Blog al servizio dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia San Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli
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Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.
This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.
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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)
Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)
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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.
Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.
Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.
Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.
Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:
- condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
- un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;
Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.
La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.
Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma
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```domenica 15 maggio 2022
mercoledì 11 maggio 2022
Manuale operativo di sinodalitá - 15 - Magistero e fedeli nella pratica comunitaria
lunedì 9 maggio 2022
Manuale operativo di sinodalità - 14 – Sinodalità dal basso
Manuale
operativo di sinodalità
- 14 –
Sinodalità
dal basso
Il fatto che nella nostra Chiesa ci sia un “alto”
e un “basso” è un portato storico.
Il logo del Sinodo 2021-2023 vuole rendercene l’idea.
![]() |
Ecco che vengono rappresentati i profili di
gente di diverse età in cammino e, in mezzo, un vescovo, riconoscibili dagli strumenti
del mestiere, la mitra e il pastorale.
La spiegazione della figura, che si trova sul sito del sinodo https://www.synod.va/it/news/synod-official-logo.html
è questa:
Un grande albero maestoso,
pieno di saggezza e di luce, raggiunge il cielo. Segno di profonda vitalità e
speranza, esprime la croce di Cristo. Porta l'Eucaristia, che brilla come il
sole. I rami orizzontali aperti come mani o ali suggeriscono, allo stesso
tempo, lo Spirito Santo.
Il popolo di Dio non è statico: è in movimento, in riferimento
diretto all'etimologia della parola sinodo, che significa "camminare
insieme". Le persone sono unite dalla stessa dinamica comune che questo
Albero della Vita respira in loro, da cui iniziano il loro cammino.
Queste 15 sagome riassumono tutta la nostra umanità nella sua
diversità di situazioni di vita, di generazioni e origini. Questo aspetto è
rafforzato dalla molteplicità dei colori brillanti che sono essi stessi segni
di gioia. Non c'è gerarchia tra queste persone che sono tutte sullo stesso
piano: giovani, vecchi, uomini, donne, adolescenti, bambini, laici, religiosi,
genitori, coppie, single; il vescovo e la suora non sono davanti a loro, ma tra
di loro. Molto naturalmente, i bambini e poi gli adolescenti aprono loro il
cammino, in riferimento a queste parole di Gesù nel Vangelo: " Ti rendo
lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose
ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. (Mt 11,25)
La linea di base orizzontale:
"Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” corre da
sinistra a destra nella direzione di questa marcia, sottolineandola e
rafforzandola, per finire con il titolo "Sinodo 2021 - 2023": il
punto più alto che sintetizza il tutto.
Fin dall’antichità il sinodo
fu un incontro tra gerarchi, tra persone, in genere uomini, le quali a vario titolo
esercitavano un potere sacro: la parola gerarca, dall’antico greco ἱεράρχης [si legge ieràrkes],
che è composta dalle parole ἱερός [ieròs], che significa sacro e ἄρχω [àrcko],
capo. Un gerarca è sopra
agli altri, appunto perché esercita
un potere sacro, vale a dire indiscutibile perché voluto da un dio,
che per definizione è sopra. Un altro modo definire questa funzione
pubblica è sacerdote, che ha in sé la parola latina sacer, sacro.
Anche il sacerdote sta sopra.
La teologia cristiana
ha cambiato radicalmente le cose, anche se le sue liturgie risentono delle
consuetudini sacrali delle religioni
più antiche. Anche nella religione degli antichi romani c’erano pontefici e sacerdoti. I teologi spiegano le cose impiegando
la letteratura dei secoli passati che è molto sofisticata e quindi non alla portata
di tutti. Nel Credo che recitiamo
la domenica a messa usiamo antiche formule che la sintetizzano. L’espressione
chiave è “s’è fatto come noi”. Questo ci permette di fare Chiesa dal
basso. In realtà, in quest’ottica è superata l’organizzazione con un alto
e un basso. Almeno nelle cose
essenziali, e non lo sono, ad esempio, quelle che riguardano la burocrazia
ecclesiastica e la Città del Vaticano, come anche l’organizzazione del lavoro
per mandare avanti una basilica o anche una parrocchia. Nei cammini sinodali, mondiale e italiano, che stiamo celebrando ci
si occupa, appunto, dell’essenziale.
