INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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martedì 5 ottobre 2021

Discernere e decidere

 Discernere e decidere


Il logo del Sinodo


Nota del Sinodo dei Vescovi, 21.05.2021

 

 

XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi

“Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”

Papa Francesco, in data 24 aprile 2021, ha approvato un nuovo itinerario sinodale per la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, inizialmente prevista per il mese di ottobre del 2022, sul tema: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. La Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, con l’assenso del Consiglio Ordinario, ha proposto le inedite modalità per il cammino verso l’Assise.

Il percorso per la celebrazione del Sinodo si articolerà in tre fasi, tra l’ottobre del 2021 e l’ottobre del 2023, passando per una fase diocesana e una continentale, che daranno vita a due differenti Instrumentum Laboris, fino a quella conclusiva a livello di Chiesa Universale.

Il Sinodo dei Vescovi è il punto di convergenza del dinamismo di ascolto reciproco nello Spirito Santo, condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa (cfr. Discorso del Santo Padre Francesco nella commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015). L’articolazione delle differenti fasi del processo sinodale renderà così possibile l’ascolto reale del Popolo di Dio e si garantirà la partecipazione di tutti al processo sinodale. Non è solo un evento, ma un processo che coinvolge in sinergia il Popolo di Dio, il Collegio episcopale e il Vescovo di Roma, ciascuno secondo la propria funzione.

Il cammino verso la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dunque, si svolgerà secondo il seguente tracciato:

Apertura del Sinodo (ottobre 2021)

L’apertura del Sinodo avrà luogo tanto in Vaticano quanto in ciascuna diocesi. Il cammino sarà inaugurato dal Santo Padre in Vaticano: il 9-10 ottobre.

Con le medesime modalità, domenica 17 ottobre, si aprirà nelle diocesi, sotto la presidenza del rispettivo vescovo.

Fase diocesana (ottobre 2021 – aprile 2022)

L’obiettivo di questa fase è la consultazione del Popolo di Dio (cfr. Episcopalis Communio, 5,2) affinché il processo sinodale si realizzi nell’ascolto della totalità dei battezzati, soggetto del sensus fidei infallibile in credendo.

Per facilitare la consultazione e la partecipazione di tutti, si presenta il seguente itinerario:

Segreteria Generale del Sinodo

La Segreteria Generale del Sinodo invierà un Documento preparatorio, accompagnato da un Questionario e da un Vademecum con proposte per realizzare la consultazione in ciascuna diocesi.

Il Documento sarà inviato anche ai Dicasteri della Curia Romana, alle Unioni di Superiori / Superiore Maggiori ad altre unioni / federazioni della vita consacrata, ai movimenti internazionali dei laici e alle Università / Facoltà di Teologia.

Ogni vescovo nominerà un responsabile (eventualmente un’equipe) diocesano della consultazione sinodale, che possa fungere da punto di riferimento e di collegamento con la Conferenza Episcopale e che accompagni la consultazione nella Chiesa particolare in tutti i suoi passi (prima di ottobre 2021).

Ogni Conferenza Episcopale nominerà a sua volta un responsabile (eventualmente un’equipe) che possa fungere da referente e da collegamento tanto con i responsabili diocesani quanto con la Segreteria Generale del Sinodo (prima di ottobre 2021).

Diocesi

La consultazione nelle diocesi si svolgerà attraverso gli organi di partecipazione previsti dal diritto, senza escludere le altre modalità che si giudichino opportune perché la consultazione stessa sia reale ed efficace (cfr. Episcopalis Communio, 6).

La consultazione del Popolo di Dio in ciascuna diocesi si concluderà con una Riunione pre-sinodale, che sarà il momento culminante del discernimento diocesano.

Dopo la chiusura della fase diocesana, ogni diocesi invierà i suoi contributi alla Conferenza Episcopale entro la data stabilita dalla propria Conferenza episcopale. Nelle Chiese orientali i contributi saranno inviati agli organismi corrispondenti.

Conferenze Episcopali o organismi corrispondenti

Si aprirà un periodo di discernimento dei pastori riuniti in assemblea (Conferenza Episcopale), ai quali si chiede di ascoltare ciò che lo Spirito ha suscitato nelle Chiese loro affidate.

Al processo di redazione della sintesi parteciperanno anche il responsabile della Conferenza Episcopale per ciò che si riferisce al processo sinodale e la sua equipe, come pure i rappresentanti eletti per partecipare all’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo a Roma, una volta ratificati dal Santo Padre.

La sintesi sarà inviata alla Segreteria Generale del Sinodo. Si invieranno pure i contributi di ogni Chiesa particolare (prima di aprile 2022).

Altri contributi

Si riceveranno anche i contributi inviati dai Dicasteri della Curia Romana, dalle Università / Facoltà di Teologia, dalle Unione di Superiori / Superiore Generali (USG / UISG), dalle altre unioni / federazioni di Vita Consacrata, e dai movimenti internazionali dei laici (prima di aprile 2022).

Segreteria Generale del Sinodo

La Segreteria Generale del Sinodo procederà alla redazione del primo Instrumentum Laboris (prima di settembre 2022).

Fase continentale (settembre 2022 - marzo 2023)

La finalità di questa fase è di dialogare a livello continentale sul testo del primo Instrumentum Laboris, realizzando un ulteriore atto di discernimento alla luce delle particolarità culturali specifiche di ogni continente.

Segreteria Generale del Sinodo

La Segreteria Generale del Sinodo pubblicherà e invierà il primo Instrumentum Laboris (nel settembre 2022).

Riunioni internazionali di Conferenze Episcopali

Ogni Riunione internazionale di Conferenze Episcopali nominerà a sua volta un responsabile che possa fungere da referente e da collegamento tanto con le Conferenze Episcopali quanto con la Segreteria Generale del Sinodo (prima di settembre 2022).

Discernimento pre-sinodale nelle Assemblee continentali. Si stabiliranno i criteri di partecipazione dei vescovi residenziali e degli altri membri del Popolo di Dio.

Le Assemblee termineranno con la redazione di un documento finale, che sarà inviato alla Segreteria Generale del Sinodo (marzo 2023).

Altri contributi

Contemporaneamente alle riunioni pre-sinodali a livello continentale, si raccomanda che si svolgano anche assemblee internazionali di specialisti, che possano inviare i loro contributi alla Segreteria Generale del Sinodo (marzo 2023).

Segreteria Generale del Sinodo

La Segreteria Generale del Sinodo procederà alla redazione del secondo Instrumentum Laboris (prima di giugno 2023).

Fase della Chiesa Universale (ottobre 2023)

La Segreteria Generale del Sinodo invierà il secondo Instrumentum Laboris ai partecipanti all’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

Celebrazione del Sinodo dei Vescovi a Roma, secondo le procedure stabilite nella Costituzione Apostolica Episcopalis Communio (ottobre 2023).

 

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In uno stile sinodale si decide per discernimento, sulla base di un consenso che scaturisce dalla comune obbedienza allo Spirito. Con quali procedure e con quali metodi discerniamo insieme e prendiamo decisioni? Come si possono migliorare? Come promoviamo la partecipazione alle decisioni in seno a comunità gerarchicamente strutturate? Come articoliamo la fase consultiva con quella deliberativa, il processo del decision-making [=la fase di preparazione della decisione, nella quale si raccolgono gli elementi di valutazione, vale a dire la fase istruttoria] con il momento del decision-taking [la fase della deliberazione di una decisione]? In che modo e con quali strumenti promuoviamo trasparenza e accountability [l’assunzione di responsabilità per una decisione, in particolare con riferimento alla regolartà della sua esecuzione e al suo risultato]?

 

 Che cosa si decide nella Chiesa? Ci sono decisioni che riguardano l’amministrazione dei beni, comprese quelle sulla destinazione delle risorse finanziarie, gli acquisti e le dismissioni; l’amministrazione del personale; la programmazione delle attività di propaganda e formazione; la programmazione delle liturgie; il coordinamento delle varie istituzioni che la compongono; gli orientamenti strategici per l’azione in società; i rapporti politici con altre istituzioni civili o religiose e, infine, l’individuazione della teologia normativa, vale a dire delle concezioni fondamentali sul soprannaturale e sulle sue relazioni con l’umanità in base alle quali distinguere chi è dentro e chi è fuori una certa tradizione che si vuole tramandare inalterata e che, in questo senso, è legge di ecclsialità. La funzione essenziale dell’apostolo, per come emerge dai Vangeli, riguarda formazione, liturgia e tradizione religiosa, vale a dire ciò che viene definito pastorale.

 

Gesù si avvicinò e disse: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo».

[testo TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente – dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 28, versetti da 28 a 30 (Mt 28, 28-30)]

 

 Questa la sua missione.

  La gerarchia ecclesiale fu voluta tale, alle origini, essenzialmente per questioni di tradizione religiosa. Infatti, al tempo in cui le idee cristiane cominciarono ad essere inculturate dalla filosofia ellenistica, prese piede una significativa letteratura religiosa che faceva capo a maestri indipendenti, secondo il modello delle scuole  filosofiche dell’antichità. Gli sviluppi si manifestarono come assai divergenti, e a tratti bizzarri, in particolare sulla missione e sul senso dell’esistenza stessa di Gesù, sulle prospettive del mondo nell’attesa del suo ritorno e sul da farsi nel frattempo, sull’essenza del bene e del male, sui rapporti con il giudaismo. La soluzione che sembrò funzionare meglio fu quella organizzata attorno ad un episcopato monarchico. I sistemi primitivi di potere sono spesso organizzati intorno al maschio dominante, ma anche oggi, quando ci sentiamo a disagio per la complessità della società in cui viviamo e che non riusciamo bene a capere, ci sorprendiamo a sognare un leader, una guida, a cui fare riferimento e la pensiamo al maschile. L’attuale ingenuo papismo massmediatico risponde in fondo a questa esigenza. Questo sistema produsse una tradizione normativa religiosa  e quindi l’idea di eresia, come divergenza da essa, per scelte indisciplinate che mettevano  a rischio l’unità dei credenti, rappresentata come un corpo. Il vescovo, allora, venne visto come pastore  e medico del corpo ecclesiale e, in questo, qualcuno che faceva le veci di Gesù. Il pastore  risana la società, guarendola  dalle eresie. Nel Primo Millennio funzioni vicarie in questo senso, riferite a tutta la Chiesa, furono svolte dall’imperatore romano, dal Secondo Millennio se le arrogò il Papa di Roma in regime, per così dire, di monopolio.

