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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 3 agosto 2018

Migrazioni e finimondo: l’altra volta che accadde io c'ero


Migrazioni e finimondo: l’altra volta che accadde io c'ero



 L'estate del 1989 ero a Giulianova, in Abruzzo, con mia moglie. Aspettavamo la nostra primogenita. Vivevamo in quel bel posto di vacanza, sul mare: arrivarono i turisti. In tutta Europa si andava in ferie. Anche nella parte orientale, quella dominata da regimi comunisti. In particolare cominciarono a muoversi in massa i tedeschi orientali e i polacchi. Arrivavano in Ungheria e ottenevano di passare in Austria, che non li respingeva, benché provenissero da nazioni nemiche.
  All'epoca non si respingeva nessuno che riuscisse ad arrivare provenendo dall'altra parte, anche se non aveva i documenti in regola: si dava per scontato che fossero oppositori politici in pericolo. Si capì ben presto che non erano vacanzieri. Era una migrazione! Da Mosca, il ministro degli esteri sovietico, il georgiano Shevardnadze, dichiarò che il Patto di Varsavia, l'alleanza economica e militare tra gli stati comunisti dell'Europa orientale che fronteggiava la NATO, questa volta non sarebbe intervenuto. La gente passò in massa. La vedevamo in televisione gioire, e anche noi eravamo contenti per loro. Pensavamo che, poi, tutto sarebbe continuato come prima e, forse, con il tempo, molto tempo, qualcosa sarebbe cambiato. Questa era l'idea di tutti i politici dell'Europa occidentale. Il papa di allora, Karol Wojtyla, invece aveva capito che stava succedendo. Ne avevo discusso diverse volte con degli amici  e tutti eravamo molto scettici sulle idee del Papa. 
 Mia figlia nacque il 4 ottobre. Avevo saputo di essere stato trasferito a Roma, in un nuovo ufficio che doveva costituirsi il 24 ottobre. Il 20 ottobre partii  per Roma, con la bambina. Il 24 ottobre cominciai a lavorare a Roma, con una ventina di colleghi, oltre al capo dell’ufficio e a due suoi vice. Si iniziò, con un arretrato di diverse decine di migliaia  di pratiche, che ci erano arrivate da un ufficio soppresso Nella mia stanza avevo un telefono e una vecchia macchina per scrivere elettrica. C'era una sola fotocopiatrice per tutti. Le dotazioni arrivarono poi, nei mesi successivi. Il finimondo!, ci dicevamo l'un l'altro.
   Dopo qualche giorno, però, il finimondo venne veramente:  improvvisamente e inaspettatamente, il mondo della mia gioventù finì. Le autorità della Repubblica Democratica Tedesca, seguite da quelle degli altri stati europei sotto dominio sovietico, aprirono le frontiere. L'Ungheria, quella che oggi costruisce muri, aveva cominciato per prima, l’estate di quell'anno. Tanta gente si riversò nella nostra Europa. Ricordo che non ci fece impressione. In precedenza chi arrivava non poteva tornare indietro: era per sempre. Quella volta fu diverso: si poteva andare e tornare. La faccenda fu gestita dai democristiani tedeschi, che avevano avuto una lunga dimestichezza con quelli dell'altra parte. C'erano ancora i russi nella Germania orientale, con una forza militare che comprendeva anche missili con testata nucleare.
  In questa fase compare Angela Merkel, la ragazza dell'Est, di professione chimica, formatasi politicamente nella gioventù comunista, figlia di un  pastore luterano sospettato di simpatie comuniste. Si intese molto bene con i democristiani dell'altra parte. L'idea era di aprire tutte le frontiere e di far passare dalla nostra parte quelli dell'altra parte. Si pensava in grande. Questa visione corrispondeva a quella di Karol Wojtyla.
  Rapidamente vennero modificati, nel '92, i trattati fondativi delle Comunità Europee, un processo che è proseguito fino al Trattato di Lisbona del 2007. Anche questo processo, piuttosto rapido,  fu gestito fondamentalmente  da democristiani. Si considera  importante, in particolare, il ruolo di Romano Prodi da presidente della Commissione europea, un po’ il governo dell’Unione europea, dal '99 al 2004. Si stava per coinvolgere perfino  la Turchia, in cui c'è Istanbul, una delle maggiori città europee. Questo moto è ancora in corso. Bosnia, Serbia, Montenegro, Albania, Macedonia del Nord hanno in corso procedure per l'adesione all'Unione Europea.  E' stato però come gelato dalla recente ondata sovranista. 
  Negli anni '90 si poteva pensare che il finimondo fosse stato provocato dalle migrazioni. Oggi in Italia vivono oltre un milione di romeni. Nessuno lo pensò. Le migrazioni erano state il sintomo, lo capirono tutti,  non la causa dei cambiamenti epocali che si erano prodotti. All'Est si era cominciato a vivere meglio, dopo Gorbacev erano state allentate le misure di polizia di sicurezza e le notizie circolavano con più facilità. La gente dell'altra parte cominciò a immaginare di poter essere come noi. E' allora che programmò i viaggi. Noi si era ben disposti verso di loro, non pensavano a respingerli. Pensavamo che, tutto sommato, ci avremmo guadagnato. Anche noi eravamo curiosi di conoscerli. Però si partiva da una situazione in cui loro erano nostri nemici, nel vero senso della parola. In una guerra avrebbero tentato di distruggere ogni cosa nostra e di ammazzarci. Avevamo puntati missili con testate nucleari gli uni contro gli altri. Ogni stato dell'Est aveva uno stato dell'altra parte come obiettivo. Ho letto che a noi era stata assegnata la Cecoslovacchia. Ricordo che aveva una radio molto potente che trasmetteva in italiano per diverse ore. Io l'ascoltavo con la mia radiolina, da ragazzo. Una voce dall’altro mondo! Parlavano anche persone senza alcun accento straniero. Era "Radio Praga". Anche "Radio  Tirana" trasmetteva verso di noi, ma lì l'accento straniero c'era. Non facemmo conto che tra la gente che arrivava ci potessero essere nemici, che potessero volerci destabilizzare.  Ora, ripensandoci, mi meraviglio. I politici che gestirono la transizione accettarono il rischio. Ripeto: pensavano in grande. 
  I nostri comunisti mi parvero basiti. Avevano sempre pensato come a dei nemici a quelli che riuscivano ad arrivare da noi provenendo dall'altra parte, attraverso confini rigidamente presidiati. In questo condividevano la convinzione di quelli dell'altra parte. Quando cominciarono a migrare  masse giungendo dall'altra parte mi parvero smarriti. Non è che non si sapesse come si viveva dall'altra parte. Dalla fine degli anni '70 i nostri comunisti, sotto la guida di Enrico Berlinguer, avevano cominciato a proporre apertamente critiche molto severe a quei sistemi istituzionali. A differenziarsi nella pratica politica avevano cominciato fin dal secondo dopoguerra. Anche dall'altra parte c'erano dei riformatori, ma non ci fu mai, per quello che ricordo, alcuna intesa tra i riformatori comunisti dell'Europa occidentale e quelli dell'altra parte. Eppure, pensandoci bene, i moti di riforma andavano nella stessa direzione, contro il dispotismo assolutistico instaurato da Stalin negli anni '30 e poi sostanzialmente mantenuto anche successivamente, sia pure con meno crudeltà. Del resto di certe efferatezze non aveva più avuto bisogno nemmeno lo stesso Stalin dalla Seconda guerra mondiale in poi: ne uscì come un semidio, con un prestigio politico immenso in Unione Sovietica ma anche nel mondo. Sotto il suo successore Nikita Kruscev, nel 1956, furono gli stessi sovietici a sentire il bisogno di trascinarlo giù dagli altari.
 Chissà come sarebbe andata se la transizione fosse stata gestita, ad esempio, dai socialdemocratici tedeschi e dai comunisti italiani, invece che dai democristiani? I democristiani, però, avevano la spinta ideologica della visione del Wojtyla, che in questo fu sicuramente determinante. Mancava una analoga visione nel mondo comunista, che, tutto sommato, dopo la breve stagione dell' "eurocomunismo", che mi parve conclusa con la morte di Enrico Berlinguer, mi sembrò rassegnato al ruolo eterno di opposizione, senza nemmeno più la prospettiva di una rivoluzione indotta da quelli dell'altra parte. Gorbacev, invece di intendersi con i suoi compagni europei occidentali, si era messo d'accordo con Ronald Reagan, non molto diverso ideologicamente da Trump, anche se molto meno rustico e impulsivo. Sembrò di vivere in un film in cui, come sempre, i nordamericani vincevano  e, zum zum, "The end". 
Mario Ardigò  - Azione cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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