INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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giovedì 24 ottobre 2013

Essere parte viva di una collettività costituita in istituzione


Essere parte viva di una collettività costituita in istituzione

 Viviamo in una città popolosa, con molta gente. Periodicamente vi si celebrano eventi che producono il radunarsi di tante persone e allora si dice che c'è folla. Ad esempio un evento sportivo o un concerto di un gruppo musicale. Dopo un po' ci si scioglie e finisce lì. Non è questo il senso del nostro stare insieme in una collettività religiosa. La differenza è data appunto dal fatto che essa si manifesta anche come istituzione, vale a dire come organizzazione basata su certi principi e certe finalità: lo è perché è fatta per durare nel tempo e per realizzare cose che vanno oltre le capacità dei singoli individui. Le caratteristiche principali dell'istituzione in cui complessivamente è organizzata la nostra collettività religiosa risiedono nella sua fondazione, nella sua natura e nelle sue finalità, che si vogliono strettamente legate al soprannaturale. Ma essa, in quanto istituzione composta di esseri umani, ha anche una realtà sociale che dipende da coloro che ne fanno parte e ne è fortemente connotata. Partecipandovi non siamo dei burattini in mano altrui o attori che si limitano a recitare un copione scritto da altri. Vi portiamo molto delle nostre vite e ciò in parte  vi rimane come memoria  e in parte si consolida in una tradizione, nel senso che entra a costituire ciò che dura  di generazione in generazione. Dico questo non per sentito dire o per averne letto, ma per esperienza diretta, per averlo osservato nella storia di cui sono stato parte. Ma sicuramente se ne è anche scritto molto e, in particolare, lo troviamo narrato nei nostri scritti sacri, specialmente in quella parte che riflette l'esperienza più antica, che precedette le origini della nostra collettività religiosa. Lì appunto leggiamo della costituzione di un popolo legato da un patto  con il soprannaturale e da esso conformato secondo varie istituzioni, leggiamo anche dello sviluppo che quelle istituzioni ebbero, secondo la memoria collettiva tramandata, e il costituirsi di una tradizione  di fede  che fu lanciata nella storia e che, attraversandola, è giunta a influire anche su di noi, nella nostra epoca, durando molto nel tempo. La riflessione biblica ci manifesta in modo ancora molto vivo in che modo le persone influirono, nello sviluppo di varie istituzioni, su quella tradizione, in maniera positiva o negativa. Ci dicono che ci si può effettivamente allontanare dal fondamento santo, o addirittura abbandonarlo, ma che ci si può nuovamente riavvicinare ad esso, agendo come collettività, riscoprendo il valore di certi principi e, innanzi tutto, quel patto  di cui ho scritto.
 Tutto ciò di cui ho parlato riguarda le istituzioni maggiori, ma anche quelle più vicine a noi, come la parrocchia. Essa, come istituzione, è destinata a radunare stabilmente nel tempo coloro che abitano vicini e a suscitare, formare e consolidare la loro vita di fede, rinnovando, manifestando e rendendo vivi i fatti fondativi della nostra esperienza religiosa. Spesso nel corso della propria vita ci si allontana dal quartiere della propria infanzia e, ritornandovi dopo molto tempo, si ritrova la parrocchia che si era lasciata: essa ha continuato ad esistere e a lavorare anche senza di noi perché è istituzione. Un'esperienza analoga si può vivere quando, per un tempo che può essere anche molto lungo, si allentano le relazioni con la collettività religiosa e si diradano le consuetudini ad essa legate, a volte fino ad essere abbandonate: se  e quando si decide di cambiare, di ritornare, è alla collettività come istituzione che ci si rivolge, confidando che essa, come effettivamente spesso accade, sia continuata ad esistere anche senza di noi. Ecco che allora l'istituzione, intesa anche come presenza di un complesso di edifici di riferimento, come una certa chiesa e gli altri locali intorno ad essa che servono alle attività di una collettività, manifesta la sua utilità, quindi il suo servizio per la vita di fede. A volte diamo per scontata la sua esistenza, anche quando ce ne siamo molto lamentati per gli aspetti negativi che ci ha manifestato, ma bisogna prendere coscienza che le istituzioni religiose sono quasi sempre il risultato di un lungo lavoro collettivo che, animato da principi spirituali, di solito si è molto protratto nel tempo con la collaborazione di tante persone, alcune nostre contemporanee e altre che ci hanno preceduto. Esso ha richiesto fatica e determinazione, capacità di imparare dall'esperienza e di saper operare insieme, sapienza nel correggersi in ciò che di male si era prodotto e consapevolezza delle finalità che si avevano di mira e, infine, ma prima di tutto, la volontà di mantenere vive quelle realtà spirituali che ordinano la nostra esperienza religiosa. Le istituzioni umane nascono e muoiono, così anche quelle religiose, anche se, per queste ultime, si confida nella promessa soprannaturale che le forze distruttive non prevarranno. La sopravvivenza nel tempo di una istituzione non è mai veramente scontata. E non è infrequente constatare che delle chiese, intese come edifici dedicati al culto religioso e che furono espressione di collettività di fede vive, sono state poi abbandonate e o ci sono giunte come ruderi o addirittura sono ai tempi nostri adibite ad attività profane.
 La maturazione nell'esperienza religiosa comprende anche la formazione della consapevolezza interiore dell'esigenza spirituale di passare dall'essere folla religiosa o spettatori religiosi all'essere parti vive di una collettività che vuole durare nel tempo e che quindi si manifesta anche come istituzione, e quindi poi la consapevolezza della responsabilità personale  che ciò comporta e dell'impegno che ciascuno deve mettere in questo lavoro collettivo nell'istituzione. Questo aspetto è tanto importante da costituire addirittura materia di uno degli articoli del Credo. Infatti non solo riteniamo di essere stati lanciati nella storia come Chiesa, quindi come istituzione santa, legata al soprannaturale, ma anche di esseri come tali tratti dalla storia verso un compimento beato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.
 
 
 

mercoledì 23 ottobre 2013

Lo spirito e l'istituzione


Lo spirito e l'istituzione

 La nostra collettività religiosa pensa a sé come a una realtà principalmente spirituale, ma è anche organizzata fin dall'antichità in un complesso di istituzioni le più importanti delle quali pretendono di esercitare un potere sulla generalità dei fedeli, sono dirette solo da uomini celibi e non giustificano le loro funzioni mediante un'investitura democratica, e in ciò si differenziano notevolmente dalle principali forme di potere pubblico diffuse nelle democrazie occidentali. Di solito questo argomento non costituisce un problema nell'iniziazione religiosa dei più piccoli, può diventarlo crescendo, se si comincia a prendere sul serio il proprio ruolo di cittadini di stati democratici.
 Non è facile capire realisticamente e con una sufficiente precisione quella dimensione istituzionale di cui ho scritto. In merito ci sono addirittura insegnamenti di livello universitario. Non di rado la si accosta a quella degli stati, sbagliando. Eppure certi suoi aspetti ricordano effettivamente quella degli stati. Le nostre istituzioni religiose, ad esempio, dialogano, al massimo livello, da pari a pari, con gli stati, inviando loro degli ambasciatori, che si chiamano nunzi apostolici. Concludono trattati  con gli stati. Sono organizzate in un sistema di uffici con una propria gerarchia che costituisce come una piramide, al vertice della quale c'è un capo assoluto. Hanno un proprio personale stipendiato. Per secoli la nostra collettività religiosa ha goduto di privilegi nelle organizzazioni statali, le sono stati riconosciuti poteri anche nell'ambito civile, a volte si è integrata con le organizzazioni degli stati e ha addirittura espresso una polizia religiosa e politica riconosciuta dagli stati.  Il complesso degli uffici di governo della nostra collettività religiosa storicamente ha anche posseduto uno stato nell'Italia centrale, che è stato conquistato e soppresso militarmente dal Regno d'Italia nel 1870 e aveva un proprio esercito. Quell'esercito combatté delle guerre. Al giorno d'oggi quegli uffici di governo, in virtù di un trattato con lo stato italiano, esercitano la sovranità, vale a dire un potere che  lo stato italiano si è impegnato a non contrastare, su una piccola porzione del territorio di Roma dove essi hanno sede e questo potere è internazionalmente riconosciuto come quello di uno stato.
 Infine va detto che le nostre istituzioni religiose hanno la proprietà, in tutto il mondo ma in particolare in Italia, di un ingente patrimonio immobiliare e che in Italia ricevono, in esecuzione di un accordo con lo stato concluso nel 1984, una quota delle imposte riscosse annualmente dallo stato, che ha importo variabile e che ha ormai superato il miliardo di euro.
 Questa realtà istituzionale della nostra collettività religiosa è giunta ad impressionare tanto l'immaginazione della gente da far pensare che anche nei Cieli ci fosse qualcosa di simile: se ne è trattato molto seriamente nella Divina Commedia di Dante Alighieri e in modo più leggero in molte altre opere, come in Viaggio in paradiso, dello scrittore statunitense Mark Twain.
 Questo complesso di istituzioni religiose di cui sto parlando, che ha avuto uno sviluppo storico e quindi diverse manifestazioni nei secoli, anche se è stato fortemente caratterizzato per quanto riguarda la nostra confessione religiosa almeno da una certa epoca in poi, dal concentrarsi intorno al suo vertice romano, ha avuto un suo ruolo importante, è servito. Tanto che qualcosa di simile è presente anche nelle altre confessioni cristiane, anche se quella cattolica è veramente peculiare. Alcuni ritengono che  sia talmente rilevante da attribuire prevalentemente ad esso il fatto che la nostra fede sia giunta fino ai nostri giorni e da temere che, se lo si modifica sostanzialmente, in particolare in senso maggiormente democratico, la fede ne verrà danneggiata.
 Un esempio di organizzazione religiosa di tipo democratico che non ha costituito problemi per la vita di fede è costituita proprio dalla nostra Azione Cattolica, che pure mantiene un  forte collegamento gerarchico con i vertici del clero.
 Dagli anni '60 del secolo scorso è in corso un lavoro piuttosto incisivo di modifica del carattere delle nostre istituzioni religiose, che in questi mesi ha coinvolto in modo piuttosto eclatante, come del resto avvenuto diverse volte nei secoli passati, anche il vertice romano.
 Benché si sia cercata di ispirarla a principi religiosi, l'organizzazione delle nostre istituzioni religiose, intese come complesso di uffici ed enti per l'amministrazione di quella particolare società umana che è costituita da una collettività religiosa, è in massima parte frutto dell'inventiva umana e riflette le concezioni di tempi in cui quest'ultima è esercitata. Essa quindi, come l'esperienza storica dimostra, può mutare nel tempo senza alcun danno per la vita di fede. Anzi, poiché il principio fondamentale che la ispira è quella del servizio, in un certo senso deve  mutare secondo le esigenze dei tempi. Vi sono però alcune funzioni di carattere specificamente spirituale che si ritengono essenziali per le nostre concezioni religiose. Ad esempio quelle che definiscono il carattere apostolico dei nostri vertici religiosi, per cui chi governa riceve sempre il mandato da qualcuno che a sua volta l'ha ricevuto da qualcuno prima di lui e così via, a ritroso nei tempi, fino alle origini. E quelle che riguardano l'amministrazione di quei particolari segni che sono i sacramenti, mediante i quali si ritiene religiosamente che si riesca ad unire  la Terra con il Cielo. La nostra collettività religiosa concepisce tutta sé stessa come sacramento, quindi ritiene di riuscire manifestare qui ed ora quella particolare unione. In queste parti riteniamo quindi di darci dei limiti più stretti alle possibilità di cambiamento.
 Uno degli obiettivi principali dell'approfondimento degli argomenti di fede è quello di riuscire a capire ciò che in una collettività religiosa è principalmente manifestazione spirituale, quindi essenziale, fondamentale, da mantenere integro, e ciò che invece è stato costruito al servizio della vita spirituale e che quindi può variare al variare delle esigenze del popolo di fede. Non si tratta di un compito facile. Anche in questa materia si sono susseguite diverse concezioni, che poi sono state anche oggetto di pronunce dell'autorità religiosa alle quali, secondo le regole, si doveva obbedire. Quindi i diversi mutamenti che storicamente ci sono stati sono stati preceduti da discussioni in cui chi proponeva i cambiamenti veniva visto anche come un ribelle e come tale trattato. Accade anche oggi, però con conseguenze meno drammatiche che in alcuni periodi storici del passato. In questo possiamo dire di vivere un'epoca storica in cui riflettere sull'argomento spirito/istituzioni è più facile, desta meno preoccupazioni. Questo è un portato dello spirito democratico che ispira i nostri tempi, almeno in Occidente: esso è basato sul riconoscimento a tutte le persone di una particolare dignità, che si esprime in particolare nella libertà di pensiero e di manifestazione delle proprie opinioni.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 

martedì 22 ottobre 2013

Gioia della fede, religione, potere


Gioia della fede, religione, potere

  Negli interventi precedenti ho scritto dei rapporti tra religione e potere e di quelli tra fede e gioia. La fede è un fatto interiore, ma anche sociale, per questo si manifesta anche come religione, ordinata secondo certi poteri. In particolare la fede cristiana esige anche di attivarsi per cambiare la propria condizione e operare secondo certi principi: in particolare si è mandati  verso gli altri per mostrare loro una particolare benevolenza.
 Ogni fatto sociale presenta sempre una certa turbolenza e diverse ambiguità e il cristianesimo, nella sua lunga storia, non ha fatto eccezione, fin dalle prime origini. Possiamo accettarlo serenamente, ma provare a contrastare ciò che non va. C' è una conversione personale, che è un lavoro costante, ma anche una conversione collettiva, che, come in quella personale, implica di superare delle resistenze al cambiamento.
 Il segnale che qualcosa non va è la sofferenza che si osserva in un ambiente sociale, da quelli maggiori a quelli più vicini a noi, come ad esempio un piccolo gruppo che si propone attività religiose. Poiché la fede si manifesta come gioia, la mancanza di  gioia è un importante indice rivelatore che c'è qualcosa da cambiare.
 Anni fa un sacerdote della nostra parrocchia, dopo aver celebrato la Messa domenicale, si metteva sul sagrato per incontrare la gente che usciva e si diceva stupito di notare tanti  visi lunghi, che non esprimevano alcuna letizia. E questo dopo aver partecipato alla liturgia centrale della nostra fede.
 Una parte dei nostri dolori deriva dalla vita che si fa al di fuori della chiesa. Ma una parte di essi può derivare da come si sta in chiesa: questo può pregiudicare o limitare l'efficacia di quello che ci si propone di fare per aiutare gli altri in ciò che li fa soffrire e che non deriva da quello che si fa e da come si è in chiesa.
 In base alla mia esperienza, non c'è una soluzione già confezionata che valga per ogni situazione. Meglio riflettere sulle singole situazioni, individuare insieme i problemi e fare dei proponimenti comuni, anche consultando chi ha più esperienza di vita e chi ne sa di più.
 Quello che però, tra le diverse scelte che possono farsi, non mi pare conforme ai principi è il rassegnarsi. Nessuno, nella nostra fede, è obbligato a farlo e, anzi, in genere si è spinti ad agire. Ne è una manifestazione il nome della  nostra associazione che, appunto, è Azione Cattolica. E nei nomi di tante altre forme associativi vi è il richiamo all'idea di azione, rinnovamento, cammino, liberazione  o comunque ci si richiama a persone che furono molto attive nella fede. Che io sappia, ma correggetemi se sbaglio, non ricordo che sia mai stato elevato agli altari un San Rassegnato.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 