  L’esperienza sinodale nacque per coordinare i vescovi, in particolare quelli che si riconoscevano gli uni gli altri in comunione, vale a dire d’accordo sulle questioni fondamentali riguardanti la fede. Una delle funzioni principali dei vescovi delle origini fu proprio quella di attestare che un credente era in comunione  con loro, rilasciandogli un apposito attestato, una lettera di comunione, quando doveva spostarsi in un’altra diocesi. Quando erano in disaccordo o erano in disaccordo con qualche autore religioso, i vescovi lanciavano invece anatemi. Il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) fu il primo, nella storia della Chiesa, a non averne formulati.

  Nel prosieguo, con l’acquisizione di beni ecclesiatici e con l’organizzazione di una burocrazia ecclesiastica che doveva essere amministrata, nell’ufficio del vescovo furono integrate tutte le funzioni di cui si diceva all’inizio, in particolare quando, dal Quarto secolo, la religione cristiana venne assunta come ideologia dell’Impero romano,  i vescovi iniziarono ad esercitare funzioni pubbliche e le deliberazioni di sinodi e concili furono considerate anche leggi dello stato. Per questo, tutti i concili ecumenici del Primo millennio furono convocati e presieduti, direttamente o o da altri personaggi ma sotto la loro autorità, dagli imperatori romani, che però risiedevano a Bisanzio – Costantinopoli, in Tracia. Per questo essi furono tenuti tutti nei pressi di quella capitale o nella città stessa: appunto, Nicea, Costantinopoli, Efeso e Calcedonia (in Asia minore).

  Con l’istituzione del Papato Imperiale, dal Secondo Millennio, a partire dalla riforma organizzata dal papa Gregorio 7°, regnante al 1073 al 1085, la gerarchia diretta dal Papato riuscì ad emanciparsi in buona misura dai poteri civili e assunse la caratteristica di una istituzione politica al modo degli stati suoi contemporanei, esprimendone tutte le relative funzioni e mantenendo e intensificando quella di polizia religiosa, per tutelare la tradizione normativa. Fino al Concilio Vaticano 2° 1962-1965) essa mantenne quella configurazione, che, sebbene in parte modificata, è ancora piuttosto visibile e ispira la normativ del diritto canonico, il diritto della Chiesa cattolica.

  Durante il  Secondo Millennio, nella  la Chiesa cattolica si produsse un progressivo ma significativo processo di accentramento politico intorno al Papato di Roma. Nei primi secoli del Millennio gli si contrappose un movimento di conciliarismo, che voleva limitarne il potere a favore del metodo sinodale, praticato nei sinodi  e nei  concili dei vescovi. L’accentramento e la forte sacralizzazione del potere del Papato si intensificarono in reazione ai movimenti della Riforma protestante e a quelli democratici di impostazione liberale, dal Settecento. Dalla metà Ottocento il Papato, in reazione a questi ultimi movimenti, che avevano finito per spodestarlo dal suo regno laziale, si organizzò per dirigere moti popolari, per esercitare una pressione politica in Italia sulla nuova democrazia a sostegno delle sue rivendicazioni, in particolare quando, agli inizi del Novecento fu introdotto il suffragio universale maschile. Per reazione verso  i totalitarismi fascisti e comunisti, poi, il Papato diede un’organizzazione totalitaria al suo movimento popolare italiano che aveva riorganizzato, nel 1906, nell’Azione Cattolica, costruita come un vero e proprio partito/sindacato al suo diretto servizio, ma anche come una potente agenzia formativa, che coinvolse in massa anche le donne. Dagli anni Cinquanta, questo accentramento politico e religioso cominciò ad essere messo in questione in teologia e la questione trovò spazio nel Concilio Vaticano 2°.

  Non si trattò solo di recuperare l’antico conciliarismo. La teologia del laicato, affermando che anche le persone laiche erano chiamate all’apostolato non per delega della gerarchia ma in virtù della loro diretta relazione con Cristo, aprì la strada all’idea che tutta la Chiesa dovesse essere sinodale, non solo i vescovi per dirimere pacificamente le controversie tra loro. E, tuttavia, nei documenti normativi deliberati da quel Concilio, di sinodalità non si parla. Si parla invece di collegialità dell’episcopato, sviluppata poi con l’istituzione del Sinodo dei vescovi, nel 1965. Esso è stato profondamente  riformato da papa Francesco nel 2018, con la Costituzione apostolica La comunione episcopale, una legge religiosa. Una delle principali novità è l’organizzazione, nella fase preparatoria del Sinodo, di una Consultazione del popolo di Dio, che, per il Sinodo universale 2021-2023, inizierà il prossimo 9 ottobre, e il 17 ottobre nelle Diocesi. Purtroppo in parrocchia non ne ho sentito parlare.

  In definitiva la teoria e la pratica della sinodalità ecclesiale totale sono una riforma di notevolissima portata, qualcosa che non si è mai vissuto.

  L’inizio del Sinodo universale, coinciderà anche con il processo del Sinodo della Chiesa italiana, che si concluderà nel 2025, anno del Giubileo.

  Il Sinodo ha come oggetto la sinodalità, e nel Sinodo nazionale la esamineremo per quanto più specificamente ci riguarda.

  Sinodalità significa decidere insieme, tra persone che si riconoscono pari dignità. Ma, prima di questo, è puramente e semplicemente stare insieme riconoscendosi pari dignità. E’ il Concilio Vaticano 2° che ha deliberato la teologia dogmatica che l’ha riconosciuta anche alle persone laiche, che quindi non possono più essere trattate come suddite. In questo il diritto canonico vigente appare ancora osboleto, seppure revisionato nel 1983, anno dell’entrata in vigore del nuovo codice di diritto canonico.

  Le fasi della decisione sono quella preparatoria, in cui si raccolgono elementi di valutazione, e quella della deliberazione. Nel Sinodo dei vescovi sono solo i vescovi a deliberare, a maggioranza, perché in quell’organismo ci sono solo loro. Si possono servire di quanto raccolto nella fase preparatoria, in particolare nella consultazione popolare, ma non sono obbligati a farlo. Non vi sono attualmente organismi nei quali la sinodalità  totale, quindi anche partecipata dalla persone laiche, possa esercitarsi fino alla fase di deliberazione di una decisione. Le leggi canoniche non la prevedono. Gli attuali organismi partecipativi nei quali possono lavorare anche persone laiche sono solo consultivi. E questo anche se nella burocrazia religiosa a certi posti, anche con responsabilità dirigenziali, sono state assegnate persone laiche.  La differenza, rispetto al metodo sinodale, sta nella designazione dall’alto e nell’essere gerarchicamente soggetti ad un’autorità burocratica superiore. Tuttavia, in una fase di sperimentazione, organismi del genere possono essere strutturati negli ambienti ecclesiali di base sfruttando i limitatissimi spazi di autonomia degl organismi partecipativi già previsti, ad esempio nei Consigli pastorali parrocchiali, come è stato fatto in diverse parrocchie italiane per organizzare sinodi parrocchiali.

  Il metodo sinodale ha il vantaggio di responsabilizzare chi vi partecipa. E’ ciò che nella domanda dei vescovi che ho sopra trascritto e che si trova nel Documento preparatorio  del Sinodo viene definito, curiosamente (e anche in modo un po’ ridicolo) prendendolo dal gergo aziendalistico, accountabìlity [pronuncia əˌkoun(t)əˈbilədē], vale a dire l’assunzione di responsabilità per una decisione, in particolare con riferimento alla regolarità della sua esecuzione e al suo risultato.  Di solito le persone laiche non si sentono responsabili di nulla, perché non contano nulla e non possono decidere nulla, quindi, semplicemente, quando si stancano di questa loro umiliante condizione, si allontanano e amen. In un processo sinodale, si è invece ammessi a partecipare ad una deliberazione nella misura in cui si accetta di assumersene la responsabilità e quindi di non mollare l’opera a metà.

  La condizione delle persone laiche è stata molto bene riassunta dal teologa Simona Segoloni Ruta, in Chiesa e sinodalità: indagine sulla struttura ecclesiale a partire dal Vaticano II. Fondamenti teologici [in Convivium Assisiense, 14/2 (2012), p.66. Ho trovato il brano citato in Ugo Sartorio, Sinodalità: verso un nuovo stile di Chiesa (saggi), Ancora 2021]

 

[…] una struttura verticistica più facilmente educa alcuni a  comandare e molti ad obbedire, educa pochi ad avere responsabilità e molti a sentirsi marginalmente coinvolti, ma educa tutti a ignorare ciò che l’altro cerca di dire: infatti chi ha responsabilità di governo decide e si carica della responsabilità senza dover dialogare con nessuno  - anche se questo non significa che nella prassi  chi ha responsabilità di governo nella Chiesa  non cerchi un dialogo autentico, ma dal punto di vista della struttura potrebbe non farlo -, mentre la stragrande maggioranza, che non ha responsabilità di governo, subisce ogni decisione, sapendo che non gli compete nemmeno di farsi domande in merito e così non esprime ciò che pensa ma nemmeno ascolta ciò che gli viene proposto, anzi spesso pensa di non esserne il destinatario.

 

 Questa è la condizione della maggior parte delle persone laiche nella Chiesa, al di fuori delle associazioni o movimenti ecclesiali organizzati democraticamente nei quali quindi si può effettivamente partecipare in tutto il processo decisionale, personalmente o mediante propri rappresentanti o delegati.

  Forzare i processi decisionali, per aprire spazi partecipativi, può essere spiacevole, perché il clero resiste a questi tentativi. La situazione del clero di base è particolarmente angosciante perché si trova costretto tra la pressione partecipativa, da un lato, e l’abbandono di massa per disaffezione, dall’altro, dei propri fedeli e le disposizioni dei propri superiori gerarchici. Esso non può aprire spazi di partecipazione, perché non ne ha la facoltà burocratica.

  Il processo sinodale che si sta per aprire potrebbe modificare la situazione, se non si risolverà solo nel rispondere a una specie di sondaggio, ma, promuovendo incontri e dibattiti, stimolerà la sperimentazione sinodale, dandone facoltà lì dove può avvenire senza tanti problemi, ad esempio in una realtà di prossimità come la parrocchia.

  In questa fase bisognerà convincersi che non è possibile cambiare di colpo un’organizzazione millenaria che si è incancrenita nei costumi gerarchici e nell’amministrazione spicciola di un ingente patrimonio e di un  numeroso personale dipendente, oltre ad essere intrappolata nella sua complicata e presuntuosa teologia normativa che costruisce problemi insolubili per poi dichiararli tali, perché tutto rimanga com’è.

  Quindi, nel definire l’area della sinodalità in un processo che coinvolga le realtà di prossimità, in via di sperimentazione, sarebbe bene delimitarla, per ora, alle decisioni che coinvolgono direttamente e da vicino la vita comunitaria di riferimento, evitando accuratamente di toccare l’inferno della dogmatica e il chiacchiericcio a vuoto che spesso è il prevalente oggetto dell’interesse dei media in materia religiosa (ad esempio preti sposati, venalità e corruzione delle curie,  procreazione e affini, matrimoni ecc.). Quindi si dovrebbe tener presente essenzialmente l’area della pastorale,  che ho sopra definito, e poi le questioni su locali e arredi parrocchiali, sulle risorse economiche della parrocchia, sulla divisione dei compiti nei servizi comuni. Se, ad esempio, si deve fare un calendario  delle attività, esso, in un’ottica di sinodalità, dovrebbe essere partecipato in tutte le fasi della sua progettazione e deliberazione. E, naturalmente, si dovrebbe comprendere nella sinodalità anche l’area della riflessione e tirocinio relativi alla  sinodalità pratica, di prossimità, quindi il Consiglio pastorale parrocchiale, da integrare con una componente elettiva e da disciplinare con un nuovo regolamento più aggiornato, che inglobi anche l’organizzazione della sinodalità, e l’Assemblea parrocchiale, da tenere sistematicamente in varie sessioni e sezioni, in modo da dare a tutti la possibiltà di partecipare, organismi nei quali imparare a pensare e praticare  la sinodalità. Non dobbiamo presumere di sapere sulla sinodalità ecclesiale tutto ciò che significa, proprio mentre gli studiosi ancora si interrogano sull’argomento. Sul tema, in realtà, siamo tutti neofiti.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa  -Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 4 ottobre 2021

Autorità e partecipazione

 

    il logo del Sinodo



Autorità e partecipazione

 

Una Chiesa sinodale è una Chiesa partecipativa e corresponsabile. Come si identificano gli obiettivi da perseguire, la strada per raggiungerli e i passi da compiere? Come viene esercitata l’autorità all’interno della nostra Chiesa particolare? Quali sono le pratiche di lavoro in équipe e di corresponsabilità? Come si promuovono i ministeri laicali e l’assunzione di responsabilità da parte dei Fedeli? Come funzionano gli organismi di sinodalità a livello della Chiesa particolare? Sono una esperienza feconda?

 

 

 Questa domanda, su autorità e partecipazione, che troviamo tra quelle elencate nel Documento preparatorio  per il prossimo Sinodo,  riguarda l’aspetto centrale di quest’ultimo, perché si tratta di un sinodo sulla sinodalità, quindi un sinodo che riflette su se stesso.

  Si apre con un enunciato sulla Chiesa e la sinodalità: una Chiesa sinodale è una Chiesa partecipativa e corresponsabile.

  La prima definizione, veramente epocale, è quella di  Chiesa sinodale. In passato solo il Sinodo dei vescovi venne ritenuto capace di sinodalità, quindi di una vera collegialità  sul da farsi.

  Nonostante quello che si è scritto negli ultimi anni in proposito, da quando la sinodalità ecclesiale  è stato oggetto di interesse da parte della gerarchia, una Chiesa veramente sinodale in tutte le sue componenti (sinodalità totale) non c’è mai stata. C’è stata, invece, talvolta, appunto in occasione dei  sinodi dei vescovi, una sinodalità dell’episcopato, vale a dire tra autocrati, i gerarchi (sono essi stessi a definirsi tali). Nella misura in cui essi si riconobbero pari dignità e rinunciarono a conflitti distruttivi, quindi decisero di prendere una decisione di comune accordo, ecco, allora essi furono sinodali. La sinodalità, dunque, cominciò a manifestarsi da quando, tra la fine del Primo secolo e l’inizio del  Secondo, emerse l’autocrazia religiosa, con l’episcopato monarchico. Le assemblee che c’erano prima erano altra cosa, ed anche, ad esempio, il concilio di Gerusalemme, che si data all’anno 49 della nostra era. Il racconto che ne troviamo negli Atti degli apostoli rende molto chiaro che non si trattò di qualcosa come i sinodi  e i concili  del secolo successivo e che, in particolare, l’autorità che in esso si manifestò era intesa in modo molto diverso da come lo fu qualche decennio dopo. E questo anche se si tende a ricoprire di significati che ebbero in epoca più tarda certe esperienze di autorità religiosa delle origini, perché tra noi essere in linea con le tradizioni più antiche rafforza l’autorevolezza delle decisioni. E’ per questa via che certe tradizioni  diventano poi la Tradizione, perché si immagina che ciò che si è deciso di essere in un certo tempo risalga a tempi antichi, molto vicini a quelli della vita da uomo tra noi del Maestro, e che sia rimasto inalterato per lunghissimo tempo, godendo di un vasto consenso.  Del resto l’esperienza di una Tradizione  è molto comune nelle culture umane e, ad esempio, molti dei principali istituti giuridici dell’Europa di oggi originano a tantissimo tempo fa, all’evo antico. La nostra teologia sulla Chiesa ha tuttavia una particolarità, quella di essere in gran parte di molto successiva alle origini e di essere stata, addirittura nei suoi fondamenti, profondamente inculturata dalle culture politiche che ad un certo punto l’adottarono come base ideologica. Della storicità delle nostre Chiese, in quel senso, non si è in genere consapevoli tra i fedeli, perché da un lato non la si insegna e dall’altro si tenta in vario modo di negarla, anche contro l’evidenza, perché si ritiene che il sacro sia eterno in quanto di origine soprannaturale, mentre solo il secolo, cioè le società di cui siamo artefici, sia soggetto a mutamenti. Tuttavia, già durante gli studi scolastici della scuola secondaria di secondo grado essa emerge con chiarezza.

  Merita di leggere quel brano degli Atti degli apostoli  al quale mi sono riferito, che vi propongo nella versione TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente. Si tratta del passo degli Atti degli apostoli, capitolo 15, versetti da 1 a 32 [At 15, 1-32].

 

In quel tempo, alcuni cristiani della Giudea vennero nella città di Antiòchia, e si misero a diffondere tra gli altri fratelli questo insegnamento: «Voi non potete essere salvati se non vi fate circoncidere come ordina la legge di Mosè». Paolo e Bàrnaba non erano d’accordo, e ci fu una violenta discussione tra loro. Allora si decise che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dai responsabili di quella comunità per presentare tale questione.

  La comunità di Antiòchia diede a Paolo e a Bàrnaba tutto il necessario per questo viaggio. Essi attraversarono le regioni della Fenicia e della Samaria, raccontando che anche i pagani avevano accolto il Signore. Questa notizia procurava una grande gioia a tutti i cristiani. Giunti a Gerusalemme, furono ricevuti dalla comunità, dagli apostoli e dai responsabili di quella chiesa. Ad essi riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo di loro.

  Però, alcuni che erano del gruppo dei farisei, ed erano diventati cristiani, si alzarono per dire: «È necessario circoncidere anche i credenti non ebrei e ordinar loro di osservare la legge di Mosè».

  Allora, gli apostoli e i responsabili della comunità di Gerusalemme si riunirono per esaminare questo problema. Dopo una lunga discussione si alzò Pietro e disse: «Fratelli, come voi ben sapete, è da tanto tempo che Dio mi ha scelto tra di voi e mi ha affidato il compito di annunziare anche ai pagani il messaggio del *Vangelo, perché essi credano.  Ebbene, Dio che conosce il cuore degli uomini ha mostrato di accoglierli volentieri: infatti ha dato anche a loro lo Spirito Santo, proprio come a noi. Egli non ha fatto alcuna differenza fra noi e loro: essi hanno creduto e perciò Dio li ha liberati dai loro peccati. Dunque, perché provocate Dio cercando di imporre ai credenti un peso che, né i nostri padri né noi, siamo stati capaci di sopportare? In realtà, sappiamo che noi siamo salvati per mezzo della grazia del Signore Gesù, esattamente come loro».