La nostra fede è fatta di molta gente che si cerca per viverla insieme e
vuole mantenersi in contatto, anche da molto lontano. Questo risale alle
origini. Fin da allora si è condiviso il comandamento di essere una
cosa sola, come è scritto:.
Io non
prego soltanto per questi miei discepoli, ma prego anche per altri, per
quelli che crederanno in me dopo aver ascoltato la loro parola. Fa’ che
siano tutti una cosa sola: come tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi
siano in noi. Così il mondo crederà che tu mi hai mandato.
«Io ho dato loro la
stessa gloria che tu avevi dato a me, perché anch’essi siano una cosa sola come
noi: io unito a loro e tu unito a me. Così potranno essere perfetti
nell’unità, e il mondo potrà capire che tu mi hai mandato, e che li hai amati
come hai amato me [καὶ ἠγάπησας αὐτοὺς καθὼς ἐμὲ ἠγάπησας.
– kài egàpesas autùs kathòs emè egàpesas]. Padre, voglio che dove sono io siano
anche quelli che tu mi hai dato, perché vedano la gloria che tu mi hai dato:
infatti tu mi hai amato ancora prima della creazione del mondo.
«Padre giusto, il mondo
non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto ed essi sanno che tu mi hai
mandato. Io ti ho fatto conoscere a loro e ti farò conoscere ancora; così
l’amore che hai per me sarà in loro, e anch’io sarò in loro».
[Dal Vangelo secondo
Giovanni, capitolo 17, versetti da 20 a 26 – Gv 17, 20-26]
Una unità che non è basata sulla soggezione ad
un’unica autorità gerarchica, ma sull’agàpe, che in quel testo
traduciamo con amore, ma significa
molto di più del semplice sentimento: è convivenza pacifica, solidale,
sollecita. Insomma pace.
La persona cristiana mette pace come dovere religioso.
Sinodalità dal basso significa mettere pace tra noi e vivere
questo come l’essenziale del nostro essere Chiesa. Una cosa molto bella,
che può rendere felici. E anche molto semplice da capire. Molto più difficile, naturalmente,
da fare. Poiché, però, è l’essenziale, tutto dovrebbe esservi finalizzato, anche
ciò che chiamiamo catechesi e la liturgia.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
domenica 8 maggio 2022
Manuale operativo di sinodalità -13- Sinodalità in piccolo, ma coordinata in grande
Manuale operativo di sinodalità
-13-
Sinodalità in piccolo, ma coordinata in
grande
L’altra settimana, alla riunione del MEIC Lazio in Zoom è stato riferito
che in Diocesi non sono affatto soddisfatti di ciò che è uscito nella fase di ascolto del Popolo di Dio nelle parrocchie e altrove. Del resto si miete ciò
che si aveva seminato. Le linee guida diocesane sull’ascolto erano fortemente
riduttive e incentrate su una vaga spiritualità, più che altro come momento di
crescita interiore. Sinodalità significa
invece cooperare con le altre persone nelle fasi decisionali sulla conduzione
della vita comunitaria.
Pubblicamente il popolo viene incensato come
soggetto che, contro ogni evidenza, avrebbe una sorta di fiuto per intuire la verità. In privato se ne diffida e
anche lo si diffama. In prevalenza è fatto di persone che sanno poco di religione
e che quindi si limitano a seguire, quando a loro va. Del resto è proprio così
che si è loro insegnata la religiosità.
La predicazione raramente è un momento di
crescita: ci si limita di solito a fare ricorso alla mitologia ricamandovi
sopra le solite raccomandazioni a sfondo moralistico, al centro delle quali vi
è il comandamento dell’obbedienza ai superiori, e le lamentazioni sulla degenerazione
dei tempi.
Paradossalmente, questo è stato osservato da
molti nelle sedi dove la discussione sulla sinodalità è effettiva, il clero
giovane è in genere molto meno efficace degli anziani nelle relazioni con i
laici, il campo critico della sinodalità: sono stati formati così, a volte
piuttosto fragili nella pratica quotidiana del loro ministero, tendono a demoralizzarsi
facilmente. Sembra che sia stato raccomandato di separarsi dal cosiddetto
gregge, piuttosto che integrarvisi dentro cercando di influirvi.
Il problema più evidente nel tentativo di organizzare
a livello diocesano l’ascolto è che non la si è pensata come un’esperienza di lungo periodo,
destinata ad essere proseguita, dopo iniziata, anche a prescindere dalle varie
fasi del sinodo nazionale e mondiale. Il Papa vorrebbe invece che la sinodalità
diventasse gradualmente la vita comunitaria della Chiesa. Di fronte a lui tutti
fanno mostra di aderire a questa impostazione, ma poi si dicono gli uni gli
altri che è un obiettivo irrealistico, e anche pericoloso.
In realtà è pericoloso rimanere fermi.
Sempre all’incontro del MEIC Lazio di cui
dicevo un esperto ha osservato che la gran parte delle parrocchie ha gli anni
contati: tra una decina d’anni la maggior parte svaniranno. Il popolo che le
frequenta è troppo anziano. Faranno la fine della maggior parte dei conventi di
frati e monaci.
Comincerei con il dire che la sinodalità
locale, delle realtà di base, se non è guidata anche dalle persone laiche, ma solo dal clero, non
ha nessuna possibilità di radicarsi. D’altra parte, è vero: le persone laiche
sanno in genere troppo poco di religione, e parlo anche di me. Dalle domande
che talvolta vengono fatte ai sacerdoti in ambito ecclesiale si capisce che non
di rado quel poco è molto vicino al nulla. Ma chi domanda? In genere i
bambini e gli anziani: nei primi la scarsa conoscenza non è scandalosa. La
gente di mezzo, neanche chiede.
Quindi il principio della sinodalità locale
dovrebbe essere un lavoro di acculturazione, innanzi tutto storica, per capire
da dove si viene e dove si va. Bisognerebbe invece mettere sullo sfondo la
mitologia. Ed emanciparsi dall’ossessione per l’obbedienza.
Alcune persone sono affascinate da una
spiritualità visionaria, centrata sul prodigioso narrato mitologicamente:
queste non sono adatte ad un processo sinodale. Non bisogna, però, scandalizzarsene,
ma lasciarle fare ciò che credono lì dove vogliono; l’importante è che non
travaglino la sinodalità con quei costumi. La sinodalità è una conquista culturale
che non può essere imposta; rimarranno sempre persone che non se ne sentiranno
coinvolte, almeno in certe fasi della loro vita. La religione è stata da sempre
vissuta anche in quel modo, non ci si può fare nulla ed è anche fatica sprecata
tentare di mutare quei costumi.
La sinodalità, e quella sua fase preparatorie
che consiste nell’acculturazione religiosa, deve farsi per piccoli gruppi di
persone motivate e capaci di relazionarsi positivamente con le altre. Questi nuclei,
crescendo, potranno poi generare analoghe esperienze in altri contesti e gruppi.
Ma, per consentire questo sviluppo, è necessario pensare un organismo permanente
di coordinamento, in modo da superare l’isolamento in cui quelle esperienze
possono esser vissute. Per problemi cognitivi di specie noi siamo confinati in teatri
di relazioni molto limitati, lì dove si generano le intese profonde, stimate in
contesti tra le trenta e le centocinquanta persone, ma siamo capaci di coordinamento
e in questo la cultura gioca un ruolo determinante.
La parrocchia già ha un organismo di quel
tipo che è il Consiglio pastorale parrocchiale, che nella nostra parrocchia è
stato pressocché abbandonato, ma che dovrebbe svolgere proprio quel lavoro di
cui dicevo. Non è consigliabile costruirne altri, perché il Consiglio ha uno
statuto ecclesiale preciso, è addirittura obbligatorio nella Diocesi di Roma (come in
altre Diocesi). Da noi lo si lascia inattivo perché ci siamo mostrati incapaci
di relazionarci positivamente in quell’ambito. La soluzione è semplice:
sostituirne i membri che possono essere sostituiti (fondamentalmente le persone
laiche) e fare in modo che i nuovi prevalgano numericamente su quelli che non
si è potuti sostituire (perché del collegio fanno parte di diritto).
Mario Ardigò
– Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
sabato 7 maggio 2022
Ucraina, guerra più guerra non fa pace. Una verità semplice Marco Tarquinio Avvenire martedì 3 maggio 2022
Ucraina, guerra più guerra non fa pace. Una
verità semplice
Marco Tarquinio Avvenire
martedì 3 maggio 2022
Dicono che per far
finire la guerra bisogna fare più guerra. E a noi che diciamo che non è vero,
che guerra più guerra in Ucraina e ovunque significa solo un più grande
massacro di vite umane e di verità, ribattono: e allora come lo fermate, voi,
Putin? Lo fermate con le preghiere e le marce per la
pace? Con le carovane di pacifisti, le missioni della Caritas che portano cibo
e medicine in Ucraina e riportano in salvo i disabili e ancora altri profughi?
