INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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giovedì 5 dicembre 2013

Relazioni tra collettività religiosa e società civile


Relazioni tra collettività religiosa e società civile

 
  La nostra confessione religiosa tra il primo e il quarto secolo della nostra era ha soppiantato il complesso delle antiche religioni politeistiche dei Greci e dei Romani. Noi siamo abituati a definire queste ultime come pagane, termine la cui etimologia, vale a dire la cui origine come parola, viene fatta derivare dal vocabolo che significava "abitante di un villaggio rurale" e che, se è vera questa ricostruzione, risale al tempo in cui la nostra religione si era già affermata nelle città e doveva ancora penetrare nelle zone periferiche. In realtà, nel primo secolo della nostra era, quando la nostra religione iniziò a diffondersi nell'Impero romano, dalla Palestina alla Siria, alle antiche colonie greche dell'Asia Minore e alla Grecia e poi, via mare, a Roma e progressivamente in tutte le altre terre bagnate dal Mediterraneo, le antiche religioni politeistiche erano culti di stato ed erano ben radicate soprattutto nelle principali città e, innanzi tutto a Roma, la capitale e sede del potere supremo. Esse erano da secoli ben integrate con le società civili e con il potere politico dei quali costituivano la principale ideologia collettiva. Nel primo secolo l'imperatore di Roma era anche pontefice massimo, vale a dire che ricopriva la più alta carica religiosa del modo romano. L'attrito con il nostro monoteismo in fase fortemente espansiva derivò in particolare proprio da questa loro integrazione profonda con le società del loro tempo, perché la pretesa di esclusività della nostra confessione religiosa, che stava fortemente sviluppandosi nelle società dominate dall'impero coinvolgendo strati sempre più ampi della popolazione, compreso il ceto dei funzionari imperiali,  e che escludeva di potersi a sua volta integrare con gli altri culti sotto il dominio del potere politico imperiale, la fece apparire presto come sediziosa, sovversiva, quindi una minaccia per l'integrità dello stato. Questo non accadde nel confronto delle antiche religioni con il giudaismo, il quale aveva prodotto, sempre dal primo secolo, un intenso fenomeno migratorio verso Roma, e che era  una religione che i fedeli delle antiche fedi politeistiche romane e greche agli inizi avevano difficoltà a distinguere dalla nostra.  Del resto il giudaismo non intendeva conquistare  la civiltà greco-romana, dalla quale, anzi, curava bene di rimanere separato per ragioni propriamente rituali. Nella diaspora, vale a dire nelle collettività ebraiche che vivevano tra le nazioni, al di fuori della Palestina, si seguiva, per quello che ho capito, il principio, di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, fruendo di uno statuto nazionale di relative autonomia e libertà al pari  di altre popolazioni assoggettate all'impero, ma non da esso assimilate. I problemi del giudaismo con gli imperiali sorsero nel primo secolo in Palestina a seguito di rivolte politiche contro gli occupanti occidentali, represse assai duramente e crudelmente dai romani, del resto secondo il loro costume.
 Noi oggi tendiamo superficialmente a considerare quelli che chiamiamo pagani, vale a dire i fedeli delle antiche religioni politeistiche greco-romane, come delle persone non religiose. E' chiaramente un errore, anche solo considerando l'imponente architettura monumentale dei loro edifici dedicati al culto, come, a Roma, il Pantheon e le grandiose rappresentazione scultoree dei loro dei. La religiosità pagana era espressione di vera fede, di autentica fiducia nel soprannaturale. Queste antiche religioni furono rapidamente cancellate (ad un certo punto anche con la forza) una volta che la nostra confessione le sostituì, a partire dal quarto secolo della nostra era, come ideologia dell'impero. Compiuta questa metamorfosi gli imperatori romani divennero per qualche tempo, anche per la nostra confessione religiosa, ciò che il pontefice massimo  era stato per gli antichi culti politeistici.
 Ma come avvenne che la nostra fede, da perseguitata che era, giunse a convertire i capi politici dell'impero in cui si era diffusa? Al catechismo di solito non viene spiegato. Nella mia esperienza, nella narrazione si passa direttamente dai tempi delle persecuzioni a quelli di Costantino I e dell'editto di Milano (313), che segna l'inizio dell'integrazione tra la nostra fede e l'ideologia politica imperiale. Eppure i tempi della prima espansione della nostra fede a Roma potrebbero forse fornirci notizie utili per orientarci su come agire nell'attuale contesto sociale non più caratterizzato dall'unicità della nostra fede nella nazione, ma dalla coesistenza di più fedi (l'ateismo e l'agnosticismo sono invece, per quel che ne so, un fenomeno quasi sconosciuto nel primi secoli della nostra era). Bisogna aggiungere che quella coesistenza, nei primi secoli della nostra fede e anche dopo ma con parti perseguitate invertite, non fu mai pacifica, mentre ai tempi nostri si pretende che lo sia: è legge dello stato, ma non solo, è legge della nuova Europa.
 Per alcuni aspetti la nostra fede ha anche assorbito alcuni aspetti dell'antica, sia a livello di massa, popolare, sia nell'architettura e nell'arte, sia nelle concezioni che riguardano le sue istituzioni. Ma, indubbiamente, la differenza con l'antico politeismo è notevole. Qual è stata la ragione del suo repentino successo nei primi secoli della nostra era? Perché coeve religioni di origine orientale non ebbero una analoga diffusione e presa sulla gente, tanto da indurla addirittura a farsi giustiziare pur di resistere alle pretese di dominio degli imperiali? Com'è che l'antica fede, così fortemente radicata a livello popolare, ha ceduto rapidamente il passo alla nostra religione, la quale a un romano del primo secolo appariva probabilmente un'eccentricità orientale?
  Uno dei lavori interessanti che può farsi, ragionando di fede in Azione Cattolica, è proprio quello di migliorare le nostre conoscenze per rispondere a quelle domande, per poi chiederci che cosa sia cambiato nelle società di oggi nella quale sembra, ma è un'impressione che andrebbe confermata e non limitarsi a osservazioni superficiali, che la nostra fede, pur coinvolgendo in vario modo, più o meno intenso, un numero di persone che si stima in circa ottocento milioni, sia in ritirata, specialmente nell'Occidente più evoluto,
  La nostra religione vive per espandersi, secondo l'esempio dei primi secoli: si dice infatti che la missione ne è una caratteristica fondamentale  e insieme una ragione di esistenza. La sua presenza nel mondo  si giustifica in quanto riteniamo di essere stati lanciati verso  tutto il genere umano. Non è fatta per presidiare contesti limitati, regionali. Se non si espande muore. Ed inoltre essa si propone di incidere nei cambiamenti sociali e sul potere politico (questa è un orientamento che però non era presente nei primi secoli, quelli delle persecuzioni, e deriva dall'esperienza storica successiva). Storicamente sono stati realizzati diversi forme organizzative per svolgere quella missione. Oggi, grosso modo, sono tre i modelli secondo i quali ci si struttura come collettività per realizzare quegli scopi ed essi corrispondono a tre modi di ricostruire e comprendere il senso della presenza della fede nelle società contemporanee. Essi sono fondamentalmente alternativi: ciascuno di essi si pone come esclusivo; da qui una serie di tensioni che attraversano la nostra collettività religiosa.
 Il primo modello concepisce la nostra collettività come una presenza minoritaria nella società e prende a modello l'organizzazione delle comunità nei primi secoli, poco integrata con le società intorno: si viveva osservando le leggi dello stato, ma come stranieri in patria. Nei tempi delle persecuzioni si cercava, stringendosi in comunità, di resistere contro la violenza dello stato e l'inimicizia popolare.
 Il secondo modello prende ad esempio quello della civiltà cristiana, di una collettività religiosa fortemente integrata con quella sociale e politica tanto da assumersi alcuni degli oneri e delle responsabilità della conservazione e difesa dello stato,  e concepisce la nostra collettività ancora come maggioritaria nelle società in cui è insediata, in particolare nella nostra Europa di oggi, ma minacciata  da un lato dall'ateismo e dall'agnosticismo, che con il consumismo si è fatto religione di massa, ormai assecondati  anche dai poteri politici i quali hanno sancito la piena libertà di coscienza, e dall'altra dallo sviluppo del pluralismo religioso, determinato in particolare dai fenomeni migratori dall'Oriente e dall'Africa mediterranea.
 Il terzo modello non ha precedenti storici prima della metà dell'Ottocento ed è quello dell'integrazione forte, basata però su principi ideali, con le realtà istituzionali civili sfruttando le opportunità offerte dall'affermarsi delle democrazie politiche. Esso pensa di agire come fermento nell'azione di rinnovamento civile, utilizzando per cooperare con non credenti o credenti in altre religioni il principio della mediazione culturale, vale a dire la trasposizione, sul fondamento delle esigenze della comune umanità, in termini non esplicitamente religiosi di idealità di fede, in modo da coinvolgere gli altri superando le prevenzioni antireligiose.
  I primi due modelli sono fondamentalmente centrati sulla difesa, il terzo sull'apertura. I primi due diffidano delle società civili del loro tempo, viste o come pagane o come contaminate. Il terzo è portatore di una visione più fiduciosa nelle potenzialità di bene che possono essere offerte da dialogo con altre componenti culturali della società. I primi due modelli pensano di affermarsi nella società presentandosi come molto coesi e caratterizzati, il terzo è alla continua ricerca di come si debba vivere la propria fede nelle società contemporanee, tenendo realisticamente conto dei problemi e degli altri: questa caratteristica lo rende più permeabile agli apporti che vengono dall'esterno.
 Un esempio di organizzazione basata sul secondo modello è quella della collettività religiosa polacca degli anni '80, che aveva la caratteristica particolare di basare la sua forte coesione, su base sia religiosa che nazionalista, nella contrapposizione ad un regime politico esplicitamente ateo. Venuto meno quest'ultimo quel modello di collettività religiosa perse molto rapidamente la sua presa sulla società, divenuta preda del consumismo agnostico. Ma anche l'Azione Cattolica del primo dopoguerra, nella seconda metà degli scorsi anni '40 e nei successivi anni '50, aveva, a livello di massa, quel tipo di ideologia organizzativa.
 Nella seconda metà degli anni '60, l'Azione Cattolica abbracciò invece quello che ho chiamato terzo modello. Negli anni '80 rifiutò con molta forza di seguire il modello polacco, che pure sembrava piuttosto promettente e che aveva fatto seguaci in altri movimenti religiosi italiani. Si determinò una frattura ideale molto marcata tra la cosiddetta cultura della presenza, basata sulla riscoperta di fattori aggreganti basati su comuni costumanze etniche e, in genere sociali, le quali  si affermavano tra la gente prima di qualsiasi ragionamento, e quella della mediazione, che si proponeva di trovare, nel dialogo, punti di incontro con le culture del proprio tempo, basate sulle esigenze della comune umanità. L'Azione Cattolica la quale, pur nel diminuire del numero dei suoi aderenti, si è sempre concepita come organizzazione di massa, non ha neppure seguito il metodo, che si è diffuso in Italia, in particolare a partire dagli anni '70, di organizzarsi per piccole collettività molto coese che si concepivano come assediate da un modo ostile, secondo l'esempio dei primi secoli della nostra era. Bisogna riconoscere però che le differenziazioni ideali che ho sopra descritto si sono venute pian piano ripianando, sebbene periodicamente si ravvivino,  e oggi si cerca in genere di integrare tutte le concezioni in un unico disegno, sotto la guida religiosa dei vescovi. Molte asprezze del passato, quando ad esempio, venne lanciata l'accusa, da parte di esponenti della cultura della presenza, di protestantesimo contro Giuseppe Lazzati, uno degli uomini simbolo del modo di pensare dell'Azione Cattolica, sono sopite.
 Per come la vedo io, l'unico modello che consente ancora, in una società pluralistica e democratica, una espansione della nostra esperienza religiosa è quello seguito dall'Azione Cattolica.  Tuttavia esso richiede sotto certi aspetti una maggiore fatica, un maggiore impegno, rispetto   a quegli altri di cui ho parlato, perché necessita di sforzarsi di capire  realisticamente la società in cui si vive e con cui si vuole entrare in dialogo. Compattarsi in gruppi molto coesi seguendo regole etiche comuni presenta difficoltà di altro genere, naturalmente, ma si può prescindere dallo sforzo di capire ciò che c'è fuori, bastando in fondo quello di capire quello che c'è nel mondo molto coeso di cui si vuole far parte e del quale, per imitazione, si vogliono assimilare i costumi sociali. L'unica fortezza assediata  che mi pare abbia resistito molto bene nei millenni, nonostante un clima di generale ostilità, in particolare ad opera di gente nostra nei tempi passati, è quella del giudaismo, che però, paradossalmente,   per quello che credo di aver capito, ma correggetemi se sbaglio, è caratterizzato da un lato da una sorta di chiusura rituale  a protezione della propria identità, ma dall'altro da una straordinaria apertura al dialogo su tutto, apparendomi come una delle religioni meno dogmatiche che esistano.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.
 

