considerarsi innanzi tutto quello che  è stato definito il metodo conciliare. Nell’annunciare l’indizione del Concilio ecumenico, il papa Giovanni 23° disse che avrebbe consultato tutti i vescovi del mondo, perché il lavoro che ci si proponeva di fare richiedeva di conoscere i punti di vista e di sfruttare le conoscenze e le capacità di molti. Ora, bisogna capire  che questa intenzione del papa veniva incontro a un moto molto esteso che già c’era  nella Chiesa cattolica, in tutto il mondo. Il papa Giovanni 23° stesso ne era stato partecipe e volle darvi voce. Insomma, il Concilio Vaticano 2°  può essere considerato il culmine di un movimento, che comprendeva, come sempre accade nelle cose religiose, vita e pensiero. C’erano state negli anni passati nuove esperienze di vita di fede alle quali erano corrisposte anche nuove analisi teologiche. In Europa, in particolare,  erano state decisivi le riflessioni  e i sentimenti indotti negli anni tra le due guerre mondiali, che avevano visto, oltre al dominio dei totalitarismi fascisti e nazisti su larga parte del continente,  anche l’affermarsi della rivoluzione sovietica in una nazione di antica formazione cristiana come la Russia. Essi avevano trovato una sfogo, dal 1945, con la vittoria sui regimi fascisti e nazisti europei, nell’epopea della costruzione di una nuova Europa, che si era articolata, con metodi divergenti e addirittura confliggenti ma con il dichiarato obiettivo comune della giustizia sociale come fondamento della pace, sia nella parte occidentale, rimasta sotto l’influsso della nuova potenza globale statunitense, sia nella parte orientale, finita sotto il dominio sovietico. Questo intenso lavorio collettivo non era stato solo tecnica: aveva avuto anche una marcata componente ideale. Ne possiamo trovare un esempio nella nostra Costituzione, approvata nel dicembre 1947, dopo un anno e mezzo di confronti assembleari di rilevante livello culturale ed etico, ed entrata in vigore nel 1948. Semplificando molto, possiamo dire che quel dibattito ideale coinvolse sempre in maggior misura anche la Chiesa cattolica, fino ad arrivare ai massimi vertici. Sarei grato a chi, più a conoscenza di questi fatti, volesse approfondire il tema delle radici lontane del movimento conciliare e segnalare testi per approfondirlo. Dal mio (limitato) punto di vista credo di poter consigliare per avere un’idea di ciò che intendo il libro Esperienze pastorali, di Lorenzo Milani, pubblicato nel 1957, ancora in commercio, edito da Libreria editrice fiorentina, € 18,00.
 E’ vero che l’annuncio del papa Giovanni 23° di voler indire un concilio ecumenico sorprese i suoi contemporanei, in particolare i cattolici. Non però perché non si sentisse nel mondo l’esigenza di una cosa simile, ma perché non ci si aspettava che proprio dal papa romano venisse questa iniziativa. Infatti, fino ad allora, i papi erano apparsi più preoccupati di porre limiti ai moti popolari, più che di dar loro strada e occasioni per manifestarsi. Nuovo era poi il metodo di consultare i vescovi del mondo, come se a Roma non si avesse già una soluzione pronta per tutti i problemi di cui si sarebbe discusso. Ora, questa consultazione rea intesa evidentemente a far emergere quel movimento che, come ho osservato, già c’era   e invocava cambiamenti. Tuttavia nella prima fase preparatoria del concilio si ebbe la sorpresa di scoprire che i vescovi non ne erano in genere consapevoli. Scrisse lo storico Giuseppe Alberigo  nella sua preziosa Breve storia del concilio Vaticano II, Società editrice Il Mulino, 2005, € 10,50, ancora in commercio:
 Caduta l’ipotesi di consultare i vescovi con un questionario, il papa fece invitare ciascuno a indicare i problemi e gli argomenti che il concilio avrebbe dovuto  affrontare. Nei mesi successivi sono arrivati al Vaticano circa duemila pareri (“vota”) da tutto il mondo. La maggioranza di questi scritti testimoniava la sorpresa e il disorientamento: Roma non ordinava, ma chiedeva suggerimenti! Moltissimi hanno auspicato che il concilio si occupasse di argomenti di modesta portata; ben pochi avevano orizzonti ampi ed erano assuefatti a prospettive coraggiose.
 Tornando alla citazione dalla costituzione pastorale Gaudium et spes con cui ho aperto questo intervento, vorrei invitarvi a porre attenzione a queste espressioni: Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini; esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale; approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale; la Rivelazione cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone. Ora, tenuto conto di quello che ho osservato nei miei precedenti interventi sulle caratteristiche ideali delle democrazie contemporanee, quelle parole della Gaudium et spes, espresse in terminologia teologica, inquadrano il problema fondamentale dei nostri attuali regimi democratici: una diversa organizzazione della società basata su nuove relazioni umane scaturite dall’idea di una comune dignità di tutti gli esseri umani.  Mai, prima d’ora, che io sappia, i popoli, intesi come comunioni di persone con pari dignità e  non solo come insiemi di sudditi di storici despoti o  dinastie,  erano venuti ad assumere questo rilievo in un documento ecclesiale cattolico di quell’importanza. E’ quindi veramente un linguaggio nuovo. Il movimento che si vuole produrre nei fedeli è analogo a quello dal quale sono scaturite le democrazie contemporanee: la promozione umana, vale  a dire l’elevazione delle masse (infatti non si fa distinzione tra le persone umane), mediante il riconoscimento di una loro comune dignità, dalla quale deriva l’esigenza di adeguate leggi, vale a dire il riconoscimento di diritti umani fondamentali, per un miglioramento della società (nel documento denominata comunione di persone). Questo lavoro, si dichiara, ha fondamento e quindi rilievo religioso, essendo compreso nei principi fondamentali della fede (la Rivelazione).
 Quali conseguenze?
 Direi innanzi tutto che, come molte altre affermazioni o auspici dei documenti del Concilio Vaticano 2°, quel principio stabilito nella breve frase che ho citato all’inizio merita un approfondimento. Anche in questo il Concilio Vaticano 2°  non è stato un punto di arrivo ma, in metafora, un apparato propulsore che ha messo un movimento un corpo sociale, la Chiesa, che sembrava destinata al progressivo declino nel confronto con i tempi nuovi, per il fatto di rimanere sempre immobile e quindi, nell’avanzare della storia, sempre più arretrata.
 Prendiamo ad esempio questo pensiero, che si trova  a pag.14-15 di Pass-wor(l)d percorso formativo per gruppi di adulti, Editrice A.V.E., 2012, € 8,00, il sussidio che l’Azione Cattolica ci propone per la vita associativa:
 La virtù del discernimento è quella qualità che consente di distinguere in ogni circostanza cosa convenga fare e, ancor prima, che si può e si deve prendere una decisione senza restare sempre e solo spettatori della propria vita. Perché questo discernimenti può essere anche comunitario? Perché l’intera comunità di battezzati e chiamata alla corresponsabilità: ognuno porta la propria esperienza, i propri talenti, la propria umanità costruita nei luoghi di partecipazione e di vita, in famiglia, al lavoro a scuola, con uno sguardo ampio e l’orizzonte dell’intera comunità. Non è una moda, non ha una logica di democrazia, che non ha posto nella Chiesa, ma la necessità di mettere all’opera tutti i carismi del corpo della Chiesa.
 Siamo veramente certi che, nel momento in cui si richiedono ai laici azioni collettive di promozioni umane, fondate su un discernimento comunitario, inteso come distinguere in ogni circostanza cosa convenga fare, e questo viene considerato loro compito religioso, la democrazia, nel senso in cui oggi la si intende, non abbia posto  nella Chiesa? Non dico, ad esempio, per l’elezione di rappresentanti ad un concilio in cui si debba decidere qualche corollario del dogma trinitario, ma, poniamo, per decidere che posizione prendere, come comunità di fedeli, quindi collettivamente, nei confronti di una guerra incipiente, le cui origini risalgano, come sempre avviene, ad una complicata situazione politica e che, per poter essere sedata, richiede non solo solenni dichiarazioni ieratiche, ma l’esercizio di una sapienza e di un’abilità specificamente laicale, basata su una conoscenza delle dinamiche storiche e una sapienza nel trattarle che esorbita dal campo specificamente teologico e liturgico.
 L’Azione Cattolica si definisce palestra di democrazia, quindi è retta con metodo democratico, ma naturalmente, pur essendo parte della Chiesa, non parla a nome della Chiesa. Secondo l’ordinamento delle leggi della Chiesa possono farlo solo il papa e i vescovi, individualmente o collettivamente, nel sinodo o nel concilio. Essi tuttavia, sempre più spesso, e anche nella redazione di importanti documenti del magistero, chiedono la collaborazione di laici sapienti e tengono conto di ciò che si agita nel corpo ecclesiale, quindi della storia del loro tempo e delle reazioni che essa suscita tra i fedeli. C’è quindi un dialogo tra i capi e le loro comunità. Ma queste ultime, come corpi collettivi, possono esprimere una decisione unitaria veramente affidabile solo con metodo democratico. E’ lo stesso metodo che è stato utilizzato per formare e approvare i documenti del Concilio Vaticano 2°. Per ognuno di essi è riportato il numero di voti favorevoli e contrari che ha riportato ed è stato approvato il testo votato dalla maggioranza degli aventi diritto ad esprimersi. Questo anche se poi i documenti del Concilio Vaticano 2° sono entrati in vigore in quanto promulgati  (approvati, decretati, stabiliti) dal Papa.
 Pongo una questione sulla quale discutere, non do soluzioni.

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Il conflitto come esperienza religiosa
(19 novembre 2012)

 Anni fa uscì un film dal titolo Saving private Ryan – Salvate il soldato Ryan. In esso si racconta di una pattuglia di soldati statunitensi che, scelta tra i militari sbarcati in Normandia nell’invasione degli eserciti  Alleati del giugno 1944, ha avuto la missione di rintracciare e riportare in patria un soldato semplice americano che aveva diritto all’esonero, per essere l’ultimo ancora in vita di quattro fratelli partiti militari per la guerra in Europa. All’inizio c’è una sequenza che mette in scena  lo sbarco su una spiaggia della Normandia dei componenti di quella pattuglia. Di fronte alla violenza estrema e alla morte tutt’intorno vengono presentati vari atteggiamenti religiosi dei soldati americani. C’è che invoca la Madonna, chi recita il Padre nostro e c’è un tiratore scelto che, nel prendere la mira pronuncia le parole dell’inizio del salmo 144:
Benedetto il Signore, mia roccia,
che addestra le mie mani alla guerra,
le mie dita alla battaglia,
e poi, pam!, spara e colpisce il nemico.
  Nel vedere questa scena, le parole del salmo in bocca a una combattente che sta per uccidere mi hanno colpito, eppure indubbiamente erano appropriate alla situazione.
  La nostra Chiesa nel corso della storia  è rimasta molto spesso coinvolta direttamente o indirettamente in eventi bellici. Ricordo, tra i molti episodi storici, la sanguinosissima guerra combattuta da una federazione di stati cristiani, coalizzati sotto le insegne pontificie (era Papa Paolo 5°), contro l’impero Ottomano, nel Cinquecento  e culminata con la battaglia navale davanti a Lepanto (1571 – Lepanto si trova nella Grecia occidentale).  In  genere non vi ha trovato difficoltà, almeno fino agli anni della Prima Guerra Mondiale (1914-1918).
 Si ricorda in merito la Lettera del Santo Padre Benedetto 15° ai capi dei popoli belligeranti (1917)

Chi ha seguito l'opera Nostra per tutto il doloroso triennio che ora si chiude, ha potuto riconoscere che come Noi fummo sempre fedeli al proposito di assoluta imparzialità e di beneficenza, così non cessammo dall'esortare e popoli e Governi belligeranti a tornare fratelli, quantunque non sempre sia stato reso pubblico ciò che Noi facemmo a questo nobilissimo intento.
[…]
In sì angoscioso stato di cose, dinanzi a così grave minaccia, Noi, non per mire politiche particolari, né per suggerimento od interesse di alcuna delle parti belligeranti, ma mossi unicamente dalla coscienza del supremo dovere di Padre comune dei fedeli, dal sospiro dei figli che invocano l'opera Nostra e la Nostra parola pacificatrice, dalla voce stessa dell'umanità e della ragione, alziamo nuovamente il grido di pace, e rinnoviamo un caldo appello a chi tiene in mano le sorti delle Nazioni. Ma per non contenerci sulle generali, come le circostanze ci suggerirono in passato, vogliamo ora discendere a proposte più concrete e pratiche ed invitare i Governi dei popoli belligeranti ad accordarsi sopra i seguenti punti, che sembrano dover essere i capisaldi di una pace giusta e duratura, lasciando ai medesimi Governanti di precisarli e completarli.
E primieramente, il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell'ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l'istituto dell'arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo e norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all'arbitro o di accettarne la decisione.
Stabilito così l'impero del diritto, si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari: il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso.
[…]
Quanto ai danni e spese di guerra, non scorgiamo altro scampo che nella norma generale di una intera e reciproca condonazione, giustificata del resto dai beneficai immensi del disarmo; tanto più che non si comprenderebbe la continuazione di tanta carneficina unicamente per ragioni di ordine economico. Che se in qualche caso vi si oppongano ragioni particolari, queste si ponderino con giustizia ed equità.
Sono queste le precipue basi sulle quali crediamo debba posare il futuro assetto dei popoli. Esse sono tali da rendere impossibile il ripetersi di simili conflitti e preparano la soluzione della questione economica, così importante per l'avvenire e pel benessere materiale di tutti gli stati belligeranti. Nel presentarle pertanto a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di vederle accettate e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage.
 Un episodio significativo del cambiamento di mentalità si ebbe quando il papa Paolo 6° incaricò l’internunzio  apostolico mons.Francesco Lardone di restituire al governo della Turchia, in persona del ministro degli esteri, lo stendardo dell’ammiraglio Muezzinzad Alì Pascià catturato agli ottomani durante quella battaglia che era conservato in Vaticano, consegna che fu eseguita il 5-3-1965 ad Ankara – Turchia. Ecco come il Papa, il 19-1- 1967, descrisse le intenzioni di quel gesto in una lettera al nuovo ambasciatore della Turchia presso la Santa Sede:
 Sotto il pontificato del Nostro predecessore Giovanni XXIII, avevamo appreso con viva soddisfazione che si stabilivano le relazioni diplomatiche tra la Sede Apostolica e il Suo Paese, e questo aveva incontrato la Nostra piena approvazione. Tali relazioni sembra a Noi che fino ad oggi si siano sviluppate in un’atmosfera di reciproca comprensione e di amicizia; e non possiamo che congratularcene, mentre ne è una nuova conferma la recente elevazione del Delegato, poi Internunzio in Turchia, al rango di Pro-Nunzio Apostolico.
Poiché Noi stessi desideravamo manifestare in qualche modo i Nostri sentimenti, con un gesto che potesse essere gradito alle Autorità della Turchia contemporanea, è stata per Noi una gioia restituire un antico stendardo, preso al tempo della battaglia di Lepanto, che, da allora, si conservava nelle collezioni del Vaticano.
Questo Le dice, Signor Ambasciatore, quali siano le disposizioni che Ci animano nei riguardi della Sua grande e bella Nazione. Crediamo di poterle garantire che i membri della Chiesa Cattolica, che abitano sul Suo territorio, professano la fedeltà più sincera alle Autorità del Paese. Se la Chiesa si preoccupa che i Poteri civili riconoscano sempre ai suoi figli i loro diritti e ne assicurino la piena libertà di azione, Essa non intende certamente sminuirne gli obblighi di cittadini e di sudditi. Anzi, la fede ch’essi professano impone loro il dovere di non essere secondi a nessuno in tutto ciò che riguarda l’attaccamento alla Patria, e il giusto rispetto, dovuto alle legittime Autorità.
 Nelle epoche che hanno preceduto la Prima guerra mondiale, i conflitti bellici venivano considerati facenti parte della natura dell’umanità, in quanto degradata dal peccato e bisognosa di redenzione, cose inevitabili come la morte stessa e destinate ad essere superate alla fine dei tempi. Ancora nell’Ottocento il papato impegnò propri eserciti in guerre italiane (Prima guerra d’Indipendenza – 1848/1849; difesa di Roma nel 1848 e nel 1870). Successivamente si orientò per una posizione di neutralità, almeno fino al 1944 (Radiomessaggio natalizio di Pio 12°). Nel corso della contrapposizione tra blocco delle potenze influenzate dagli Stati Uniti d’America e il blocco influenzato dai sovietici parteggiò per il primo. Nel 1968 il cardinal Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, si dimise dopo le polemiche causate da una sua presa di posizione contro il bombardamenti statunitensi in Vietnam (fonte: Lorenzo Bedeschi, Il cardinale destituito, Gribaudi, 1968 – titolo non più in commercio). Dopo la fine dell’Unione Sovietica e della contrapposizione per blocchi, il papato è diventato una potenza di pace, anche se non del tutto pacifica, in quanto, con Giovanni Paolo 2°, è giunto ad invocare interventi militari umanitari, come durante la crisi tra la Serbia e il Kossovo secessionista (1996-1998).
 Le dinamiche conflittuali sono ancora un grave problema irrisolto nella nostra confessione religiosa. Conflitti ci sono sempre stati, fin dalle origini, nella Chiesa e intorno alla Chiesa. In genere, storicamente, i cristiani e anche la Chiesa, intesa come papi e vescovi,  vi hanno partecipato, senza confidare di poterli prevenire. E’ molto recente l’idea di poter riuscire a farlo. Essa risale alla fine della Seconda Guerra mondiale. Per riuscirci si confida negli ordinamenti democratici, in cui i popoli hanno più voce. Il paradosso  è questo: il magistero confida nella democrazia come fonte di relazioni pacifiche, evidentemente ritenendo che i popoli, liberi da despoti, si orientino per la pace, ma nella sua organizzazione diffida profondamente della democrazia, perché in fondo ritiene che i supremi principi non siano in buone mani se lasciate a quelle dei popoli. L’insegnamento attuale del magistero, che in questo non è cambiato da quello più antico, è che la logica della democrazia non ha posto nella Chiesa. All’interno della nostra Chiesa le dinamiche conflittuali, talvolta assai aspre, in genere vengono negate; la via principale per risolverle è il cercare il favore dell’autorità sovraordinata.
 Nel momento in cui si confida nella democrazia per promuovere la pace nel mondo bisogna però prendere coscienza che il metodo democratico non nasconde, ma porta alla luce i conflitti e le loro ragioni. Nel dialogo ragionevole tra fautori di opposte fazioni si cerca innanzi tutto di far emergere ciò che unisce e, facendo forza su di questo e, in particolare, sul rispetto della dignità degli avversari, si cerca poi di giungere a decisioni condivise. Quando ciò non è possibile, la regola è che decida per tutti la maggioranza. I soccombenti si impegnano ad accettare tale decisione perché non sono mai in questione i principi fondamentali della convivenza civile, quelli che sono sottratti agli arbitri delle maggioranze. Si tratta di ciò che rientra nei diritti umani fondamentali. Questo metodo richiede che nel conflitto si abbia comunque un’etica, delle regole morali. Questo accade anche nell’esperienza religiosa del conflitto, anche se ai tempi nostri se ne ha meno coscienza. Oggi ad esempio può essere difficile accostare l’esperienza umana di un personaggio storico come santa Giovanna d’Arco, una santa combattente. Eppure in religione potremmo essere facilitati per il fatto che nella Bibbia, in particolare nell’Antico Testamento, ci sono moltissime storie di guerre, vissute in un orizzonte etico.
 Dall’esperienza storica, anche recente, come quella dei gruppi resistenziali cattolici combattenti tra il ’43 e il ’45, può trarsi l’insegnamento che il vero pacifico non è quello che elude o nega i conflitti che ci sono, o si limita a subirli passivamene, ma che invece vi partecipa con spirito religioso. Questa azione può essere vista, sull’esempio dell’esperienza democratica, come finalizzata alla promozione umana, al miglioramento degli assetti sociali. In questo essa può avere una valenza religiosa. L’ispirazione etica può portare al rifiuto di certe tecniche convenzionali di conflitto e, ad esempio, all’impiego delle tecniche non violente che per la prima volta sono state esposte da Ghandi.
 Comunque, se nel perseguimento della pace le masse devono avere un ruolo, e oggi la dottrina sociale della Chiesa ritiene che debbano averlo, l’obiettivo a cui si mira richiede l’impiego del metodo democratico. Ritenendo diversamente le masse possono trasformarsi rapidamente anche in quelle bestie spaventose di cui scrissero gli antichi, quindi in folle violente e sanguinarie che frequentemente hanno dato nella storia il peggio di sé.


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Una riunione “politica”
(23-11-12)

  Per ragioni di lavoro non ho potuto partecipare alla riunione del gruppo dello scorso 20 novembre. Mi è stato riferito che è stata molto interessante. Ci si è confrontati sul temi politici, in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento,  in particolare sull’ideologia comunista e sul suo carattere ateo, sul confronto tra i programmi di Obama e Romney alle passate elezioni presidenziali statunitensi e tra i programmi proposti dalla destra e dalla sinistra politica, qui in Italia, alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento.
 La politica entra in chiesa? Certo che deve entrarci, perché, specialmente dopo le decisioni assunte nel Concilio Vaticano 2°, all’impegno nella società civile, e quindi pure a quello politico, viene riconosciuta una valenza anche religiosa. Religione e politica, fede e ideologia civile, non sono mondi che non si toccano mai, per cui una persona possa passare con disinvoltura dall’uno all’altro e viceversa semplicemente cambiandosi d’abito ed assumendo in ciascun ambiente un contegno diverso, come quando, usciti dall’ufficio, si va allo stadio e si fa il tifoso. I nostri capi religiosi ci hanno inoltre avvertito: non dobbiamo confidare di poter avere da loro la soluzione di tutti i problemi della nostra civiltà:
Se l'ufficio della gerarchia è quello di insegnare e interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta a loro [ai laici], attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, penetrare di spirito cristiano la mentalità della loro comunità di vita.
[dall’enciclica Populorum progressio – 1967 – del papa Paolo 6°].
 Ragionare sulla società è un compito necessariamente collettivo. Nessuno, da solo, senza compagni, può pretendere di avere una visione completa dei problemi, specialmente in società complesse e molto popolate, composte globalmente di sette miliardi di individui le cui vite sono sempre più strettamente connesse (così argomentava la filosofa Hanna Arendt). Quando ci si confronta sulla politica con spirito di dialogo, quello che consente di prendere in esame le ragioni di tutti, occorre poi farlo con metodo democratico, quindi innanzi tutto rispettando la pari dignità di ciascuno. Questo non toglie che chi ne sa di più, per cultura ed esperienza, potrà dare un contributo maggiore al dibattito, ma solo se renderà quello che dice accessibile anche a chi ne sa di meno, non pretendendo quindi di essere obbedito in virtù di un’autorità riconosciuta a priori alla stregua di un titolo nobiliare. Certe volte anche i sapienti si ingannano e le virtù dei semplici illuminano dotti sofismi.
 In ambito religioso e in particolar modo tra i cattolici c’è il problema di che ruolo riconoscere in questo ai preti. Sarebbe strano escluderli da questi temi, proprio loro che hanno tanti tesori di sapienza e di etica da comunicare. Essi hanno quindi facoltà di parola, ma con pari dignità con gli altri laici che partecipano al dibattito. Questo deve essere molto chiaro. Come laici dobbiamo resistere alla tentazione di seguirli per spirito di obbedienza religiosa, anche se, erroneamente, ci venisse d richiesto di farlo. Ragionando diversamente si costruirebbe un partito dei preti, in cui chi ubbidisce eluderebbe in fondo  le proprie responsabilità storiche di cittadino. Sappiamo poi che la nostra Chiesa rifiuta di essere organizzata democraticamente: un partito della Chiesa introdurrebbe una forza non democratica nel governo della nazione. Il mantenimento di una organizzazione democratica della società è invece una delle principali responsabilità dei cittadini, la base della pacifica coesistenza civile.
 Sappiamo del resto che l’organizzazione del clero storicamente non sempre ha espresso decisioni illuminate in materia politica, essendo stata spesso bloccata dal timore di rompere con i potenti di turno e di subire persecuzioni contro il suo personale o espropriazioni o danneggiamenti di suoi beni (che in Italia costituiscono un patrimonio imponente). In generale si è attestata, specialmente dall’Ottocento in poi su posizioni attendiste, a volte opportuniste, se non francamente reazionarie, timorose del nuovo. Nel Novecento hanno fatto eccezione i papi da Giovanni 23° in poi. In Italia dobbiamo sempre avere ben presente l’esempio storico della Conciliazione  con il Regno d’Italia,  stipulata dai capi della nostra Chiesa nel 1929 con il dittatore Mussolini. Molti laici illuminati del tempo l’avevano vivamente sconsigliata e poi se se sono vergognati. Con il senno del poi la possiamo considerare una pagina veramente controversa nella storia della nostra Chiesa. Quei Patti hanno pesato, e molto, sui destini della cattolicità italiana, e non in senso positivo. Vennero superati solo nel 1984. Prima di allora, in forza del Concordato lateranense, le cui disposizioni vennero quasi interamente sostituite con l’accordo del 1984, vescovi, preti e religiosi non avrebbero potuto intromettersi in alcun modo in politica. Quel Concordato venne a contrastare con la Costituzione italiana entrata in vigore nel 1948 che non consentiva una discriminazione dei cittadini su base religiosa. Tuttavia, per espressa disposizione costituzionale, i rapporti tra la Repubblica italiana e la Chiesa continuarono, fino al 1984, ad essere regolati dai patti del 1929, pur se certe norme limitative caddero progressivamente in desuetudine. Con il protocollo addizionale all’accordo del 1984 di revisione del Concordato lateranense la Santa Sede e la Repubblica italiana si diedero reciprocamente atto di non considerare più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano. [art.1 del protocollo addizionale].  Si pose in tal modo rimedio a una decisione che non era più accettabile neppure nel 1929 e che nondimeno era stata condivisa in sede di stipula degli accordi del 1929, i quali, fra l’altro, istituirono a Roma la Città del Vaticano, strutturata come un vero stato, con un piccolo esercito, giudici propri e, oggi, anche un solo suo prigioniero, come sappiamo dalle cronache.
 Ai tempi nostri la Chiesa cattolica italiana, intesa in senso stretto come organizzazione strutturata per l’esercizio di attività religiose, ha suoi specifici interessi politici che riguardano le a) erogazioni che riceve dalla Repubblica Italiana, le quali ammontano ogni anno ad oltre un miliardo di euro, alle quali si aggiungono altre elargizioni che sotto varia forma le pervengono per altre vie da organizzazioni statali o da altri enti pubblici (in particolare per la conservazione dell’imponente patrimonio architettonico ed artistico di sua proprietà), b) il regime fiscale delle sue attività, c)le erogazioni che le pervengono per attività sanitarie svolte da strutture religiose in convenzione con il Servizio Sanitario Regionale e c) gli aiuti che intenderebbe ottenere per le attività nel settore dell’istruzione privata svolta da enti religiosi. In questo campo, come è agevole intendere in base ai principi generali, non vi è per il fedele che in quanto cittadino italiano abbia la possibilità di influire sulla politica l’obbligo religioso di aderire a tutte le pretese dell’organizzazione del clero. Si tratta di valutare priorità che richiedono di considerare realisticamente tutte le attività svolte dallo Stato e dagli enti pubblici che funzionano su base di partecipazione democratica in relazione alle risorse disponibili e alle esigenze comuni, innanzi tutto di chi sta peggio. Noi fedeli cattolici non siamo, in questo, una sorta di sindacato cattolico o addirittura una lobby (vale a dire un gruppo di pressione politica) in difesa di quegli interessi particolari. Questo rileva in particolare in un’epoca, come quella che stiamo vivendo, caratterizzata da una progressiva diminuzione delle risorse destinate ai servizi pubblici.
 La Chiesa cattolica italiana, intesa come i suoi capi, i vescovi italiani, ha anche una piattaforma di richieste specificamente politiche in alcuni settori dell’organizzazione della società civile. Esse, in particolare riguardano: a) la disciplina legale dell’aborto volontario, che si vorrebbe abolire; b) la disciplina legale del divorzio, che si vorrebbe abolire o rendere meno facile da ottenere; c) la disciplina legale della procreazione assistita, quindi della fecondazione al di fuori dell’utero nei casi in cui la coppia di aspiranti genitori abbia difficoltà a generare, con il correlato problema della sorte da dare agli embrioni generati in soprannumero, disciplina che si vorrebbe molto restrittiva; c) la disciplina legale delle famiglie composte da persone omosessuali, che si vuole impedire;  c)la disciplina legale dell’interruzione di terapie non più utili e della respirazione artificiale e dell’alimentazione e idratazione artificiale nel caso di persone in coma irreversibile o che, sebbene non in quella condizione, si trovino in gravi condizioni di menomazione fisica e chiedano la sospensione di quegli ausili per porre fine a sofferenze non più necessarie a fini terapeutici, per morire con dignità, secondo natura, disciplina che si vorrebbe molto restrittiva. Su questi temi la posizione dei capi cattolici è fortemente minoritaria nella popolazione italiana. Le materie del divorzio e dell’aborto sono state già, nel 1974 per il divorzio e nel 1981 per l’aborto, sottoposte a referendum abrogativi e le leggi che le contemplavano sono state mantenute in vigore dalla volontà popolare. Da allora molti indici sociali denotano che il consenso popolare a quegli istituti si è fatto ancora più forte. E’ esperienza comune di coppie di fedeli cattolici che divorziano (anche se nel caso di matrimonio religioso si parla di cessazione degli effetti civili del matrimonio, perché le leggi religiose considerano ancora indissolubile il vincolo religioso tra i coniugi), tanto che anche il recente Sinodo mondiale dei vescovi (ottobre 2012) ne ha trattato, auspicando un’apertura verso le persone che dal punto di vista religioso vivono in una condizione irregolare a seguito di divorzi. Nella mia esperienza è piuttosto comune anche il ricorso all’aborto volontario in strutture pubbliche da parte di donne cattoliche. Lo possono confermare i sacerdoti che, abilitati a rimuovere la scomunica che consegue di diritto alle pratiche abortive, operano nei grandi santuari religiosi italiani. Sulle leggi riguardanti il divorzio e l’aborto la Democrazia Cristiana, il grande partito dei cattolici italiani cessato come esperienza unitaria agli inizi degli anni ’90, anche se si ritiene che giuridicamente sopravviva ancora per questioni procedurali relative alla sua trasformazione nel 1994 in Partito Popolare, si trovò in minoranza in Parlamento già in epoche in cui il consenso alle tesi dei vescovi era maggiore. Comunque, su tutte quella piattaforma politica dei nostri capi religiosi, i cattolici, pur in minoranza, nella nuova realtà bipolare prodottasi dal 1994, con una forte de-ideologizzazione di tutte le formazioni politiche, sono riusciti spesso ad influire nel senso desiderato dai vescovi, con alleanze informali al di là degli schieramenti politici di appartenenza. I risultati qualche volta non possono essere considerati pienamente soddisfacenti. La legge sulla procreazione assistita è incorsa in censure di incostituzionalità ed è dubbia la sua conformità alla Convenzione di Strasburgo sui diritti umani e allo stesso diritto dell’Unione Europea. Il ritardo nella regolazione legislativa del fenomeno dei nuovi tipi di famiglia, che si sono affiancati a quella naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna, ha impedito di dare stabilità e certezza a rapporti non illeciti che già ci sono nella società e non ha risposto a una domanda di normazione che espressamente viene dalle persone coinvolte. Anche la nuova disciplina sul cosiddetto accanimento terapeutico, che sta per essere varata, ha sollevato molte critiche, anche in ambito cattolico.
 Bisogna considerare, in merito alla piattaforma politica, di cui ho detto, che tutte le attuali principali formazioni politiche sono altamente laicizzate, nel senso di scarsamente connotate dal punto di vista religioso, tranne piccole formazioni che ancora si richiamano all’esperienza democristiana e alla dottrina sociale della Chiesa. La vera differenza tra destra e sinistra è che a destra si ammette la libertà di opinione tra i parlamentari, mentre a  sinistra si tende a imporre ai parlamentari scelte che non vanno nel senso desiderato dai nostri capi religiosi. Questa  è stata la causa di alcune defezioni di parlamentari cattolici dalla sinistra.  Quelle materie, tuttavia, non sono al centro del dibattito politico di oggi. Nessun partito politico di un qualche rilievo si propone di realizzare integralmente questo programma politico dei nostri vescovi, perché in Italia, su quelle idee, non c’è consenso maggioritario e, anzi, su alcuni temi il consenso si va riducendo sempre più. Talvolta vi si fa riferimento in politica, ma spesso ciò appare strumentale ad ottenere un appoggio politico dall’organizzazione religiosa, senza una vera condivisione dei moventi ideali. In passato ci sono stati effettvivamente indizi di tentativi di uno scambio politico su singole e limitate questioni, su questa o quella proposta di legge, nel senso di promettere un certo orientamento parlamentare su questa o quella proposta di legge a fronte di un consenso politico della Chiesa verso certe formazioni. Per quanto mi riguarda, penso che non vada comunque mai perso di vista il contesto generale; occorre sempre considerare, tenendo conto della situazione reale della nazione, che cosa si vada a produrre con alleanze contingenti di quel tipo, posto che, come ho detto, la piattaforma politica dei vescovi riguarda aspetti marginali della politica di oggi. Bisogna chiedersi che cosa si produrrà per quanto riguarda gli altri aspetti politici, che, ad esempio, riguardano anche gli impegni bellici della nazione, l’equità fiscale e i servizi pubblici che consentano ai meno ricchi una vita dignitosa. Sarebbe accettabile, ad esempio, barattare un’azione di interdizione parlamentare su singole proposte di legge con un impoverimento delle classi svantaggiate, alle quali tradizionalmente la destra politica è meno sensibile (consideriamo in merito le questioni e prese di posizioni emerse nel confronto politico negli Stati Uniti tra Romney e Obama)?
 Per quanto riguarda la tematica del comunismo ateo, osservo innanzi tutto che parlare genericamente di comunismo non rende bene l’idea di ciò a cui ci  si vuole riferire. Storicamente infatti vi sono stati molti comunismi e non tutti sono stati atei, in particolare quelli che regolano la vita di alcune società primitive. L’idea di mettere in comune i beni in attesa della manifestazione del soprannaturale in cui si confidava era presente anche in alcune della comunità cristiane delle origini; se ne parla negli Atti degli apostoli. Tuttavia, nonostante che qualcuno definisca comunistico quel modo di organizzazione di gruppo, non si può parlare a quel proposito di comunismo, perché era assente in quella esperienza l’idea di instaurare un nuovo ordine di tutta la società.