Lo fermate con la diplomazia degli smidollati disposti a parlare con il
«criminale del Cremlino»? Lo fermate con le buone intenzioni e con le buone
azioni che le nonne, le madri e le maestre insegnano ai bambini:
"Ricordati, quando due si picchiano, ha ragione solo il primo che smette"?
Già, la guerra è cosa da grandi, da uomini veri. (Pensateci:
dove sono finite le foto delle bambine col fucile e dei ragazzini d’Ucraina con
le molotov? Evaporate con i massicci rifornimenti di armi da adulti. Pensateci:
dove sono finiti i ragazzi russi di neanche vent’anni, «partiti soldato e non
ancora tornati», come canterebbe De Gregori, perché morti al fronte? Ragazzi
dei quali le madri cercano invano qualche notizia mentre i loro corpi non
vengono accettati indietro dai generali di Putin).
Già, la guerra è cosa da grandi. E la pace è roba da piccoli, da
bambini. Per questo non ne facciamo più di bambini, noi come i russi. E
facciamo le guerre, i russi come noi. Magari per procura. Le guerre attraverso gli
altri. Costi quel che costi. Se necessario – constatazione dolente e amarissima
di Jeffrey Sachs – «fino all’ultimo ucraino». Parole terribili, che potrebbero
stare in bocca all’uomo del Cremlino e stanno in testa agli strateghi,
d’occidente e d’oriente, della nuova guerra fredda.
Una volta si diceva "Dio lo vuole", oggi
qualcuno si azzarda ancora a dirlo, ma ormai basta dire "il popolo lo
vuole", anzi quel popolo lo vuole. Assolutamente lo vuole. E anche questo
è populismo, e della peggior specie.
Guerra più guerra, allora, non per "resistere"
non per "liberare", ma per "vincere", e a quel punto, solo
a quel punto, far finire finalmente la nuova e atroce tappa dell’eterna guerra
dei grandi che distrugge la vita e la pace dei piccoli.
No, mille
volte no. Ma noi, che vogliamo pace e chiediamo tregua immediata, come lo
fermiamo Putin? Noi che diamo ascolto a papa Francesco che
chiama i giochi di potere «follia», il riarmo una «vergogna» e la guerra
«sacrilega». Noi che prendiamo esempio da Gandhi,
King, Mandela, Capitini e Tonino Bello (anche se è quasi tutta gente
morta ammazzata o troppo giovane). Noi che crediamo in una resistenza
nonviolenta persino alla guerra dei carri armati. Noi che ci emozioniamo e ci
mobilitiamo per non lasciar soli i Nastri
Verdi dei coraggiosi e disarmati obiettori russi al regime di Putin. Noi
che ci entusiasmiamo per gli ucraini che affrontano con pura voce, mani alzate
e bandiere giallo-blu le colonne militari venute da est.
Non so più quante volte ce lo hanno chiesto: voi che vi dite
nonviolenti, come lo fermate Putin?
(Lo stesso Putin che attraverso i suoi scherani ha
sostenuto – ma questo glielo rinfacciamo in pochi – la "nave nera"
che nel Mediterraneo ha dato in lungo e in largo la caccia a chi soccorre i
profughi dalla pelle scura, scappati da altre guerre che magari armiamo, ma
preferiamo non vedere e non riconoscere).
Scusate. Ma
voi, voi altri, voi che avete l’unica risposta – la guerra – e tutte le armi,
tutte le strategie e tutti i calcoli giusti, lo avete forse fermato il signor
Putin? O vi state facendo suoi soci nella nuova guerra dei mondi? Diteci come lo fermate voi che vorreste proibirci anche solo di dire che
una Terra più piena di armi non è un posto sicuro, ma è un mondo che non sa
vivere la pace e dunque si prepara a far perdere all’umanità la prossima
guerra.