lunedì 21 ottobre 2013

La gioia e la fede cristiana


La gioia e la fede cristiana

C'è una relazione tra la gioia e la fede cristiana. E' la mia esperienza ed è quella narrata con grande sapienza e profondità da grandi maestri di spiritualità. Non è facile renderne un'idea perché è vita interiore e tuttavia si può tentare di farlo, perché  essa è comune tra le persone di fede. Ha un carattere paradossale, vale a dire che non funziona come in genere, ragionandoci su, ci si aspetta che vadano le cose. Infatti non è che la gioia derivi dalla fede, né che quest'ultima derivi dalla gioia: in realtà, per come io l'ho sperimentata, la fede cristiana è gioia.
  Per la gente di fede, la distinzione tra credenti  e non credenti, che in genere sembra tanto importante a coloro che si definiscono non credenti e che da questo essere non credenti fanno dipendere la loro diversità, è priva di senso. In religione, nella vita di tutti i giorni, non si sta tanto a ragionare  se esiste o non esiste la realtà soprannaturale alla quale noi riferiamo la nostra gioia, realtà che del resto è inafferrabile dai nostri cinque sensi esteriori, come dalla nostra ragione, ed anche da quel "sesto" senso che è la percezione interiore di sé, per cui ad un certo punto la si possa isolare e dire "è qui!" (tutte le dimostrazioni che sono state tentate in merito, le prove che sono state discusse, lasciano un po' delusi): essa tuttavia è la nostra gioia e non è noi, perché non deriva  da noi, ma è con noi. Essa cambia la nostra sorte, al modo come se ne canta nel salmo 126:
"Quando il Signore cambiò le sorti di Sion
ci sembrava di sognare.
La nostra bocca si riempiva di canti,
la nostra lingua di grida di gioia.

Allora dicevano i popoli:
"Grandi cose ha fatto per loro il Signore".
Sì, il Signore ha fatto grandi cose per noi
ed eravamo pieni di gioia.

Cambia ancora, Signore, le nostre sorti
come risvegli i torrenti nel deserto.

Chi semina nel pianto
mieterà nella gioia!
Nell'andare, cammina  piangendo
e getta le sementi,
nel tornare canta festoso
e porta a casa il raccolto"

[versione interconfessionale italiana della Bibbia in lingua corrente, Elle Di Ci - United Bible Societies, 1985].

 Nella mia esperienza interiore, è questa gioia che cambia la nostra sorte ed essa non dipende da come ci vanno le cose. E' questa la grande cosa  che attribuiamo al soprannaturale al quale tendiamo come quando, assetati, si va verso l'acqua. Essa non dipende da particolari nostri sforzi, non si ottiene con particolari tecniche, non ci si arriva dopo un lungo cammino, come quando si giunge alla meta di un pellegrinaggio. In quella gioia già viviamo, non dobbiamo fare chissà che per arrivarci, ed è questo il senso, per come l'ho intesa io, dell'espressione la fede è dono. La parola con cui meglio esprimiamo quella gioia ci viene dall'ebraico, come tante parole della nostra fede, ed è alleluia!, e, anche oltre ciò che letteralmente significa (Dio sia lodato), è pura gioia di fede, quando non ci si limita a pronunciarla, ma la si canta, come appunto si fa con i salmi biblici nelle liturgie.
  Uno dei modi con cui si cerca di descrivere l'esperienza di fede  è proprio quella di presentarla come simile al  partecipare a un coro che canta. Siccome però nella fede cristiana si è convinti di essere come tratti verso una meta lontana, non bisogna immaginarsela come quella di un coro che canta in un teatro, ma come quella di  gente che canta marciando, come si fa tra gli scout. Il canto è in noi ed è gioia anche quando siamo distanti dalla meta: come fu scritto, "canta e cammina, senza fermarti, qui, nella speranza, canta l'alleluia della strada, lassù, nel possesso, canteremo l'alleluia della patria".
 Al mattino, la fede ci fa cantare alleluia!: come è scritto, voglio svegliare l'aurora. La sera è l'alleluia! il canto interiore con cui ci abbandoniamo al sonno, confidando che si vegli su di noi, non dorme, non prende sonno il mio custode.
 La trasmissione della fede  è stata descritta, in senso positivo come anche in senso negativo, come un contagio ed in effetti si dice che la gioia è contagiosa, nel senso che passa dall'uno all'altro senza particolari difficoltà. Su quella gioia poi si costruisce tutto il resto, perché si cerca di spiegarsela come si fa sempre nelle cose umane, e allora, siccome essa non deriva da noi, questa è la nostra esperienza, ci si mette in ascolto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
  

domenica 20 ottobre 2013

Domenica 20-10-13 – Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – 29° domenica del Tempo Ordinario – 1° settimana del salterio – colore liturgico: verde – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Domenica 20-10-13 –  Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità – 29° domenica del Tempo Ordinario  – 1° settimana del salterio – colore liturgico: verde – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Osservazioni ambientali: temperatura 19° C. Cielo: coperto. Canti: ingresso, Esci dalla tua terra; Offertorio, Ti offro Signor; Comunione, Preghiera semplice. Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.

Buona domenica a tutti i lettori!

Prima lettura
Dal libro dell'Esodo (Es 17,8-13)

In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: "Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani starò ritto sulla cima del colle, con in mano in bastone di Dio". Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèl, mentre Mosé, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da un parte e l'altro dall'altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.

Salmo responsoriale (dal salmo 120)

Ritornello:
Il mio aiuto viene dal Signore

Alzo gli occhi verso i monti,
da dove mi viene l'aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d'Israele.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

Seconda lettura
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (2 Tm 3,14-4,2)

Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato  che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall'infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede  in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18, 1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: "In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi»". E il Signore soggiunse: "Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"

Sintesi dell'omelia della Messa delle nove

 Alla fine del brano evangelico di oggi si narra che Gesù, terminato l'insegnamento sulla preghiera incessante, si domandò se il Figlio dell'uomo avrebbe trovato la fede sulla terra, al suo ritorno. Possiamo pensare che senz'altro troverà la religione, ma la fede  è un'altra cosa e si basa sull'ascolto. Come ascoltiamo noi? A volte ascoltiamo distrattamente e recitiamo formule religiose meccanicamente. Da qui dunque la necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai,  secondo l'insegnamento del Vangelo che abbiamo letto in questa domenica e mediante il quale la Chiesa ci nutre.
  Nel Vangelo di oggi ci viene proposta la parabola della vedova e del giudice ingiusto. Nella Bibbia Dio viene spesso presentato come padre degli orfani e difensore delle vedove, vale a dire come colui che soccorre le persone più deboli della società. Nell'antico Israele non era prevista un'assistenza sociale per le vedove e per gli orfani. Chi non lavorava e non guadagnava, non mangiava. Dunque le vedove, come gli orfani, si trovavano in difficoltà e avevano bisogno di aiuto. La vedova della parabola aveva necessità che gli si facesse giustizia contro un avversario, il quale, immaginiamo, le aveva tolto o voleva toglierle qualcosa di suo. Si rivolge quindi a un giudice, che però non temeva né Dio né gli uomini, non avendo riguardo per nessuno, neanche per quella vedova. Egli tuttavia, alla fine,  si convince a rendere giustizia alla vedova per liberarsi del fastidio che la donna le dà con la sua insistenza. La conclusione della parabola è che, se un uomo disonesto si determina a rendere giustizia per l'insistenza di chi gliela chiede, tanto più Dio la renderà ai suoi eletti, quindi a coloro che ama e che si è scelto, i quali gridano giorno e notte verso di lui.
 Spesso, commentando questa parabola, ci si concentra sull'insegnamento relativo all'esortazione alla preghiera  incessante. Ma è anche importante riflettere su un altro aspetto: quella della necessità della preghiera.
 Quando riteniamo che sia necessario, ad esempio quando noi o i nostri cari ci troviamo in difficoltà, nella malattia o nella sofferenza o in altre circostanze avverse della vita, preghiamo per chiedere di essere liberati dal male. Ma poi, quando questo male cessa, a volte smettiamo di farlo e questo perché non lo riteniamo più necessario.
 Eppure anche noi, come la vedova, abbiamo un avversario, che cerca di toglierci ciò che è nostro: il Cielo e la figliolanza divina. Esso ha un nome: Satana, il demonio. Contro di lui abbiamo sempre la necessità di chiedere a Dio di farci giustizia, perché non ci venga tolto ciò che è nostro, e questo lo si fa nella preghiera.
 Nella vita di fede la preghiera è come il respiro nella vita fisica: se si cessa di respirare si muore, se si cessa di pregare muore la fede.
 La preghiera ci consente di mantenere con Dio quell'intimità che tiene viva la fede e che ci consente di considerare in spirito di verità ciò che realmente siamo, persone deboli, fragili, bisognose di aiuto, e quindi di capire la necessità costante dell'aiuto divino e dell'ascolto  della Parola di Dio. E' da ciò che poi consegue l'abitudine a pregare sempre, senza stancarsi mai.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli

Avvisi parrocchiali:
- il mese di ottobre è il mese missionario. Nella Messa domenicale è inserito una intenzione di preghiera per ciascun continente del mondo: oggi è dedicata all'Africa. Questa domenica in tutto il mondo si fa la raccolta per le missioni. Sulla bustina in cui inserire l'offerta è scritto che la raccolta è per aiutare le comunità ecclesiali dei Paesi più poveri ed è riportato un detto di san Paolo secondo il quale Dio ama chi dona con gioia;
-sul sagrato della chiesa parrocchiale sono in vendita alcuni libri di argomento religioso e, tra questi, diversi libri del e sul nuovo Papa e, ad € 10,00, una edizione del Catechismo della Chiesa cattolica pubblicata in occasione dell'anno della fede, maneggevole e con copertina resistente in plastica.
Avvisi di A.C.:
-la riunioni infrasettimanale del gruppo di AC si terrà martedì 22-10-13, ore 17:00, nella solita sala nel corridoio dell'ufficio parrocchiale. I soci sono invitati a riflettere, presentando poi un proprio pensiero nel corso della riunione, sulle letture bibliche della Messa del 27 ottobre: Sir 35,15b-17.20-22a; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14;
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB  www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB  Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per   scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
 
 
 

Le chiavi del Regno


Le chiavi del Regno

 
 "Le chiavi del Regno" è un bel romanzo di Cronin, ambientato nella Cina di tanti anni fa, che tratta dell'impegno missionario. Ne consiglio la lettura a coloro che pensano di essere pronti per quel lavoro o che già lo stanno facendo. Quel titolo mi è venuto alla mente leggendo di una predica proprio sul tema delle "chiavi" tenuta da un sacerdote  di Roma, ma venuto da lontano, nella chiesa di Santa Marta, nei pressi del rione Borgo.
  Dunque, fin dalle origini abbiamo la consapevolezza di potere influire in vari modi, nei vari ruoli che ricopriamo nella nostra vita, sull'adesione degli altri alla fede. La possiamo facilitare o ostacolare, così come possiamo favorirne la crescita o provocarne addirittura la fine. Questa è stata da sempre sentita come una grave responsabilità, anche tenendo conto della dinamica fortemente missionaria  della nostra collettività, che in ciò si differenziò molto dal giudaismo delle origini. Riteniamo infatti nostro dovere suscitare attivamente nuove adesioni che però per non si mantengano solo a livello emotivo o intellettuale, di simpatia e condivisione di concetti e principi, ma riguardino anche una vita comunitaria, un impegno più stringente, un coinvolgimento più forte, passando dal piano delle idee a quello delle relazioni personali con una collettività. Nei due millenni della nostra fede questo ha creato vari seri problemi, quando si tentò di diffondere o di difendere la fede con la forza, ciò che ai tempi nostri abbiamo ripudiato ritenendolo contrario ai principi supremi. E parlando di "problemi" non rendo bene l'idea e devo aggiungere, in spirito di verità, che vi furono guerre sanguinose e addirittura, nella conquista delle Americhe, delle stragi che si avvicinarono a un genocidio, anche se l'intenzione manifesta, almeno per quanto riguarda l'aspetto religioso, non era sicuramente quella di fare un genocidio e gli stragisti, benché si facessero scudo della religione, erano prevalentemente mossi da volontà predatoria. Non potremmo semplicemente ripudiare quelle brutte storie e, in tal modo, distaccarcene, ricominciando da capo? Purtroppo non è così semplice, anche se questo lavoro di distacco  è effettivamente in corso e si chiama purificazione della memoria, l'espressione introdotta dal Papa Giovanni Paolo II nella fase di indizione e preparazione del Grande Giubileo dell'Anno 2000. Infatti, poiché per noi è essenziale stabilire una continuità tra l'era nostra e quella delle origini, una continuità non solo ideale ma anche fatta di relazioni personali tra generazioni, di un mandato che passa da chi c'è prima a chi viene dopo, attraverso la storia,  per cui la missione non ce l'inventiamo noi ma appunto riteniamo di essere inviati e per così dire legittimati da chi c'era prima, allora bisogna riconoscere che quella storia è ancora la nostra storia, per cui, per quanto non se ne sia personalmente responsabili poiché si è venuti dopo, si sente nondimeno la necessità, per andare avanti, di pentircene e di proclamare solennemente dei mai più, ciò che è stato fatto solennemente, nella giornata della richiesta del perdono celebrata in quell'Anno Santo di cui ho detto, il 12 marzo 2000, sotto la guida di quel Papa.
 Si pensa in genere che solo il clero detenga quel potere delle chiavi e dal punto di vista del diritto canonico, della legge che si è data la nostra organizzazione religiosa (dalla quale bisogna saper distinguere i principi supremi che invece riteniamo di aver ricevuto dall'alto, benché ci si sia sempre sforzati di ispirare quella legge a questi principi), è così. Di fatto però quel potere  è anche, nelle relazioni con gli altri, nelle mani di tutti noi, ad esempio dei genitori verso i figli, ma anche, ad un certo punto, viceversa, o del catechista nei confronti dei suoi alunni, del capo di un gruppo nei confronti degli altri aderenti e, infine, del semplice fedele nei confronti degli altri fedeli. Insomma una collettività, anche una collettività religiosa, ha, di fatto, il potere, anche a prescindere dalla volontà dei suoi capi e addirittura dei principi ai quali si ispira, di accogliere  o di escludere, anche se, nel caso di una collettività religiosa che decida  al di là dei principi e delle regole, non è  sicuro che ciò che viene determinato sulla Terra venga poi ratificato nei Cieli.
 Ora, bisogna dire che le dimensioni dell'accogliere  e dell'escludere sono state sempre compresenti nella vita della nostra collettività religiosa, del resto sulla base delle nostre stesse Scritture sacre, quindi dei fondamenti. Operativamente, passando quindi alle indicazioni pratiche, in passato si pose molto l'accento sull'escludere coloro che sbagliavano, anche se poi si facevano ponti d'oro ai pentiti; oggi invece si pone molto l'accento sull'accogliere, in particolare come reazione ad eccessi che ci sono stati e in special modo come direttiva nella vita quotidiana delle nostre comunità e nei rapporti con coloro che ne consideriamo per vari motivi distanti, lontani. E poi, per quanto riguarda noi fedeli laici, bisogna tener conto che in realtà l'esclusione non ci compete, perché le decisioni in materia, secondo le regole che ci siamo impegnati a obbedire, spettano a ministri ordinati, per cui essa, se prodotta da altre persone, è addirittura un arbitrio e un'usurpazione.
 Ma, mi può essere obiettato, come la mettiamo con quelle parti delle Scritture che ci fanno obbligo, sotto pena di essere trattati come lui nel giudizio finale, di richiamare chi sbaglia, segnalandogli l'errore, e che ci spingono (si veda, su questo stesso blog, la seconda lettura della Messa di oggi) a insistere al momento opportuno e non opportuno, ammonire, rimproverare, esortare? E' vero, sta scritto questo, ma osservo che  sta anche scritto che tutto deve essere fatto con ogni magnanimità e insegnamento (in greco: didachè), il che, per come la vedo io, significa non sferrare randellate teologiche, maneggiando disinvoltamente e confusamente concetti piuttosto sofisticati, sulle teste di coloro che, per vari motivi, ci sono antipatici e soprattutto significa, per come credo di aver capito, che si deve agire secondo quello spirito di benevolenza (espresso dalle parole greche, usate negli scritti sacri che riflettono le prime esperienze della nostra fede, agàpe, filìa, coinonìa che vogliono intendere che, per quanto possiamo pensarla diversamente e sbagliare nell'agire, ci vogliamo sempre bene, miriamo a un fine comune e, a sera, siamo sempre disposti a una bella cena insieme; ci proponiamo quindi che i dissapori tra di noi non vadano al giorno dopo) che, come ci è stato insegnato, deve sempre caratterizzare la nostra vita comune perché manifesta agli altri l'effetto della nostra fede. Noi, per come la vedo io, non siamo autorizzati a cercare ricostruire le vite degli altri secondo le nostre personali, sempre limitate, concezioni del bene e del male e ad escludere  gli altri se fanno resistenza. La conversione degli altri non è opera nostra, ma opera dall'alto. Non è così? A volte, per come ho osservato, mi pare che presumiamo un po' troppo da noi stessi quando, nelle nostre comunità, tagliamo i panni addosso agli altri. Ho sentito che poi i sacerdoti se ne lamentano e ci rimproverano per questo, per tutte le chiacchiere cattive che ci facciamo addosso gli uni gli altri. Chi siamo noi per giudicare? Siamo proprio sicuri della nostra dottrina e, soprattutto, di avere la competenza per interferire nei delicati processi psicologici dello spirito umano? Non è che poi, talvolta, ci lasciamo dietro solo macerie umane, che altri, faticosamente e amorevolmente, secondo quello spirito veramente evangelico che a noi è mancato, dovranno cercare di sanare?
 Noi dobbiamo proporci di non maltrattare il santo popolo di Dio, è stato detto in quella predica da cui sono partito. E per questo, ha consigliato quel sacerdote, dobbiamo proporci di curare di più la nostra interiorità di fede, in particolare nella preghiera, per essere trasformati dalla fede invece di trasformare quest'ultima in una nostra particolare ideologia moralistica, estranea all'eterno e soprannaturale fondamento di tutto.
 Non vi nascondo che anch'io  personalmente mi sono sentito tirato per le orecchie. Quanta presunzione ho riscontrato talvolta in ciò che ho scritto, leggendolo qualche tempo dopo! E' per questo che quasi sempre, quando affronto specificamente argomenti di fede, invito tutti alla prudenza nell'accogliere le mie parole, a verificare personalmente, criticamente, in particolare leggendo scritti più autorevoli, specialmente quelli del nostro magistero ecclesiale, la correttezza di ciò che ho sostenuto. Lo faccio anche qui, adesso. Ed è anche per questo che utilizzo con molta parsimonia espressioni e concetti propri della teologia, che sono stati oggetto di definizioni molto precise e che vanno utilizzati solo in senso proprio, perché altrimenti possono anche fare molto male.
 In coscienza mi propongo di evitare il peccato di esclusione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 
 

sabato 19 ottobre 2013

Religione e potere


Religione e potere

Nella nostra collettività religiosa vengono esercitate a vari livelli e con diverse manifestazioni di visibilità, alcune molto eclatanti, varie forme di potere e questo può creare problemi di coscienza, perché ogni forma di potere implica qualche tipo di coercizione mentre l'adesione alla fede la si vorrebbe libera. Sono questioni che si presentano fin dall'iniziazione religiosa dei fanciulli, quando ai bambini può non essere ben chiara la differenza tra l'autorità dei propri genitori, che da piccoli è ancora molto forte, e l'efficacia nell'interiorità dei principi specificamente religiosi.
  E' molto comune l'idea che la nostra organizzazione religiosa sia rimasta sempre la stessa nei due millenni della sua storia, così come il potere da essa esercitato. Questa convinzione è errata, storicamente errata. La nostra collettività religiosa si è manifestata nei secoli in moltissimi modi diversi e ha quindi vissuto un numero corrispondente di mutamenti: in questi mesi ne stiamo sperimentando uno di essi. Del resto, per convincersene, non occorre riprendere i libri di storia della scuola, basta dare una scorsa agli scritti sacri che narrano delle origini delle comunità di fede e constatare che quell'organizzazione religiosa in cui noi oggi siamo inseriti non c'è. E tuttavia questo non implica  ancora che essa non sia necessaria o che essa sia addirittura arbitraria. I tanti cambiamenti che storicamente ha subito sono la chiara manifestazione che essa effettivamente serve, nel senso che è utile, e che però lo è in quanto sia adeguata alle esigenze della collettività di riferimento. Quindi serve anche nel senso che è espressione di un servizio a quella collettività, piuttosto che di un dominio su  di essa, e questa è un'idea che è stata tanto presente fin da epoca molto antica che  alla figura che è venuta storicamente a impersonare il potere supremo  è stato attribuito fin dai primi secoli della nostra era il titolo di servo dei servi: non solo da essa ci si aspetta un servizio, ma anche si concepisce tutta l'organizzazione gerarchicamente sottostante come animata da spirito di servizio. Si tratta di una concezione del potere che ha espresso fondamento evangelico  e risale direttamente al primo Maestro.
 Devo avvertire però che, in religione, si pensa che le cose della Terra abbiano un forte collegamento con quelle dei Cieli e che questo riguardi anche noi come collettività di fede. Quindi noi fedeli possiamo pensarci come società umana, che presenta una struttura di potere analoga alle altre società umane, ma anche come popolo legato a realtà soprannaturali, per intendere che quando siamo insieme e agiamo animati dalla fede religiosa, c'è in ciò che siamo e in ciò che facciamo molto più di ciò che appare. Questa dimensione del nostro vivere insieme da persone di fede è uno dei nuclei centrali delle nostre convinzioni religiose e, pur con diverse espressioni concettuali sulle quali si è molto dibattuto e ancora si dibatte, si è mantenuto pressoché intatto, nella sua sostanza fondamentale,  dalle origini e fa parte di quello che viene definito deposito di fede. Noi, anche oggi, riteniamo che un collegamento tra Terra e Cielo vi sia anche con riferimento alle strutture che storicamente la nostra organizzazione religiosa  si è data, ma, a differenza di ciò che è avvenuto in secoli passati, siamo un po' più prudenti nel parlarne. La questione è tra le più delicate, perché, a seconda di come la si risolve, si può poi produrre una sacralizzazione dei poteri terreni che storicamente ci ha dato molti problemi e ancora di più ne può dare nell'epoca nostra, caratterizzata da concezioni democratiche. Fatto sta che all'inizio degli anni '60 coloro che nella nostra collettività religiosa esercitavano il massimo potere si riunirono e decisero che non era giusto stabilire che ciò che, in religione, si era realizzato sulla Terra esaurisse tutto ciò che la nostra collettività di fede rappresentava in Cielo, ma che ne fosse una manifestazione. Da ciò deriva l'idea che, come ognuno di noi tende verso la realtà soprannaturale a cui pensa di essere destinato e si trova pertanto in uno stato di continua conversione, anche l'organizzazione religiosa tende verso la medesima realtà, si trova nel medesimo stato e quindi può affrontare senza drammi i cambiamenti necessari per mantenersi su quella rotta nelle varie circostanze del mondo e dei tempi. Non cambia la benevolenza soprannaturale verso di noi, come singole persone e come collettività religiosa: tutto il resto, qui sulla Terra, può mutare e dipende da noi stessi. Rimane quindi un problema di come cambiare le cose e qui bisogna avvertire che, come collettività religiosa, non ci siamo mai sentiti autorizzati a cambiarle arbitrariamente. Ci sono alcuni principi organizzativi, che riteniamo di ricavare direttamente dall'insegnamento del Maestro, come quello che riguarda lo spirito di servizio, ai quali attribuiamo una notevole forza di resistenza ai cambiamenti, per cui pensiamo che, pur nel mutare delle loro espressioni storiche, essi non debbano mai essere soppressi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli