INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

PER EVENTUALI COMUNICAZIONI AL BLOG, SCRIVERE UNA EMAIL A ardigo.mario@virgilio.it

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domenica 15 maggio 2022

LA RELIGIONE "JEDI" (DALLA SAGA DI FILM DI "STAR WARS - GUERRE STELLARI") IN INGHILTERRA E GALLES

LA RELIGIONE "JEDI" (DALLA SAGA DI FILM DI "STAR WARS - GUERRE STELLARI") IN INGHILTERRA E GALLES



  Se si hanno dubbi sul fatto che religioni possano essere "inventate" di sana pianta, ecco la conferma sperimentale del contrario. Al censimento del 2001 in Inghilterra e Galles 390.000 persone si dichiararono seguaci della religione degli "Jedi", i monaci guerrieri invasati dalla "forza" della saga di film "Star Wars - Guerre Stellari".
  Il trafiletto è stato pubblicato su Robinson la scorsa settimana.
  Mario 


 

mercoledì 11 maggio 2022

Manuale operativo di sinodalitá - 15 - Magistero e fedeli nella pratica comunitaria

                         Manuale operativo di sinodalitá 
     - 15 -
        Magistero e sinodalitá nella pratica comunitaria

   Venerdì prossimo il Meic Lazio si confronterà sul tema "Magistero e fedeli in reciproco ascolto", con l'aiuto del professore di teologia Cataldo Zuccaro.
   Con il termine "Magistero" indichiamo un organismo e la dottrina deliberata da esso. Quest'ultima è costituita da definizioni che servono a stabilire chi è dentro la Chiesa e chi ne è fuori. L'organismo è il complesso gerarchico costituito dai vescovi e dal Papa. Solo loro sono legittimati, per il diritto della Chiesa (che viene definito "canonico"), a deliberare quella dottrina che indichiamo come "Magistero".
  Il Magistero come organismo parla il linguaggio specialistico della teologia. Ma storicamente, nel definire il magistero-dottrina, ha risposto prevalentemente ad esigenze politiche. 
  Fino al Concilio Vaticano 1^, iniziato nel 1870 e mai portato a termine, le deliberazioni di dottrine magisteriali si concludevano con "anatemi", vale a dire con maledizioni sacre contro chi non vi si attenesse, per escluderlo dalla Chiesa. 
  Dal punto di vista sociale il potere del Magistero è di tipo autocratico, perché si legittima da sè. Dal punto di vista della teologia cattolica esso deriva dal Cielo e, in questo senso, è "sacro", nel senso di indiscutibile. Le confessioni  protestanti ed altre confessioni cristiane contestano questa teologia e vivono il potere ecclesiastico, che è sempre individuabile anche in esse, in modi diversi. Le confessioni di tradizione ortodossa e le confessioni cristiane orientali non cattoliche né ortodosse condividono la concezione caftolica del potere ecclesiastico, non riconoscendo tuttavia il potere assoluto del Papa di Roma.
   La tremenda storia dei cristiani è stata travagliata da lotte di potere, evolute ciclicamente in vere e proprie guerre, spiegate con contrasti dottrinali. Al centro di esse vi era il potere di includere ed escludere. Questo appunto è il nodo problematico principale nell'attuazione  della sinodalitá come oggi viene proposta in ambito cattolico, come "sinodalitá di tutti".
  Sinodalitá significa infatti compartecipazione alle decisioni. Il Magistero, però, si riserva di delimitarne l'ambito. Oggi accentra praticamente ogni potere ecclesiastico formale, tuttavia il suo potere, fuori degli organismi ecclesiastici, sta divenendo sempre più debole. I fedeli, sfruttando gli spazi di libertà aperti dalle democrazie occidentali avanzate, hanno di fatto conquistato il potere di decidere in che limiti accettare la normatività del Magistero inteso come dottrina.  Ma rimangono dentro,  rifiutano l'esclusione. Questa situazione si  riflette nelle esperienze di sinodalitá che vengono fatte di questi tempi, quando sono veramente tali.
  Del resto il Magistero come corpo dottrinale si è storicamente evoluto seguendo le concezioni che prendevano piede nella società e ciò in modo molto sensibile dalla metà del Novecento. Vi è stato, dunque, un Magistero formale, diffuso dalla gerarchia, e uno informale diffuso anche dalle persone laiche di fede. Il più spettacolare riconoscimento di ciò si ebbe al termine del Concilio Vaticano 2º, con l'affidamento al filosofo Maritain del messaggio del Concilio agli uomini di cultura.
  Gran parte delle energie del laicato cattolico è assorbita nello sforzo di far accettare al Magistero ecclesiastico, inteso come organismo, e nel Magistero ecclesiastico, inteso come definizioni normative per escludere o in includere, principi già praticati con successo in società per adeguarla ai tempi nuovi, e, in particolare, per cercare di darle un ordinamento pacificato. Si rischia però, ancora oggi, di incorrere in anatemi. Anche perché le persone laiche, in genere, non si esprimono nel gergo teologico.
  Magistero e sinodalitá di tutti sono inconciliabili se la gerarchia non accetta di (almeno) limitare il suo potere di esclusione, come del resto in genere va già facendo nella pratica comunitaria. In questo modo la sinodalitá popolare può essere effettivamente il luogo dell'ascolto reciproco. 
  In genere però l'affabilità dei gerarchi è solo apparente. L'esclusione non si fa più nei modi terribili del passato, ma prevalentemente come emarginazione.  Si fa il vuoto intorno al disobbediente. È ciò che, da quello che ho letto, sta succedendo ad Enzo Bianchi, persona che gode tuttora di un rilevante credito sociale tra credenti e non, a prescindere dal suo ruolo di gerarca carismatico di una comunità monastica da  lui stesso fondata, che era veramente di tipo particolare.
  Insomma, nella pratica della controversie nella Chiesa è quasi sempre in questione il potere, non c'entra la teologia, che storicamente è stata piegata disinvoltamente dai chierici di corte alle esigenze della gerarchia.
  Veramente Dio vuole una Chiesa come la nostra, nella quale i più per rimanervi dentro devono tacere?
  Osservo che nel vangelo la gerarchia non c'è e le questioni dottrinali che la riguardano sono state ricavate dopo la resurrezione, quando, appunto, divenne rilevante stabilire chi fosse dentro e chi fuori e chi avesse il potere di deciderlo. C'è però indubbiamente un Magistero. In che misura l'attuale risponde a quel modello, fortemente inclusivo?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli
  

  

lunedì 9 maggio 2022

Manuale operativo di sinodalità - 14 – Sinodalità dal basso

 

Manuale operativo di sinodalità

-      14 –

Sinodalità dal basso

 

 Il fatto che nella nostra Chiesa ci sia un “alto” e un “basso” è un portato storico.

 Il logo  del Sinodo 2021-2023 vuole rendercene l’idea.



 Ecco che vengono rappresentati i profili di gente di diverse età in cammino e, in mezzo, un vescovo, riconoscibili dagli strumenti del mestiere, la mitra e il pastorale.

  La spiegazione della figura, che si trova sul sito del sinodo https://www.synod.va/it/news/synod-official-logo.html è questa:

 

Un grande albero maestoso, pieno di saggezza e di luce, raggiunge il cielo. Segno di profonda vitalità e speranza, esprime la croce di Cristo. Porta l'Eucaristia, che brilla come il sole. I rami orizzontali aperti come mani o ali suggeriscono, allo stesso tempo, lo Spirito Santo.

Il popolo di Dio non è statico: è in movimento, in riferimento diretto all'etimologia della parola sinodo, che significa "camminare insieme". Le persone sono unite dalla stessa dinamica comune che questo Albero della Vita respira in loro, da cui iniziano il loro cammino.

Queste 15 sagome riassumono tutta la nostra umanità nella sua diversità di situazioni di vita, di generazioni e origini. Questo aspetto è rafforzato dalla molteplicità dei colori brillanti che sono essi stessi segni di gioia. Non c'è gerarchia tra queste persone che sono tutte sullo stesso piano: giovani, vecchi, uomini, donne, adolescenti, bambini, laici, religiosi, genitori, coppie, single; il vescovo e la suora non sono davanti a loro, ma tra di loro. Molto naturalmente, i bambini e poi gli adolescenti aprono loro il cammino, in riferimento a queste parole di Gesù nel Vangelo: " Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. (Mt 11,25)

  La linea di base orizzontale: "Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” corre da sinistra a destra nella direzione di questa marcia, sottolineandola e rafforzandola, per finire con il titolo "Sinodo 2021 - 2023": il punto più alto che sintetizza il tutto.


Fin dall’antichità il sinodo fu un incontro tra gerarchi, tra persone, in genere uomini, le quali a vario titolo esercitavano un potere sacro: la parola gerarca, dall’antico greco ἱεράρχης [si legge ieràrkes], che è composta dalle parole ἱερός [ieròs], che significa sacro e ἄρχω [àrcko], capo. Un gerarca  è sopra  agli altri, appunto perché esercita un potere sacro, vale a dire indiscutibile perché voluto da un dio, che per definizione è sopra. Un altro modo definire questa funzione pubblica è sacerdote, che ha in sé la parola latina sacer, sacro. Anche il sacerdote sta sopra. 

  La teologia cristiana ha cambiato radicalmente le cose, anche se le sue liturgie risentono delle consuetudini sacrali  delle religioni più antiche. Anche nella religione degli antichi romani c’erano pontefici  e  sacerdoti. I teologi spiegano le cose impiegando la letteratura dei secoli passati che è molto sofisticata e quindi non alla portata di tutti. Nel Credo  che recitiamo la domenica a messa usiamo antiche formule che la sintetizzano. L’espressione chiave è “s’è fatto come noi”. Questo ci permette di fare Chiesa dal basso. In realtà, in quest’ottica è superata l’organizzazione con un alto  e un basso. Almeno nelle cose essenziali, e non lo sono, ad esempio, quelle che riguardano la burocrazia ecclesiastica e la Città del Vaticano, come anche l’organizzazione del lavoro per mandare avanti una basilica o anche una parrocchia. Nei cammini sinodali,  mondiale e italiano, che stiamo celebrando ci si occupa, appunto, dell’essenziale.

  La nostra fede è fatta di molta gente che si cerca per viverla insieme e vuole mantenersi in contatto, anche da molto lontano. Questo risale alle origini. Fin da allora si è condiviso il comandamento di essere una cosa sola,  come è scritto:.

Io non prego soltanto per questi miei discepoli, ma prego anche per altri, per quelli che crederanno in me dopo aver ascoltato la loro parola. Fa’ che siano tutti una cosa sola: come tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi. Così il mondo crederà che tu mi hai mandato.

«Io ho dato loro la stessa gloria che tu avevi dato a me, perché anch’essi siano una cosa sola come noi: io unito a loro e tu unito a me. Così potranno essere perfetti nell’unità, e il mondo potrà capire che tu mi hai mandato, e che li hai amati come hai amato me [καὶ ἠγάπησας αὐτοὺς καθὼς ἐμὲ ἠγάπησας.  – kài egàpesas autùs kathòs emè egàpesas]. Padre, voglio che dove sono io siano anche quelli che tu mi hai dato, perché vedano la gloria che tu mi hai dato: infatti tu mi hai amato ancora prima della creazione del mondo.

«Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto ed essi sanno che tu mi hai mandato. Io ti ho fatto conoscere a loro e ti farò conoscere ancora; così l’amore che hai per me sarà in loro, e anch’io sarò in loro».

[Dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 17, versetti da 20 a 26 – Gv 17, 20-26]

 Una unità che non è basata sulla soggezione ad un’unica autorità gerarchica, ma sull’agàpe, che in quel testo traduciamo con  amore, ma significa molto di più del semplice sentimento: è convivenza pacifica, solidale, sollecita. Insomma  pace.

  La persona cristiana mette pace  come dovere religioso.

  Sinodalità dal basso  significa mettere pace tra noi e vivere questo come l’essenziale del nostro essere Chiesa. Una cosa molto bella, che può rendere felici. E anche molto semplice da capire. Molto più difficile, naturalmente, da fare. Poiché, però, è l’essenziale, tutto dovrebbe esservi finalizzato, anche ciò che chiamiamo catechesi   e la liturgia.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 8 maggio 2022

Manuale operativo di sinodalità -13- Sinodalità in piccolo, ma coordinata in grande

 

Manuale operativo di sinodalità

-13-

Sinodalità in piccolo, ma coordinata in grande

 

  L’altra settimana, alla riunione del MEIC Lazio in Zoom è stato riferito che in Diocesi non sono affatto soddisfatti di ciò che è uscito nella fase di ascolto del Popolo di Dio nelle parrocchie e altrove. Del resto si miete ciò che si aveva seminato. Le linee guida diocesane sull’ascolto erano fortemente riduttive e incentrate su una vaga spiritualità, più che altro come momento di crescita interiore. Sinodalità  significa invece cooperare con le altre persone nelle fasi decisionali sulla conduzione della vita comunitaria.

  Pubblicamente il popolo viene incensato come soggetto che, contro ogni evidenza, avrebbe una sorta di fiuto  per intuire la verità. In privato se ne diffida e anche lo si diffama. In prevalenza è fatto di persone che sanno poco di religione e che quindi si limitano a seguire, quando a loro va. Del resto è proprio così che si è loro insegnata la religiosità.

  La predicazione raramente è un momento di crescita: ci si limita di solito a fare ricorso alla mitologia ricamandovi sopra le solite raccomandazioni a sfondo moralistico, al centro delle quali vi è il comandamento dell’obbedienza ai superiori, e le lamentazioni sulla degenerazione dei tempi.

  Paradossalmente, questo è stato osservato da molti nelle sedi dove la discussione sulla sinodalità è effettiva, il clero giovane è in genere molto meno efficace degli anziani nelle relazioni con i laici, il campo critico della sinodalità: sono stati formati così, a volte piuttosto fragili nella pratica quotidiana del loro ministero, tendono a demoralizzarsi facilmente. Sembra che sia stato raccomandato di separarsi dal cosiddetto gregge, piuttosto che integrarvisi dentro cercando di influirvi.

  Il problema più evidente nel tentativo di organizzare a livello diocesano l’ascolto è che non la si è pensata come un’esperienza di lungo periodo, destinata ad essere proseguita, dopo iniziata, anche a prescindere dalle varie fasi del sinodo nazionale e mondiale. Il Papa vorrebbe invece che la sinodalità diventasse gradualmente la vita comunitaria della Chiesa. Di fronte a lui tutti fanno mostra di aderire a questa impostazione, ma poi si dicono gli uni gli altri che è un obiettivo irrealistico, e anche pericoloso.

  In realtà è pericoloso rimanere fermi.

  Sempre all’incontro del MEIC Lazio di cui dicevo un esperto ha osservato che la gran parte delle parrocchie ha gli anni contati: tra una decina d’anni la maggior parte svaniranno. Il popolo che le frequenta è troppo anziano. Faranno la fine della maggior parte dei conventi di frati e monaci.

  Comincerei con il dire che la sinodalità locale, delle realtà di base, se non è guidata anche  dalle persone laiche, ma solo dal clero, non ha nessuna possibilità di radicarsi. D’altra parte, è vero: le persone laiche sanno in genere troppo poco di religione, e parlo anche di me. Dalle domande che talvolta vengono fatte ai sacerdoti in ambito ecclesiale si capisce che non di rado quel poco  è molto vicino al nulla. Ma chi domanda? In genere i bambini e gli anziani: nei primi la scarsa conoscenza non è scandalosa. La gente di mezzo, neanche chiede.

  Quindi il principio della sinodalità locale dovrebbe essere un lavoro di acculturazione, innanzi tutto storica, per capire da dove si viene e dove si va. Bisognerebbe invece mettere sullo sfondo la mitologia. Ed emanciparsi dall’ossessione per l’obbedienza.

  Alcune persone sono affascinate da una spiritualità visionaria, centrata sul prodigioso narrato mitologicamente: queste non sono adatte ad un processo sinodale. Non bisogna, però, scandalizzarsene, ma lasciarle fare ciò che credono lì dove vogliono; l’importante è che non travaglino la sinodalità con quei costumi. La sinodalità è una conquista culturale che non può essere imposta; rimarranno sempre persone che non se ne sentiranno coinvolte, almeno in certe fasi della loro vita. La religione è stata da sempre vissuta anche in quel modo, non ci si può fare nulla ed è anche fatica sprecata tentare di mutare quei costumi.

  La sinodalità, e quella sua fase preparatorie che consiste nell’acculturazione religiosa, deve farsi per piccoli gruppi di persone motivate e capaci di relazionarsi positivamente con le altre. Questi nuclei, crescendo, potranno poi generare analoghe esperienze in altri contesti e gruppi. Ma, per consentire questo sviluppo, è necessario pensare un organismo permanente di coordinamento, in modo da superare l’isolamento in cui quelle esperienze possono esser vissute. Per problemi cognitivi di specie noi siamo confinati in teatri di relazioni molto limitati, lì dove si generano le intese profonde, stimate in contesti tra le trenta e le centocinquanta persone, ma siamo capaci di coordinamento e in questo la cultura gioca un ruolo determinante.

  La parrocchia già ha un organismo di quel tipo che è il Consiglio pastorale parrocchiale, che nella nostra parrocchia è stato pressocché abbandonato, ma che dovrebbe svolgere proprio quel lavoro di cui dicevo. Non è consigliabile costruirne altri, perché il Consiglio ha uno statuto ecclesiale preciso, è addirittura obbligatorio nella Diocesi di Roma (come in altre Diocesi). Da noi lo si lascia inattivo perché ci siamo mostrati incapaci di relazionarci positivamente in quell’ambito. La soluzione è semplice: sostituirne i membri che possono essere sostituiti (fondamentalmente le persone laiche) e fare in modo che i nuovi prevalgano numericamente su quelli che non si è potuti sostituire (perché del collegio fanno parte di diritto).

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 7 maggio 2022

Ucraina, guerra più guerra non fa pace. Una verità semplice Marco Tarquinio Avvenire martedì 3 maggio 2022

 

Ucraina, guerra più guerra non fa pace. Una verità semplice


 

Marco Tarquinio Avvenire martedì 3 maggio 2022

 

Dicono che per far finire la guerra bisogna fare più guerra. E a noi che diciamo che non è vero, che guerra più guerra in Ucraina e ovunque significa solo un più grande massacro di vite umane e di verità, ribattono: e allora come lo fermate, voi, Putin? Lo fermate con le preghiere e le marce per la pace? Con le carovane di pacifisti, le missioni della Caritas che portano cibo e medicine in Ucraina e riportano in salvo i disabili e ancora altri profughi? Lo fermate con la diplomazia degli smidollati disposti a parlare con il «criminale del Cremlino»? Lo fermate con le buone intenzioni e con le buone azioni che le nonne, le madri e le maestre insegnano ai bambini: "Ricordati, quando due si picchiano, ha ragione solo il primo che smette"?

Già, la guerra è cosa da grandi, da uomini veri. (Pensateci: dove sono finite le foto delle bambine col fucile e dei ragazzini d’Ucraina con le molotov? Evaporate con i massicci rifornimenti di armi da adulti. Pensateci: dove sono finiti i ragazzi russi di neanche vent’anni, «partiti soldato e non ancora tornati», come canterebbe De Gregori, perché morti al fronte? Ragazzi dei quali le madri cercano invano qualche notizia mentre i loro corpi non vengono accettati indietro dai generali di Putin).