Quando ero giovane, mi ero piazzato davanti agli occhi,
sulla scrivania, una frase di Leo Longanesi «Quando
potremo scrivere tutta la verità, non ce la ricorderemo più». Era un
monito. L’ho tolta, ormai da parecchio tempo. Il tempo di dire la verità è
sempre adesso. Nessuno ha la verità in tasca, e la verità è una strada, ma ci
sono verità semplici. Gli eroi sono
quelli che non uccidono. E guerra più guerra non fa pace.
lunedì 2 maggio 2022
Sinodalità in piccolo
Sinodalità in piccolo
Nell’incontro di venerdì scorso del MEIC - Lazio su Democrazia
e Sinodalità è stato osservato che
la sinodalità è sprecata per decisioni minime, come decidere dove piazzare la
statua di un santo in chiesa o l’orario delle messe, che anche senza procedure
sinodali si risolvono da sole. E’ stato anche detto, però, che c’è il timore
che cominciando dalle cose piccole poi si finisca per voler mettere bocca anche
sui dogmi. Quindi, ostacolare la sinodalità nel piccolo può essere visto come
una forma di tutela dei principi maggiori, che dovrebbero essere tenuti fuori
della portata dei più, perché pasticciandoci sopra ne risentirebbe l’integrità
della Chiesa. Inoltre, per le persone appassionate alle questioni più complicate,
occuparsi del piccolo è noioso, preferiscono occuparsi di cose più elevate,
nelle quali però trovano l’ostacolo degli interdetti riguardanti i dogmi,
vale a dire tutto ciò che non può essere
creduto diversamente, altrimenti si è fuori.
Devo dire che non amo dogmi e dogmatica, non perché non siano
costruzioni di pensiero affascinanti, ma perché sono costati tanto sangue.
Sarebbe bello se fosse diverso, ma è così, è storia e la storia non può essere
cambiata, ma solo falsificata. Da strumenti conoscitivi di sintesi, presto i
dogmi divennero norme giuridiche per stabilire chi fosse dentro e chi fuori,
anatema, e quelli fuori vennero criminalizzati. E’ la storia della persecuzione
degli eretici. L’invenzione dell’idea di eresia si fa risalire all’apologeta
Giustino, nato a Nablus in Palestina da immigrati nel Secondo secolo e morto
martire a Roma. In particolare, il potere del neo-papato imperiale fondato nel
Secondo millennio a partire dalla riforma del papa Gregorio 7° si fondò
principalmente sulla repressione delle eresie, da cui gran parte di quella
storia sanguinosa di cui dicevo.
Quindi, riassumendo: non varrebbe la pena di occuparsi delle piccole
cose, che lasciate a se stesse si risolvono da sole, e delle cose maggiori ci
si può occupare come muovendosi in un campo minato.
Sulle cose grandi il nostro problema
principale non è di cambiarle o sostituirle, ma di disinnescarle, in modo che
non diventino più strumenti di sofferenza. Si tratta, formalmente, di
definizioni, ma sono collegate ad un sistema di potere ecclesiastico. Le stesse
cose che vorrebbero significare potrebbero essere dette in altro mondo e in termini equivalenti ma è il potere a cui
sono legate che non vuole essere definito in altro modo. Il problema è quindi
politico, non teologico. Disinnescando quelle definizioni esse tornerebbero ad
essere ciò che dovrebbero rimanere: strumenti di comprensione e di dialogo. Ma
è inutile cercare di disinnescare partendo dalla teologia: occorre agire sul
sistema di potere che le rende fonti di esclusione.
Il fatto di non poter mettere bocca sui dogmi non pesa molto alla
maggior parte dei laici. La dogmatica dal Duecento è divenuta materia
specialistica universitaria e i più non ne sono acculturati, ma questo fa poco
danno in sé. Pesa molto di più essere emarginati nelle cose piccole, quelle delle
quali si vive nelle realtà di prossimità, ad esempio in un parrocchia. Qui non
sono in questione i dogmi ma un sistema di potere che, appunto, emargina. Lo fa
con il pretesto di proteggere le cose grandi, ma in realtà protegge solo se
stesso, perché per i più i dogmi rimangono sullo sfondo. Quando un parroco
pretende di accentrare la decisione sugli orari delle messe, è la propria
supremazia che protegge, la teologia non c’entra nulla. L’ufficio del parroco
lo si vuole monocratico e non partecipato, se non mediante consulenti, perché è
tutta la piramide gerarchica che è costruita così, da circa ottocento anni, e i
gerarchi si legittimano a vicenda, dal basso e dall’alto. Nessun altro potere
viene riconosciuto a parte il loro. Come oggi è comunemente ammesso, questo è
un portato storico. Si tratta di una struttura di potere obsoleta che è
divenuta intollerabile nella mentalità degli europei occidentali contemporanei
e, in parte, nell’America settentrionale e latina, vale a dire nelle popolazioni che nella nostra Chiesa di fatto
danno la linea di come la fede debba essere pensata e vissuta. Si dice che la
Chiesa si dissolverebbe abbandonando l’attuale struttura gerarchia, ma comincia
a farsi strada la consapevolezza che quest'ultima sia, in realtà, tra le principali cause
della crisi. Non cambiando le cose così come sono, la nostra Chiesa si
dissolverà rapidamente.