 I comunismi di impronta marxista, dei quali di solito si vuole parlare quando si parla di comunismo ateo, furono in genere effettivamente antireligiosi in quanto anticlericali. Essi consideravano infatti la religione, quindi la fede nel soprannaturale organizzata in una collettività strutturata, come un imbroglio organizzato dai preti ai danni dei ceti più poveri, per mantenerli  sottomessi a gruppi di privilegiati con i quali il clero era in combutta, sopendo  su basi fideistiche ogni conato di rivolta. Noi, con spirito religioso, sappiamo naturalmente che la fede non è un inganno, ma certamente nella storia vi sono state epoche in cui il clero ha appoggiato i dominatori delle società contro masse sottomesse ad ordinamenti ingiusti. L’affermazione della democrazia, in particolare, è avvenuta anche contro la Chiesa cattolica, ricordiamolo bene,  la quale solo nel 1944 ha accettato il regime democratico come quello preferibile.
 Fu fortemente antireligiosa l’ideologia sovietica, tanto da propagandare l’ateismo tra le popolazioni dominate. Ma non tutti i comunismi furono allo stesso modo antireligiosi e anticlericali.
 In particolare il comunismo italiano si è caratterizzato per un significativo apporto dei cattolici (si veda ad esempio la figura di Franco Rodano), specialmente dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 1946 con una modifica dell’art.2 dello statuto del Partito comunista italiano venne consentita l’adesione al partito anche a coloro che non professavano l’ideologia marxista leninista, ma condividevano il programma del partito. Ciononostante anche la sola iscrizione al quel partito o il sostenerlo vennero ufficialmente  dichiarati peccato mortale, passibile anche di scomunica come forma di apostasia, con un provvedimento del 1949 del Sant’Uffizio (una congregazione della Curia Vaticana che oggi ha diversa denominazione). Nel 1976 il segretario del Partito Comunista Italiano dichiarò di accettare l’adesione dell’Italia all’Alleanza Atlantica (che all’epoca si contrapponeva al sovietico Patto di Varsavia) e nel 1977, durante la celebrazione a Mosca del sessantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, esplicitò al cospetto dei massimi leader  comunisti del mondo la peculiarità del comunismo italiano e la presa di distanza dall’esperienza sovietica. Nel 1979, durante il 15° Congresso, venne modificato l’art.5 dello statuto del Partito comunista italiano che faceva obbligo agli iscritti di conoscere e praticare l’ideologia marxista leninista. Da questo momento può considerarsi venuta definitivamente meno la pregiudiziale antireligiosa di quel partito, anche se permaneva indubbiamente una sospettosità anticlericale determinata essenzialmente dagli schieramenti politici dei vertici della Chiesa cattolica, in sede nazionale e internazionale, e, in parte, anche dall’idea che in genere i preti tendessero a stare con i padroni  e promuovessero una pacificazione sociale intesa come sottomissione ad un ordine sociale ingiusto. Nel corso della presidenza Gorbaciov dell’Unione Sovietica, dopo la crisi dei regimi europei vassalli dei sovietici (a partire dal 1989) e con la fine dell’Unione sovietica (1991), il Partito comunista italiano ha subito profonde metamorfosi, espresse anche nel cambiamento della denominazione e del simbolo, nell’accettazione della democrazia interna, nel ripudio del monolitismo, tanto che andò incontro a diverse scissioni, e, infine, alla fusione con formazioni di diversa ispirazione e tradizione. Oggi nessuno dei gruppi che sono derivati dal quel processo di metamorfosi, frazionamento e fusione, benché alcuni di essi mantengano la denominazione comunista, si rifà alle ideologie antireligiose e anticlericali di matrice sovietica. Tutti, in particolare,  hanno pienamente accettato l’ideologia democratica contemporanea. Possiamo quindi concludere che oggi il comunismo ateo non è tra le proposte politiche in lizza per le prossime elezioni. Mette conto di farne ancora menzione in un dibattito sull’attualità politica?
 Questa evoluzione del comunismo italiano comincia a non essere più nota nemmeno agli italiani. Possiamo pretendere che ne abbiano consapevolezza, ad esempio, gli immigrati che giungono da noi da ogni parte del mondo? C’è in questo un compito da svolgere, per chiarire bene le cose, in vista di un maggiore reale loro coinvolgimento nelle questioni italiane, che possa preludere anche all’acquisizione della cittadinanza. Ad esempio, per un ucraino parlare di partito comunista può suonare veramente minaccioso, perché il suo modello di riferimento è il PCUS (Partito comunista dell’Unione sovietica di un tempo).
 Posto quindi che a)non sarebbe degno della nostra comune cittadinanza politica determinarsi, nel voto prossimo, sulla base di direttive od ordini precisi ricevuti dal clero e non veramente condivisi, b) che la piattaforma politica dei nostri capi religiosi  è tutto sommato marginale e  non ha nessuna possibilità di essere attuata nelle attuali dinamiche democratiche, potendosi al massimo esercitare un’influenza per attenuare certi estremismi e che c) il comunismo ateo  non c’entra nulla con la politica di oggi, quali sono i temi centrali della prossima campagna elettorale?
 A mio parere sono due: rendere più coerente la struttura istituzionale della Repubblica, correggendo certi eccessi di autonomia locale che sono derivati dalle politiche del cosiddetto federalismo e in particolare, ristrutturando il sistema e i poteri degli enti pubblici minori che governano porzioni locali del territorio nazionale e consentendo al governo nazionale di intervenire con maggiori poteri nel sistema delle autonomie locali; contrastare la criminalità organizzata che sembra essere riuscita ad infiltrare la politica, venendo a costituire una minaccia per l’ordinamento democratico della nazione; individuare interventi per rivitalizzare l’economia nazionale e, al tempo stesso, per mantenere un accettabile livello di servizi, in particolare nel sistema sanitario e in quello scolastico, pur continuando a seguire la linea di contenimento della spesa pubblica e di riduzione del debito pubblico convenuta in sede di Unione europea. La crisi della finanza pubblica, correlata a quella dell’economia nazionale, lascia meno spazi di azione. Per questo i programmi delle varie formazioni in lizza non divergono molto e la competizione tra di loro si fa su giornali, televisione e internet essenzialmente sulla base della personalità dei candidati. Tuttavia differenze ci sono, quanto ai risultati sperati. Bisogna solo avere la pazienza di ragionare sui dati. Perché, ad esempio, tutti si propongono di ridurre “le tasse”, ed è chiaro che di questo beneficerebbero i più ricchi che hanno aliquote più alte e redditi maggiori, ma se poi le tasse fossero ridotte veramente di molto mancherebbero le risorse per assicurare i servizi pubblici universali, vale a dire che si vuole destinati a tutti, anche ai meno ricchi, sulla base di certi livelli di prestazioni. Mi riferisco in particolare ai trasporti pubblici, alla manutenzione delle strade, agli ospedali e alle scuole.
 Concludo dicendo che uno dei fondamentali esercizi di laicità che la nostra associazione ci propone di fare è proprio quello di acquisire, nel dialogo con gli altri, maggiore consapevolezza dei problemi della società in cui viviamo, al di là delle solite parole d’ordine e frasi fatte che non accrescono di nulla la nostra conoscenza delle cose, tendendo a farci assumere decisioni d’impeto invece che sulla base di mature e ragionevoli considerazioni, in cui tener conto non solo del nostro particolare interesse, o di quello della nostra Chiesa, ma anche di quello ti tutti gli altri.