Già, la guerra è cosa da grandi. E la pace è roba da piccoli, da bambini. Per questo non ne facciamo più di bambini, noi come i russi. E facciamo le guerre, i russi come noi. Magari per procura. Le guerre attraverso gli altri. Costi quel che costi. Se necessario – constatazione dolente e amarissima di Jeffrey Sachs – «fino all’ultimo ucraino». Parole terribili, che potrebbero stare in bocca all’uomo del Cremlino e stanno in testa agli strateghi, d’occidente e d’oriente, della nuova guerra fredda.

Una volta si diceva "Dio lo vuole", oggi qualcuno si azzarda ancora a dirlo, ma ormai basta dire "il popolo lo vuole", anzi quel popolo lo vuole. Assolutamente lo vuole. E anche questo è populismo, e della peggior specie.

Guerra più guerra, allora, non per "resistere" non per "liberare", ma per "vincere", e a quel punto, solo a quel punto, far finire finalmente la nuova e atroce tappa dell’eterna guerra dei grandi che distrugge la vita e la pace dei piccoli.

No, mille volte no. Ma noi, che vogliamo pace e chiediamo tregua immediata, come lo fermiamo Putin? Noi che diamo ascolto a papa Francesco che chiama i giochi di potere «follia», il riarmo una «vergogna» e la guerra «sacrilega». Noi che prendiamo esempio da Gandhi, King, Mandela, Capitini e Tonino Bello (anche se è quasi tutta gente morta ammazzata o troppo giovane). Noi che crediamo in una resistenza nonviolenta persino alla guerra dei carri armati. Noi che ci emozioniamo e ci mobilitiamo per non lasciar soli i Nastri Verdi dei coraggiosi e disarmati obiettori russi al regime di Putin. Noi che ci entusiasmiamo per gli ucraini che affrontano con pura voce, mani alzate e bandiere giallo-blu le colonne militari venute da est.

Non so più quante volte ce lo hanno chiesto: voi che vi dite nonviolenti, come lo fermate Putin?

(Lo stesso Putin che attraverso i suoi scherani ha sostenuto – ma questo glielo rinfacciamo in pochi – la "nave nera" che nel Mediterraneo ha dato in lungo e in largo la caccia a chi soccorre i profughi dalla pelle scura, scappati da altre guerre che magari armiamo, ma preferiamo non vedere e non riconoscere).

Scusate. Ma voi, voi altri, voi che avete l’unica risposta – la guerra – e tutte le armi, tutte le strategie e tutti i calcoli giusti, lo avete forse fermato il signor Putin? O vi state facendo suoi soci nella nuova guerra dei mondi? Diteci come lo fermate voi che vorreste proibirci anche solo di dire che una Terra più piena di armi non è un posto sicuro, ma è un mondo che non sa vivere la pace e dunque si prepara a far perdere all’umanità la prossima guerra.

Quando ero giovane, mi ero piazzato davanti agli occhi, sulla scrivania, una frase di Leo Longanesi «Quando potremo scrivere tutta la verità, non ce la ricorderemo più». Era un monito. L’ho tolta, ormai da parecchio tempo. Il tempo di dire la verità è sempre adesso. Nessuno ha la verità in tasca, e la verità è una strada, ma ci sono verità semplici. Gli eroi sono quelli che non uccidono. E guerra più guerra non fa pace.

 

lunedì 2 maggio 2022

Sinodalità in piccolo

 

Sinodalità in piccolo

 

  Nell’incontro di venerdì scorso del MEIC - Lazio su Democrazia e Sinodalità  è stato osservato che la sinodalità è sprecata per decisioni minime, come decidere dove piazzare la statua di un santo in chiesa o l’orario delle messe, che anche senza procedure sinodali si risolvono da sole. E’ stato anche detto, però, che c’è il timore che cominciando dalle cose piccole poi si finisca per voler mettere bocca anche sui dogmi. Quindi, ostacolare la sinodalità nel piccolo può essere visto come una forma di tutela dei principi maggiori, che dovrebbero essere tenuti fuori della portata dei più, perché pasticciandoci sopra ne risentirebbe l’integrità della Chiesa. Inoltre, per le persone appassionate alle questioni più complicate, occuparsi del piccolo è noioso, preferiscono occuparsi di cose più elevate, nelle quali però trovano l’ostacolo degli interdetti riguardanti i dogmi, vale  a dire tutto ciò che non può essere creduto diversamente, altrimenti si è fuori.

  Devo dire che non amo dogmi e dogmatica, non perché non siano costruzioni di pensiero affascinanti, ma perché sono costati tanto sangue. Sarebbe bello se fosse diverso, ma è così, è storia e la storia non può essere cambiata, ma solo falsificata. Da strumenti  conoscitivi di sintesi, presto i dogmi divennero norme giuridiche per stabilire chi fosse dentro e chi fuori, anatema, e quelli fuori vennero criminalizzati. E’ la storia della persecuzione degli eretici. L’invenzione dell’idea di eresia si fa risalire all’apologeta Giustino, nato a Nablus in Palestina da immigrati nel Secondo secolo e morto martire a Roma. In particolare, il potere del neo-papato imperiale fondato nel Secondo millennio a partire dalla riforma del papa Gregorio 7° si fondò principalmente sulla repressione delle eresie, da cui gran parte di quella storia sanguinosa di cui dicevo.

  Quindi, riassumendo: non varrebbe la pena di occuparsi delle piccole cose, che lasciate a se stesse si risolvono da sole, e delle cose maggiori ci si può occupare come muovendosi in un campo minato.

 Sulle cose grandi il nostro problema principale non è di cambiarle o sostituirle, ma di disinnescarle, in modo che non diventino più strumenti di sofferenza. Si tratta, formalmente, di definizioni, ma sono collegate ad un sistema di potere ecclesiastico. Le stesse cose che vorrebbero significare potrebbero essere dette in altro mondo  e in termini equivalenti ma è il potere a cui sono legate che non vuole essere definito in altro modo. Il problema è quindi politico, non teologico. Disinnescando quelle definizioni esse tornerebbero ad essere ciò che dovrebbero rimanere: strumenti di comprensione e di dialogo. Ma è inutile cercare di disinnescare partendo dalla teologia: occorre agire sul sistema di potere che le rende fonti di esclusione. 

  Il fatto di non poter mettere bocca sui dogmi non pesa molto alla maggior parte dei laici. La dogmatica dal Duecento è divenuta materia specialistica universitaria e i più non ne sono acculturati, ma questo fa poco danno in sé. Pesa molto di più essere emarginati nelle cose piccole, quelle delle quali si vive nelle realtà di prossimità, ad esempio in un parrocchia. Qui non sono in questione i dogmi ma un sistema di potere che, appunto, emargina. Lo fa con il pretesto di proteggere le cose grandi, ma in realtà protegge solo se stesso, perché per i più i dogmi rimangono sullo sfondo. Quando un parroco pretende di accentrare la decisione sugli orari delle messe, è la propria supremazia che protegge, la teologia non c’entra nulla. L’ufficio del parroco lo si vuole monocratico e non partecipato, se non mediante consulenti, perché è tutta la piramide gerarchica che è costruita così, da circa ottocento anni, e i gerarchi si legittimano a vicenda, dal basso e dall’alto. Nessun altro potere viene riconosciuto a parte il loro. Come oggi è comunemente ammesso, questo è un portato storico. Si tratta di una struttura di potere obsoleta che è divenuta intollerabile nella mentalità degli europei occidentali contemporanei e, in parte, nell’America settentrionale e latina, vale a dire nelle  popolazioni che nella nostra Chiesa di fatto danno la linea di come la fede debba essere pensata e vissuta. Si dice che la Chiesa si dissolverebbe abbandonando l’attuale struttura gerarchia, ma comincia a farsi strada la consapevolezza che quest'ultima sia, in realtà, tra le principali cause della crisi. Non cambiando le cose così come sono, la nostra Chiesa si dissolverà rapidamente.

  A questo punto si capisce l’utilità di occuparsi sinodalmente delle cose piccole. Bisogna fare tirocinio del nuovo, che non è possibile progettare compiutamente, perché non si sa bene come risponderà la gente di fede. E’ così che accade negli affari sociali. Bisogna però che queste sperimentazioni non siano limitate a piccole cerchie di eletti, ma provate sulle masse dei fedeli, dalle quali emerge una certa insoddisfazione per come vanno le cose, meno marcata negli anziani, ma molto sensibile in tutte le altre persone, ora anche tra le donne. Tornare al passato o anche solo mantenere le cose così come stanno, congelandole, come si tentò di fare sotto il regno di papa Wojtyla, non è possibile: il nuovo comunque ci precipiterà addosso, e sarà o la dissoluzione, o la trasformazione secondo certe linee di tendenza che appaiono pericolose, come quelle clericofasciste o dell’intimismo estatico, oppure, se ci si darà da fare, l’evoluzione dell’agàpe  evangelica in quella realtà sociale molto partecipata, misericordiosa e amorevole tratteggiata negli scritti di papa Francesco, nella quale al centro non sono i dogmi come discrimine tra il dentro  e il fuori, ma la capacità di volersi bene come indicato nella vita del Maestro.

  Fare tirocinio, vale a dire provare  a fare, è già cambiare e anche molto profondamente. Così non va sottovalutata l’importanza di una procedura mediante la quale in un organismo partecipato una comunità parrocchiale decida, in comunione con il parroco come si dice, l’orario delle messe. Questo significa, appunto, costruire una comunità, laddove oggi prevalentemente vi è un pubblico di utenti del sacro, nella migliore delle ipotesi, o una platea di liturgie sacre, o, se le cose vanno male, ci sono dei poveretti che del sacro divengono schiavi, in realtà schiavi non del sacro in sé ma dei gerarchi, vale a dire di chi esercita il potere mediante il sacro. Un potere si dice sacro quando lo si definisce come voluto dal Cielo e, in questo, immutabile. Chi si azzarda a dire che stabilire gli orari delle messe sia voluto dal Cielo, per cui sia appannaggio solo del gerarca? Così per aprire la via alla reale sinodalità popolare occorre anche desacralizzare lì dove la sacralizzazione appare arbitraria.

  Va detto che la sinodalità popolare è tutt’altro che facile. Chi ha provato a sperimentarla  lo sa. Innanzi tutto perché non la si è mai fatta e nessuno sa bene come si fa. Poi perché ciascuno è tentato di cercare di prevalere  e su questa via si creano permali e, in crescendo, anche odii feroci. E’ molto difficile argomentare tenendo conto degli argomenti altrui. C’è un deficit di formazione in merito: si punta in genere a preparare animatori, che però agiscono come dall’esterno sulla comunità decidente, e spesso si cade nelle trappole di leader carismatici che prevalgono fascinando, non argomentando. Poi, naturalmente, spesso si prendono cattivi esempi dai gerarchi superiori tirando di mezzo disinvoltamente la dogmatica senza saperla maneggiare, a soli fini di escludere chi su un certo tema non la pensa in un certo modo. E’ comodo sbottare in un “Tu non sei di Cristo!”, invece di argomentare. Del resto è così che si è proceduto nella nostra Chiesa, praticamente fino all’altro ieri.

  Poi, sulla base di un tirocinio positivo nelle piccole cose, si può cominciare a ragionarci sopra, cominciando ad articolare una corrispondente ideologia, e, per chi ne è capace, anche una teologia in senso proprio. In questo caso si ragiona su ciò che c’è, mentre spesso la teologia, anche la più affascinante, al dunque mi  pare che  arzigogoli su fantasie.  Fantasie in base alle quali, però, si è molto ammazzato. Quando poi si decide che conviene piantarla, tutto si risolve abbastanza presto, come tra cattolici e protestanti sulla sfiancante dottrina della giustificazione, chiusa pacificamente nel 1999 con la Dichiarazione congiunta di Augsburg  dopo aver provocato incredibili sofferenze e stragi nei secoli precedenti.

   Ieri è stata la festa dei lavoratori. Una delle principali istanza del movimento che la promosse fu ed è quella di far realmente partecipare  i lavoratori, vale a dire quelli che dipendono da altri per vivere, all’organizzazione della società. E’ scritto anche nella nostra Costituzione repubblicana, al secondo comma dell’art.3:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 L’emarginazione nelle e dalla cose sociali causa una sofferenza ingiusta e rende ingiusta l’organizzazione dei poteri sociali, perché chi riesce ad arrivare in alto ha il principale scopo di rimanervi prendendo più che può. Questo è ancor più inammissibile quando è in questione ciò che chiamiamo Grazia, perché deforma l’immagine della divinità proprio mentre deforma l’immagine della creatura umana.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

domenica 1 maggio 2022

sintesi della relazione del prof. Stefano Biancu su "Democrazia e sinodalità"

 

 

venerdi  29 APRILE 2022   ore 18-20

Convegno del MEIC Lazio su piattaforma ZOOM

" Democrazia e sinodalità "

relatore: prof. Stefano BIANCU (etica della comunicazione, delle relazioni di aiuto, delle professioni)

università LUMSA – Scienze umane – Scienze della comunicazione

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Il MEIC del LAZIO nell'incontro di venerdi  29 aprile ore 18 torna a riflettere sul tema della democrazia nel cammino sinodale e nella Chiesa. E' un tema importante che abbiamo già trattato ma che merita un doveroso approfondimento.  Il relatore è il nostro caro prof. Stefano Biancu della LUMSA,  che è stato con noi in altre occasioni. Insieme a lui cercheremo di analizzare il tema e individuare alcune proposte da presentare in uno spazio pubblico di dibattito nella Chiesa.

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Sintesi di Mario Ardigò dagli appunti presi nel corso della relazione (non rivista dal relatore)

 

Gianfranco Tonnarin (presidente MEIC Lazio)i: il Concilio Vaticano 2° presenta il concetto di popolo di Dio come soggetto e dell’autorità in posizione di servizio. La Commissione teologica internazionale ha definito la Chiesa sinodale come partecipativa. Quale ruolo per i laici?

 Il tema della democrazia qualifica l’impegno dei laici nella società civile ed è molto stimolante in un cammino sinodale per quanto riguarda ruolo e dignità del laicato.

   E' stata citata la frase “Nulla senza di noi  e nulla solo da noi”. Questo qualifica bene il senso del nostro impegno da laici.

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Stefano Biancu (relatore):

  

Vuole condividere alcune idee, non tenere una relazione sistematica.

  Sinodalità e democrazia è un binomio non evidente, il primo è un termine teologico e la seconda una categoria politica.

  I termini appartengono a mondi diversi.

