INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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domenica 24 novembre 2013

Un rinnovato impegno dei laici


Un rinnovato impegno dei laici

 
  Com'è che si dice quando, in uno stato, il presidente viene costretto, da pressioni che gli vengono da forze che operano al di fuori delle procedure istituzionali legali, a cedere il potere? Da quello che appare, è questo che  sostanzialmente è avvenuto qualche mese fa nello stato di quartiere dove è arroccato, al riparo del Trattato concluso con il Mussolini, il vertice supremo della nostra confessione religiosa. Due gli elementi, che, a detta del protagonista di questa drammatica e dolorosa vicenda, hanno contribuito a determinarlo nella rinuncia: l'emergere di condotte dissolute, avide di potere personale, sesso e ricchezze, e l'intensa e spregiudicata lotta tra fazioni per orientare l'azione di governo della nostra collettività religiosa, il potere assoluto che le leggi canoniche attribuiscono al vertice romano, non inteso solo come persona fisica del regnante ma come complesso delle istituzioni che, nei vari campi in cui si articola l'amministrazione degli affari religiosi a livello mondiale, comandano formalmente per sua delega. Gli eventi sono ancora in corso, non si sono risolti con l'elezione del successore del rinunciante. Il nuovo capo supremo è ancora sul piede di partenza, ha rifiutato di insediarsi nel posto dove il vecchio regime si aspettava che andasse a piazzarsi, lì dove il suo predecessore si era sentito, ad un certo punto, nello stato di prigionia morale. Infatti risiede ancora in albergo, sia pure all'interno della fortezza religiosa. Ha convocato e istituito un organo costituzionale straordinario per affiancarlo in quella che si prospetta, ben al di là di una mera restaurazione  o di una controrivoluzione, se si considerano a carattere eversivo i movimenti che hanno condotto alla rinuncia il suo predecessore, come un'azione di profonda riforma che inciderà sui vari livelli colpiti dal degrado, ma anche, verosimilmente, su molte altre questioni e, innanzi tutto, sulla posizione e il ruolo politico e sociale del vertice romano. Ed è veramente paradossale che in questo lavoro i fedeli laici del mondo non abbiano alcun ruolo, non abbiamo la minima possibilità di vera collaborazione, al di là di consulenze fornite da prescelti dai chierici nelle cui mani sta tutto. Questo anche tenendo conto del fatto che la corruzione appare, da ciò che venuto alla luce sui mezzi di comunicazione di massa, molto legata alle vicende della politica italiana e al suo degrado, così come era accaduto anche all'inizio degli anni '80. Comunque, una qualche influenza la si può avere, con riguardo a tutti i problemi che sono emersi e che palesemente non riguardano solo l'organizzazione e l'azione del vertice romano della nostra confessione religiosa, ma, più in generale, le relazioni  tra fede e mondo contemporaneo.  Infatti possiamo constatare che sempre meno, negli ultimi cinquant'anni, chi esercita il governo nella nostra confessione religiosa comanda sulla base di moventi autoreferenziali e sempre più si tiene conto delle idee che circolano nella società animata dalla fede. Ma in Italia questa società non è sufficientemente attiva. Inutile ora lamentarsi che ciò è avvenuto per l'eccessivo protagonismo, su base carismatica, dei capi del passato. L'importante è riprendere un lavoro che si è, se non del tutto  interrotto, molto affievolito a partire dagli  scorsi anni '80. I laici devono riprendere a pensare, in autonomia e secondo le proprie specifiche esperienze e competenze, sulle cose del mondo alla luce della loro fede. Negli ultimi trent'anni se lo sono in parte vietato, sovrastati dalla sovrabbondante produzione normativa del vertice romano, che se da un certo punto di vista, nella sua completezza, ha costituito un arricchimento culturale per le masse dei fedeli laici, per altro verso è venuta a costituire una gabbia, un sistema di limiti, che ha frenato e in parte insterilito il pensiero laico, e non solo quello. L'esempio più eclatante è costituito dal Catechismo della Chiesa Cattolica, un'opera molto bella e utile, che pone in grado un ignorante colto come me di rendersi conto di che cosa la fede significa nelle sue relazioni con la vita dell'umanità, dei problemi che sono emersi e delle soluzioni che ad essi sono state date, ma che, per la forza normativa, di legge di grande valore perché promanante dal vertice supremo, che gli si è voluto dare, crea un sistema di vincoli troppo rigidi per le persone veramente competenti, ad esempio per i teologi. Appare veramente paradossale che in opere propriamente teologiche si sia portati a citare, a conferma della correttezza delle proprie opinioni, quel Catechismo, che, per la sua natura appunto di catechismo, di insegnamento iniziale per i principianti, dovrebbe invece stare a quelle opere come il meno rispetto al più.
 La crisi che si è manifestata oltre le mura del nostro staterello religioso di quartiere corrisponde a quella che c'è nella vita pubblica italiana e, alle radici, ha anche le questioni principali che travagliano la nostra nuova Europa. Nell'ideologia del nostro sovrano religioso rinunciante, manifestata in alcuni discorsi pubblici e nel documento Caritas in veritate, c'era stata la più ampia condivisione dei valori dell'Occidente capitalistico, versione europea, che si fosse mai manifestata prima. E tuttavia essa rimaneva a livello per così dire diplomatico, senza mai porsi sufficientemente il problema del coinvolgimento delle masse nel funzionamento delle democrazie popolari nelle cui mani quei  valori si trovavano. E' la prospettiva, per intenderci, di colui che, parlando da capo di stato, si rivolge in primo luogo ad altri capi di stato, ad esempio per invocare l'attuazione di principi di giustizia sociale e di un ordine internazionale in grado di imporre, con un'azione di polizia tra stati, la pace nel mondo e l'equilibrio dell'economia mondiale. Nella nostra Europa, però, i veloci cambiamenti originati dal fenomeno della globalizzazione hanno prodotto, già dalla metà degli scorsi anni '80, un problema di legittimazione dei capi politici degli stati che ha visto in misura sempre maggiore le masse staccarsi da chi li comandava e anche perdere consistenza come fenomeno sociale tendenzialmente unitario per disperdersi nel corporativismo sociale. Nelle crisi innescate dalla ridistribuzione delle ricchezze a livello planetario e dagli imponenti  flussi migratori con il conseguente impoverimento e caduta nella precarietà di popolazioni che per lunghi anni avevano goduto di un certo generalizzato e stabile benessere è divenuto più difficile tenere unita  la nostra gente e quindi conseguire quegli obiettivi che si attendono da un'azione collettiva. E' suonato una sorta di si salvi chi può, che i più spregiudicati hanno inteso come una  nuova opportunità, nel senso, che venendo meno i limiti etici che la società aveva in precedenza presidiato, nella confusione del generale azzuffarsi intorno a risorse sempre più limitate, può accadere di potersi arricchire velocemente e fare una bella vita al di là di ogni regola. E' ciò che è accaduto in alcuni stati dell'Europa orientale alla caduta dei regimi comunisti che li dominavano ed è ciò che la nostra nuova Europa sta cercando di contrastare. Su questo in religione si dovrebbe avere molto da dire, perché sono coinvolte questioni di fondo che attengono ad ideali che hanno a che fare con la visione religiosa della vita.  Ciò è emerso recentemente sulla questione altamente drammatica delle stragi di migranti nel Mediterraneo, avvenute mentre essi cercavano di approdare alla sicurezza che ancora denota le nostre società. Com'è che in società in cui si manifestano largamente condotte opulente si scopre di avere sempre meno risorse da destinare alla parte meno ricca della popolazione? Su cose come queste si è riflettuto troppo poco negli anni passati e, in generale, la giustizia sociale è stato a volta avvertita come un tema pericoloso, perché poteva guastare i rapporti con un potere politico dal quale, i base ad accordi conclusi nel 1984, il nostro clero, che esprime tutti i nostri capi religiosi, deriva la maggior parte dei suoi mezzi di sussistenza. La politica religiosa è stata in genere quella di limitarsi a rivendicazioni settoriali, sui cosiddetti valori non negoziabili (aborto, eutanasia, procreazione assistita, scuola confessionale, insegnamento religioso nelle scuole pubbliche, esclusività del modello famigliare eterosessuale fondato sull'atto matrimoniale e, da ultimo, mantenimento di privilegi fiscali per le organizzazioni relisiose), contrattando per il resto una certa acquiescenza, nonostante le rituali grandi ammonizioni etiche riguardanti l'universo. E' mancato un lavoro che è propriamente e primariamente dei laici. Una delle tante sedi in cui esso può essere ripreso è in un gruppo di Azione Cattolica, che tra i suoi principali obiettivi ha proprio quello dell'autoformazione dei laici per operare nella società secondo la missione che venne loro esplicitamente assegnata dai nostri capi religiosi all'inizio degli anni '60, per collaborare più efficacemente a conformare il mondo secondo i principi di fede, lavorando con tutte le persone di animo retto, credenti o non credenti o credenti di altre fedi religiose, vale a dire nelle società pluralistiche contemporanee.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro Valli.