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Noi e la storia. Chi siamo veramente?
(28 novembre 2012)

Su quale bilancia si pesa la vita di un uomo? Secondo quale ordine si tirano le somme, da cui risultano il guadagno e la perdita di questa vita, e appare chiaro il suo senso ultimo? Di fronte alla natura non si può parlare di bilancia, perché tutto va come deve andare secondo la sua legge intrinseca. Ma nell’uomo l’agire e l’essere sono affidati alla libertà, e libertà significa che si può fare qualcosa di giusto, ma anche di sbagliato, che si può preservare qualcosa ma anche che qualcosa si può corrompere. Qual è dunque la bilancia, e quale l’ordine?
 [In: Romano Guardini, La Rosa Bianca, Morcelliana, 1994, pagine 84, € 8. Commemorazione di Sophie e Hans Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf  e prof. Dr Huber* – discorso pronunciato a Tubinga il 4-11-1945]
*membri del gruppo di resistenti tedeschi La Rosa Bianca, giustiziati dal regime nazista nel 1943.

 Di solito quando si pensa all’espressione scrutare i segni dei tempi, che venne usata nella costituzione pastorale Gaudium et spes (n.4) del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), si pensa ai tempi correnti, a quelli che stiamo vivendo nell’oggi. Il grande insegnamento del papa Giovanni Paolo 2° (regnante dal 1978 al 2005) fu di considerareil dovere di fare memoria veritiera anche del passato, per discernere anche in esso ciò che merita di essere preso ad esempio e quello che invece deve essere lasciato alla storia come manifestazione non più attuale o addirittura negativa: si tratta del lavoro che egli chiamò di purificazione della memoria.
  In un certo senso siamo abituati a farci narrare la nostra storia di collettività religiosa dai nostri capi, ma questo non rientra nel compito che riteniamo essere esclusivamente loro. Tutti siamo chiamati a ragionare sulla nostra storia, in particolare noi laici che abbiamo il compito specifico di ordinare secondo Dio le realtà temporali, vale a dire di costruire, in ciò che è umanamente possibile, un ambiente e una società dove gli esseri umani possano essere felici, secondo le nostre prospettive religiose.
 Non si tratta naturalmente di mettersi al posto di Dio e di anticipare presuntuosamente il giudizio finale sull’umanità e sui singoli suoi membri, evento sul quale in questo tempo liturgico di Avvento poniamo particolare attenzione. Poiché però noi non siamo stati creati dal nulla e in un nulla, ma siamo nati una determinata storia nella quale ci siamo progressivamente inseriti con un ruolo sempre più attivo e dalla quale siamo stati anche determinati e condizionati, innanzi tutto in ciò che si definisce la cultura del nostro popolo, il complesso di concezioni, abitudini, schieramenti, modi di esprimersi e via dicendo,  è nostro dovere, anche religioso, darne una valutazione, che ci riguarda da vicino, in quanto ha ad oggetto una esperienza di cui siamo parte.
 Nella coscienza religiosa si è sempre saputo che intere società possono andare contro i  valori religiosi: è questo anche l’insegnamento biblico. Molto più recente è la consapevolezza di doversi attivare religiosamente per combattere quelle che vengono definite strutture sociali di peccato. Questa espressione si trova in particolare nel magistero degli anni ’80 del papa Giovanni Paolo 2°. Certe organizzazioni della società, intese come istituzioni o movimenti, favoriscono o inducono al peccato, cioè a violare doveri religiosi. E’ un fenomeno che i cristiani hanno sperimentato fin dalle origini, fin da quando le istituzioni dell’impero romano pretendevano da loro l’ossequio religioso agli dei antichi. Ai tempi nostri abbiamo preso coscienza che lo schiavismo fu una struttura di peccato, ma si è trattato di una evoluzione culturale piuttosto lunga e travagliata. E’ stata considerata una struttura di peccato quella dei movimenti che inducevano alla lotta di classe, ma parallelamente, e su base biblica, si è anche presa maggiore consapevolezza che pure l’ingiustizia su base classista, dunque quella di coloro contro i quali si dirigeva la lotta di classe, è una struttura di peccato. Nel 2000, durante il Grande Giubileo che si celebrò quest’anno, si assistette a una spettacolare evoluzione di questa concezione: la Chiesa, guidata dal Papa, si impegnò a riflettere su ciò che nel proprio impegno storico aveva costituito struttura di peccato, proponendosi di distaccarsene.
 Di solito, quando riflettiamo sulla nostra esperienza religiosa, tendiamo a schierarci tra i buoni e poi partiamo con varie critiche, più o meno veementi, che riguardano quelli che non la pensano o non fanno o non sono come noi e facciamo loro la morale. Non sto a fare esempi, perché sicuramente ciascuno li ha in mente.  Pensiamo di essere gente pacifica, ma in realtà l’Italia ha un corpo di spedizione militare in Asia. Facciamo parte della parte più ricca dell’umanità e siamo piuttosto preoccupati del processo globale di ridistribuzione di una parte delle ricchezze del mondo che si sta producendo a favore di popoli che solo recentemente sono usciti dal sottosviluppo. E se dovessimo fronteggiare strutture sociali di peccato che furono quello che schiacciarono i resistenti tedeschi del gruppo della Rosa Bianca, come ci comporteremmo. Innanzi tutto: saremmo capaci di esprimere una veritiera, coraggiosa ed efficace critica sociale?
 Qualche volta, quando si parla dell’impegno dei laici cattolici nel mondo, li si pensa un po’ come dei piazzisti del sacro, dei venditori porta a porta di religiosità, sulla base delle indicazioni espresse dai capi della ditta, del loro catalogo. Si ha qualche difficoltà nel vederli invece impegnati un una riflessione creativa che riguardi anche i principi  e i valori, sulla base del lavoro di purificazione della memoria  e di approfondimenti personali che facciano reagire fede e vita. Questo accade all’interno della nostra Chiesa, ma anche fuori di essa. Spesso la persona di fede viene vista come un soggetto eterodiretto e incapace di autonomia di giudizio. Un credulone affascinato dal sacro.
 Riprendere in mano i documenti del Concilio Vaticano 2° può far apparire la sproporzione tra gli impegni che, già negli anni Sessanta, si ritenne di affidare al laicato e ciò che poi si è fatto in questo campo. E tuttavia dobbiamo tener conto che un lavoro religioso non è condizionato dalle forze concretamente disponibili in  campo o dal tempo che si ha a disposizione per agire. Esso vive nella prospettiva degli ultimi tempi ed è sempre svolto nella prospettiva dell’Avvento. Per quanto effettivamente la nostra buona disposizione d’animo e i nostri sforzi concreti contino, e siano manifestazione della nostra adesione interiore alla fede comune, il compimento di tutto non dipenderà da noi e c’è tutto il tempo che occorre per fare quello che si deve.
 Anche il piccolo gruppo dei resistenti della Rosa Bianca, che agiva anche in una prospettiva religiosa, non fu paralizzato dal considerare la scarsità del numero dei propri aderenti rispetto al mostro sociale contro il quale si dirigeva la loro critica sociale. A maggio ragione non dobbiamo esserlo noi, del gruppo parrocchiale di A.C. in San Clemente papa, che viviamo, tutto sommato, in tempi tanto meno complicati e pericolosi. Forse dovremmo però riscoprire l’entusiasmo dei nostri anni di gioventù, questo sì. E pregare che il nostro lavoro sia continuato anche da gente più giovane, nel nostro stesso filone ideale. Anche il sacrificio della Rosa Bianca fu fecondo in questo senso.

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La parrhesia* evangelica
(29 novembre 2012)

*parrhesia: vocabolo del greco antico. Significa franchezza, libertà nel parlare. Parlare pubblicamente, apertamente, coraggiosamente

…in condizioni di innegabili (ma non imprevedibili) necessità, piuttosto che tacere tutti, occorre che qualcuno si assuma l’iniziativa –non per velleità di protagonismo, ma con cuore umile e mosso solo da “parrhesia” evangelica- di professare pubblicamente la legge evangelica dell’amore e del rispetto dovuto ad ogni uomo
“Parlerò delle tue testimonianze davanti ai re
e non ne avrò vergogna” (Sa 119,46)
 E poiché ciò avvenga occorre che –nelle forme e con lo spirito dovuti, sempre di più nell’educazione interna e nella formazione della Chiesa di Cristo di faccia spazio non solo ai singoli episcopati, orientandoli a una coscienza eclesiale propria ma non nazionalista, veramente “cattolica” ma che anche si dia respiro alle grandi componenti in cui si articolano le Chiese locali, specialmente le loro associazioni qualificate di laici: perché divenga sempre più vero quello che si dice, e cioè che ai laici particolarmente spetta intervenire direttamente nella costruzione politica e nella organizzazione della vita sociale, agendo di propria iniziativa e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.
 …occorre compiere una revisione rigorosa di tutto il proprio patrimonio culturale e specialmente religioso, purificandolo radicalmente da ogni infiltrazione emotiva e da ogni elemento spurio che non attenga al nucleo essenziale della fede e che possa favorire anche solo in maniera indiretta ritorni materialistici o idealistici capaci di alimentare miti classisti, nazionalisti, razzisti ecc.
[Da Non restare in silenzio mio Dio, di Giuseppe Dossetti, introduzione scritta per il volume di L. Gherardi, Le Querce di Monte sole; ora in Giuseppe Dossetti – La parola e il silenzio – Discorsi e scritti 1986-1995, Paoline Editoriale Libri, 2005, €22,00]

