INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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mercoledì 27 ottobre 2021

Consenso e soprannaturale

Il logo del Sinodo


Consenso e soprannaturale

 

  Apprestandomi  a trattare il nodo centrale della sinodalitá è necessario che io faccia una premessa che chiarisca il registro del discorso. Dire infatti che al centro di un evento sinodale ci  sta il rendersi presente di Cristo mediante il suo Spirito che crea un consenso tra i partecipanti. Potrebbe sorgere il sospetto che allora un sinodo, se celebrato secondo le norme canoniche vigenti, diventa il luogo in cui ciò avviene. Ho già fatto l’esempio di sinodi “legittimi”,secondo la disciplina del tempo,  che di fatto non sono stati recepiti dalle chiese, e ho accennato alla natura performativa con le quali si afferma che la creazione del consenso ad opera dello Spirito. Il termine “performativo” è tratto dalla linguistica e si attribuisce ad un enunciato che non descrive o constata alcunché, ma si identifica con il compimento di un’azione, come un comando, l’espressione di un desiderio, ecc. in questo senso rigido ( che è quello originario del filosofo americano Austin) esso è improprio se applicato come tale alla formazione del consenso sinodale.

[…]

  Dire che nell’evento sinodale è la presenza del Cristo che mediante il suo Spirito opera il consenso è allora un’affermazione condizionata, che esprime l’attesa che si verifichino le condizioni perché lo Spirito possa operare.

 

[da Giuseppe Ruggeri, Chiesa sinodale, Laterza 2016,anche i e-book]

 

  In parrocchia non siamo abituati ad accordarci su qualche cosa che riguardi specificamente il fare Chiesa. Del resto, decide tutto il parroco. Nel modo sinodale di essere Chiesa si vorrebbe cambiare. Già su questo non mi pare che ci sia accordo. Farlo, per quelli che ci proveranno, sarà ancora più difficile.

  Con chi è “lo Spirito”?

  Io consiglio di essere molto cauti a mettere di mezzo il soprannaturale. Perché poi fatalmente qualcuno, a chi dissente dalla sua linea, finirà per rovesciargli addosso l’ingiuria sanguinosa “Tu non sei di Cristo!” con la presunzione di avere il potere di dirlo, di conformarsi così dicendo agli insegnamenti del Maestro e di cogliere nel segno dicendolo. Quell’altra persona risponderà per le rime e, a posteriori, revisionando l’accaduto si potrà facilmente constatare che nel fatto non erano certamente presenti gli indicatori in base ai quali riteniamo l’ispirazione soprannaturale.

  Se si avvia un vero processo sinodale non si può partire dall’assioma che qualcuno dei partecipanti, a meno che tra loro non vi sia il Papa (cosa accaduta in parrocchia solo due volte dalla sua fondazione, che io ricordi) e quando si debba decidere su certe sofisticate sottigliezze teologiche, ciò che non ci accade mai, abbia in sé, per virtù spirituale, la capacità di vedere giusto. Ci si raduna quando la via è ancora incerta e si pensa che, essendo in molti, si riesca a ragionar meglio, e soprattutto a capir meglio di quanto non faccia una persona sola. Se si ritiene che lo Spirito sia su un’unica persona o su  o su un gruppo distinto di persone, il sinodo o è inutile, perché si sa già quale è la via giusta, o non è un sinodo, perché non si tratta di discutere ma solo di celebrare un risultato scontato. È per questo che il nostro episcopato si è manifestato un po’ restio ad avviarsi sulla strada indicata dal Papa nel 2015. Quest’anno il Papa ha deciso che non si poteva attendere oltre e non si è più limitato, come nel 2015, ad esortare, ma ha ordinato, ed è stato obbedito. Per sorreggere la sinodalitá italiana, che suscita ancora scarso entusiasmo, l’ha inserita in quella generale, avviando un cammino sinodale per l’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi che si terrà nell’ottobre 2023. Dal 2018 quest’ultima istituzione ha un carattere più partecipato nella fase preparatoria: vi si prevede infatti una consultazione del Popolo di Dio, noi tutti. Per questo bisognerebbe organizzare gruppi sinodali per esprimere una voce che arrivi in Diocesi e da lì al Sinodo. Carattere analogo ha il cammino Sinodale delle Chiese italiane, che si concluderà nell’ottobre del 2025 con decisioni dell’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, non essendo prevista in Italia una struttura partecipativa analoga a quella del Sinodi della Chiesa tedesca per la fase di deliberazione. 

  Il teologo Ruggiero sostiene che solo a posteriori si può riconoscere l’azione dello Spirito su un gruppo che agisce sinodalmente. Quando i padri conciliari del Concilio di Costanza, il 6 luglio 1414,  condannarono al rogo il professore di teologia di Praga Jan Hus, che si era presentato per spiegarsi munito di un salvacondotto, condanna che fu subito eseguita, pensarono di avere su di loro lo Spirito. Lo pensavo anche noi, oggi? E, se sì, pensiamo di prenderlo a modello?

I tempi sono cambiati, si dirà. Allora teniamo presente questa possibilità, che ci servirà a mitigare le nostre presunzioni ecclesiali di sostanziale infallibilità.

   Non scambiamo l’azione dello Spirito per una certa euforia che a volte coglie in certe occasioni collettive, specie se contornati da effetti speciali liturgici.

  E non ci esimiamo dal ragionare ritenendolo superfluo perché un certo nostro sentire sarebbe di origine soprannaturale. Il credere nel soprannaturale non ci autorizza a comportarci come invasati, specialmente quando sono in ballo le vite altrui.