sabato 23 novembre 2013

Età del Ferro


Età del Ferro

 
 Non dobbiamo illuderci di essere alla soglia di un'Età dell'Oro, in religione. Siamo verosimilmente in un'epoca storica che possiamo per certi versi paragonare all'Età del Ferro, quella che si situa intorno al 12° secolo dell'era antica in cui l'umanità dovette fare i conti con rivoluzionarie tecnologie e corrispondenti evoluzioni sociali, tra le quali quella che produsse   quell'evento di rilevantissima portata anche per la nostra fede che fu la liberazione degli antichi israeliti dall'Egitto dei Faraoni.
 L'avvenimento che probabilmente sarà considerato dagli storici come emblematico dei tempi nuovi è stato il volo in elicottero di Joseph A. Ratzinger sulla città di Roma, dopo aver lasciato il suo ministero. Si erano avuti storicamente precedenti  casi di rinunce analoghe, uno di essi fu proprio quello di San Clemente papa, ma il contesto in qui è avvenuta quella di Ratzinger è fortemente legato con problemi dei tempi nostri e indicativo di una crisi epocale e non solo di potere clericale. Ratzinger, persona di grande virtù morale e studioso ben consapevole del corso della storia e in particolare delle caratteristiche peculiari del periodo in cui oggi si vive, si è reso conto di un'evoluzione della classe dirigente del clero che lo attorniava, quindi della sua corte romana, che era corrispondente a quella prodottasi nella classe politica italiana, con la quale quella corte di prìncipi religiosi aveva stabilito intensi rapporti di varia natura:  negli ambienti, dominati da maschi celibi, che lo attorniavano si era diffuso il cedimento alle tentazioni di sempre degli uomini, il potere personale con il prestigio che l'accompagna, il sesso occasionale e senza responsabilità, il desiderio delle ricchezze materiali, insomma ciò che egli aveva chiamato in diverse occasioni sporcizia. Per la verità si era trattato di un fatto non nuovo: nella storia dei nostri vertici clericali si era visto ben di peggio, in particolare intorno all'anno Mille e durante il Rinascimento. I Papi avevano avuto concubine notorie e figli e non è un caso che nel gruppo tradizionale di carte da gioco chiamato I Tarocchi  vi sia la figura della Papessa. A Roma, negli anni bui della dissoluzione, nella corte pontificia, si erano avuti intrighi micidiali. Ma, paradossalmente, il popolo aveva risentito minimamente di questi eventi che riguardavano essenzialmente i suoi prìncipi. Il ruolo del vertice romano era infatti assai diverso da quello che si è sviluppato nel corso del Novecento e, in particolare, sotto il ministero di Karol Wojtyla. L'autorità politica e  religiosa del vertice romano non veniva messa in discussione, come in genere non veniva messa in discussione quella dei sovrani civili, ma il popolo dei fedeli non era papadipendente dal punto di vista culturale, sociale, politico. La situazione  è cominciata a cambiare dalla fine del Settecento. Il crollo delle dinastie sovrane, alle quali il nostro vertice romano era federato, ha reso necessario trovare al potere assoluto del capo supremo della nostra confessione una legittimazione popolare che ne giustificasse la sopravvivenza in un mondo in cui invece, progressivamente, le basi sociali di ogni potere venivano allargandosi, producendosi contemporaneamente corrispondenti mutamenti culturali.  Il primo capo romano della nuova era può essere considerato Giovanni Maria Mastai Ferretti, che regnò nel periodo storico in cui si produsse l'unità nazionale italiana con le conseguenti tensioni sociali e politiche, che lo coinvolsero in quanto sovrano politico di uno degli stati che si voleva unificare. Contrariamente a ciò che era storicamente accaduto almeno nei precedenti mille anni, si iniziò a pensare al capo romano come a una persona necessariamente  virtuosa, che quindi non si limitava a predicare la dottrina etica comune, ma anche la impersonava  in modo esemplare. Intorno al vertice romano, al suo capo e alla sua corte, si volle costruire un'aura di santità. Questo sviluppo è particolarmente evidente nei processi di beatificazione/canonizzazione che hanno riguardato i Papi di questa era e che avrà una eclatante manifestazione nella canonizzazione di Angelo Giuseppe Roncalli e Karol Wojtyla il prossimo 27 aprile.
 Come risulta piuttosto chiaramente da ciò che è trapelato dal piccolo stato di quartiere in cui il vertice romano della nostra confessione religiosa è arroccato, Ratzinger ad un certo punto si è sentito come prigioniero di un clima di dissolutezza piuttosto diffuso e da lui lucidamente avvertito, fin nei propri ambienti domestici, e se ne è liberato, volandosene via e poi ritornando nella fortezza religiosa non più come capo della corte ma come prigioniero solo del suo anelito di fede, quindi libero  dalla dissolutezza che aveva visto diffondersi vicino a lui.
 Al contrario di ciò che accadde nel passato, in occasione di rivolgimenti al vertice della nostra confessione religiosa, quando vi furono addirittura Papi e Anti-papi, questa vicenda altamente drammatica interpella profondamente lo spirito di ogni fedele, in particolare dei laici. E ciò perché la dissolutezza che si è prodotta oltre le mura della fortezza vaticana è manifestazione di un contagio che è venuto dalla società che noi laici abbiamo costruito e di cui abbiamo primariamente la responsabilità. E' senz'altro vero che, negli anni della più marcata papadipendenza, il laicato, in particolare quello italiano, è stato ridotto, nell'inazione e nella mancanza di autonomia, a una condizione di brutto anatroccolo, ma, e pongo la questione come materia di dibattito non come asserzione sicura, bisogna valutare se la papadipendenza, che poi appare aver portato al logoramento dell'istituzione di cui si era accettato di farsi dipendenti, fosse veramente l'unica  alternativa per noi laici o  se, in definitiva, l'idea di avere come bandiera papi santi ci ha fatto disertare compiti nostri propri, innanzi tutto quello di trasformazione della società in cui eravamo immersi in modo che da contrastare il contagio malvagio che, al modo di certe epidemie, si  è poi diffuso anche tra i chierici del vertice romano che attorniava il santo semplicemente col respirare la stessa aria della città che veniva corrompendosi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 22 novembre 2013

Famiglie (2)


Famiglie (2)

 Nei nostri incontri del martedì ritorna spesso il tema della famiglia, presentato spesso sotto il profilo dei contrasti e delle difficoltà che ci sono in merito tra la visione di fede e quella comune della società in cui siamo immersi. Si tratta di un argomento che, almeno fino ad epoca recente, coinvolgeva i VNN (Valori Non Negoziabili), nel senso che ai laici e al clero di base su di esso veniva riconosciuta una limitatissima autonomia di pensiero, di sperimentazione, di dialogo e, al limite, di trattativa. In effetti la materia è oggetto di una ideologia  sociale molto bene definita, sviluppata dai nostri capi religiosi su  base teologica (che ne struttura il linguaggio), di rivendicazione politica di autorità nel sociale (che ne è il principale movente) e di esigenze che riguardano le dinamiche di tradizione della fede tra le generazioni (nelle quali si fa molto - troppo - conto sul carattere autoritario delle relazioni domestiche). Essa, per quanto posso capire, è, nella sua forma attuale, piuttosto recente e tende sempre più a puntare per la sua credibilità sociale al mostrare la famiglia come fonte di felicità personale e collettiva. In epoche più risalenti il discorso sulla famiglia non differiva sostanzialmente da quello recepito dal pensiero dell'antichità latina della famiglia come cellula primigenia dello stato, quindi come forma embrionale della civiltà  pubblica e, in questo senso, luogo e sede della prima manifestazione sociale dell'etica condivisa.
 Mi ha sempre sorpreso il grande risalto che, in religione, nell'epoca mia contemporanea, si dava alla famiglia, a fronte dello scarso rilievo che essa aveva negli scritti sacri che ci arrivano dalle origini della nostra confessione, dai tempi apostolici. E ciò mentre il modello famigliare descritto negli antichi scritti giudaici che sono confluiti nel nostro patrimonio culturale fondativo era in genere assai diverso da quello che, secondo l'ideologia religiosa corrente, caratterizzava la vita buona del fedele, anche se alcuni agganci, in particolare sotto il profilo della morale delle relazioni propriamente sessuali, vi erano. Anzi, direi che quest'ultimo aspetto, che ai tempi nostri ci viene rimandato da altre esperienze religiose originate nel Vicino Oriente che vi fanno riferimento, ci appare sotto certi aspetti, per la nostra mentalità di Occidentali, come una vera e propria ossessione rituale.
  Negli anni '80 mio zio Achille, sociologo, rilanciò il tema della famiglia come uno dei mondi vitali nei quali avveniva la produzione di senso della vita. Oggi si sottolinea che la famiglia è anche un soggetto produttivo:
"Si tratta … di smetterla di concepire la famiglia come luogo di solo consumo e non anche come un soggetto produttivo per eccellenza, generatore si quei beni immateriali (fiducia, reciprocità, beni relazionali, dono come gratuità) senza i quali una società non sarebbe capace di futuro"
(Stefano Zamagni, in La famiglia nella 47° Settimana sociale   di Torino, in Dialoghi, n.3/2013).
 L'ideologia sulla famiglia elaborata dal nostro magistero è frutto prevalentemente del lavoro di chierici che della famiglia hanno un'esperienza molto limitata, generalmente quella fatta come  figli, nipoti e zii, e indiretta per quanto riguarda le relazioni propriamente sessuali. E questo anche se si è indubbiamente tenuto conto del parere di esperti laici. Tuttavia ho sempre l'impressione che, nell'utilizzare i contributi che vengono da discipline diverse dalla teologia dogmatica, si tenda sempre ad accoglierli se e dove essi confermano le conclusioni di quest'ultima. Questo spiega un certo divario tra le visioni e i proponimenti della gerarchia e la vita reale e, in particolare, rispetto ai modi di vita che, nelle famiglie del nostro tempo, sono concretamente sostenibili. Esso di solito produce poi una certa insoddisfazione del clero verso i laici che vivono in famiglia ed è la forma contemporanea che ha assunto il generale sospetto che fino a tempi non molto distanti circondava ogni tipo di relazione sessuale, compresa quella matrimoniale di impronta religiosa. Così non di rado, noi coniugi cattolici genitori di prole, ci troviamo ad ascoltare sermoni rituali in cui sostanzialmente ci si accusa di essere infedeli e incoerenti dal punto di vista sessuale e incapaci dal punto di vista genitoriale. Senza, per carità!, voler violare i VNN, uno dei lavori che penso sarebbe utile fare come fedeli laici è di cercare di ragionare, sulla base delle nostre concrete esperienze non di riferimenti puramente ideologici, su come fare per cercare di rendere la vita che si fa in famiglia una fonte di felicità e insieme una vera occasione di trasmissione  della gioia della fede e della fede come gioia. Di fatto ogni persona che si sia impegnata, per una parte importante della sua vita, in una esperienza familiare, nei diversi ruoli in cui lo si può fare, ha tentato di impersonare una certa soluzione, a volte essendone soddisfatta e altre volte gettando la spugna. I progetti a più lunga scadenza che si fanno sono quelli che si pensano per la propria vita matrimoniale e genitoriale, mentre quelli che di fanno come figli sono sempre a breve scadenza e si concludono programmaticamente con un distacco. Di questo patrimonio di esperienze in genere si parla poco, nella concreta vita parrocchiale, quindi al di fuori di occasioni in cui specificamente ci si propone di farlo, liberandosi per un momento di divieti di tipo sacrale. Il modo in cui di solito si affronta l'argomento è quello di proporre il modello ideologico proposto dal magistero e di misurare la distanza tra esso e quelli attuati nelle famiglie reali. Bisogna dire che vi sono movimenti che si impongono specificamente di attuarlo, tra molte difficoltà, e si propongono poi come modelli pratici agli altri, il più delle volte aggiungendo alla disapprovazione che trapela nei sermoni del clero il rimprovero che deriva dal veder attuata una forma di relazione virtuosa che molti ritengono insostenibile.
 La principale ragione del fascino della famiglia, ideologizzata, nelle concezioni dei nostri capi religiosi mi pare risiedere nell'autoritarismo che le relazioni famigliari sempre manifestano. Questo autoritarismo, che è tipico nella relazione di potestà  che sottomette i figli minori ai genitori, costituisce poi un modello sociale per la nostra gerarchia. Al modo in cui un padre domina sui figli (e un tempo dominava sulla moglie), così i nostri capi religiosi pensano di poter mantenere un controllo sociale. In definitiva, in religione, abbiamo una schiera molto vasta di padri,  con la differenza che, ad una certa età della vita, dal padre naturale ci si emancipa, mentre con quei padri teologici ciò, tendenzialmente non avviene mai. Ora, bisogna considerare che i modelli autoritari di relazioni sociali generano infelicità, specialmente in coloro, come i più giovani, i quali per natura sono portati a sottrarvisi. In religione non si riflette abbastanza sul fatto che la famiglia, oltre che possibile fonte di felicità, di senso e di benessere, possa essere anche fonte di infelicità, senza che faccia differenza che il modello di riferimento sia o non quello ritenuto ideologicamente preferibile dal magistero.
 Nelle nostre riunioni ricorre spesso il suggerimento che la vita matrimoniale sia un morire a sé stessi, che indica fondamentalmente l'accettazione dell'infelicità come rimedio alle crisi famigliari. Lo possiamo veramente accettare? Ma questo stesso discorso può essere esteso alla condizioni dei figli. Fino a che punto si può accettare l'autorità genitoriale quando questa è fonte di infelicità? E il tema è suscettibile di sviluppi se si passa a considerare la famiglia come realtà allargata, quindi come fonte di relazioni parentali estese: non si dice fratelli coltelli e parenti serpenti? Talvolta la famiglia in questo senso è ben lontana dall'essere quella fonte di felicità  e di vita buona ipotizzata nell'ideologia del magistero, il quale non dispone di vere soluzioni, in particolare perché è in genere piuttosto lontano dalla pratica  famigliare, e certi suoi aspetti addirittura se li vieta come peccaminosi, e poco disposto, per limiti sacrali su base teologica, ad accettare ciò che la pratica viene suggerendo.
 Quello della famiglia è uno dei numerosi lavori in corso che, in religione, coinvolgono la primaria responsabilità dei laici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