 Su certi temi religiosi è inutile cercare istruzioni nei vari catechismi in commercio. Si tratta infatti di materie sulle quali ancora si discute e si sperimenta e non si è ancora trovata una posizione stabile, se non definitiva. In particolare questo accade per quanto riguarda l’impegno  religioso nei laici nella storia per influire sulla costruzione degli ambienti umani e delle società.
 Occorre riassumere brevemente alcuni punti che ho trattato precedentemente:
         -alle origini, diciamo nei primi quattro secoli della nostra era, le Chiese          cristiane erano ben distinte dalle istituzioni civili, alle quali prestavano          obbedienza in ciò che non contrastava con doveri religiosi ma sentendosi          come stranieri (“ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria è terra          straniera”, citazione dalla Lettera a Diogneto, scritto anonimo che si fa          risalire alla fine del secondo secolo della nostra era);
         -dal quarto secolo il cristianesimo diviene l’ideologia unificante dei sistemi          politici delle nazioni dominate dalle istituzioni imperiali romane e poi,          nell’Europa occidentale dei sistemi politici succeduti al crollo delle istituzioni          imperiali romane; in questa nuova situazione si instaura una dialettica, fatta          di accordi e scontri tra le autorità religiose e quelle civili, in cui i popoli          vengono in rilievo essenzialmente quali sudditi di una specie di condominio          in cui è molto importante stabilire chi comanda nelle varie questioni,  a          seconda che abbiano rilievo esclusivamente o prevalentemente religioso o          rilievo civile; oggi può sembrare strano, ma, in queste dinamiche e          concezioni, la pace tra i popoli non è un veramente un valore nella prassi          politica, compresa quella delle autorità religiose; non lo è neanche          l’autodeterminazione dei popoli (le concezioni democratiche contemporanee          sono molto lontane);
         -Dal Cinquecento comincia ad affermarsi l’idea che i sistemi sociali possano          essere mutati per corrispondere ad esigenze razionali. Si tratta dei          movimenti ideali precursori delle concezioni democratiche contemporanee.          In queste epoche i popoli cristiani sono dominati da monarchie ereditarie,          che si sentono minacciate dalle nuove idee. Il Papato solidarizza con le          dinastie monarchiche  diventa una forza di reazione. Questo atteggiamento          si inasprisce di fronte ai sommovimenti politici della fine del Settecento e poi          nell’Ottocento. I movimenti democratici vengono essenzialmente concepiti          dai Papi come fonte di disordine sociale e di disubbidienza anche alle          autorità religiose. In Italia la situazione è particolarmente grave perché   l’unità nazionale si costruisce anche contro  il Papato, che domina Roma. Le   ultime condanne papali della democrazia, sia pure orientata in senso      cristiano, risalgono agli inizi del Novecento;
         -la situazione muta molto con l’esperienza delle due Guerre Mondiali del          Novecento (1914/1918; 1939/1945) e, in particolare, in nel confronto con i          regimi totalitari fascisti e nazisti (la Chiesa cattolica invece in quel periodo          non fece esperienza diretta del totalitarismo sovietico, in quanto quest’ultimo          dominava nazioni cristiane ortodosse); in quell’epoca comincia a diventare          centrale il tema del perseguimento della pace universale e perpetua non più          solo mediante accordi con i capi delle nazioni (che con i capi fascisti, nazisti          non avevano funzionato e che non si era neppure potuto iniziare a intavolare          con i capi sovietici), ma attraverso un’azione collettiva di masse illuminate;
         -da quell’esperienza, dalla quale la posizione morale del Papato esce          gravemente pregiudicata pur se la nuova Europa era andata strutturandosi          anche in base si riallaccia a principi     cristiani soprattutto per merito di          movimenti laicali che, allontanandosi   dall’atteggiamento prudenziale del          Papato, avevano partecipato alla         resistenza europea contro i fascismi e i          nazismi, scaturì un diverso atteggiamento verso la democrazia, vista ad          un certo punto come una forza che poteva impedire il riaffacciarsi dei          totalitarismi. Richiamo il celebre Radiomessaggio Natalizio del 1944 del          papa Pio 12°:
 “Il problema della democrazia
 Inoltre — e questo è forse il punto più importante —, sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
 Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
 In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?”

                -Bisognerà però arrivare agli anni Sessanta, al Concilio Vaticano 2° (1962-         1965)  e all’enciclica Populorum Progressio  (1967) del papa Paolo 6°,          perché il Papato chieda ai popoli cristiani una autonoma e originale iniziativa          dei laici cattolici per la realizzazione di un ordine giusto e pacifico.
 Siamo arrivati ai tempi nostri, caratterizzati da discussioni e sperimentazioni sul tema dei rapporti tra impegno religioso, promozione umana, in particolare elevazione degli umili,  e contrasto  di strutture sociali di peccato, in esso compresa la liberazione degli oppressi. Il fine è di pacificare la società costruendo ordini sociali  fondati sulla giustizia (per il legame che biblicamente si vuole vedere tra giustizia  e pace). Tuttavia si è vista che un’azione di pacificazione di questo tipo può non essere del tutto o per nulla pacifica, richiedendo di combattere le forze che promuovono e mantengono l’ingiustizia. In Italia questa è stata appunto l’esperienza storica delle forze cattoliche che aderirono alla resistenza armata al fascismo e all’occupante nazista, tra il ’43 e il ’45: si definivano ribelli per amore.
 Il più notevole tentativo di costruire un movimento di quel tipo, che si situasse tra l’organizzazione ecclesiale in senso proprio e le organizzazioni della società civile, non caratterizzate religiosamente, è stato quello delle varie teologie della liberazione, che originarono negli anni Sessanta e vennero duramente contrastate e represse, in particolare sotto il Papato di Giovanni Paolo 2°, per motivi prettamente teologici e per motivi politici, in quanto le si sospettava di cedimento alle ideologie marxiste e di assecondare i disegni sovietici nell’America latina.
 Negli anni ’80 e ’90 abbiamo assistito ad un forte attivismo politico internazionale, nel senso di cui dicevo, da parte del papa Giovanni Paolo 2°. Esso lasciò poco spazio ad autonome iniziative laicali. Si affermò in questo il modello di impegno laicale della Polonia, molto legato al collegamento con i vescovi. In Italia, dopo la fine dell’esperienza unitaria democristiana, poco spazio è stato lasciato ai laici e sui temi specificamente politici con rilevanza religiosa ha inteso esercitare un’azione di coordinamento la Conferenza Episcopale Italiana. Negli ultimi due anni ha ripreso ad essere molto attiva anche la Segreteria di stato Vaticana, qualche volta con iniziative che divergevano dalle concezioni della Conferenza Episcopale Italiana. Insomma, il laicato italiano è continuato ad essere quel brutto anatroccolo di cui ha parlato Fulvio De Giorgio nel suo bel libro omonimo del 2008.
 Un momento di particolare tensione si ebbe al tempo del referendum abrogativo in merito ad alcune norme della legge sulla procreazione assistita (2005), in cui la gerarchia cattolica aveva, indirettamente naturalmente, consigliato l’astensione, per non far raggiungere il numero minimo di votanti perché la consultazione fosse efficace e invece diversi cattolici decisero di andare a votare, pur votando contro l’abrogazione della legge (che era conforme alle concezioni dei vescovi). Volarono parole grosse tra laici schierati su posizioni opposte. Chi era conosciuto come cattolico e andava a votare veniva visto come in aperto dissenso con la gerarchia. In quell’occasione si manifestò chiaro il problema aperto dall’attivismo autonomo che si era iniziato a pretendere dai laici cattolici: esso doveva necessariamente svolgersi con metodi democratici e quindi rispettando la dignità morale e la libertà di coscienza di ciascuno. Questa convinzione fa fatica ad affermarsi nella nostra Chiesa, dominata da una gerarchia che rifiuta il metodo democratico nei compiti che sono suoi propri, ma è costretta a tollerarlo nell’azione nella società, se vuole veramente coinvolgere le masse nello sviluppo di una società ispirata a valori religiosi.
 Le cose si sono complicate ulteriormente per l’alta laicizzazione delle attuali formazioni politiche, per cui l’adesione a un determinato orientamento religioso, ad esempio alla dottrina sociale della Chiesa, non è più presentato come caratterizzante e da tutti si fa professione di tolleranza e multiculturalismo. Ma sono più complicati anche i problemi e i dilemmi davanti ai quali ci si trova. Vi è la necessità di ragionare bene sulle cose e sugli effetti delle proprie decisioni, in uno spirito che, in democrazia, non può tener conto solo degli interessi della propria parte, fosse anche la propria Chiesa, ma del bene di tutti i consociati. E allora certi sbrigativi appelli a votare questo o quello, che sicuramente verranno anche in occasione delle prossime elezioni politiche, come sono venuti nel passato, vengono accolti spesso con fastidio, perché gli anni del dopo Concilio non sono stati senza effetto e quindi non si tollera più umiliarsi nell’atteggiamento di sudditi di un potere indiscutibile, fosse anche a base sacrale, ma ci si sente impegnati a un atteggiamento responsabile che impone di capire e di convincersi bene sui vari temi. L’autorità, nelle cose della politica e, in genere, della costruzione delle società umane, la Città dell’uomo di Lazzati, non va data per scontata, ma deve essere conquistata giorno per giorno con buoni argomenti ed esempi edificanti.
 L’Azione Cattolica si sente particolarmente impegnata nell’azione di formazione delle coscienze necessaria per svolgere responsabilmente la missione che ai laici compete nel mondo di oggi.
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40
Eterno presente o apertura verso un futuro diverso?
(30 novembre 2012)


Da parte di Abramo dunque … emerge una disponibilità all’accoglienza dei tre uomini, dei tre stranieri che, inesplicabilmente, si trovano improvvisamente davanti a lui. La tradizione mistica di Israele qualificherà questa disponibilità come bontà o carità (“chesed”) ... li riceve: non come dei simili o degli uguali, ma come esseri misteriosi … e di grande importanza. […] Il presente di Abramo … improvvisamente è messo allerta da un mistero. Li riceve come se dei visitatori fossero, per principio, sempre messaggeri dell’Eterno, esseri che bisogna servire senza chiedersi se lo meritano. Messaggeri che per di più dovrebbero essere serviti prima di Colui che li ha inviati. Il che sembra –in ogni caso qui- il modo migliore per servirLo. [… ] Il presente … si trova liberato dalle limitazioni insopportabili e mortali perché si mostra capace di essere toccato dal mistero dell’altro, dalla sua presenza discreta e inafferrabile.
 In questo racconto della Torà è questo mistero che  fa dell’altro un inviato dell’Eterno –un angelo- e non è il fatto di aspettarsi dall’altro che risponda finalmente al mio desiderio e sia lo strumento della mia soddisfazione che porta a vedervi un angelo. [… ]
 Ricevere un angelo –il soffio e le parole dell’Eterno incarnati, fugacemente, qui e ora, in un uomo, in uno straniero – è dunque prendere delle iniziative – preparare da bere e da mangiare –senza cercare prima di familiarizzarsi con l’identità dell’altro e ancor meno chiedersi come trarne profitto per sé ,,, è considerare l’altro … irriducibile a ogni conoscenza che si pretenda di avere di lui.
 […] Il racconto studiato qui mostra come, grazie all’accoglienza di questo mistero, la chiusura nel presente si schiude e come ciò che sembrava impossibile è annunciato come possibile, la novità, l’avvenire, la nascita di un figlio […] Infatti solo l’alleanza della Parola e della carne fa vedere a una persona ciò che, fino a quel momento, restava invisibile, impercettibile o senza presenza di carne.
[In: Catherine Chalier, Angeli e uomini, Giuntina, 2009, pag.53-55; commento al racconto biblico di Gen 18,1, l’apparizione ad Abramo di tre uomini alle querce di Mamré]

 Uno dei pregi maggiori che alcuni pensatori del passato hanno visto in alcuni tipi di religiosità è l’apertura al futuro, all’inaspettato.  Nel cristianesimo è l’aspetto della speranza che ha colpito particolarmente anche fuori del nostro mondo.
 In religione si confida di essere liberati dalla morte e di essere salvati dalla pena eterna. Quando accadrà questo? Nessuno lo sa, ci viene insegnato; è scritto. Nei travagli dell’oggi siamo convinti però che qualcosa è cambiato, proprio nel mondo in cui viviamo, con la nascita di Gesù, migliaia di anni fa. E che alla fine dei tempi si avrà il compimento beato di tutto ciò che nella fede religiosa crediamo, con il ritorno glorioso di Cristo. Nel frattempo siamo però invitati a non rimanere inattivi. Bisogna rimanere vigili e pronti, come le sentinelle nella notte (così sosteneva Dossetti). In particolare bisogna scrutare i segni dei tempi, come fanno gli agricoltori nel loro mestiere, per capire quando è tempo di seminare e quando di raccogliere. Ma c’è di più: abbiamo la possibilità di influire sul corso dei tempi, su come vanno le cose nel mondo, e, in particolare noi laici, siamo stati invitati a farlo dai padri del Concilio Vaticano 2° e i nostri capi religiosi non cessano di ricordarcelo. Questa nostra attività sembra che non abbrevierà di un secondo il tempo che manca alla fine di tutto, ma manifesta il nostro assenso a ciò che religiosamente crediamo, è il nostro concreto amen.
 A parole sembra tutto facile, nella pratica molto meno. Chi decide che cosa si fa per cambiare il mondo? Il Papa e i vescovi, i quali hanno formazione prevalentemente teologica e ci chiedono aiuto in tutto il resto? Decidiamo a maggioranza? E se poi le maggioranze, come è accaduto, si pervertono e, invece di tendere a ciò che conta, pensano prevalentemente al proprio tornaconto? E se non andiamo d’accordo su ciò che deve fare, come mantenere l’unità della nostra collettività religiosa?
 Come ho scritto, si tratta di temi sui quali soluzioni soddisfacenti non sono state ancora trovate, a mio parere naturalmente.
 Nella nostra parrocchia, ad esempio, convivono stili di religiosità molto diversi, che in qualche campo sono addirittura contrastanti. Alla fine allora si tende a stare con chi la pensa come noi e si fanno molte chiacchiere, spesso malevole, sugli altri. Una ricerca sul WEB ci convincerà facilmente che circolano in rete le accuse più tremende contro gli avversari, e sono sotto accusa addirittura Papi e Concili ecumenici.
 Non è che al di fuori della Chiesa le cose vadano meglio. Si parla in merito di estesa frammentazione sociale e di corporativismo. Ognuno pensa per se e, di scontro in scontro, si arriva solo a provvisori compromessi.
 Un esempio storico di ciò a cui voglio riferirmi lo abbiamo nella Palestina contemporanea. Proprio  lì, in luoghi sacri  a tre religioni, sembra rivivere l’esperienza desolante della biblica Babele. E anche noi cattolici pretendiamo di dire la nostra al massimo livello, concludiamo accordi, intavoliamo trattative. Ma con che risultati, poi? La mia spiritualità è poco legata a quei posti, che mi sembrano anche piuttosto inospitali come ambiente naturale, visti con gli occhi di un italiano. L’unico luogo a cui sono legato emotivamente è il “mare” di Galilea, che è tanto simile al lago dove vado in vacanza d’estate, quello di Bolsena. Ma capisco che il mio è  un punto di vista particolare, limitato, e che ci sono buoni motivi religiosi per occuparsi di quelle terre. Farlo pacificamente sembra però piuttosto difficile e la storia ce lo ha confermato e lo conferma ancora.
 Eppure l’attesa del futuro, la vera speranza, può avere in fondo solo natura religiosa.
 Un primo atteggiamento che vorrei provare a sperimentare è confrontarsi con gli altri senza preventivamente calcolare i vantaggi che ci verrebbero da un’alleanza con loro o, viceversa, gli svantaggi. E’ l’insegnamento che la Chalier ricava, sulla base della riflessione dei saggi ebrei, dal racconto biblico dell’incontro misterioso di Abramo alle Querce di Mamre. Quindi di cogliere negli altri ciò che supera l’utilità materiale che le loro vite possono darci.
 La religione ci dà la capacità di uno sguardo soprannaturale che consente di cogliere ciò che prima restava invisibile, impercettibile, e che quindi veniva trascurato. E’ così che ho spiegato alle mie figlie la protezione che i cattolici vogliono fornire a organismi umani che non hanno ancora o non hanno più la capacità di entrare in relazione con noi nei consueti modi degli esseri umani. E questo a prescindere da altre questioni più complicate come quelle che riguardano l’anima e via dicendo. Ma anche nei riguardi dei morti, di quelli che dal punto di vista scientifico non vivono più, che mi capita di incontrare spesso in certi miei turni di lavoro, l’animo rimane incredulo di fronte alla realtà fisica della fine, del disfacimento dei corpi, della cosificazione dell’essere umano, disgregabile in pezzi minuti nelle pratiche autoptiche, e, potente, emerge l’esigenza di aderire alla promessa di salvezza che in religione abbiamo accettato e professato.

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