E l’incredibile divenne realtà
“E l’incredibile divenne realtà” è la frase che ricorre nel romanzo Ho servito il re d’Inghilterra dello scrittore ceco Bohumil Hrabal, ambientato nella Boemia negli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale, nel tempo di quel conflitto e nell’immediato dopoguerra. Ciò che nessuno pensava sarebbe più potuto accadere, invece accade, scivolando nella realtà come se fosse stato sempre in attesa di accadere, e diventa normale. Ad un certo punto, non si riesce più a controllare il corso e neppure il senso degli eventi, eppure bisogna pur continuare a viverci dentro. In particolare, bisogna pur continuare ad essere religiosi, in qualche modo.
Alla base della religione, in particolare della nostra, quella dei cristiani, vi sarebbe un credere, lo dicono i teologi, argomentando; lo ripetono i predicatori nelle liturgie; lo si insegna, ce se lo ripete gli uni gli altri, lo sostengono anche gli increduli. Ad una visione più chiara delle cose, quale in genere si raggiunge da anziani, e in ciò appunto consiste quell’aura di saggezza che emana qualche volta da quell’età della vita, non è quello l’essenziale, perché, ad un certo punto, ciò in cui si proclama di credere si rivela con tutta evidenza incredibile. Eppure si continua ad essere religiosi, a vivere religiosamente, e, anzi, una volta attenuata, e ridotta a rito, a simbolo, la necessità del credere, la vita religiosa diventa più pura, più convincente, più umana, perché, appunto, nella vita umana l’incredibile prima o poi diviene sempre realtà.
Dicono che, in tempi come quelli, la mistica soccorre la fede, fatta del credere, che vacilla.
Gli stati mistici vengono interpretati come particolari condizioni della psicologia individuale durante le quali la mente, ponendo particolare attenzione alle percezioni che originano da tutto il corpo, quindi al sentirsi vivere, riesce ad accettare consapevolmente l’incredibile e a viverci dentro. Lo si è descritto come un lasciarsi andare in una notte oscura, nella quale si abbandonano le sicurezze del credibile. O anche come lo sbucciare una cipolla, abbandonando, strato dopo strato, concezioni, immagini, emozioni ed anche l’ansia della ricerca. Alla fine del processo, dopo aver tolto strato dopo strato ciò che circondava l’immagine del divino, e che non ha più corso quando l’incredibile diviene realtà, sembra che si possa raggiungere la convinzione nell’essenziale, e allora decidersi per esso, come nella spiritualità di Ignazio di Lojola.
È la mistica che, in definitiva, sorregge la vita religiosa, perché nella vita umana, ad un certo, punto l’incredibile diventa sempre realtà, nella vita personale come in quella delle collettività, e qui su piccola e su grande scala, fino a ciò che chiamiamo storia, come quella, incredibile, che stiamo vivendo di questi tempi.
Bisogna distinguere le religioni, costruite su miti, riti e diritto, organizzati in narrazioni coerenti, dalla vita religiosa, che ad esse fa riferimento per parlare della fede ma che si fonda sempre su stati mistici. Nei tempi dell’incredibile che si fa realtà le religioni perdono forza, le loro prove provano veramente poco, la loro coerenza dogmatica cede all’evidenza di quell’incredibile che sta accadendo. I loro conti non tornano più, vanno ripetendo ciò che la tradizione impone di ripetere, e ciò poi viene anche strumentalizzato e in tal modo secolarizzato, come quando si dice che certi massacri che incredibilmente stanno di nuovo accadendo sarebbero conformi al volere di un qualche dio. Davvero si potrebbe continuare a credere nella Provvidenza di cui parlano i nostri teologi, sulla base dei loro ragionamenti? Lì dove appare imperare solo l’incredibile dispiegarsi della cieca forza fino alle estreme conseguenze.
Come si può continuare ad essere cristiani, nel mezzo dell’incredibile anticristiano, quando le ragioni della fede cedono e appare chiara l’evidenza di quelle dell’ateismo, queste però, non meno insensate e crudeli di quelle altre, quando l’incredibile diviene realtà, perché non servono per farsi una ragione del vivere, quando vivere pur sempre si deve, perché si continua a vivere, fino a quando si può? È allora che la mistica religiosa soccorre.
La teologia serve solo alla costruzione sociale, ed essa è funzionale alla sopravvivenza. Quindi la teologia ha una sua ragione d’essere, ma non vi ci si deve fare troppo affidamento: è l’ambiente in cui si può sviluppare la vita religiosa, che però è altra cosa, e solo per questo può continuare quando l’incredibile, come ora, diviene realtà. In fondo te lo insegnano fin da piccoli, quando ti fanno pregare: la preghiera è una via della mistica. Ma naturalmente non te lo spiegano in questi termini. Ogni persona, tuttavia, crescendo lo capisce, sempre, chiaramente. Si sostiene, così, che anche la mistica sia una forma di conoscenza.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli