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giovedì 30 agosto 2018

Casa nostra, casa loro. Ci invadono per rubarci casa nostra?

Casa nostra, casa loro. Ci invadono per rubarci casa nostra?

  Vorrei tranquillizzare chi legge: le nostre case non sono minimamente minacciate dagli attuali fenomeni migratori. Infatti la gente che arriva da fuori, come quella sbarcata da Nave Diciotti, non vuole rubarcele o rubarci in casa, ma collaborare con noi. Condivide i nostri stessi valori. Condanna i ladri e il furto. Consentire la collaborazione ci renderà più ricchi. Ma si tratta di molto  di più. La nostra felicità dipende dalla qualità delle relazioni umane. Una singola persona può cambiarci la vita in meglio. Più siamo, più possibilità di felicità ci sarà, come ha scoperto quel ministro scandinavo xenofobo che si è innamorato di un'immigrata iraniana e ha mandato a quel paese la politica xenofoba, tenendosi il suo amore.
  Qual è il compito della politica? È quello di organizzare la collaborazione. È questo di cui ai tempi nostri non si è capaci in misura sufficiente, adeguata alle necessità. E non lo si è perché per vincere le elezioni e conquistare il potere politico, è più semplice ottenere, non dico il consenso vero, ma che la gente tracci un segno su una certa casella della scheda elettorale, facendo leva sulle paure degli elettori, ad esempio sostenendo che gli immigrati ci stanno invadendo per rubarci  casa, invece di restarsene a casa loro e di accoglierci lì di buon grado come civilizzatori. Per alcuni questo basta. Però in questo modo la società va male e nostre paure si concretizzano. Infatti, poiché il mondo, e in particolare la sua economia, è molto più integrato di un tempo, tanto che noi, che vorremmo lasciare gli altri a casa loro, in realtà sentiamo la necessità di andare in casa d'altri perché ci sono cose di cui abbiamo bisogno. In questo momento, ad esempio, sto indossando una maglietta fatta in Cambogia, in Indocina, dall'altra parte del globo. È stata comprata nel mercatino rionale a due passi di casa mia. L'ha venduta un italiano.
  Le più forti migrazioni verso l'Europa occidentale quindi che verso l'Itala, sono state quelle dall'Europa  orientale. Prima tra noi e loro c'era una barriera efficacissima, che il primo ministro britannico Churchill definì cortina di ferro.   Nell'estate del 1989 tutto cominciò  a cambiare, con una grande migrazione dall'Europa orientale a quella occidentale. Per quale via? Pensate un po': attraverso l'Ungheria, che fu il primo stato dell'Europa orientale a spalancare le frontiere, consentendo in particolare il transito verso l'Austria. E Viktor Orban (l'attuale primo ministro di quello stato, che propone di  bloccare le migrazioni,  di costruire muri alle frontiere e di realizzare una democrazia illiberale),come ricordato ieri sul quotidiano che leggo, proprio quell'estate iniziò la sua carriera politica con un discorso alla cerimonia di commemorazione della morte di Imre Nagy, vittima dell'invasione (vera) del 1956 da parte del Patto di Varsavia, l'alleanza tra l'Unione Sovietica e altri stati comunisti del'Europa orientale,  discorso in cui chiedeva l'apertura delle frontiere e la libertà. Di fronte a quelle migrazioni, che si fecero più intense negli anni '90, noi Europei occidentali potevamo decidere di mantenere la cortina di ferro, ma sarebbe stata una scelta miope, perché le migrazioni (non invasioni) sarebbero comunque continuate, ma dall'altra parte avremmo continuato ad avere dei nemici. Si organizzò invece l'unione e la collaborazione. Tutti se ne avvantaggiarono, in particolare perché cessò la minaccia di una guerra totale e distruttiva, ma in particolare se ne avvantaggiarono quelli dell'Europa orientale che ancora oggi sono i membri UE che beneficiano maggiormente dei contributi degli stati UE più ricchi, compresi quelli dell'Italia. Ora vorrebbero prendere le redini della UE per beneficiarne maggiormente, mentre gli altri, i più ricchi, nel tempo si sono fatti più tirchi, di più corte vedute (anche noi italiani vorremmo ora pagare di meno alla UE). Sottolineo inoltre che noi italiani siamo tra gli stati UE che più hanno beneficiato della libertà di lavorare in altri stati UE, perché siamo ancora un paese di migranti, con un flusso in uscita di circa 150.000 persone all'anno,in gran parte giovani. L'inclusione dell'Europa orientale fu favorita  da una cultura dell'inclusione che era molto forte tra i cristiano-democratici europei, in particolare per l'azione di un papa fascinoso come Il polacco Karol Wojtyla. Un ruolo determinante ebbe il cristiano-democratico tedesco Helmut Kohl, al quale è succeduta Angela Merkel. Fu lui a condurre cruciali trattative con i sovietici, quando ancora mantenevano imponenti corpi d'armata negli stati dell'Europa orientale che si erano liberati dal loro dominio.
  Ecco, oggi manca una analoga cultura dell'inclusione e così non si riesce a organizzare bene il mondo nuovo che offre tante possibilità di bene, a coperte relazioni più intense e l'avvicinamento culturale tra i popoli. È questo che ci minaccia. Quella cultura va recuperata a partire dalle realtà di prossimità. Lo si sta facendo,ad esempio, nelle parrocchie italiane. Bisogna cercare di ragionare in grande, come è richiesto dai problemi di oggi, elevandoci, ad esempio, dalla prospettiva, scusate la franchezza!, un po' bambinesca del casa nostra / casa loro.
Mario Ardigò - Azione cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli

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