  Il consenso va pazientemente e sapientemente costruito.il primo passo è di conoscerci meglio, frequentarci più assiduamente, discorrere, provare a lavorare insieme. Altrimenti ognuno sta sulle sue e diffida. Ma anche così può accadere che il consenso su tutto non ci sia, e allora ci si dovrà accontentare di un consenso sui fondamentali e su qualcos’altro, lasciando esistere la diversità. Questa è la base dell’ecumenismo: questo metodo ha consentito grandi risultati, in primo luogo di instaurare una reale pace religiosa lì dove si era cercato di sopprimersi a vicenda.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Montesacro, Valli

  

  

 

martedì 26 ottobre 2021

Le origini recenti del movimento per la sinodalità popolare

 

Il logo del Sinodo

Le origini recenti del movimento per la sinodalità popolare

 

  Prima dell’inizio del regno  di Papa Francesco la sinodalitá era più che altro, tra i cattolici italiani, un argomento per addetti ai lavori: ne discutevano storici della Chiesa, canonisti, teologi interessati alla dogmatica sulla Chiesa. In particolare, non era una via seguita nella pastorale, vale a dire nell’organizzazione e cura della vita comunitaria dei fedeli. Questi ultimi venivano accusati di superficialità, incostanza, incoerenza e, talvolta,  addirittura di essersi resi partecipi di uno scisma sommerso, nel senso di essersi scissi dalla pratica liturgica -non li si vedeva più in chiesa- manifestandosi convinti che andava bene così. E quelli rimasti dentro sembravano non all’altezza delle aspettative. Figuriamoci se, così considerandoli, si sarebbe mai immaginato di ascoltarli.

  L’esperienza del Papa rimanda alle prassi delle Chiese latinoamericane. Lo si è visto fin dall’inizio nel suo frequente riferirsi a documenti di conferenze episcopali nazionali, ad esempio nell’enciclica del 2015 Laudato si’, pratica poco consueta nei suoi predecessori.

  Nei secoli il Sinodo era diventato essenzialmente strumento di governo, in particolare da quando, nel Secondo secolo, cominciò a rafforzarsi la posizione istituzionale del vescovo. Fino al Quattrocento, sinodi e concili erano riunioni di vescovi con la partecipazione di imperatori e re o loro delegati ma anche di teologi, per dirimere questioni di definizioni, o in materia di prassi liturgiche o di giudizi disciplinari. Nel Secondo Millennio, il rafforzarsi dell’autorità del Papa romano, vide una sempre maggiore importanza del suo ruolo in società e nella Chiesa cattolica, in particolare dal Cinquecento, e ciò a discapito del metodo sinodale.

  In America Latina, dagli anni Sessanta quel metodo era diventato specificamente uno strumento pastorale, ma in un modo particolare. L’azione pastorale, quella che lavora sulle comunità cristiane per indurre una vita secondo il vangelo e, quindi, la costante conversione, ha riguardato gli stessi vescovi che si sono convertiti  al  popolo oppresso  da strutture sociali e politiche che lo mantenevano in una misera condizione, distaccandosi dalla tradizionale alleanza con il potere dominante. Hanno anche preso consapevolezza che l’evangelizzazione del continente era stata attuata con forme di violenza estrema, addirittura stragista. E’ una situazione diversa dai problemi che abbiamo avuto storicamente in Europa. Gli europei, in America latina, furono colonizzatori e oppressori e la religione cristiana fu anche parte della loro ideologia politica. Il movimento dei vescovi verso il popolo corrispose ad un analogo movimento nel popolo, in particolare con l’esperienza della comunità di base.

  Di questa nuova modalità di fare ed essere Chiesa, scrisse nel 1975 il papa Paolo 6°, Giovanni Battista Montini, in un documento del Magistero molto importante, e ancora molto interessante, vale a dire l’Esortazione apostolica L’impegno di annunziare il vangelo - Evangelii nuntiandi:

LE COMUNITÀ ECCLESIALI DI BASE

58. Il recente Sinodo [la terza assemblea generale del Sinodo dei vescovi, sull’evangelizzazione, tenutasi nel 1974] si è molto occupato di queste piccole comunità o «comunità di base», perché nella Chiesa d'oggi sono spesso menzionate. Che cosa sono e per quale motivo queste sarebbero destinatarie speciali di evangelizzazione e, nello stesso tempo, evangelizzatrici?

 Fiorendo un po' dappertutto nella Chiesa, secondo le differenti testimonianze sentite al Sinodo, esse differiscono molto fra di loro, in seno alla stessa regione e, più ancora, da una regione all'altra.

 In alcune regioni sorgono e si sviluppano, salvo eccezioni, all'interno della Chiesa, solidali con la sua vita, nutrite del suo insegnamento, unite ai suoi pastori. In questo caso, nascono dal bisogno di vivere ancora più intensamente la vita della Chiesa; oppure dal desiderio e dalla ricerca di una dimensione più umana, che comunità ecclesiali più vaste possono difficilmente offrire, soprattutto nelle metropoli urbane contemporanee che favoriscono la vita di massa e insieme l'anonimato. Esse possono soltanto prolungare, a modo loro, a livello spirituale e religioso - culto, approfondimento della fede, carità fraterna, preghiera, comunione con i Pastori - la piccola comunità sociologica, villaggio o simili.

O ppure esse vogliono riunire per l'ascolto e la meditazione della Parola, per i Sacramenti e il vincolo dell'Agape, gruppi che l'età, la cultura, lo stato civile o la situazione sociale rendono omogenei, coppie, giovani, professionisti, eccetera; persone che la vita trova già riunite nella lotta per la giustizia, per l'aiuto fraterno ai poveri, per la promozione umana. Oppure, infine, esse radunano i cristiani là dove la penuria dei sacerdoti non favorisce la vita normale di una comunità parrocchiale. Tutto questo è supposto all'interno delle comunità costituite della Chiesa, soprattutto delle Chiese particolari e delle parrocchie.

 In altre regioni, al contrario, comunità di base si radunano in uno spirito di critica acerba nei confronti della Chiesa, che esse stimmatizzano volentieri come «istituzionale» e alla quale si oppongono come comunità carismatiche, libere da strutture, ispirate soltanto al Vangelo.

 Esse hanno dunque come caratteristica un evidente atteggiamento di biasimo e di rifiuto nei riguardi delle espressioni della Chiesa: la sua gerarchia, i suoi segni. Contestano radicalmente questa Chiesa. In tale linea, la loro ispirazione diviene molto presto ideologica, ed è raro che non diventino quindi preda di una opzione politica, di una corrente, quindi di un sistema, anzi di un partito, con tutto il rischio, che ciò comporta, di esserne strumentalizzate.

 La differenza è già notevole: le comunità che per il loro spirito di contestazione si tagliano fuori dalla Chiesa, di cui d'altronde danneggiano l'unità, possono sì intitolarsi «comunità di base», ma è questa una designazione strettamente sociologica. Esse non potrebbero chiamarsi, senza abuso di linguaggio, comunità ecclesiali di base, anche se, rimanendo ostili alla Gerarchia, hanno la pretesa di perseverare nell'unità della Chiesa. Questa qualifica appartiene alle altre, a quelle che si radunano nella Chiesa per far crescere la Chiesa.

 Queste ultime comunità saranno un luogo di evangelizzazione, a beneficio delle comunità più vaste, specialmente delle Chiese particolari, e saranno una speranza per la Chiesa universale, come abbiamo detto al termine del menzionato Sinodo, nella misura in cui:

- cercano il loro alimento nella Parola di Dio e non si lasciano imprigionare dalla polarizzazione politica o dalle ideologie di moda, pronte sempre a sfruttare il loro immenso potenziale umano;

- evitano la tentazione sempre minacciosa della contestazione sistematica e dello spirito ipercritico, col pretesto di autenticità e di spirito di collaborazione;

- restano fermamente attaccate alla Chiesa particolare, nella quale si inseriscono, e alla Chiesa universale, evitando così il pericolo - purtroppo reale! - di isolarsi in se stesse, di credersi poi l'unica autentica Chiesa di Cristo, e quindi di anatematizzare le altre comunità ecclesiali;
- conservano una sincera comunione con i Pastori che il Signore dà alla sua Chiesa e col Magistero, che lo Spirito del Cristo ha loro affidato;
- non si considerano giammai come l'unico destinatario o l'unico artefice di evangelizzazione - anche l'unico depositario del Vangelo! -; ma, consapevoli che la Chiesa è molto più vasta e diversificata, accettano che questa Chiesa si incarni anche in modi diversi da quelli, che avvengono in esse;

- crescono ogni giorno in consapevolezza, zelo, impegno, ed irradiazione missionari;
- si mostrano in tutto universalistiche e non mai settarie.

Alle suddette condizioni, certamente esigenti ma esaltanti, le comunità ecclesiali di base corrisponderanno alla loro fondamentale vocazione: ascoltatrici del Vangelo, che è ad esse annunziato, e destinatarie privilegiate dell'evangelizzazione, diverranno senza indugio annunciatrici del Vangelo.

 

 Nel brano che ho sopra trascritto sono evidenti le tensioni generate da questa nuova esperienza di Chiesa.

  In America latina, favorita dal contesto linguistico che vede sostanzialmente due lingue europee parlate in tutto il continente, lo spagnolo e il portoghese, dal 1955 la vita della Chiesa fu caratterizzata dalla storia di grandi assemblee di carattere sinodale, quelle del Consiglio episcopale latino-americano - CELAM. Quella che risalta maggiormente, perché produsse un documento che di quel movimento di cui dicevo può essere considerato il manifesto, si svolse a Medellìn, in Colombia, nel 1968. Fu fortemente influenzata da un grandioso documento del Magistero, vale a dire dall’enciclica Lo sviluppo dei popoli - Populorum progresso, pubblicato sotto l’autorità del papa Paolo 6° l’anno precedente. Per dare una prospettiva storica, osservo che l’enciclica La carità nella verità - Caritas in veritate, diffuso nel 2009 sotto l’autorità del papa Benedetto 16°,   contiene una esplicita polemica nei confronti delle interpretazioni pastorali  di quel documento, dietro le quali si intravvede una polemica direttamente verso quest’ultimo.

  Fin dal Secondo secolo, la vita delle Chiese cristiane è stata travagliata da controversie sulle definizioni di fede  e sull’esercizio del potere ecclesiastico, e la situazione si complicò dal Quarto secolo, quando la religione cristiana venne integrata nell’ideologia politica del rinnovato Impero romano (che presto ebbe il suo centro non più a Roma, ma in Tracia, a Bisanzio / Costantinopoli, che divenne il cuore dell’ellenismo cristianizzato). Sinodi e Concili servirono a risolvere quella questioni, in definitiva contrasti di potere, e, in genere, si svolsero in un clima piuttosto bellicoso, arrivando ad efferatezze che, con la sensibilità contemporanea, ci appaiono rivoltanti. Un esempio si ebbe nel Concilio di Costanza, svoltosi in Germania nel Quattrocento e promosso dall’imperatore germanico Sigismondo, capo del Sacro Romano Impero, per risolvere la questione di tre Papi regnanti e quella sorta per la predicazione religiosa  del boemo Jan Hus, un professore di teologia di Praga. La dottrina di Hus fu condannata dal Concilio il 6 luglio 1415 e, poiché egli non la ritrattò, fu immediatamente giustiziato nel modo atroce del rogo.

 Indubbiamente però, come osservato nel documento della Commissione Teologica Internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa (diffuso nel 2018, all’esito di lavori svolti tra il 2014 e il 2017), collegio di teologi di alto livello istituito presso la Congregazione per la dottrina della fede, l’organismo della Santa Sede che svolge attività di polizia dottrinale sulla Chiesa universale:

 

42. L’insegnamento della Scrittura e della Tradizione attesta che la sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa, che attraverso di essa si manifesta e configura come Popolo di Dio in cammino e assemblea convocata dal Signore risorto. Nel capitolo 1 si è evidenziato, in particolare, il carattere esemplare e normativo del Concilio di Gerusalemme (At 15,4-29). Esso mostra in atto, a fronte di una sfida decisiva per la Chiesa delle origini, il metodo del discernimento comunitario e apostolico che è espressione della natura stessa della Chiesa, mistero di comunione con Cristo nello Spirito Santo. La sinodalità non designa una semplice procedura operativa, ma la forma peculiare in cui la Chiesa vive e opera. In questa prospettiva, alla luce dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, questo capitolo mette a tema i fondamenti e contenuti teologali della sinodalità.

[l’intero documento, molto interessante per capire la sinodalità ecclesiale può essere letto a:

https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html ]

 

  All’inizio del suo regno religioso, papa Francesco manifestò di voler suscitare un modo diverso di vivere comunitariamente la fede, nel senso dell’esperienza fatta nell’America latina, che si era rivelata produttiva. Rimaneva il problema di coinvolgervi la gerarchia, in particolare quella dell’Occidente europeo, che storicamente era stata tanto importante nella costruzione della religione ma era stata abituata ad un contesto più autoritario, e naturalmente di formarvi tutto il popolo dei fedeli cristiani. Da qui l’idea della sinodalità  come metodo per questa nuova via, ma non limitata ai vescovi, bensì proposta come forma organizzativa popolare, ad ogni livello.

  Bisogna dire che l’attuazione della sinodalità  episcopale per farla corrispondere ai principi del Concilio Vaticano 2° di corresponsabilità  nel governo della Chiesa, fatta nel 1965 dal papa Paolo 6°, era stata costruita come ausilio  all’esercizio del potere ecclesiastico del Papa, quindi come forma di governo. Del resto di sinodalità nei documenti del Concilio Vaticano 2° si era trattato espressamente  appunto riferendosi alle relazioni dell’episcopato con il papato. Quest’idea di sinodalità non corrispondeva esattamente a quella vissuta in America Latina nel CELAM, ma nemmeno era praticabile universalmente, coinvolgendo, ad esempio anche le persone laiche. Aveva come base teologica l’affermazione della pari dignità battesimale di tutti i fedeli.

 Papa Francesco pensa di fare della sinodalità il metodo per essere Chiesa che trasforma il mondo e solleva i miseri, nel senso indicato dall’enciclica Laudato si’, del 2015

https://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 Naturalmente questo richiede di avere la collaborazione di forze molto superiori a quelle di soli clero e religiosi. Ma le altre persone di fede sono state più che altro ridotte a platea  o gregge che va docilmente  dove gli si dice di andare. Senza attuare i principi di autonomia delle realtà sociali  e della natura e di responsabilità di tutti enunciati durante il Concilio Vaticano 2°, quindi senza coinvolgere in modo partecipativo tutto il popolo, si va poco avanti. Con il rischio, naturalmente, di non riuscire a trovare l’accordo su tutto, in particolare se non ci si conosce, non ci si parla e si diffida gli uni degli altri. Da qui la proposta della sinodalità diffusa.

Questo programma è stato esplicitato dal Papa in un suo discorso molto importante alla Chiesa italiana, il 17 ottobre 2015, tenuto in occasione del 50° anniversario dell'istituzione del Sinodo dei vescovi

 

Fin dall'inizio del mio ministero come Vescovo di Roma ho inteso valorizzare il Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell'ultima assise conciliare. Per il Beato Paolo VI, il Sinodo dei Vescovi doveva riproporre l'immagine del Concilio ecumenico e rifletterne lo spirito e il metodo. Lo stesso Pontefice prospettava che l'organismo sinodale «col passare del tempo potrà essere maggiormente perfezionato». A lui faceva eco, vent'anni più tardi, San Giovanni Paolo II, allorché affermava che «forse questo strumento potrà essere ancora migliorato. Forse la collegiale responsabilità pastorale può esprimersi nel Sinodo ancor più pienamente». Infine, nel 2006, Benedetto XVI approvava alcune variazioni all'Ordo Synodi Episcoporum, anche alla luce delle disposizioni del Codice di Diritto Canonico e del Codice dei Canoni delle Chiese orientali, promulgati nel frattempo.

Dobbiamo proseguire su questa strada. Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio.

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/october/documents/papa-francesco_20151017_50-anniversario-sinodo.html

 

 citato all’inizio del menzionato documento della Commissione Teologica Internazionale.

 Il Papa tornò in tema qualche giorno più tardi, il 10 novembre 2015, in un discorso tenuto nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, ai rappresentanti del 5° convegno nazionale della chiesa italiana, esortando ad un Sinodo nazionale italiano, che non si era mai tenuto (si era operato mediante Settimane sociali, Congressi eucaristici, Convegni ecclesiali).

 

  Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

  Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49 [esortazione apostolica La gioia del Vangelo - 2013]).

[…]

  Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.

Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium [, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.

 

   In conclusione: la sinodalità  invocata dal Papa si distacca da quella storicamente praticata nella nostra Chiesa in due importanti elementi:

-non è centrata su questioni di definizioni teologiche  o disciplinari;

-non riguarda principalmente, nel suo aspetto diffuso, il governo  della Chiesa;

-vuole stimolare una partecipazione  di tutti i fedeli cristiani alla missione della Chiesa;

-vede la missione della Chiesa anche nella trasformazione del mondo, innanzi tutto per mantenerlo accogliente per la vita, e nella sollevazione dei miseri, e in questo vede una modalità dell’evangelizzazione, la diffusione della pratica  del vangelo.

 Nella sinodalità così intesa si vorrebbe anche indurre un nuovo modo di esercizio dell’autorità, che oggi è prevalentemente accentrata nel Papa e nei vescovi, e, per estensione nei preti che vengono considerati più che altro collaboratori  dei vescovi e quindi come loro rappresentanti  nelle realtà di prossimità, tra il popolo, con una certa diminuzione del loro ruolo, schiacciato tra vescovi e persone laiche. L’obiettivo è quello di  fare spazio  al popolo. Un bel problema, in particolare in Italia e nelle parrocchie, dove la dimensione partecipativa  è raramente avvertibile e in cui la missione  a cui ci si dedica è prevalentemente quella del catechismo per i sacramenti e della liturgia. Del resto, se devono fare tutto i preti, non ci sono forze per altro, e talvolta non bastano nemmeno per quel minimo.

  L’inaridimento dei Consiglio pastorali parrocchiali, che non sono assolutamente l’equivalente della equipe  di referenti pastorali ma sono stati istituiti come organismi realmente partecipativi, segnala i problemi che ci sono sulla via indicata dal Papa. Le persone laiche, in particolare, vengono ora impiegate  a discrezione del clero, come consulenti o esecutori materiali,  e, se non le si ritiene più utili, vengono esonerate senza tanti complimenti. Il primo tema da affrontare, nello sperimentare forme di sinodalità diffusa, è quindi quello di consentire, in qualche modo, una qualche partecipazione nel decidere qualcosa, fosse anche, all’inizio, solo la posizione delle statue dei santi in chiesa o il programma di acquisto dei libri per la biblioteca parrocchiale. Tuttavia spesso il clero si manifesta sospettoso che, dietro a queste pur limitate concessioni, si nasconda poi la pretesa di pasticciare sulle definizioni, come se a noi laici interessasse qualcosa, ad esempio, di ridefinire le questioni trinitarie, sul poco edificante esempio dei secoli passati e della loro efferata teologia.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 25 ottobre 2021

Lettera ai soci - Novembre 2021

 

Gruppo di Azione Cattolica

nella Parrocchia di San Clemente papa - Roma



Il logo del Sinodo

Lettera ai soci - n.13 – Novembre  2021

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L’Azione Cattolica non vi lascia mai soli!

Rimanete in contatto!

Inviateci a mario.ardigo@acsanclemente.net  un indirizzo e-mail per scrivervi!

Informatevi sulle attività del gruppo sul blog

ACVIVEAROMAVALLI

e

mediante la mailing list del gruppo

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I LINK E CODICI DI ACCESSO PER PARTECIPARE IN GOOGLE MEET ALLE RIUNIONI DEL 30 OTTOBRE E DEL MESE DI NOVEMBRE 2021 POSSONO ESSERE RICHIESTI CON UNA EMAIL A

mario.ardigo@acsanclemente.net

indicando il proprio nome, un recapito email, i temi di interesse e la parrocchia di appartenenza. Questi dati serviranno solo per l’accesso alla riunione per la quale sono inviati, saranno cancellati dopo  di essa e dovranno essere nuovamente inviati per partecipare ad una riunione successiva.

Sabato 30-10-21 h 17 sul tema Sinodo e sinodalità – tirocinio di sinodalità

Sabato 13-11-21 h 17     percorso formativo di AC – 1° tappa:  Sguardi che rileggono

Sabato 20-11-21 h 17 su tema Sinodo e sinodalità - – tirocinio di sinodalità

Sabato 27-11-21 h 17     percorso formativo di AC – 1° tappa:  Sguardi che rileggono

Fare clic o tap  sul link. Oppure: andare sul sito di Meet  https://apps.google.com/meet/ , inserire il codice della riunione  e cliccare su Partecipa; nella schermata successiva,  inserire il proprio nome a destra e cliccare su  Chiedi di partecipare.  Attendere di essere ammessi alla riunione.

Per ulteriori informazioni a questo indirizzo YouTube:

https://www.youtube.com/watch?v=GorIYoaHGjk

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Care amiche e cari amici,

il 16 ottobre scorso abbiamo ripreso le attività del gruppo in presenza presso la sala rossa della parrocchia. Ci si può collegare anche in videoconferenza Meet. Manterremo il giorno di sabato per riunirci per facilitare chi lavora. Chiedo a tutti gli altri di sforzarsi di superare il disagio che talvolta c’è, per chi preferiva il martedì. La nostra è attività di apostolato. La parrocchia ha necessità di noi per collaborare nei cammini sinodali, quello generale e quello delle Chiese italiane, che si sono aperti il 9 e il 17 ottobre scorso. Il tema è la sinodalità, un modo nuovo di vivere come Chiesa. Nelle riunioni su questo argomento ci apriremo anche ad altre persone di fede della parrocchia e cercheremo di coinvolgere anche altri, secondo le indicazioni dei vescovi.

 Il secondo e il quarto sabato del mese svilupperemo la riflessione e il confronto utilizzando il percorso formativo per adulti di AC Questione di sguardi, articolato in 4 tappe, ciascuna con 3 passi. E’ molto interessante.

 Il terzo sabato del mese ci confronteremo sui temi dei cammini sinodali in corso e faremo tirocinio di sinodalità. Nella consultazione popolare in atto siamo chiamati a rispondere, collettivamente, ad un Interrogativo fondamentale, sviluppato in Dieci domande. Cercheremo di avere  l’aiuto di esperti che potranno collegarsi con noi anche via Meet. Per partecipare attivamente, nello stile della sinodalità, vi invito ad approfondire utilizzando il quotidiano cattolico Avvenire  della domenica: ne trovate alcune copie anche  in chiesa. Nel corso delle riunioni saranno anche suggeriti dei libri.

 Nella Lettera ai soci  di ottobre vi abbiamo indicato le Dieci domande. L’interrogativo fondamentale è questo:

Come avviene oggi questo “camminare insieme” a diversi livelli (da quello locale a quello universale), permettendo alla Chiesa di annunciare il Vangelo? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere come Chiesa sinodale?

 Vi ricordo, infine, l’impegno per animare la messa domenicale delle nove.

 Il lavoro nel gruppo di AC non è per noi soli. E’ un’azione di apostolato  che svolgiamo ubbidendo al comando del Signore:

Gesù si avvicinò e disse: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo». [dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 28, versetti da 18 a 20 – Mt 28, 18-20 – versione in italiano TILC]

 Un caro saluto a tutte e tutti

                                                               G.

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[…]Papa Francesco invita la Chiesa intera a interrogarsi su un tema decisivo per la sua vita e la sua missione: «Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Questo itinerario, che si inserisce nel solco dell’«aggiornamento» della Chiesa proposto dal Concilio Vaticano II, è un dono e un compito: camminando insieme, e insieme riflettendo sul percorso compiuto, la Chiesa potrà imparare da ciò che andrà sperimentando quali processi possono aiutarla a vivere la comunione, a realizzare la partecipazione, ad aprirsi alla missione. Il nostro “camminare insieme”, infatti, è ciò che più attua e manifesta la natura della Chiesa come Popolo di Dio pellegrino e missionario [Dal Documento preparatorio per il cammino sinodale –, diffuso dalla Segreteria del Sinodo dei vescovi nel  Settembre 2021]







domenica 24 ottobre 2021

Consenso, unitá, sinodalita: una sida per il nostro gruppo


Il logo del Sinodo



Consenso, unitá, sinodalitá: una sfida per il nostro gruppo 

 

  Per un tempo molto lungo, dal febbraio del 2020, come parrocchia e come gruppo di Azione Cattolica siamo vissuti in un periodo molto difficile, con forti limitazioni nell’incontrarci. C’è stata infatti una dura pandemia di una malattia virale, pericolosa soprattutto per gli adulti ultracinquantenni, che nel nostro gruppo sono ben rappresentati. Per coloro per i quali la socialità religiosa si limitava alla frequenza della messa, il disagio è stato più limitato, perché abbastanza presto l’emergenza più grave è stata superata: è durata dal marzo al giugno del 2020 e si è potuti tornare in chiesa, che è un ambiente vasto, in cui si sono potute osservare le precauzioni di distanziamento interpersonale. La cosa è stata più seria per un gruppo come il nostro, che si riuniva in una sala molto più piccola, la sala rossa, che comunque è tra le più grandi dei locali parrocchiali. Bisogna dire che essa, negli ultimi anni, per la forte ripresa dell’affluenza per il catechismo per i sacramenti di iniziazione religiosa, è divenuta sempre più richiesta, anche perché è l’unica ad essere attrezzata per la proiezione di audiovisivi.

  Il nostro gruppo, dal giugno 2020, ha potuto comunque riprendere in qualche modo le attività associative utilizzando lo strumento delle videoconferenze nell’applicativo Meet, nel quale ci siamo impratichiti. Dopo l’ultima riunione in parrocchia di fine febbraio 2020, ci siamo incontrati di nuovo in presenza lo scorso 23 maggio e poi dal 16 ottobre. Alla ripresa delle attività questo ottobre, abbiamo mantenuto anche la videoconferenza in Meet, che si era  rivelata utile per far partecipare associati che, in primo luogo per questioni di lavoro e poi per impegni di famiglia o di salute, avevano difficoltà a raggiungere la parrocchia, e quindi frequentavano più saltuariamente. Si è deciso anche di mantenere lo spostamento  del giorno della riunione al sabato, per consentire la partecipazione di coloro che erano impegnati nel lavoro negli altri giorni feriali e per lasciare spazio al catechismo dei più giovani. Questo durante l’emergenza pandemica più seria, ci aveva consentito di riunirci in videoconferenza, modalità che le persone più anziane del gruppo, quelle ormai libere da impegni di lavoro, non manifestavano di saper gestire, anche se in parte sono state capaci di presenziare, dando importanti contributi, come risulta dai resoconti scritti che sono stati tenuti. Ci siamo tenuti in contatto anche mediante una lettera mensile, che ha consentito alle persone che non erano riuscite a collegarsi in Meet di tenersi informate sulle attività del gruppo.

  Ora si è in una fase nuova, sia rispetto a ciò che c’era prima della pandemia sia rispetto a quello che si è vissuto durante le fasi più dure di quest’ultima.

  Il 9 ottobre scorso la Chiesa universale è stata convocata in Sinodo. Un evento, anzi un processo come viene definito, rilevantissimo, quasi come la convocazione del Concilio Vaticano 2º, nel 1959. Questa volta, nella fase preparatoria, siamo chiamati a collaborare noi tutti, fedeli cristiani, in una consultazione popolare che si concluderà nell’aprile 2022. In concomitanza si è iniziato il cammino sinodale delle Chiese in Italia, che si concluderà nel 2025, anno del Giubileo. In questo caso la fase dal basso verso l’alto, che coinvolge le realtà di base, quindi noi tutti,durerà tutto il prossimo anno.

  I nostri vescovi ci invitano a radunarci in gruppi sinodali per dare il nostro contributo a quei cammini. Hanno anche indicato i temi sui quali vorrebbero ascoltarci. I Sinodi, quello universale e quello italiano, sono centrati sulla sinodalitá, vale a dire su un modo partecipativo di vivere e rappresentare la Chiesa. In sostanza, quello che stiamo vivendo è un processo di riforma ecclesiale, che esplicitamente si presenta come fase attuativa dei principi del Concilio Vaticano 2º.

  Collaborare all’attuazione di quei principi è stato, dalla riforma associativa deliberata nel ’68, tra gli scopi principali della nostra Azione Cattolica. Lo è ancora, a livello nazionale e diocesano. Lo è ancora anche  per il nostro gruppo?

   Come sapete bene, per diversi anni c’è stata in parrocchia una certa sfiducia nell’Azione Cattolica come strumento di formazione  e partecipazione delle persone laiche (il clima è cambiato nell’ottobre del 2015, con l’arrivo del nuovo parroco). Allora la si è pensata un po’ come un’esperienza ad esaurimento, dedicata alle persone che vi si erano ormai assuefatte e solo a loro, destinata quindi pian piano ad estinguersi con loro. Ai giovani non è stata più indicata l’Azione Cattolica come strumento formativo e quindi si è ostacolata la continuità generazionale. Si pensava ad una evoluzione del nostro gruppo nel senso di un gruppo anziano, ciò che non è accaduto, per l’ingresso di forze nuove. Tuttavia non si è ancora riusciti a ricostituire integralmente  la struttura associativa, che prevede sezioni per bambini, ragazzi, giovani adulti fino ai 30 anni, adulti e adultissimi. In particolare si sente la mancanza delle persone tra i trenta e i cinquanta, che hanno le forze per essere animatori per i più giovani. Si tratta di persone che lavorano e hanno impegni di famiglia e che certamente non potrebbero partecipare, se non saltuariamente, ad attività programmate alle 5 del pomeriggio di un giorno infrasettimanale. Ai tempi nostri anche le donne lavorano fuori casa e si lavora anche nel pomeriggio. Negli anni ’70, quando i più anziani tra noi ebbero impegni di lavoro e con i figli ancora ragazzi, molte donne non lavoravano fuori casa e, almeno i dipendenti pubblici, finivano di lavorare alle 14. Era un mondo diverso, che non tornerà.

   Nel lavoro sulla sinodalità che si è iniziato nella Chiesa universale, e anche in quella italiana, l’Azione Cattolica può fare molto, perché è un tema in cui è impegnata da decenni, e ciò a differenza di altre realtà associative che vi hanno dedicato meno attenzione. Abbiamo percorsi formativi strutturati, con documenti e altro materiale pronti per essere utilizzati e la possibilità di avere l’aiuto di esperti. Una dotazione preziosa, in un momento in cui molte persone non hanno ancora capito bene che accade, che dire e che fare.

  La parrocchia ci chiede aiuto. Ci chiede di funzionare anche come gruppo sinodale, in particolare per ricevere persone più giovani, delle quali si sente la necessità non solo nel nostro gruppo. Questo richiede di predisporci ad accoglierle, facendo, i cambiamenti necessari. Il primo è quello di mantenere il giorno infrasettimanale delle nostre riunioni il sabato. Altrimenti chi lavora non può partecipare.

 È il Papa, sono i nostri vescovi, che ci chiedono di collaborare, di trovare la forza di non temere di cambiare. È in questione la sopravvivenza della Chiesa, che non si vuole ridotta a un museo. Serve l’impegno di tutti.

  Bisogna dire, però, che storicamente l’impegno di tutti, un impegno convinto, condiviso, solidale, non è stato facile da ottenere. L’unitá spesso è stata ottenuta con la forza, integrandosi con gli stati e le loro dinastie sovrane, che, fino al Quattrocento furono direttamente coinvolte nei processi sinodali. Oggi, in ambienti democratici, quel metodo non è più praticabile. Proprio per intervenire nei contesti democratici venne costituita nel 1906 l’Azione Cattolica italiana, ed essa svolse la sua missione, in particolare dando un notevole contributo alla costruzione della nostra Repubblica democratica, piena, nella sua Costituzione, divalori riconducibili alla dottrina sociale.

  Ecco che, però, tra noi si manifesta un problema di sinodalitá che si consentirà di farne tirocinio. Sinodalità  significa rimanere uniti nonostante le divergenze e cercare i raggiungere un consenso con quel metodo che il Magistero definisce come ascoltare lo Spirito e che significa andareoltre se stessi e vedere le cose con altri occhi. Questione di sguardi, è appunto il titolo dell’interessantissimo percorso formativo di quest’anno, che nella riunione di ieri è stato presentato e che inizieremo nel mese di novembre. Il secondo e il quarto incontro del mese saranno dedicati ad esso, mentre il terzo ci impegneremo come gruppo sinodale, aperti anche alla partecipazione degli altri parrocchiani, anche secondo le indicazioni che il Consiglio pastorale parrocchiale ed Equipe parrocchiale vorranno dare.

 Certo però dovremo intenderci. Qual è, oggi, il nostro dovere nella Chiesa? Vogliamo, in fin dei conti, accettare di essere un gruppo ad esaurimento o vogliamo avere un futuro aperto alle nuove generazioni? Il gruppo è per noi soli o è il modo con cui esercitiamo il dovere di apostolato che, secondo l’ordine  del Signore, ci spinge verso gli estremi confini della Terra e a tutte le genti?

 Se ne parlerà la prossima settimana, nell’incontro sulla sinodalità del 30 ottobre.

 Purtroppo la modalità di partecipazione e alla vita parrocchiale che c’era già prima della pandemia era diventata più che altro quella del vado quando mi va, quando mi sento. Questo naturalmente al di fuori delle esperienze più intense di partecipazione, come la nostra, che, come quella degli amici del Cammino neocatecumenale, è legata anche  ad uno stile di vita. Ora, nel pieno dell’entusiasmante cammino sinodale che si è iniziato, dovremmo allinearci con quell’uso superficiale della parrocchia?

  Riprendere l’abitudine della presenza assidua e intensa in parrocchia può sembrare faticoso all’inizio: siamo stati lontani tanto a lungo! Ma, se ricordate, quando ci incontravamo in videoconferenza sempre rimpiangevamo i tempi in cui potevamo vederci in parrocchia. Ora è il momento di iniziare di nuovo. Se la vita cristiana potesse risolversi solo nell’andare a messa, non ci sarebbe stato bisogno di convocare un Sinodo. Noi già ci andiamo. Ma si esce dalla messa, dopo l’incontro con il Signore, con nel cuore il mandato di apostolato che lui ci diede e che, di generazione in generazione, è giunto fino a noi, con l’impegno a non farlo esaurire con noi. Ecco perché non possiamo agire come un gruppo ad esaurimento.

 Che ci chiede la Chiesa oggi?  Eccolo indicato in un brano del Documento preparatorio per il Sinodo:

 

 Un interrogativo di fondo ci spinge e ci guida: come si realizza oggi, a diversi livelli (da quello locale a quello universale) quel “camminare insieme” che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo, conformemente alla missione che le è stata affidata; e quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere come Chiesa sinodale? Affrontare insieme questo interrogativo richiede di mettersi in ascolto dello Spirito Santo, che come il vento «soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va» (Gv 3,8), rimanendo aperti alle sorprese che certamente predisporrà per noi lungo il cammino. Si attiva così un dinamismo che consente di  cominciare a raccogliere alcuni frutti di una conversione sinodale, che matureranno progressivamente. Si tratta di obiettivi di grande rilevanza per la qualità della vita ecclesiale e lo svolgimento della missione di evangelizzazione, alla quale tutti partecipiamo in forza del Battesimo e della Confermazione. Indichiamo qui i principali, che declinano la sinodalità come forma, come stile e come struttura della Chiesa:

• fare memoria di come lo Spirito ha guidato il cammino della     Chiesa nella storia e ci chiama oggi a essere insieme testimoni      dell’amore di Dio;

• vivere un processo ecclesiale partecipato e inclusivo, che offra a ciascuno – in particolare a quanti per diverse ragioni si trovano ai margini – l’opportunità di esprimersi e di essere ascoltato per contribuire alla costruzione del Popolo di Dio;

• riconoscere e apprezzare la ricchezza e varietà dei doni e dei carismi che lo Spirito elargisce in libertà, per il bene della comunità e in favore dell’intera famiglia umana;

• sperimentare modi partecipativi di esercitare la responsabilità nell’annuncio del Vangelo e nell’impegno per costruire un mondo più bello e più abitabile;

• esaminare come nella Chiesa vengono vissuti la responsabilità e il potere, e le strutture con cui sono gestiti, facendo emergere e provando a convertire pregiudizi e prassi distorte che non sono radicati nel Vangelo;

• accreditare la comunità cristiana come soggetto credibile e partner affidabile in percorsi di dialogo sociale, guarigione, riconciliazione, inclusione e partecipazione, ricostruzione della democrazia, promozione della fraternità e dell’amicizia sociale;

• rigenerare le relazioni tra i membri delle comunità cristiane come pure tra le comunità e gli altri gruppi sociali, ad esempio comunità di credenti di altre confessioni e religioni, organizzazioni della società civile, movimenti popolari, ecc.;

• favorire la valorizzazione e l’appropriazione dei frutti delle recenti esperienze sinodali a livello universale, regionale, nazionale e locale.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli

 

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