 Tutta l’assemblea rimase in silenzio. Poi ascoltarono Paolo e Bàrnaba che raccontavano i miracoli e i prodigi che Dio aveva fatto per mezzo loro tra i pagani.

  Quando essi ebbero finito di parlare, Giacomo disse: «Fratelli, ascoltatemi! Simone ci ha raccontato come fin da principio Dio si è preso cura dei pagani, per accogliere anche loro nel suo popolo. Questo concorda in pieno con le parole dei *profeti. Sta scritto infatti nella Bibbia:

Dopo questi avvenimenti io ritornerò;

ricostruirò la casa di Davide che era caduta.

Riparerò le sue rovine e la rialzerò.

Allora gli altri uomini cercheranno il Signore,

anche tutti i pagani che ho chiamati a essere miei.

Così dice il Signore. Egli fa queste cose,

perché le vuole da sempre.

 Per questo io penso che non si devono creare difficoltà per quei pagani che si convertono a Dio. A loro si deve soltanto chiedere di non mangiare la carne di animali che sono stati sacrificati agli idoli. Devono anche astenersi dai disordini sessuali. Infine non dovranno mangiare il sangue e la carne di animali morti per soffocamento. Queste norme, date da Mosè, fin dai tempi antichi sono conosciute in ogni città. Infatti dappertutto ci sono uomini che, ogni sabato, nelle sinagoghe leggono e predicano la legge di Mosè».

  Allora gli apostoli e i responsabili della Chiesa di Gerusalemme, insieme a tutta l’assemblea, decisero di scegliere alcuni tra di loro e di mandarli ad Antiòchia, insieme con Paolo e Bàrnaba. Furono scelti due: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, che erano tra i primi di quella comunità. Ad essi fu consegnata questa lettera:

«Gli apostoli e i responsabili della comunità di Gerusalemme salutano i fratelli cristiani di origine non ebraica che vivono ad Antiòchia, in Siria e in Cilicia. Abbiamo saputo che alcuni della nostra comunità sono venuti fra voi per turbarvi e creare confusione. Non siamo stati noi a dare loro questo incarico. Perciò, abbiamo deciso, tutti d’accordo, di scegliere alcuni uomini e di mandarli da voi. Essi accompagnano i nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, i quali hanno rischiato la vita per il nostro Signore Gesù Cristo. Noi quindi vi mandiamo Giuda e Sila: essi vi riferiranno a voce le stesse cose che noi vi scriviamo. Abbiamo infatti deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose che sono necessarie: non mangiate la carne di animali che sono stati sacrificati agli idoli; non mangiate sangue o carne di animali morti per soffocamento. Infine astenetevi dai disordini sessuali; tenetevi lontani da tutte queste cose e sarete sulla buona strada. Saluti!».

  Gli incaricati partirono e giunsero ad Antiòchia. Qui riunirono la comunità e consegnarono la lettera. Quando l’ebbero letta, tutti furono pieni di gioia, per l’incoraggiamento che avevano ricevuto. Anche Giuda e Sila erano profeti: perciò parlarono a lungo ai fratelli nella fede, per incoraggiarli e per sostenerli.

 

 Vi invito a ragionarci sopra. Vi informo che, secondo gli esegeti:

-      non si deve pensare che gli apostoli di cui si parla nel brano fossero i Dodici; di essi era sicuramente presente solo Pietro;

-      il Giacomo di cui si parla non era uno dei due apostoli dei Dodici che avevano quel nome, ma la persona detta Giacomo fratello del Signore, parente di Gesù di Nazaret e personaggio eminente nella comunità dei suoi seguaci a Gerusalemme, uno dei suoi responsabili.

 La decisione che fu presa in quella sede, se anche i credenti provenienti dalle nazioni, vale a dire non dal giudaismo, dovessero seguire le prescrizioni rituali giudaiche, fu adottata dagli apostoli, dai responsabili della Chiesa di Gerusalemme, e da tutta l’assemblea, che quindi era composta anche da altre persone. Paolo e Barnaba era stati mandati  a quell’assemblea per dirimere quella delicata questione che stava dividendo la comunità di Antiochia, città della Siria dove, secondo Paolo,  i seguaci di Gesù iniziarono a dirsi e ad essere definiti come cristiani. Paolo, l’apostolo, si mosse su mandato  di quella comunità, nella quale la sua visione non era riuscita a imporsi. Vedete bene che risalta come si praticò un metodo di decisione molto diverso da quello dalla Chiesa in cui oggi viviamo e su una questione prettamente teologica, anche se all’epoca una teologia come disciplina di studio sistematico propria di un ceto di dotti ancora non c’era. Non c’erano neanche i vescovi come noi li intendiamo, vale a dire come capi monarchici e assoluti di una diocesi nominati dal Papa.

  Di solito, quando si pensa a una riforma della Chiesa, si cercano agganci nelle origini e quindi, da quando ci si è interrogati sulla sinodalità si è cominciato quasi sempre da quel brano degli Atti degli apostoli. Il problema è che, da quando si organizzò un clero, il potere ecclesiale passò progressivamente nelle sue mani e, in particolare, in quelle dei vescovi propriamente detti, i quali, ricordano gli storici, venivano nominati con molte diverse procedure, non da un papa, le quali comunque comprendevano un riconoscimento degli altri vescovi e questo, insegnano gli storici della Chiesa, fu senz’altro caratteristico nelle nostre Chiese, fin da quando l’episcopato vi si affermò, quindi molto presto.  Quando poi la nostra religione divenne un affare di stato, dall’inizio del Quarto secolo, tutto prese una diversa piega perché entrò di mezzo la politica civile, non solo ecclesiale, e allora nell’organizzazione del potere ecclesiale influirono moltissimo gli imperatori romani  del Primo Millennio, che risiedettero però a Costantinopoli  - Bisanzio, da Costantino 1° in poi [274-338] e le delibere di sinodi e concili divennero leggi per lo stato. La grandiosa riforma dello stato operata da Costantino 1° si accompagnò ad un‘altrettanto  epocale riforma delle Chiese cristiane che piuttosto rapidamente divennero “la” Chiesa. All’epoca della Riforma protestante, dal Cinquecento, i mali della Chiesa vennero individuati proprio in quel processo di statalizzazione  e accentramento  e si pensò che la via giusta fosse quella di tornare a ciò che c’era prima. La Riforma fu pensata da professori di teologia prima di essere vissuta dal popolo e questo creò vari problemi, diciamo così. Essa sicuramente puntò a dare di nuovo voce al popolo, ma tornare  a ciò che c’era prima non fu veramente possibile e questa è una lezione importante che ci impartisce la storia. Non è mai possibile rivivere la storia del passato, meno che mai una che è così lontana da noi come quella delle origini dei cristianesimi. Se vogliamo riorganizzare una società non dobbiamo cercare nel passato ma capire e valutare  come siamo diventati, e oggi siamo molto, veramente molto, diversi da come furono i primi seguaci del Nazareno e anche dalle prima comunità che si organizzarono propriamente come Chiese. I costumi di queste ultime non  erano poi sempre particolarmente virtuosi: in particolare erano travagliate da continui ed aspri conflitti. Espressero poi un violento antigiudaismo dal quale oggi non possiamo prendere sicuramente esempio e che si spiega storicamente con il fatto che i cristianesimi si formarono per separazione dall’antico giudaismo e non ne volevano essere riassorbiti. Si spiega ma non può essere certo preso a  modello di vita cristiana oggi. Vi fu anche l’esigenza di creare una nuova giustificazione mitologica del nuovo modo di vivere la fede che non lo costringesse in un’etnia e in una certa terra. Proprio la narrazione del concilio di Gerusalemme  rende chiaro di che si trattò. Da essa le nostre prime comunità di fede appaiono come attraversate da polemiche e divisioni e il metodo assembleare una via per fare pace, più che per imporre  rigidamente una certa dottrina. Si capì, allora, alla metà del Primo secolo, che con la gente che non proveniva dal giudaismo bisognava adattare riti e prescrizioni di purità, esercitare dunque quella che oggi diremmo una mediazione culturale.

  Una polemica in  merito si è riaccesa nello scorso settembre per una catechesi del Papa nella quale egli, insegnando sulla base di un brano della Lettera ai Galati  con un occhio alle nostre attuali divisioni, in sostanza definiva inutili  le antiche prescrizioni rituali giudaiche, che l’ebraismo nostro contemporaneo ancora osserva come legge di santità, ma ciò non per criticare gli ebrei di oggi e anche il giudaismo del Primo secolo, quanto per rimproverare coloro che, nelle nostre comunità, sono troppo legati a un certo formalismo religioso e vorrebbero che nulla cambiasse e per questo  disapprovano il magistero dell’attuale Papa. Il problema è, naturalmente, che il Papa è il Papa, un monarca assoluto in religione e nel suo micro-stato romano, e che ciò che dice in religione è legge e, in certi momenti, addirittura legge che non può essere messa in discussione, almeno fino a che un altro suo pari grado infallibile la modifichi, questo perché religiosamente si confida ardentemente che abbia colto nel segno (talvolta anche contro l’evidenza). Ecco dunque che l’assolutismo religioso ci ha creato un problema, e questo pur se il Papa, dicendo quello che ha detto, voleva parlare solo da pastore  e rivolgersi a noi, suo gregge, non rinfocolare da autocrate quell’antica diatriba. Egli con il suo magistero, il suo governo e anche in altro modo nei fatti ha dimostrato di voler essere amico degli ebrei del suo tempo. Dalla fine degli scorsi anni ’30 i cattolici si sono messi per quella via e il Concilio Vaticano 2° ha deliberato importanti principi in merito. Oggi non ci riteniamo più legati all’aspro e violento antigiudaismo dei Padri della Chiesa, lo abbiamo ripudiato dopo averlo praticato per secoli e, in quello, non ci sentiamo più loro figli. Esso storicamente è stato una delle radici culturali della Shoà. Fu soprattutto merito di noi persone laiche se esso, ad un certo punto, fu sentito come obsoleto, dannoso e quindi ripudiato, anche dalla nostra gerarchia, che tuttavia faticò abbastanza ad emanciparsene. Ecco un effetto positivo di un modo nei fatti partecipativo  di manifestare la fede.