A questo punto si capisce l’utilità di occuparsi sinodalmente delle cose
piccole. Bisogna fare tirocinio del nuovo, che non è possibile progettare
compiutamente, perché non si sa bene come risponderà la gente di fede. E’ così
che accade negli affari sociali. Bisogna però che queste sperimentazioni non
siano limitate a piccole cerchie di eletti, ma provate sulle masse dei fedeli,
dalle quali emerge una certa insoddisfazione per come vanno le cose, meno
marcata negli anziani, ma molto sensibile in tutte le altre persone, ora anche
tra le donne. Tornare al passato o anche solo mantenere le cose così come
stanno, congelandole, come si tentò di fare sotto il regno di papa Wojtyla, non
è possibile: il nuovo comunque ci precipiterà addosso, e sarà o la
dissoluzione, o la trasformazione secondo certe linee di tendenza che appaiono
pericolose, come quelle clericofasciste o dell’intimismo estatico, oppure, se
ci si darà da fare, l’evoluzione dell’agàpe evangelica in quella realtà sociale molto
partecipata, misericordiosa e amorevole tratteggiata negli scritti di papa
Francesco, nella quale al centro non sono i dogmi come discrimine tra il dentro
e il fuori, ma la capacità di
volersi bene come indicato nella vita del Maestro.
Fare tirocinio, vale a dire provare a fare, è già cambiare e anche molto
profondamente. Così non va sottovalutata l’importanza di una procedura mediante
la quale in un organismo partecipato una comunità parrocchiale decida, in
comunione con il parroco come si dice, l’orario delle messe. Questo significa,
appunto, costruire una comunità, laddove oggi prevalentemente vi è un
pubblico di utenti del sacro, nella migliore delle ipotesi, o una platea
di liturgie sacre, o, se le cose vanno male, ci sono dei poveretti che del sacro
divengono schiavi, in realtà schiavi non del sacro in sé ma dei gerarchi,
vale a dire di chi esercita il potere mediante il sacro. Un potere si dice
sacro quando lo si definisce come voluto dal Cielo e, in questo, immutabile.
Chi si azzarda a dire che stabilire gli orari delle messe sia voluto dal Cielo,
per cui sia appannaggio solo del gerarca? Così per aprire la via alla reale
sinodalità popolare occorre anche desacralizzare lì dove la sacralizzazione
appare arbitraria.
Va detto che la sinodalità popolare è tutt’altro che facile. Chi ha
provato a sperimentarla lo sa. Innanzi
tutto perché non la si è mai fatta e nessuno sa bene come si fa. Poi perché
ciascuno è tentato di cercare di prevalere
e su questa via si creano permali e, in crescendo, anche odii feroci. E’
molto difficile argomentare tenendo conto degli argomenti altrui. C’è un
deficit di formazione in merito: si punta in genere a preparare animatori,
che però agiscono come dall’esterno sulla comunità decidente, e spesso si cade
nelle trappole di leader carismatici che prevalgono fascinando, non
argomentando. Poi, naturalmente, spesso si prendono cattivi esempi dai gerarchi
superiori tirando di mezzo disinvoltamente la dogmatica senza saperla
maneggiare, a soli fini di escludere chi su un certo tema non la pensa in un
certo modo. E’ comodo sbottare in un “Tu non sei di Cristo!”, invece di
argomentare. Del resto è così che si è proceduto nella nostra Chiesa,
praticamente fino all’altro ieri.
Poi, sulla base di un tirocinio positivo nelle piccole cose, si può
cominciare a ragionarci sopra, cominciando ad articolare una corrispondente
ideologia, e, per chi ne è capace, anche una teologia in senso proprio. In
questo caso si ragiona su ciò che c’è, mentre spesso la teologia, anche
la più affascinante, al dunque mi pare
che arzigogoli su fantasie. Fantasie in base alle quali, però, si è molto
ammazzato. Quando poi si decide che conviene piantarla, tutto si risolve
abbastanza presto, come tra cattolici e protestanti sulla sfiancante dottrina
della giustificazione, chiusa pacificamente nel 1999 con la Dichiarazione congiunta di Augsburg dopo aver provocato incredibili sofferenze e stragi nei secoli precedenti.
Ieri è stata la festa dei lavoratori. Una delle principali istanza del
movimento che la promosse fu ed è quella di far realmente partecipare i lavoratori, vale a dire quelli che dipendono
da altri per vivere, all’organizzazione della società. E’ scritto anche nella
nostra Costituzione repubblicana, al secondo comma dell’art.3:
È compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto
la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
L’emarginazione nelle e dalla cose sociali
causa una sofferenza ingiusta e rende ingiusta l’organizzazione dei poteri sociali,
perché chi riesce ad arrivare in alto ha il principale scopo di rimanervi
prendendo più che può. Questo è ancor più inammissibile quando è in questione
ciò che chiamiamo Grazia, perché deforma l’immagine della divinità
proprio mentre deforma l’immagine della creatura umana.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
domenica 1 maggio 2022
sintesi della relazione del prof. Stefano Biancu su "Democrazia e sinodalità"
venerdi 29 APRILE 2022 ore 18-20
Convegno del MEIC Lazio su piattaforma ZOOM
" Democrazia e sinodalità "
relatore: prof. Stefano BIANCU (etica della comunicazione, delle relazioni
di aiuto, delle professioni)
università LUMSA – Scienze umane – Scienze della comunicazione
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Il MEIC del LAZIO nell'incontro di venerdi 29 aprile ore 18 torna a
riflettere sul tema della democrazia nel cammino sinodale e nella Chiesa. E' un
tema importante che abbiamo già trattato ma che merita un doveroso
approfondimento. Il relatore è il nostro caro prof. Stefano Biancu della
LUMSA, che è stato con noi in altre occasioni. Insieme a lui cercheremo
di analizzare il tema e individuare alcune proposte da presentare in uno
spazio pubblico di dibattito nella Chiesa.
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Sintesi di Mario Ardigò dagli appunti presi nel corso della relazione (non
rivista dal relatore)
Gianfranco Tonnarin (presidente MEIC Lazio)i: il Concilio Vaticano 2°
presenta il concetto di popolo di Dio come soggetto e dell’autorità in
posizione di servizio. La Commissione teologica internazionale ha definito la
Chiesa sinodale come partecipativa. Quale ruolo per i laici?
Il tema della democrazia qualifica
l’impegno dei laici nella società civile ed è molto stimolante in un cammino
sinodale per quanto riguarda ruolo e dignità del laicato.
E' stata citata la frase
“Nulla senza di noi e nulla solo da
noi”. Questo qualifica bene il senso del nostro impegno da laici.
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Stefano Biancu (relatore):
Vuole condividere alcune idee, non tenere una relazione sistematica.
Sinodalità e democrazia è un
binomio non evidente, il primo è un termine teologico e la seconda una
categoria politica.
I termini appartengono a mondi
diversi.
Bisogna fare una distinzione, ma
anche una separazione da evitare.
La modernità matura il senso della
distinzione tra le sfere dell’esistenza. Ad esempio tra reato e peccato, tra
foro interno e foro esterno, tra pubblico e privato. Si tratta di distinzioni
che nel passato più lontano non erano evidenti e ancora non lo sono in tutto il
mondo.
In alcune parti del mondo
l’omosessualità è peccato e reato: da noi non è più reato e per alcuni è
peccato, ma per altri non lo è.
A volte però la distinzione è
diventata separazione e quest’ultima può diventare patologica. La distinzione
sul piano concettuale, ma l’essere umano è unico. La separazione distingue
astrattamente la realtà concreto. Ma la realtà è superiore all’idea,
come dice papa Francesco. Le distinzioni non possono diventare separazioni.
Ognuno di noi è molte cose insieme. Ogni separazione è nociva, ad
esempio la laicità alla francese. La separazione può portare conseguenze
patologiche.
Che significa distinguere senza
separare tra sinodalità e democrazia?
Ci approcciamo al tema della
sinodalità a partire da una coscienza democratica che per noi è irrinunciabile,
ad esempio la libertà di pensiero, la parità tra i sessi in materia di diritti
e doveri. Non è immaginabile una sinodalità senza libertà di pensiero, di
parola, di espressione, senza trasparenza nelle responsabilità e senza accettazione della diversità. Non
possiamo vivere la sinodalità in modo molto diverso dalla democrazia, sebbene
siano cose diverse.
La democrazia, ridotta alla sua
forma, è la legge del numero: questo non è sinodalità, ma non è neanche tutta
la democrazia, che muore ridotta alla legge del 50%+1. Le condizioni formali
non sono sufficienti né in democrazia né in sinodalità. La sinodalità è un
processo, è vita della Chiesa che si svolge nel tempo, non è una procedura
fissa da applicare, è un processo che si alimenta nel tempo, che non si
accontenta del 50%+1, del numero, che vive di dibattito, ambisce di più. In
certi momenti la democrazia può accontentarsi del 50%+1, la sinodalità mai. La
sinodalità vive per riconciliare.
Ad esempio l’infallibilità del Papa
è intesa come infallibilità della Chiesa, di cui il Papa è espressione. Da
decenni nessun Papa si esprime nelle forme di infallibilità, ma quando ciò che
è accaduto è avvenuto in riferimento al popolo di Dio. Cattolicesimo non è
papismo.
La sinodalità non ha necessità solo
di condizioni formali, ha bisogna di tempo.
I benedettini sono un buon esempio
di sinodalità. Tra loro si decide con la maggioranza di due terzi per le
questioni più importanti. Una regola che potremmo adottare nella nostra
sinodalità, rinunciando all’unanimità e che è più del 50%+1. Ma una sinodalità
che si accontentasse di questo non sarebbe tale, perché la sinodalità punta a
far maturare nel tempo la composizione delle differenze. In molte cose non sono
ancora giunti i tempi per posizioni definitive condivise. Non sono ancora
maturate le condizioni. Non va bene affrettare i processi. Non bisogna
scandalizzarsene. Ogni dottrina, lo sosteneva Newman, hanno una loro vita
fisiologica. Il fatto che la Chiesa possieda la verità non significa che ne sia
totalmente consapevole: la consapevolezza matura nella storia, anche attraverso
al democrazia.
Un’esperienza matura di sinodalità
potrebbe aiutare a far uscire la democrazia dalla crisi in cui è caduta. La
democrazia ridotta a forma può facilmente convertirsi nel suo contrario.
Bastano i troll russi per costruire artificiosamente maggioranze.
La fiducia è tra le condizioni materiali per far sì che
le forme della democrazie non degenerino. Senza la fiducia, condizione
materiale, la democrazia non funziona più.
La Chiesa, con la sua sinodalità,
potrebbe essere una stimolo a costruire le condizioni materiali della
democrazia.
La sinodalità è distinguere senza
separare.
La sinodalità non può che essere la
consapevolezza che il conflitto non deve risolversi nella guerra, che è la
patologia del conflitto. La sinodalità non significa che si debba essere tutti
d’accordo, quando ciò accade significa che si cerca di nascondere il conflitto.
La sinodalità è una forma di gestione ragionevole del conflitto. Noi viviamo di
conflitti, interiori ed esteriori. La sinodalità matura, e il cattolicesimo è
molto indietro perché rifiuta il conflitto, è che non bisogna scandalizzarsi
del conflitto, ma che va gestito in modo che non degeneri in guerra.
L’esperienza democratica ci insegna
a desacralizzare ciò che non è sacro: non tolleriamo più che certe cose siano
considerate sacre.
Ci può essere una feconda relazione tra esperienza
democratica e sinodale.
Un lato negativo è che pochi giovani
sono ecclesialmente socializzati. Però mostrano una qualità umana che lascia
ben sperare. Le forme ecclesiali attuali non danno alle persone ciò che
cercano: i due mondi non si incontrano. Però non è vero che la gioventù è persa
per la Chiesa.


