Sinodalità in piccolo e in grande
Mi pare di aver capito che, secondo la teologia cattolica prevalente in materia di sinodalità, il modello da tener presente per costruirla è quello della Trinità. Non voglio interloquire in merito, perché non sono un teologo e perché l’idea mi piace. Bisogna però essere consapevoli che in concreto non funziona, non è realizzabile. E’ l’esperienza sociale a dimostrarlo in modo evidente. Detto questo, quell’idea è bella e infiamma l’animo, indica un proposito e un obiettivo affascinanti e virtuosi, ci conforta nella speranza di essere sorretti mentre ci si occupa delle cose sociali, ed è come tanti bei canti che usiamo nelle liturgie e che, a conti fatti, non generano solo emozioni superficiali, di breve momento, ma realmente avvicinano e legano le persone. Uno di questi è, ad esempio, il Veni Creator.
Quando ci si avvicina per dare ordine ad una società bisogna smussare molte reciproche asperità e più si è, più i problemi divengono seri. Ma molto dipende dalle posizioni ambite, da quanto e da come le persone intendono impegnarsi e da che si attendono.
Bisogna distinguere i piccoli gruppi, quelli composti da non più di una trentina di persone da quelli maggiori. In questi ultimi, l’impossibilità di legare tutte le persone che si associano in relazioni faccia a faccia rende indispensabile fare ricorso ai miti e al diritto, che si presentano sempre strettamente legati. È su di essi, allora, che si fa unità e si costruisce un’ordine sociale, con gerarchie, divisione di compiti, linee guida e programmi di azione, obiettivi, riti, procedure, costumi, fino a strutturare linguaggi. Le religioni sono, insieme, mito e diritto e sono fattori sociali molto potenti e coinvolgenti.
I miti e la mitopoiesi sono stati studiati a fondo dalle scienze sociali. Possono essere definiti come narrazioni coerenti sul senso profondo della vita di una società, inquadrando ragionevolmente tra origini e un destino le dinamiche sociali e naturali vissute. Si vuole spiegare da dove si viene, dove si va e perché. I miti hanno sempre agganci con ciò che può essere constatato nell’esperienza ordinaria ma non ne sono in tutto vincolati. Vengono adattati, e all’occorrenza rimodellati, alle esigenze di costruzione sociale. L’antichità di una tradizione mitologica, ricevuta dagli avi, le dà autorevolezza, ma, quando serve, la stessa sua antichità è mitizzata, proiettando neomiti nel passato quanto basta. È un processo che mi pare molto evidente nell’attuale tentativo di costruzione di una sinodalità totale, in un modo mai vissuto nell’antichità, ma che tuttavia ad essa viene fatta risalire. L’altro modo per accreditare un principio di costruzione sociale è di riferirlo al volere di una divinità.
Comunque si proceda, sia nel piccolo che nel grande l’equilibrio e il consenso sono sempre precari, contingenti. Tra le parti di un assetto sociale permane sempre una certa tensione, tanto più quando il corpo sociale tenda a mutare, per nuove adesioni e defezioni, o, ad esempio, per il succedersi di generazioni. Per mantenere la stabilità sociale non basta l’esistenza di certe tradizioni, ma occorrono strutture di mediazione, le quali, conquistatosi un sufficiente consenso sociale, le facciano vivere nei casi della vita. Si tratta, allora, di costituire un governo, sacerdoti e giudici. Come è stato osservato in ambito giuridico, essi non si limitano ad applicare tradizioni, ma anche le rimaneggiano in ciò che è portato alla loro decisione, in sostanza creandole, o, se si preferisce, innovandole.
Nel piccolo, quel lavoro è meno formalizzato in ruoli specifici, ma è sempre riconoscibile.
Nella costruzione della sinodalità ecclesiale nella nostra Chiesa, si è appena agli inizi, a organizzare un abbozzo di struttura. Il problema è, naturalmente, la coesistenza di un altro ordine, quello che regola l’attuale apparato ecclesiastico, che è improntato rigidamente secondo il principio gerarchico, in cui alla base a stento si riconosce formalmente la facoltà di essere ascoltata ma nulla di più. L’esatto contrario della sinodalità totale, molto più ampiamente partecipata, che si vorrebbe costruire.
Non si sa come fare.
Questo ordinamento è legato ad una teologia, quest’ultima costruita nei secoli proprio per rafforzare il primo, che si teme di modificare perché sembra, che mettendovi mano, possa svanire anche la mitologia soprannaturale che fonda la devozione, intesa come sottomissione, delle persone di fede, e che, allora, la Chiesa stessa possa dissolversi.
Nei decenni passati, non riuscendosi a ribaltare il moto di riforma scaturente dalla gente, dalla vita concreta, si è cercato almeno di sospenderne il corso. Questo ha fatto sentire inutile l’esperienza religiosa, almeno in Europa occidentale (altrove le ricerche sociologiche avvertono che va diversamente) e la gente ha cominciato ad allontanarsi.
La sinodalità totale, come modo normale di vivere l’appartenenza ecclesiale è stata presentata come soluzione del problema, e, almeno da noi in Europa occidentale, potrebbe davvero esserlo. Ma, al punto in cui si è arrivati dopo tanti decenni di stasi, la gente non mostra tutto questo desiderio di partecipazione, al di fuori di piccole cerchie di praticanti rafforzati, vale a dire delle persone la cui pratica va oltre la semplice frequenza ai sacramenti e alle liturgie. Se la partecipazione si deve risolvere solo nell’assenso a decisioni prese da altri essa viene considerata fatica inutile. Magari si accetta anche di partecipare a suggestivi eventi devozionali di massa, come quelli inscenati nell’anno giubilare appena celebrato, ma poi ci si allontana nuovamente e la fede assume rilevanza più che altro cerimoniale.
Di fatto, dagli scorsi anni Sessanta, il comportamento della gente di fede, in particolare di quella libera da particolari stati di vita legati a ministeri ecclesiastici, ha contato, e molto, nella ridefinizione della dottrina: oggi in Italia in genere non si vive più l’appartenenza ecclesiale come negli scorsi anni Cinquanta. Come istituzionalizzare queste dinamiche?
Un bel problema.
Si è iniziato tollerando una maggiore libertà di espressione del pensiero e dei costumi, superando certe estreme rigidità del passato, ragione per la quale chi pratica nei vecchi modi oggi viene etichettato come tradizionalista e viene considerato come partecipe di gruppi minoritari.
Sulla base di quella più ampia libertà si può cominciare, nei piccoli gruppi, a costruire una specifica formazione alla sinodalitá ecclesiale e anche a sperimentarne dei modelli in concreto, per vedere come va, provando poi ad estendere ad ambiti via via più ampi i modelli che hanno funzionato. È appunto ciò che si sta provando a fare nel nostro gruppo parrocchiale di Azione cattolica.
Mario Ardigò- Azione cattolica in san Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