giovedì 21 novembre 2013

Essere attori sociali nel cambiamento di massa


Essere attori sociali nel cambiamento di massa

 
 Il nostro gruppo parrocchiale di AC vive attualmente in una fase embrionale, vale a dire in una forma che ha tutte le potenzialità e le età della vita di strutture più articolate ma le esprime in modo molto concentrato e proiettato verso uno sviluppo futuro: non pensiamo infatti che l'assetto attuale sia la nostra condizione ideale e, per rendere l'idea, possiamo considerare la differenza che c'è tra un'organizzazione scolastica suddivisa per classi d'età e di livelli di apprendimento e le classi uniche che ci sono in certi paesetti di periferia, dove si fa scuola insieme a ragazzi di età diverse. Naturalmente i nostri critici possono pensare che la nostra sia in realtà un tipo associativo in fase agonica, ma sbagliano. L'errore sta nel fatto di non considerare le opportunità che ha la nostra esperienza, che è al passo con i tempi, e in particolare che è capace di metabolizzare la fase di veloci mutamenti sociali che stiamo vivendo, rispetto a molte altre che invece, nelle loro ideologie francamente reazionarie, si situano, realmente, in un altro mondo  e, in particolare, in un mondo che non c'è più  o è comunque destinato ad essere velocemente superato.
 La bozza del documento preparato per l'Assemblea nazionale del prossimo aprile, si apre con la citazione di una frase pronunciata da Jorge Mario Bergoglio e che suona così: "Il cristiano deve essere rivoluzionario per la grazia (…). La grazia fa di noi rivoluzionari". La parola rivoluzione suona eretica, oltre che sovversiva, in una società religiosa come quella italiana in cui dalla fine del Settecento alla fine degli scorsi anni '70 il carattere predominante nei suoi capi del clero è stata la paura. Non è un caso che il grido, l'appello, che fu sentito come rivoluzionario, che scaturì da Karol Wojtyla all'inizio del suo ministero romano fu "Non abbiate paura!". Se però quella parola proibita, che si proibisce e ci proibiamo di pronunciare in religione, "rivoluzione", promana dal capo assoluto della nostra religione, allora ciò ci libera dalla paura e possiamo cominciare a considerare quello che essa vuole significare. Con essa si vuole intendere che dobbiamo affrontare con fiducia e impegno tempi  di veloci cambiamenti di massa e che dobbiamo avere la forza di staccarci dalla nostalgia di un passato molto idealizzato, a prescindere da una veritiera considerazione di ciò che significò, e da modelli sociali centrati sull'idea di essere piccoli gruppi di eletti assediati dal mondo ostile.
 A differenza del giudaismo antico delle origini la nostra fede ebbe fin dagli inizi carattere diffusivo, di massa, lanciata oltre ogni barriera, etnica, culturale, di lingua, istituzionale, di stato sociale, di condizione personale e famigliare. Essa non ebbe mai quel carattere misterico, che ebbero invece diverse altre religioni coeve nell'antichità, alle quali si accedeva per gradi iniziatici, per rivelazioni progressive di idee che permettevano l'accesso a livelli via via superiori di perfezione e a gruppi sempre più ristretti di eletti, nel senso di migliori  e/o di prescelti. E' stato osservato che, se avesse avuto questo orientamento misterico, la nostra religiosa non avrebbe superato la soglia dei tempi antichi. La sua forza è stata proprio quella di essere fatta per le masse, di una rivelazione in chiaro, come del resto risulta ancora marcatamente definito nella sua dottrina più recente: l'intero genere umano è il suo orizzonte. Ora, questo comporta di saper interpretare e vivere le fasi di cambiamento sempre più veloci che si sono manifestate nel mondo e così in effetti è accaduto, passando però attraverso varie fasi critiche in cui le novità stupefacenti che si venivano producendo nell'umanità sono state sempre integrate in un sistema culturale capace di capire il senso dei cambiamenti e di coglierne le opportunità di bene. Dal punto di vista teologico si può senz'altro affermare che la nostra collettività, nella sua dimensione soprannaturale, è rimasta sempre la stessa, ma non così dal punto di vista sociale e culturale. In questi mesi noi stiamo vivendo una di queste fasi di adattamento  e di corrispondente  crisi  in relazione a tempi nuovi che si sono prodotti.
 Il carattere di massa e insieme di forza di cambiamento sociale della nostra confessione religiosa si è manifestato in modo eclatante durante il ministero di Karol Wojtyla, che ci ha fatto vivere un'esperienza che nessuna delle generazioni precedenti aveva sperimentato. In un certo senso egli fu veramente un prosecutore di quel movimento che iniziò a manifestarsi nella gerarchia del nostro clero nella prima metà degli anni '60, come era reso esplicito nel nome professionale che egli scelse "Giovanni Paolo", in memoria dei Papi del Concilio Vaticano 2°. Ma questo moto rivoluzionario si manifestò essenzialmente nei fatti sociali, innescando un movimento che in Europa ebbe un ruolo importante nel processo di riunificazione politica del continente, una visione profetica di Wojtyla che all'inizio degli anni '80,  nel corso di una discussione che facemmo in FUCI, qui a Roma, mi pareva irrealistica e che invece si avverò. Dal punto di vista dottrinario, specificamente religioso, Wojtyla fu un conservatore, ma non un reazionario, nel senso che intese congelare la sistemazione, un punto di compromesso tra rivoluzione  e restaurazione, che si era raggiunta all'inizio degli anni '70 in merito all'attuazione delle idealità sprigionatesi nel corso della grande congregazione dei nostri capi religiosi radunatasi a Roma nella prima metà degli anni '60. Questo significò, nelle cose della religione, scoraggiare il pluralismo e concentrare l'attenzione intorno alla sua carismatica figura, così ricca di esperienze e di esempi significativi. Egli, così, divenne bandiera per le masse dei fedeli. Bisogna rendersi conto che si è trattato di un fenomeno sociale che non si era mai visto nei due millenni precedenti della nostra storia religiosa. Ma il cambiamento non può mai essere guidato dalla stessa persona, a pena di inaridimento sociale. L'elemento umano finisce sempre, prima o poi, per deludere. E' perché la nostra umanità, per quanto capace di grandi cose, è fragile. E' un fatto che si è osservato in diversi grandi moti rivoluzionari che, concentratisi nel mito di una persona, del grande condottiero, si sono poi risolti, ad un certo punto, nel loro opposto. E' quello che in fondo è accaduto nella nostra collettività religiosa nel declino fisico del grande personaggio intorno al quale si era voluta coalizzare. ll tentativo di conservare, dopo la sua morte,  l'assetto che egli aveva dato al nostro ordinamento religioso, aperto  nel sociale e chiuso  in dottrina, è rapidamente fallito. I tempi nuovi  richiedono altro.
 ll mondo si sta rapidamente rinnovando e ordinare il rinnovamento secondo i nostri principi religiosi è compito primario dei fedeli laici, secondo quanto venne autorevolmente riconosciuto nei documenti del Concilio Vaticano 2° ai quali ho fatto riferimento in alcuni miei  precedenti interventi. Occorre rimettersi in marcia, noi laici italiani, per tentare di escogitare un modello culturale, fatto di idealità e di orientamenti pratici, che possa sostenere nelle masse una direzione del cambiamento che sfrutti le opportunità positive dei tempi nuovi. Non sarà facile in Italia, perché, e riprendo la suggestiva espressione di Fulvio De Giorgi, perché decenni di papadipendenza  ci ha costituiti in quella condizione di brutti anatroccoli, dei quali il nostro clero tende a diffidare o addirittura a disperare, prodotta dalla troppo lunga inattività in certi campi che avrebbero dovuto essere nostri propri. In un certo senso si tratterà di vincere una certa atrofia dalla quale siamo stati colpiti durante la fase di forzata inazione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa -Roma,Monte Sacro, Valli
 

mercoledì 20 novembre 2013

Una nuova Età dell'Oro?


Una nuova Età dell'Oro?
 
 Nella riunione di ieri, approssimandosi la data, il prossimo martedì, del rinnovo degli incarichi associativi del gruppo parrocchiale di AC, che prelude alle successive fasi a livello diocesano e nazionale, che si concluderanno con l'assemblea nazionale programmata per Roma dal 30 aprile al 3 maggio 2014, abbiamo fatto alcuni esercizi di laicità, valutando la situazione storica e sociale corrente, in particolare in base a un rapporto sociologico fondato su indagini statistiche dirette a determinare il tasso di altruismo  degli italiani e alla situazione (con le corrispondenti opportunità) creatasi dopo l'ascesa di Jorge Mario Bergoglio al Papato, nello scorso marzo.
  Riprendendo un'idea dell'eclettico sociologo francese Raymond, riferita in un articolo di Filippo Barbera sull'ultimo numero de Il Mulino, rivista bolognese: la sociologia non è fatta per sedurre o esercitare un'influenza, ma per chiarire. Nel rapporto che abbiamo esaminato ieri si conclude, sulla base dell'interpretazione del dato statistico, che in Italia sta riprendendo una propensione all'altruismo. Poiché l'altruismo sociale è terreno favorevole per lo sviluppo della fede, l'Azione Cattolica vede da questo quadro statistico una opportunità. Bisogna considerare però che l'ottimismo, nel rapporto in questione, è fondato in gran parte, per quel che posso capire, su una certa interpretazione del dato statistico e, in particolare, nel voler vedere, come si dice, il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto.
 La presentazione dei dati che abbiamo esaminato ieri in un video manca di raffronti storici, vale a dire con una situazione precedente, che avvalori l'idea di un linea di tendenza verso l'altruismo. Il dato rilevante e sicuro è che oltre l'80%  degli intervistati si dice preoccupato. La maggior parte degli intervistati desidera un miglior benessere della propria famiglia. La percentuale dei propensi all'altruismo è di poco sotto al 40%: possiamo considerarlo un dato positivo, tenendo conto che il oltre il 60% si dichiara non altruista? Molto bassa è la percentuale degli intervistati che si dichiara disposto a collaborare ai soccorsi nel caso di calamità nei posti in cui vive (in una società sviluppata ci si aspetterebbe una adesione quasi totalitaria). La maggior parte degli intervistati si dichiara genericamente disposto a fare qualcosa per gli altri, ma il dato contrasta con la tendenza dimostrata dalle altre indagini sopra ricordate e probabilmente può ricondursi al riconoscimento sociale che il manifestare intenti altruisti accorda.
 All'interpretazione ottimistica del rapporto si può contrapporre un'altra interpretazione secondo la quale gli italiani, molto preoccupati, tendono a chiudersi, a trincerarsi, nelle famiglie, viste come ultima ridotta di un benessere sociale che di cui la società civile è sempre più avara. Corrispondentemente l'impegno civile è assai scarso. E' insomma, quella dell'indagine che abbiamo esaminata, l'immagine di un'umanità che si sta chiudendo.
 Il quadro che esce dal rapporto in esame giustifica l'attenzione che l'associazione, a livello diocesano e nazionale, vuole dedicare al miglioramento delle relazioni umane, come base per ogni successiva attività. Devo dire che, però, sia nella bozza di documento per l'assemblea diocesana romana sia in quella del documento per l'assemblea diocesana nazionale manca quasi del tutto, a parte scarni riferimenti, la valutazione della fase storica che l'Italia sta vivendo. Questo priva di serie basi l'apprezzabile intento di radicarsi nel territorio. Se a questo si aggiungesse un eccessivo affidamento su rapporti sociologici basati su interpretazioni opinabili di dati statistici (sottolineo: l'affidabilità del dato statistico non comporta necessariamente quella delle sue interpretazioni) potrebbe esserne pregiudicata l'efficacia dei programmi che si fanno.
 L'ascesa al Papato di Bergoglio sembra aver aperto una fase nuova nella nostra collettività religiosa  e questo, se si fa affidamento sulla segnalata tendenza all'aumento della propensione altruistica della gente, consiglierebbe di cogliere l'opportunità che questa nuova figura di capo religioso sembra offrire.
 Bisogna però considerare che gli eventi della scorso primavera segnalano in realtà una gravissima crisi dell'istituzione centrale di vertice della nostra collettività religiosa, che però non è isolata da ciò che accade nel rimanente corpo sociale ma è manifestazione di una crisi sottostante assai acuta. Indubbiamente siamo in un tempo di passaggio. Come segnalato nella bozza del documento per la prossima assemblea nazionale siamo in una fase di veloci cambiamenti. In questa fase molto delicata il ruolo di un'associazione laicale di massa come la nostra deve essere, responsabilmente, quello di sostenere la propria parte nel mantenimento dell'unità di azione e pensiero del corpo sociale di riferimento, pur nel pluralismo che è la ricchezza dei tempi contemporanei.
 Uno dei fattori di crisi è stato appunto il ruolo populistico sviluppato dal Papato negli ultimi trent'anni, centrato sulla figura umana dei Papi. Bisogna considerare che questa tendenza è molto recente e risale fondamentalmente alla figura di Angelo Giuseppe Roncalli, al quale fu attribuito popolarmente l'appellativo di Papa buono. I Papi precedenti erano cattivi? No, senz'altro. Ma manifestavano essenzialmente, sulla linea di una lunga tradizione la sacralità del loro potere, ciò che rendeva necessario distanziarsi dalla gente. Il populismo papale, che è una particolare forma di politica religiosa, si è molto sviluppato durante il ministero di quella grande persona carismatica che fu Karol Wojtyla. E' durante il suo regno che si è prodotto, ad esempio, quel caratteristico fenomeno dei papa-boys, del fascino della sua autorevolezza verso i più giovani. Questo tipo di relazione tra la gente e il vertice romano si  è manifestato in genere, a prescindere dal successo dei periodici raduni di massa, piuttosto superficiale (si è osservato che la gente ammirava Wojtyla ma ne seguiva poco gli insegnamenti e l'esempio) e, alla lunga, ha indebolito l'azione del laicato italiano, tentato dalla papadipendenza.
 Nei suoi interventi in questi mesi, Bergoglio ha invitato all'apertura, all'uscire dalle Chiese, non certo a radunarsi intorno  a lui. In qualche modo uscire dalla  crisi comporta anche cercare di sottrarsi ad uno stato di papadipendenza, che significa aspettarsi dal capo supremo della nostra religione, oltre al ruolo e all'autorità suoi propri, che non sono in discussione, anche la funzione di capopopolo politico e sociale e, al limite, di marchio d'impresa.
 Non siamo entrati in una nuova Età dell'Oro, ma in tempi molto problematici che richiedono un particolare nostro impegno nella società.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San  Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

Bozza del documento assembleare per la 15° Assemblea nazione di Azione Cattolica - Roma, 30 aprile-3maggio 2014


PERSONE NUOVE IN CRISTO GESÙ
Corresponsabili della gioia di vivere
BOZZA DOCUMENTO ASSEMBLEARE
XV ASSEMBLEA NAZIONALE DI AZIONE CATTOLICA
ROMA, 30 APRILE - 3 MAGGIO 2014
I. CORRESPONSABILI DELLA GIOIA
Il cristiano deve essere rivoluzionario per la grazia (…). La grazia fa di noi rivoluzionari (…) perché cambia il cuore. Un cuore che ama, un cuore che soffre, un cuore che gioisce con gli altri, un cuore colmo di tenerezza per chi, portando impresse le ferite della vita, si sente alla periferia della società
(Papa Francesco, Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, 17 giugno 2013)
Siamo laici associati, corresponsabili della missione evangelizzatrice della Chiesa, e ci lasciamo interrogare, dunque, dal nostro tempo. Ci sentiamo interpellati dalla vita delle persone, a cui vogliamo innanzitutto offrire la testimonianza della speranza e della gioia che nascono dall’incontro con Cristo, della bellezza di costruire legami autentici, dell’importanza di sentirci responsabili della crescita umana, spirituale, culturale e di fede di ciascuno, a servizio della Chiesa locale e nella consapevolezza di essere parte della Chiesa universale. In questo tempo, in cui siamo chiamati a pensare il cammino del nuovo triennio associativo, desideriamo fare alcuni esercizi.
Il primo ci interroga sul modo in cui possiamo aiutare sempre più gli adulti, i giovani e i ragazzi a vivere la bellezza di una fede che dà forma alla vita, che chiama ciascuno alla santità, che nutre il terreno delle relazioni buone tra le persone, che arricchisce il dialogo tra le culture e le tradizioni, che porta speranza nella costruzione della città e nell’impegno per la giustizia e lo sviluppo umano. In questo, Papa Francesco, con il suo linguaggio fatto di parole semplici e con la tenerezza dei gesti, ci mostra ogni giorno cosa significhi raccontare le meraviglie che il Signore compie nelle nostre storie. Il suo modo di dire e di fare colpisce perché è diretto e parla con immediatezza alle nostre vite, facendoci cogliere l'essenziale, ciò che conta di più: l'amore e la fedeltà a Gesù Cristo.
Il secondo esercizio ci impone di guardare con riconoscenza e gratitudine al percorso che abbiamo compiuto in questi anni: un percorso ricco di incontri e di esperienze, in cui abbiamo davvero potuto intessere legami di vita buona. Viviamo un tempo favorevole, da coltivare e da raccontare, perché abbiamo una grande storia e un ricchissimo presente, un patrimonio da narrare e trasmettere a tutti con entusiasmo e passione, dai più piccoli ai più grandi, dagli associati ai simpatizzanti, fino a chi non ha una particolare appartenenza ecclesiale: è un esercizio, che ci aiuta a perseverare nell'essere collaboratori della gioia.
Questi legami di vita buona li ritroviamo ogni giorno nell’esercizio della democraticità, nell’importanza di relazioni autentiche, nella rilevanza del rapporto tra educatore e gruppo, che non è connotato dal possesso ma dal desiderio di condividere la vita e dalla bellezza della collaborazione tra sacerdoti e laici. È nella quotidianità e nell’intensità della vita bella associativa che facciamo esperienza di legami significativi, aperti all’accoglienza e alla condivisione.
In questo triennio, in cui celebriamo i cinquant’anni dall'apertura del Concilio Vaticano II, abbiamo fatto esperienza di ciò che vuol dire essere e vivere "la Chiesa bella del Concilio", riportando in primo piano proprio una delle sue grandi eredità: la nostra associazione, forma di testimonianza comunitaria che oggi, come cinquant’anni fa, è ancora più importante di una forma di testimonianza personale.
Ecco allora che, nel percorso che ci apprestiamo a compiere, vogliamo provare, attraverso questi due esercizi, a recuperare con questo stile semplice e immediato il nostro patrimonio associativo e quindi la nostra storia, per riuscire a fare il bene della Chiesa e della comunità civile, di cui siamo e ci sentiamo corresponsabili “facendo bene l’Azione Cattolica”.
Per parlare alla vita
La memoria del 50° anniversario dall’apertura del Concilio, vera bussola del Terzo millennio per la vita della Chiesa nella storia, è stata finora non solo occasione di celebrazioni significative, ma soprattutto indicazione di cammino per il futuro e sollecitazione ad attualizzare quanto ancora semplicemente nei documenti conciliari è stato enunciato e non è ancora stato fatto proprio dalla Chiesa di oggi. In particolare, sentiamo rivolti a noi laici due insegnamenti conciliari: la comprensione della Chiesa come popolo di Dio in cammino nella storia di tutti fino alle estreme periferie e la comprensione della nostra quotidianità come luogo della chiamata alla santità, senza contrapposizione di principio tra secolarità e santità, vita e fede. La nostra indole secolare, riconosciuta e indicata dai testi conciliari come carattere tipico del laico, chiede di essere ancora più approfondita e valorizzata nel cammino di fede, secondo la logica dell’incarnazione. Proprio in questa logica conciliare siamo invitati a comprometterci nelle questioni del nostro tempo, soprattutto ad accogliere e abitare la complessità di questa epoca segnata da nuovi processi demografici, socio-economici, politici, culturali e religiosi. Questi ed altri stanno causando grandi trasformazioni che coinvolgono la configurazione del territorio, i tempi di vita, la struttura della società, il rapporto fra le generazioni, la cultura, la vita religiosa e la partecipazione alla vita della Chiesa.
I grandi mutamenti influiscono in ogni ambito della vita familiare e sociale e sono, insieme, causa di novità positive ma anche di paure diffuse. Tra le trasformazioni in atto, vi è la crisi socio-economica che investe con drammaticità le famiglie, causa nuove forme di impoverimento, incide pesantemente sulle prospettive di futuro delle giovani generazioni.
Da laici di AC, desideriamo vivere in modo corresponsabile questo tempo e farcene carico mettendo a servizio di tutti una risorsa tipica dell’associazione, coltivare cioè legami buoni e uno stile di prossimità, sentendoci, come affermava Bachelet, “amici di tutti”. Desideriamo, infatti, abitare anche i cambiamenti più difficili come opportunità, come aspetti peculiari del nostro tempo, che grazie alla fede cogliamo come “tempo favorevole”, in cui siamo chiamati ancor di più a vivere e testimoniare con gioia la bellezza dell’essere radicati in Cristo, facendoci compagni di strada delle persone che abitano i quartieri, le parrocchie, i paesi, le città, le diocesi in cui vivono le nostre associazioni.
È un cammino da compiere con l’atteggiamento di misericordia, essenzialità e semplicità a cui Papa Francesco ci ha richiamato con tanta forza sin dai primissimi giorni del suo pontificato. Crediamo che in questo stile di comunione, vicino al cuore della gente, si renda visibile la “Chiesa bella del Concilio”, che chiama tutti i credenti in Cristo all’assunzione e alla condivisione di responsabilità. Per questo, proprio a partire dal Concilio, l’Azione Cattolica Italiana desidera approfondire il senso della chiamata e tradurre negli ambiti del quotidiano il suo essere fedele al progetto d’amore del Padre.
A partire da ciò, il nostro desiderio di parlare della vita e alla vita si indirizza ai luoghi in cui si sperimentano e vivono per eccellenza quei legami che sempre connotano la persona in relazione: la famiglia, la parrocchia, la città. Tutti abitano questi luoghi, che, pur nella loro diversità, rappresentano sempre il contesto dove le relazioni nascono, accadono, vivono, fruttificano, si logorano. Famiglia, parrocchia e città sono infatti espressioni della forma comunitaria che appartiene al nostro essere uomini e pertanto rappresentano tre ambiti fondamentali del vivere che, come credenti cristiani, ci interpellano con forza. Si tratta di “luoghi” che vanno custoditi e abitati con convinzione e passione, operando in essi con spirito creativo per trasfigurarli profeticamente. Sono luoghi non certo esaustivi, ma fortemente indicativi dell’intero mondo delle relazioni, che proprio per questo vanno visti non separatamente ma nel loro reciproco intreccio. Ne riportiamo alcune caratteristiche emblematiche, senza volerne esaurire la ricca varietà di modelli e situazioni, come “paradigmi” dei nostri ambiti di relazione.
Famiglia
Educare in famiglia è oggi un’arte davvero difficile. Molti genitori soffrono, infatti, un senso di solitudine, di inadeguatezza e, addirittura, d’impotenza. Si tratta di un isolamento anzitutto sociale, perché la società privilegia gli individui e non considera la famiglia come sua cellula fondamentale. (Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti Pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 36)
L’Azione Cattolica è consapevole delle grandi sfide che oggi interpellano la famiglia, non preservata da problemi e sofferenze e, insieme, ancora fonte di valori e di senso. La famiglia, che ha origine dalla relazione stabile tra un uomo e una donna sposati e aperti alla vita, ed è fondata sul sacramento del matrimonio, oggi è chiamata a fare i conti con un contesto sociale complesso e contraddittorio, in cui si affermano, tra l’altro, diverse forme di convivenza, scelte o subite. Ma proprio qui e ora l’AC vuole testimoniare la bellezza dell’essere famiglia, e famiglia cristiana cementata da un’autentica relazione con il Signore, e vuole impegnarsi a renderla protagonista del rinnovamento delle comunità ecclesiali e civili.
La centralità della famiglia, nel contesto di oggi, è importante, alla luce della consapevolezza che i legami buoni che in essa maturano non costituiscono un affare privato né si limitano a gestire la dinamica degli affetti, ma rappresentano un punto di forza della società. Emerge qui anche una serie di questioni di tipo antropologico: oggi sono in gioco la differenza fondamentale uomo-donna, il ruolo che tale differenza riveste nell’esperienza dell’amore umano, il diritto dei figli a essere accolti ed educati con amore da un padre e da una madre tra loro in relazione. Oggi più che mai occorre riscoprire il valore di relazioni stabili, in controtendenza rispetto a una visione “liquida” dei rapporti che conduce fatalmente a un io sempre più isolato. È questo un terreno delicatissimo dove essere presenti con discrezione e insieme con il desiderio di offrire testimonianza di relazioni buone e vitali in un contesto culturale che si presenta con molte domande e sfide.
Abitare la famiglia significa aiutarla a ricercare tempi e spazi nuovi per riscoprire la bellezza del dialogo tra le generazioni, l’intensità delle relazioni e la gratuità della condivisione della quotidianità. In tal senso, occorre sperimentare modalità pastorali nuove per coinvolgere attivamente la famiglia nella vita associativa e nei percorsi formativi.
È bello, in Associazione, sviluppare la capacità di costruire una rete tra famiglie, per offrire una testimonianza esemplare a livello ecclesiale e civile; riscoprire il protagonismo educativo della famiglia nei cammini formativi dell’ACR e nell’accompagnamento dei ragazzi nella vita di fede; mostrare che l’appartenenza associativa si traduce in un modello di famiglia capace di ospitalità e convivialità; accompagnare le diverse vocazioni che si generano; educare al perdono, alla gratuità, alla cura, alla custodia, alla misericordia, per creare comunità che sappiano far innamorare della vita e in cui ciascuno si senta amato e impari ad amare, con uno stile solidale.
Vogliamo raccontare la passione dell’AC per la famiglia e far capire quanto la proposta associativa tocchi l’umano, puntando non su iniziative estemporanee, ma su un impegno vissuto nella concretezza e nella continuità del quotidiano.
Abbiamo a cuore la solitudine delle famiglie che vivono situazioni di difficoltà economiche, morali, educative e siamo consapevoli che occorre innanzitutto conoscere le fragilità presenti sul territorio, per saperle significativamente presidiare, anche intensificando la rete di collaborazione con gli altri attori sociali e con le realtà istituzionali locali, affinché il sostegno, la promozione e la valorizzazione della famiglia rappresentino un volano del rinnovamento della società e della Chiesa stessa.
Come Azione Cattolica, dobbiamo allora interrogarci su quali siano le modalità di relazione che i nostri gruppi associativi di soci e di realtà associative familiari possono ulteriormente stabilire e giocare nel contesto di oggi, anche alla luce dell’impegno costante dell’Associazione per la famiglia e delle riflessioni svolte a proposito, anche in occasione dei sedici convegni regionali in preparazione alla 47a Settimana sociale dei cattolici italiani.
Parrocchia
La parrocchia – Chiesa che vive tra le case degli uomini – continua a essere il luogo fondamentale per la comunicazione del Vangelo e la formazione della coscienza credente; rappresenta nel territorio il riferimento immediato per l’educazione e la vita cristiana a un livello accessibile a tutti; favorisce lo scambio e il confronto tra le diverse generazioni; dialoga con le istituzioni locali e costruisce alleanze educative per servire l’uomo. (Educare alla vita buona del Vangelo, 41)
L’AC vuole impegnarsi a fare delle parrocchie in cui opera luoghi dove le persone si sentano a casa propria e mostrino così la bellezza di vivere in una “famiglia” di ampio respiro.
La parrocchia è “Chiesa che vive tra le case degli uomini”, casa tra le case, in comunicazione con la realtà territoriale, “è comunità di fedeli a cui appartengono i battezzati della Chiesa cattolica che dimorano in un determinato territorio (…) in essa si vivono rapporti di prossimità con vincoli di prossimità e di amore e si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucarestia, ma ci si fa carico degli abitanti di tutto il territorio” (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 3). È dunque sempre più urgente pensare una sua nuova configurazione che traduca in realtà operative le molteplici istanze esistenti e renda patrimonio sperimentabile le felici intuizioni e indicazioni pastorali del Magistero, per creare comunità dotate di forza missionaria, capaci di rispondere alle sfide odierne e di suscitare vocazioni mature.
Nella parrocchia, l’Azione Cattolica vuole offrire il proprio contributo intensificando la formazione degli aderenti e dei responsabili, perché favoriscano una maturità testimoniale della comunità credente. C’è necessità di rivisitare l’esperienza della fede alla luce dei mutamenti sociali e dei nuovi modelli antropologici, non solo per recuperare una maggiore efficacia comunicativa rispetto alla proposta cristiana, ma specialmente per essere autentico segno sacramentale di Cristo negli ambiti della vita.
Realizzare una comunità in cui si sperimenta la meraviglia di incontrare Gesù e ciascuno possa sentirsi a casa sua, riconosciuto nella sua diversità e valorizzato nelle sue competenze e potenzialità, significa incrociare con slancio missionario “piazze e campanili”.
Prendersi cura delle questioni concrete e dei “ritmi” della vita delle persone, che abitano la porzione di territorio affidata alle nostre parrocchie, richiede la sapienza di costruire ponti con i contesti “altri” e tessere legami di amicizia con chi è lontano. Occorre un esercizio di adeguamento flessibile della struttura associativa ai bisogni, alle risorse, ai tempi di vita delle persone, che testimoni realmente il nostro spirito di accoglienza e di solidarietà. “Distendere” tempi e spazi dell’esperienza associativa ci aiuta anche a gustarne tutta la bellezza, senza cadere nelle ristrettezze dell’efficientismo. Talvolta l’impegno generoso non si coniuga con analogo slancio nelle frontiere ordinarie della vita professionale, del dibattito culturale, della promozione del bene comune e della responsabilità civile. Per scongiurare il rischio dell’autoreferenzialità, dobbiamo rimodulare un apostolato per l’oggi capace di raggiungere, come dice Papa Francesco, le periferie esistenziali. C’è bisogno, ci suggeriscono i Vescovi, di una conversione pastorale delle nostre comunità parrocchiali perché siano strumenti di trasfigurazione sociale nella radicalità evangelica.
Città
La società nella sua globalità, infatti, costituisce un ambiente vitale dal forte impatto educativo; essa veicola una serie di riferimenti fondamentali che condizionano in bene o in male la formazione dell’identità, incidendo profondamente sulla mentalità e sulle scelte di ciascuno. (Educare alla vita buona del Vangelo, 50)
L’AC vuole impegnarsi con slancio e generosità nelle città contribuendo a promuovere il bene comune, ricostruendo il tessuto della convivenza civile e rendendolo spazio di vita “amabile” per qualsiasi cittadino.
L’apertura al territorio è segno tangibile di un’Associazione che vuole essere popolare e rendersi visibile nelle pieghe della storia per divenire “Chiesa in situazione”. Abitare la città significa innanzitutto partecipare attivamente e responsabilmente alle dinamiche della vita civile, impegnandosi a fare dello spazio della convivenza un bene comune. Nella frammentarietà dei tempi e degli spazi, in dimensioni in cui abitare la città diventa sempre più difficile, tra equilibri legati a tempi di vita in continuo mutamento, la “piazza” va assunta nuovamente come luogo di “narrazione” comunitaria, di cultura dell’incontro, di “convivialità delle differenze”, per usare l’espressione di don Tonino Bello.
Occorre sviluppare, in sinergia con gli altri attori sociali del territorio, dialogo e cooperazione con le istituzioni pubbliche per promuovere la riqualificazione degli spazi della vita pubblica e “organizzare” una solidarietà capace di incontrare le nuove povertà, di costruire reticoli di integrazione culturale, di trasformare le criticità in occasioni di promozione dell’uomo, ristabilendo il principio della partecipazione di tutti alla costruzione di una città aperta, dialogante ed educante.
Abitare la città vuol dire necessariamente essere dentro le sue trasformazioni, che rivestono un carattere di assoluta varietà e poliedricità. Pensiamo, per fare solo due esempi, alle trasformazioni del mondo del lavoro (e alla drammaticità della crescente disoccupazione) e del mondo della comunicazione (sempre più orientato verso il modello dei social media e sempre più centrale nelle dinamiche della partecipazione e della formazione dell’opinione pubblica).
- Come nei nostri gruppi condividiamo, valorizziamo e sosteniamo i legami di vita buona che instauriamo ogni giorno in ogni ambito negli ambiti della nostra vita?
- Conosciamo le famiglie che vivono sul territorio della nostra parrocchia? Siamo consapevoli di eventuali difficoltà? Come e quanto ci toccano?
- Siamo attenti alle situazioni più delicate e alle nuove realtà (famiglie di fatto, famiglie allargate, ecc.)?
- Nell’esperienza associativa, la famiglia è soggetto attivo o solo oggetto passivo di intervento pastorale?
- I nostri gruppi aiutano la parrocchia ad intuire i problemi del territorio, a favorire interventi concreti che possano valorizzarlo e a essere luogo di narrazione comunitaria e di incontro?
- Sappiamo essere una comunità inclusiva, aperta alla comunione ecclesiale ed intraecclesiale?
- I nostri gruppi conoscono il territorio della parrocchia? Sono capaci di fare rete con gli altri attori sociali del territorio, di sviluppare dialogo e cooperazione con le istituzioni pubbliche per promuovere la riqualificazione degli spazi della vita pubblica?
- Sappiamo riconoscere e incontrare le nuove povertà, favorire occasioni di promozione dell’uomo?
- Come parla alla nostra vita la vita della città? Quali provocazioni ci offre? Quali le urgenze che pone alla nostra attenzione e al nostro impegno?
II. LE RADICI E LE METE
Interiorità e spiritualità
L’uomo è come un viandante che, attraversando i deserti della vita, ha sete di un’acqua viva, zampillante e fresca, capace di dissetare in profondità il suo desiderio profondo di luce, di amore, di bellezza e di pace. Tutti sentiamo questo desiderio! E Gesù ci dona quest’acqua viva: essa è lo Spirito Santo, che procede dal Padre e che Gesù riversa nei nostri cuori. (Papa Francesco, Udienza generale, 8 maggio 2013)
La cura dell’interiorità è essenziale in ogni stagione della vita. Alimentare la nostra vita spirituale, per riuscire a coniugare tutte le dimensioni della persona, spalanca il nostro sguardo attento e amorevole sul mondo. Saper guardare dentro di noi è indispensabile per rispondere alle domande più profonde, ci spinge alla ricerca, illumina la lettura e la comprensione di ciò che accade intorno a noi, aiuta a compiere scelte coraggiose nella vita di ogni giorno, a rispondere pienamente e con gioia alla nostra vocazione.
La partecipazione all’Eucarestia, l’ascolto della Parola accolta e meditata, la preghiera, l’esperienza del silenzio e della contemplazione, prendono forma in ciascuno attraverso gesti di amore, sobrietà e gioia riconoscibili da quanti ci vivono accanto.
Nella vita, c’è bisogno di persone che testimonino la bellezza di un rapporto intimo con il Signore, che narrino la pienezza della vita quotidiana vissuta alla sua presenza. In Associazione, è necessario quindi continuare a promuovere la ricerca di un accompagnamento spirituale e favorire la partecipazione all’Eucaristia quotidiana, agli esercizi spirituali e a altre esperienze di preghiera.
Occorre che tutta l’Associazione rafforzi l’impegno, soprattutto in questo tempo così complesso, affinché il cammino spirituale sia coltivato a partire dai più piccoli, educandoli a stupirsi, a scoprire e a vivere, a loro misura, l’incontro con il Signore della vita e maturare scelte autentiche di sequela.
I giovani e gli adulti, attraverso l’esperienza del discernimento personale e comunitario e mediante una regola di vita spirituale, sono chiamati a vivere e a riscoprire ogni giorno la bellezza e la novità dell’incontro con il Signore.
In particolare, gli educatori e i responsabili, ai quali, insieme agli assistenti, è affidato l’accompagnamento spirituale e umano dei soci, sono chiamati ad una lettura sapienziale e profetica della loro vita e della loro storia, alla luce della responsabilità educativa e associativa, che implica una coerenza di vita e un costante confronto con la Parola.
- Come accompagnare sempre più i bambini e i ragazzi a scoprire che la fede è un dono da accogliere, scegliere e vivere ogni giorno? Come far nascere in loro la gioia dell’incontro con il Signore?
- Come favorire la scoperta della vita interiore e sostenere il cammino spirituale dei più giovani in questo tempo?
- Come aiutare gli adulti a riavvicinarsi a esperienze forti, come ad esempio gli esercizi spirituali?
- Quali modalità adottare su questo piano per valorizzare i luoghi e gli strumenti tipici dell’Associazione?
- Come rafforzare l’esperienza dell’accompagnamento spirituale?
- Come gli assistenti diocesani e parrocchiali sostengono il percorso di discernimento personale e comunitario delle nostre realtà associative?
Il locale e l’universale
Il Magistero del Concilio Vaticano II ci insegna che “in virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell'unità”. Il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale esprime il mistero della Chiesa in una tensione spirituale ed ecclesiale che le pone in una relazione vitale e che consente al credente di vivere in pienezza le due dimensioni. Infatti, nella Chiesa particolare, in ciascuna Chiesa locale, là dove si incarna e si incultura il Vangelo, vive tutta la Chiesa universale; nella Chiesa universale Pietro presiede alla comunione nella carità con tutte le Chiese particolari e “insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudichi l'unità, ma piuttosto la serva” (LG, 13).
L’AC partecipa a questo mistero, vive questa tensione, ponendosi a servizio della Chiesa locale, riunita intorno al proprio vescovo, successore degli apostoli. Il luogo privilegiato della vita associativa è il livello diocesano e la sua articolazione in parrocchie: tutti gli altri livelli della vita associativa sono a servizio del livello diocesano. Questa è una scelta non dettata da ragioni organizzative, bensì è segno della partecipazione dell’AC alla vita della Chiesa locale e della Chiesa universale.
Come Associazione, vogliamo crescere nella consapevolezza che viviamo la Chiesa universale nella Chiesa locale e la Chiesa locale nella Chiesa universale. Questa prospettiva costituisce una dimensione fondamentale della proposta formativa ordinaria: da un lato, ci consente di cogliere la Chiesa come comunione missionaria, in cui, come battezzati e come associazione, siamo chiamati a testimoniare la fraternità universale e ad annunciare la salvezza in Cristo Gesù, aperti al dialogo ecumenico, interreligioso; dall’altro lato, ci rende cittadini del mondo, profondamente radicati nel nostro territorio, capaci di cogliere limiti e sfide della globalizzazione, in cammino con i più poveri.
L’Azione Cattolica Italiana è chiamata, nel percorso assembleare, a compiere un ulteriore passo avanti sulla via della cattolicità: “tutti gli uomini sono chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale” (LG, 13).
Ci è chiesto un impegno ecclesiale, culturale e politico nel senso più ampio della laicità e della corresponsabilità. Il mondo non è altrove e neanche alcune drammatiche vicende che ci sembrano lontane in realtà lo sono. Anche i flussi migratori e il conseguente rimescolamento delle società sono una realtà di fatto che ci interpella in modo vitale per far nascere dalle differenze legami di vita buona. Il nostro essere Chiesa “cattolica” si esplicita anche in questa prospettiva.
·         Come si concretizza oggi il nostro essere membra vive della Chiesa locale e della Chiesa universale?
·         Il nostro impegno educativo è al servizio di una formazione cattolica, universale?
·         Se ci sentiamo cittadini del mondo globale, quali sono le conseguenze nella realtà quotidiana?
Evangelizzazione e Iniziazione cristiana
Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede? Quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala. Pensate ad una stanza chiusa per un anno; quando tu vai, c’è odore di umidità, ci sono tante cose che non vanno. Una Chiesa chiusa è la stessa cosa: è una Chiesa ammalata. La Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire. Gesù ci dice: “Andate per tutto il mondo! Andate! Predicate! Date testimonianza del Vangelo!” (Papa Francesco, Veglia di Pentecoste, Incontro con i Movimenti e le Associazioni, 18 maggio 2013)
L’Associazione sceglie oggi di andare incontro e di accogliere tutti i ragazzi, i giovani e gli adulti che desiderano conoscere Gesù Cristo e sperimentare la bellezza di amarlo e annunciarlo, accompagnandoli nel cammino di scoperta e riscoperta della propria fede.
Evangelizzazione è, infatti, farci nuovi con Cristo nella consapevolezza che seguire il Signore Gesù e imparare a compiere scelte significative costituisce il senso stesso del nostro essere laici impegnati a vivere la fede e amare la vita.
L’Associazione, dunque, si impegna a camminare insieme a tutta la Chiesa, facendo proprie le sollecitudini che questo tempo suscita, mettendosi a servizio delle comunità parrocchiali, offrendo la propria esperienza.
Accogliere, uscire e accompagnare diventano la declinazione naturale del nostro essere evangelizzatori.
Accogliere, perché Dio stesso è apertura e accoglienza, che non è solo quella di chi è diverso o lontano da noi, ma anche di chi ci è accanto, di chi è più simile a noi, con il quale sempre più spesso abbiamo difficoltà a convivere.
Uscire fuori da se stessi per andare alle periferie dell’esistenza, fuori dalle proprie logiche, dalle solite idee, dalle comode parole (anche nell’ambito della comunicazione e delle diverse modalità con cui si esplica), per andare incontro all’altro senza schemi, senza preconcetti, per amarlo per quello che è, come irripetibile dono di Dio alla nostra vita.
Accompagnare, perché rimanda alla dimensione della gratuità: chi sceglie, infatti, di accompagnare qualcuno lo fa perché vuole il suo bene, per assicurarsi che compia un percorso, per aiutarlo a raggiungere una meta o raggiungerla insieme.
In particolare, l’Azione Cattolica sente forte il desiderio di continuare a dare il suo contributo alla riflessione sull’Iniziazione cristiana, che deve essere sempre più un cammino di cui si prende cura tutta l’Associazione diocesana e parrocchiale, un cammino che avviene nella comunità e con la comunità, insieme alla famiglia, prima responsabile dell’annuncio di Gesù ai bambini e ai ragazzi.
Diventa, così, importante prendere consapevolezza che i nostri cammini formativi e la proposta che l’AC fa ai suoi aderenti sono un percorso autentico di Iniziazione cristiana, che media i catechismi della CEI, offrendo così un cammino possibile per diventare cristiani.
La grande opportunità che la nostra Associazione rappresenta, infatti, risiede proprio negli itinerari formativi, frutto non solo di un attento studio, di una profetica progettualità, di una sapiente mediazione della Parola e del Magistero, ma anche di tanta esperienza provata sul campo, che spinge sempre a rinnovarli a partire dalla prassi, cioè dalla vita di tanti ragazzi e educatori che sperimentano vie antiche e nuove di annuncio del Vangelo.
La ricchezza che questi itinerari possiedono deve essere sempre più valorizzata nella vita associativa ordinaria, avendo come centro l’Annuncio che è proprio del nostro essere Chiesa, ricordandoci che rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo è l’impegno fondante la Chiesa, ricevuto come mandato da Gesù Cristo.
Infine, in collaborazione con l’Ufficio Catechistico Nazionale, l’Associazione desidera continuare a dedicare un’attenzione particolare alla proposta formativa, organica e strutturata, per i bambini dai 0 ai 6 anni presenti nelle nostre comunità cristiane e considerati anche loro come soggetti protagonisti della vita della Chiesa. Siamo promotori di un cammino che tiene conto delle loro potenzialità, che mette a frutto le loro qualità, i loro doni, aiutandoli a fare sentire la propria voce, capace di annunciare a loro misura il Vangelo e di raccontare la bellezza dell’incontro con Gesù, vero amico.
- L’Associazione è consapevole che il percorso formativo, in particolare dei bambini e dei ragazzi, è un autentico cammino di Iniziazione Cristiana? Come viene vissuto nelle nostre comunità?
- Qual è il rapporto che lega l’Azione Cattolica all’Ufficio Catechistico all’interno della vita della Chiesa locale?
- Le nostre proposte formative sono accoglienti? Le persone che oggi vorrebbero ricominciare a credere possono trovare spazio nei nostri gruppi o nelle nostre parrocchie?
- Le nostre Chiese locali e le nostre Associazioni sono in grado di leggere i nuovi scenari del tempo presente per tradurre la speranza del Vangelo in esperienze concrete?
- Quali attenzioni dedicano le nostre associazioni ai preadolescenti e agli adolescenti? Come vengono accompagnati nel loro percorso di crescita personale e di fede?
- I nostri cammini formativi sono un’autentica proposta di evangelizzazione per ragazzi, giovani e adulti? Quali sono gli aspetti da migliorare?
III. LE SCELTE E I PERCORSI
Adesione e vita associativa
Se vivete l’appartenenza all’Azione Cattolica con forza, dovete vivere in questa tensione, una tensione tra l’interiorità dell’incontro con Gesù che spinge verso l’esterno e mette tutto in questione, tra un andare e un tornare continuo (Cardinal Bergoglio all’AC Argentina, 2011)
Il percorso assembleare rappresenta un’occasione propizia per rilanciare l’importanza e il significato dell’essere corresponsabili dell’Associazione. L’esperienza in Azione Cattolica è per tanti un elemento fondamentale del proprio cammino di fede e della propria formazione religiosa ed umana, un dono da condividere e da offrire alle persone che incrociano il nostro cammino. L’adesione all’AC è anche la possibilità di custodire e garantire per il futuro una presenza ecclesiale significativa. Per questo, ogni aderente e ogni responsabile è chiamato costantemente a curare con passione la proposta associativa, che va presentata come scelta bella e significativa per la vita delle persone. L’adesione o il suo rinnovo sono affidati alla cura di ogni responsabile e in particolare del presidente e del consiglio parrocchiale. Ogni associazione è chiamata a fare una lettura ragionata dei dati dell’adesione per comprenderne le dinamiche e le motivazioni, soprattutto nei momenti di passaggio tra le articolazioni e i settori. Una proposta associativa seria e bella non può che prendere le mosse, da una parte, dalla costruzione di legami personali da promuovere e custodire, dall’altra, dalla cura di una vita associativa ricca, significativa, capace di essere segno di speranza per la comunità cristiana e il territorio in cui l’Associazione vive. Una proposta associativa seria e bella è sempre aperta alla novità della vita, capace di interpellare persone nuove, di provocare le loro scelte, di favorire una piena partecipazione alla vita della comunità civile e della comunità ecclesiale, tale da mostrare quel senso vivo della passione per gli altri che proviene dall’incontro con il Signore Gesù.
L’AC, se da un lato sceglie di radicarsi in un territorio, dall’altro fa proprio il respiro universale della Chiesa. Il Forum Internazionale di AC è un organismo che collega le tante associazioni di Azione Cattolica del mondo ed è uno strumento prezioso per crescere nella dimensione della cattolicità. Conoscere e partecipare alle iniziative del FIAC, promuovere gemellaggi e varie forme di collegamento internazionale, arricchisce e rafforza la vita associativa ordinaria e inserisce l’AC nella dimensione missionaria della Chiesa locale. Questo è uno spazio indispensabile per esprimere concretamente la corresponsabilità anche nella Chiesa universale.
L’Azione Cattolica Italiana è uno dei membri fondatori e sostenitori del FIAC, che ospita nella sua sede nazionale, partecipando attivamente alla sua vita. Ci auguriamo che tutte le associazioni diocesane possano assumere sempre più questo impegno, promuovendo scambi, curando la promozione dell’AC in paesi dove ancora non c’è, rendendosi disponibili all’accoglienza di responsabili di altri paesi, con un coinvolgimento soprattutto dei giovani. Una via privilegiata di scambio possono essere i sacerdoti Fidei donum e i laici in servizio di missione in Chiese locali di altri paesi o da Chiese locali di altri paesi nelle nostre diocesi.
Tutti insieme abbiamo a cuore la Terra Santa, là dove sono le radici della nostra fede, che si è diffusa da Gerusalemme fino ai confini del mondo.
- Quali occasioni ci diamo per confrontarci e ridirci il senso e le modalità del promuovere l’adesione dove l’Associazione esiste già e dove potrebbe nascere?
- In che modo possiamo stabilire legami più costanti e strutturati con le numerose persone che vivono l’esperienza associativa senza però aderire, come, ad esempio, i “simpatizzanti” che partecipano ad alcune iniziative? Come coinvolgerli maggiormente nei nostri percorsi per aiutarli a vivere il senso dell’appartenenza associativa?
- Come il gruppo, mediante la propria esperienza di vita bella associativa, riesce a motivare la scelta dell’adesione?
- Quanto una più viva capacità progettuale, spesa anche a partire da concrete situazioni del territorio, può favorire contemporaneamente una più forte capacità di testimonianza e una migliore conoscenza della bellezza della proposta associativa?
- Consapevoli che, a volte, l’aspetto economico, quello organizzativo e il modo in cui si struttura la vita associativa possono essere d’ostacolo all’adesione, quali scelte possiamo adottare per aiutare le persone a maturare il senso di una forte e fedele appartenenza all’AC?
- Conosciamo il FIAC? In che misura sosteniamo e partecipiamo alle iniziative del FIAC?
- Quali proposte ed esperienze missionarie o internazionali sono presenti o possibili nelle nostre comunità parrocchiali e diocesane?
Cura degli educatori e dei responsabili
Illuminati dalla fede nel nostro Maestro e incoraggiati dal suo esempio, noi abbiamo invece buone ragioni per ritenere di essere alle soglie di un tempo opportuno per nuovi inizi. Occorre, però, ravvivare il coraggio, anzi la passione per l’educare. È necessario formare gli educatori, motivandoli a livello personale e sociale, e riscoprire il significato e le condizioni dell’impegno educativo. (Educare alla vita buona del Vangelo, 30)
L’Azione Cattolica da sempre dedica una parte essenziale della proposta formativa alla cura degli educatori e dei responsabili, che rappresentano il patrimonio più bello che l’Associazione offre alla comunità ecclesiale e civile oggi.
È importante che l’Associazione nella sua interezza, mediante tutti i suoi organismi, a livello parrocchiale e diocesano, e specifici momenti di discernimento comunitario, sia coinvolta nell’individuazione e nella scelta dei nuovi educatori e responsabili.
Questi vanno accompagnati, accolti e rassicurati nei momenti di difficoltà personale e comunitaria, in modo tale che possano assaporare la profondità della scelta del servizio non come un impegno tra i tanti, ma come un’esperienza che coinvolge in maniera forte la propria vita, a servizio della crescita dei fratelli. È importante pensare un accompagnamento degli educatori a livello personale, in cui ciascuno si senta sostenuto nel cammino e venga aiutato a cogliere la bellezza del donare il proprio tempo per la cura delle persone a lui affidate. Spesso si ha la tendenza a svolgere questo servizio in modo parziale e con poca consapevolezza, anziché considerarlo una risposta a una specifica vocazione laicale da vivere con gratuità e con stile sobrio e attento.
Il responsabile/educatore, anche quando gli è affidato un piccolo gruppo, ha a cuore il bene di tutta l’Associazione e durante il suo mandato si prende cura di tutta la vita associativa, garantendone la qualità. La buona vita associativa, infatti, costituisce di per sé la prima condizione e la forma di un buon servizio educativo. Educare non è opera dei singoli, ma è invece essenzialmente l’azione dell’intera comunità, a partire dal pieno coinvolgimento delle famiglie che ne sono parte.
- Il Consiglio parrocchiale e il Consiglio diocesano accompagnano e sostengono gli educatori e i responsabili nel loro servizio?
- Il discernimento comunitario è per noi strumento d’individuazione dei nuovi responsabili ed educatori?
- In che modo l’Associazione promuove, stimola e accompagna le vocazioni al servizio educativo?
- Gli educatori dell’Azione Cattolica svolgono con consapevolezza un servizio responsabile?
La realtà ecclesiale che cambia
Il restare, il rimanere fedeli implica un'uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da sé stessi. Paradossalmente proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita (Intervista al Card. Bergoglio, 2007)
In conseguenza di tutte le trasformazioni del nostro tempo, anche la comunità ecclesiale è in una fase di profondo mutamento, che non deve scoraggiare, ma che va anzi interpretata come una grande opportunità per la Chiesa di accogliere le sfide del mondo e di parlare ancora al cuore degli uomini. I ritmi del cambiamento sono molto veloci e attraversano significativamente ogni comunità, ogni cultura e le relazioni tra le persone. Molteplici possono essere gli esempi in tale direzione.
Vogliamo impegnarci perché la fede e le appartenenze non siano motivi di rottura, ma di speranza, e ricchezze da condividere. In particolare, la presenza dei migranti nei nostri territori ci sollecita a una più profonda conoscenza reciproca, a un atteggiamento di prossimità, favorendo con quelli di fede cattolica il coinvolgimento nella vita della comunità ecclesiale e dell’Associazione.
Un altro cambiamento di portata significativa riguarda la riconfigurazione degli assetti territoriali, organizzativi e pastorali delle diocesi. In questo cammino ecclesiale, l’Azione Cattolica deve sapersi inserire positivamente, con un dono di vitalità e un contributo di lettura sapienziale della storia. Siamo chiamati a custodire ciò che ci rende Associazione e a impegnarci per essere sempre più soggetti attivi e protagonisti nel cambiamento della vita delle comunità, operando sempre in maniera sinergica e organica.
Non va dimenticato, poi, che il cambiamento investe anche i presbiteri. Camminare insieme tra laici e sacerdoti è la cifra di una pastorale di vera comunione, che, per quanto talvolta faticosa da costruire, sia capace di armonizzare reciprocamente i propri passi per il bene della comunità.
- Come ci impegniamo ad accogliere e interpretare i molteplici cambiamenti che investono la nostra Chiesa locale?
- In che modo l’AC può essere luogo di valorizzazione della presenza dei migranti nei nostri territori?
- Come l’Azione Cattolica può abitare in maniera vitale i processi di riorganizzazione in atto non subendoli, ma trasformandoli in opportunità di crescita per tutta la comunità?
- Quali sono gli stili positivi acquisiti negli ambiti dei rapporti con i presbiteri, della formazione dei sacerdoti, della collaborazione nei Consigli pastorali e nella Consulta delle Aggregazioni laicali con le altre Associazioni?
Stili di vita, politica e bene comune
Ma c’è un problema che non fa bene ai cristiani: lo spirito del mondo, lo spirito mondano, la mondanità spirituale. Questo ci porta ad una sufficienza, a vivere lo spirito del mondo e non quello di Gesù. (…) Siccome questa è una crisi dell’uomo, una crisi che distrugge l’uomo, è una crisi che spoglia l’uomo dell’etica. Nella vita pubblica, nella politica, se non c’è l’etica, un’etica di riferimento, tutto è possibile e tutto si può fare. E noi vediamo, quando leggiamo i giornali, come la mancanza di etica nella vita pubblica faccia tanto male all’umanità intera. (Papa Francesco, Veglia di Pentecoste, Incontro con i Movimenti e le Associazioni, 18 maggio 2013)
Riaffermare il valore dell’impegno laicale significa anche confrontarsi con il volto concreto delle persone e abitare quelle prassi partecipative che rendono viva la democrazia nella quotidianità. L’attenzione alla città non va intesa come una forma di ripiegamento lontana dalla macropolitica, ma piuttosto come stile che educa all’ascolto e alla partecipazione, aprendo a dimensioni sempre più grandi. Occorre essere, anche come Associazione, spazio entro cui coltivare l’interesse per il bene comune, visto non come la somma degli interessi individuali, ma come ciò che accomuna gli uomini di fronte alle sfide dell’oggi; riconsiderare il valore etico dei piccoli gesti quotidiani, accompagnando le persone verso orizzonti di responsabilità economica e sociale e acquisendo stili di vita compatibili con la tutela dell’ambiente e orientati alla custodia del creato; restituire spessore alle nostre esperienze, profondità alle cose che facciamo, prospettiva ai nostri progetti, responsabilità al nostro impegno, con quella logica della gratuità, di cui il Vangelo è fondamento che restituisce dignità alle relazioni con le cose e con gli altri.
Non bisogna temere di sbilanciarsi verso l’esterno per contribuire a un nuovo progetto per la società civile. La comunità cristiana è luogo profetico che interroga le istituzioni, perché i cristiani si lascino interrogare a loro volta dalla storia e dal vissuto delle persone, confrontandosi in modo trasparente e propositivo con i diversi interlocutori istituzionali, affinché si prendano a cuore, sempre e dovunque, la promozione dell’uomo in tutte le sue dimensioni, spirituali e materiali. La Dottrina sociale della Chiesa resta parola morta, se non si traduce in prassi pastorale tangibile e in esperienza culturale sperimentabile.
Come è avvenuto per tante figure esemplari di credenti di AC, oggi ci è chiesto di spendere in chiave missionaria le competenze educative e culturali che possediamo, contribuendo attivamente all’edificazione di una società più a misura d’uomo. Occorre testimoniare pubblicamente uno stile di vita personale coerente con il Vangelo ogni giorno, nelle strade delle nostre città. L’impegno religioso va inteso come scelta di frontiera di un laicato orientato a una cittadinanza cristianamente ispirata e laicamente declinata.
- Coltiviamo uno stile di vita personale sobrio e rispettoso del creato, in piena coerenza con il Vangelo?
- Siamo capaci di essere, da laici di AC, luogo profetico che interroga le istituzioni, sollecitati a nostra volta dal vissuto delle persone e, in particolare, dagli ultimi?
- Cosa facciamo per alimentare la necessaria sensibilità verso la partecipazione civile, l’esercizio della democrazia e quella particolare forma di carità rappresentata dall’impegno politico? Cosa facciamo per alimentare riflessione ed esperienze di coniugazione di etica ed economia?
IV. PER UNA VISIONE INTEGRALE DELL'UOMO APERTO AL TRASCENDENTE
Oggi è necessario chiedersi in che modo l’Associazione possa contribuire, attraverso le proposte formative, i propri cammini e le proprie attività, a far crescere la consapevolezza della centralità della persona e porsi a servizio di un umanesimo integrale aperto al trascendente. Il rapporto tra antropologia ed etica pone oggi questioni relative alla difesa della vita in tutte le sue fasi, ai comportamenti e agli stili di vita da assumere per aderire pienamente alle istanze del Vangelo, non dimenticando che l’esistenza di una mentalità segnata da diffuse dimensioni di corruzione e da modi di vivere distorti è molto più forte di quanto non possa apparire e si annida in ambienti insospettabili, spesso non permettendo al Paese di crescere.
D’altro canto, già la forma associativa rappresenta un vero e proprio stile di vita. Non a caso, il Concilio Vaticano II, nel parlare dell’Azione Cattolica, ha insistito fondamentalmente sull’idea che un’associazione, e quindi una forma di testimonianza comunitaria, è oggi ancora più importante della testimonianza personale.
È essenziale, inoltre, una seria verifica su come la responsabilità personale si leghi alla corresponsabilità e come la legittima testimonianza delle proprie scelte si integri con quella di altre opzioni, e dunque con una responsabilità condivisa, così da concorrere tutti alla costruzione della vita del Paese.
Nell’attuale stagione politica, è essenziale che i credenti acquistino una maggiore capacità di individuare soluzioni condivise, laddove sembra che la presenza dei cattolici sia stata segnata da molteplici contraddizioni. Per ovviare a questo limite, è fondamentale iniziare a operare insieme nella vita della Chiesa. Se infatti non si fa esperienza di comunione a livello ecclesiale, i tentativi realizzati in ambito esterno finiscono per risultare artificiosi.
Potremmo anche così essere “persone nuove in Cristo Gesù”, testimoniando pienamente la santità nel quotidiano, aprendoci alla vita in ogni sua dimensione, ripartendo dai poveri per un futuro migliore.
- Come l’Associazione può aiutare, attraverso le proprie proposte formative, i propri cammini e le proprie attività, a far crescere la consapevolezza della centralità della persona oggi e della necessità di avere a cuore la vita in tutti i suoi momenti?
- Come contribuire concretamente allo “sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (Caritas in Veritate, 8)?
- Quale ricerca e impegno teologico e culturale promuoviamo in Associazione?
Indice

1.     Corresponsabili della gioia

Per parlare alla vita Famiglia

Parrocchia

Città

2.     Le radici e le meta Interiorità e spiritualità

Il locale e l’universale

Evangelizzazione e Iniziazione cristiana

3.     Le scelte e i percorsi

Adesione e vita associativa

Cura degli educatori e dei responsabili

La realtà ecclesiale che cambia

Stili di vita, politica e bene comune

IV. Per una visione integrale dell’uomo aperto al trascendente