INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

Chi voglia pubblicare un contenuto, può inviarlo a Mario Ardigò all'indirizzo di posta elettronica ardigo.mario@virgilio.it all'interno di una e-mail o come allegato Word a una e-email.

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Da quando, nel gennaio del 2012, questo blog è stato aperto sono stati pubblicati oltre 3.400 interventi (post) su vari argomenti. Per ricercare quelli su un determinato tema, impostare su GOOGLE una ricerca inserendo "acvivearomavalli.blogspot.it" + una parola chiave che riguarda il tema di interesse (ad esempio "democrazia").

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

PER EVENTUALI COMUNICAZIONI AL BLOG, SCRIVERE UNA EMAIL A ardigo.mario@virgilio.it

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venerdì 4 settembre 2026

La proscrizione del pacifismo - nuova versione con una nuova sezione G - 4 settembre 2026

 

LA PROSCRIZIONE DEL PACIFISMO

4 settembre 2026 – da Mario Ardigò per il Meic-Lazio

 

Note:

 - questo documento è stato  anticipato parzialmente, in più riprese, per il Meic – Movimento ecclesiale di impegno culturale del Lazio nel mese di agosto 2026 ed è stato integralmente comunicato al gruppo e  pubblicato, nel blog acvivearomavalli.blogspot.com , il 28 agosto 2026, ad eccezione delle sezioni G) ed I), in vista dell’incontro del Meic fissato per quel giorno. La sezioni G) Giustizia e pace, un testo nuovo, e quella I) Genesi ed evoluzione della guerra 2014\AG2026 tra Ucraina e Federazione Russa, tratta da un altro documento preparato per il Meic – Lazio, sono state aggiunte il 4 settembre 2026 e in tale occasione si è proceduto ad una completa revisione dell’intero documento, correggendo refusi e disarmonie. La versione finale del documento è stata pubblicata sul blog il 4 settembre 2026 in occasione dell’incontro in Zoom fissato quel giorno per l’approvazione del testo finale di una lettera aperta sulla costruzione della pace qui sotto trascritta alla sezione A),  sulla quale il gruppo aveva dialogato nel mese di agosto. Di seguito alla lettera trascrivo anche la sintesi delle meditazioni spirituali su versetti evangelici condivise negli incontri del 31 luglio e dl 7 agosto 2026  sotto la guida del presbitero che partecipava.  L’occasione per la stesura di questo documento è stata appunto quel ciclo di incontri, aperti da quelli del 31 luglio e 7 agosto dei quali ho curato personalmente l’organizzazione e la conduzione.

- questo documento non è un saggio scientifico. Consiste di appunti da letture personali non sistematiche e di note da una lunga esperienza di vita personale nella consapevolezza dei fatti sociali e politici intorno. Si propone di incidere sugli elementi culturali coinvolti nei processi di pacificazione.

-per favorire lo scambio di idee in relazione agli incontri su piattaforma Zoom del Meic – Lazio è stata creato il gruppo-mailing list dialoghi-zoom@googlegroups.com .Chi intendesse parteciparvi, può chiedermi l’iscrizione inviando una email all’indirizzo ardigo.mario@virgilio.it

 

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INDICE

A     Lettera aperta  sulla costruzione della pace, elaborata dal Meic – Lazio nel corso degli incontri settimanali tenuti in Zoom nell’agosto 2026, con la sintesi delle meditazioni spirituali su versetti evangelici condivise negli incontri del 31 luglio e dl 7 agosto 2026  sotto la guida del presbitero che partecipava

B     Risultato di una ricerca mediante il LLM chatbot Claude modello Fable 5 [8AG26] su: Pacifismo: significato e breve storia

C     Il pacifismo come opzione politica virtuosa, non cosa da furbi o per fessi

D     Abbandonare il paradigma centrista nel pacifismo cattolico

E     Note di metodo

F     Guerra: definizione del concetto in senso politico

G     Giustizia e pace

H     Ancora sulla giustizia

I      Genesi ed evoluzione della guerra 2014\AG2026 tra Ucraina e Federazione Russa.

L     Spegnere la guerra

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A

Lettera aperta

sull’impegno per la costruzione della pace in tempo di rischio di estensione della guerra europea in Ucraina

(versione del 1 settembre 2026)

 

 

 Un gruppo di amiche e amici, appartenenti al Movimento ecclesiale di Impegno culturale (MEIC) di Roma, ha ritenuto necessario prendere parola -da cristiani- sul tema della pace, nel tempo della guerra in corso tra la Federazione russa e l’Ucraina, a seguito dell’invasione del territorio ucraino, e del grave rischio dell' estensione del conflitto.

 Abbiamo programmaticamente preso le mosse dalle parole dell'enciclica Magnifica Humanitas sulla costruzione della civiltà dell'amore. In particolare, là dove si afferma che "Tutti possiamo fare la nostra parte", «non pensando che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla» [n.212], e là dove si afferma la necessità di "assumere lo sguardo delle vittime", specialmente «quando ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere "neutrali" e non basta ritenere di "non essere complici", mentre avvengono bombardamenti su civili e attacchi contro ospedali, scuole e infrastrutture civili» [n.216].  

 Ci è sembrato importante il richiamo a "rifiutare il falso realismo" secondo cui «non v’è altra via del riarmo» [n.205], e condividiamo profondamente l'invito dell'enciclica: «Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della "guerra giusta", troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» [n.192].

 

 Queste parole ci hanno spinto a prendere l'iniziativa di pensare e agire sul piano culturale, prima di tutto, ed ecclesiale e civile, poi.

 Abbiamo preso l'avvio del lavoro dal confronto con la Parola di Dio, meditando sul brano evangelico di Matteo 5,9: "Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio".  Il pensiero spirituale della Beatitudine ci consegna una chiave di lettura esigente: l'operatore di pace non è chi ama la tranquillità, ma chi fa la pace (eirenopoiòi), passo dopo passo, sporcandosi le mani nelle fratture della storia: chi genera riconciliazione, ricompone divisioni, avvicina chi è lontano, spezza la spirale dell'odio. Per la vera pace non basta la cessazione della guerra, pur presupposto indispensabile: essa esiste quando ogni persona può vivere la propria dignità umana, e quando la comunione tra le persone non è distrutta dall'odio, dalla menzogna, dalla sopraffazione, dall'asservimento a politiche di potenza.

 

 Tutto questo ci spinge a presentare una lettera aperta alla società ecclesiale e civile, che può essere argomentata intorno a 5 esortazioni. 

 

1) La pace si costruisce, non si attende. 

 La pace non è quieto vivere ma pacificazione. Della pace, ricordava Emmanuel Mounier, siamo tutti responsabili, ciascuno in ciò che gli appartiene.

 L'invito è ad essere attivi costruttori di pace, rifuggendo la logica della passività, del pacifismo, dell’accomodamento per garantirsi la tranquillità. In particolare è necessario esporsi con coraggio verso l’opinione pubblica e la politica e svolgere attività formative e culturali per la costruzione della pace, nella linea indicata da papa Leone XIV, a partire dagli ambienti di prossimità.  Anche di fronte al senso di impotenza delle "piccole individualità" è possibile fare azioni concrete, custodire la pace, disarmare le parole e i gesti, educare - con don Tonino Bello - alla "convivialità delle differenze", aiutare chi è nel bisogno, perché il bisogno estremo genera aggressività, portare avanti "l'utopia della pace" di Giorgio La Pira con gesti concreti, fatti di rispetto per l'altro, ricerca del confronto, abitudine al dialogo, tensione verso ciò che unisce piuttosto che che ciò che divide.  Nel quotidiano iniziative come la mobilitazione sui social e le petizioni per la pace, la scelta del consumo critico, le economie solidali di prossimità e il contrasto allo spreco, restituiscono a ciascuno uno strumento concreto e per tutti i giorni di partecipazione.

 

2) La pace richiede il coraggio del confronto, non il silenzio.  

 Come l'operatore di pace evangelico cerca il dialogo anche serrato, così la scelta prioritaria è verso il primato della diplomazia, del negoziato e del confronto: la strategia diplomatica internazionale di Agostino Casaroli, durante il suo servizio presso la Santa Sede come Segretario di stato (1979-1990); il processo di Helsinki (la CSCE - Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa del 1973-75) dove trentacinque Stati europei aderirono all’Atto finale impegnandosi a dare soluzione pacifica delle controversie, a rinunciare alla minaccia e all’uso della forza e a rispettare i diritti fondamentali delle persone; il metodo dell'accordo italo-austriaco De Gasperi–Gruber del 1946, per il ripristino delle relazioni interrotte artificiosamente dalla guerra. Essere attivi per la pace è l'essenza stessa del negoziato, del non restare in ozio.

  Emergono, tuttavia, alcune avvertenze realistiche. La prima: il negoziato per essere efficace richiede una parte terza - un arbitro, un giudice - e oggi non è chiaro chi possa esserlo, perché le istituzioni multilaterali, a cominciare dall'ONU, sono paralizzate dal veto di potenze parti in causa, mentre gli interessi economici legati alle forniture militari ostacolano ogni nuova Helsinki. La strada è cercare ostinatamente un arbitro della pace. L'umanità deve impegnarsi in questa ricerca, anche seguendo strade nuove (una comunità di stati liberi? le Chiese ? l'Europa? ecc).  La seconda avvertenza: più che un "popolo" - concetto su cui non c'è accordo e che i regimi autoritari soffocano - è l'opinione pubblica, che presuppone la libertà, ciò su cui possiamo realisticamente incidere, come accadde alla fine degli anni Ottanta nell'Europa orientale e in diversi esempi di movimenti per la pace.

 Naturalmente va condiviso un presupposto essenziale: smontare le radicalizzazioni e le polarizzazioni - politiche, ideologiche, anche religiose - che impediscono la normalità dialettica del confronto, ricostruendo il valore della fiducia.  Questo vale anche tra le Chiese: il Patto di Bari concluso il 23 gennaio 2026 tra le Chiese cristiane italiane, che pone la costruzione della pace tra i punti fondanti, è positivo; ma sul piano internazionale le Chiese restano divise e manca notizia ufficiale di mediazioni tra Santa Sede e il Patriarcato di Mosca. È un compito, non solo una constatazione. Così come un compito è la ricomposizione delle fratture tra le popolazioni, a cominciare da quelle culturali e religiose, che la guerra in corso ha provocato e che le forze che premono per l’estensione della guerra vogliono artificiosamente approfondire.

 

3) La pace non è debolezza, ma nemmeno accumulo di armi.

  Un sano realismo porta a riconoscere che il riarmo non ha impedito le guerre in corso e che serve seguire un'altra strada, sebbene non si possa rimanere disarmati di fronte all'aggressione.

  La scelta per strumenti di pressione non militare non può essere ignorata: la pressione economica sull'aggressore, il suo isolamento nei principali rapporti internazionali, la resistenza non-violenta nella linea di Gandhi contro l'odio, la brutalità e la guerra, la strada della resistenza politica, ecc. È il "realismo autentico" della Magnifica Humanitas, contro il falso realismo che giustifica le armi.

 La via resta quella del modello dell’Unione Europea: ottant'anni di pace costruiti non come una super-fortezza armata, ma con la forza del diritto, delle relazioni economiche, culturali e umane, della convivenza pacifica fondata sulla reciproca fiducia. L'Unione Europea è sempre più un esempio da allargare e non da sfaldare sotto la spinta degli interessi nazionalistici.

 Serve anche rigore nelle parole: "realismo" va inteso sia in senso descrittivo (dire le cose come stanno) sia in senso prescrittivo (indicare cosa fare), e la stessa parola "guerra" copre oggi realtà nuove: guerre ibride, totali, "a pezzi", non dichiarate, perfino non nominate, soprattutto la devastante guerra tecnologica gestita dall'intelligenza artificiale.

 Occorre evitare, ancora con le parole della Magnifica Humanitas [n.218], «l’idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni», ma anche  «il realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare». 

 L' esortazione profetica è ad unirsi con tutte le donne e gli uomini di buona volontà per fermare l’edificazione dell’ennesima Babele e «edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare» [Magnifica Humanitas, n.16].

 

4) La pace passa per la politica.

  E' centrale il ruolo della responsabilità politica dei cittadini e dei cattolici in particolare: scegliere con il voto veri costruttori di pace, capaci di tradurre il valore della pace in scelte concrete - pur nella confusione dell'attuale quadro politico, che chiede discernimento -; fare pressione per la pace come opinione pubblica; sostenere e insieme riformare il multilateralismo; contrastare i particolarismi nazionalistici; far prevalere il metodo del confronto e del dialogo su quello dello scontro nelle relazioni politiche nazionali e internazionali.

  Ci appassiona - soprattutto come MEIC -  il richiamo di Aldo Moro alla necessità della formazione politica - anche per la pace - secondo tre livelli di azione: l'utopia (cioè l'idealità) mai appagata, la realtà e le competenze.

E entusiasma ancora l'utopia morotea degli stati come: «stati del valore umano, fondati sul prestigio di ogni uomo e che garantiscono il prestigio di ogni uomo»»; dove «ogni azione è sottratta all’arbitrio e alla prepotenza, e dove a regnare è il diritto, il diritto dell'uomo». [A. Moro, Governare per l'uomo, a cura di M. Dau, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 75-86, sotto il titolo Lo Stato del valore umano].

 

5) La pace si educa: serve una cultura della pace.

 Secondo l’immagine evangelica del vino nuovo che esige otri nuovi [Mt 9,17, Mc 2,22, Lc 5,37-38]: se tra i cattolici - anche nella società - maturano idee nuove, occorrono forme e stili nuovi per custodirle. L'invito è soprattutto per le nuove generazioni.

 Abbiamo bisogno di una cultura della pace. Abbiamo bisogno di persone di pace, prima ancora che politici di pace, capaci - come auspicava Giorgio La Pira- di «sostituire al metodo della guerra, il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano» [da un discorso di Giorgio La Pira , settembre 1962, alla vigilia dell'apertura del Concilio Vaticano II] .

 Emerge l'intuizione di Emmanuel Mounier di un doppio piano per la pace: quello della politica e quello dell'educazione, dove il MEIC avverte una maggiore responsabilità.

 E' importante formare le persone alla pace, all'accoglienza e alla condivisione, a partire dai  giovani e dalle comunità di prossimità come le parrocchie, i quartieri, le città e i paesi. Il nostro Movimento si impegna a farlo, invitando tutte le persone di buona volontà a questa grande opera di pace. Non pretendiamo di cambiare il mondo, né affermiamo cose del tutto nuove. Ma proponiamo a noi e agli altri la strada della "pace disarmata e disarmante" [papa Leone XIV, Messaggio del 1 gennaio 2026 per la 59° Giornata mondiale della pace] .   

 

  Così intese, le nostre proposte non sono attivismo generico: sono il tentativo di portare - da cristiani adulti - nelle fratture di questo tempo il modo di agire di Cristo, unendo verità, giustizia e misericordia, per essere riconosciuti, alla fine, figli di Dio, e riconoscendosi, in quanto tali, sorelle e fratelli.

 

 

Movimento ecclesiale impegno culturale - gruppo Sapienza Roma  - anno 2026   

 

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Sintesi delle riflessioni spirituali condivise, sotto la guida del presbitero che partecipava agli incontri, nel corso delle riunioni in Zoom  del gruppo Meic – Lazio del 31 luglio e 7 agosto 2026

1. Abbiamo iniziato meditando sul brano evangelico di Mt 5,9:

 

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. [CEI 2008]

 

  Gesù si riferisce a chi costruisce attivamente la pace, passo dopo passo: chi genera riconciliazione, ricompone divisioni, avvicina chi è lontano, spezza la spirale dell'odio. Nella Bibbia la pace è termine polisemantico: l'ebraico shalòm indica integrità, armonia, benessere, giustizia, relazioni ordinate, comunione con Dio e con gli altri. Per la vera pace non basta dunque la cessazione del conflitto armato, pur presupposto indispensabile: essa esiste quando ogni persona può vivere la propria dignità umana, e quando la comunione tra le persone non è distrutta dall'odio, dalla menzogna, dalla sopraffazione, dall'asservimento a politiche di potenza. Il costruttore di pace non tace sempre né rinuncia alla verità: porta dentro di sé un pungolo che lo spinge a impegnarsi, talvolta esponendo la vita.

2 Abbiamo proseguito meditando sul brano evangelico di Gv 14,27:

 

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

 

 Gesù parla di pace non quando tutto è tranquillo, ma nel contesto della Passione: esiste una pace che accompagna l'uomo anche dentro una storia ferita. È una pace che non risponde alla violenza con la violenza, mentre oggi si diffondono letture guerrafondaie che pretendono di combattere la guerra con più guerra e con il riarmo — e non si acquisiscono che le armi che si progetta di usare. Il cristianesimo non offre una tecnica per evitare le guerre, ma una diversa concezione del potere, dell'altro e persino del nemico, mai considerato del tutto perduto: rinuncia alla logica del dominio e, nella sofferenza, non invoca vendetta. Il mondo ha una propria pace, fondata sulla forza, e provoca sofferenze immani per questioni di dare e avere o territoriali, illudendosi di possedere le persone oltre le cose; la giustizia donata da Gesù restituisce invece agli uomini la dignità di figli di Dio.

 

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B

Risultato da ricerca mediante il LLM chatbot Claude mod. Fable 5 [8AG26]

Pacifismo: significato e breve storia

Nell’italiano corrente, “pacifismo” indica l’orientamento morale e politico che rifiuta la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e opera attivamente per la pace; nell’uso comune il termine designa sia la dottrina sia il movimento organizzato, e talvolta — con sfumatura polemica — un atteggiamento giudicato ingenuo verso le minacce reali.

Storicamente i pacifismi sono plurali. Radici antiche stanno nella nonviolenza religiosa: il cristianesimo dei primi secoli, poi le “chiese pacifiste storiche” (quaccheri, mennoniti), e in Oriente l’ahimsa induista e giainista. Il pacifismo moderno nasce nell’Ottocento con le società per la pace anglosassoni e i congressi internazionali (Victor Hugo, 1849), e con il filone giuridico-istituzionale che da Kant (Per la pace perpetua) conduce all’arbitrato internazionale, alla Società delle Nazioni e all’ONU. Il Novecento aggiunge il pacifismo socialista e operaio, la nonviolenza attiva di Gandhi e poi di Martin Luther King e, in Italia, di Aldo Capitini (la marcia Perugia-Assisi, 1961); dopo Hiroshima si sviluppa il pacifismo antinucleare, forte negli anni Ottanta contro gli euromissili. Nel cattolicesimo, la Pacem in terris di Giovanni XXIII e il Concilio segnano il passaggio da una tollerata “guerra giusta” alla costruzione positiva della pace, fino a Fratelli tutti.

Il termine copre dunque uno spettro: dal rifiuto assoluto di ogni violenza (nonviolenza integrale, obiezione di coscienza) al pacifismo istituzionale, che ammette la forza solo come difesa legittima entro il diritto internazionale.

Gandhi e la pratica della nonviolenza

Per Gandhi la nonviolenza (ahimsa, “non nuocere”) non è semplice astensione dalla violenza, ma una forza attiva: la chiamò satyagraha, “forza della verità” o “fermezza nella verità”. Il fondamento è religioso e metafisico: la verità (satya) coincide con Dio, e poiché nessuno possiede la verità intera, nessuno ha il diritto di imporla con la forza. La violenza è dunque, prima che immorale, epistemologicamente illegittima.

Da qui la pratica: il satyagrahi resiste all’ingiustizia senza odiare l’avversario, distingue il male dal malvagio, e accetta su di sé la sofferenza invece di infliggerla. La sofferenza volontaria — arresti, digiuni, percosse subite senza reagire — non è passività ma strumento di conversione: mira a toccare la coscienza dell’oppressore, non a distruggerlo. Per questo Gandhi distingueva nettamente la nonviolenza del forte, scelta coraggiosa di chi potrebbe colpire e non lo fa, dalla nonviolenza del debole, mera codardia mascherata; giunse a dire che tra viltà e violenza avrebbe preferito la violenza.

La nonviolenza è inoltre inseparabile dalla coerenza tra mezzi e fini: mezzi impuri corrompono qualsiasi fine, come il seme determina l’albero. E non si limita alla politica: comprende un’intera disciplina di vita — verità, povertà volontaria, lavoro manuale, swadeshi (autosufficienza economica), il “programma costruttivo” per la rigenerazione dei villaggi. Le grandi campagne — la marcia del sale (1930), il Quit India (1942) — furono l’applicazione pubblica di un’ascesi personale.