  Bisogna fare una distinzione, ma anche una separazione da evitare.

  La modernità matura il senso della distinzione tra le sfere dell’esistenza. Ad esempio tra reato e peccato, tra foro interno e foro esterno, tra pubblico e privato. Si tratta di distinzioni che nel passato più lontano non erano evidenti e ancora non lo sono in tutto il mondo.

  In alcune parti del mondo l’omosessualità è peccato e reato: da noi non è più reato e per alcuni è peccato, ma per altri non lo è.

  A volte però la distinzione è diventata separazione e quest’ultima può diventare patologica. La distinzione sul piano concettuale, ma l’essere umano è unico. La separazione distingue astrattamente la realtà concreto. Ma la realtà è superiore all’idea, come dice papa Francesco. Le distinzioni non possono diventare separazioni. Ognuno di noi è molte cose insieme. Ogni separazione è nociva, ad esempio la laicità alla francese. La separazione può portare conseguenze patologiche.

  Che significa distinguere senza separare tra sinodalità e democrazia?

  Ci approcciamo al tema della sinodalità a partire da una coscienza democratica che per noi è irrinunciabile, ad esempio la libertà di pensiero, la parità tra i sessi in materia di diritti e doveri. Non è immaginabile una sinodalità senza libertà di pensiero, di parola, di espressione, senza trasparenza nelle responsabilità  e senza accettazione della diversità. Non possiamo vivere la sinodalità in modo molto diverso dalla democrazia, sebbene siano cose diverse.

  La democrazia, ridotta alla sua forma, è la legge del numero: questo non è sinodalità, ma non è neanche tutta la democrazia, che muore ridotta alla legge del 50%+1. Le condizioni formali non sono sufficienti né in democrazia né in sinodalità. La sinodalità è un processo, è vita della Chiesa che si svolge nel tempo, non è una procedura fissa da applicare, è un processo che si alimenta nel tempo, che non si accontenta del 50%+1, del numero, che vive di dibattito, ambisce di più. In certi momenti la democrazia può accontentarsi del 50%+1, la sinodalità mai. La sinodalità vive per riconciliare.

  Ad esempio l’infallibilità del Papa è intesa come infallibilità della Chiesa, di cui il Papa è espressione. Da decenni nessun Papa si esprime nelle forme di infallibilità, ma quando ciò che è accaduto è avvenuto in riferimento al popolo di Dio. Cattolicesimo non è papismo.

  La sinodalità non ha necessità solo di condizioni formali, ha bisogna di tempo.

 I benedettini sono un buon esempio di sinodalità. Tra loro si decide con la maggioranza di due terzi per le questioni più importanti. Una regola che potremmo adottare nella nostra sinodalità, rinunciando all’unanimità e che è più del 50%+1. Ma una sinodalità che si accontentasse di questo non sarebbe tale, perché la sinodalità punta a far maturare nel tempo la composizione delle differenze. In molte cose non sono ancora giunti i tempi per posizioni definitive condivise. Non sono ancora maturate le condizioni. Non va bene affrettare i processi. Non bisogna scandalizzarsene. Ogni dottrina, lo sosteneva Newman, hanno una loro vita fisiologica. Il fatto che la Chiesa possieda la verità non significa che ne sia totalmente consapevole: la consapevolezza matura nella storia, anche attraverso al democrazia.

  Un’esperienza matura di sinodalità potrebbe aiutare a far uscire la democrazia dalla crisi in cui è caduta. La democrazia ridotta a forma può facilmente convertirsi nel suo contrario. Bastano i troll russi per costruire artificiosamente maggioranze.

  La fiducia  è tra le condizioni materiali per far sì che le forme della democrazie non degenerino. Senza la fiducia, condizione materiale, la democrazia non funziona più.

  La Chiesa, con la sua sinodalità, potrebbe essere una stimolo a costruire le condizioni materiali della democrazia.

  La sinodalità è distinguere senza separare.

  La sinodalità non può che essere la consapevolezza che il conflitto non deve risolversi nella guerra, che è la patologia del conflitto. La sinodalità non significa che si debba essere tutti d’accordo, quando ciò accade significa che si cerca di nascondere il conflitto. La sinodalità è una forma di gestione ragionevole del conflitto. Noi viviamo di conflitti, interiori ed esteriori. La sinodalità matura, e il cattolicesimo è molto indietro perché rifiuta il conflitto, è che non bisogna scandalizzarsi del conflitto, ma che va gestito in modo che non degeneri in guerra.

  L’esperienza democratica ci insegna a desacralizzare ciò che non è sacro: non tolleriamo più che certe cose siano considerate sacre.

 Ci può essere  una feconda relazione tra esperienza democratica e sinodale.

 Un lato negativo è che pochi giovani sono ecclesialmente socializzati. Però mostrano una qualità umana che lascia ben sperare. Le forme ecclesiali attuali non danno alle persone ciò che cercano: i due mondi non si incontrano. Però non è vero che la gioventù è persa per la Chiesa.