mercoledì 4 dicembre 2013

Riunione del 3 dicembre 2013


Riunione del 3 dicembre 2013

 
 Nella riunione di oggi, prendendo spunto dalle letture di domenica prossima, in cui si celebrerà la liturgia della solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Gen 3,9-15.20; Sal 97; Rm 15,4-9; Lc 1,26-38) si è dibattuto sul ruolo della donna nella società e nella Chiesa cattolica.
 Si è osservato che nella nostra Chiesa si è avuta sempre la massima considerazione delle donne, fin dalle origini, tenendo conto dell'importanza della figura di Maria, la madre di Gesù. Immacolata Concezione significa che riteniamo che essa sia stata concepita senza peccato originale, quell'inclinazione al male, quella ferita, che ci porta a peccare. Non significa tuttavia che, in virtù di tale sua particolare dote, Maria sia stata automaticamente preservata dai peccati: noi riteniamo che non abbia peccato mai per la sua fedeltà e obbedienza a Dio.
 La Chiesa non considera le donne uguali  agli uomini, si è detto. Il modello delle donne è la Madonna, quello degli uomini Cristo. Le donne hanno per natura peculiarità loro proprie che le distinguono dagli uomini. L'errore del femminismo è stato quello di volere rendere le donne come gli uomini.
 A questo punto è sorta una animata discussione con chi obiettava che storicamente il femminismo non si proponeva di rendere le donne come gli uomini, ma, anzi, di combattere  e cambiare la società violenta e fonte di sopraffazione dominata dagli uomini, perché le femministe ritenevano che le donne fossero migliori degli uomini. E' stato allora  ricordato che le femministe volevano l'aborto libero e la contraccezione e volevano anche che le donne fossero padrone del proprio corpo, per avere una sessualità simile a quella dell'uomo, e che ciò era contrario ai comandamenti religiosi. C'è stato però chi ha ribadito che essere come gli uomini non era l'obiettivo del femminismo, che si sviluppò negli anni '60/'70 del Novecento anche dal punto di vista dei costumi sessuali, ma che l'obiettivo era semmai di raggiungere una pari dignità della condizione sociale femminile con quella maschile, senza alcun cedimento ai costumi maschili che anzi si voleva combattere e  che, anche prima dello sviluppo del movimento femminista moderno, l'aborto, che all'epoca era un reato, era largamente praticato con tecniche artigianali e pericolose tra le donne italiane, anche tra quelle cattoliche e nel mondo contadino largamente pervaso dalla fede popolare, in particolare tra le donne appartenenti ai ceti più poveri, costrette talvolta a farsi delinquenti per la società civile e per quella religiosa e a rischiare le loro vite per evitare l'asservimento alla povertà. Nessuno ha messo in dubbio che l'aborto sia considerato dalla Chiesa un peccato molto grave, ma c'è chi ha voluto segnalare che l'aborto libero e garantito, come si diceva negli scorsi anni '70 (questo era lo slogan del femminismo dell'epoca), vale a dire praticato in condizioni di sicurezza sanitaria e sulla base della sola volontà della donna, non era, in sé, uno dei traguardi del femminismo, perché l'aborto era sempre considerato un male, un evento doloroso, ma era visto come una mezzo per liberare le donne dall'asservimento sociale causato da gravidanze multiple e indesiderate, spesso perché insostenibili economicamente.
 Il discorso è quindi passato a trattare se le donne debbano, per comandamento religioso, essere sottomesse  all'uomo. C'è stato chi se ne è detto convinto, perché altrimenti si sarebbero come stracciate parti delle scritture sacre, e chi invece ha osservato che, ad esempio, l'attuale codice di diritto canonico, promulgato nel 1983 dal papa Giovanni Paolo 2°, non prevede più tale sottomissione e che la parti della scrittura, in particolare quelle risalenti alle origini della nostra  fede religiose, in cui si fa menzione di tale condizione della donna possono essere storicamente situate e interpretate alla luce del comandamento dell'amore reciproco alle quali pure esse sono ispirate.
 Quanto alla posizione della Chiesa nei riguardi del trattamento fatto alle donne, come spiegare, si è osservato, se si ritiene che la Chiesa abbia sempre valorizzato la figura delle donne, che il 12 marzo 2000, nella solenne liturgia della Giornata del Perdono, presieduta dal Papa Giovanni Paolo 2° si chiese perdono per i peccati che, anche da parte di  cristiani, avevano ferito la dignità delle donne, troppo spesso umiliate ed emarginate, la cui dignità era stata offesa e i cui diritti erano stati conculcati?
 Le due linee emerse nel corso del dibattito non hanno trovato una composizione, per cui l'argomento dovrà essere approfondito.
  Sono state poi proiettate alcune sequenze dello sceneggiato televisivo I promessi sposi, tratto dall'omonimo romanzo di Alessandro Manzoni, andato in onda nel 1967 per la regia di Sandro Bolchi e su sceneggiatura dello stesso Bolchi e di Riccardo Bacchelli. Esse riguardavano l'episodio della conversione dell'Innominato (interpretato dall'attore Salvo Randone) davanti al cardinale Federigo Borromeo (interpretato da Mario Feliciani). E' apparso in linea con la discussione di poco prima la sequenza in cui l'Innominato, rivoltandosi nel sonno in preda a moti di coscienza, si chiede se egli avrebbe dovuto chiedere perdono a Lucia Mondella, a una donna!.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

martedì 3 dicembre 2013

L'esperienza associativa


L'esperienza associativa

 
 L'Azione Cattolica è una federazione di associazioni di laici che si articola a livello parrocchiale, diocesano e nazionale e che si è data comuni ideali e finalità. Essa è integrata con l'organizzazione gerarchica espressa dal clero cattolica, nel senso che si propone di collaborare con i vescovi per l'animazione religiosa della società e che i suoi dirigenti, a tutti i livelli, sono nominati da autorità costituite del clero, su proposta di Consigli  di origine elettiva. Tuttavia gli obiettivi, le linee programmatiche a lunga scadenza e la programmazione di dettagli delle attività sono frutto dell'iniziativa autonoma di organi elettivi che derivano dagli associati. Questo spazio di autonomia per i laici distingue l'Azione Cattolica da altre organizzazioni di impegno laicale in cui non c'è,  o non c'è nell'estensione che ha in Azione Cattolica. A tutti i livelli dell'Azione Cattolica le decisioni collettive vengono prese e attuate in modo democratico, l'unico in grado di salvaguardare unità e pluralismo. Questo significa che sono ammessi il dissenso delle minoranze e la compresenza di più linee di pensiero e di azione.
  L'Azione Cattolica non è un'organizzazione che si propone l'indottrinamento  della base, ma la formazione dei suoi associati e, in particolare, l'autoformazione, basandosi su risorse proprie. Non è un'associazione diretta dai preti, che vi svolgono invece il ruolo di assistenti, vale a dire che affiancano e consigliano e, nel campo loro proprio, insegnano. I suoi dirigenti sono periodicamente rinnovati con metodo democratico, non per cooptazione, vale a dire per chiamata da parte dei precedenti dirigenti.
 Dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) l'Azione Cattolica è particolarmente impegnata a formare e manifestare nella nostra collettività religiosa e nella società civile il modello di laico ideato nel corso di quella grande congregazione di nostri capi religiosi, di vescovi provenienti da tutto il mondo, compreso il vescovo di Roma, che nella  nostra confessione ha l'onere di essere padre universale. Per certi aspetti quel tipo di laico non ha precedenti storici e corrisponde ai tempi nuovi in cui i popoli hanno potuto avere voce, dopo le ere dell'assoggettamento a dinastie sovrane in condizione di inferiore dignità, al modo degli schiavi o, al meglio, dei figli rispetto ai padri di una volta. La conciliazione tra fede e democrazia è uno dei campi cruciali di impegno dell'Azione Cattolica. Un altro è l'esame realistico e competente delle dinamiche sociali e storiche i cui l'azione dei laici di fede deve svilupparsi.
 L'Azione Cattolica è composta di laici che operano nella società nei vari modi in cui lo si può fare, ad esempio nella  costituzione e sviluppo della famiglie, nel mondo del lavoro, nel mondo della ricerca tecnologica e scientifica. Essa non  si propone di intervenire direttamente, come corpo sociale, nelle cose del mondo, ma di essere sede di formazione, di confronto e di ideazione dei laici di fede per collaborare con ogni persona animata da rette intenzioni per rinnovare il mondo sulla base dei principi religiosi.
 Non ci si può aspettare che il clero disponga sempre delle soluzioni per ogni problema sociale e possa dare conseguentemente direttive efficaci su tutto. Ogni illusione in merito si è rivelata vana. Ciò è stato formalmente riconosciuto dai capi religiosi della nostra confessione all'inizio degli anni '60.  La dottrina sociale della Chiesa, vale a dire quell'esteso corpo di insegnamenti prevalentemente di  natura etica che ha avuto ad oggetto l'ordinamento e i problemi delle società civili, si è quindi sviluppata nel senso di chiedere in modo sempre più pressante la collaborazione della competenze dei laici. Con la teologia, ad esempio, la disciplina in cui il clero è generalmente più ferrato, non si può far funzionare un sistema economico, anche se la teologia fornisce molti principi utili per orientare l'ideazione dei modelli economici nella direzione del pieno e libero sviluppo delle esigenze fondamentali delle persone umane. L'autonomia delle realtà temporali, che significa che il mondo non può essere capito solo utilizzando la teologia, è una conquista culturale molto recente per la nostra confessione religiosa. Essa ha aperto un nuovo  e molto ampio spazio di azione propriamente religiosa per i laici. Precedentemente si riteneva che l'unica scelta giusta nelle cose della società fosse di obbedire  ai sovrani civili e a quelli religiosi nella misura in cui essi si fossero federati, fossero arrivati a un accordo per il  condominio sui popoli sui quali pretendevano di esercitare la loro autorità.
 Inizialmente, nell'Ottocento, la gerarchia orientò  le nuove opportunità di incidenza che si aprivano per i laici in democrazia per dare più forza a proprie rivendicazioni contro i sovrani civili, in particolare in Italia, dove l'unità si fece a spese dello stato che il nostro vertice religioso storicamente dominava nel centro della penisola. Raggiunto un compromesso con la controparte, come durante il fascismo italiano trionfante, la direttiva era invece quella opposta. E' solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l'azione autonoma di laici formatisi in organizzazioni di Azione Cattolica e simili salvò la gerarchia dal discredito in cui era caduta a seguito del crollo dei regimi con cui si era compromessa e, insieme, dette un contributo determinante alla costruzione della nuova Europa, che dalle nostre autorità religiose vennero le aperture e, insieme, l'appello a un ruolo attivo e autonomo dei laici di fede nelle società civili dove avevano acquisito un ruolo tanto importante (anche oggi l'Unione Europea è trascinata da un partito tedesco di ispirazione cristiano democratica). Questa tendenza fu molto rafforzata negli anni '80, in cui il vertice romano appoggiò con molta determinazione il movimento di laici della nostra confessione che dette il colpo di grazia al regime comunista polacco, cooperando a creare le condizioni, per effetto imitativo,  del crollo di tutti i regimi analoghi dominati nell'Europa orientale dai sovietici. Tuttavia, paradossalmente, tenendo conto del ruolo centrale che i laici cattolici democratici avevano avuto nella storia nazionale, da un certo punto in poi si diffuse un clima di sfiducia verso l'autonomia laicale e ciò almeno fino al 2005, quando invece venne un nuovo appello ai fedeli laici cristiani da parte della gerarchia, per una ripresa di un'azione sociale nello stile proposto agli inizi degli anni '60 e ci si cominciò a muovere in altra direzione. Possiamo riconoscere che, come Azione Cattolica,  abbiamo vissuto tempi non molto propizi negli anni '90 e fino alla metà del primo decennio del corrente millennio.
 Molte associazioni parrocchiali di Azione Cattolica, nei tempi sfavorevoli, si sono estinte e alcune, come quella nella nostra parrocchia  si sono ridotte allo stato embrionale, minimo, senza più l'articolazione per età che è prevista come normale. In questi casi si tratta di ripartire, di una vera e propria  rifondazione. Però non interessa tanto il numero degli aderenti, quanto rendere  nuovamente vitale una sede di confronto, dialogo, autoformazione ed autonoma elaborazione per i laici di fede ed anche con la società che c'è intorno. Naturalmente l'Azione Cattolica offre opportunità di svolgere questo lavoro anche fuori della parrocchia, ma è importante radicarlo in una dimensione di prossimità, nel posto dove si vive insieme, dove crescono i nostri figli, dove i più anziani passano gran parte della loro vita.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 
 
 

lunedì 2 dicembre 2013

Perché proprio il Nazareno?


Perché proprio il Nazareno?

 
 In Hanna e le sue sorelle  (1986), un film del regista statunitense Woody Allen, il protagonista, dopo aver temuto di essere affetto dal cancro e dopo aver saputo, dall'esito di una TAC, di non esserlo, si confronta con il problema, comunque sempre presente, del suo destino mortale e decide di chiedere aiuto a una religione. Cresciuto in una famiglia ebraica,  è diventato agnostico (indifferente rispetto alle questioni religiose e non convinto dell'esistenza del soprannaturale): decide di rivolgersi al cattolicesimo, che gli sembra costituire un porto più sicuro di altre organizzazioni meno strutturate. Si rivolge a un prete, scelto in una chiesa in cui è entrato per caso, il quale cerca di indagare le ragioni della sua richiesta di conversione, ricevendone risposte vaghe. Il protagonista del film vorrebbe sicurezze, ma riceve richieste di impegno e di approfondimento e, in particolare, un mucchio di libri da leggere. Si reca poi in un emporio di articoli religiosi, come quelli che ci sono a Roma nelle vicinanze di piazza S. Pietro e compra un crocifisso con gli occhi che si muovono, una marmellata prodotta da un convento di frati  e altre cose così. Parla con i genitori del suo progetto ed essi, ancora fedeli all'ebraismo sono costernati: crederà nel Nazareno? Risponde loro di sì. "Ma perché proprio nel Nazareno?!",  sbotta la madre, piangendo. Nel film il piano di conversione non ha poi seguito e il protagonista ritorna a invischiarsi nella sua complessa situazione familiare e di lavoro.
 Qualcosa di simile può accadere anche nell'Italia di oggi, alle persone che hanno perso o non hanno mai avuto familiarità con le questioni della religione. Da noi poi c'è la questione della grande rilevanza che si attribuisce al vertice romano e al suo capo, in termini di carisma, vale a dire di capacità di fascinazione delle persone e di fonte di unità emotiva. Così da noi uno può ritenersi una persona religiosa perché vuole bene al Papa.
 Per quanto poi in religione sia effettivamente molto importante cercarsi un maestro, e questa è una cosa che ci deriva di costumi dell'ebraismo del quale abbiamo accettato molti presupposti culturali e, innanzi tutto, le scritture sacre, seguire un maestro non significa ancora essere religiosi, nel senso di persone di fede.
 Seguire la nostra fede comune comporta il conoscere e assimilare una tradizione culturale e una storia ed essere consapevoli delle caratteristiche e dei problemi della nostra collettività religiosa, ma, raggiunto questo traguardo, ancora non si può dire di essere arrivati alla meta. L'altro giorno in televisione ho assistito ad un'intervista ad un noto scrittore italiano antireligioso: la giornalista che gli faceva domande ha notato che la sua biblioteca era zeppa di libri sulla nostra religione!
 Alcuni ricordano che al centro della nostra esperienza religiosa c'è la Parola e questo è certamente vero. Quando però ci cerca di capirla, questa Parola, non si sa bene dove trovarla. La Parola è quello che dice il prete a Messa nell'omelia? Lui ci dice di no: la Parola gli preesiste e lui se ne fa solo tramite, spiegandola al popolo. La Parola è la vocina interiore che sentiamo dentro e che ci fa esitare quando violiamo regole comunitarie, come mi spiegarono da bambino ai tempi del catechismo per la Prima Comunione? Da grande mi hanno detto che non era proprio così.
 La Parola si trova nella Bibbia, ci insegnano, ma, nella concezione cattolica, ci giunge anche da una fonte al di fuori della Bibbia come è ciò che definiamo Tradizione e che riteniamo risalire all'antico insegnamento orale degli apostoli. Ma la Bibbia è un insieme di scritti assai difficile da interpretare, spesso contraddittori, nei quali ognuno, se proprio vuole, può trovare giustificazione sacrale ad ogni suo proposito. E, guardandola un po' più da vicino la Tradizione appare in realtà come un insieme di Tradizioni, non tutte di pari autorevolezza. Di fatto anche i fondatori del Ku Klux Klan, un gruppo razzista ancora diffuso negli Stati Uniti d'America meridionali si avvale di una certa interpretazione della Bibbia e su diverse interpretazioni della Bibbia si fondarono e si fondano civiltà e gruppi violenti, razzisti e xenofobi che non hanno nulla a che fare con il cattolicesimo contemporaneo. E, infine, nella storia del cattolicesimo, i peggiori crimini contro l'umanità, secondo la concezione contemporanea, furono giustificati su fondamento biblico.
 Infine: seguire il nostro antico Maestro, il Nazareno. Questo sembra risolvere ogni dubbio. Ma poi si ricade nell'obiezione dei genitori del protagonista del film di Allen: perché proprio lui? Egli è tra noi, riteniamo religiosamente, nella prospettiva della fede, non come le altre persone ci vedono accanto. Non lo vediamo. Se pensiamo di aver udito interiormente la sua voce, dobbiamo stare attenti a non esserci ingannati, perché l'emotività, e lo spirito umano ne è pieno, gioca brutti scherzi.
 A volte mi pare che si pretenda dalla fede religiosa un effetto per così dire magico, di risoluzione di tutti i problemi per azione dall'alto. Ma non è così che accade. Confidare nel nostro soprannaturale non aumenta statisticamente le possibilità di farcela. Noi possiamo stampare "In God we trust" (=confidiamo in Dio), sulle banconote, come nel dollaro statunitense, o incidere "Gott mit uns" (=Dio è con noi) sui cinturoni delle truppe, come si fece nella Germania nazista, o farne il motto di una dinastia sovrana, come fecero gli imperatori tedeschi, ma ciò non darà automaticamente successo ad ogni nostra impresa e ad ogni nostro proposito.
 La fede religiosa, nella nostra concezione, per come ritengo di aver capito, nasce da un movente interiore a contatto con una collettività che custodisce una tradizione con una storia e uno sviluppo. Ad un certo momento ci si sente come chiamati, ma questo è solo l'inizio. Tutto è più facile quando si cresce da piccoli in un ambiente religioso e non si perdono i contatti con esso. Ma anche in questo caso viene il momento in cui si approfondisce la fede ricevuta, riscoprendola nelle varie età della vita e a seconda dei livelli di conoscenza raggiunti. Nella mia esperienza la fede richiede impegno e un certo numero di atti di coraggio, innanzi tutto per sviluppare nella propria interiorità una sguardo soprannaturale, un senso delle realtà ultime, che si acquisisce e si perfeziona a contatto con gli altri intorno a noi, sviluppando quell'amore/agàpe (la benevolenza che c'è in un convito festoso) che è essenziale nella nostra concezione religiosa. Non si tratta di un farsi trascinare o illudere  dagli altri, perché, in religione, viene richiesto di sviluppare quella abilità particolare che si chiama discernimento e che si attua nella propria coscienza. E' un lavoro, quello del discernimento, di individuare ciò che è bene e ciò che è male, che non conosce sosta nella vita di una persona di fede e si esercita sia su se stessi, sia riguardo a chi ci sta intorno, sia riguardo a ciò che apprendiamo della storia e del mondo e, infine, anche riguardo alla nostra stessa religiosità personale e collettiva. Fondare le basi interiori e culturali della capacità di discernimento  è il principale obbiettivo della formazione specificamente religiosa. Questa capacità è assolutamente indispensabile e non può essere sostituita, ad esempio, dalla disponibilità all'obbedienza ai superiori. Infatti in coscienza siamo tenuti ad obbedire solamente ai comandi che sono manifestazione del bene e questo richiede una scelta  con responsabilità personale basata, appunto, quel lavoro di discernimento.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

domenica 1 dicembre 2013

Impegno sociale, buone opere e giustificazione


Impegno sociale, buone opere e giustificazione
 
 Nel libretto di catechismo, una versione semplificata del Catechismo del papa Pio 10° (diffuso dal 1905) elaborata nel 1930, durante l'epoca della compromissione con il  regime fascista, sul quale mi preparai, negli anni '60, per la Prima Comunione e la Cresima, che all'epoca si facevano durante gli anni delle scuole elementari e insieme, non c'è traccia dell'impegno sociale che dalla fine dell'Ottocento aveva caratterizzato quel complesso di insegnamenti del magistero che chiamiamo dottrina sociale della Chiesa. Eppure l'azione di massa del laicato cattolico in Italia da tempo si era dispiegata con manifestazioni imponenti a sostegno della democrazia sorta dopo la caduta del regime mussoliniano. Ma questo veniva considerato parte dei doveri religiosi solo da una parte del laicato e del clero, in particolare da coloro che partecipavano all'Azione Cattolica. Non si riteneva, evidentemente, di dovervi accennare nel corso della prima iniziazione religiosa, che per la maggior parte delle persone rimaneva poi l'unica  iniziazione religiosa. Io capii che era importante non peccare, non trasgredire alle regole che erano scritte sul testo e confermate dai sacerdoti, perché altrimenti si rischiava un castigo eterno:
16. I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale, che cosa meritano?
I  cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale meritano l'inferno.
19. Perche Dio Premia i  buoni e castiga i cattivi?
Dio premia i buoni e castiga i cattivi perché è la giustizia infinita.
[Si trattava di un catechismo a domande e riposte. Ogni domanda era distinta da un numero d'ordine. Nell'edizione per ragazzi aveva 179 domande].
  A lungo la prospettiva di doversi meritare il Paradiso fu presentata come il fine principale dell'agire del laico nella società del suo tempo. In teologia i discorsi che si facevano era naturalmente molto più raffinati, ma quest'argomento aveva un suo peso anche lì. Come ci si merita  la salvezza eterna? Lo spiega in termini semplice la preghiera Atto di speranza, la cui formulazione ho letto risalire alla teologia del Concilio di Trento - 1545/1563 (che tutti imparavano fin dalla prima iniziazione alla fede):
Mio Dio,
spero dalla tua bontà,
per le tue promesse
e per i meriti
di Gesù Cristo nostro Salvatore
la vita eterna
e le grazie necessarie per meritarla
con le buone opere che io debbo e voglio fare.
Signore, che io possa goderti in eterno.
 Questa idea che con le opere ci si dovesse meritare la beatitudine eterna fu oggetto di aspra controversia nel Cinquecento e portò addirittura allo scisma d'Occidente, tra i cattolici e le Chiese sorte dalla riforma luterana. L'occasione della disputa, che ebbe presto risvolti drammatici e successivamente assai sanguinosi, fu la pretesa della gerarchia cattolica di avere il potere di condonare le penitenze necessarie per riparare i peccati commessi e anche di sostituire opere di penitenza con un equivalente pecuniario, concedendo indulgenze, vale a dire sconti di opere di  penitenza, validi per i viventi e per i morti che si trovavano in Purgatorio. A Roma si aveva necessità di soldi per costruire la basilica di San Pietro in Vaticano e quindi si bandì questo tipo di indulgenza contro pagamento pecuniario. Presto le discussioni si estesero al problema più generale se ci si salvasse per decisione amorevole soprannaturale o per i meriti acquisiti con le proprie opere.
 I principi delle nuove idee di Martin Lutero e dei suoi seguaci vennero esposti in un documento detto Confessio Augustana (=il credo di Augusta - città della Baviera oggi denominata in tedesco Ausburg), nel 1530. Secoli di inimicizia e stragi e poi, il 31 ottobre del 1999, proprio ad Ausburg, la Federazione Luterana Mondiale e la Chiesa cattolica romana hanno firmato una dichiarazione nella quale si afferma un consenso tra le due Chiese sulle verità fondamentali della dottrina della giustificazione, di come avviene che ci si salvi e si acceda alla vita eterna. Nell'inviare a  Ginevra, sede della Federazione Luterana Mondiale, e  a Roma il  documento condiviso, i negoziatori delle due parti hanno scritto:
"E non solo lo abbiamo soltanto affermato, ce ne siamo rallegrati e lo abbiamo celebrato poiché, con l'aiuto di Dio, e sebbene non abbiamo ancora raggiunto la meta finale, ci è stato possibile pervenire ad una tappa importante nel nostro pellegrinaccio verso la piena unità visibile. Ci siamo tesi la mano, e non ci allontaneremo più gli uni dagli altri."
 Nella parte più importante di quel documento è scritto:
"…la giustificazione significa che Cristo stesso è la nostra giustizia, alla quale partecipiamo, secondo la volontà del Padre, per mezzo dello Spirito Santo. Insieme confessiamo che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell'opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere".
 Il Concilio di Trento, poco dopo lo scisma, giunse praticamente alle stesse conclusioni. La tragica rottura, per quello che ho capito, non fu veramente determinata da differenze ideali, ma fondamentalmente  da questioni di potere e di prestigio. A Roma c'era in questione l'orgoglio principesco che ancora ci urla dal frontale della basilica vaticana, nell'epigrafe che ricorda uno dei sovrani romani che posero mano alla sua edificazione.
 Sistemata la questione per ciò che concerne il destino eterno, si pone il problema di che valore dare a ciò che si fa qui, durante la vita terrena. Ai laici oggi è richiesto qualcosa di più che non fare peccato, pregare e partecipare alle liturgie collettive. Si vuole che essi siano attivi nella società in cui vivono, in difesa della fede, ma non solo: anche per la promozione dei valori di fede nel mondo in cui vivono, per rinnovare il mondo in cui vivono. Durante la grande congregazione dei nostri capi religiosi della prima metà degli anni '60 è stata riconosciuta ai laici una specifica competenza in materia.  Nei secoli passati essa era riconosciuta solo alle dinastie sovrane con le quali i nostri capi religiosi stringevano accordi e alle quali, in virtù di questi accordi, veniva accordata, in vari modi e forme, una dignità particolare. In tempi di democrazia, quindi di sovranità popolare e di uguaglianza in dignità, quella competenza è stata riconosciuta, all'esito di un processo storico piuttosto travagliato durato più di un secolo, a tutti i fedeli laici, naturalmente nei vari campi e nei limiti in cui essa realmente si manifesta. Ciò che si fa nella società come laici di fede ha oggi un valore specificamente religioso. Non è più un campo che deve essere tenuto fuori delle nostre chiese nel quadro di una sorta di regolamento condominiale di competenze tra sovrani civili e sovrani religiosi per l'esercizio del potere sui popoli sottoposti. Ed è un lavoro che richiede una specifica preparazione, che non è solo quella professionale, profana, l'abilità nelle arti,  mestieri, tecniche, scienze e attività sociali in cui si articola la vita collettiva delle nazioni in cui si vive, ma è anche propriamente religiosa e in parte si costruisce nel dialogo con il magistero, recependone gli insegnamenti nei campi in cui si svolge la sua autorità,  e in altra parte nell'autoformazione tra credenti e nel dialogo nella e con la società in cui si vive. Tutto questo non si fa per meritare la vita eterna, ma per manifestare la propria fede e diffonderla radunando le genti nell'amore/agàpe, secondo la missione ricevuta: la nostra fede, se non si esprime anche in azione verso e per gli altri,  è come morta.
 "I laici devono assumere il rinnovamento dell'ordine temporale come compito proprio e, in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operare direttamente e in modo concreto; come cittadini devono cooperare con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità; dappertutto e in ogni cosa devono cercare la giustizia del regno di Dio" [Decreto Apostolicam actuositatem (=l'attività di apostolato) sull'apostolato del laici - approvata il 18-11-65 durante il Concilio Vaticano 2° - 1962/1966].
 L'Azione Cattolica, dalla fine degli anni '60, è particolarmente impegnata nell'opera di formazione per un lavoro come quello. Essa non è impegnata direttamente, come associazione di laici,  nel rinnovamento del mondo: lo sono i   laici che la compongono che già vivono e lavorano nell'ordine temporale. L'associazione è uno spazio di formazione e di dialogo, per aiutarsi insieme a capire i segni dei tempi, a discernere le opportunità di bene che l'epoca presente offre, a prendere impegni e ad acquisire e migliorare le competenze che sono richieste in relazione alla finalità che ci si propone di raggiungere.
 All'inizio della dottrina sociale della Chiesa, nell'Ottocento, ai laici veniva al più richiesto di attuare fedelmente  le direttive dei loro capi religiosi e, in particolare, quelle provenienti dal vertice romano. Riconoscere ai laici una speciale competenza nell'ideazione, oltre che nell'attuazione, dell'azione sociale ha richiesto alla nostra gerarchia religiosa una conquista culturale che infine è venuta, ma dopo una storia travagliata e dolorosa. Essa è stata coeva con l'accettazione dei valori democratici, quindi della democrazia non solo come metodo per prendere decisioni collettive su base maggioritaria, ma anche come sistema di principi fondato sulla pari dignità degli esseri umani e sulla libertà di coscienza e di manifestazione del pensiero. E' stata una conquista piuttosto recente per la Chiesa cattolica e di quando in quando viene ancora messa in discussione. Ogni nuova generazione la deve quindi fare propria, prendendo coscienza di ciò su cui  essa è fondata, del processo storico in cui essa si è inserita    e dei conseguenti impegni personali. Non è un lavoro che si può fare da soli: ecco il senso dell'associarsi nell'Azione Cattolica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

Programma pastorale per dicembre 2013



 

Domenica 1-12-13 – Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità – 1° Domenica di Avvento – 1° settimana del salterio – colore liturgico: viola – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove


Domenica 1-12-13 –  Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità – 1° Domenica di Avvento  – 1° settimana del salterio – colore liturgico: viola – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove

Osservazioni ambientali: temperatura 14°;  cielo coperto, molto vento. Canti: ingresso, O cieli piovete dall'alto; Offertorio, Maria tu che hai atteso; Comunione, Viaggio nella vita.
 Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.

 
Buona domenica a tutti i lettori!

 
Prima lettura
Dal libro del profeta Isaia (Is 2,1-5)

 Messaggio che Isaia, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme. Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s'innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: "Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri". Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione, non impareranno più l'arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.


Salmo responsoriale (dal salmo 121)

Ritornello:
Andiamo con gioia incontro al Signore.

Quale gioia, quando mi dissero:
"Andremo alla casa del Signore!".
Già sono fermi i  nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme.


Gerusalemme è costruita
come città unita e compatta.
E' là che salgono le tribù,
le tribù del Signore.


Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.
 

Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: "Su di te sia pace!".
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

 Seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 13,11-14a)


 Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più  vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, mon in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 24,37-44)


 in quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo.

Sintesi dell'omelia della Messa delle nove

 Questa domenica inizia il Tempo liturgico di Avvento che  è un tempo aperto, nel senso che dovrebbe caratterizzare tutta la nostra vita. Nelle settimane di Avvento non ci prepariamo al Tempo di Natale, ma alla venuta del Signore.
 Secondo i Padri della Chiesa le venute del Signore sono tre. Una è quella della sua venuta nella carne, duemila anni fa. L'altra e ultima  è quando tornerà nella gloria, alla fine dei tempi. Ma il Signore viene a noi ogni volta che viene proclamata e celebrata la sua Parola.
 Nel brano evangelico letto oggi Gesù  ricorda che, nei giorni che precedettero il diluvio, mentre Noè preparava l'arca, la gente faceva al consueta vita, mangiava e beveva, prendeva moglie e marito. Anche per noi, in fondo è così, nell'attesa della venuta del Signore. Non è che ciò che facciamo tutti i giorni  non sia importante o sia addirittura una cosa cattiva, ma c'è qualcosa di più importante.
 Siamo pronti alla venuta del Signore o preferiremmo che le cose andassero come vanno di consueto? Eppure le cose cambieranno e non sappiamo quando ciò accadrà. Dio non ce l'ha detto perché ci vuole far vivere nell'attesa di fede, in una condizione di Avvento, tutti i giorni della nostra vita.
 Non sappiamo quando verrà per ciascuno di noi il giorno della nostra chiamata al Signore. E' come quando ai  tempi del diluvio, di coloro che facevano la consueta vita di tutti i giorni uno fu preso e l'altro no. Temiamo forse la venuta del Signore? Perché? Attendiamo l'unico che ci ama veramente. Quando si è nell'attesa della persona amata non si teme la sua venuta, ma la si desidera.
 Viviamo pure la vita consueta di tutti i giorni, ma non conta tanto ciò che facciamo quanto come la viviamo, con che spirito. Anche nelle faccende di tutti i giorni, non dobbiamo dimenticare che siamo destinati all'eternità. Ad esempio si può venire a Messa per adempiere un dovere, un obbligo, per non fare peccato,  o invece per nutrirsi della Parola di Dio e incontrare il Signore. Se lo si fa solo per obbligo, ci basta una Messa breve, altrimenti ci stanchiamo e mormoriamo.  Non così se partecipiamo alla Messa per incontrare il Signore che viene a noi durante la liturgia.
 Prepariamoci dunque alla venuta del Signore: alla fine dei tempi nella gloria, e per ciascuno di noi quando saremo chiamati a lui da questa vita per la vita eterna in Dio.
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli
 
Avvisi parrocchiali:
-Questa domenica 1 dicembre si terrà in tutta Italia, durante le Messe, una raccolta straordinaria di fondi per le popolazioni colpite dal tifone, nelle Filippine, promossa dai vescovi italiani, La Chiesa Italiana destinerà a questo scopo anche tre milioni di euro ricevuti dallo stato come ripartizione dell'8 per mille fiscale. La Caritas nazionale invierà centomila euro, quella diocesana trentamila euro. A questi fondi si aggiungeranno quelli della raccolta straordinaria. Alle popolazioni colpite dai disastri ambientali in Sardegna sarà dedicata altra raccolta di fondi;
-nelle settimane di Avvento, dal lunedì al venerdì, alle ore 6:30, nella chiesa parrocchiale si reciteranno le Lodi;
-da lunedì 2 dicembre, alle ore 18, si terrà la Novena all'Immacolata seguita dalla Messa;
-martedì 3 dicembre, alle ore 16:30, incontro di preghiera del Gruppo di preghiera di Padre Pio;
-giovedì 5 dicembre, dalle ore 10 alle 18 rimarrà esposto il Santissimo per l'adorazione dei fedeli. Alle ore 18 si terrà la Liturgia della Parola, alla quale il parroco raccomanda di partecipare, qualora non si sia impegnati in altro doveri, per l'importanza che la Parola di Dio ha per la vita di fede;
-venerdì 6 dicembre sarà il primo venerdì del mese e verrà portata la Comunione agli ammalati. Alle ore 17 si terrà la recita solenne del Santo Rosario animato dal gruppo degli Araldi del Vangelo;
-domenica 8 dicembre 2013 si celebrerà la solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria nel giorno proprio, in luogo della liturgia della seconda domenica di Avvento: lo ha consesso la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti;
Avvisi di A.C.:
-la riunione infrasettimanale del gruppo di AC si terrà martedì 3-12-13, ore 17:00, nella solita sala nel corridoio dell'ufficio parrocchiale. I soci sono invitati a riflettere, presentando poi un proprio pensiero nel corso della riunione, sulle letture bibliche della Messa dell'8-12-13: Gen 3,9-15.20; Sal 97; Rm 15,4-9; Lc 1,26-38 (sono le letture della liturgia della solennità dell'Immacolata Concezione) .
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB  www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB  Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per   scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/