L’eredità passa a King, a Capitini, ai movimenti per i diritti civili: la prova storica che la nonviolenza organizzata può essere politicamente efficace.

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C

Il pacifismo come opzione politica virtuosa, non cosa da furbi o per fessi

 

 Su La Repubblica di giovedì 6 agosto 2026, nella rubrica Posta e risposta, il giornalista Francesco Merlo, rispondendo a chi gli aveva scritto «I pacifisti non sono filorussi. Trattasi di concetti diversi. Così come i produttori di armi non sono filoccidentali (spero)», ha risposto:

    Anche se i concetti sono diversi, il risultato è lo stesso: la guerra. Disarmando infatti l’Ucraina, questo “pacifismo” non la consegnerebbe all’Occidente e ai suoi valori “pacifisti” (che lei pensa, chissà perché, di non dover spiegare), ma all’imperialismo di Putin che, armato sino ai denti e ringalluzzito, ne uscirebbe affamato di nuove guerre, Bel risultato per chi predica la pace; e nella sinistra è quella che abbandona l’aggredito alla furia dell’aggressore. E allora, caro B., si ricordi della vecchia divisione degli italiani in furbi e fessi: oggi “pace” è quella parola che si trova nelle solenni orazioni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino con loro».

 

 Ecco così liquidati, con un motto icastico e arguto, il Papa Leone XIV e la sua enciclica La magnifica umanità, nella quale, per altro, si spiegano estesamente le ragioni proprio del pacifismo cristiano: pacifista è il costruttore di pace, in senso evangelico.

 Del resto è scritto nell’enciclica La magnifica umanità

 

190. Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. Conflitti regionali che si trascinano nel tempo, escalation di tensioni e minacce incrociate diventano quasi abituali, e riemergono forme di conflitto per espansione territoriale che si credevano superate. L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione.

[…]

205. A monte di tutto ciò sta un falso “realismo”, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà! Dunque, il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di “realismo” politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità.

 

 E nel Messaggio per la 59° Giornata mondiale per la pace 2026:

 

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico».

 

 Ma peggio ancora il volersi fare costruttori di pace è  di questi tempi proscritto, quindi messo pubblicamente al bando,  come intelligenza con il nemico, connivenza con il male, per cui si dice che i pacifisti sono in realtà pacifinti, che proponendo di non ingaggiare conflitti armati o di non contribuire a incrementarli vogliono fare gli interessi della parte avversa, che, quanto alla guerra in corso in Ucraina, è la Federazione Russa. Così si dice, proprio come sostiene il Papa, che occorre preparare la guerra per creare le condizioni di una pace giusta e duratura, perché, se non si agisce così, la pace forse verrà, ma alle condizioni del nemico.

 Naturalmente non tutte le forze che richiedono che non ci si prepari alla guerra contro la Federazione russa sono pacifiste. Non lo sono tutti i nazionalismi. Il nazionalismo, e il sovranismo non ne è che una manifestazione ai nostri giorni,  è bellicoso per natura ideologica e sempre ammazza. Lo fa in vari modi, che magari scandalizzano o impauriscono di meno, come quando si abbandonano le attività di soccorso ai migranti che si avventurano nel Mediterraneo per dirigersi verso le coste dell’Unione Europea, ma sempre  ammazza. Sempre  usa i dispositivi militari, verso l’esterno e verso l’interno. E’ una caratteristica che storicamente si riscontra sempre  in tutti i nazionalisti, e ora anche in quello che ha progressivamente sempre più caratterizzato dalla metà del primo decennio degli anni 2000 il regime putiniano russo, per il quale la guerra in Ucraina ha costituito una grande opportunità per affermarsi e consolidarsi nella sterminata Federazione russa. Capitò qualcosa di simile allo stalinismo, durante la Seconda guerra mondiale, nonostante i pesantissimi rovesci bellici e le perdite umane immani, fino a quando, infine le armate tedesche e dei loro alleati iniziarono a cedere, in particolare dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America. Lo stalinismo, in crisi prima dello scoppio della guerra, ne uscì potentemente rafforzato.  Il regime putiniano è diventato il modello di molti dei nazionalismi europei, che ora preferirebbero che non gli si facesse guerra, perché pensano di potersi avvantaggiare da un suo successo negli affari europei.  Ma, appunto, la posizione di questi nazionalismi non è pacifista e, del resto, nessun nazionalista, o sovranista come oggi si chiamano i nazionalismi, accetta di essere definito tale, se non strumentalmente, quando cerca, ad esempio, la benevolenza clericale.

 Definiamo pacifismo l’orientamento di chi si propone di costruire la pace sociale, considerata un bene pubblico, prevenendo, sopendo, spegnendo o risolvendo i conflitti. Non è pacifista, quindi, chi vuole pacificare mediante conflitti. Il pacifista può trovarsi a subire un conflitto ma si propone sempre di sopirlo o di spegnerlo.

  Il pacifismo, che significa quindi volersi fare costruttori di pace, può applicarsi ad ogni realtà sociale, anche molto piccola, e senza che rilevi il fatto che eserciti poteri pubblici, che sono quelli che pretendono di imporsi  a prescindere dal consenso di chi li subisce, purché siano esercitati secondo le regole pubbliche che li riguardano.

 La questione dell’uso delle armi è diversa da quella che è al centro dei pacifismi. La legge italiana del 1972, n.772, sull’obiezione di coscienza al servizio militare armato riguarda il rifiuto individuale, per ragioni appunto di coscienza, spirituali possiamo dire, di  prestare il servizio militare armato ed  è il suo grave limite riguardo al pacifismo, che invece ha ad oggetto conflitti, armati o non che siano, e che non è un fenomeno individuale ma collettivo.

  L’obiezione di coscienza riguardo al servizio militare in realtà è contro la guerra, sulla quale rimando alla sezione che segue in cui specificamente ne tratto, e quindi contro il servizio militare in sé, ma al tempo in cui fu deliberata la legge italiana sull’obiezione di coscienza riguardo al servizio militare, non fu trovato il modo di riconoscerla con quella estensione.

  Guerra in senso politico  è solo il conflitto armato che sia ordinato da un potere pubblico, al quale chi lo subisce non possa esimersi dall’obbedire, sotto pena di sanzioni, che possono essere anche molto gravi, in particolare in caso di diserzione in tempo di guerra.  Ai tempi nostri, quel livello di violenza, quello della guerra, è monopolio degli stati. Ciò che il pacifismo riguardo alla guerra  si propone di prevenire, sopire, spegnere o risolvere, mette quindi in questione gli stati e, in particolare, la loro pretesa di sovranità, vale a dire di non riconoscere limiti, quindi di poter dare e ordinare di dare la morte.

  Per i cattolici, la cui (recente) legittimazione democratica è dipesa anche  dal superamento dell’opposizione “intransigente” alla logica dei contemporanei stati ad ordinamento liberal-democratico, questo risveglia problemi molto seri, soprattutto in una situazione, come quella italiana, nella quale la componente cattolica nel blocco dominante è molto rilevante, nonostante ciò che di cui di solito ci si lamenta, vale a dire di una sua irrilevanza politica.

  Gli stati avanzati contemporanei, identificati di soliti con quelli Occidentali, praticano ancora ampiamente la violenza politica come strumento di governo, sia  nelle forme della guerra, sia nelle sue varie altre manifestazioni, ad esempio con la repressione di ordine pubblico. L’Unione Europea fa eccezione, ma solo quanto alle relazioni tra i suoi stati membri, i quali hanno voluto costruire la pace fra di loro e quindi l’hanno avuta.

  Quegli stati non sono certamente disarmati, sia nel senso che complessivamente dispongono di un imponente dispositivo bellico, con circa un milione e mezzo di militari in servizio permanente attivo, sia nel senso che progettano incessantemente scenari di guerra verso stati non appartenenti all’Unione Europea, perché non si acquistano che le armi che si progetta di usare e non si arruolano che i militari che si progetta di impiegare, anche se poi i piani di guerra possono non essere a breve scadenza e possono essere condizionati ad eventi futuri e incerti, più o meno probabili, di solito in relazioni ad evoluzioni della situazione internazionale.

 Ai tempi nostri, in relazione agli sviluppi della feroce guerra incorso in Ucraina a seguito dell’invasione di quello stato ordinata dal presidente della Federazione russa, i progetti bellici di Gran Bretagna e degli stati dell’Unione Europea  contro la Federazione russa si sono fatti assai stringenti, perché ci si trova di fronte alla prospettiva di un più che probabile collasso dell’esausta armata ucraina, qualora non vi sia una intensificazione dell’intervento dei suoi alleati occidentali, e allora, anche in base a una serie di accordi bilaterali  e con l’Unione Europea e all’integrazione del dispositivo bellico ucraino in organismi della N.A.T.O., un intervento di truppe europee occidentali nel conflitto ucraino rientra negli eventi possibili a breve, ciò che determinerebbe una guerra continentale, con l’apertura di nuovi fronti di guerra, in particolare dove la situazione è già molto tesa, ad esempio alle frontiere con gli stati baltici, dichiaratisi indipendenti nel 1991 dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica della quale erano parte.

  E’ molto evidente di questi tempi il tentativo di mobilitazione bellica dell’opinione pubblica dell’Unione Europea, e anche di quella italiana, in questo caso anche da parte dei maggiori quotidiani nazionali, come il Corriere della sera  e La Repubblica. Ci dicono che occorre prepararsi alla guerra perché essa incombe e che questa è l’unica cosa da fare, perché la Federazione russa ci attaccherà. E’ appunto l’atteggiamento criticato dall’enciclica Magnifica Humanitas.

  Si ricordano, a questo proposito, i tardivi e infruttuosi tentativi di pacificazione  compiuti dalle potenze europee negli anni ’30 di fronte  alle minacce belliche del regime nazista hitleriano tedesco e si ricorda che, nel settembre 1939, si ebbe la guerra, addebitando a quei tentativi di pacificazione  questo risultato, e non, come sarebbe più logico, al fatto che in realtà da tempo tutte le potenze europee, non solo la Germania, si stessero preparando ad una guerra continentale, già dalla fine della Prima guerra mondiale, e che quindi, avendo voluto la guerra, alla fine si ebbe la guerra.

 Il contesto del conflitto bellico ucraino è però molto diverso da quello che si manifestò nell’Europa degli anni ’30, con l’invasione tedesca della Polonia, innanzi tutto perché le opinioni pubbliche europee , comprese quelle russe, sono altamente scolarizzate e quindi si rendono bene conto di ciò che significherebbe una guerra continentale e le sono decisamente avverse.

  Bisogna ricordare che tra le principali cause di caduta dei regimi comunisti marxisti leninisti dell’Europa orientale a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90, vi fu la pressione psicologica verso l’imitazione acquisitiva verso i costumi degli europei occidentali. L’economia russa, poi, dagli anni ‘’90 , venne modellata seguendo dottrine di economicisti della scuola liberista statunitense, all’epoca molto influenti sotto presidenza della Federazione russa di Eltsin. La Federazione russa è oggi un sistema capitalista avanzato, al pari di quelli dell’Europa occidentale, che ha avuto esperienza concreta degli enormi  vantaggi derivati dalla cooperazione internazionale, incrementata esponenzialmente già dagli anni dell’era sovietica, dopo la Conferenza di Helsinki del ’73\’75 sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.

  La genesi del confitto ucraino attualmente in corso risiede in cause molto diverse da quelle dell’espansionismo imperialista nazista degli anni ’30, tanto che, paradossalmente, i progetti bellici che attualmente si dispiegano sono molto diversi e, in particolare mirano, da parte russa, non all’asservimento della popolazione ucraina in una condizione di asservimento schiavistico verso quella russa, come invece si proponevano i nazisti tedeschi verso i polacchi nel ’39,  ma alla reintegrazione dell’Ucraina nella Comunità degli stati indipendenti egemonizzata dalla Federazione russa, organismo che anche l’Ucraina, con la Bielorussia, aveva contribuito a istituire, e, da parte Europea occidentale, all’integrazione piena dell’Ucraina nell’Unione Europea, secondo la volontà inserita da quello stato nella propria Costituzione.

  E’ questa diversità di situazione che il pacifismo europeo considera nel raccomandare soluzioni negoziali, e non progetti di guerra alla Federazione russa,  del resto secondo la politica diplomatica dispiegata dalla Santa Seda.  Da parte avversa, l’orientamento che il chiamo Draghiano perché fondato sull’ideologia di competizione tra blocchi  che è alla base del cosiddetto rapporto Draghi del 2024 alla Commissione Europea, osserva  che, se non ci si prepara concretamente alla guerra contro la Federazione russa, e quindi non la si progetta in dettaglio e si aggiornano di conseguenza i propri dispositivi bellici secondo tali progetti, ciò che nel complesso viene definito come riarmo, del quale tanto si dibatte in Europa occidentale e anche in Italia, si finirà vittime dell’espansionismo russo guidato dal regime putiniano. Si dice, in sostanza, secondo quanto criticato nell’enciclica Magnifica Humanitas che la guerra è rimasta l’unica opzione possibile.  In questo si risente della mitologia bellica sulla Seconda Guerra Mondiale che originò da un’opera letteraria importantissima, che fruttò al suo autore il premio Nobel, la storia della seconda guerra mondiale di Winston Churchill, il quale, a strage immensa perpetrata, con circa cinquanta milioni di morte e l’Europa distrutta, seppe sapientemente narrare quegli eventi presentando la guerra  che si era combattuta come l’unica opzione possibile e onorevole nella situazione storica che si era creata negli anni ’30 a seguito della minaccia costituita dall’imperialismo hitleriano e i tentativi di pacificazione (non il pacifismo perché le potenze che vi presero parte, tra le quali il Regno d’Italia rappresentato da Benito Mussolini,  non erano senz’altro pacifiste) come disonorevoli.

  Ma in realtà, anche in quelle condizioni storiche, la guerra non era la sola opzione possibile, come  scrisse la Santa Sede nello storico radiomessaggio diffuso il 24 agosto 1939 sotto l’autorità del papa Pio dodicesimo rivolto ai governanti ed ai popoli nell'imminente pericolo della guerra:

  È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono.

  Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo.

  Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra.   

  Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare.

 Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo.

  E si sentiranno grandi — della vera grandezza — se imponendo silenzio alle voci della passione, sia collettiva che privata, e lasciando alla ragione il suo impero, avranno risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria rovine.

 

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D

Abbandonare il paradigma centrista nel pacifismo cattolico

 

 Il cattolicesimo sociale italiano si manifestò della seconda metà dell’Ottocento come forza di resistenza per lenire le sofferenze sociali delle masse. Si viveva in uno spaventoso clima di violenza sociale,  che si prolungò ben oltre l’abbattimento dell’ultimo regno indipendente, quello dei Papi nel Centro Italia,  che si frapponeva al completamento del progetto egemonico costruito dal governo Cavour strumentalizzando la monarchia sabauda, uno stato autoritario, militarista  e bellicista, piegato al costituzionalismo durante le dinamiche politiche risorgimentali.

  I cattolici  della mia generazione, e giù di lì, sono stati educati politicamente secondo la mitologia risorgimentale, che vede virtù sociali in quello  stragista irredentismo nazionalista. L’accettazione di quella mitologia fu vista dai cattolici democratici, dei quali Giovanni Battista Montini fu uno dei principali esponenti in Italia,  come condizione indispensabile per la piena integrazione dei cattolici nelle istituzioni pubbliche italiane dello stato unitario. Tuttavia fino al 1913 l’orientamento prevalente fu quello contrario, veicolato dalle rivendicazioni territoriali  della Santa Sede, che non accettava di essere stata spossessata con la forza del proprio stato con capitale Roma, nel cui governo, tuttavia, aveva largamente praticato la violenza di stato in tutte le sue dimensioni, perché il suo era uno Stato come tutti gli altri. Le rivendicazioni anti-risorgimentali della Santa Sede non furono quindi pacifiste (come ci si sarebbe pure potuti aspettare data l’importanza evangelica del tema della pace), ma legittimiste, e non contestavano tanto o solo la violenza dei moti risorgimentali, ma il fatto che quei movimenti irredentisti, per dare l’Italia agli italiani, si fossero proposti,  e avessero infine conseguito l’abbattimento, all’esito di una breve guerra mossa dal Regno d’Italia, dello Stato pontificio, restaurato in base agli accordi internazionali raggiunti nel Congresso di Vienna del 1814/1815. Per ragioni analoghe da un lato  si considera illegittima la pretesa russa di reintegrare l’Ucraina nel sistema internazionale dominato dalla cultura russa e, da parte russa, si considera proprio dovere storico e religioso riportare l’Ucraina nel mondo russo.

 Comunque, dagli anni Sessanta dell’Ottocento fino ad epoca a ridosso della Prima Guerra mondiale i cattolici italiani furono indotti dal Magistero a resistere allo Stato democratico liberale del Regno d’Italia, in una posizione che fu detta intransigente, perché rifiutava qualsiasi compromesso sulle rivendicazioni territoriali della Santa Sede. Quando le tendenze democratiche per una piena partecipazione alle istituzioni pubbliche italiani si fecero più forti nell’Opera dei Congressi, l’organismo di coordinamento delle iniziative sociali dei cattolici italiani, la Santa Sede, nel triste clima della persecuzione del cosiddetto “modernismo” nel 1904 ne ordinò lo scioglimento e, al suo posto, nel 1906 fece costituire l’Azione Cattolica Italiana, nelle intenzioni docile strumento delle sue politiche in Italia. Poi l’associazione, che ebbe grande successo di popolo, in particolare tra le donne, neglette nell’Opera dei Congressi, divenne anche altro, con varie vicende storiche in una direzione e nell’altra, fino alla epocale riforma statuaria del 1969 sotto la presidenza di Vittorio Bachelet,

  La posizione della Santa sede verso il Regno d’Italia e il suo regime si ammorbidì con l’espansione del movimento socialista di orientamento marxista in Italia. L’enciclica Delle novità – Rerum novarum del 1891 fu sostanzialmente dedicata alla polemica contro quel socialismo, che la Santa Sede temeva molto perché anti-religioso oltre che anti-clericale, e lo era veramente, e per la sua crescente presa sul proletariato (questo termine, di origine marxista, è usato nella Rerum novarum fin dalle prime righe e la Santa sede del proletariato intese farsi patrona). È in questo quadro che maturò l’intesa per la partecipazione alle elezioni politiche del 1913 con le forze politiche liberali italiane mediata da Vincenzo Ottorino Gentiloni (da cui prese il nome), nominato nel 1909 dal Papa presidente della Unione Elettorale Cattolica Italiana, una delle tre articolazioni dell’Azione Cattolica Italiana. Nel corso degli anni Venti, a seguito di lunghe trattative con il regime fascista mussoliniano la Santa Sede concluse nel 1929 una serie di accordi con il Regno d’Italia, i Patti Lateranensi, stipulati nei palazzi del Laterano a Roma tra il cardinal Gasparri per la Santa Sede e da Mussolini come capo del governo italiano, tra i quali un Trattato che riconobbe alla Santa Sede la piena sovranità su alcune zone di Roma, in una entità chiamata Città del Vaticano, mai però definita stato in quell’accordo. La Santa Sede considerò soddisfatte le sue rivendicazioni territoriali e chiusa la cosiddetta Questione romana, e, con l’enciclica Il quarantennale – Quadragesimo anno del 1931 esortò i cattolici italiani a cooperare nel corporativismo fascista, plaudendo alla repressione del socialismo. Nel contesto di tali infausti frangenti, venne poi la dichiarazione del papa Pio undicesimo in un discorso agli universitari della FUCI che la politica è una forma molto esigente di carità, poi divenuto ricorrente nel Magistero sulla dottrina sociale.  Da quell’orientamento si produsse la quasi completa fascistizzazione del’Azione Cattolica Italiana, della quale si lamentava De Gasperi, ad eccezione dei rami intellettuali, gli universitari, i laureati e i maestri cattolici.

 Dal 1939 e, in particolare con i radiomessaggi natalizi diffusi dalla Santa Sede sotto l’autorità del papa Pio dodicesimo tra il 1942  e il 1944, si ebbe lo sganciamento della dottrina sociale dall’intesa con il regime fascista e l’accettazione di sviluppi democratici, in particolare in Italia a seguito dell’intesa politica tra il nuovo partito cattolico  della Democrazia Cristiana e la Santa Sede mediata da Alcide De Gasperi e Giovanni Battista Montini al tempo del suo servizio presso la Segreteria di stato. Tuttavia non riprese il vecchio orientamento intransigente perché, a seguito delle vicende belliche e resistenziali, il governo nazionale finì sotto l’egemonia dei cattolici e vi rimase fino al 1994.

 In questo contesto l’emergente movimento per l’obiezione di coscienza al servizio militare venne represso e di questo ne fece le spese una grande anima come Lorenzo Milani, che fu tratto a giudizio con le imputazioni di istigazione a delinquere e di istigazione ai militari a disobbedire alle leggi nel 1965 per una lettera scritta in risposta ad una presa di posizione dei cappellani militari. Assolto in primo grado perché i fatti non costituivano reato, venne nuovamente tratto a giudizio per l’appello proposto dalla Procura generale e morì prima della sentenza definitiva, conseguendone la dichiarazione di improcedibilità per “morte del reo”. Il direttore del settimanale Rinascita, dove la lettera aperta di Milani era stata pubblicata, venne invece condannato ma durante il giudizio per cassazione sopravvenne l’amnistia e l’estinzione del reato e il procedimento si concluse per quella causa di improcedibilità.

  Il pacifismo, quando ha riguardo alla guerra, è sempre una questione che riguarda lo stato. Si tratta di capire, in particolare,  se ci si debba rassegnare a obbedire a una decisione legittima che comandi la guerra e in che limiti. Per un pacifista gandhiano o seguace di Aldo Capitini, apostolo della nonviolenza in Italia, la decisione è negativa: è una forma, questa, di obiezione di coscienza, ben oltre quella ammessa dalla legge italiana del 1972. Ma, prima di questo, si tratta di decidere, se il bene dello stato richieda di rassegnarsi a che la guerra sia l’unica soluzione possibile in un certo contesto o non o mai.

 In un clima politico come quello attuale, in cui il blocco politico dominante, e pure parte dell’opposizione, e potenti organi di informazione pubblica stanno spingendo per la guerra, considerandola inevitabile, l’unica soluzione ragionevole, ci si deve chiedere quale debba essere la posizione basata sugli insegnamenti evangelici: l’enciclica Magnifica Humanitas è la risposta. Procedendosi verso la guerra, e la cosa si presenta oggi come una china difficilmente arrestabile, ci si deve chiedere se non sia il caso di riprendere l’antica posizione intransigente  verso lo stato che sta per ordinare la guerra, abbandonando quella centrista che fu anche della Democrazia Cristiana, secondo la quale l’aspirazione alla pace veniva contemperata realisticamente con la situazione concreta per cui l’Italia era venuta a trovarsi non in posizione non allineata, ma nel blocco militare egemonizzato dagli Stati Uniti d’America, e dunque non si ponevano obiezioni alle richieste di coinvolgimento in progetti bellici che venivano dal potente alleato nel quadro della N.A.T.O., considerando l’appartenenza alla N.A.T.O., in particolare per la deterrenza nucleare che consentiva verso l’Unione Sovietica e i  suoi alleati nell’Est Europeo, condizione indispensabile per il mantenimento della pace in un’Europa divisa dalla cosiddetta cortina di ferro. Per cui la costruzione delle condizioni di una mutua distruzione assicurata con l’allestimento da parte degli Stati Uniti d’America  di enormi arsenali di armi nucleari e dei vettori per portarle sue bersagli, prima mediante una flotta di bombardieri strategici intercontinentali stratosferici B52 e poi con numerosissimi tipi di missili, e con attività analoghe da parte dell’Unione Sovietica, il gigantesco stato federale euroasiatico succeduto dal 1917 all’Impero russo zarista, venne addirittura considerata provvidenziale, perché creava una mutua deterrenza e quindi condizioni di pace, a circa  mezz’ora dalla fine del mondo come ad un certo punto si osservò.

 

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E

Note di metodo

 

  Nell’agosto 2026 nel Meic Lazio abbiamo progettato di uscire con un documento sulle questioni della pace e della guerra in Europa, tenendo conto della guerra che già si combatteva dal 2022 in Ucraina e che vedeva già coinvolte la N.A.T.O. e l’Unione Europea e dell’enciclica La magnifica umanità dello scorso maggio che proprio di quei problemi tratta.

  Su questi temi non vi era pieno accordo tra noi. Le due giornate di brainstorming e di dibattito sul risultato del brainstorming del 31 luglio e del 7 agosto 2026  lo hanno evidenziato. All’esito del dialogo ho fatto elaborare ad un sistema intelligente evidenziava solo i punti di convergenza emersi nella fase di brainstorming. Mi sono servito di un sistema intelligente, il più potente in commercio come LLM chatbot perché l’analisi del brainstorming alla ricerca delle convergenze fosse il più possibile neutrale.

  Se un  documento deve riflettere le posizioni del gruppo, quello é il massimo a cui si può arrivare: l’individuazione di convergenze. Da lì poi il dialogo è proceduto per tutto agosto fino a convergere sul documento Lettera aperta del 1 settembre 2026 che è riportato alla precedente lettera A.

 Per un gruppo ecclesiale, procedere nel dialogo per produrre un risultato che faccia emergere convergenze tali da riflettersi su una decisione finale in cui si accetti di riconoscersi senza rompere l’unità agapica significa procedere con metodo  sinodale. In questo quadro è centrale farsi guidare dalla Parola di Dio nel discernimento. È appunto quello che abbiamo fatto nel lavoro fin qui svolto, sotto la guida del presbitero che partecipava ai nostri incontri. Nel organizzare e condurre gli incontri di dialogo del 31 luglio e 7 agosto 2026, ho seguito, ne adattandole al nostro contesto, le linee guida sul metodo sinodale formulate e sperimentate negli anni dei processi sinodali sulla sinodalità svolti dall’ottobre 2021 e tuttora in corso. Ho poi lavorato su una bozza di documento finale strutturata  seguendo la meditazione sulla Parola di Dio proposta nel corso dei due incontro di cui ho, che è ciò che dà nerbo ecclesiale all’insieme. Quel documento è stato via via raffinato fino al testo finale, presentato come lettera aperta.

 Credo che sia importante continuare a procedere così, in particolare lavorando a partire dalla  convergenza che abbiamo ottenuto, anche se poi il risultato potrà apparire meno appariscente sotto vari punti di vista e soprattutto senza la pretesa di dire una parola conclusiva. Seguiamo il metodo sinodale, vivendo così il grandioso moto di riforma che, nell’inconsapevolezza di molti, la nostra Chiesa sta tentando.

  Voglio evidenziare anche un punto molto importante: credo che ogni politica di riarmo non sia compatibile con il magistero espresso nell’enciclica La magnifica umanità. I redattori dell’enciclica e il Papa sotto la cui autorità è stata promulgata sono, in questo senso, pacifisti, vale a dire si propongono di essere costruttori di pace in senso evangelico. La via di Gesù è disarmata, ha scritto papa Leone nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno.

 Sul pacifismo, piuttosto diffamato di questi tempi, è addirittura proscritto come viltà e intelligenza con il nemico, ho infine prodotto questo documento. In tempi che erano molto violenti e armati, negli scorsi anni Settanta, molti giovani di allora, non tutti, erano pacifisti e, comunque, si faceva un gran parlare di pace in politica. Nel decennio successivo, non prevista dai più, si ebbe infine la pace. E gli anni ’80 si erano aperti con la crisi degli euromissili, innescati dal posizionamento di piattaforme di lancio di missili tattici SS20 in Europa orientale, ai confini con gli stati membri della N.A.T.O., a cui gli statunitensi risposero posizionando micidiali missili da crociera in Italia, secondo la strategia della deterrenza. In Italia i comunisti e altre forze pacifiste organizzarono agitazioni popolari e furono accusati di intelligenza con il nemico. Ma agitarsi per la pace era, per i comunisti marxisti, un modo per far emergere anche la progressiva distanziazione dal pensiero marxiano, che certamente non era pacifista. Moti nella stessa linea iniziarono a manifestarsi anche nei socialismi leninisti dell’Europa orientale, unitamente a eclatanti agitazioni popolari per la libertà europea di movimento a ridosso degli eventi epocali del 1989. E poi, come ho detto, si ebbe la pace.

  Si dice che in Ucraina si tratterebbe di reagire ad una aggressione. Ma oggi non è quello il punto importante se si vuole ripristinare la pace. L’aggressione ordinata dal governo federale russo ha innescato una guerra, perché il governo ucraino ha ordinato di reagire. Ma ora il problema è la guerra e come mettervi fine. E qui conta il sano realismo di cui si parla nell’enciclica La magnifica umanità, perché quattro anni di feroci battaglie hanno disegnato nuove frontiere. Il realismo che l’enciclica definisce falso, perché (contrariamente a ciò che emerge dalla storia delle guerre) ritiene che non vi sia alternativa alla guerra, consiglia di continuare ad alimentare la guerra, perché ad un certo punto il regime putiniano finirà per cedere perché perderà il consenso popolare e sarà rovesciato. I realisti russi la pensano nello stesso modo.

  La situazione, a questo punto, può evolvere verosimilmente in un solo modo, e ormai tutti i governi implicati ne sono consapevoli: ad un certo punto, improvvisamente, il dispositivo bellico ucraino collasserà e allora la N.A.T.O. interverrà con proprie truppe in Ucraina e scoppierà una guerra continentale.

  Voglio sottolineare che la questione non è più solo quella della deterrenza, perché la guerra è già in atto.

  Per chi si proponga di spegnere la guerra la via è tracciata ed è quella indicata nell’enciclica.

 

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F

Guerra: definizione del concetto in senso politico

 

  La guerra, in senso politico, quello che rileva nel pacifismo inteso come costruzione politica della pace,    è solo un conflitto armato organizzato e  ordinato da uno stato o da altra entità pubblica che rivendica sovranità. Un’entità è pubblica quando pretende di imporsi su una popolazione prescindendo dal consenso dei suoi sudditi, e riesce a farlo, vale a dire che ha effettività. La sovranità è la rivendicazione di un’entità pubblica  di non essere soggetta ad altre entità pubbliche.

  Una guerra inizia solo quando viene ordinata da un’entità pubblica che rivendichi sovranità e cessa solo quando l’entità che l’ha ordinata revoca l’ordine di guerra o si dissolve come entità pubblica sovrana.

  La guerra viene sempre ordinata verso uno specifico obiettivo, che è un’altra entità pubblica sovrana, per abbatterla come tale o, più spesso, per piegarla al proprio volere. Dai tempi della guerra rivoluzionaria francese la guerra è divenuta di massa, con la mobilitazione di intere popolazioni, secondo lo schema della nazione in armi. Per la prima volta nella storia, all’esito della Seconda guerra mondiale le perdite civili superarono quelle dei militari, venendo stimate in non meno di cinquanta milioni di persone. I dispositivi militari degli stati contemporanei sono in grado di provocare perdite molto superiori. Le guerre di massa sono preparate da una fase, più o meno lunga, in cui le popolazioni sono educate agli eventi bellici, cercando di vincere la loro resistenza contro la guerra. Nell’Europa contemporanea si è appunto in questa fase. Si tratta di ottenere il consenso all’estensione di una guerra già in atto in Ucraina, nella quale N.A.T.O.  è Unione Europea sono già potenze belligeranti. La guerra è stata ordinata da N.A.T.O. e Unione Europea quando si é deciso di sostenere il dispositivo bellico ucraino in vari modi e di colpire la Federazione russa con ritorsioni economiche. Colpi micidiali nella Federazione russa sono stati possibili con tutta evidenza solo con le informazioni date alle forze armate ucraine mediante gli apparati satellitari degli occidentali. Va evidenziato che si è già oltre lo schema della deterrenza, che consiste nell’organizzare una minaccia bellica per scoraggiare potenze avversarie. La guerra infatti è già in atto.

  Sì cerca di radicare nelle popolazioni la convinzione che la guerra è giusta, che non c’era altra alternativa onorevole che parteciparvi, che non vi è altra alternativa che prepararsi ad estenderla ed intensificarla, che il pacifismo è intelligenza con il nemico, che il nemico, se non contenuto con la guerra, non sarà mai sazio e continuerà ad aggredire gli occidentali.

 Lo scenario più probabile di estensione del conflitto è quello dell’improvviso collasso del dispositivo bellico ucraino al quale seguirà, per effetto della rete di accordi già conclusi con l’Ucraina per la guerra in corso, l’ingresso di truppe europee e statunitensi in Ucraina per dare battaglia ai russi. Si è ad un passo da questo scenario. È in questo quadro che si sta già attuando il riarmo raccomandato nel 2024 dal cosiddetto rapporto Draghi.

  In questa situazione storica viene pubblicata l’enciclica La magnifica umanità, nella quale viene proclamata l’ingiustizia della guerra come tale, superando l’antica dottrina tradizionale sui criteri della guerra giusta, articolata dal Cinquecento, sulla base di teologie precedenti.

  Il mondo cattolico italiano non appare disposto ad accettare il nuovo paradigma del magistero. Si cerca di mantenere quello tradizionale sulla giustizia o ingiustizia della guerra.

 Ci si appiglia a quanto si legge al n.215 dell’enciclica:

 

215. Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia. Noi non cerchiamo infatti una pace qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia. «Esiste una stretta relazione tra la giustizia di ciascuno e la pace di tutti». S. Giovanni Paolo II, Messaggio per la 31^ Giornata mondiale della pace, 1998] .  Commentando il versetto del salmo «giustizia e pace si baceranno» ( Sal 85,11b), Sant’Agostino scrive: «Non c’è nessuno che rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia. Perché vuoi tu porti in contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto. […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!».  Non stanchiamoci dunque di cercare la giustizia!

 

 Ma dal contesto, in particolare dalla citazione biblica e da quella patristica, è evidente che la giustizia a cui in quel brano si fa riferimento non è quella legale, per cui ad esempio una questione territoriale potrebbe giustificare una guerra, ma la giustizia che consegue all’infinità dignità dell’essere umano, creato a immagine di Dio, la ragione per la quale l’umanità è detta magnifica.

  Nell’ottica di quella giustizia la pace è un processo che va sempre approfondito e ampliato, man mano che si acquisisce consapevolezza di nuovi aspetti della dignità dell’essere umano. È, tuttavia, ottenere la revoca degli ordini di guerra e, prima di allora e quando ancora non sono portati alle più tragiche conseguenze, resistervi tenacemente è la base di quel processo, senza la quale non può parlarsi di pace.

 I governi possono avere controversie territoriali, ma bisogna render loro ben chiaro che non possiedono le popolazioni stanziate su quei territori e, in genere, le popolazioni soggette a loro potere. La guerra, come tale, è sempre ingiusta e questo giustifica la resistenza popolare contro di essa, delegittimando la sovranità dell’entità pubblica che pretenda di costringervi le popolazioni soggette, nella misura necessaria a quella resistenza. Occorre opporre a chi pretende di costringere alla violenza di massa una resistenza di massa. É questa l’esortazione dell’enciclica leoniana.

 

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Giustizia e pace

 

1. Si insegna che la giustizia è la via per la costruzione della pace, intendendo che un ordine sociale ingiusto suscita una reazione, che può essere anche violenta ed è comunque conflittuale, nei ceti che l’ingiustizia subiscono.

  È una linea di pensiero molto risalente e radicata nella dottrina sociale: la si trova sviluppata fin nell’enciclica Delle novità – Rerum novarum del 1891 centrata principalmente sulla polemica contro il socialismo marxista, che a quell’epoca stava organizzandosi in Italia come partito politico e, di riflesso, sulla giustizia sociale in favore del proletariato, così nominato fin dalle prime righe del documento, per prevenire la rivolta sociale delle classi subalterne, che il socialismo rivoluzionario intendeva suscitare.

  Bisogna però riconoscere che, assumendo quella prospettiva, ci si pone a fianco dei ceti dominanti, che sono sempre una minoranza della popolazione ma in quanto appunto dominanti impongono a tutta la gente caduta in loro dominio ciò che è giusto e ciò che non lo é. Si dice loro che costruire un ordine sociale meno iniquo converrà anche a loro, preservandoli dalle conseguenze delle rivolte sociali dal basso. Nel prosieguo degli sviluppi della dottrina sociale verrà anche insegnato che consentire una più larga partecipazione alle questioni di governo, quindi alla politica, è un metodo virtuoso per individuare il livello di giustizia sociale necessario a quello scopo. È in questo quadro che si insegnerà che la partecipazione politica è anche una forma esigente di carità in senso cristiano e che quindi la questione della giustizia sociale non necessariamente deve essere nelle mani di autocrazie illuminate  dalla fede cristiana e dalla dottrina sociale. Questo ordine d’idee rimase a lungo controverso nella dottrina sociale, nella quale, con  lenciclica Le gravi dispute sulla questione sociale - Graves de communi re oeconomica disceptationes, del 1901, del papa Leone tredicesimo, lo stesso sotto la cui autorità era stata promulgata l’enciclica Delle novità – Rerum novarum, quell’idea, vale a dire di promuovere una democrazia cristiana, venne addirittura condannata come eretica. Nel 1931 si ebbe la svolta di cui dicevo, in ordine all’impegno politico della gente cristiana, per altro negli infausti frangenti del compromesso raggiunto, con i Patti Lateranensi del 1919,  con il Regno d’Italia caduto nel dominio del fascismo mussoliniano. Dal 1942 si ebbe poi un’ulteriore svolta che vide nella costruzione di democrazie la via per restaurare un ordine nazionale e internazionale pacifico e giusto, dopo la catastrofe della guerra mondiale che a quell’epoca era in corso.

  Le situazioni di conflitto sociale tendono a produrre disordine in un ordinamento e, al dal punto di vista dei ceti dominanti, sono per questo viste con sfavore quando conseguono a reazioni di rivolta dei ceti subalterni, ma, comunque, anche in altri casi, di situazioni di conflitto create da chi domina contro chi in società ha la peggio e subisce quel dominio: si cerca così di non mantenere endemici i conflitti aperti, perché comunque mettono a rischio proprietà, commerci e attività industriali, che beneficiano di un quadro sociale relativamente stabile in cui un certo livello di ordine pubblico sia garantito.

  I conflitti sociali aperti generano sempre sofferenze  nella gente che a diverso titolo vi è coinvolta ed esse sono in genere più marcate nelle fasce di popolazione che sono meno garantite da forme di provvidenza sociale e dall’azione di sicurezza pubblica organizzata dalla autorità pubbliche e che per vivere dipendono da altri, vale a dire le classi sociali che, nel lessico del socialismo marxista, venivano definite proletariato.

  La dottrina sociale cattolica contemporanea, che convenzionalmente si fa partire dall’enciclica Delle novità – Rerum novarum, pubblicata nel 1891 sotto l’autorità del papa Leone tredicesimo, anche se, da quando si sono storicamente manifestate autorità ecclesiastiche cristiane è stata prodotta dottrina sociale, raccomanda alle autorità pubbliche di prevenire, sopire e  risolvere i conflitti sociali con misure pubbliche ispirate alla giustizia sociale, garantendo una ripartizione equa delle risorse socialmente prodotta, vale a dire che consenta a tutti i ceti un certo livello di benessere in modo da garantire la dignità sociale delle persone, colpite dalle forme di povertà relativa e da quelle assolute, in cui è messa in pericolo addirittura la sopravvivenza.

  Paradossalmente considerata la diversità ideologia dei rispettivi organismi di governo, la posizione della Chiesa cattolica è anche quella dell’attuale regime della Repubblica Popolare, nell’era del presidente Xi Jinping, divenuto egemone nella Repubblica dal 2012 quando divenne Segretario generale del Partito Comunista cinese, dopo un lungo periodi di contrasti ai vertici della politica di quel Paese almeno dal 2007: XI ha dichiarato che è obiettivo del suo regime politico quello di garantire a tutta la popolazione cinese un moderato livello di benessere, stabilito dagli organismi centrali del Partito e non risultante dal bilanciamento tra le forze implicate in conflitti sociali, vietati in quell’ordinamento.

 Sia nel regime cattolico che in quello comunista cinese la conflittualità sociale è vista con sfavore, in modo molto marcato, ad esempio nell’enciclica Delle novità – Rerum novarum, molto critica verso il socialismo rivoluzionari coevo.

  Nella mitologia  marxiana della lotta di classe, considerata il tratto costante delle società divise in classi e il motore dell'evoluzione storica, si prospettò che, all'esito di essa e con la conquista del potere da parte del proletariato mediante un processo rivoluzionario — attraverso una fase di transizione che Marx chiamò «dittatura del proletariato» — si sarebbe prodotta una società senza più classi e quindi senza più antagonismi sociali, nella quale, in una prima fase, ciascuna persona avrebbe ricevuto secondo l'apporto del proprio lavoro alla società, detratti i fondi destinati ai bisogni comuni, e, nella fase superiore del comunismo, ognuno avrebbe dato secondo le sue capacità e ricevuto secondo i suoi bisogni. In una società senza classi, in definitiva, l’antagonismo sociale avrebbe perso la sua funzione di motore dell’evoluzione sociale, per quanto, come rilevato dagli studiosi del pensiero di Marx, egli non diede ricette  sull’organizzazione della società comunista futura, per spiegare come si sarebbe potuto ottenere quell’equa ripartizione delle ricchezze sociali secondo quei principi.

 Di fatto, tutti gli ordinamenti comunisti che si è storicamente tentato di realizzare e che non abbiano virato verso il socialismo democratico, valendosi in quale misura di principi e procedure di democrazia liberale, la pacificazione sociale, in una società che era comunque rimasta ancora conflittuale, nonostante la violenza esercitata per strutturarla secondo valori e principi comunisti, venne ottenuta mediante il mantenimento di una estesissima violenza politica attuata mediante organizzazioni di polizia molto potenti, e così appare che si si fatto, a ciò che emerge da fonti affidabili una volta scremata la propaganda di regime, anche nella Repubblica Popolare cinese.

  Analogamente si usarono livelli molto intensi di violenza anche nel governo ecclesiastico, che furono infine abbandonati con l’affermazione delle democrazie contemporanee e nella misura in cui riuscirono realmente ad affermarsi.

  Vi è una legge generale dei fatti sociali che ha trovato e trova infallibilmente conferma storica e che può essere esposta semplificando in questo modo: ogni potere sociale, pubblico o privato, ed è pubblico quello che prescinde dal consenso di chi lo subisce una volta che il comando sia stato dato nel rispetto delle norme pubbliche che ne regolano l’esercizio,  tende sempre  ad espandersi fino a che trovi una valida resistenza individuale e/o sociale e reputi ad un certo momento conveniente trattare con gli avversari un accordo transattivo, quindi pacificante, o si trovi costretto dalla forza degli avversari a subirne la legge. Perché ci si deve affannare a esplicitare dinamiche che rientrano nella costante e generale esperienza e che quindi dovrebbero essere note e chiare a tutti? Perché in realtà su di esse non vi è generale consenso.  Sempre  si è espresso e si esprime la convinzione che il corso degli eventi sociali non dipende necessariamente dai rapporti di forza, ma che possano esistere poteri sociali capaci di affrancarsi dalla legge generale sui fatti sociali sopra sintetizzata e ciò in base a principi e valori  che si impongano per via di ragione o innati o infusi e ai quali basti attenersi per risolvere i conflitti sociali, con il risultato di pacificare la società.  L’affermazione ricorrente che la pace deriva dalla giustizia, nel senso che la preventiva realizzazione della giustizia sociale non sia solo  una possibile condizione della pace sociale ma la fonte  indispensabile per produrre la pace, con dinamica di causa ed effetto, va appunto in quel senso. Questo ordine di idee implica che quel tipo di giustizia pacificante non emerge  dalle dinamiche dei rapporti di forza social, ma dipende da leggi esterne  ad esse, costruite esercitando la ragione, oppure innate, infuse, in particolare date da una divinità.

  Ma, come si può facilmente constatare in base a una realistica consapevolezza storica, che quel modo di pensare, invece di essersi dimostrato la via sicura per la costruzione della pace, si è rivelato infallibilmente quella per la conflittualità permanente e ciò accade anche nella guerra in Ucraina in corso dal 2014 tra Ucraina, fiancheggiata dagli Occidentali, e Federazione Russa, in cui ognuna delle parti belligeranti dichiara che l’unica via per una pace giusta  e duratura  e quella del pieno accoglimento delle proprie pretese politiche e, infatti, finora, tutti i belligeranti convengono che non sia possibile un negoziato  basato su altri presupposti, e di conseguenza non risulta alcun reale negoziato.

2. È però possibile presentare la questione del nesso tra la pacificazione e la giustizia, nelle sue varie dimensioni e accezioni, in modo diverso e più aderente alle reali dinamiche sociali, alla luce di ciò che emerge dalle pratiche giurisprudenziali, un modo molto evoluto di costruire e amministrare la giustizia nel concreti casi della vita in cui si sono sviluppate controversie, che esplicitano, descrivendoli,  conflitti portati alla cognizione di giudici istituiti dall’ordinamento di riferimento. Si tratta delle procedure prettamente giudiziarie ma anche sulle speculazioni ragionevoli che su tali procedure e sul loro esito vengono intessuti dai patrocinatori delle parti, dai magistrati coinvolti nelle procedure e nelle università per costruire e organizzare sistemi concettuali che orientino per il futuro in casi analoghi, vale a dire simili, anche se non perfettamente identici, per avere in comune almeno un elemento con il caso deciso.

  In un caso giudiziario, la controversia sottoposta al potere di un giudice, la soluzione che viene sentenziata come ius, diritto di quel caso concreto, non preesiste, in particolare non è scritta nelle norme formali, scritte, e non  delle quali il giudicante avrà deciso di fare applicazione, che nella quasi totalità sono generali e astratte e quindi non deliberate in vista di quello specifico caso in decisione. La soluzione, lo ius, come si usava definirlo nella grande tradizione giuridica del diritto romano, va inventato, nel senso del verbo latino invenire, vale a dire trovato, nel senso di costruito, come osservava il grande giurista Paolo Grossi, ad esempio in L’invenzione del diritto, Laterza 2017. E ciò senz’altro anche in base alla normativa vigente, ma soprattutto studiando, ricostruendo e qualificando giuridicamente le relazioni sociali che in quel caso sono implicate, nella loro storia, nelle loro dinamiche, nelle intenzionalità manifestate dai soggetti coinvolti, insomma tutto ciò dal quale, in definitiva, il caso è originato.

  Un antico detto della tradizione giuridica romanistica, che è rimasta diritto vigente in Europa fino ai primi dell’Ottocento, dice “dammi il fatto e io (l’esperto del diritto qualificato al quale ci si è rivolti per un parere o una sentenza, come anche per esserne patrocinati) ti darò lo ius”. Ma in realtà chi interroga l’esperto di diritto, il giusperito o giurista, gli porta non veramente il fatto, che è sono le condotte e gli altri eventi che rilevano nel caso in questione, ma solo storie di relazioni sociali, a volte accompagnandole con  loro interpretazioni ma non necessariamente, se ne è capace, ma poi il fatto, nel senso sopra precisato, vale a dire per dire quale sia lo ius di quel caso, compiendo la giurisdizione, è la prima attività giurisprudenziale di quell’esperto, del giurista. La seconda è quella di qualificare il fatto secondo la tradizione interpretativa del sistema normativo vigente nell’ordinamento di riferimento, che si fa speculando razionalmente quali siano nel caso concreto le norme che gli si adattano, individuate interrogando le fonti riconosciute in quell’ordinamento, che non comprendono mai solo testi scritti di produzione di organismi pubblici. Senza questo processo speculativo che si fa in sede giurisprudenziale le norme vigenti in un ordinamento rimarrebbero inefficaci. Sulla base di esso le norme prendono vita,  si parla appunto di diritto vivente, in particolare nella loro interazione, perché è un assioma giurisprudenziale che l’ordinamento giuridico costituisce un tutt’uno coerente, la cui coerenza deve essere trovata ed espressa dagli interpreti qualificati, e in relazione ai casi della vita in decisione. Qualora poi un indirizzo interpretativo si faccia strada nella prassi giurisprudenziale, appunto nel diritto vivente, esso finisce per connotare le norme, quelle formali perché deliberate in testi scritti nel corso e all’esito di procedure pubbliche, ma anche quelle, come la consuetudine o la desuetudine, o gli usi, che risultano da condotte sociali che si ripetano in un contesto sociale con una certa regolarità e nella convinzione della loro obbligatorietà, facendo corpo con le norme stesse. Quando ciò accade, la società tende a conformarvisi, con il risultato di prevenire e risolvere, in una certa misura i conflitti sociali, perché non tutti i conflitti finiscono alla cognizione di giudici, nei processi giudiziari, ma solo una minoranza. Questo è l’effetto fondamentale della giurisprudenza, in ogni campo in cui viene esercitata. E la previsione di vari gradi di giudizio, con revisioni parziali delle decisioni nelle dinamiche processuali, quindi lasciando emergere le obiezioni ragionevoli delle parti coinvolte, non serve tanto a rimediare errori giudiziari, ma a consolidare la giurisprudenza sui casi, fino ad arrivare, su impulso delle parti che non facciano acquiescenza ad una decisione davanti ad un unico organismo giudiziario di vertice, al giudizio per cassazione volto appunto a dichiarare se lo ius sia stato trovato in modo ragionevole secondo le regole dell’arte: ciò che consolida la relativa decisione perché gli altri giudici in casi analoghi vi si atterranno, salva specifica motivazione urla base dei casi concreti.

  Ricostruita così la cosa, vi pare possibile sostenere che la giustizia del caso giudiziario in decisione preesistesse e che la prassi giudiziaria, e il suo effetto ordinante e pacificante  sia il risultato dell’applicare ciò che preesisteva? In realtà la pace sociale si è venuta costruendo con la sua giustizia.

  Ogni pace ha una sua giustizia e ne è l’origine fondamentale. Una volta decisa la pace se ne trovano le ragioni e le condizioni. Costruire la pace significa costruire la sua giustizia e ogni progetto per realizzare la giustizia in un determinato contesto sociale significa proporne una via di pacificazione. La pace è la giustizia si affermano congiuntamente in una società ed entrambe sono un processo progressivo o regressivo per il quale un importante, anche se non l’unico, criterio   per distinguere progresso e regresso è l’intensità ed estensione delle sofferenze sociali prodotte dalle dinamiche sociali. Non tutte le paci, quindi,  si equivalgono, come non si equivalgono le rispettive giustizie.

  Questo vale sì piccolissima e su grandissima scala,  vale a dire che se ne fa esperienza e quindi si osserva in tutte le dimensioni delle relazioni umane, in qualsiasi contesto e qualunque sia l’apparato di elementi culturali implicato,  e sempre, nella costruzione delle società umane, ve ne sono di coinvolti. Perché, se è condivisibile l’antica idea che gli esseri umani sono viventi che costruiscono e governano società, vale a dire che esprimono politiche, è sempre mediante elementi culturali che lo fanno, e quindi principalmente secondo consuetudini consolidate nel tempo, linguaggi, miti, religioni, riti, narrazioni circolanti nelle relazioni sociali sulla realtà in cui si è immersi consolidate tramandandosi tra generazioni e diffondendosi per contaminazione relazionale, diritto.

 Pace e giustizia sono elementi politici, vale a dire coinvolgimento nella costruzione e nel governo delle società, di natura culturale, anche se, quanto alla pace, la relazione con situazioni di fatto è essenziale, imprescindibile, nel senso che vi è una relazione inversa tra paci e conflitti, latenti o non, e questo a prescindere dal valore che si dà alla conflittualità nell’evoluzione e quindi nella costruzione sociale. Paci, conflitti  e giustizie sono espressioni di un unico processo politico e, così, dal punto di vista culturale come ogni pace ha la sua giustizia, anche ogni conflitto la ha, e quindi, ragionando realisticamente, vale a dire in base a ciò che si osserva nelle dinamiche sociali, la giustizia può essere espressione della pace come del conflitto, e l’idea che dalla giustizia scaturisca sempre la pacificazione non trova reale conferma dall’osservazione delle dinamiche sociali, e in particolare dalla storia delle civiltà e delle società umane. Piuttosto, quando la missione è la pacificazione sociale, a seconda del livello di pace che si intende politicamente costruire occorrerà organizzare, mediante il ricorso a tutti gli elementi culturali di costruzione sociale,  corrispondenti narrazioni e pratiche sociali di giustizia, come avviene nella pratica giurisprudenziale. Così i conti tornano con la realtà, e non è tanto che dalla giustizia scaturisca la pace, così che si debba partire dal realizzare la giustizia e che poi da questo scaturisce la pace, ma che, quando si vuole la pace, si costruisce culturalmente la pace con la sua corrispondente situazione di giustizia. Quando si vuole la pace e questa intenzionalità si diffonde sufficientemente nel relativo contesto sociale, si avrà la pace e là si organizzerà politicamente anche sotto il profilo della giustizia.

 Ma perché si vuole la pace o il conflitto, latente o aperto? Qui va richiamata la regola universale e generale dell’esercizio dei poteri nelle società umane, su qualsiasi scala: tendono ad espandersi finché trovano una resistenza valida a bloccarli, piegarli o rovesciarli, e negli ultimi due casi si finisce nelle mani degli avversari, in tutti vi è convenienza a costruire processi politici e culturali di pacificazione.

 Sotto quel profilo è stato osservato un effetto paradossale: la costruzione di una valida resistenza politica può favorire processi di pacificazione più avanzati, quindi paci migliori sotto diversi profili. Ma anche: l’evoluzione verso paci migliori, rispetto alle condizioni attuali di un gruppo sociale, ma anche di un singolo individuo, può passare attraverso la costruzione e l’espressione politica di una conflittualità sociale, e, anzi, senza di essa non vi sono mai paci migliori sotto quel profilo. È questo che si esprime quando si afferma di voler lottare per la  pace (e per una corrispondente giustizia). Ciò che può fare veramente la differenza, soprattutto se si hanno in mente paci inclusive e includenti, e addirittura paci globali a livello planetario,  sono i metodi di lotta e le corrispondenti culture.

  A riprova empirica di quanto sopra si è osservato può considerarsi che, in Italia, dagli scorsi anni ’90 le forze politiche del socialismo storiche, quelle che lottavano per migliorare le condizioni sociali del proletariato, di quelli cioè che dipendono da altri per vivere, si sono rapidamente dissolte e, contestualmente, da allora, il potere di acquisto delle retribuzioni da lavoro dipendente, quelle percepite generalmente dal proletariato si è addirittura ridotto in modo significativo, a differenza di quello dei rendimenti  da investimenti finanziari e in attività d’impresa, della proprietà immobiliare e dei redditi da lavoro autonomo,  questo  incostanza di una generalizzata situazione di pace sociale, e tale tendenza non accenna a diminuire ma anzi ad accentuarsi, in modo corrispondente a quanto si osserva più o meno in tutto l’Occidente.

  Un bel problema, questo del fatto che, con tutta evidenza, in una situazione di pace sociale, i rapporti di forza tra i gruppi sociali tendono a consolidarsi, e questo naturalmente a vantaggio dei blocchi dominanti!

  Qui ha soccorso  l’ingegneria sociale: con le procedure politiche politiche, il diritto e la giurisprudenza delle società democratiche avanzate contemporanee, che si sono organizzate inserendo nelle proprie costituzioni, vale a dire nei propri principi giuridici fondamentali, dichiarazioni valoriali suscettibili di evoluzione, come quelle di pari dignità sociale e di giusta retribuzione, si è tentato di costruire paci e corrispondenti giustizie che consentissero l’espressione nonviolenta  di ragionevoli e non socialmente distruttivi livelli di conflittualità sociale. Questo spiega la strenua storica resistenza opposta dalle autocrazie, in particolare di quelle sacralizzate secondo fedi religiose, che si presentavano dunque come volute così com’erano per volontà divina, e il fatto che sempre il passaggio da tali regimi a regimi costituzionali, quindi democraticizzati ha compreso fasi di conflitti aperti e violenti, in cui rimasero pesantemente coinvolti anche gli organismi ecclesiastici coinvolti, la cui accettazione delle evoluzioni politiche democratiche delle società civili è stata sempre parziale e condizionata, e che tuttora, quanto agli affari ecclesiastici, proclamano orgogliosamente, ma senza reale fondamento, che la Chiesa non è una democrazia. In realtà,  pur nella scarsità di formali procedure democratiche, che pure esistono, ad esempio una grande associazione ecclesiale come l’Azione Cattolica ha ordinamento democratico,  e nell’insufficienza del diritto canonico e delle corrispondenti prassi giurisprudenziali, lo è realmente, di fatto, diventata, perché, dall’emergere dei processi democratici contemporanei, da fine Settecento, le masse hanno avuto sempre più, realmente, voce negli affari ecclesiastici, e quindi si sono progressivamente costruite   corrispondenti teologie e dottrine, cercando tuttavia (vanamente per come mi sembra) di mantenere tutto coerente con una struttura autocratica e sacralizzata dell’insieme. Un processo in corso, con linee generali di tendenza ben chiare, pur tra momenti di avanzamento, di stasi o di regresso,  ma i cui sviluppi sono allo stato imprevedibili.

  La costruzione, in un determinato contesto storico, sociale, politico, ambientale  di situazioni di pace e di giustizia, dove le società non siano pacificate, e di migliori  situazioni di pace, perché la pacificazione, come la corrispondente trasformazione del senso della giustizia, è un processo progressivo che segue l’evoluzione sociale, richiede sempre  l’organizzazione e lo sviluppo di un vasto complesso di elementi culturali, integrati con elementi emotivi, in modo tale da rendere plausibile  i progetti di pacificazione e da farli apparire quindi concretamente realizzabili, non mere utopie, che sono le cose immaginate a che non stanno in nessun luogo, e anche desiderabili in sé ma pure in relazione alla propria personale  condizione personale  e sociale. E non basta organizzare per sviluppare perché le società umane evolvono in base a pratiche che generano consuetudini che facendosi tradizioni  vengono coinvolte nei processi di mitopoiesi, essenziali nella costruzione sociale delle società umane, benché se ne vogliano accentuare gli aspetti razionali. I miti inglobano potentissimi elementi emotivi e le decisioni degli esseri umani, come la scienze contemporanee che hanno studiato i processi decisionali hanno definito [può leggersi in merito Daniel Khaneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori 2020], si basano una razionalità emotiva. L’esperienza dimostra, a partire dai racconti evangelici del primo gruppo di discepoli radunati dal Maestro, che quel tipo di razionalità parte sempre  da esperienza sociali in piccoli gruppi, dove è possibile un reale coinvolgimento emotivo, e poi di lì, per i processi di mitopoiesi e veicolata dagli elementi culturali, si diffonde in ambienti via via più vasti, senza che l’aspetto della pratica  per questo divenga meno importante.

  E’ per questo che anche l’esperienza sociale di dialogo sinodale sulla costruzione della pace fatta nel mese di agosto 2026 al gruppo Meic del Lazio, in un contesto incontro su piattaforma telematica Zoom in un piccolo gruppo, è molto importante come germe di pacificazione, e tanto più lo è in quanto le pesone che vi hanno partecipato sono a vario titolo molto coinvolte nella vita della società in cui sono immersi e quindi, per via culturale, la memoria della pratica di quell’esperienza e i risultati del dialogo sinodale, può estendersi rapidamente, ad esempio mediante questo documento.

  Bisogna rendersi conto di questo: la giustizia di una situazione sociale non è mai data come se fosse un elemento oggettivo in base al quale giudicare quello che c’è, i rapporti realmente esistenti, per valutare se siano giusti  o ingiusti, ma deve essere sempre costruita culturalmente, al modo in cui lo si fa nella giurisprudenza, essenzialmente lavorando sugli elementi culturali implicati, e non è mai  possibile farlo incarnandola,  quindi facendola vivere in quella società, come partendo da zero.  Quegli elementi culturali devono non solo essere progettati ma anche inscenati socialmente, il che significa farne concreto tirocinio collettivo per vedere come vanno, partendo da tradizioni preesistenti, e ciò per la grande importanza che negli orientamenti e decisioni degli esseri umani ha la memoria degli avi, in particolare nella mitopoiesi, essenziale in ogni tipo di costruzione sociale.

 Quando un avo  diviene tale? Finché sviluppa ancora relazioni sociali perché vivente, una persona che ha inciso in società non può essere tale, ma appena muore  e non può più intesserle e su di lei inizia la costruzione di un mito, il processo di mitopoiesi, lo è già e, nella mitopoiesi, questo profilo si ingigantisce, e, come si dice, viviamo sulle spalle di giganti, e sono tali, appunto, gli avi mitizzati. Nessuna costruzione sociale ne prescinde, per come si osserva lo sviluppo delle società umane.

  Quindi nella costruzione sociale, anche nella pacificazione che è orientamento e un insieme di tecniche di costruzione sociale, si procede lavorando sugli elementi culturali mettendo insieme cose vecchie e cose nuove come si legge nel detto evangelico:

 

Ed egli disse loro: "Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche". [Mt 13,52]

 

 Questo sviluppo su basi culturali e pratiche, a partire da realtà di prossimità ed estendendosi per via culturali ad ambienti sociali sempre più vasti, dà sempre  i suoi frutti, anche se, nelle fasi iniziali può sembrare il contrario e che sia destinato a rimanere confinato in dimensioni irrilevanti, in particolare quanto alle questioni di governo delle società, vale a dire alla dimensione della politica. E’ per questa via che, in modo che rimane ancor oggi piuttosto misterioso per la scarsità di fonti affidabili, i cristianesimi antichi si affermarono nelle società dominate dall’antico Impero romano, in un processo molto lungo e contrastato, ma molto più velocemente a cavallo tra il Terzo e Quarto secolo, in cui si passò dalla violenta persecuzione dei cristiani avviata nel 303 sotto Diocleziano — che proseguì, soprattutto in Oriente, anche dopo la sua abdicazione nel 305 — all’editto di tolleranza emanato da Galerio nel 311 e, infine, agli accordi di Milano del 313, conclusi tra Costantino, Augusto in Occidente, e Licinio, Augusto in una parte dell’Oriente, sfociati in un editto emanato quell’anno a Milano da Costantino,  che riconobbe ai cristiani e agli altri sudditi dell’Impero la libertà di praticare il proprio culto.

 In queste cose si dimostra la verità degli insegnamenti biblici  neotestamentari:

 

A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: "Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede". Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! Insensato, vuoi capire che la fede senza le opere non ha valore? 

[Gc 2, 17-20]

 

 La pratica della giustizia deve andare di pari passo alla sua predicazione e così anche per la pace: entrambe devono essere inscenate come via per acquisire consapevolezza della situazione di ingiustizia in cui ci si trova e per suscitare il desiderio di agire politicamente per uscirne.

  L’ingiustizia di una situazione sociale o di una condizione personale deve poter essere avvertita come tale in base ad elementi culturali socialmente condivisi nell’ambiente sociale di riferimento: questo significa che se ne deve acquisire  coscienza personale e sociale.  Nel lessico marxista si parla di coscienza di classe,  a proposito dell’acquisizione della realistica consapevolezza delle dinamiche sociali in cui si è coinvolti e dell’incidenza che esse hanno  nel produrre asservimento e sofferenza. Una condizione sociale deteriore può non essere sentita come ingiusta solo perché in società si ha la peggio, mentre altri gruppi hanno la meglio, con la conseguenza che non ci si lascia coinvolgere in processi per cambiarla ponendo rimedio alle proprie sofferenze, se non si sono interiorizzati elementi culturali, fatti non solo di narrazioni, ma anche di consuetudini e altre prassi, ad esempio constatando in base a fatti realizzati anche solo come principi di sviluppi ulteriori, che portino a sentirla come ingiusta. Lo stesso si può dire della condizione di pace che è sicuramente connotata anche  da elementi oggettivi che sono costituiti dalla minore o maggiore presenta, o addirittura assenza, di situazioni di conflitti latenti o aperti, addirittura esplosi in modo violento, ma, come tale,  come pace quindi, desiderata, pensata, progettata, organizzata, messa in pratica in ambiti via via più estesi, viene considerata solo in base a elementi culturali che la facciano sentire realmente una situazione pacificata. La conflittualità sociale   è manifestazione  tipica di tutte le società umane, che sono realtà in continua trasformazione e adattamento, di generazione in generazione ad esempio, o a seguito di spostamenti delle popolazioni o di mutamento dei costumi che vi si affermano,  come anche in  dipendenza delle stesse dinamiche conflittuali che le attraversano e delle relative dinamiche di potere, e ciò anche nelle situazioni considerate di pace.  Una condizione sociale avvertita come di pace è quindi compatibile con una certa conflittualità, soprattutto quando essa è stata assimilata culturalmente, proceduralizzata e ritualizzata come avviene ad esempio nelle dinamiche democratiche, in un contesto politico e istituzionale di stato di diritto.

 Quando una situazione sociale viene avvertita come pacifica  o non pacifica, e in base a che cosa la sua pacificità  o non pacificità viene avvertita come accettabile, desiderabile,  o non? Quando gli elementi culturali vissuti  nella società di riferimento e quindi anche interiorizzati la fanno considerare in un modo o in un altro.

  Anche la pace, come la giustizia, è una realtà sociale costruita, e prima che costruita anche immaginata, desiderata, progettata, sperimentata nel mentre si costruisce, e ciò a partire dalle realtà di prossimità, per poi estendere le prassi via  via più oltre, man mano che sembrino funzionare.

 Non si insisterà mai abbastanza sull’importanza dell’aspetto pratico  nei processi di pacificazione e di costruzione di corrispondenti situazione di giustizia, processi che sempre hanno tendenzialmente carattere progressivo per quel principio di non appagamento  che caratterizza l’esperienza umana, per cui, data una condizione, se ne può sempre pensare una migliore e allora anche la si desidera. La pratica nei processi di pacificazione e di organizzazione di corrispondenti situazione di giustizia è assolutamente essenziale  per l’interiorizzazione profonda  degli elementi culturali coinvolti nella costruzione sociale, e anche in quelli che riguardano pace e giustizia, anzi particolarmente in questi.

  Una forma di pace, con la correlata giustizia, deve poter essere sperimentata, vale a dire incarnata in un ambiente sociale, anche se molto  piccolo, come un piccolo gruppo, per potersi rivelare socialmente plausibile e quindi anche desiderabile, per chi si trova al suo esterno, e allora, ad un certo punto, constatandone la plausibilità e desiderandola, vi si lascia coinvolgere.

  E’ una dinamica che è riscontrata e  si riscontra, anche ai nostri giorni, agli inizi di tutti  i grandi movimenti sociali, come si è visto ad esempio nell’affermarsi mondiale del gandhismo, ma poi si ripropone anche nelle successive fasi espansive, che, se non comprendono anche pratiche sociali delle quali si possa fare esperienza viva e ravvicinata, in relazioni reali di prossimità, ma rimangono solo  a livello di narrazioni, difficilmente hanno successo duraturo.

 L’incubazione di ogni processo di pacificazione, con sviluppo della correlata giustizia,  richiede sempre di essere di essere caratterizzato da relazioni vitali, per indurne la replica per imitazione dei modelli proposti e visti come vissuti e quindi plausibili.

  Questo segna la via del pacifismo politico, che per sua natura è fenomeno collettivo che è efficace nella misura in cui riesce a espandersi coinvolgendo sempre più gente, fino a coalizzare una massa socialmente critica.

 La pace e la giustizia che si immagina di realizzare, a partire da situazione di conflitto e di ingiustizia o da situazioni di pace e di giustizia rispetto alla quali si pensa possibile progredire richiedono sempre  di esser inscenate realmente a partire da ambienti vitali di prossimità, in cui siano  possibili relazioni forti di fiducia e di rispetto dalla parola data e degli impegni personali presi, per potere ad un certo tipo affermarsi in società.

 E’ ciò che, appunto, accadde nello sviluppo, ancor oggi un po’ misterioso per la carenza di fonti affidabili, nei primi tre secoli della loro era, che non fu assolutamente travolgente né rapida, come talvolta si immagina, ma procedette proprio per quella via, provando e correggendosi, fino a riuscire a inscenare ciò che ad un certo punto riuscì a colpire potentemente l’emotività sociale, a far apparire plausibile ciò che veniva proposto e sperimentato, e anche ragionevole, in particolare a seguito dello sviluppo dei processi di mitopoiesi, i quali, lo ricordo sempre, sono essenziali nella costruzione sociale.

  La politica, la costruzione sociale, è una forma esigente di carità, e tutti sono chiamati a parteciparvi insegna la dottrina sociale dagli scorsi anni ’30 e la parola italiana carità  è usata, sulla scorta dell’antecedente latino, per rendere il senso della parola agàpe, che nel lessico neotestamentario è quella forma di convivenza che realizza la pace perfetta, perché esprime la perfetta giustizia.

 

νυνὶ δὲ μένει πίστις, ἐλπίς, ἀγάπη· τὰ τρία ταῦτα, μείζων δὲ τούτων ἡ ἀγάπη. -  Nynì dè ménei pístis, elpís, agápē; tà tría taûta, meízōn dè toútōn hē agápē. - Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

3. La rivolta sociale come reazione all’ingiustizia di cui si acquisti consapevolezza può essere causa di conflitti prevalentemente all’interno di uno stato.

  Nel campo dei rapporti internazionali è diverso e, in particolare riguardo a quei particolari conflitti che sono le guerre con impiego di forze armate. Non vi ha mai posto realmente la giustizia. Tutto dipende dalle dinamiche di potere fra blocchi sociali dominanti delle entità politiche che rivendichino sovranità. Esse poi sono mediate dagli elementi culturali che servono a quei blocchi sociali per far accettare le loro decisioni alle popolazioni che si trovino ad esser loro soggett.

 Si tratta di conflitti che sono ordinati solo dagli stati o, comunque, da organizzazioni pubbliche che rivendichino sovranità, e quindi dai blocchi dominanti che sono riusciti ad assumere il controllo degli organismi pubblici i quali, secondo rispettivi ordinamenti giuridici hanno il potere di ordinarle e riescono ad ottenergli obbedienza sociale.

  Perché si giunga ad ordinare una guerra occorre che quei blocchi dominanti prevedano di avvantaggiarsene in una misura talmente rilevante da essere conveniente nel bilancio con i rischi e le perdite che sempre conseguono a una attività pubblica del genere. Dalla metà del secolo scorso, nel mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale, nel quadro degli equilibri della deterrenza nucleare tra le maggiori potenze, si confida che chi ha il potere pubblico di ordinare una guerra si determini razionalmente, nel valutare quel bilancio, perché, altrimenti, potrebbe non prodursi quell’effetto di deterrenza. Finora, di fatto, quella fiducia è risultata ben riposta, ma, in realtà, le dinamiche di potere delle società umane mettono in gioco anche elementi irrazionali e mistici, le psicologie individuali dei potenti, fatti di psicologia sociale nei gruppi di governo, e, inoltre, la razionalità delle decisioni potrebbe essere insufficiente in certi frangenti storici nei quali le organizzazioni pubbliche dovessero disarticolarsi.

  In tempo di guerra, di solito i governi, e di riflesso i loro blocchi dominanti, ne risultano rafforzati all’interno degli stati of organizzazioni pubbliche con caratteristiche analoghe, perché vengono legittimati ad esercitare poteri sociali in varie materie, a motivo dell’emergenza in atto e dell’esigenza di decisioni tempestive, ad esempio in tema di ordine pubblico o di contingentamento delle risorse. Non di rado la decretazione d’urgenza in tempo di guerra esorbita dai normali limiti legali al potere normativo. Il consenso e l’obbedienza non mancano perché, durante eventi bellici, N misura maggiore o minore la società tende a compattarsi d a mostrarsi insofferente verso i dissenzienti. Le esigenze di guerra, soprattutto nei frangenti della nazione in armi, in cui tutto appare messo in questione e la propaganda bellica riesce a convincere che la vittoria dipende dalla strenua obbedienza di tutti pena il perire tutti, hanno storicamente giustificato provvidenze speciali per il benessere delle popolazioni, che hanno creato consenso e, a guerra finita, sono state prese a modello per la successiva legislazione di Welfare. È accaduto in Europa durante e dopo la Prima guerra mondiale e poi, analogamente, nell’altro conflitto mondiale e nel dopoguerra.

  Dunque per un blocco dominante in crisi di legittimazione politica, e per il suo ceto di governo, ordinare una guerra il cui esito possa realisticamente prevedersi vittorioso può apparire una buona strategia per risolvere i problemi politici interni.

 Inoltre, nel caso di vittoria in guerra, quando il nemico cada in tutto o in gran parte nelle mani del vincente, si possono avere benefici prettamente patrimoniali in termini di impossessamento di territori, con relative risorse naturali e industriali e forza lavoro a basso costo, o addirittura, come storicamente accaduto, schiava. Le guerre hanno avuto sempre, anche se non esplicitate, finalità di rapina, intorno alle quali in genere, dall’epoca moderna, si costruiscono di solito narrazioni giustificatrici, a differenza di ciò che accadeva di solito nei tempi antichi.

  Il problema naturalmente è che, come sempre avvertono, di solito inascoltati,  gli studiosi di strategia bellica e sanno bene i militari di professione veterani, l’esito di una guerra, e specialmente di quelle totali combattute nell’era contemporanea, è sempre incerto, e quindi le relative valutazioni di convenienza di chi ha ordinato la guerra lasciano sempre il tempo che trovano.

 È il caso della fase della guerra russa contro l’Ucraina  iniziata con l’ordine del Presidente della Federazione russa del febbraio 2022 di invadere su più fronti, in particolare dalle frontiere settentrionali e orientali, complessivamente su linee di avanzamento assai estese, il territorio ucraino. Con il senno del poi è evidente che il regime russo non valutò bene, realisticamente, le capacità di resistenza militare degli ucraini, i quali, dal 2014, dopo l’invasione russa di Crimea e Donbass, e con l’aiuto degli Occidentali, ma anche con risorse proprie avendo una elevata  capacità di sviluppo di tecnologie militari molto sofisticate, avevano riorganizzato le forze armate con criteri molto avanzati e si erano dotati di sistemi d’arma rivelatisi letali per gli invasori russi, fin dalle prime fasi dell’invasione del 2022.

  Solo di recente la dottrina sociale cattolica ha iniziato a mettere in questione il potere di organismi statali di ordinare una guerra, definendone l’esercizio peccaminoso da parte dei governi, mentre non aveva mai avuto analoghe remore a condannare le rivolte violente delle vittime di ingiustizie sociali, anche molto gravi. Teologicamente ci si è rifatti al l’interpretazione tradizionale del capitolo 13 della lettera di Paolo ai Romani, secondo la quale l’autorità pubblica è data da Dio.

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PROMPT: In circa dieci righe sintetizza il contenuto del capitolo 13 della lettera di San Paolo ai Romani, la teologia sul potere che vi é stata costruita sopra e la teologia sviluppata su di esso da Karl Barth

 

RISULTATO: Romani 13,1-7 esorta ogni persona a sottomettersi alle autorità costituite, poiché “non c’è autorità se non da Dio”: il magistrato porta la spada come ministro di Dio per punire il male, e per questo si pagano i tributi. Seguono il comandamento dell’amore come pienezza della Legge (13,8-10) e l’appello escatologico a vegliare, “perché la notte è avanzata, il giorno è vicino” (13,11-14).

Su questo testo si è costruita la teologia classica della legittimazione del potere: da Agostino alla dottrina medievale delle “due spade”, fino a Lutero (dottrina dei due regni) e alle teorie del diritto divino dei sovrani. Il passo è servito storicamente a fondare l’obbedienza civile come dovere religioso, con esiti anche problematici — si pensi all’uso fattone dai “Cristiani tedeschi” sotto il nazismo.

Barth rovescia questa lettura: nel Römerbrief (1919/1922) interpreta la sottomissione non come sacralizzazione dello Stato ma come “grande disturbo” — l’autorità è relativizzata perché ogni potere umano sta sotto il giudizio di Dio; la sottomissione è rinuncia alla rivoluzione come pretesa di instaurare noi il Regno, non approvazione dell’ordine esistente. Più tardi, in Rechtfertigung und Recht (1938) e nella Dichiarazione di Barmen (1934), Barth fonda cristologicamente lo Stato: esso appartiene all’ordine della redenzione, è “servizio” limitato, e proprio per questo la Chiesa deve resistergli quando pretende totalità.

 

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  A lungo nella dottrina sociale cattolica si è ritenuto, fermo restando il potere del Magistero di condannare, prescindendo da uno specifico conflitto bellico, le guerre e ciò che comportano, che il potere degli stati di ordinare una specifica guerra, fossero quegli stati monarchie, sacralizzate o non secondo la religione cattolica, autocrazie di vario segno, democrazie come gli Stati Uniti d’America, rientrasse nella loro sovranità e, come tale, che gli organismi di governo degli stati che quella decisione avevano preso non potessero essere direttamente posto in questione dalle gerarchie ecclesiastiche, ciò che avrebbe comportato per queste ultime entrare nel conflitto bellico, ma che si potessero solo proporre mere raccomandazioni e anche proposte concrete di risoluzione e dei conflitti su base etico-religiosa, al modo in cui il papa Pio dodicesimo fece il 24 agosto 1939 nel suo storico Messaggio ai governanti  e ai popoli della Terra in costanza di grave rischio di guerra, che effettivamente esplose qualche giorno dopo.

 Il 1 gennaio 1968, l’arcivescovo di Bologna cardinale Giacomo Lercaro, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano secondo, nell’omelia svolta nella prima Giornata mondiale della pace criticò da un punto di vista religioso i feroci bombardamenti a tappeto statunitensi sulla popolazione del Vietnam del Nord. Lo fece richiamandosi al magistero sulla guerra e sulla pace del papa Paolo sesto, il quale l’anno precedente aveva istituito la Giornata mondiale della pace. Ciònonostante, nel giro di poche settimane la Santa Sede indusse il cardinale a presentare le dimissioni adducendo inesistenti motivi di salute. Ne ha scritto con grande accuratezza storica e abbondanza di riferimenti documentali, Alberto Melloni, Rimozioni.Lercaro 1968, Il Mulino 2019, anche in formato Kindle e eBook, al quale mi riporto integralmente.

  Il documento in cui mi pare quell’orientamento iniziò a mutare fu la storica enciclica Il centenario – Centesimus annus, del 1991, nell’anniversario dei cento anni dal primo documento della dottrina sociale contemporanea, la Delle novità – Rerum novarum, in cui il papa Giovanni Paolo 2^ sviluppò una precisa condanna dei regimi storici marxisti-leninisti dell’Europa orientale che si erano dissolti nei mesi precedenti. Questa tendenza, riferita a regimi ancora egemoni, si riscontra nel magistero di papa Francesco e, in modo eclatante, in quello del papa Leone quattordicesimo, il quale di recente ha duramente criticato minacce di guerra totale di annientamento rivolte dal presidente statunitense Donald Trump al popolo iraniano, invitando i suoi concittadini a rivolgersi ai propri parlamentari perché premessero su Trump perché le minacce non fossero portate a segno.

  Quando la guerra ha cominciato a divenire un problema politico in sé, come male in sé, sempre, dovunque, contro chiunque si combatta, una colpa per chi la ordina e una ingiustizia per chi quell’ordine subisce, o perché chiamato a ubbidirvi o perché vittima  della violenza che nella guerra è sempre implicata, e tali sono sempre  i combattenti, da qualsiasi parte del fronte combattano, quando hanno la peggio, e sempre vi è qualcuno che ha la peggio da una parte e dall’altra del fronte, a prescindere di come vadano a finire le cose?

  E’ proprio allora che è nato il pacifismo in senso contemporaneo, per il quale, appunto, le guerre costituiscono un problema in sé, proprio in quanto guerre, e un problema politico in sé,  in quanto tali; non solo quindi una questione etica o religiosa, o relativa alle scelta di quando, in che circostanze concrete, per quali motivi,  come, contro chi ordinarle e combatterle, ma un male in sé, e quindi un problema in sé,  da prevenire, contrastare e risolvere politicamente, vale a dire influendo sul governo delle società che, nelle decisioni inerenti alle guerre, quindi nel progettarle, organizzarle, farne proaganda, ordinarle, resistervi, e come  e quando e fino a quando, sono coinvolte.

  Essere pacifisti significa voler agire politicamente per la costruzione della pace sociale, in tutte le sue dimensioni, ma, con un particolare impegno e una particolare forza contestando, ripudiando, prevenendo, contrastando apertamente l’ordine pubblico di mobilitazione bellica emanato dagli organismi pubblici che se lo rendono lecito rivendicando sovranità. E contrastare le guerre è senz’altro lo sforzo più duro e rischioso per il pacifista, appunto perché si tratta di opporsi ad un esercizio di sovranità e sovranità significa non accettare limiti al proprio potere che non siano quelli che, nell’esercizio della sovranità, si decide di imporsi, salvo revocarli sempre come manifestazione si sovranità. Guerra  deve intendersi solo il conflitto armato ordinato ad una popolazione soggetta ad un potere pubblico il quale rivendichi sovranità dagli organismi che, secondo l’ordinamento giuridico di riferimento, hanno il potere di ordinarlo, mobilitando quella popolazione per la guerra. Un potere è pubblico quando chi lo subisce non può esimersi dall’obbedirvi qualora sia esercitato nel rispetto delle procedure e per le finalità previste nell’ordinamento giuridico di riferimento.  Un potere si manifesta sovrano  quando rivendica di essere libero da qualsiasi limite, salvo quelli che esso stesso ritenga di istituire e imporre ai propri organismi, anche a quelli di vertice, e nella misura in cui riesca anche a rendere effettiva questa pretesa. E’ la pretesa  di sovranità che veramente connota un potere sovrano, e se un potere accetta limiti, qualsiasi limite che non riguardi il mito,  non lo è realmente più; l’effettività di quella pretesa è invece un fattore contingente, ogni potere sovrano, conformemente alla legge generale dei poteri sociali, cerca di accrescerla, all’interno della società di riferimento e verso l’esterno, nel confronto con poteri che manifestano la medesima pretesa, ma non ne viene connotato, se non quando scenda sotto una certa soglia e riveli l’acquiescenza ad altri poteri sovrani.

   In regime di stato di diritto, ogni potere, e in particolare ogni potere pubblico, anche quelli di vertice, ha limiti legali, ma ciò non lede la pretesa di sovranità che a vertice venga manifestata, perché si tratta di limiti imposti dal medesimo potere che rivendica sovranità, e sono dunque essi stessi manifestazione di sovranità, perché rimangono nella disponibilità  del potere che si manifesti sovrano.

 Quando ci si trovi soggetti ad un ordine di mobilitazione bellica, perché il potere sovrano ha deciso la guerra, non c’è modo legale di opporvisi e la pretesa di sovranità in quell’ordine si esprime nel suo aspetto più ampio, pervasivo, intrusivo, duro, fatale, implicando la decisione sulla vita e la morte delle masse, e anche solo il prospettare il rifiuto di obbedirgli per il caso che venga impartito non è ammesso da un potere sovrano, e, in genere, è sanzionato come crimine politico. Ma, appunto, il pacifismo contemporaneo, con un connotato fortemente politico oltre che etico  si propone di opporvisi fin da quando si è nelle fasi in cui, come quella che si sta vivendo ai nostri giorni in Europa, negli stati non dichiaratamente belligeranti, in cui semplicemente si discuta in sede politica dell’esercizio del potere di ordinare la guerra, manifestando apertamente di non volere in nessun caso prestarvi obbedienza o collaboravi in qualsiasi modo. E questa è la forma più efficace di pressione politica del pacifismo, perché colpisce la sovranità di un potere che la rivendica, negandogliela quanto al potere di mobilitazione bellica.

 Il potere di ordinare una guerra è ancora considerato una delle principali manifestazioni della sovranità e questo rende chiaro perché il pacifismo risulti sempre  inviso ai poteri che la rivendichino, e ai tempi nostri si tratta in genere degli stati, delle confederazioni, unioni o federazioni di stati, lo stato essendo una costruzione politica della modernità, e comunque delle altre organizzazioni politiche che, nei rapporti internazionali, vengano riconosciute come interlocutrici degli stati. Ma anche alle forze sociali che quei poteri che rivendichino sovranità organizzino e sorreggano, vale a dire di ciò che possono essere considerati i blocchi dominanti  in un sistema politico, che comprendono organismi che operano nell’economia, nelle istituzioni politiche, nell’animazione sociale e politica e nella produzione culturale. I blocchi dominanti  sono tali perché giungono a controllare gli organismi politici pubblici ai quali l’ordinamento di riferimento attribuisce l’esercizio della sovranità, compreso il potere di ordinare la guerra.

  In questo contesto si comprende la posizione storica degli apparati ecclesiastici cattolici in materia del potere di ordinare la guerra che è quella che viene definita diplomatica perché, essendo storicamente la Santa Sede uno degli organismi che rivendicano sovranità e che l’hanno avuta e l’hanno riconosciuta nell’ordinamento internazionale, a prescindere dalla sua configurazione come stato, che non è propria della Chiesa cattolica e dei suoi organismi di vertice, chiamati nel complesso Santa Sede,   e nemmeno, a ben vedere, della Città del Vaticano, l’entità territoriale attribuita alla Santa Sede come espressione della sua sovranità che non è mai definita stato, nel Trattato che l’istituì nel 1929, riconosce  e rispetta  la pretesa di sovranità degli altri ordinamenti sovrani, perché questa è la condizione per interloquire con essi, ad esempio per scambiarsi ambasciatori.

 Si dice che una cosa è la diplomazia  e altra è la dottrina, ma in realtà è facile constatare che, di fatto, la posizione dottrinale è stata (fino all’enciclica La magnifica umanità dello scorso maggio) conforme a quella diplomatica e, a ben vedere, non sarebbe potuto esservi contrasto, perché criticare specifiche manifestazione di sovranità di un’entità sovrana avrebbe immediatamente avuto riflessi diplomatici, come li ebbe negli anni tra il 1870 e il 1913, in cui la Santa Sede contestò la guerra che il Regno d’Italia gli aveva mosso nel 1870 e la conseguente soppressione del suo regno territoriale nel centro Italia con capitale Roma. Per risolvere quella crisi diplomatica, ma anche dottrinale, perché alla gente cattolica fino al 1913 fu vietata, perché considerata un peccato grave, mortale (anche se non furono previste specifiche sanzioni canoniche), la partecipazione alle elezioni politiche nazionali nel Regno d’Italia, ciò che segnò profondamente lo sviluppo della democrazia italiana.

 In definitiva, il pacifismo, per questioni di sovranità,  fu a lungo inviso anche alla gerarchia cattolica e questo spiega perché né la Santa Sede né l’Arcivescovo di Firenze intervennero in difesa di Lorenzo Milani quando egli venne tratta a giudizio penale per la lettera aperta ai cappellani militari in cui aveva difeso la dignità etica e politica dell’obiezione di coscienza al servizio militare.  E spiega anche perché la Santa Sede indusse l’Arcivescovo di Bologna, dopo la sua omelia del 1 gennaio 1968 in cui aveva criticato da un punto di vista religioso i bombardamenti statunitensi sul Nord Vietnam, a dimettersi con una motivazione, che, come ha argomentato Alberto Melloni nel suo Rimozioni. Lercaro 1968, Il Mulino 2019, risulta un mero pretesto, al quale tuttavia l’Arcivescovo si piegò per obbedienza gerarchica.

  Nel contrasto politico pacifista alle politiche belliche del proprio stato, bisogna mettere in conto, dunque, la resistenza sia delle autorità pubbliche istituite in quello stato sia di quelle dell’apparato ecclesiastico cattolico, il che, per una persona cattolica, complica le cose. Fino all’enciclica La magnifica umanità che ha dichiarato superati i tradizionali criteri in base ai quali una guerra poteva essere ritenuta giusta, in questo modo definendo ingiuste tutte le guerre, la dottrina in materia di guerra giusta  era che la decisione se, in concreto, una guerra lo fosse o non era demandata alle autorità legittime dell’ordinamento di riferimento, alle quali i loro sudditi dovevano prestare obbedienza, salvo il caso di ingiustizia manifesta, e in questo modo, pur partecipando ad una guerra oggettivamente ingiusta dal punto di vista dell’etica religiosa, non facevano peccato. Perché, si argomentava (e ancora si argomenta, richiamando in particolare il capitolo 13 della lettera di san Paolo ai Romani), l'autorità pubblica viene da Dio; e, si aggiungeva sulla scia del pensiero di  sant'Agostino, essa è necessaria perché gli uomini sono inclini al male e vanno tenuti a freno.

  Quando si è in rotta di collisione con pretese di sovranità, pubbliche o ecclesiastiche, l’azione politica si fa molto dura, tanto più dura quanto più i blocchi dominanti attribuiscono importanza ad una decisione bellica che il pacifismo contesta, perché, ad esempio, si ritengono minacciati dall’aggressività di un altro potere sovrano e che non vi sia più spazio per la diplomazia, e quindi si rischi di perdere la propria effettività di  sovranità in tutto o in parte, o perché non prendere posizione in favore di un potente alleato che si sia deciso per la guerra possa avere ritorsioni da parte di quell’alleato, o perché non muovendo guerra si perda l’occasione storica per conseguire tanti e tali vantaggi da giustifica le perdite che inevitabilmente una guerra comporta. E allora, quando viene messa in questione la sovranità, un potere, e il blocco dominante che lo organizza e sorregge, mettono in campo tutto quello che hanno e su tutti i fronti sociali, a partire da gettare discredito sul pacifista, cercando di proscriverlo, vale a dire di metterlo al bando, condannarlo in modo radicale come vile, furbo, fesso, colluso con il nemico. E’ proprio quello che si dice e si scrive dei pacifisgi sui più importanti mezzi di comunicazione di massa italiani in questa triste vigilia di un’estensione, che appare ormai fatale, della feroce guerra che dal 2014 è in corso in Ucraina.

 Al precedente n.2 si sono esaminate alcune strategie sociali di pacificazione. Ad esse, quando sono in gioco questioni di sovranità, occorre aggiungere quelle che la dottrina gandhiana, della quali in Italia Aldo Capitini è stato uno dei maggiori apostoli, raccomanda in quei frangenti, vale a dire principalmente l’obiezione di coscienza a tutto campo che vuol dire il prospettare il  rifiuto di prestare collaborazione al male, e quindi alla mobilitazione bellica, e poi, quando l’ordine di mobilitazione bellica malauguratamente giunga, l’agire di conseguenza. In Italia la legge n.772 del 1972 regola l’obiezione di coscienza al servizio militare armato, che quindi, nei limiti di quella legge, non è più considerata un crimine.

 Queste forme di pressione e agitazione di massa basate sulla disobbedienza civile contro la mobilitazione bellica, in tutte le sue forme, fin suoi esordi, nella specie prospettando, minacciando, ma anche se occorre esercitando, il rifiuto di obbedire come volontà di non collaborazione al male, furono esercitate dopo il settembre 1943 in Italia per opporsi alla leva militare ordinata dalla nuova Repubblica fascista mussoliniano, e, più di recente, negli Stati Uniti d’America, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, rifiutando la chiamata alle armi per le guerre americane in Indocina. In quest’ultimo caso si riconosce, in genere, fra gli storici che si sono occupati di quel periodo, che esse furono molto efficaci, unitamente ad altri fattori, nel determinare il governo statunitense a porre fini a quei conflitti, intavolando negoziati, che condussero, infine, al ritiro (in certe fasi disastroso9 dei contingenti statunitensi in Vietnam e Cambogia.

  Si tratta di agitazioni che sono apprezzate quando vengono realizzate dalle popolazioni soggette a regimi considerati nemici (e non  solo per questo, come nel caso della gente russa rispetto alle istituzioni di governo della Federazione russa, nemiche   esse stesse) in relazione a conflitti latenti o esplosi, ma per nulla quando vengono inscenate dalla proprie popolazioni. In contesti democratici e di stato di diritto esse possono rivelarsi particolarmente efficaci nei confronti del proprio governo perché possono far aumentare considerevolmente i costi economici, sociali, e morali della guerra, dei quali il regime che si proponga di ordinare la mobilitazione bellica o stia già conducendo una guerra deve, prima  poi, rendere conto, potendo risultare sconfitto all’esito di elezioni politiche, ib base al bilancio negativo che l’opinione pubblica compia tra perdite subite e rischi che si corrono e i vantaggi conseguiti o promessi nelle dinamiche belliche.

 Con quelle forme di pressione si esce dal contesto delle critiche  meramente ideali o etiche e si passa a vie di fatto, contestando la sovranità del regime che intenda dare o abbia già dato l’ordine di mobilitazione bellica. La reazione di quel regime può essere durissima, come sempre accade nelle questioni in cui le popolazione si ribellano alla sovranità del regime che pretenda di esercitarle, e anche letale in contesti autocratici e autoritari, come ve ne sono ancora anche nel mondo contemporaneo.

 Se si segue la dottrina non violenta gandhiana, è necessario che il rifiuto di obbedienza  a politiche giudicate in coscienza inaccettabili in quando malvagie sia di massa, collettivo, aperto, plateale, manifestandosi i disobbedienti disposti a subirne le conseguenza  senza resistervi che con il rifiuto di obbedienza e mai  con la violenza. Questo richiede uno sviluppo culturale assai elevato nelle popolazioni, facendo costruzione sociale come precedentemente indicato al n.2  e in questo religioni che considerino un importante valore quello della pace possono essere d’aiuto. Rimane fondamentale, come nell’esperienza politica di Gandhi la pratica e l’esempio, con i potenti elementi emotivi che vi sono implicati. Dimostrandosi  nei fatti personalmente e socialmente  non violenti rende la nonviolenza plausibile, non meramente utopica.

 L’obiezione di coscienza pacifista deve quindi  necessariamente andare oltre il fatto individuale, personale, dell’avversione all’uso delle armi e farsi fatto politico disarmante, collettivo, innanzi tutto cultura, e cultura contro la guerra, ogni guerra, in quanto tale e, essendo ogni guerra ingiusta,  deve iniziare con il disarmare le coscienze, come si legge nell’enciclica La pace in terra  - Pacem in terris del 1963:

 

Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità.

 

 agendo anche politicamente come si legge nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026:

 

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana.  Se infatti il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori,  a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone tredicesimo nell’Enciclica [Delle novità] Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi ( Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata ( Prov 18,19)».

 

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H

Ancora sulla giustizia

 

  Una delle più sconvolgenti acquisizioni delle scienze contemporanee è che percepiamo il mondo come la nostra mente lo ricostruisce, ma la mente si inganna. Approfondendo criticamente si può migliorare l’affidabilità delle ricostruzioni. Questo processo è sempre un prodotto sociale. Ogni acquisizione conoscitiva si afferma socialmente e così si fa strada nei paradigmi che reggono gli ordinamenti sociali. È affidabile fin tanto che funzioni in quel senso. Le dinamiche sociali contribuiscono a plasmarla e la sua plasticità è condizione della sua durata come paradigma sociale. Questo vale in particolare nel campo del diritto.

  Se immaginiamo la pace, intesa come situazione  di coesistenza tra ordinamenti sovrani, quindi entità pubbliche che non riconoscono poteri sopra di sé su un certo territorio e sulla popolazione caduta in loro dominio, come risultato di una giustizia in senso legale,cioè del mantenimento di un ordine statico voluto da una legge, affermiamo una cosa contraddetta sempre dalla storia come sinora la conosciamo e accettiamo secondo i criteri correnti di affidabilità.

  Parliamo di diritto quando, in relazione ad un determinato contesto sociale, più o meno esteso ma comunque idealmente delimitabile, si cercano le regole dei casi della vita che vi si sono affermate per ricavarne un sistema in base al quale stabilire, nelle controversie  riguardo ad analoghi casi della vita, quale sia lo ius, il diritto inteso come giustizia di quel caso, vale a dire ciò che corrisponde agli usi affermatisi nella società di riferimento.

  La pratica della giurisprudenza, la grandiosa conquista culturale e sociale che dall’antichità greco-romana si prolunga fino ai nostri giorni e interessa ormai tutto il mondo degli umani, ha dimostrato che risultati affidabili nel campo del diritto si hanno solo quando si applica anche, nella fase applicativa, il criterio dell’equità nel definire lo ius, che significa tener conto delle particolarità del caso concreto: in questo senso la giurisprudenza ha sempre anche carattere creativo del diritto. L’equità, concetto sul quale i giuristi canonisti hanno sviluppato un grandioso sistema di pensiero, è la condizione dell’affidabilità di una sentenza giuridica. Questo vale anche nel diritto internazionale, dove in genere le controversie non vengono portate davanti ad un giudice, riguardando ordinamenti sovrani, se non nei ristretti limiti in cui quegli ordinamenti accettano di mitigare la loro pretesa di sovranità.

  L’affidabilità di una decisione che riguarda più parti che controvertono è la condizione della pace sociale. Storicamente, nelle relazioni internazionali, tale affidabilità non è mai conseguita dal puro e semplice rifarsi agli usi preesistenti senza tener conto del caso concreto nella fase applicativa.

  La via della pace, in caso di controversia, non è mai stata quella del ripristino di una legalità violata e, anzi, perseguire solo questo intento è la via sicura per non avere mai pace. Questo però va contro il cosiddetto senso comune, ciò che appare superficialmente, ma che è un’immagine ingannevole.

  Mantenere la regione di Bolzano  nel dominio italiano, secondo il Trattato di pace tra Austria e Italia del’47, concluso sulla base dell’accordo Gruber/De Gasperi dell’anno precedente, non fu il ripristino di una legalità violata. Nel 1915 il Regno d’Italia, legato fino ad allora da un trattato con l’Austria che escludeva che uno dei contraenti entrasse in alleanze dirette contro l’altro, improvvisamente si alleò con Francia, Russia  e Gran  Bretagna e attaccò l’Austria e, concluso l’armistizio (!), invase la regione di Bolzano, di cultura e lingua austriaca, che durante la guerra non era riuscito a conquistare. Durante il regime fascista la popolazione di lingua e cultura austriaca della provincia di Bolzano fu poi duramente vessata.   Tuttavia, tra cristiano-democratici, alla fine della Seconda guerra mondiale, si raggiunse  un accordo di equità, nell’interesse delle rispettive popolazioni, garantendo parità di diritti, diritto a usare la lingua tedesco-austriaca, a ripristinare i cognomi austriaci, parità nell’accesso agli uffici pubblici e in avanzato statuto di autonomia locale. Questo, non subito ma nel giro di qualche decennio, finì per radicare la pace sociale. Questo oggi è divenuto ius in quel territorio.

 

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I

Genesi ed evoluzione della guerra 2014\AG2026 tra Ucraina e Federazione Russa.

Nota: le informazioni utilizzate per redigere il testo che segue derivano integralmente da fonti reperite sul WEB. Per la verifica critica dell’affidabilità storica dei testi che avevo prodotto mi sono servito di sistemi intelligenti LLM chatbot ChatGPT  e Claude,  e in particolare di loro diversi modelli a secondo della complessità dei prompt.

 

 Il documento di Gianfranco mantiene il riferimento storico alla guerra in corso dal 2022 in Ucraina, tra l’Ucraina e la Federazione russa, nella quale in questi anni sono risultate coinvolte anche N.A.T.O. e Unione Europea.

  E’ bene ricordare la genesi e lo sviluppo del conflitto.

  L’8 dicembre 1991, l’Ucraina, dichiaratasi  indipendente a seguito dello scioglimento dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (URSS) in cui era integrata in un particolare contesto federale in cui la Costituzione federale all’art. 17 riconosceva comunque il diritto della Repubblica alla secessione,  caratterizzato dall’unità ideologica e funzionale di tutti gli organismi dello stato sotto la direzione del Partito comunista bolscevico dell’URSS, costituì, con l’Accordo di Minsk – Belaveža (Bielorussia), unitamente alle nuove Federazione russa e  Repubblica Bielorussia, la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), una organizzazione intergovernativa per la cooperazione politica ed economica che non prevedeva trasferimenti di sovranità a organismi comunitari.  

 Il 21 dicembre 1991 alla CSI aderirono altri stati resisi indipendenti dopo lo scioglimento dell’URSS: Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Tazikistan, Turkmenistan, Uzbekistan.

 A quell’epoca non esisteva ancora l’Unione Europea, costituita con il Trattato di Maastricht, concluso il 7 febbraio 1992 ed entrato vigore il 1 novembre 1993. Il modello della CSI richiamava quello delle Comunità Economiche Europee esistenti all’epoca della sua costituzione e ne differiva perché istituiva  una cooperazione meno intensa e soprattutto perché non si proponeva di procedere verso la cessione di sovranità ad organismi sovranazionali e, in prospettiva più lontana, alla costituzione di uno stato federale. Richiamava anche il modello del Commonwealth  britannico.

 La Comunità degli stati indipendenti esiste ancora. Si basa su una serie di trattati.

  L’Ucraina, pur essendo uno degli Stati fondatori della Comunità degli Stati Indipendenti, non ne ratificò mai lo statuto. Dal 2014 ridusse progressivamente la propria partecipazione alla Comunità e nel 2018 cessò di partecipare ai suoi organi statutari. Nel 2023 si ritirò dall’accordo istitutivo dell’Assemblea interparlamentare della CSI e nel marzo di quest’anno dispose la cessazione della propria partecipazione a 87 trattati conclusi nell’ambito della CSI.

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COSTITUZIONE (LEGGE FONDAMENTALE) DELL’UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE

Approvata dall’VIII Congresso (straordinario) dei Soviet dell’URSS il 5 dicembre 1936 (detta di Stalin)

 

costituzione_finale

 

1. L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è uno Stato socialista di operai e di contadini.

2. La base politica dell’URSS è costituita dai Soviet dei deputati dei lavoratori, sorti e consolidatisi in seguito al rovesciamento del potere dei proprietari fondiari e dei capitalisti e alla conquista della dittatura del proletariato.

3. Tutto il potere nell’URSS appartiene ai lavoratori della città e della campagna, rappresentati dai Soviet dei deputati dei lavoratori.

[…]

13. L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è uno Stato federale, formato sulla base dell’unione volontaria, a parità di diritti, delle seguenti Repubbliche Socialiste Sovietiche:

Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa;

Repubblica Socialista Sovietica Ucraina;

[…]

17. Ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS.

18. Il territorio delle repubbliche federate non può essere modificato senza il loro consenso.

[…]

126. In conformità con gli interessi dei lavoratori e allo scopo di sviluppare 1’autonomia organizzativa e l’attività politica delle masse popolari, è assicurato ai cittadini dell’URSS il diritto di unirsi in organizzazioni sociali: sindacati, consorzi cooperativi, organizzazioni della gioventù, organizzazioni sportive e di difesa, associazioni culturali, tecniche e scientifiche, mentre i cittadini più attivi e più coscienti provenienti dalle file della classe operaia e da altri strati di lavoratori si riuniscono nel Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS, che è il reparto d’avanguardia dei lavoratori nella loro lotta per il consolidamento e lo sviluppo del regime socialista, e che rappresenta il nucleo direttivo di tutte le organizzazioni dei lavoratori, sia sociali che statali.

[…]

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Accordo sull’istituzione della Comunità degli Stati Indipendenti (MinskBelaveža, 8 dicembre 1991)

 

https://eccis.org/en/page/176?utm_source=chatgpt.com

 

Noi, la Repubblica di Bielorussia, la Federazione Russa (RSFSR) e l’Ucraina, in quanto Stati fondatori dell’URSS, firmatari del Trattato di Unione del 1922, di seguito denominati Alte Parti Contraenti, dichiariamo che l’URSS, in quanto soggetto di diritto internazionale e realtà geopolitica, cessa di esistere.

 Sulla base della comunità storica dei nostri popoli e dei legami che si sono sviluppati tra di essi, tenendo conto dei trattati bilaterali conclusi tra le Alte Parti Contraenti,

-impegnati a costruire stati democratici governati dal diritto,

-intenzionati a sviluppare le loro relazioni sulla base del riconoscimento reciproco e del rispetto della sovranità statale, del diritto inalienabile all’autodeterminazione, dei principi di uguaglianza e di non ingerenza negli affari interni, della rinuncia all’uso della forza, di qualsiasi mezzo di pressione economica o di altro genere, della risoluzione delle controversie con mezzi conciliativi e di altri principi e norme generalmente riconosciuti del diritto internazionale,

-considerando che l’ulteriore sviluppo e rafforzamento delle relazioni di amicizia, buon vicinato e cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra i nostri stati risponde agli interessi nazionali fondamentali dei loro popoli e serve la causa della pace e della sicurezza,

-riaffermando il loro impegno verso i fini e i principi della Carta delle Nazioni Unite, dell’Atto finale di Helsinki e degli altri documenti della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa,

-impegnati a osservare le norme internazionali generalmente riconosciute del diritto umano e dei popoli. Diritti,

hanno convenuto quanto segue:

 

Articolo 1

Le Alte Parti Contraenti costituiscono la Comunità degli Stati Indipendenti.

Articolo 2

Le Alte Parti Contraenti garantiscono ai propri cittadini, indipendentemente dalla nazionalità o da altre differenze, pari diritti e libertà. Ciascuna delle Alte Parti Contraenti garantisce ai cittadini delle altre Parti, nonché agli apolidi residenti sul proprio territorio, indipendentemente dalla nazionalità o da altre differenze, i diritti e le libertà civili, politici, sociali, economici e culturali in conformità con le norme internazionali generalmente riconosciute in materia di diritti umani.

Articolo 3

Le Alte Parti Contraenti, desiderose di promuovere l’espressione, la conservazione e lo sviluppo dell’identità etnica, culturale, linguistica e religiosa delle minoranze nazionali che abitano i loro territori e delle regioni etnoculturali uniche che si sono sviluppate, le prendono sotto la propria protezione.

Articolo 4

 

Le Alte Parti Contraenti svilupperanno una cooperazione equa e reciprocamente vantaggiosa tra i loro popoli e Stati nei settori della politica, dell’economia, della cultura, dell’istruzione, della sanità, della tutela ambientale, della scienza, del commercio, degli aiuti umanitari e in altri ambiti, promuoveranno un ampio scambio di informazioni e rispetteranno coscienziosamente e rigorosamente gli obblighi reciproci.

 Le Parti ritengono necessario concludere accordi di cooperazione nei settori specificati.

Articolo 5

 Le Alte Parti Contraenti riconoscono e rispettano reciprocamente l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini esistenti all’interno del Commonwealth.

 Garantiscono frontiere aperte, libertà di movimento dei cittadini e trasferimento di informazioni all’interno del Commonwealth.    

Articolo 6

 Gli Stati membri del Commonwealth coopereranno per garantire la pace e la sicurezza internazionali, attuando misure efficaci per ridurre gli armamenti e le spese militari. Si impegneranno per eliminare tutte le armi nucleari e per raggiungere un disarmo generale e completo sotto uno stretto controllo internazionale.

 Le Parti rispetteranno reciprocamente l’aspirazione a raggiungere lo status di zona denuclearizzata e di Stato neutrale.

 Gli Stati membri del Commonwealth si impegnano a preservare e sostenere, sotto un comando unificato, uno spazio militare-strategico comune, compreso il controllo unificato sulle armi nucleari, la cui procedura di attuazione sarà regolata da un accordo speciale.

 Si impegnano inoltre a garantire congiuntamente le condizioni necessarie per il dispiegamento, il funzionamento e il supporto materiale e sociale delle forze armate strategiche. Le Parti si impegnano a perseguire una politica coordinata in materia di protezione sociale e previdenza pensionistica per il personale militare e le loro famiglie.

Articolo 7

Le Alte Parti contraenti riconoscono che rientrano nell’ambito delle loro attività comuni, attuate su base paritaria attraverso le istituzioni di coordinamento comuni del Commonwealth, i seguenti ambiti:

- coordinamento delle attività di politica estera;

- cooperazione nella formazione e nello sviluppo di uno spazio economico comune, dei mercati paneuropei ed eurasiatici, nel settore della politica doganale;

- cooperazione nello sviluppo dei sistemi di trasporto e comunicazione;

- cooperazione nel settore della protezione ambientale, partecipazione alla creazione di un sistema internazionale globale di sicurezza ambientale;

- questioni relative alla politica migratoria;

- lotta alla criminalità organizzata

- coordinamento delle attività di politica estera;

- cooperazione nella formazione e nello sviluppo di uno spazio economico comune, dei mercati paneuropei ed eurasiatici, nel settore della politica doganale;

- cooperazione nello sviluppo dei sistemi di trasporto e comunicazione;

- cooperazione nel settore della protezione ambientale, partecipazione alla creazione di un sistema internazionale globale di sicurezza ambientale;

- questioni relative alla politica migratoria;

- lotta alla criminalità organizzata.

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  E’ importante notare, nell’accordo di Minsk -  Belaveža istitutivo della Comunità degli Stati Indipendenti,  il richiamo all’impegno verso i fini e i principi della Carta delle Nazioni Unite, dell’Atto finale di Helsinki e degli altri documenti della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.

Al tempo in cui l’Ucraina era integrata nell’URSS, la Crimea fu trasferita dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina il 19 febbraio 1954, con un decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS. Il trasferimento fu poi approvato con una legge del Soviet Supremo dell’URSS il 26 aprile 1954, che modificò gli articoli costituzionali relativi ai territori delle due repubbliche. Nella motivazione dei provvedimenti di trasferimento territoriale tra le due repubbliche dell’URSS, vennero richiamati la contiguità territoriale, i legami economici e culturali tra la Crimea e l’Ucraina, nonché il trecentesimo anniversario dell’accordo di Perejaslav del 1654, che la storiografia sovietica interpretava come la fonte della  riunificazione dell’Ucraina con la Russia. Nikita Chruščëv era allora, dal 1953, dopo la morte di Stalin,  primo segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica e come tale era la più potente autorità politica dell’Unione. Egli aveva legami politici particolarmente stretti con l’Ucraina, dove aveva ricoperto importanti incarichi di partito e di governo. Si ritiene che questo abbia avuto una notevole influenza nella decisione del trasferimento territoriale. Comunque esso non avrebbe potuto essere deliberato contro la sua volontà. Il trasferimento territoriale non fu tuttavia una decisione del solo  Chruščëv, ma il risultato di una complessa procedura istituzionale.  Anche dopo il trasferimento territoriale la Crimea rimase territorio sovietico. A seguito dell’indipendenza dell’Ucraina, dal 1991, quello con la Federazione russa divenne un confine internazionale e la Crimea fu integrata nel territorio ucraino.

 La Crimea, una penisola unita fisicamente al continente mediante l’istmo di Perekop, una fascia terrestre larga circa 7 chilometri che la unisce all’Ucraina meridionale, rivestiva una notevole importanza strategica per l’URSS e la mantenne anche per la Federazione Russa, oltre che per l’Ucraina. Chi controlla la Crimea controlla l’accesso al Mar Nero, attraverso il Mare d’Azov, nel quale sfociano il grande fiume Don, che, anche attraverso il canale Volga-Don, dà accesso alla rete navigabile della Federazione Russa. Inoltre a Sebastopoli, il cui porto era utilizzabile in ogni periodo dell’anno,  vi era la principale base della flotta sovietica del Mar Nero.

 Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, con accordi conclusi a Kiev nel 1997 fu deciso che il 18% della flotta ex sovietica del Mar Nero fosse trasferita all’Ucraina e che la Federazione russa potesse mantenere fino al 2017 le proprie installazioni militari in Crimea, compresa la base navale militare di Sebastopoli. Lo stesso anno tra l’Ucraina e la Federazione russa fu concluso un accordo di amicizia, cooperazione e partenariato con cui i due stati riconobbero reciprocamente l’integrità territoriale e l’inviolabilità delle frontiere a quell’epoca tracciate tra essi.  Nel 2010 con gli accordi di Charkiv fu prorogata di ulteriori venticinque anni, fino al 2042,  la disponibilità della Crimea per le installazioni militari russe. Dopo l’annessione russa della Crimea, nel 2014, la Federazione russa dichiarò unilateralmente cessato quell’accordo, dal momento che ormai la Crimea era parte del proprio territorio.

  Negli anni ‘90 il governo ucraino si propose l’obiettivo dell’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea, con la quale furono conclusi accordi di partenariato e cooperazione; a partire dal 2007 fu poi negoziato un accordo di associazione. Progressivamente l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea divenne oggetto di conflitti politici in Ucraina, tra filoeuropei e filorussi. Nel novembre 2013 il presidente dell’Ucraina Viktor Fedorovyč Janukovyč, filorusso, eletto nel 2010, comunicò la sua decisione di non firmare l’Accordo di associazione con l’Unione europea, negoziato per anni, preferendo un riavvicinamento economico alla Federazione russa, che offriva all’Ucraina aiuti finanziari e l’ingresso nell’Unione doganale euroasiatica. Ne scaturirono moti di protesta, con concentramenti di massa nella piazza dell’Indipendenza (Majdan Nezaležnosti) a Kiev (da qui la definizione dei moti come Euromaidan). Le proteste furono duramente represse dalle forze di polizia ucraine. I moti antigovernativi e la repressione si fecero sempre più intensi, con molte vittime, in gran parte concentrate nel febbraio 2014. Il 22 febbraio 2014 Janukovyč, fuggito da Kiev, fu dichiarato decaduto dal parlamento e riparò in Russia; a partire dal 27 febbraio truppe russe prive di insegne presero il controllo della Crimea, che fu formalmente annessa alla Federazione russa il 18 marzo 2014, dopo un referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale. Nell’aprile 2014 movimenti filorussi presero il controllo di territori intorno alle città di Donetsk e Luhansk, nel Donbass, regione al confine nordorientale tra Ucraina e Federazione russa, proclamandoli Repubbliche popolari. Sempre nell’aprile 2014 scoppiò la guerra tra queste Repubbliche, sostenute dalla Federazione russa, e l’Ucraina. Nonostante i due accordi per il cessate il fuoco conclusi a Minsk, in Bielorussia, nel settembre 2014 e nel febbraio 2015, il conflitto armato non cessò mai e il 24 febbraio 2022 forze armate della Federazione russa attaccarono l’Ucraina da più direzioni, con il proposito di abbatterne il governo e di prendere il controllo di quello stato. La guerra, definita dal governo russo “operazione militare speciale”, è ancora in corso. Nelle prime fasi del conflitto, le forze armate ucraine riuscirono a respingere le forze armate russe da parte del territorio ucraino che erano riuscite ad occupare. La Federazione russa riuscì ad ottenere e consolidare il controllo delle coste del Mare d’Azov, ad allargare il controllo di territori nel Donbass e ad avanzare, nel settore meridionale, fino alla riva orientale del grande fiume Dnepr. L’avanzata delle forze armate russe in Ucraina è divenuta molto lenta, con diverse controffensive ucraine, ma è costante.

 Nel 1994 l’Ucraina aderì al programma della N.A.T.O. Partnership for Peace e nel 2008 chiese di entrare nel Membership Action Plan, per preparare l’ingresso nell’Alleanza. La N.A.T.O., tuttavia, nel vertice di Bucarest dell’aprile 2008 non concesse l’adesione dell’Ucraina al Membership Action Plan, dichiarando tuttavia che l’Ucraina era destinata a diventare membro dell’Alleanza in futuro. Dopo l’elezione a presidente dell’Ucraina di Viktor Fedorovyč Janukovyč fu seguita una politica internazionale di non allineamento, rinunciando all’adesione alla N.A.T.O. Dopo la caduta di Janukovyč, riprese l’orientamento favorevole all’adesione dell’Ucraina alla N.A.T.O. e nel febbraio 2019 lo stato adottò una riforma costituzionale con la quale gli obiettivi dell’adesione all’Unione Europea e alla N.A.T.O. vennero inseriti nella Costituzione dello stato, dichiarandone il corso irreversibile. Il 30 settembre 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa, il presidente dell’Ucraina Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, eletto nel 2019, presentò una richiesta di adesione accelerata alla N.A.T.O. La posizione degli organismi dell’Alleanza è che, finché dura il conflitto in corso con la Federazione russa, una adesione piena dell’Ucraina alla N.A.T.O. non è possibile.

 Nel vertice tenutosi ad Ankara, in Turchia, il 7-8 luglio 2026, l’Ucraina è stata definita per la prima volta “contributor to transatlantic security”. L’Ucraina coordina oltre l’80% dell’assistenza militare occidentale tramite la struttura della N.A.T.O. NSATU, NATO Security Assistance and Training for Ukraine (in italiano, all’incirca “Assistenza alla Sicurezza e Addestramento NATO per l’Ucraina”, un comando istituito dalla NATO nel luglio 2024, con sede a Wiesbaden, in Germania, per coordinare in modo strutturato il sostegno militare occidentale all’Ucraina, in particolare per supervisionare l’addestramento delle forze armate ucraine nei paesi alleati, sostenere lo sviluppo di lungo periodo delle forze armate ucraine e coordinare le donazioni e i trasferimenti di equipaggiamento militare tra i vari paesi alleati). L’Ucraina inoltre partecipa inoltre al centro congiunto JATEC, Joint Analysis, Training and Education Centre (un organismo congiunto NATO-Ucraina, aperto nel febbraio 2025 a Bydgoszcz, in Polonia, dedicato all’analisi delle “lezioni apprese” dal conflitto russo-ucraino in corso; è stato creato specificamente per raccogliere, studiare e diffondere in tempo pressoché reale gli insegnamenti tattici, operativi e civili emersi dalla guerra in Ucraina) e dal 2027 parteciperà ufficialmente alla pianificazione delle grandi esercitazioni NATO.

 E’, infine, di alcuni giorni fa la notizia che il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha convocato per lunedì 24 agosto 2026 un vertice in presenza  e in  teleconferenza tra diversi stati europei, tra i quali l’Italia, anche per coordinare l’operatività di una forza armata multinazionale congiunta che è stata già organizzata  per intervenire in Ucraina dopo il cessate il fuoco per separare le parti belligeranti. Tuttavia, considerato che allo stato non vi è alcun negoziato per raggiungere il cessate il fuoco nella guerra in Ucraina, può temersi che, in realtà, al di là delle dichiarazioni formali, quella forza armata multinazionale congiunta possa essere impiegata nel conflitto in Ucraina, nel caso di improvviso collasso del dispositivo militare ucraino.

  Traggo dall’articolo “Ucraina, la strage senza fine. Volenterosi in campo: «Priorità le difese aeree»” della corrispondente da Parigi Anais Ginori, pubblicato su La Repubblica del 22 agosto 2026:

 

  Emmanuel Macron organizza un nuovo vertice della coalizione dei Volenterosi mentre altre città ucraine bruciano sotto i droni e i missili russi. Lunedì [24 agosto 2026], nel giorno simbolico del trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, i leader dei paesi che sostengono Kiev si riuniranno in formato ibrido con Volodymyr Zelensky per dare un nuovo segnale di compattezza. L’obiettivo, secondo quanto fa sapere l’Eliseo, è rafforzare il sostegno militare all’Ucraina, con la priorità della difesa aerea. Il vertice arriva infatti dopo un nuovo attacco russo contro Kryvyi Rih, la città natale di Zelensky, dove droni russi hanno colpito un centro commerciale, provocando 14 morti e oltre 120 feriti.

[…]

Il vertice sarà co-presieduto dal presidente francese, dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e dal nuovo premier britannico Andy Burnham, al suo debutto nel formato dei Volenterosi dopo l’uscita di Keir Starmer.

[…]

L’urgenza però è aiutare Kiev a sopravvivere alla nuova ondata di attacchi russi in modo da continuare a resistere. Nel medio periodo i Volenterosi continuano a voler costruire una cornice di sicurezza in caso di cessate il fuoco. La coalizione lavora da mesi a una forza multinazionale per l’Ucraina, pensata non per combattere sul fronte ma, in caso di pace, per dissuadere Mosca da nuove aggressioni.

A luglio Macron aveva annunciato che i piani militari di questa forza multinazionale erano ormai pronti e che sarebbero stati testati nei paesi vicini all’Ucraina, con esercitazioni destinate a confermare i piani di dispiegamento e a mostrare che gli alleati sono «pronti, determinati e credibili» nella difesa di Kiev.

 

  All’esito del vertice di Kiev del 24 agosto 2026 tra esponenti degli stati detti volenterosi, termine usato nelle due guerre del Golfo per indicare gli stati che intendevano affiancare gli Stati Uniti d’America nelle guerre contro l’Iraq governato dal regime di Saddam Hussein, è stato comunicato che nel prossimo ottobre o novembre, periodo che negli anni passati fu caratterizzato da forte attività bellica delle forze armate russe prima della sospensione invernale determinata dalle rigidissime condizioni climatiche, la forza multinazionale di intervento per l’Ucraina inizierà esercitazioni congiunte. Il governo italiano, la cui Presidente del Consiglio dei ministri ha partecipato al vertice in videoconferenza, ha però dichiarato che le truppe italiane non parteciperanno a tali esercitazioni.

 Il nuovo Primo ministro britannico , promotore del vertice unitamente al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, ha confermato la linea del governo britannico secondo la quale, in adesione a quella del governo ucraino, l’obiettivo finale della Gran Bretagna è la vittoria sul campo dell’Ucraina, unica condizione per garantire «una pace giusta e duratura».

  La posizione politica riguardo alla guerra in Ucraina  del presidente della Federazione russa Vladimir Vladimirovič Putin, da ultimo eletto nel 2024, con mandato che durerà fino al 2030, ma in realtà egemone dal 1999, prima come primo ministro, poi, dal 2000, come presidente della Federazione russa, di nuovo come primo ministro dal 2008 al 2012, e poi ancora come presidente, eletto nel 2012, nel 2018 e nel 2024 (quest’ultima elezione resa possibile da una modifica costituzionale del 2020 che, pur trasformando il limite dei due mandati consecutivi in un limite di due mandati complessivi, azzerò il computo dei mandati già svolti dal presidente in carica) è di richiedere un trattato di pace tra la Federazione russa e l’Ucraina che riconosca alla Federazione russa la sovranità sulla Crimea e sulle altre quattro regioni annesse nel 2022 – Donetsk, Luhansk, Zaporižžja e Cherson – comprese le porzioni di esse non occupate militarmente, comprenda l’impegno formale dell’Ucraina a non aderire alla N.A.T.O. e a ridurre considerevolmente le proprie forze armate. Il presidente della Federazione russa non si oppone invece all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea.

  Finora i negoziati per la cessazione della guerra in Ucraina, che si sono svolti in varie riprese sia tra Stati Uniti e Federazione Russa (con o senza il coinvolgimento diretto dell’Ucraina), sia direttamente tra Ucraina e Federazione Russa, non hanno avuto successo, così come non ha avuto successo il tentativo di mediazione compiuto dalla Turchia, ospite dei colloqui diretti ucraino-russi del 2022; l’Unione Europea, dal canto suo, non ha mai assunto un ruolo di effettiva mediazione tra le parti, restando sostanzialmente ai margini del processo negoziale.

 Fin dal 2021, il presidente della Federazione Russa ha ribadito la volontà russa di ottenere un trattato che regoli definitivamente i rapporti tra la Federazione russa e l’Ucraina.  In varie riprese  ha detto che, non avendolo ottenuto, si era prodotto il distacco dall’Ucraina del Donbass e della Crimea. Poi, non avendolo ottenuto di nuovo, si era decisa l’operazione speciale del 2022 contro l’Ucraina, a seguito della quale il fronte si era attestato lungo le sponde del fiume Dnpr, conquistando tutte le rive del Mare d’Azov. Se non lo si otterrà ancora, ha minacciato Vladimir Vladimirovič Putin, l’Ucraina finirà con il perdere anche la città di Odessa e la costa ucraina del Mar Nero, fino alla Repubblica di Moldova. In sostanza ad ogni rifiuto di negoziare il trattato le condizioni peggiorano per l’Ucraina

 Va ricordato che il 16 giugno 2021, qualche mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, a Ginevra si tenne un vertice tra il presidente statunitense Joe Biden e il presidente della Federazione russa Vladimir Vladimirovič Putin in cui si discusse anche della situazione in Ucraina, dove un conflitto a bassa intensità era in corso nel Donbass fin dal 2014. All’esito si parlò di cordiale disaccordo, nel senso che si ottenne un allentamento della tensione tra i due stati con il rientro in sede dei due rispettivi ambasciatori, che nei mesi precedenti erano stati richiamati, ma senza alcun progresso quanto alla situazione in Ucraina.

 In conclusione, può essere osservato che il blocco dominante nella Federazione russa, egemonizzato dal presidente della Federazione Vladimir Vladimirovič Putin, ha ritenuto e ritiene inaccettabile, perché metterebbe a rischio il proprio dominio, che la N.A.TO., organizzazione che dal 2000 si propone di contenere minacce della Federazione russa all’integrità territoriale di propri stati membri, arrivi a controllare l’accesso russo al Mar Nero a seguito dell’adesione all’Alleanza di una Ucraina che controlli la Crimea e allo smantellamento delle installazioni militari russe in Crimea, compreso lo strategico porto militare di Sebastopoli.

 Fino al 2008 le relazioni tra la Federazione Russa e l’Unione Europea furono improntate ad uno spirito di partenariato e collaborazione, in particolare a seguito ad un accordo del 1994, entrato in vigore nel 1997. In un vertice tenutosi a San Pietroburgo nel 2003, Federazione russa e Unione Europea definirono “quattro spazi comuni”: economico; libertà, sicurezza e giustizia; sicurezza esterna; ricerca, istruzione e cultura. Le trattative per un nuovo accordo dello stesso tipo vennero bloccate dopo il 2014. La Federazione russa rimase membro del Consiglio d’Europa fino al marzo 2022, venendone esclusa a seguito dell’invasione dell’Ucraina.

 Attualmente entrambe le parti belligeranti ritengono di poter prevalere sull’altra per suo esaurimento: questo impedisce un fruttuoso negoziato di pacificazione.

 Secondo stime ritenute generalmente affidabili, i militari russi morti finora sono stati non meno di 325.000 e non meno di 125.000 quelli ucraini. Si combatte anche con l’utilizzo di tecnologie  robotiche molto evolute, ma l’azione dei combattenti sui vari fronti del conflitto, similmente a quanto accaduto durante la Prima guerra mondiale, è essenziale. Un numero di perdite umane così elevato può spingere entrambi i belligeranti a perseverare negli attacchi, per un bias, un inganno cognitivo: quello dei costi sommersi. Si continua una guerra che ha dato risultati pessimi perché si sono già avute tante perdite umane e si ritiene che, se si ponesse fine alla guerra al punto in cui si è, i caduti sarebbero morti invano. È stato osservato che a quel processo psicologico può ricondursi anche l’escalation della guerra statunitense in Indocina. Per questo motivo, sarebbe utile l’intervento di un agente di mediazione, accanto all’Ucraina e alla Federazione russa, in modo da conseguire una valutazione realistica degli eventi e dei loro probabili sviluppi. Una soluzione potrebbe essere quella di affiancare nella negoziazione i diplomatici ucraini con diplomatici incaricati da organismi dell’Unione Europea, tenendo conto che, dopo la conclusione della guerra, proseguirà il processo di adesione dell’Ucraina all’Unione.

 

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Spegnere la guerra

 

 Per cercare di spegnere una guerra in atto – il problema di noi europei contemporanei – è necessario averne chiare le origini, perché è su di esse che si deve incidere con decisione.

  Non ogni conflitto può essere definito guerra.

  Definiamo conflitto quella relazione sociale in cui gruppi sociali sviluppano un'azione collettiva gli uni contro gli altri per imporre la propria volontà vincendo la resistenza altrui. Può mancare un centro organizzatore. L'azione collettiva conflittuale è però sempre sorretta da elementi culturali mediati da soggetti che svolgono in certe occasioni ruoli mobilitanti, diffondendo narrazioni. Il gruppo si attiva collettivamente quando raggiunge una coscienza della propria condizione sociale, elaborata e diffusa proprio da quei soggetti mediatori: è a loro che Antonio Gramsci allude parlando di intellettuale organico.

 Schematizzando molto, le relazioni conflittuali trovano moventi in quelli di rapina e dominio egemonico  o in quello di reazione a una situazione di sofferenza sociale. Si ha rapina quando ci si appropria di beni in possesso altrui sottraendoli a chi li possiede al di fuori di un reale accordo con quest’ultimo, quindi con la violenza, l’inganno, o profittando della sua condizione di inferiorità, minorata difesa o sottomissione.  Storicamente, ogni volta che un gruppo sociale ha avuto la forza di farlo senza la prospettiva di affrontare sanzioni dell’ordinamento di riferimento o una resistenza eccessiva delle vittime, ad esempio quando si trattò di scontrarsi con popolazioni di culture cosiddette primitive, si è abbandonato alla rapina senza grandi scrupoli etici. Tutta la colonizzazione europea degli altri mondi può essere considerata un gigantesco complesso di rapine. Il culmine violento è la rapina della libertà altrui, per cui la vittima diviene schiava, un mero oggetto del potere altrui. Il dominio egemonico si ha quando si detta legge ad altri gruppi nell’interesse esclusivo e prevalente del proprio gruppo e può essere visto come un caso particolare di rapina, perché si egemonizza per trarne profitto. Il movente della reazione a una sofferenza sociale trova origine in violenze altrui per cui si è stati rapinati o si vive sottomessi, per cui si soffre.

  Definiamo pace sociale la condizione nella quale cessano le sofferenze sociali. La società guarisce. Guarire le sofferenze sociali è un’attività assai complessa, perché richiede di incidere, riorganizzandole, sulle dinamiche dei gruppi sociali di riferimento. Ciò richiede di indurre una conquista culturale, che va rinnovata di generazione in generazione e nel variare delle popolazioni di riferimento, tutti elementi dai quali insorgono nuovi elementi conflittuali. E’ semplicistico pensare di risolvere semplicemente creando un centro di potere che imponga  la sua legge della pace sociale, sovrastando con la forza le parti confliggenti. Sappiamo bene che anche le società più avanzate, dove vige il principio dello stato di diritto, non sono veramente pacificate. Va tenuto conto poi che tanto più forte è un potere, tanto maggiore è il rischio dell’arbitrio, perché ogni potere che non è contenuto degenera immancabilmente, anche se si ammanta di un’aura di giuridicità. Così, quello della pacificazione è un cantiere sempre aperto e si progredisce quando oggi si può dire che ieri eravamo meno pacifici  (è la parafrasi di un detto di Aldo Capitini, grande maestro del pacifismo nonviolento). Si ha nel cuore quel non appagamento  a cui faceva riferimento Aldo Moro: non ci si contenta di un determinato livello di pace, ma, raggiuntolo, ci si agita fino a che non se ne raggiunga uno più avanzato. Una parte importante di questo lavoro di pacificazione sociale  la compie l’attività giurisprudenziale, che non consiste nell’imporre una legge come dall’esterno, ma nel trovare  nella società la legge del caso concreto articolandone le ragioni,  fin tanto che le parti vi si sottomettano (ma può accadere che non lo facciano, prevale a quel punto la forza pubblica, ma il risultato della pacificazione non si ottiene).

 Per quel particolare tipo di conflitto che è la guerra la situazione è veramente molto diversa, e bisognerebbe proprio riuscire ad esserne consapevoli.

  Guerra non è qualsiasi tipo di conflitto sociale, ma solo il conflitto armato organizzato e ordinato da un’entità pubblica che rivendichi sovranità su un territorio e su una popolazione. Può essere uno stato, ma anche un altro organismo pubblico il cui potere su un territorio e una popolazione pretenda di essere sovrano. Sovrano  è il potere pubblico che non accetta sopra di sé altro potere analogo. Un potere è pubblico  quando si impone anche ai dissenzienti. Negli ordinamenti basati sul principio dello stato di diritto, un potere è costruito come pubblico per realizzare scopi di interesse generale, ma ciò che veramente conta perché sia pubblico  è che si imponga a prescindere dal consenso di chi lo subisce.

  Dunque, semplificando, la guerra è tale solo se ordinata da uno stato. Ordinata la guerra, lo stato non accetta che si resista all’ordine e punisce i resistenti, i renitenti, i disertori.

  I motivi per cui uno stato ordina la guerra hanno sempre a che fare con la struttura del potere pubblico in quello stato. Ogni potere sociale tende immancabilmente ad espandersi fino a che trovi convenienza ad espandersi e la trova finché l’espansione lo consolidi nella popolazione di riferimento ed espanda il numero dei sudditi. Nelle guerre contemporanee, che coinvolgono necessariamente le masse, le sofferenze sociali vengono utilizzate solo nel costruire la mitologia giustificativa della guerra che si vuole ordinare: questo significa che non è mai veramente  questione di giustizia, comunque intesa. Non si tratta mai  di guarire la società, perché, anzi, la si colpisce  e le si infligge la più tremenda delle sofferenze sociali, la guerra appunto. La vera ragione  per cui uno stato ordina la guerra  è che il blocco di potere che riesce in un certo momento a controllare gli organismi che, secondo l’ordinamento di riferimento, hanno il potere di ordinare la guerra,  ritiene che il proprio potere possa consolidarsi o estendersi ordinando e conducendo la guerra.

  Sia negli stati democratici che in quelli che non lo sono il blocco di potere dominante si trova sempre in una condizione di instabilità, perché è la risultante di molte forze che spingono in varie direzioni. Il suo equilibrio è sempre precario. La ferocia usata dai più potenti sistemi dittatoriali è la chiara dimostrazione che, anche in quei contesti in cui non è ammesso il dissenso, il dissenso nondimeno esiste e si manifesta e minaccia da vicino anche i  maggiori tra i poteri pubblici. La guerra è uno dei sistemi più efficaci per consolidare un blocco di potere, perché giustifica la repressione del dissenso e rende deboli i limiti che in un ordinamento vengono posti al potere pubblico di vertice.

  E’ molto importante capire questo: al base della guerre non vi è mai realmente una situazione di ingiustizia che invece è tra i moventi dei conflitti sociali in generale. Tanto è vero che le guerre non si risolvono mai eliminando le situazioni di ingiustizia. Anzi, fintanto che gli stati fanno questioni di giustizia significa che il blocco di potere che li controlla non ha la minima intenzione di revocare l’ordine di guerra.

 L’unico motivo che può veramente determinare il blocco dominante di uno stato a revocare l’ordine di guerra, ciò che è alla base  di una incipiente situazione di pace, condizione necessaria ma non sufficiente, è il prodursi e manifestarsi di una valida resistenza interna  che renda meno conveniente insistere nella guerra, o addirittura catastrofico, perché mette in questione il potere di quel blocco. Non funziona altrettanto bene, o anzi per nulla,  una resistenza esterna, vale a dire di quello che di volta in volta è individuato come nemico. Essa infatti è messa nel conto quando si ordina la guerra. Si sa che la guerra comporterà un massacro della propria popolazione, sia tra i militari che tra i civili,  che è costretta a subirlo. La mitologia bellica serve appunto a condurre la propria popolazione  al massacro.

  Una volta che uno stato abbia ordinato una guerra, si aspetta che prima o poi il nemico crolli, e allora insiste. D’altra parte, come osservato da Daniel Kahneman in Pensieri lenti e veloci, sulle dinamiche decisionali, una volta che si sono avute ingenti perdite in una guerra non ci si rassegna  a ordinarne la fine senza poter vantare un qualche risultato in linea con le aspettative dichiarate, perché si perderebbe la faccia con la propria popolazione, e questo potrebbe risultare fatale, anche in regimi dittatoriali,  e allora, appunto, si insiste. E’ un cosiddetto bias, un inganno cognitivo. Vi caddero gli Stati Uniti d’America nelle loro efferate guerre in Indocina. Ciò che in quel contesto fece la differenza fu (anche) la crescente resistenza del peace-movement, che si attuò anche con la renitenza alla leva militare.

  La fine della guerra si ha solo  quando lo stato che l’ha ordinata revoca l’ordine di guerra. Lo revoca perché vuole la fine della guerra, la pace. In questo contesto si ha la pace quando si vuole la pace.  Non c’entrano nulla le questioni sulla giustizia. La guerra finisce non quando è possibile ottenere giustizia, ma quando il blocco di potere egemone nello stato che ha ordinato la guerra vuole la pace, perché così gli conviene. Allora, si vede che, nel trattare la pace, le questioni sulla giustizia vengono rapidamente risolte, cercando la convenienza reciproca dei belligeranti, anzi dei blocchi dominanti negli stati belligeranti.

 Le guerre provocano intense sofferenze sociali. Alla lunga sono sempre  invise alle popolazioni. Questo può far nascere quella resistenza che è valida ad ottenere la revoca dell’ordine di guerra. E’ importante suscitarne i presupposti culturali, contrastando le mitologie belliche: come nelle situazioni di conflitto anche in quelle di pacificazione sono molto importanti i fattori culturali mediati dal ceto intellettuale. Le religioni possono aiutare? Di solito le religioni sono state strumentalizzate per il fine opposto, in particolare i cristianesimi che si sono storicamente manifestati e che sono stati in genere assai bellicosi. Ma può andare diversamente. L’abbandono dei tradizionali criteri della guerra giusta può essere un inizio. E’ cosa che nel cattolicesimo italiano si  fatica molto ad accettare. Si cerca di ricondurre la dottrina alla precedente impostazione, di annullare la grande novità. D’altra parte la nostra cultura nazionale è fortemente improntata dal bellicismo: la mitologia risorgimentale, che si è voluta estendere fino alla Prima guerra mondiale, è estremamente violenta, e certamente è stata in qualche modo anche sacralizzata,  pur essendosi rivolta anche contro il regno dei Papi nel Centro Italia. Sappiamo  come fu accolta la predicazione di Lorenzo Milani sulla guerra e sull’obiezione di coscienza: finì incriminato. E l’incriminazione conseguì ad una sua polemica pubblica su una nota dei cappellani militari sull’obiezione di coscienza.

 In Italia non abbiamo più memoria storica delle sofferenze sociali della guerra. La filmografia statunitense, fortemente bellicista e centrata sul culto dell’uomo forte e sull’obbedienza a lui dovuta, ci ha in un certo senso diseducati alla pace. E’ importante, allora,  lavorare per suscitare avversione alla guerra.

 Nelle relazioni tra popolazioni il problema non è mai realmente quello costruito culturalmente dai nazionalismi, nelle loro varie manifestazioni, dagli irredentismi ai fascismi, ai sovranismi, vale a dire che il blocco di potere dominante sia espresso da una determinata cultura etnica, con una certa mitologia fondativa, dove quindi la giustizia è vista come la costruzione di uno stato-nazione che comprenda tutte le popolazioni riconducibili a quella cultura etnica, ma è quello delle sofferenze sociali causate da discriminazioni su base etno-culturali, che si risolvono sempre in lesioni alla dignità delle persone con riflessi sui vari tipi di giustizia concreta che si manifestano nelle società, in particolare sulla giustizia distributiva e su quella cooperativa-partecipativa. Queste sofferenze sociali accomunano, affratellandoli, i ceti svantaggiati di una determinata società, quelli che, in ogni caso, saranno esclusi dalla partecipazione al blocco dominante. Sono sempre la maggioranza della popolazione, ma si riesce a tenerli sottomessi alle minoranze che esprimono i blocchi dominanti creando artefatti mitologici che rendono le masse docili strumenti dei blocchi dominanti. Il lavoro di un partito popolare, che si proponga di incidere sulle loro sofferenze sociali, deve essere anzitutto quello di smontare quegli artefatti: è la grande lezione del socialismo europeo raccolta dal cattolicesimo sociale. La resistenza parte dalla presa di coscienza realistica delle cause delle proprie sofferenze sociali.

  Questa dinamica resistenziale fu vissuta nella resistenza storica al fascismo repubblicano organizzato intorno al Mussolini dal settembre 1943. Di solito, seguendo la tradizione storiografica comunista, se ne evidenziano gli aspetti militari – e ci fu un esercito di popolo senza leva obbligatoria – ma sono assai più rilevanti quelli civili, in particolare la diffusa resistenza alla leva militare del regime, attuata mediante renitenza e diserzione e dando rifugio a renitenti e disertori, tutte condotte passibili di pena di morte. La gioia popolare all’annuncio dell’armistizio, pure attuato a condizioni molto dure, aveva reso evidente che la popolazione si era resa consapevole dell’origine delle proprie sofferenze sociali. L’inganno della mitologia bellicista mussoliniana, che aveva promesso una grandezza costruita su guerre di rapina era stato svelato.

  I sofferenti per la guerra sono una parte di ciò che, nella teologia del povero (non della povertà) viene compreso nell’idea di povero, dei discriminati in dignità, ai quali è promessa redenzione. Secondo la teologia del povero  si riconosce nel povero sofferente Cristo stesso e ce se ne lascia ammaestrare, ci si mette alla sua sequela, cercando di farsi come lui. E’ la misericordia cristiana che travalica gli artefatti costruiti dai potenti dai loro troni per sottomettere i più, travalica i nazionalismi e i fronti degli stati trascinati in guerra dai rispettivi blocchi dominanti. Alla sua luce si acquisisce consapevolezza che altro sono i potenti che ordinano le guerre, altro sono le popolazioni trascinate in quelle guerre e che la pace  delle beatitudini  consegue al distaccarsi da quei superbi potenti  e riscoprire la fratellanza umana.

  Da cristiani, allora, nel rapporto con altri cristiani specialmente,  si può anche cercare, nel quadro del dialogo ecumenico, di riallacciare i rapporti con la popolazione russa, i nostri nemici, in realtà gente caduta nella guerra ordinata dal blocco di potere laggiù egemone, uscito come tale dalla ristrutturazione economica e politica della Federazione diretta negli anni Novanta da tecnici statunitensi, fonte di intensissime sofferenze sociali e di un’impennata del crimine organizzato. Ma se vogliamo guastare il micidiale congegno che ci sta conducendo verso una nuova guerra continentale (non mondiale  perché il mondo non è più nelle mani solo degli europei) dobbiamo cercare di incidere con decisione innanzi tutto  sui regimi europei, a partire dal nostro, scoraggiandoli dall’estendere una  guerra feroce che è già in atto in Europa  e in cui tutti  noi siamo già coinvolti.

  Tra i primi effetti della rivoluzione russa vi fu il ritiro del nuovo regime (in fase di consolidamento)  dalla Prima guerra mondiale con il Trattato di Brest-Litovsk del  3 marzo 1918, nel mezzo di una fase efferata di quel conflitto. Per l’Italia la guerra finì otto mesi più tardi, con circa centomila vittime italiane in più tra morti e feriti.

 Mario Ardigò – 4 settembre 2026

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