  « Come viene esercitata l’autorità all’interno della nostra Chiesa particolare? Quali sono le pratiche di lavoro in équipe e di corresponsabilità? Come si promuovono i ministeri laicali e l’assunzione di responsabilità da parte dei Fedeli?». E’ semplice rispondere. Tutto il potere è del clero che lo esercita in modo autocratico e non solo nelle questioni di fede, ma, ad esempio, nella decisione di dove collocare la statua di un santo in una chiesa parrocchiale. Nel clero ci sono gerarchi che accentrano molto e altri che si avvalgono maggiormente della collaborazione di altri ministri ordinati. Quanto alle persone laiche, esse non contano nulla, non hanno l’ultima parola su nulla, né individualmente né collegialmente, cento  o un milione sono lo stesso di fronte ad un solo gerarca, sono al più ausiliarie  che rimangono tali a discrezione del clero. A mia madre, dopo anni di servizio catechistico nella nostra parrocchia e dopo un completamento della sua formazione catechetica nella vicina università salesiana, fu dato il benservito dal parroco in quattro e quattr’otto, senza formalità e complimenti, in un triste ottobre di ripresa dell’anno catechistico, e né mia madre né le altre mamme catechiste, che mia madre aveva coinvolto nel servizio catechistico, osarono opporsi. Io all’epoca ero piuttosto distratto, e solo molto più tardi ho capito quale dolore fosse stato per lei. Allora trovai quella scelta di escluderla stupida, come anche quella presa dal suo arcivescovo di emarginare duramente mio zio Achille a Bologna, per le critiche che aveva espresso pubblicamente per certe idee dell’alto prelato in materia di immigrazione,  e molte altre del genere. Stupide perché controproducenti: colpirono persone che avrebbero potuto continuare a fare molto bene nella Chiesa. Fu loro impedito d’autorità. Una decisione più partecipata, quindi più meditata, avrebbe potuto essere diversa, meno stupida? Nella Roma di allora, forse; nella Bologna di allora, certamente.

 Posso dire che sicuramente, vista dalla nostra parrocchia,  la nostra Chiesa non è né partecipativa  partecipata, ma solo frequentata. La relazione principale è col prete di riferimento, quello da cui ci si va di solito a confessare, se si è mantenuta questa pia abitudine, o quello al quale fa capo il servizio in cui si è ausiliari. Del Consiglio pastorale parrocchiale  so che c’è e che talora, in passato, parteciparvi, per il rappresentante dell’Azione Cattolica parrocchiale è stata un’esperienza forte, ma non in senso proprio positivo. Alle sue attività e decisioni non viene data pubblicità, per cui i fedeli non sanno che fa e che decide. Per cui, non sapendo, si può pensare anche che non sia al suo massimo, o peggio. Secondo le direttive del Cardinal vicario gli è stata affiancata una equipe pastorale, sempre con funzioni consultive, e, anche qui, delle sue attività non si sa nulla, al di fuori del suo ambito, di chi è stato chiamato a parteciparvi. Le norme vigenti prevedono una componente elettiva del Consiglio pastorale parrocchiale, ma, a mia memoria, e sono in parrocchia da molto (alla mostra fotografica che si sta organizzando manderò una foto del primo parroco, don Vincenzo, con tutti i suoi chierichetti e c’ero anch’io fra loro), l’assemblea parrocchiale non si è mai riunita per eleggerli. Quindi, essendo frequentato più che altro dai rappresentanti dei vari gruppi organizzati della parrocchia,  oltre che dal clero e dagli altri membri di diritto, il Consiglio pastorale parrocchiale mi appare più che altro come una sorta di assemblea condominiale, dove naturalmente si conta in base ai millesimi  rappresentati. Spero di sbagliarmi. In definitiva, in parrocchia certamente la Chiesa non appare sinodale nel senso oggi inteso dai nostri vescovi.

  Ora, la sinodalità  evoca tanti aspetti suscettibili di cambiamento nella nostra Chiesa, ma, secondo l’esortazione del Papa, penso che il metodo giusto sia cominciare ad affrontare quelli più vicino a noi, in basso, perché in alto stanno gli autocrati, che si illudono ancora di bastare a se stessi nelle questioni di potere, forti della loro presuntuosetta teologia e anche dell’ingente flusso di denaro pubblico che affluisce loro in base all’accordo di revisione del Concordato Lateranenese del 1984, che li ha resi economicamente indipendenti da noi,  e più difficilmente e molto più lentamente cambieranno. Poi noi di loro sappiamo poco e, sinceramente, ciò che si sa è piuttosto demoralizzante.

  In alto  spesso sfugge l’importanza della base: in una costruzione fisica, per legge di gravità, la stabilità di ciò che sta in alto dipende da quello che c’è in basso. In basso ci siamo appunto noi, ad esempio noi nella nostra parrocchia. Per tanti motivi sperimentare in basso è più semplice: si tratta di provare a vivere la fede in maniera meno difficoltosa e dolorosa. Non dobbiamo gestire stati, imperi immobiliari, banche ecc., né impegnarci nella complicatissima e paradossale nostra dogmatica, insomma tutto ciò in cui un alto gerarca religioso è incastrato, e più di tutti chi fa il Papa. Si vede come va e si adattano le regole alle circostanze, imparando da ciò che funziona bene. Non si tratta di riformulare dogmi o, comunque, pasticciare da dilettanti con la nostra ingarbugliata e perigliosa teologia. Il Concilio Vaticano 2° ha riformulato la dogmatica in modo da fare spazio a una Chiesa sinodale, vale a dire partecipativa  e realmente partecipata. Tanto basta e avanza. Ma non ha dato le prescrizioni di dettaglio: sarebbe stato del resto poco saggio, trattandosi di un’assemblea che riguardava la Chiesa universale, con gerarchi venuti da tutto il mondo. Partecipare in Cina, ad esempio,  è diverso dal partecipare in Italia, pio e si capisce perché. Non c’è una soluzione sinodale che possa andare bene dovunque e in qualsiasi ambiente umano. Al dettaglio bisogna pensare in sede locale, cercando di imparare dall’esperienza pratica, con una certa duttilità quindi, senza irrigidirsi in schematismi.

  Il primo passo dovrebbe essere proprio quello di  istituire sedi di partecipazione, vale a dire assemblee nelle quali si possa realmente partecipare, discorrendo. Ci si dovrà dividere in varie sezioni, perché, noi 1.000 circa praticanti abituali non c’entriamo tutti in nessun ambiente parrocchiale e, anche stringendoci e strizzandoci, in un numero così vasto non riusciremmo realmente a partecipare, ma solo ad ascoltare  o recitare un copione, come ci accade nei grandi eventi organizzati ciclicamente dalla gerarchia. Sarebbe bene dividersi per età, condizione e prospettive di vita (una persona ventenne non impegnata con la prole non vede le cose nella stessa maniera di un quarantenne sposato e con figli piccoli), ma anche interessi partecipativi (i cosiddetti carismi). Però poi dovrebbe essere previsto un certo rimescolamento in modo da aver modi di frequentarsi e conoscersi anche oltre quelle partizioni. Una cosa complicata senza un Comitato direttivo,  al modo di quelli che in varie diocesi, ad esempio in quella di Milano alla quale sono rimasto molto legato dopo avervi soggiornato per motivi sanitari, sono stati istituiti, con funzioni esecutive,  nei Consigli pastorali parrocchiali  e in quelli delle Comunità pastorali.

  Il secondo passo è quello di stabilire materie e campi in cui negli istituti di partecipazione di base possano essere realmente prese decisioni,  fosse anche solo quella, come detto, di stabilire dove vadano poste le statue dei santi in chiesa, qualcosa comunque in cui non si sia solo come consulenti. L’importante  è che in quei campi il clero, che finora accentra tutte le decisioni, non possa prevalere. E questo anche solo prevedendo che, posti due centri decisionali, ad esempio il Consiglio pastorale parrocchiale e l’ufficio del parroco, nessuna decisione, in quegli ambiti partecipativi,  possa essere esecutiva se non nell’accordo dei due. In sostanza, in caso di disaccordo, ad esempio se il parroco volesse eliminare una cinquantina di posti in chiesa per farvi posto ad una qualche costosa grande istallazione e l’organo partecipativo non approvasse questa decisione, o se analoga decisione fosse presa dall’organo partecipativo e non approvata dal parroco, si finirebbe così per prevedere un potere di veto  della parte dissenziente. Poi si vedrebbe come va. All’esito di un periodo di esperienza se ne potrebbe poi discutere non solo nell’organo partecipativo costituito dal Consiglio pastorale parrocchiale ma anzitutto nell’assemblea parrocchiale, che, a questo punto, si dovrebbe riunire in varie sessioni e sezioni, per dar modo a tutti i praticanti  di partecipare.

  Se la Chiesa, come ora sostengono i vescovi, deve essere partecipativa  e  corresponsabile, e in questo senso sinodale, la partecipazione a quelle attività dovrebbe essere presentata come obbligatoria e il non partecipare come cosa di cui accusarsi in confessione: “Padre, sono stato poco sinodale nell’ultimo mese”. Così il sacerdote potrebbe impartire per penitenza un periodo di sinodalità  accentuata, perché il penitente si emendi di quella sua poca sinodalità, ad esempio, per i giovani, partecipando anche  alle assemblee dei pensionati e viceversa.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

domenica 3 ottobre 2021

DIALOGARE NELLA CHIESA E NELLA SOCIETÀ

 



Dialogare nella Chiesa  e nella società

 

  Il dialogo è un cammino di perseveranza, che comprende anche silenzi e sofferenze, ma capace di raccogliere l’esperienza delle persone e dei popoli. Quali sono i luoghi e le modalità di dialogo all’interno della nostra Chiesa particolare? Come vengono affrontate le divergenze di visione, i conflitti, le difficoltà? Come promuoviamo la collaborazione con le Diocesi vicine, con e tra le comunità religiose presenti sul territorio, con e tra associazioni e movimenti laicali, ecc.? Quali esperienze di dialogo e di impegno condiviso portiamo avanti con credenti di altre religioni e con chi non crede? Come la Chiesa dialoga e impara da altre istanze della società: il mondo della politica, dell’economia, della cultura, la società civile, i poveri..

 

  Nell’antica filosofia greca il dialogo era uno dei metodi per conoscere il mondo e la società. La parola italiana ci viene appunto dal greco antico e significa proprio quello: il discorrere  per capire, capire mediante il discorso. Presuppone almeno due interlocutori che si riconoscano a vicenda la dignità di partecipare a quel discorrere. Dialogando ci si forma una convinzione e, per i maestri che scelgono quella via, l’insegnare è vissuto un po’ come l’aiutare a partorire, per cui dai maestri greci veniva detto maieutica,  che faceva riferimento all’arte ostetrica. Gli si contrappone il metodo di imporre le idee facendo leva sull’autorità e quindi sulla diversa dignità di chi insegna e di è costretto ad imparare in un certo modo, senza alternative e senza poter discutere.

  Nella nostra Chiesa il dialogo si può praticare solo nelle associazioni di fedeli che lo ammettono, la più grande delle quali è la  nostra Azione Cattolica, con i suoi trecentomila aderenti di ogni età. I movimenti fondamentalisti e integralisti non lo tollerano. Al di fuori dell’associazionismo non c’è alcuno spazio per il dialogo, perché, statutariamente per così dire, la verità  è nelle mani del Papa e dei vescovi e deve essere semplicemente accettata per obbedienza. Questo è molto umiliante, ma la gerarchia ritiene che sia necessario, altrimenti la Chiesa si sfascerebbe.

  Verità, per la gerarchia,   è tutto quello che riguarda la religione, diciamo il campo del sacro, ad esempio i dogmi e molto altro. Non vi rientrano le convinzioni e conoscenze desacralizzate,  secolari, profane, vale a dire quelle che, a sua discrezione, la gerarchia lascia alla società. La loro area è molto variata nei secoli. L’astronomia, ad esempio, non vi rientra più. Inutilmente Galileo Galilei, scienziato vissuto tra il Cinquecento e il Seicento, tentò di dialogarvi sopra. Su di lui prevalse la teologia normativa del suo tempo, ma, alla lunga, essa poi dovette ritirarsi. Ecco, quello fu anche un esempio delle sofferenze  che nella nostra Chiesa possono affliggere chi vorrebbe dialogare. Per la gerarchia sarebbero addirittura virtuose, tanto che poi a volte proclama santi quelli che ha perseguitato e silenziato. In realtà, con il senno del poi naturalmente, sono solo sofferenze inflitte stupidamente, che hanno fatto molto danno alla stessa Chiesa. Un altro che soffrì in quel modo fu Lorenzo Milani. Anche la politica storicamente fu sacralizzata e quindi incarcerata nella verità canonica: questo costò la scomunica al primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele 2°, e a Camillo Benso Cavour, il presidente del consiglio dei ministri che fu tra i principali artefici della nostra unità nazionale, per aver posto fine allo Stato Pontificio, nel 1870. Dopo circa un secolo, però, il papa Paolo 6° definì provvidenziale  quell’evento. Anche a don Romolo Murri, tra gli ideatori di una democrazia cristiana, la politica costò la scomunica. Essa si abbatté  su Roberto Ardigò, che era stato prete e addirittura si pensava che avesse buoni numeri per diventare vescovo di Mantova,  uno dei nostri maggiori filosofi, per aver sostenuto l’autonomia delle scienze, principio che fu accolto durante il Concilio Vaticano 2°. Non visse nel secolo giusto.

  Il modo in cui la gerarchia ecclesiale intende ed esercita la propria autorità ci impedisce il dialogo. Questo perché a nessuno è riconosciuta pari dignità rispetto  agli autocrati. Essi ritengono di dover regnare  per diritto divino e vi hanno costruito sopra una teologia giustificativa. Dicono però che anche noi, persone laiche, siamo in qualche modo “re”, ma in realtà, al loro cospetto,  siamo definiti sempre sudditi  e si pretende da noi  docilità. Quando oggi si parla di sinodalità  come via di riforma della Chiesa   si mette in questione anche questo modo di governare. Ma non illudiamoci: la riforma potrà venire solo dal basso, per via sperimentale, piano piano, in un tempo lungo, e ci vorrà pazienza e perseveranza,  perché nessun autocrate fa spazio ad altri nel suo potere se non vi è costretto dalle circostanze, ad esempio se intorno a lui la società  è tanto cambiata che le consuetudini del passato appaiono obsolete anche a lui. Però un certo modo di regnare comincia a sembrare tale anche agli stessi gerarchi. Ci saranno quindi ancora molte sofferenze per impossibilità di dialogo nella nostra Chiesa. Nella biografia di una grande anima della nostra Chiesa come Giuseppe Toniolo, che tanto fece per il nostro associazionismo, è narrato il suo vivo dolore per le incomprensioni con il Papa del suo tempo: impariamo da lui la perseveranza nel cercare il dialogo, non cedendo alla tentazione di rompere. La Chiesa, se paragoniamo  la nostra a quella del suo tempo è molto cambiata. Certo non basta una vita sola per vedere la fine del processo.

  Il principale problema che abbiamo in materia di dialogo è che nella nostra Chiesa si rifiutano i principi democratici, perché, si pensa,  il potere in materia di fede può essere solo autocratico  e sacralizzato. Questo ostacola anche  i rapporti tra le varie componenti del laicato, così come tra parrocchie e Diocesi. Non vi può essere vero dialogo nel popolo senza democrazia. All’interno dell’autocrazia il dialogo in quel senso, ma con molti limiti, è ammesso solo quando ci si riunisce tra vescovi. Il vescovo, invece, nella sua Diocesi, quindi verso i suoi sudditi tra clero, religiosi e persone laiche è un monarca assoluto, mentre egli stesso è suddito di chi è sopra di lui e difficilmente può resistergli. Negli anni ’60 una grande anima come il cardinal Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, fu vittima di questa condizione e fu spinto alle dimissioni per aver criticato, nell’anno in cui fu celebrata per la prima volta la Giornata mondiale della pace (!) i bombardamenti a tappeto statunitensi in Vietnam. Sopra di lui c’era un’altra grande anima, Giovanni Battista Montini, Paolo 6°, il Papa che l’anno precedente aveva istituito quella Giornata mondiale della pace con un magistero ispirato: in quell’occasione egli fu, come si dice, vittima delle circostanze ed evidentemente non vide altra soluzione che chiedere la testa del suo confratello nell’episcopato.  

  Per quell’impossibilità di un vero dialogo, mi pare che ora ogni parrocchia viva come in un mondo a sé, anche se i rispettivi preti a volte si sentono, si incontrano, se non altro nelle occasioni create in Diocesi. Le persone laiche invece ci vivono come confinate e, per un’esperienza religiosa  un po’ più in grande, devono aderire ad un’associazione e movimento nazionali. Questo poi le disamora alla vita parrocchiale. Per quelli che scelgono quella via, la vita di fede è essenzialmente fuori della parrocchia, dove si va solo per sentir messa o portare i bambini  e ragazzi al catechismo, fin quando non li si può più tenere  e allora non si vedono più. Col tempo, questo modo di fare ha finito per rendere alcune parrocchie solo come strutture di supporto alle associazioni e movimenti che la abitano, e questo è stato molto sensibile nella nostra parrocchia in anni passati. Vi è cominciata ad affluire gente da fuori, non interessata alla parrocchia, ma ad un movimento che l’abitava. Ciò ha finito per rendere un po’ estranea la parrocchia al quartiere. Così poi non ci portavano più bambini e ragazzi per la formazione di base. Ad un certo punto, veramente molto tardivamente, la Diocesi ha rilevato il problema e ha tentato di porvi rimedio, mandando preti in supporto. Ma non è bastato, nonostante il valore di quel clero, che si è fatto rapidamente apprezzare e a cui vogliamo bene. La Chiesa non è fatta solo di preti. Rimane il fatto che, al di fuori di associazioni e movimenti, non ci sono occasioni di dialogo per le persone laiche  e quindi la situazione non può essere veramente corretta. E non ci sono perché, almeno finora, si pensava che non servissero veramente, e che, a parte preghiere e sacramenti, e un po’ di attività caritativa, le persone laiche non avessero veri motivi, dopo l’infanzia e la prima giovinezza, per frequentare la parrocchia.  Non certo per dialogare. Questo si riflette sui metodi e contenuti della formazione per le persone laiche che appare gravemente insufficiente. Il lavoro che esse devono fare in società non è quello dei monaci, appunto perché prevalentemente orientato all’azione sociale,  e invece spesso si cerca di insegnar loro una spiritualità monacale.

  Nella società civile le persone laiche vivono un’esperienza completamente diversa, in cui hanno diritto di parola, partecipano, influiscono collettivamente in varie maniere  e misure, e comunque in qualche modo contano. Vi si pratica la democrazia, anche se essa è sempre insidiata dalla prevaricazione violenta. L’Azione Cattolica è stata storicamente una delle principali scuole di democrazia per gli italiani: questo è stato in massima parte frutto del pensiero e dell’azione delle persone laiche che l’hanno animata. Si sono dimostrate capaci di non essere solo esecutrici ma di poter ragionare anche sui principi e di poterli anche insegnare (anche ai gerarchi). In questo vi è stato un vero e proprio magistero laicale. In questo l’Azione Cattolica si è emancipata da esse solo un braccio della gerarchia, secondo i suoi statuti delle origini, nel 1906. La nostra Repubblica deve molto all’impegno dei cattolici e questo sin dalla sua fondazione. Un’azione che è stata molto importante anche nella costruzione dell’unità europea, in tutte le sue fasi, ma, in particolare, nell’allargamento all’Europa orientale, che si presentava molto problematico. Tutto questo è poco considerato dalla gerarchia, che ancora, quando parla di radici cristiane dell’Europa, si riferisce prevalentemente ai tempi tremendi (per la violenza per motivi religiosi che espressero e quindi per la sconfessione pratica del vangelo) a cui risalgono le grandi cattedrali europee, che ora sono più che altro piene di turisti, si stanno trasformando in musei, e gli stessi gerarchi se ne lamentano. Un’Europa che ha consentito oltre settant’anni di pace non è molto apprezzata dai nostri vescovi, ne diffidano per quella democrazia che contiene e che ne è stata il motore, fattore di concordia tra i popoli, democrazia che, per il ruolo centrale che nella sua costruzione hanno svolto i cristiani,  è stata declinata anche secondo i principi cristiani, per cui  è diventata tanto diversa da altre bellicose democrazie, come quella statunitense. La democrazia è vista con sospetto per la libertà che esprime: si pensa che su quella via poi la gente vorrebbe mettere in questioni i dogmi sui quali storicamente la gerarchia ha costruito la sua efferata cosiddetta ortodossia,  o si darebbe a chissà quali  altre fantasie. Non si vorrà mettere ai voti la Trinità? Non si rende conto, la gerarchia, di quanto la sua teologia normativa sia diventata estranea alla maggior parte dei fedeli, per cui non sarebbe certamente quello il problema principale. I più, al di là della formula dell’antico Credo  che si recita a messa, nemmeno sanno di che si tratta e che cosa comporta. Interesserebbe tanto poco e a tanti pochi che non arriverebbe nemmeno a discutersene. Ma, ad esempio, introducendo principi democratici in una parrocchia, si potrebbe discutere di come usare locali e arredi, di come organizzare un appropriato progetto formativo per le persone laiche, di come programmare assemblee per orientarsi dialogando,  di quanto debito fare e per che cosa. Dico discutere  non solo nel senso di consultare  una limitata accolita di nominati, ma di farne partecipi tutti, mediante strumenti di pubblicità validi, di poterne discutere in assemblee, di avere un vero peso nelle decisioni mediante eletti dal basso, come già prevede del resto la normativa canonica. Questo è il metodo che pratichiamo nella società civile e chi ci viene vietato quando entriamo  in Chiesa, veramente un altro mondo in questo.

 Dialogo con altre religioni e con chi non crede: a che punto siamo?, ci chiedono i nostri vescovi. Alle Valli  non constato contatti tra fedeli di diverse religioni e tra noi c’è anche poca consapevolezza di che cosa esse siano, insieme a molti pregiudizi che ci derivano dal passato. Con chi non crede siamo in contatto tutti  giorni, nella vita in società, e certamente una qualche influenza abbiamo, se non altro per far conoscere attraverso noi la dimensione religiosa, ma questo, che è propriamente apostolato, non ci viene riconosciuto: alcuni ci vorrebbero brutalmente  piazzisti del vangelo e, poiché non lo siamo, questo è un altro elemento di insoddisfazione verso di noi. Nei rapporti con chi non vive la fede occorre una certa delicatezza e la capacità di mediare nel suo mondo ciò che intendiamo comunicargli: questo richiede di conoscerlo bene. Non basta strillargli addosso le parole della fede. Farlo è controproducente.

  Organizzare occasioni di dialogo in parrocchia: questa la proposta pratica che rivolgo al Consiglio pastorale parrocchiale per partecipare anche noi al processo sinodale che tra qualche giorno inizierà.

 A proposito: la sinodalità, prima di essere teoria, è pratica e richiede di farne tirocinio provando a dialogare riconoscendosi pari dignità: ciò che è risultato tanto difficile nelle nostra parrocchia,  e anche tra persone che sono sicuramente buone, ma che, essendo state formate alla religione in un certo clima, quando si incontrano al di fuori dei loro soliti raggruppamenti, diffidano le una delle altre e pensano che, dialogando, debbano rinunciare  a qualcosa di importante del loro modo di vivere la fede, di doversi amputare qualcosa, qualche parte di sé. Ma non è questo il risultato della sinodalità. E’ una paura che deriva da un certo integralismo che ci è entrato dentro e che non solo non è essenziale in religione, ma è anche dannoso. Ci divide, ci confina. Dobbiamo invece cercare di aprirci alle altre persone per indurle a fare altrettanto. In fondo condividiamo molti grandi principi ed  è su questo, su quello che ci unisce, che bisogna fondare il tirocinio di sinodalità.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli

 

sabato 2 ottobre 2021

Corresponsabili nella missione

 

Il logo del Sinodo



Corresponsabili nella missione

 

  La sinodalità è a servizio della missione della Chiesa, a cui tutti i suoi membri sono chiamati a partecipare. Poiché siamo tutti discepoli missionari, in che modo ogni Battezzato è convocato per essere protagonista della missione? Come la comunità sostiene i propri membri impegnati in un servizio nella società (impegno sociale e politico, nella ricerca scientifica e nell’insegnamento, nella promozione della giustizia sociale, nella tutela dei diritti umani e nella cura della Casa comune, ecc.)? Come li aiuta a vivere questi impegni in una logica di missione? Come avviene il discernimento sulle scelte relative alla missione e chi vi partecipa? Come sono state integrate e adattate le diverse tradizioni in materia di stile sinodale che costituiscono il patrimonio di molte Chiese, in particolare quelle orientali, in vista di una efficace testimonianza cristiana? Come funziona la collaborazione nei territori dove sono presenti Chiese sui iuris diverse?

 

  Di solito, quando alle persone laiche si parla di missione esse pensano ai religiosi missionari mandati in terre lontane a parlare di religione e a insegnarla alle persone che vi si interessano. Se però intendiamo la missione  anche come azione sociale,  quindi come un attivarsi per produrre modifiche sociali, allora è chiaro che questo riguarda anche chi non si muove da dove vive di solito, e anche le persone laiche. L’Azione Cattolica è stata costituita proprio per fare quello.  E la domanda che, a quel proposito, ci viene posta dai nostri vescovi, nel processo sinodale che sta  per iniziare, si muove in quel quadro di idee:

«Come la comunità sostiene i propri membri impegnati in un servizio nella società (impegno sociale e politico, nella ricerca scientifica e nell’insegnamento, nella promozione della giustizia sociale, nella tutela dei diritti umani e nella cura della Casa comune, ecc.)?»

  L’elenco degli impegni sociali che leggiamo lì va considerato esemplificativo. Lascia fuori i due principali campi di attività sociale delle persone laiche: il lavoro  e la famiglia, in particolare nell’occuparsi della prole e degli anziani. Essi, che in quel passo del Documento preparatorio  rientrano nell' "ecc.", spesso esauriscono quasi del tutto il tempo di una persona. Il fatto che i vescovi non li abbiano menzionati espressamente è indicativo del fatto che li ritengono in fondo semplice routine, alla quale si debba affiancare altro.

  Inoltre, parlare di servizio nella società, riflette un po’ la mentalità del clero e dei religiosi, i quali appunto, una volta assestati nel loro stato di vita, si mettono alla ricerca di un servizio da svolgere. Le persone laiche si trovano invece coinvolti nelle loro principali occupazioni, appunto lavoro  e famiglia, senza tanto doverci pensare sopra: il primo è una necessità di sussistenza, la seconda di natura  e spesso la famiglia incide sul lavoro, su quale fare, sul tempo che si pensa di dedicargli e anche sulle proprie ambizioni.  E, tuttavia, la persona laica che si presenta al suo prete di prossimità o, qualche volta nella vita, addirittura al suo vescovo, si sente un po’ sempre in difetto perché capisce che, per quegli altri, ciò che fa è semplice routine e si aspettano sempre dell’altro in più.

 Ecco che, allora, si pensa che quelli che dell’altro riescono a fare, ad esempio perché non sfiniti dal lavoro e dalla famiglia,  i politici per dirne una, debbano essere sostenuti dalla comunità. E la comunità, chi la sostiene? 

  Il clero adotta una mentalità clericale  senza neanche rendersene conto, senza voler far del male od offendere. Certo, una persona che scelga il celibato o il nubilato, e quindi si cavi fuori  dagli impegni di famiglia, e tutto sommato un certo reddito ce l’ha di routine, per così dire, senza dover fare un lavoro che sfinisce, allora, ecco, ha il problema di fare anche dell’altro. E così, in genere, non si riesce a mettere nei panni di una persona laica, che si trova in una situazione molto diversa. Del resto è stato formato a pensare così. In passato si pensava che, tutto sommato, rispetto alla vita di clero e religiosi, il fatto di poter far sesso fosse un bel privilegio, per le persone laiche, ed esso, in qualche modo, doveva essere scontato. Fino a qualche decennio fa si aveva qualche remora a riconoscere canonicamente la santità delle persone laiche, a meno che non facessero fini atroci, proprio per quella faccenda del sesso, rubricata al capitolo piacere-peccato-rimedio della concupiscenza.  Ma, a ben vedere, il sesso rientra appunto semplicemente nel capitolo famiglia.

  Dagli anni ’30, per la gerarchia l’attività che una persona svolge in società è considerata rientrare nel campo religioso: è una forma di carità, si dice. L’affermazione risale ad un discorso che il papa Pio 11° tenne agli studenti universitari della FUCI poco dopo il Concordato Lateranense e l’esortazione al laicato italiano a collaborare alla riforma corporativa del fascismo mussoliniano. L’affermazione della provvidenzialità  del capo del fascismo, ripetuta  all’epoca anche da diversi vescovi, raccontano gli storici, fu comunque un incidente storico dal quale il Papato si emendò dopo qualche anno.  In mezzo però ci fu la persecuzione degli ebrei italiani e una feroce guerra coloniale nel Corno d’Africa, anche con sterminio di monaci copti. Da allora, l’idea che l’impegno sociale avesse una valenza religiosa fu mantenuta e, anzi, estesa.

  Secondo i principi del Concilio Vaticano 2° la Chiesa dovrebbe essere anche il luogo in cui si ragiona su quegli impegni sociali che i fedeli svolgono, lavoro e famiglia compresi. Di solito lo si fa, a fini di discernimento, in associazioni e movimenti, ma non in strutture, come dire, generaliste, ad esempio in parrocchia. Le Settimane sociali, la 49° inizierà a breve a Taranto, servono proprio a questo. Stesso discorso per i Convegni ecclesiali  nazionali e i Congressi eucaristici. Sono tutte occasioni, nazionali, ben lontane dalle nostre realtà di prossimità, in cui ci si confronta sull’impegno sociale ispirato dalla fede. Esse hanno in comune l’essere egemonizzate dalla gerarchia, che ne predetermina il risultato. Dà un tema e indica come deve andare a finire, con il cosiddetto Instrumentum Laboris (=documento di base per la riflessione) o con un Documento preparatorio, e poi invita a sua discrezione relatori, convegnisti o congressisti, e approva la deliberazione finale. Il problema principale è che l’iniziativa non viene veramente da chi si impegna in società, che, con quel metodo, viene più che altro consultato. Così a volte si partecipa, più spesso si assiste, ma mai si partecipa da protagonisti.

  L’impegno sociale è legato all’evangelizzazione: questo significa il riconoscergli valore anche religioso. Per questo ciò che si fa in società assume anche il connotato di una missione. Di ciò si acquisì più chiara consapevolezza negli anni ’70 e il primo Convegno ecclesiale nazionale, che si svolse a Roma nel 1976, ebbe il titolo Evangelizzazione e promozione umana. Nell’ultimo, svoltosi a Firenze nel 2015, dal titolo In Gesù Cristo il nuovo umanesimo, nella gerarchia si manifestò l’idea di promuovere la sinodalità, perché per il solo clero un nuovo umanesimo  è un obiettivo un po’ troppo grosso. Siccome c’è bisogno di più forze, è rispuntata appunto la sinodalità diffusa, non solo degli autocrati,  che significa coinvolgere anche le persone laiche. Negli anni precedenti però si era puntato, lo ricordano gli storici della Chiesa, sull’evangelizzazione, mettendo un po’ in second’ordine la promozione umana, vale a dire noi persone laiche. Si trattò di una evangelizzazione in cui si faceva conto, come agenti sociali, essenzialmente su preti e religiosi e sul cosiddetto para-clero, le persone laiche che si facevano ausiliari nelle attività del clero. Si diceva che la Chiesa evangelizza, non costruisce società (come invece dovrebbe farsi per il nuovo umanesimo), Così non occorreva granché la sinodalità totale, che ora si vorrebbe invece indurre tra noi tutti. Questo poi ci portò alla problematica situazione attuale, sulla quale si è scritto molto e bene e sulla quale non sto quindi a ritornare, se non per dire che non è una bella situazione. Dimenticando la sinodalità è poi crollata anche la pratica, perché nell’Europa di oggi si è insofferenti del ruolo di semplice gregge nelle mani altrui.

  Una volta che si sia accettata l’idea che lavoro  e famiglia  sono impegno sociale e rientrano nella missione, sia come evangelizzazione che come promozione umana, sarebbe opportuno che nelle parrocchie, le realtà di prossimità che ancora legano più o meno tutti i fedeli, al di là di cammini  e spiritualità  particolari, si istituissero delle strutture sociali (nuove perché nulla del genere c’è) per dar modo alle persone laiche di incontrarsi, dialogare e discernere su quel loro attivismo in società. Ma non per sentirsi impartire un qualche catechismo: invece proprio per ragionare sulla loro vita, sul suo significato religioso e sulle sue prospettive, in un’ottica di fede, certo. In quei campi la formazione è prima di tutto autoformazione, perché l’esperienza conta molto e, ad esempio, preti e religiosi in genere non ce l’hanno. Questa è, dunque,  la proposta che faccio al nostro Consiglio pastorale parrocchiale, in un’ottica di sinodalità totale: infatti, organizzare cose simili rientra proprio nella cosiddetta pastorale. Questo consentirebbe effettivamente, secondo l’auspicio dei vescovi,  di sostenere i fedeli  impegnati al servizio della società e aiutarli a vivere quegli impegni in una logica di missione. Quei fedeli siamo tutti noi! Noi che siamo Chiesa emarginata, dimenticata, sottovalutata, spesso disprezzata.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

venerdì 1 ottobre 2021

Celebrare

 

 

Il logo del Sinodo

 

Celebrare

 

“Camminare insieme” è possibile solo se si fonda sull’ascolto comunitario della Parola e sulla celebrazione dell’Eucaristia. In che modo la preghiera e la celebrazione liturgica ispirano e orientano effettivamente il nostro “camminare insieme”? Come ispirano le decisioni più importanti? Come promuoviamo la partecipazione attiva di tutti i Fedeli alla liturgia e l’esercizio della funzione di santificare? Quale spazio viene dato all’esercizio dei ministeri del lettorato e dell’accolitato?

 

   

La vita religiosa dei fedeli italiani ruota in gran parte intorno alla messa. E’ un atto liturgico molto efficace e, per la gran parte delle persone laiche, è anche il principale strumento formativo. La spiritualità personale se ne arricchisce. Nel contempo contiene una posizione chiara e rigida di supremazia del clero, mentre i fedeli sono in genere relegati a comparse che leggono il foglietto, o comunque recitano formule predefinite. La posizione delle persone laiche è quella di sempre: sedute, in ginocchio, in piedi, secondo le varie fasi. Possono assistere il celebrante, al modo dei chierichetti o essere ammesse a leggere  per l’assemblea, ma nulla di più. La messa, di solito, non crea comunità o, comunque, legami di solidarietà, mentre rafforza molto i rapporti personali con i celebranti.

  La messa è il campo in cui i fedeli hanno sperimentato di più le innovazioni portate dall’ultimo concilio: hanno capito di più e meglio ciò che vi accade, da quando la si celebra in italiano. Prima, a parte quelli che intendevano il latino liturgico, aveva un certo che di magico, che contrasta con la spiritualità religiosa ma che alcuni rimpiangono per il potenziale di sacralizzazione del clero che comportava.

  Alcuni vorrebbero arricchire la messa con musiche e canti e, tra questi, c’è chi, tra i reazionari, sogna il ritorno all’antica polifonia, ma si tratta di osservazioni superficiali. In realtà la messa è già il campo liturgico in cui, anche se celebrata poveramente, i fedeli si sentono personalmente più coinvolti. Il rito contiene una potente spiritualità che, ora che se ne capiscono le parole, affascina e fa crescere nella fede. Poi i preti, specialmente quelli di base, ma anche molti vescovi, sono molto bravi nelle omelie: la loro formazione in quel campo appare molto curata. Una volta ho invece ascoltato l’omelia di un alto prelato della curia vaticana, che mi è apparsa piuttosto algida e a tratti stizzosa: sembrava che ce l’avesse con noi fedeli. Il rapporto vivo con la gente fa la differenza. L’anno scorso ho pubblicato sul blog le omelie di alcuni vescovi durante il periodo del lockdown  per il Covid 19 ed erano veramente belle, preziose.

  La gerarchia, tuttavia, ripone troppa fiducia nella virtù aggregativa della messa, che non appare particolarmente rilevante. Se il rito non si fa comunità in altro modo, vale a dire oltre il rito, rimane solo una fonte di arricchimento personale. Il clero però in genere diffida delle aggregazioni laicali, in particolare di quelle che non hanno solo scopi devozionali, caritativi o ausiliari nella formazione spirituale delle persone, o quelle in cui le persone laiche hanno ruoli direttivi derivati da procedure di scelta dalla base, non per cooptazione.Teme di perderne il controllo. Così, in genere, la nostra Chiesa, almeno per quanto riguarda le persone laiche, è povera di comunità. Questo crea problemi soprattutto con le persone giovani, che invece, per loro natura, crescono comunitariamente, molto più che per la gente di altre età, che se ne sta più sulle sue. Poi c’è il fatto che diversi movimenti laicali o anche laicali mimano l’autocrazia del clero e i più vi stanno stretti (non parliamo poi dei giovani). Si tratta in genere di esperienze collettive che vogliono stupire  e soggiogare con "effetti speciali".

  La comunità non esce magicamente dall’Eucaristia come atto liturgico: quest’ultimo è ricco di simboli che la stimolano, ma, come spesso dicono i celebranti, la messa non deve finire con il congedo al suo termine, ma prolungarsi nella vita. Purtroppo la teologia medioevale in materia non aiuta.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli