LA PROSCRIZIONE DEL
PACIFISMO
4 settembre 2026 – da
Mario Ardigò per il Meic-Lazio
Note:
- questo documento è stato anticipato parzialmente, in più riprese, per
il Meic – Movimento ecclesiale di impegno culturale del Lazio nel
mese di agosto 2026 ed è stato integralmente comunicato al gruppo e pubblicato, nel blog
acvivearomavalli.blogspot.com , il 28 agosto 2026, ad eccezione delle sezioni G)
ed I), in vista dell’incontro del Meic fissato per quel giorno. La sezioni
G) Giustizia e pace, un testo nuovo, e quella I) Genesi ed evoluzione della guerra
2014\AG2026 tra Ucraina e Federazione Russa, tratta da un altro documento preparato per il Meic –
Lazio, sono state aggiunte il 4 settembre 2026 e in tale occasione
si è proceduto ad una completa revisione dell’intero documento, correggendo
refusi e disarmonie. La versione finale del documento è stata pubblicata sul
blog il 4 settembre 2026 in occasione dell’incontro in Zoom fissato quel giorno
per l’approvazione del testo finale di una lettera aperta sulla
costruzione della pace qui sotto trascritta alla sezione A), sulla quale il gruppo aveva dialogato nel mese
di agosto. Di seguito alla lettera trascrivo anche la sintesi delle meditazioni
spirituali su versetti evangelici condivise negli incontri del 31 luglio e dl 7
agosto 2026 sotto la guida del
presbitero che partecipava. L’occasione per
la stesura di questo documento è stata appunto quel ciclo di incontri, aperti
da quelli del 31 luglio e 7 agosto dei quali ho curato personalmente l’organizzazione
e la conduzione.
-
questo documento non è un saggio scientifico. Consiste di appunti da letture
personali non sistematiche e di note da una lunga esperienza di vita personale
nella consapevolezza dei fatti sociali e politici intorno. Si propone di
incidere sugli elementi culturali coinvolti nei processi di pacificazione.
-per
favorire lo scambio di idee in relazione agli incontri su piattaforma Zoom del
Meic – Lazio è stata creato il gruppo-mailing list dialoghi-zoom@googlegroups.com .Chi intendesse
parteciparvi, può chiedermi l’iscrizione inviando una email all’indirizzo ardigo.mario@virgilio.it
^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
INDICE
A Lettera aperta sulla costruzione della pace, elaborata dal Meic
– Lazio nel corso degli incontri settimanali tenuti in Zoom nell’agosto
2026, con la sintesi delle meditazioni spirituali su versetti evangelici
condivise negli incontri del 31 luglio e dl 7 agosto 2026 sotto la guida del presbitero che partecipava
B Risultato
di una ricerca mediante il LLM chatbot Claude modello Fable 5 [8AG26]
su: Pacifismo: significato e breve storia
C Il pacifismo come opzione politica
virtuosa, non cosa da furbi o per fessi
D Abbandonare il paradigma centrista nel
pacifismo cattolico
E Note di metodo
F Guerra: definizione del concetto in senso
politico
G Giustizia e pace
H Ancora sulla giustizia
I Genesi ed evoluzione della guerra 2014\AG2026 tra Ucraina e Federazione
Russa.
L Spegnere la guerra
^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
A
Lettera
aperta
sull’impegno
per la costruzione della pace in tempo di rischio di estensione della guerra
europea in Ucraina
(versione
del 1 settembre 2026)
Un gruppo di amiche
e amici, appartenenti al Movimento ecclesiale di Impegno culturale
(MEIC) di Roma, ha ritenuto necessario prendere parola -da
cristiani- sul tema della pace, nel tempo della guerra in corso tra la
Federazione russa e l’Ucraina, a seguito dell’invasione del territorio ucraino,
e del grave rischio dell' estensione del conflitto.
Abbiamo
programmaticamente preso le mosse dalle parole dell'enciclica Magnifica
Humanitas sulla costruzione della civiltà dell'amore. In
particolare, là dove si afferma che "Tutti possiamo fare la nostra
parte", «non pensando che i problemi siano troppo grandi e noi troppo
piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla» [n.212], e là dove
si afferma la necessità di "assumere lo sguardo delle vittime", specialmente
«quando ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere "neutrali"
e non basta ritenere di "non essere complici", mentre
avvengono bombardamenti su civili e attacchi contro ospedali, scuole e
infrastrutture civili» [n.216].
Ci è sembrato
importante il richiamo a "rifiutare il falso realismo" secondo
cui «non v’è altra via del riarmo» [n.205], e condividiamo profondamente
l'invito dell'enciclica: «Oggi è più che mai importante ribadire il superamento
della teoria della "guerra giusta", troppo spesso invocata a
giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa
intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e
capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo,
la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi
testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle
popolazioni civili» [n.192].
Queste parole ci
hanno spinto a prendere l'iniziativa di pensare e agire sul piano culturale,
prima di tutto, ed ecclesiale e civile, poi.
Abbiamo preso
l'avvio del lavoro dal confronto con la Parola di Dio, meditando sul brano
evangelico di Matteo 5,9: "Beati gli operatori di pace, perché saranno
chiamati figli di Dio". Il
pensiero spirituale della Beatitudine ci consegna una chiave di lettura
esigente: l'operatore di pace non è chi ama la tranquillità, ma chi fa
la pace (eirenopoiòi), passo dopo passo, sporcandosi le mani nelle
fratture della storia: chi genera riconciliazione, ricompone divisioni,
avvicina chi è lontano, spezza la spirale dell'odio. Per la vera pace non basta
la cessazione della guerra, pur presupposto indispensabile: essa esiste quando
ogni persona può vivere la propria dignità umana, e quando la comunione
tra le persone non è distrutta dall'odio, dalla menzogna, dalla
sopraffazione, dall'asservimento a politiche di potenza.
Tutto questo ci
spinge a presentare una lettera aperta alla società ecclesiale e civile,
che può essere argomentata intorno a 5 esortazioni.
1) La pace si costruisce, non si attende.
La pace non è quieto
vivere ma pacificazione. Della pace, ricordava Emmanuel Mounier, siamo
tutti responsabili, ciascuno in ciò che gli appartiene.
L'invito è ad essere
attivi costruttori di pace, rifuggendo la logica della passività,
del pacifismo, dell’accomodamento per garantirsi la tranquillità.
In particolare è necessario esporsi con coraggio verso l’opinione pubblica e la
politica e svolgere attività formative e culturali per la costruzione
della pace, nella linea indicata da papa Leone XIV, a partire dagli ambienti di
prossimità. Anche di fronte al senso di
impotenza delle "piccole individualità" è possibile fare
azioni concrete, custodire la pace, disarmare le parole e i gesti, educare -
con don Tonino Bello - alla "convivialità delle differenze",
aiutare chi è nel bisogno, perché il bisogno estremo genera aggressività,
portare avanti "l'utopia della pace" di Giorgio La Pira con
gesti concreti, fatti di rispetto per l'altro, ricerca del confronto, abitudine
al dialogo, tensione verso ciò che unisce piuttosto che che ciò che
divide. Nel quotidiano iniziative come
la mobilitazione sui social e le petizioni per la pace, la scelta del
consumo critico, le economie solidali di prossimità e il contrasto allo spreco,
restituiscono a ciascuno uno strumento concreto e per tutti i giorni di
partecipazione.
2) La pace richiede il coraggio del confronto,
non il silenzio.
Come l'operatore
di pace evangelico cerca il dialogo anche serrato, così la scelta
prioritaria è verso il primato della diplomazia, del negoziato e del confronto:
la strategia diplomatica internazionale di Agostino Casaroli, durante il suo
servizio presso la Santa Sede come Segretario di stato (1979-1990); il processo
di Helsinki (la CSCE - Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in
Europa del 1973-75) dove trentacinque Stati europei aderirono all’Atto
finale impegnandosi a dare soluzione pacifica delle controversie, a rinunciare
alla minaccia e all’uso della forza e a rispettare i diritti fondamentali delle
persone; il metodo dell'accordo italo-austriaco De Gasperi–Gruber del
1946, per il ripristino delle relazioni interrotte artificiosamente dalla
guerra. Essere attivi per la pace è l'essenza stessa del negoziato, del non
restare in ozio.
Emergono, tuttavia,
alcune avvertenze realistiche. La prima: il negoziato per essere efficace
richiede una parte terza - un arbitro, un giudice - e oggi non è chiaro
chi possa esserlo, perché le istituzioni multilaterali, a cominciare dall'ONU,
sono paralizzate dal veto di potenze parti in causa, mentre gli interessi
economici legati alle forniture militari ostacolano ogni nuova Helsinki. La
strada è cercare ostinatamente un arbitro della pace. L'umanità deve
impegnarsi in questa ricerca, anche seguendo strade nuove (una comunità di
stati liberi? le Chiese ? l'Europa? ecc).
La seconda avvertenza: più che un "popolo" - concetto
su cui non c'è accordo e che i regimi autoritari soffocano - è l'opinione
pubblica, che presuppone la libertà, ciò su cui possiamo realisticamente
incidere, come accadde alla fine degli anni Ottanta nell'Europa orientale e in
diversi esempi di movimenti per la pace.
Naturalmente va
condiviso un presupposto essenziale: smontare le radicalizzazioni e le
polarizzazioni - politiche, ideologiche, anche religiose - che impediscono la
normalità dialettica del confronto, ricostruendo il valore della fiducia. Questo vale anche tra le Chiese: il Patto
di Bari concluso il 23 gennaio 2026 tra le Chiese cristiane italiane, che
pone la costruzione della pace tra i punti fondanti, è positivo; ma sul piano
internazionale le Chiese restano divise e manca notizia ufficiale di mediazioni
tra Santa Sede e il Patriarcato di Mosca. È un compito, non solo una
constatazione. Così come un compito è la ricomposizione delle fratture tra le
popolazioni, a cominciare da quelle culturali e religiose, che la guerra in corso ha
provocato e che le forze che premono per l’estensione della guerra vogliono
artificiosamente approfondire.
3) La pace non è debolezza, ma nemmeno accumulo
di armi.
Un sano realismo
porta a riconoscere che il riarmo non ha impedito le guerre in corso e che
serve seguire un'altra strada, sebbene non si possa rimanere disarmati di
fronte all'aggressione.
La scelta per
strumenti di pressione non militare non può essere ignorata: la
pressione economica sull'aggressore, il suo isolamento nei principali rapporti
internazionali, la resistenza non-violenta nella linea di Gandhi contro l'odio,
la brutalità e la guerra, la strada della resistenza politica, ecc. È il "realismo
autentico" della Magnifica Humanitas, contro il falso
realismo che giustifica le armi.
La via resta quella
del modello dell’Unione Europea: ottant'anni di pace costruiti non come
una super-fortezza armata, ma con la forza del diritto, delle relazioni
economiche, culturali e umane, della convivenza pacifica fondata sulla
reciproca fiducia. L'Unione Europea è sempre più un esempio da allargare e non
da sfaldare sotto la spinta degli interessi nazionalistici.
Serve anche rigore
nelle parole: "realismo" va inteso sia in senso descrittivo
(dire le cose come stanno) sia in senso prescrittivo (indicare cosa
fare), e la stessa parola "guerra" copre oggi realtà nuove:
guerre ibride, totali, "a pezzi", non dichiarate, perfino non
nominate, soprattutto la devastante guerra tecnologica gestita
dall'intelligenza artificiale.
Occorre evitare,
ancora con le parole della Magnifica Humanitas [n.218], «l’idealismo
che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li
rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie
convinzioni», ma anche «il realismo
degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza
domina, conclude che deve dominare».
L' esortazione profetica
è ad unirsi con tutte le donne e gli uomini di buona volontà per fermare
l’edificazione dell’ennesima Babele e «edificare nel bene, affinché l’umanità
non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una
volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare» [Magnifica
Humanitas, n.16].
4) La pace passa per la politica.
E' centrale il
ruolo della responsabilità politica dei cittadini e dei cattolici in
particolare: scegliere con il voto veri costruttori di pace, capaci di
tradurre il valore della pace in scelte concrete - pur nella confusione
dell'attuale quadro politico, che chiede discernimento -; fare pressione
per la pace come opinione pubblica; sostenere e insieme riformare il multilateralismo;
contrastare i particolarismi nazionalistici; far prevalere il metodo del confronto
e del dialogo su quello dello scontro nelle relazioni politiche nazionali e
internazionali.
Ci appassiona -
soprattutto come MEIC - il
richiamo di Aldo Moro alla necessità della formazione politica - anche
per la pace - secondo tre livelli di azione: l'utopia (cioè l'idealità)
mai appagata, la realtà e le competenze.
E entusiasma ancora l'utopia morotea degli stati
come: «stati del valore umano, fondati sul prestigio di ogni uomo e
che garantiscono il prestigio di ogni uomo»»; dove «ogni azione è
sottratta all’arbitrio e alla prepotenza, e dove a regnare è il diritto,
il diritto dell'uomo». [A. Moro, Governare per l'uomo, a cura di
M. Dau, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 75-86, sotto il titolo Lo Stato del
valore umano].
5) La pace si educa: serve una cultura della
pace.
Secondo l’immagine
evangelica del vino nuovo che esige otri nuovi [Mt 9,17, Mc 2,22,
Lc 5,37-38]: se tra i cattolici - anche nella società - maturano idee nuove,
occorrono forme e stili nuovi per custodirle. L'invito è soprattutto per le
nuove generazioni.
Abbiamo bisogno di
una cultura della pace. Abbiamo bisogno di persone di pace, prima ancora che
politici di pace, capaci - come auspicava Giorgio La Pira- di «sostituire al
metodo della guerra, il metodo della pace: il metodo del negoziato,
dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano» [da
un discorso di Giorgio La Pira , settembre 1962, alla vigilia dell'apertura del
Concilio Vaticano II] .
Emerge l'intuizione
di Emmanuel Mounier di un doppio piano per la pace: quello della politica e
quello dell'educazione, dove il MEIC avverte una maggiore responsabilità.
E' importante
formare le persone alla pace, all'accoglienza e alla condivisione, a partire
dai giovani e dalle comunità di
prossimità come le parrocchie, i quartieri, le città e i paesi. Il nostro
Movimento si impegna a farlo, invitando tutte le persone di buona volontà a
questa grande opera di pace. Non pretendiamo di cambiare il mondo, né
affermiamo cose del tutto nuove. Ma proponiamo a noi e agli altri la strada
della "pace disarmata e disarmante" [papa Leone XIV, Messaggio
del 1 gennaio 2026 per la 59° Giornata mondiale della pace] .
Così intese, le
nostre proposte non sono attivismo generico: sono il tentativo di portare -
da cristiani adulti - nelle fratture di questo tempo il modo di agire di
Cristo, unendo verità, giustizia e misericordia, per essere riconosciuti,
alla fine, figli di Dio, e riconoscendosi, in quanto tali, sorelle e
fratelli.
Movimento ecclesiale impegno culturale - gruppo
Sapienza Roma - anno 2026
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Sintesi delle
riflessioni spirituali condivise, sotto la guida del presbitero che partecipava
agli incontri, nel corso delle riunioni in Zoom del gruppo Meic – Lazio del 31 luglio e
7 agosto 2026
1. Abbiamo iniziato
meditando sul brano evangelico di Mt 5,9:
Beati gli operatori di
pace, perché saranno chiamati figli di Dio. [CEI 2008]
Gesù si riferisce a chi costruisce
attivamente la pace, passo dopo passo: chi genera riconciliazione, ricompone
divisioni, avvicina chi è lontano, spezza la spirale dell'odio. Nella Bibbia la
pace è termine polisemantico: l'ebraico shalòm
indica integrità, armonia, benessere, giustizia, relazioni ordinate, comunione
con Dio e con gli altri. Per la vera pace non basta dunque la cessazione del
conflitto armato, pur presupposto indispensabile: essa esiste quando ogni
persona può vivere la propria dignità umana, e quando la comunione tra le
persone non è distrutta dall'odio, dalla menzogna, dalla sopraffazione,
dall'asservimento a politiche di potenza. Il costruttore di pace non tace
sempre né rinuncia alla verità: porta dentro di sé un pungolo che lo spinge a
impegnarsi, talvolta esponendo la vita.
2 Abbiamo proseguito
meditando sul brano evangelico di Gv 14,27:
Vi lascio la pace, vi
do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il
vostro cuore e non abbia timore.
Gesù parla di pace
non quando tutto è tranquillo, ma nel contesto della Passione: esiste una pace
che accompagna l'uomo anche dentro una storia ferita. È una pace che non
risponde alla violenza con la violenza, mentre oggi si diffondono letture
guerrafondaie che pretendono di combattere la guerra con più guerra e con il
riarmo — e non si acquisiscono che le armi che si progetta di usare. Il
cristianesimo non offre una tecnica per evitare le guerre, ma una diversa
concezione del potere, dell'altro e persino del nemico, mai considerato del
tutto perduto: rinuncia alla logica del dominio e, nella sofferenza, non invoca
vendetta. Il mondo ha una propria pace, fondata sulla forza, e provoca
sofferenze immani per questioni di dare e avere o territoriali, illudendosi di
possedere le persone oltre le cose; la giustizia donata da Gesù restituisce
invece agli uomini la dignità di figli di Dio.
^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
B
Risultato da ricerca mediante il LLM chatbot Claude
mod. Fable 5 [8AG26]
Pacifismo: significato e breve storia
Nell’italiano corrente, “pacifismo” indica
l’orientamento morale e politico che rifiuta la guerra come mezzo di
risoluzione dei conflitti e opera attivamente per la pace; nell’uso comune il
termine designa sia la dottrina sia il movimento organizzato, e talvolta — con
sfumatura polemica — un atteggiamento giudicato ingenuo verso le minacce reali.
Storicamente i pacifismi sono plurali. Radici antiche
stanno nella nonviolenza religiosa: il cristianesimo dei primi secoli, poi le
“chiese pacifiste storiche” (quaccheri, mennoniti), e in Oriente l’ahimsa
induista e giainista. Il pacifismo moderno nasce nell’Ottocento con le società
per la pace anglosassoni e i congressi internazionali (Victor Hugo, 1849), e
con il filone giuridico-istituzionale che da Kant (Per la pace perpetua)
conduce all’arbitrato internazionale, alla Società delle Nazioni e all’ONU. Il
Novecento aggiunge il pacifismo socialista e operaio, la nonviolenza attiva di
Gandhi e poi di Martin Luther King e, in Italia, di Aldo Capitini (la marcia
Perugia-Assisi, 1961); dopo Hiroshima si sviluppa il pacifismo antinucleare,
forte negli anni Ottanta contro gli euromissili. Nel cattolicesimo, la Pacem
in terris di Giovanni XXIII e il Concilio segnano il passaggio da una
tollerata “guerra giusta” alla costruzione positiva della pace, fino a Fratelli
tutti.
Il termine copre dunque uno spettro: dal rifiuto
assoluto di ogni violenza (nonviolenza integrale, obiezione di coscienza) al
pacifismo istituzionale, che ammette la forza solo come difesa legittima entro
il diritto internazionale.
Gandhi e la pratica della nonviolenza
Per Gandhi la nonviolenza (ahimsa, “non
nuocere”) non è semplice astensione dalla violenza, ma una forza attiva: la
chiamò satyagraha, “forza della verità” o “fermezza nella verità”. Il
fondamento è religioso e metafisico: la verità (satya) coincide con
Dio, e poiché nessuno possiede la verità intera, nessuno ha il diritto di
imporla con la forza. La violenza è dunque, prima che immorale,
epistemologicamente illegittima.
Da qui la pratica: il satyagrahi resiste
all’ingiustizia senza odiare l’avversario, distingue il male dal malvagio, e
accetta su di sé la sofferenza invece di infliggerla. La sofferenza volontaria
— arresti, digiuni, percosse subite senza reagire — non è passività ma
strumento di conversione: mira a toccare la coscienza dell’oppressore, non a
distruggerlo. Per questo Gandhi distingueva nettamente la nonviolenza del
forte, scelta coraggiosa di chi potrebbe colpire e non lo fa, dalla nonviolenza
del debole, mera codardia mascherata; giunse a dire che tra viltà e violenza
avrebbe preferito la violenza.
La nonviolenza è inoltre inseparabile dalla coerenza
tra mezzi e fini: mezzi impuri corrompono qualsiasi fine, come il seme
determina l’albero. E non si limita alla politica: comprende un’intera
disciplina di vita — verità, povertà volontaria, lavoro manuale, swadeshi
(autosufficienza economica), il “programma costruttivo” per la rigenerazione
dei villaggi. Le grandi campagne — la marcia del sale (1930), il Quit India
(1942) — furono l’applicazione pubblica di un’ascesi personale.
L’eredità passa a King, a Capitini, ai movimenti per i
diritti civili: la prova storica che la nonviolenza organizzata può essere
politicamente efficace.
^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
C
Il pacifismo come
opzione politica virtuosa, non cosa da furbi o per fessi
Su La Repubblica di giovedì 6 agosto
2026, nella rubrica Posta e risposta, il giornalista Francesco Merlo,
rispondendo a chi gli aveva scritto «I pacifisti non sono filorussi.
Trattasi di concetti diversi. Così come i produttori di armi non sono
filoccidentali (spero)», ha risposto:
Anche se i concetti sono diversi, il risultato
è lo stesso: la guerra. Disarmando infatti l’Ucraina, questo “pacifismo” non la
consegnerebbe all’Occidente e ai suoi valori “pacifisti” (che lei pensa, chissà
perché, di non dover spiegare), ma all’imperialismo di Putin che, armato sino
ai denti e ringalluzzito, ne uscirebbe affamato di nuove guerre, Bel risultato per
chi predica la pace; e nella sinistra è quella che abbandona l’aggredito alla
furia dell’aggressore. E allora, caro B., si ricordi della vecchia divisione
degli italiani in furbi e fessi: oggi “pace” è quella parola che si trova nelle
solenni orazioni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino con loro».
Ecco così liquidati, con un motto icastico e
arguto, il Papa Leone XIV e la sua enciclica La magnifica umanità, nella
quale, per altro, si spiegano estesamente le ragioni proprio del pacifismo
cristiano: pacifista è il costruttore di pace, in senso
evangelico.
Del resto è scritto nell’enciclica La
magnifica umanità
190. Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso
pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della
guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio
quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. Conflitti regionali che si
trascinano nel tempo, escalation di tensioni e minacce incrociate
diventano quasi abituali, e riemergono forme di conflitto per espansione
territoriale che si credevano superate. L’opinione pubblica viene progressivamente
orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso
amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione.
[…]
205. A monte di tutto ciò sta un falso “realismo”, fondato non solo
sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e
antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura
umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà!
Dunque, il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte
internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che
sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente
irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di “realismo” politico, che
semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra
ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o
irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una
speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile,
della giustizia e della carità.
E nel Messaggio per la 59°
Giornata mondiale per la pace 2026:
Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non
considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra
per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate,
la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà
sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella
vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si
arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla
guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del
principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è
il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni
giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli
a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati
da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti,
la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare,
incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto,
sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In
conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri
umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni
istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è
difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la
responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è
escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la
scintilla che metta in moto l’apparato bellico».
Ma peggio ancora il volersi fare costruttori di
pace è di questi tempi proscritto,
quindi messo pubblicamente al bando, come intelligenza con il nemico, connivenza
con il male, per cui si dice che i pacifisti sono in realtà pacifinti,
che proponendo di non ingaggiare conflitti armati o di non contribuire a
incrementarli vogliono fare gli interessi della parte avversa, che, quanto alla
guerra in corso in Ucraina, è la Federazione Russa. Così si dice, proprio come
sostiene il Papa, che occorre preparare la guerra per creare le condizioni di
una pace giusta e duratura, perché, se non si agisce così, la pace forse
verrà, ma alle condizioni del nemico.
Naturalmente non tutte le forze che richiedono
che non ci si prepari alla guerra contro la Federazione russa sono pacifiste.
Non lo sono tutti i nazionalismi. Il nazionalismo, e il sovranismo non ne è che
una manifestazione ai nostri giorni, è
bellicoso per natura ideologica e sempre ammazza. Lo fa in vari modi,
che magari scandalizzano o impauriscono di meno, come quando si abbandonano le
attività di soccorso ai migranti che si avventurano nel Mediterraneo per
dirigersi verso le coste dell’Unione Europea, ma sempre ammazza. Sempre usa i dispositivi militari, verso l’esterno e
verso l’interno. E’ una caratteristica che storicamente si riscontra sempre in tutti i nazionalisti, e ora
anche in quello che ha progressivamente sempre più caratterizzato dalla metà
del primo decennio degli anni 2000 il regime putiniano russo, per il
quale la guerra in Ucraina ha costituito una grande opportunità per affermarsi
e consolidarsi nella sterminata Federazione russa. Capitò qualcosa di simile
allo stalinismo, durante la Seconda guerra mondiale, nonostante i pesantissimi
rovesci bellici e le perdite umane immani, fino a quando, infine le armate
tedesche e dei loro alleati iniziarono a cedere, in particolare dopo l’entrata
in guerra degli Stati Uniti d’America. Lo stalinismo, in crisi prima dello
scoppio della guerra, ne uscì potentemente rafforzato. Il regime putiniano è diventato il modello di
molti dei nazionalismi europei, che ora preferirebbero che non gli si facesse
guerra, perché pensano di potersi avvantaggiare da un suo successo negli affari
europei. Ma, appunto, la posizione di
questi nazionalismi non è pacifista e, del resto, nessun nazionalista, o
sovranista come oggi si chiamano i nazionalismi, accetta di essere definito
tale, se non strumentalmente, quando cerca, ad esempio, la benevolenza
clericale.
Definiamo pacifismo l’orientamento di
chi si propone di costruire la pace sociale, considerata un bene pubblico,
prevenendo, sopendo, spegnendo o risolvendo i conflitti. Non è pacifista,
quindi, chi vuole pacificare mediante conflitti. Il pacifista può
trovarsi a subire un conflitto ma si propone sempre di sopirlo o di spegnerlo.
Il pacifismo, che significa quindi volersi
fare costruttori di pace, può applicarsi ad ogni realtà sociale, anche
molto piccola, e senza che rilevi il fatto che eserciti poteri pubblici, che
sono quelli che pretendono di imporsi a
prescindere dal consenso di chi li subisce, purché siano esercitati secondo le
regole pubbliche che li riguardano.
La questione dell’uso delle armi è diversa da
quella che è al centro dei pacifismi. La legge italiana del 1972, n.772,
sull’obiezione di coscienza al servizio militare armato riguarda il rifiuto
individuale, per ragioni appunto di coscienza, spirituali possiamo dire,
di prestare il servizio militare armato
ed è il suo grave limite riguardo al
pacifismo, che invece ha ad oggetto conflitti, armati o non che siano, e che
non è un fenomeno individuale ma collettivo.
L’obiezione di coscienza riguardo al servizio
militare in realtà è contro la guerra, sulla quale rimando alla sezione
che segue in cui specificamente ne tratto, e quindi contro il servizio militare
in sé, ma al tempo in cui fu deliberata la legge italiana sull’obiezione di
coscienza riguardo al servizio militare, non fu trovato il modo di riconoscerla
con quella estensione.
Guerra in senso politico è solo il conflitto armato che sia ordinato da
un potere pubblico, al quale chi lo subisce non possa esimersi dall’obbedire, sotto
pena di sanzioni, che possono essere anche molto gravi, in particolare in caso
di diserzione in tempo di guerra. Ai
tempi nostri, quel livello di violenza, quello della guerra, è monopolio degli
stati. Ciò che il pacifismo riguardo alla guerra si propone di prevenire, sopire, spegnere o
risolvere, mette quindi in questione gli stati e, in particolare, la loro
pretesa di sovranità, vale a dire di non riconoscere limiti, quindi di poter
dare e ordinare di dare la morte.
Per i cattolici, la cui (recente)
legittimazione democratica è dipesa anche dal superamento dell’opposizione
“intransigente” alla logica dei contemporanei stati ad ordinamento
liberal-democratico, questo risveglia problemi molto seri, soprattutto in una
situazione, come quella italiana, nella quale la componente cattolica nel blocco
dominante è molto rilevante, nonostante ciò che di cui di solito ci si lamenta,
vale a dire di una sua irrilevanza politica.
Gli stati avanzati contemporanei,
identificati di soliti con quelli Occidentali, praticano ancora ampiamente la
violenza politica come strumento di governo, sia nelle forme della guerra, sia nelle sue varie
altre manifestazioni, ad esempio con la repressione di ordine pubblico.
L’Unione Europea fa eccezione, ma solo quanto alle relazioni tra i suoi stati
membri, i quali hanno voluto costruire la pace fra di loro e quindi l’hanno
avuta.
Quegli
stati non sono certamente disarmati, sia nel senso che complessivamente
dispongono di un imponente dispositivo bellico, con circa un milione e mezzo di
militari in servizio permanente attivo, sia nel senso che progettano
incessantemente scenari di guerra verso stati non appartenenti all’Unione
Europea, perché non si acquistano che le armi che si progetta di usare e non si
arruolano che i militari che si progetta di impiegare, anche se poi i piani di
guerra possono non essere a breve scadenza e possono essere condizionati ad
eventi futuri e incerti, più o meno probabili, di solito in relazioni ad
evoluzioni della situazione internazionale.
Ai tempi nostri, in relazione agli sviluppi
della feroce guerra incorso in Ucraina a seguito dell’invasione di quello stato
ordinata dal presidente della Federazione russa, i progetti bellici di Gran
Bretagna e degli stati dell’Unione Europea
contro la Federazione russa si sono fatti assai stringenti, perché ci si
trova di fronte alla prospettiva di un più che probabile collasso dell’esausta
armata ucraina, qualora non vi sia una intensificazione dell’intervento dei
suoi alleati occidentali, e allora, anche in base a una serie di accordi
bilaterali e con l’Unione Europea e
all’integrazione del dispositivo bellico ucraino in organismi della N.A.T.O., un
intervento di truppe europee occidentali nel conflitto ucraino rientra negli
eventi possibili a breve, ciò che determinerebbe una guerra continentale, con
l’apertura di nuovi fronti di guerra, in particolare dove la situazione è già
molto tesa, ad esempio alle frontiere con gli stati baltici, dichiaratisi
indipendenti nel 1991 dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica della quale
erano parte.
E’ molto evidente di questi tempi il
tentativo di mobilitazione bellica dell’opinione pubblica dell’Unione Europea,
e anche di quella italiana, in questo caso anche da parte dei maggiori
quotidiani nazionali, come il Corriere della sera e La Repubblica. Ci dicono che occorre
prepararsi alla guerra perché essa incombe e che questa è l’unica cosa da fare,
perché la Federazione russa ci attaccherà. E’ appunto l’atteggiamento criticato
dall’enciclica Magnifica Humanitas.
Si ricordano, a questo proposito, i tardivi e
infruttuosi tentativi di pacificazione compiuti dalle potenze europee negli anni ’30
di fronte alle minacce belliche del
regime nazista hitleriano tedesco e si ricorda che, nel settembre 1939, si ebbe
la guerra, addebitando a quei tentativi di pacificazione questo risultato, e non, come sarebbe più
logico, al fatto che in realtà da tempo tutte le potenze europee, non solo la
Germania, si stessero preparando ad una guerra continentale, già dalla fine
della Prima guerra mondiale, e che quindi, avendo voluto la guerra, alla fine
si ebbe la guerra.
Il contesto del conflitto bellico ucraino è
però molto diverso da quello che si manifestò nell’Europa degli anni ’30, con
l’invasione tedesca della Polonia, innanzi tutto perché le opinioni pubbliche
europee , comprese quelle russe, sono altamente scolarizzate e quindi si
rendono bene conto di ciò che significherebbe una guerra continentale e le sono
decisamente avverse.
Bisogna ricordare che tra le principali cause
di caduta dei regimi comunisti marxisti leninisti dell’Europa orientale a
cavallo tra gli anni ’80 e ‘90, vi fu la pressione psicologica verso
l’imitazione acquisitiva verso i costumi degli europei occidentali. L’economia
russa, poi, dagli anni ‘’90 , venne modellata seguendo dottrine di economicisti
della scuola liberista statunitense, all’epoca molto influenti sotto presidenza
della Federazione russa di Eltsin. La Federazione russa è oggi un sistema
capitalista avanzato, al pari di quelli dell’Europa occidentale, che ha avuto
esperienza concreta degli enormi
vantaggi derivati dalla cooperazione internazionale, incrementata
esponenzialmente già dagli anni dell’era sovietica, dopo la Conferenza di
Helsinki del ’73\’75 sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.
La genesi del confitto ucraino attualmente in
corso risiede in cause molto diverse da quelle dell’espansionismo imperialista
nazista degli anni ’30, tanto che, paradossalmente, i progetti bellici che
attualmente si dispiegano sono molto diversi e, in particolare mirano, da parte
russa, non all’asservimento della popolazione ucraina in una condizione di
asservimento schiavistico verso quella russa, come invece si proponevano i
nazisti tedeschi verso i polacchi nel ’39,
ma alla reintegrazione dell’Ucraina nella Comunità degli stati
indipendenti egemonizzata dalla Federazione russa, organismo che anche
l’Ucraina, con la Bielorussia, aveva contribuito a istituire, e, da parte
Europea occidentale, all’integrazione piena dell’Ucraina nell’Unione Europea,
secondo la volontà inserita da quello stato nella propria Costituzione.
E’ questa diversità
di situazione che il pacifismo europeo considera nel raccomandare soluzioni
negoziali, e non progetti di guerra alla Federazione russa, del resto secondo la politica diplomatica
dispiegata dalla Santa Seda. Da parte
avversa, l’orientamento che il chiamo Draghiano perché fondato
sull’ideologia di competizione tra blocchi
che è alla base del cosiddetto rapporto Draghi del 2024 alla
Commissione Europea, osserva che, se non
ci si prepara concretamente alla guerra contro la Federazione russa, e quindi
non la si progetta in dettaglio e si aggiornano di conseguenza i propri
dispositivi bellici secondo tali progetti, ciò che nel complesso viene definito
come riarmo, del quale tanto si dibatte in Europa occidentale e anche in
Italia, si finirà vittime dell’espansionismo russo guidato dal regime putiniano.
Si dice, in sostanza, secondo quanto criticato nell’enciclica Magnifica
Humanitas che la guerra è rimasta l’unica opzione possibile. In questo si risente della mitologia bellica
sulla Seconda Guerra Mondiale che originò da un’opera letteraria
importantissima, che fruttò al suo autore il premio Nobel, la storia della
seconda guerra mondiale di Winston Churchill, il quale, a strage immensa
perpetrata, con circa cinquanta milioni di morte e l’Europa distrutta, seppe
sapientemente narrare quegli eventi presentando la guerra che si era combattuta come l’unica opzione
possibile e onorevole nella situazione storica che si era creata negli anni ’30
a seguito della minaccia costituita dall’imperialismo hitleriano e i tentativi
di pacificazione (non il pacifismo perché le potenze che vi presero
parte, tra le quali il Regno d’Italia rappresentato da Benito Mussolini, non erano senz’altro pacifiste) come
disonorevoli.
Ma
in realtà, anche in quelle condizioni storiche, la guerra non era la sola
opzione possibile, come scrisse la Santa
Sede nello storico radiomessaggio diffuso
il 24 agosto 1939 sotto l’autorità del papa Pio dodicesimo rivolto ai
governanti ed ai popoli nell'imminente pericolo della guerra:
È con la forza
della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E
gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica
emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono.
Imminente è il
pericolo, ma è ancora tempo.
Nulla è perduto con
la pace. Tutto può esserlo con la guerra.
Ritornino gli
uomini a comprendersi. Riprendano a trattare.
Trattando con buona
volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e
fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo.
E si sentiranno
grandi — della vera grandezza — se imponendo silenzio alle voci della passione,
sia collettiva che privata, e lasciando alla ragione il suo impero, avranno
risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria rovine.
^^^^^^^^^^^^
D
Abbandonare il paradigma centrista nel
pacifismo cattolico
Il cattolicesimo sociale italiano si manifestò
della seconda metà dell’Ottocento come forza di resistenza per lenire le
sofferenze sociali delle masse. Si viveva in uno spaventoso clima di violenza sociale, che si prolungò ben oltre l’abbattimento
dell’ultimo regno indipendente, quello dei Papi nel Centro Italia, che si frapponeva al completamento del progetto
egemonico costruito dal governo Cavour strumentalizzando la monarchia sabauda,
uno stato autoritario, militarista e
bellicista, piegato al costituzionalismo durante le dinamiche politiche
risorgimentali.
I cattolici
della mia generazione, e giù di lì, sono stati educati politicamente
secondo la mitologia risorgimentale, che vede virtù sociali in quello stragista irredentismo nazionalista.
L’accettazione di quella mitologia fu vista dai cattolici democratici, dei
quali Giovanni Battista Montini fu uno dei principali esponenti in Italia, come condizione indispensabile per la piena
integrazione dei cattolici nelle istituzioni pubbliche italiane dello stato
unitario. Tuttavia fino al 1913 l’orientamento prevalente fu quello contrario,
veicolato dalle rivendicazioni territoriali
della Santa Sede, che non accettava di essere stata spossessata con la
forza del proprio stato con capitale Roma, nel cui governo, tuttavia, aveva
largamente praticato la violenza di stato in tutte le sue dimensioni, perché il
suo era uno Stato come tutti gli altri. Le rivendicazioni anti-risorgimentali
della Santa Sede non furono quindi pacifiste (come ci si sarebbe pure
potuti aspettare data l’importanza evangelica del tema della pace), ma legittimiste,
e non contestavano tanto o solo la violenza dei moti risorgimentali, ma il
fatto che quei movimenti irredentisti, per dare l’Italia agli italiani, si
fossero proposti, e avessero infine
conseguito l’abbattimento, all’esito di una breve guerra mossa dal Regno
d’Italia, dello Stato pontificio, restaurato in base agli accordi
internazionali raggiunti nel Congresso di Vienna del 1814/1815. Per ragioni
analoghe da un lato si considera
illegittima la pretesa russa di reintegrare l’Ucraina nel sistema
internazionale dominato dalla cultura russa e, da parte russa, si considera
proprio dovere storico e religioso riportare l’Ucraina nel mondo russo.
Comunque, dagli anni Sessanta dell’Ottocento fino
ad epoca a ridosso della Prima Guerra mondiale i cattolici italiani furono
indotti dal Magistero a resistere allo Stato democratico liberale del Regno
d’Italia, in una posizione che fu detta intransigente, perché rifiutava
qualsiasi compromesso sulle rivendicazioni territoriali della Santa Sede. Quando
le tendenze democratiche per una piena partecipazione alle istituzioni
pubbliche italiani si fecero più forti nell’Opera dei Congressi, l’organismo di
coordinamento delle iniziative sociali dei cattolici italiani, la Santa Sede,
nel triste clima della persecuzione del cosiddetto “modernismo” nel 1904 ne
ordinò lo scioglimento e, al suo posto, nel 1906 fece costituire l’Azione
Cattolica Italiana, nelle intenzioni docile strumento delle sue politiche in
Italia. Poi l’associazione, che ebbe grande successo di popolo, in particolare
tra le donne, neglette nell’Opera dei Congressi, divenne anche altro, con varie
vicende storiche in una direzione e nell’altra, fino alla epocale riforma
statuaria del 1969 sotto la presidenza di Vittorio Bachelet,
La posizione della Santa sede verso il Regno
d’Italia e il suo regime si ammorbidì con l’espansione del movimento socialista
di orientamento marxista in Italia. L’enciclica Delle novità – Rerum novarum
del 1891 fu sostanzialmente dedicata alla polemica contro quel socialismo,
che la Santa Sede temeva molto perché anti-religioso oltre che anti-clericale,
e lo era veramente, e per la sua crescente presa sul proletariato (questo
termine, di origine marxista, è usato nella Rerum novarum fin dalle
prime righe e la Santa sede del proletariato intese farsi patrona). È in questo
quadro che maturò l’intesa per la partecipazione alle elezioni politiche del
1913 con le forze politiche liberali italiane mediata da Vincenzo Ottorino
Gentiloni (da cui prese il nome), nominato nel 1909 dal Papa presidente della
Unione Elettorale Cattolica Italiana, una delle tre articolazioni dell’Azione
Cattolica Italiana. Nel corso degli anni Venti, a seguito di lunghe trattative
con il regime fascista mussoliniano la Santa Sede concluse nel 1929 una serie
di accordi con il Regno d’Italia, i Patti Lateranensi, stipulati nei palazzi
del Laterano a Roma tra il cardinal Gasparri per la Santa Sede e da Mussolini
come capo del governo italiano, tra i quali un Trattato che riconobbe alla
Santa Sede la piena sovranità su alcune zone di Roma, in una entità chiamata
Città del Vaticano, mai però definita stato in quell’accordo. La Santa
Sede considerò soddisfatte le sue rivendicazioni territoriali e chiusa la
cosiddetta Questione romana, e, con l’enciclica Il quarantennale –
Quadragesimo anno del 1931 esortò i cattolici italiani a cooperare nel
corporativismo fascista, plaudendo alla repressione del socialismo. Nel
contesto di tali infausti frangenti, venne poi la dichiarazione del papa Pio undicesimo
in un discorso agli universitari della FUCI che la politica è una forma molto
esigente di carità, poi divenuto ricorrente nel Magistero sulla dottrina
sociale. Da quell’orientamento si produsse
la quasi completa fascistizzazione del’Azione Cattolica Italiana, della quale
si lamentava De Gasperi, ad eccezione dei rami intellettuali, gli
universitari, i laureati e i maestri cattolici.
Dal 1939 e, in particolare con i radiomessaggi
natalizi diffusi dalla Santa Sede sotto l’autorità del papa Pio dodicesimo tra
il 1942 e il 1944, si ebbe lo
sganciamento della dottrina sociale dall’intesa con il regime fascista e l’accettazione
di sviluppi democratici, in particolare in Italia a seguito dell’intesa
politica tra il nuovo partito cattolico della Democrazia Cristiana e la Santa Sede
mediata da Alcide De Gasperi e Giovanni Battista Montini al tempo del suo
servizio presso la Segreteria di stato. Tuttavia non riprese il vecchio
orientamento intransigente perché, a seguito delle vicende belliche e
resistenziali, il governo nazionale finì sotto l’egemonia dei cattolici e vi
rimase fino al 1994.
In questo contesto l’emergente movimento per
l’obiezione di coscienza al servizio militare venne represso e di questo ne
fece le spese una grande anima come Lorenzo Milani, che fu tratto a giudizio
con le imputazioni di istigazione a delinquere e di istigazione ai militari a
disobbedire alle leggi nel 1965 per una lettera scritta in risposta ad una
presa di posizione dei cappellani militari. Assolto in primo grado perché i
fatti non costituivano reato, venne nuovamente tratto a giudizio per l’appello
proposto dalla Procura generale e morì prima della sentenza definitiva, conseguendone
la dichiarazione di improcedibilità per “morte del reo”. Il direttore del
settimanale Rinascita, dove la lettera aperta di Milani era stata pubblicata, venne
invece condannato ma durante il giudizio per cassazione sopravvenne l’amnistia
e l’estinzione del reato e il procedimento si concluse per quella causa di
improcedibilità.
Il pacifismo, quando ha riguardo alla guerra,
è sempre una questione che riguarda lo stato. Si tratta di capire, in
particolare, se ci si debba rassegnare a
obbedire a una decisione legittima che comandi la guerra e in che limiti. Per
un pacifista gandhiano o seguace di Aldo Capitini, apostolo della
nonviolenza in Italia, la decisione è negativa: è una forma, questa, di
obiezione di coscienza, ben oltre quella ammessa dalla legge italiana del 1972.
Ma, prima di questo, si tratta di decidere, se il bene dello stato richieda di
rassegnarsi a che la guerra sia l’unica soluzione possibile in un certo
contesto o non o mai.
In un clima politico come quello attuale, in
cui il blocco politico dominante, e pure parte dell’opposizione, e potenti
organi di informazione pubblica stanno spingendo per la guerra, considerandola
inevitabile, l’unica soluzione ragionevole, ci si deve chiedere quale debba
essere la posizione basata sugli insegnamenti evangelici: l’enciclica Magnifica
Humanitas è la risposta. Procedendosi verso la guerra, e la cosa si
presenta oggi come una china difficilmente arrestabile, ci si deve chiedere se
non sia il caso di riprendere l’antica posizione intransigente verso lo stato che sta per ordinare la guerra,
abbandonando quella centrista che fu anche della Democrazia Cristiana,
secondo la quale l’aspirazione alla pace veniva contemperata realisticamente
con la situazione concreta per cui l’Italia era venuta a trovarsi non in
posizione non allineata, ma nel blocco militare egemonizzato dagli Stati
Uniti d’America, e dunque non si ponevano obiezioni alle richieste di
coinvolgimento in progetti bellici che venivano dal potente alleato nel quadro
della N.A.T.O., considerando l’appartenenza alla N.A.T.O., in particolare per
la deterrenza nucleare che consentiva verso l’Unione Sovietica e i suoi alleati nell’Est Europeo, condizione
indispensabile per il mantenimento della pace in un’Europa divisa dalla
cosiddetta cortina di ferro. Per cui la costruzione delle condizioni di
una mutua distruzione assicurata con l’allestimento da parte degli Stati
Uniti d’America di enormi arsenali di
armi nucleari e dei vettori per portarle sue bersagli, prima mediante una
flotta di bombardieri strategici intercontinentali stratosferici B52 e
poi con numerosissimi tipi di missili, e con attività analoghe da parte
dell’Unione Sovietica, il gigantesco stato federale euroasiatico succeduto dal
1917 all’Impero russo zarista, venne addirittura considerata provvidenziale,
perché creava una mutua deterrenza e quindi condizioni di pace, a
circa mezz’ora dalla fine del mondo come
ad un certo punto si osservò.
^^^^^^^^^^^^
E
Note di metodo
Nell’agosto 2026 nel Meic Lazio abbiamo
progettato di uscire con un documento sulle questioni della pace e della guerra
in Europa, tenendo conto della guerra che già si combatteva dal 2022 in
Ucraina e che vedeva già coinvolte la N.A.T.O. e l’Unione Europea e
dell’enciclica La magnifica umanità dello scorso maggio che proprio di
quei problemi tratta.
Su
questi temi non vi era pieno accordo tra noi. Le due giornate di brainstorming
e di dibattito sul risultato del brainstorming del 31 luglio e del 7
agosto 2026 lo hanno evidenziato.
All’esito del dialogo ho fatto elaborare ad un sistema intelligente evidenziava
solo i punti di convergenza emersi nella fase di brainstorming. Mi
sono servito di un sistema intelligente, il più potente in commercio come LLM
chatbot perché l’analisi del brainstorming alla ricerca delle
convergenze fosse il più possibile neutrale.
Se un documento
deve riflettere le posizioni del gruppo, quello é il massimo a cui si può
arrivare: l’individuazione di convergenze. Da lì poi il dialogo è
proceduto per tutto agosto fino a convergere sul documento Lettera aperta del
1 settembre 2026 che è riportato alla precedente lettera A.
Per un gruppo ecclesiale, procedere nel dialogo
per produrre un risultato che faccia emergere convergenze tali da
riflettersi su una decisione finale in cui si accetti di riconoscersi senza
rompere l’unità agapica significa procedere con metodo sinodale. In questo quadro è centrale farsi
guidare dalla Parola di Dio nel discernimento. È appunto quello che
abbiamo fatto nel lavoro fin qui svolto, sotto la guida del presbitero che
partecipava ai nostri incontri. Nel organizzare e condurre gli incontri di
dialogo del 31 luglio e 7 agosto 2026, ho seguito, ne adattandole al nostro
contesto, le linee guida sul metodo sinodale formulate e sperimentate negli
anni dei processi sinodali sulla sinodalità svolti dall’ottobre 2021 e tuttora
in corso. Ho poi lavorato su una bozza di documento finale strutturata seguendo la meditazione sulla Parola di Dio
proposta nel corso dei due incontro di cui ho, che è ciò che dà nerbo
ecclesiale all’insieme. Quel documento è stato via via raffinato fino al testo
finale, presentato come lettera aperta.
Credo che sia importante continuare a
procedere così, in particolare lavorando a partire dalla convergenza che abbiamo ottenuto, anche se poi
il risultato potrà apparire meno appariscente sotto vari punti di vista e
soprattutto senza la pretesa di dire una parola conclusiva. Seguiamo il metodo sinodale,
vivendo così il grandioso moto di riforma che, nell’inconsapevolezza di
molti, la nostra Chiesa sta tentando.
Voglio evidenziare anche un punto molto
importante: credo che ogni politica di riarmo non sia compatibile con
il magistero espresso nell’enciclica La magnifica umanità. I redattori
dell’enciclica e il Papa sotto la cui autorità è stata promulgata sono, in
questo senso, pacifisti, vale a dire si propongono di essere costruttori
di pace in senso evangelico. La via di Gesù è disarmata, ha scritto
papa Leone nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno.
Sul pacifismo, piuttosto diffamato di questi
tempi, è addirittura proscritto come viltà e intelligenza con
il nemico, ho infine prodotto questo documento. In tempi che erano molto
violenti e armati, negli scorsi anni Settanta, molti giovani di allora,
non tutti, erano pacifisti e, comunque, si faceva un gran parlare di pace in
politica. Nel decennio successivo, non prevista dai più, si ebbe infine la
pace. E gli anni ’80 si erano aperti con la crisi degli euromissili, innescati
dal posizionamento di piattaforme di lancio di missili tattici SS20 in
Europa orientale, ai confini con gli stati membri della N.A.T.O., a cui gli
statunitensi risposero posizionando micidiali missili da crociera in
Italia, secondo la strategia della deterrenza. In Italia i comunisti e
altre forze pacifiste organizzarono agitazioni popolari e furono accusati di intelligenza
con il nemico. Ma agitarsi per la pace era, per i comunisti marxisti, un
modo per far emergere anche la progressiva distanziazione dal pensiero
marxiano, che certamente non era pacifista. Moti nella stessa linea iniziarono a
manifestarsi anche nei socialismi leninisti dell’Europa orientale, unitamente a
eclatanti agitazioni popolari per la libertà europea di movimento a ridosso
degli eventi epocali del 1989. E poi, come ho detto, si ebbe la pace.
Si dice che in Ucraina si tratterebbe di reagire
ad una aggressione. Ma oggi non è quello il punto importante se
si vuole ripristinare la pace. L’aggressione ordinata dal governo
federale russo ha innescato una guerra, perché il governo ucraino ha
ordinato di reagire. Ma ora il problema è la guerra e come mettervi
fine. E qui conta il sano realismo di cui si parla nell’enciclica La
magnifica umanità, perché quattro anni di feroci battaglie hanno disegnato nuove
frontiere. Il realismo che l’enciclica definisce falso, perché (contrariamente
a ciò che emerge dalla storia delle guerre) ritiene che non vi sia alternativa
alla guerra, consiglia di continuare ad alimentare la guerra, perché ad un
certo punto il regime putiniano finirà per cedere perché perderà il consenso
popolare e sarà rovesciato. I realisti russi la pensano nello stesso
modo.
La
situazione, a questo punto, può evolvere verosimilmente in un solo modo, e
ormai tutti i governi implicati ne sono consapevoli: ad un certo punto,
improvvisamente, il dispositivo bellico ucraino collasserà e allora la N.A.T.O.
interverrà con proprie truppe in Ucraina e scoppierà una guerra continentale.
Voglio sottolineare che la questione non è
più solo quella della deterrenza, perché la guerra è già in atto.
Per chi si proponga di spegnere la guerra la
via è tracciata ed è quella indicata nell’enciclica.
^^^^^^^^^^^^^^^^^
F
Guerra: definizione del concetto in senso
politico
La guerra, in senso politico, quello
che rileva nel pacifismo inteso come costruzione politica della pace, è solo un conflitto armato organizzato
e ordinato da uno stato o da
altra entità pubblica che rivendica sovranità. Un’entità è pubblica
quando pretende di imporsi su una popolazione prescindendo dal consenso dei
suoi sudditi, e riesce a farlo, vale a dire che ha effettività. La sovranità
è la rivendicazione di un’entità pubblica di non essere soggetta ad altre entità
pubbliche.
Una guerra inizia solo quando viene ordinata
da un’entità pubblica che rivendichi sovranità e cessa solo quando l’entità
che l’ha ordinata revoca l’ordine di guerra o si dissolve come entità
pubblica sovrana.
La guerra viene sempre ordinata verso uno
specifico obiettivo, che è un’altra entità pubblica sovrana, per
abbatterla come tale o, più spesso, per piegarla al proprio volere. Dai tempi della
guerra rivoluzionaria francese la guerra è divenuta di massa, con la
mobilitazione di intere popolazioni, secondo lo schema della nazione
in armi. Per la prima volta nella storia, all’esito della Seconda guerra
mondiale le perdite civili superarono quelle dei militari, venendo stimate in
non meno di cinquanta milioni di persone. I dispositivi militari degli stati
contemporanei sono in grado di provocare perdite molto superiori. Le guerre di
massa sono preparate da una fase, più o meno lunga, in cui le popolazioni
sono educate agli eventi bellici, cercando di vincere la loro resistenza contro
la guerra. Nell’Europa contemporanea si è appunto in questa fase. Si tratta di
ottenere il consenso all’estensione di una guerra già in atto in
Ucraina, nella quale N.A.T.O. è Unione
Europea sono già potenze belligeranti. La guerra è stata ordinata da
N.A.T.O. e Unione Europea quando si é deciso di sostenere il dispositivo
bellico ucraino in vari modi e di colpire la Federazione russa con ritorsioni
economiche. Colpi micidiali nella Federazione russa sono stati possibili con
tutta evidenza solo con le informazioni date alle forze armate ucraine mediante
gli apparati satellitari degli occidentali. Va evidenziato che si è già oltre
lo schema della deterrenza, che consiste nell’organizzare una minaccia
bellica per scoraggiare potenze avversarie. La guerra infatti è già in atto.
Sì cerca di radicare nelle popolazioni la
convinzione che la guerra è giusta, che non c’era altra alternativa onorevole
che parteciparvi, che non vi è altra alternativa che prepararsi ad estenderla
ed intensificarla, che il pacifismo è intelligenza con il nemico, che il
nemico, se non contenuto con la guerra, non sarà mai sazio e continuerà ad
aggredire gli occidentali.
Lo scenario più probabile di estensione del
conflitto è quello dell’improvviso collasso del dispositivo bellico ucraino al
quale seguirà, per effetto della rete di accordi già conclusi con l’Ucraina
per la guerra in corso, l’ingresso di truppe europee e statunitensi in Ucraina
per dare battaglia ai russi. Si è ad un passo da questo scenario. È in questo
quadro che si sta già attuando il riarmo raccomandato nel 2024
dal cosiddetto rapporto Draghi.
In questa situazione storica viene pubblicata
l’enciclica La magnifica umanità, nella quale viene proclamata l’ingiustizia
della guerra come tale, superando l’antica dottrina tradizionale sui
criteri della guerra giusta, articolata dal Cinquecento, sulla base di
teologie precedenti.
Il mondo cattolico italiano non appare
disposto ad accettare il nuovo paradigma del magistero. Si cerca di mantenere quello
tradizionale sulla giustizia o ingiustizia della guerra.
Ci si appiglia a quanto si legge al n.215
dell’enciclica:
215. Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al
fondamento della pace, che è la giustizia. Noi non cerchiamo infatti una pace
qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che
nasce dalla giustizia. «Esiste una stretta relazione tra la giustizia di
ciascuno e la pace di tutti». S. Giovanni Paolo II, Messaggio per la 31^ Giornata mondiale della
pace, 1998] . Commentando il versetto del salmo «giustizia e pace si baceranno» ( Sal 85,11b), Sant’Agostino scrive: «Non c’è nessuno che
rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a
praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente
che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia. Perché vuoi tu porti in
contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non
rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di
non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei
riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto.
[…] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!». Non stanchiamoci dunque di cercare la
giustizia!
Ma dal contesto, in
particolare dalla citazione biblica e da quella patristica, è evidente che la giustizia
a cui in quel brano si fa riferimento non è quella legale, per cui
ad esempio una questione territoriale potrebbe giustificare una
guerra, ma la giustizia che consegue all’infinità dignità dell’essere
umano, creato a immagine di Dio, la ragione per la quale l’umanità è
detta magnifica.
Nell’ottica di quella giustizia la pace
è un processo che va sempre approfondito e ampliato, man mano che si
acquisisce consapevolezza di nuovi aspetti della dignità dell’essere umano. È,
tuttavia, ottenere la revoca degli ordini di guerra e, prima di allora e quando
ancora non sono portati alle più tragiche conseguenze, resistervi
tenacemente è la base di quel processo, senza la quale non può parlarsi di pace.
I governi possono avere controversie
territoriali, ma bisogna render loro ben chiaro che non possiedono le
popolazioni stanziate su quei territori e, in genere, le popolazioni
soggette a loro potere. La guerra, come tale, è sempre ingiusta e
questo giustifica la resistenza popolare contro di essa, delegittimando
la sovranità dell’entità pubblica che pretenda di costringervi le popolazioni
soggette, nella misura necessaria a quella resistenza. Occorre opporre a chi
pretende di costringere alla violenza di massa una resistenza di massa. É
questa l’esortazione dell’enciclica leoniana.
^^^^^^^^^^^^^^^
G
Giustizia e pace
1. Si insegna che la
giustizia è la via per la costruzione della pace, intendendo che un ordine
sociale ingiusto suscita una reazione, che può essere anche violenta ed è
comunque conflittuale, nei ceti che l’ingiustizia subiscono.
È una linea di pensiero molto risalente e radicata
nella dottrina sociale: la si trova sviluppata fin nell’enciclica Delle
novità – Rerum novarum del 1891 centrata principalmente sulla polemica contro
il socialismo marxista, che a quell’epoca stava organizzandosi in Italia come
partito politico e, di riflesso, sulla giustizia sociale in favore del proletariato,
così nominato fin dalle prime righe del documento, per prevenire la rivolta
sociale delle classi subalterne, che il socialismo rivoluzionario intendeva
suscitare.
Bisogna però riconoscere che, assumendo quella
prospettiva, ci si pone a fianco dei ceti dominanti, che sono sempre una
minoranza della popolazione ma in quanto appunto dominanti impongono a
tutta la gente caduta in loro dominio ciò che è giusto e ciò che non lo
é. Si dice loro che costruire un ordine sociale meno iniquo converrà anche a
loro, preservandoli dalle conseguenze delle rivolte sociali dal basso. Nel
prosieguo degli sviluppi della dottrina sociale verrà anche insegnato che consentire
una più larga partecipazione alle questioni di governo, quindi alla politica, è
un metodo virtuoso per individuare il livello di giustizia sociale necessario a
quello scopo. È in questo quadro che si insegnerà che la partecipazione
politica è anche una forma esigente di carità in senso cristiano e che
quindi la questione della giustizia sociale non necessariamente deve essere nelle
mani di autocrazie illuminate dalla fede
cristiana e dalla dottrina sociale. Questo ordine d’idee rimase a lungo
controverso nella dottrina sociale, nella quale, con l’enciclica Le gravi dispute
sulla questione sociale - Graves de communi re oeconomica disceptationes, del 1901, del papa
Leone tredicesimo, lo stesso sotto la cui autorità era stata promulgata l’enciclica
Delle novità – Rerum novarum, quell’idea, vale a dire di promuovere una democrazia
cristiana, venne addirittura condannata come eretica. Nel 1931 si ebbe la
svolta di cui dicevo, in ordine all’impegno politico della gente cristiana, per
altro negli infausti frangenti del compromesso raggiunto, con i Patti
Lateranensi del 1919, con il Regno
d’Italia caduto nel dominio del fascismo mussoliniano. Dal 1942 si ebbe poi
un’ulteriore svolta che vide nella costruzione di democrazie la via per restaurare
un ordine nazionale e internazionale pacifico e giusto, dopo la catastrofe
della guerra mondiale che a quell’epoca era in corso.
Le situazioni di conflitto sociale tendono a
produrre disordine in un ordinamento e, al dal punto di vista dei ceti
dominanti, sono per questo viste con sfavore quando conseguono a reazioni di
rivolta dei ceti subalterni, ma, comunque, anche in altri casi, di situazioni
di conflitto create da chi domina contro chi in società ha la peggio e subisce
quel dominio: si cerca così di non mantenere endemici i conflitti aperti,
perché comunque mettono a rischio proprietà, commerci e attività industriali,
che beneficiano di un quadro sociale relativamente stabile in cui un certo
livello di ordine pubblico sia garantito.
I conflitti sociali aperti generano sempre sofferenze
nella gente che a diverso titolo vi
è coinvolta ed esse sono in genere più marcate nelle fasce di popolazione che
sono meno garantite da forme di provvidenza sociale e dall’azione di sicurezza
pubblica organizzata dalla autorità pubbliche e che per vivere dipendono da
altri, vale a dire le classi sociali che, nel lessico del socialismo marxista,
venivano definite proletariato.
La dottrina sociale cattolica contemporanea,
che convenzionalmente si fa partire dall’enciclica Delle novità – Rerum
novarum, pubblicata nel 1891 sotto l’autorità del papa Leone tredicesimo, anche
se, da quando si sono storicamente manifestate autorità ecclesiastiche
cristiane è stata prodotta dottrina sociale, raccomanda alle autorità pubbliche
di prevenire, sopire e risolvere i
conflitti sociali con misure pubbliche ispirate alla giustizia sociale,
garantendo una ripartizione equa delle risorse socialmente prodotta, vale a
dire che consenta a tutti i ceti un certo livello di benessere in modo
da garantire la dignità sociale delle persone, colpite dalle forme di povertà
relativa e da quelle assolute, in cui è messa in pericolo addirittura la
sopravvivenza.
Paradossalmente considerata la diversità
ideologia dei rispettivi organismi di governo, la posizione della Chiesa
cattolica è anche quella dell’attuale regime della Repubblica Popolare, nell’era
del presidente Xi Jinping, divenuto egemone nella Repubblica dal 2012 quando
divenne Segretario generale del Partito Comunista cinese, dopo un lungo periodi
di contrasti ai vertici della politica di quel Paese almeno dal 2007: XI ha
dichiarato che è obiettivo del suo regime politico quello di garantire a tutta
la popolazione cinese un moderato livello di benessere, stabilito dagli
organismi centrali del Partito e non risultante dal bilanciamento tra le forze
implicate in conflitti sociali, vietati in quell’ordinamento.
Sia nel regime cattolico che in quello
comunista cinese la conflittualità sociale è vista con sfavore, in modo molto
marcato, ad esempio nell’enciclica Delle novità – Rerum novarum, molto
critica verso il socialismo rivoluzionari coevo.
Nella mitologia marxiana della lotta di classe, considerata
il tratto costante delle società divise in classi e il motore dell'evoluzione
storica, si prospettò che, all'esito di essa e con la conquista del potere da
parte del proletariato mediante un processo rivoluzionario — attraverso una
fase di transizione che Marx chiamò «dittatura del proletariato» — si sarebbe
prodotta una società senza più classi e quindi senza più antagonismi sociali,
nella quale, in una prima fase, ciascuna persona avrebbe ricevuto secondo
l'apporto del proprio lavoro alla società, detratti i fondi destinati ai
bisogni comuni, e, nella fase superiore del comunismo, ognuno avrebbe dato
secondo le sue capacità e ricevuto secondo i suoi bisogni. In una società senza
classi, in definitiva, l’antagonismo sociale avrebbe perso la sua funzione di
motore dell’evoluzione sociale, per quanto, come rilevato dagli studiosi del
pensiero di Marx, egli non diede ricette sull’organizzazione della società comunista
futura, per spiegare come si sarebbe potuto ottenere quell’equa ripartizione
delle ricchezze sociali secondo quei principi.
Di fatto, tutti gli ordinamenti comunisti che
si è storicamente tentato di realizzare e che non abbiano virato verso il
socialismo democratico, valendosi in quale misura di principi e procedure di
democrazia liberale, la pacificazione sociale, in una società che era comunque
rimasta ancora conflittuale, nonostante la violenza esercitata per strutturarla
secondo valori e principi comunisti, venne ottenuta mediante il mantenimento di
una estesissima violenza politica attuata mediante organizzazioni di polizia
molto potenti, e così appare che si si fatto, a ciò che emerge da fonti
affidabili una volta scremata la propaganda di regime, anche nella Repubblica
Popolare cinese.
Analogamente si usarono livelli molto intensi
di violenza anche nel governo ecclesiastico, che furono infine abbandonati con
l’affermazione delle democrazie contemporanee e nella misura in cui riuscirono
realmente ad affermarsi.
Vi è una legge generale dei fatti sociali che
ha trovato e trova infallibilmente conferma storica e che può essere esposta
semplificando in questo modo: ogni potere sociale, pubblico o privato, ed è
pubblico quello che prescinde dal consenso di chi lo subisce una volta che il
comando sia stato dato nel rispetto delle norme pubbliche che ne regolano
l’esercizio, tende sempre ad espandersi fino a che trovi una valida
resistenza individuale e/o sociale e reputi ad un certo momento conveniente trattare
con gli avversari un accordo transattivo, quindi pacificante, o si trovi
costretto dalla forza degli avversari a subirne la legge. Perché ci si deve
affannare a esplicitare dinamiche che rientrano nella costante e generale
esperienza e che quindi dovrebbero essere note e chiare a tutti? Perché in
realtà su di esse non vi è generale consenso. Sempre si è espresso e si esprime la convinzione che il
corso degli eventi sociali non dipende necessariamente dai rapporti di forza,
ma che possano esistere poteri sociali capaci di affrancarsi dalla legge generale
sui fatti sociali sopra sintetizzata e ciò in base a principi e valori
che si impongano per via di ragione
o innati o infusi e ai quali basti attenersi per risolvere i conflitti sociali,
con il risultato di pacificare la società. L’affermazione ricorrente che la pace
deriva dalla giustizia, nel senso che la preventiva realizzazione
della giustizia sociale non sia solo una
possibile condizione della pace sociale ma la fonte indispensabile per produrre la pace, con
dinamica di causa ed effetto, va appunto in quel senso. Questo
ordine di idee implica che quel tipo di giustizia pacificante non
emerge dalle dinamiche dei rapporti di
forza social, ma dipende da leggi esterne ad esse, costruite esercitando la ragione,
oppure innate, infuse, in particolare date da una divinità.
Ma, come si può facilmente constatare in base
a una realistica consapevolezza storica, che quel modo di pensare, invece di
essersi dimostrato la via sicura per la costruzione della pace, si è rivelato
infallibilmente quella per la conflittualità permanente e ciò accade anche
nella guerra in Ucraina in corso dal 2014 tra Ucraina, fiancheggiata dagli
Occidentali, e Federazione Russa, in cui ognuna delle parti belligeranti
dichiara che l’unica via per una pace giusta e duratura e quella del pieno accoglimento delle proprie
pretese politiche e, infatti, finora, tutti i belligeranti convengono che non
sia possibile un negoziato basato
su altri presupposti, e di conseguenza non risulta alcun reale negoziato.
2. È però possibile
presentare la questione del nesso tra la pacificazione e la giustizia,
nelle sue varie dimensioni e accezioni, in modo diverso e più aderente alle
reali dinamiche sociali, alla luce di ciò che emerge dalle pratiche
giurisprudenziali, un modo molto evoluto di costruire e amministrare la giustizia
nel concreti casi della vita in cui si sono sviluppate controversie, che
esplicitano, descrivendoli, conflitti portati
alla cognizione di giudici istituiti dall’ordinamento di riferimento. Si tratta
delle procedure prettamente giudiziarie ma anche sulle speculazioni ragionevoli
che su tali procedure e sul loro esito vengono intessuti dai patrocinatori
delle parti, dai magistrati coinvolti nelle procedure e nelle università per costruire
e organizzare sistemi concettuali che orientino per il futuro in casi analoghi,
vale a dire simili, anche se non perfettamente identici, per avere in comune
almeno un elemento con il caso deciso.
In un caso giudiziario, la
controversia sottoposta al potere di un giudice, la soluzione che viene
sentenziata come ius, diritto di quel caso concreto, non preesiste, in
particolare non è scritta nelle norme formali, scritte, e non delle quali il giudicante avrà deciso di fare
applicazione, che nella quasi totalità sono generali e astratte e quindi non
deliberate in vista di quello specifico caso in decisione. La soluzione, lo ius,
come si usava definirlo nella grande tradizione giuridica del diritto
romano, va inventato, nel senso del verbo latino invenire, vale a
dire trovato, nel senso di costruito, come osservava il grande
giurista Paolo Grossi, ad esempio in L’invenzione del diritto, Laterza
2017. E ciò senz’altro anche in base alla normativa vigente, ma
soprattutto studiando, ricostruendo e qualificando giuridicamente le relazioni sociali
che in quel caso sono implicate, nella loro storia, nelle loro dinamiche, nelle
intenzionalità manifestate dai soggetti coinvolti, insomma tutto ciò dal quale,
in definitiva, il caso è originato.
Un antico detto della tradizione giuridica
romanistica, che è rimasta diritto vigente in Europa fino ai primi
dell’Ottocento, dice “dammi il fatto e io (l’esperto del diritto
qualificato al quale ci si è rivolti per un parere o una sentenza, come anche
per esserne patrocinati) ti darò lo ius”. Ma in realtà chi interroga
l’esperto di diritto, il giusperito o giurista, gli porta non
veramente il fatto, che è sono le condotte e gli altri eventi che
rilevano nel caso in questione, ma solo storie di relazioni sociali, a
volte accompagnandole con loro
interpretazioni ma non necessariamente, se ne è capace, ma poi il fatto, nel
senso sopra precisato, vale a dire per dire quale sia lo ius di
quel caso, compiendo la giurisdizione, è la prima attività
giurisprudenziale di quell’esperto, del giurista. La seconda è quella di
qualificare il fatto secondo la tradizione interpretativa del
sistema normativo vigente nell’ordinamento di riferimento, che si fa speculando
razionalmente quali siano nel caso concreto le norme che gli si adattano, individuate
interrogando le fonti riconosciute in quell’ordinamento, che non comprendono
mai solo testi scritti di produzione di organismi pubblici. Senza questo
processo speculativo che si fa in sede giurisprudenziale le norme vigenti in un
ordinamento rimarrebbero inefficaci. Sulla base di esso le norme prendono
vita, si parla appunto di diritto
vivente, in particolare nella loro interazione, perché è un assioma
giurisprudenziale che l’ordinamento giuridico costituisce un tutt’uno coerente,
la cui coerenza deve essere trovata ed espressa dagli interpreti
qualificati, e in relazione ai casi della vita in decisione. Qualora poi un
indirizzo interpretativo si faccia strada nella prassi giurisprudenziale,
appunto nel diritto vivente, esso finisce per connotare le norme, quelle
formali perché deliberate in testi scritti nel corso e all’esito di procedure
pubbliche, ma anche quelle, come la consuetudine o la desuetudine, o gli usi,
che risultano da condotte sociali che si ripetano in un contesto sociale con
una certa regolarità e nella convinzione della loro obbligatorietà, facendo
corpo con le norme stesse. Quando ciò accade, la società tende a
conformarvisi, con il risultato di prevenire e risolvere, in una certa misura i
conflitti sociali, perché non tutti i conflitti finiscono alla cognizione di
giudici, nei processi giudiziari, ma solo una minoranza. Questo è l’effetto
fondamentale della giurisprudenza, in ogni campo in cui viene esercitata. E la
previsione di vari gradi di giudizio, con revisioni parziali delle decisioni nelle
dinamiche processuali, quindi lasciando emergere le obiezioni ragionevoli delle
parti coinvolte, non serve tanto a rimediare errori giudiziari, ma a
consolidare la giurisprudenza sui casi, fino ad arrivare, su impulso delle
parti che non facciano acquiescenza ad una decisione davanti ad un unico organismo
giudiziario di vertice, al giudizio per cassazione volto appunto a dichiarare
se lo ius sia stato trovato in modo ragionevole secondo le regole
dell’arte: ciò che consolida la relativa decisione perché gli altri giudici in
casi analoghi vi si atterranno, salva specifica motivazione urla base dei casi
concreti.
Ricostruita così la cosa, vi pare possibile
sostenere che la giustizia del caso giudiziario in decisione preesistesse
e che la prassi giudiziaria, e il suo effetto ordinante e pacificante
sia il risultato dell’applicare ciò
che preesisteva? In realtà la pace sociale si è venuta costruendo con la
sua giustizia.
Ogni
pace ha una sua giustizia e ne è l’origine fondamentale. Una volta decisa la
pace se ne trovano le ragioni e le condizioni. Costruire la pace significa
costruire la sua giustizia e ogni progetto per realizzare la giustizia in un
determinato contesto sociale significa proporne una via di pacificazione. La
pace è la giustizia si affermano congiuntamente in una società ed entrambe sono
un processo progressivo o regressivo per il quale un importante, anche se non
l’unico, criterio per distinguere progresso e regresso è
l’intensità ed estensione delle sofferenze sociali prodotte dalle dinamiche
sociali. Non tutte le paci, quindi, si
equivalgono, come non si equivalgono le rispettive giustizie.
Questo vale sì piccolissima e su grandissima
scala, vale a dire che se ne fa
esperienza e quindi si osserva in tutte le dimensioni delle relazioni umane, in
qualsiasi contesto e qualunque sia l’apparato di elementi culturali implicato, e sempre, nella costruzione delle
società umane, ve ne sono di coinvolti. Perché, se è condivisibile l’antica
idea che gli esseri umani sono viventi che costruiscono e governano società,
vale a dire che esprimono politiche, è sempre mediante elementi
culturali che lo fanno, e quindi principalmente secondo consuetudini
consolidate nel tempo, linguaggi, miti, religioni, riti, narrazioni circolanti nelle
relazioni sociali sulla realtà in cui si è immersi consolidate tramandandosi
tra generazioni e diffondendosi per contaminazione relazionale, diritto.
Pace e giustizia sono elementi politici,
vale a dire coinvolgimento nella costruzione e nel governo delle società,
di natura culturale, anche se, quanto alla pace, la relazione con
situazioni di fatto è essenziale, imprescindibile, nel senso che vi è una
relazione inversa tra paci e conflitti, latenti o non, e questo a
prescindere dal valore che si dà alla conflittualità nell’evoluzione e quindi
nella costruzione sociale. Paci, conflitti e giustizie sono espressioni di un unico
processo politico e, così, dal punto di vista culturale come ogni pace
ha la sua giustizia, anche ogni conflitto la ha, e quindi, ragionando
realisticamente, vale a dire in base a ciò che si osserva nelle dinamiche
sociali, la giustizia può essere espressione della pace come del conflitto, e
l’idea che dalla giustizia scaturisca sempre la pacificazione non trova
reale conferma dall’osservazione delle dinamiche sociali, e in particolare
dalla storia delle civiltà e delle società umane. Piuttosto, quando la missione
è la pacificazione sociale, a seconda del livello di pace che si intende
politicamente costruire occorrerà organizzare, mediante il ricorso a tutti gli
elementi culturali di costruzione sociale, corrispondenti narrazioni e pratiche
sociali di giustizia, come avviene nella pratica giurisprudenziale. Così i
conti tornano con la realtà, e non è tanto che dalla giustizia scaturisca la
pace, così che si debba partire dal realizzare la giustizia e che poi da questo
scaturisce la pace, ma che, quando si vuole la pace, si costruisce
culturalmente la pace con la sua corrispondente situazione di giustizia. Quando
si vuole la pace e questa intenzionalità si diffonde sufficientemente nel
relativo contesto sociale, si avrà la pace e là si organizzerà politicamente
anche sotto il profilo della giustizia.
Ma perché si vuole la pace o il
conflitto, latente o aperto? Qui va richiamata la regola universale e generale
dell’esercizio dei poteri nelle società umane, su qualsiasi scala: tendono ad
espandersi finché trovano una resistenza valida a bloccarli, piegarli o
rovesciarli, e negli ultimi due casi si finisce nelle mani degli avversari, in
tutti vi è convenienza a costruire processi politici e culturali di
pacificazione.
Sotto quel profilo è stato osservato un
effetto paradossale: la costruzione di una valida resistenza politica può
favorire processi di pacificazione più avanzati, quindi paci migliori
sotto diversi profili. Ma anche: l’evoluzione verso paci migliori, rispetto
alle condizioni attuali di un gruppo sociale, ma anche di un singolo individuo,
può passare attraverso la costruzione e l’espressione politica di una
conflittualità sociale, e, anzi, senza di essa non vi sono mai paci migliori
sotto quel profilo. È questo che si esprime quando si afferma di voler lottare
per la pace (e per una corrispondente
giustizia). Ciò che può fare veramente la differenza, soprattutto se
si hanno in mente paci inclusive e includenti, e addirittura paci
globali a livello planetario, sono i
metodi di lotta e le corrispondenti culture.
A riprova empirica di quanto sopra si è
osservato può considerarsi che, in Italia, dagli scorsi anni ’90 le forze
politiche del socialismo storiche, quelle che lottavano per migliorare
le condizioni sociali del proletariato, di quelli cioè che dipendono da altri
per vivere, si sono rapidamente dissolte e, contestualmente, da allora, il
potere di acquisto delle retribuzioni da lavoro dipendente, quelle percepite
generalmente dal proletariato si è addirittura ridotto in modo
significativo, a differenza di quello dei rendimenti da investimenti finanziari e in attività
d’impresa, della proprietà immobiliare e dei redditi da lavoro autonomo, questo incostanza di una generalizzata situazione di pace
sociale, e tale tendenza non accenna a diminuire ma anzi ad accentuarsi, in
modo corrispondente a quanto si osserva più o meno in tutto l’Occidente.
Un bel problema, questo del fatto che, con
tutta evidenza, in una situazione di pace sociale, i rapporti di forza
tra i gruppi sociali tendono a consolidarsi, e questo naturalmente a vantaggio
dei blocchi dominanti!
Qui ha soccorso l’ingegneria sociale: con le procedure
politiche politiche, il diritto e la giurisprudenza delle società democratiche
avanzate contemporanee, che si sono organizzate inserendo nelle proprie
costituzioni, vale a dire nei propri principi giuridici fondamentali, dichiarazioni
valoriali suscettibili di evoluzione, come quelle di pari dignità sociale e
di giusta retribuzione, si è tentato di costruire paci e
corrispondenti giustizie che consentissero l’espressione nonviolenta di ragionevoli e non socialmente
distruttivi livelli di conflittualità sociale. Questo spiega la strenua storica
resistenza opposta dalle autocrazie, in particolare di quelle sacralizzate
secondo fedi religiose, che si presentavano dunque come volute così
com’erano per volontà divina, e il fatto che sempre il passaggio da tali
regimi a regimi costituzionali, quindi democraticizzati ha compreso fasi
di conflitti aperti e violenti, in cui rimasero pesantemente coinvolti anche
gli organismi ecclesiastici coinvolti, la cui accettazione delle evoluzioni
politiche democratiche delle società civili è stata sempre parziale e
condizionata, e che tuttora, quanto agli affari ecclesiastici, proclamano
orgogliosamente, ma senza reale fondamento, che la Chiesa non è una
democrazia. In realtà, pur nella
scarsità di formali procedure democratiche, che pure esistono, ad esempio una
grande associazione ecclesiale come l’Azione Cattolica ha ordinamento
democratico, e nell’insufficienza del
diritto canonico e delle corrispondenti prassi giurisprudenziali, lo è
realmente, di fatto, diventata, perché, dall’emergere dei processi
democratici contemporanei, da fine Settecento, le masse hanno avuto sempre più,
realmente, voce negli affari ecclesiastici, e quindi si sono progressivamente
costruite corrispondenti teologie e dottrine, cercando
tuttavia (vanamente per come mi sembra) di mantenere tutto coerente con una
struttura autocratica e sacralizzata dell’insieme. Un processo in corso, con
linee generali di tendenza ben chiare, pur tra momenti di avanzamento, di stasi
o di regresso, ma i cui sviluppi sono
allo stato imprevedibili.
La costruzione, in un determinato contesto
storico, sociale, politico, ambientale di situazioni di pace e di giustizia, dove le
società non siano pacificate, e di migliori situazioni di pace, perché la pacificazione,
come la corrispondente trasformazione del senso della giustizia, è un processo
progressivo che segue l’evoluzione sociale, richiede sempre l’organizzazione e lo sviluppo di un vasto
complesso di elementi culturali, integrati con elementi emotivi, in modo tale
da rendere plausibile i progetti
di pacificazione e da farli apparire quindi concretamente realizzabili,
non mere utopie, che sono le cose immaginate a che non stanno in nessun
luogo, e anche desiderabili in sé ma pure in relazione alla propria
personale condizione personale e sociale. E non basta organizzare per sviluppare
perché le società umane evolvono in base a pratiche che generano consuetudini
che facendosi tradizioni vengono
coinvolte nei processi di mitopoiesi, essenziali nella costruzione
sociale delle società umane, benché se ne vogliano accentuare gli aspetti
razionali. I miti inglobano potentissimi elementi emotivi e le decisioni
degli esseri umani, come la scienze contemporanee che hanno studiato i processi
decisionali hanno definito [può leggersi in merito Daniel Khaneman, Pensieri
lenti e veloci, Mondadori 2020], si basano una razionalità emotiva. L’esperienza
dimostra, a partire dai racconti evangelici del primo gruppo di discepoli
radunati dal Maestro, che quel tipo di razionalità parte sempre da esperienza sociali in piccoli gruppi, dove è
possibile un reale coinvolgimento emotivo, e poi di lì, per i processi di
mitopoiesi e veicolata dagli elementi culturali, si diffonde in ambienti via
via più vasti, senza che l’aspetto della pratica per questo divenga meno importante.
E’ per questo che anche l’esperienza sociale
di dialogo sinodale sulla costruzione della pace fatta nel mese di agosto 2026
al gruppo Meic del Lazio, in un contesto incontro su piattaforma
telematica Zoom in un piccolo gruppo, è molto importante come germe di
pacificazione, e tanto più lo è in quanto le pesone che vi hanno partecipato
sono a vario titolo molto coinvolte nella vita della società in cui sono
immersi e quindi, per via culturale, la memoria della pratica di
quell’esperienza e i risultati del dialogo sinodale, può estendersi
rapidamente, ad esempio mediante questo documento.
Bisogna rendersi conto di questo: la
giustizia di una situazione sociale non è mai data come se fosse un
elemento oggettivo in base al quale giudicare quello che c’è, i rapporti
realmente esistenti, per valutare se siano giusti o ingiusti, ma deve essere sempre
costruita culturalmente, al modo in cui lo si fa nella giurisprudenza,
essenzialmente lavorando sugli elementi culturali implicati, e non è mai possibile farlo incarnandola, quindi facendola vivere in quella
società, come partendo da zero. Quegli
elementi culturali devono non solo essere progettati ma anche inscenati
socialmente, il che significa farne concreto tirocinio collettivo per
vedere come vanno, partendo da tradizioni preesistenti, e ciò per la
grande importanza che negli orientamenti e decisioni degli esseri umani ha la
memoria degli avi, in particolare nella mitopoiesi, essenziale in
ogni tipo di costruzione sociale.
Quando un avo diviene tale? Finché sviluppa ancora relazioni
sociali perché vivente, una persona che ha inciso in società non può essere
tale, ma appena muore e non può più intesserle
e su di lei inizia la costruzione di un mito, il processo di mitopoiesi,
lo è già e, nella mitopoiesi, questo profilo si ingigantisce, e, come si dice, viviamo
sulle spalle di giganti, e sono tali, appunto, gli avi mitizzati. Nessuna
costruzione sociale ne prescinde, per come si osserva lo sviluppo delle società
umane.
Quindi nella costruzione sociale, anche nella
pacificazione che è orientamento e un insieme di tecniche di costruzione
sociale, si procede lavorando sugli elementi culturali mettendo insieme cose
vecchie e cose nuove come si legge nel detto evangelico:
Ed egli disse loro:
"Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile
a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche".
[Mt
13,52]
Questo sviluppo su basi culturali e pratiche,
a partire da realtà di prossimità ed estendendosi per via culturali ad ambienti
sociali sempre più vasti, dà sempre i suoi frutti, anche se, nelle fasi iniziali può
sembrare il contrario e che sia destinato a rimanere confinato in dimensioni
irrilevanti, in particolare quanto alle questioni di governo delle società,
vale a dire alla dimensione della politica. E’ per questa via che, in modo che
rimane ancor oggi piuttosto misterioso per la scarsità di fonti affidabili, i
cristianesimi antichi si affermarono nelle società dominate dall’antico Impero
romano, in un processo molto lungo e contrastato, ma molto più velocemente a
cavallo tra il Terzo e Quarto secolo, in cui si passò dalla violenta
persecuzione dei cristiani avviata nel 303 sotto Diocleziano — che proseguì,
soprattutto in Oriente, anche dopo la sua abdicazione nel 305 — all’editto di
tolleranza emanato da Galerio nel 311 e, infine, agli accordi di Milano del
313, conclusi tra Costantino, Augusto in Occidente, e Licinio, Augusto in una
parte dell’Oriente, sfociati in un editto emanato quell’anno a Milano da
Costantino, che riconobbe ai cristiani e
agli altri sudditi dell’Impero la libertà di praticare il proprio culto.
In queste cose si dimostra la verità degli
insegnamenti biblici neotestamentari:
A che serve, fratelli
miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse
salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del
cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi
e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa
serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è
morta. Al contrario uno potrebbe dire: "Tu hai la fede e io ho le
opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò
la mia fede". Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni
lo credono e tremano! Insensato, vuoi capire che la fede senza le opere
non ha valore?
[Gc 2, 17-20]
La pratica della giustizia deve andare di pari
passo alla sua predicazione e così anche per la pace: entrambe devono essere
inscenate come via per acquisire consapevolezza della situazione di ingiustizia
in cui ci si trova e per suscitare il desiderio di agire politicamente per
uscirne.
L’ingiustizia di una situazione sociale o di
una condizione personale deve poter essere avvertita come tale in base ad
elementi culturali socialmente condivisi nell’ambiente sociale di riferimento:
questo significa che se ne deve acquisire
coscienza personale e sociale. Nel lessico marxista si parla di coscienza
di classe, a proposito dell’acquisizione
della realistica consapevolezza delle dinamiche sociali in cui si è coinvolti e
dell’incidenza che esse hanno nel
produrre asservimento e sofferenza. Una condizione sociale deteriore può non
essere sentita come ingiusta solo perché in società si ha la peggio,
mentre altri gruppi hanno la meglio, con la conseguenza che non ci si lascia
coinvolgere in processi per cambiarla ponendo rimedio alle proprie sofferenze, se
non si sono interiorizzati elementi culturali, fatti non solo di narrazioni, ma
anche di consuetudini e altre prassi, ad esempio constatando in base a fatti
realizzati anche solo come principi di sviluppi ulteriori, che portino a
sentirla come ingiusta. Lo stesso si può dire della condizione di pace
che è sicuramente connotata anche da elementi oggettivi che sono costituiti
dalla minore o maggiore presenta, o addirittura assenza, di situazioni di
conflitti latenti o aperti, addirittura esplosi in modo violento, ma, come
tale, come pace quindi, desiderata,
pensata, progettata, organizzata, messa in pratica in ambiti via via più
estesi, viene considerata solo in base a elementi culturali che la facciano
sentire realmente una situazione pacificata. La conflittualità
sociale è manifestazione tipica di tutte le società umane, che
sono realtà in continua trasformazione e adattamento, di generazione in
generazione ad esempio, o a seguito di spostamenti delle popolazioni o di
mutamento dei costumi che vi si affermano, come anche in
dipendenza delle stesse dinamiche conflittuali che le attraversano e
delle relative dinamiche di potere, e ciò anche nelle situazioni considerate
di pace. Una condizione sociale
avvertita come di pace è quindi compatibile con una certa conflittualità,
soprattutto quando essa è stata assimilata culturalmente, proceduralizzata e
ritualizzata come avviene ad esempio nelle dinamiche democratiche, in un
contesto politico e istituzionale di stato di diritto.
Quando una situazione sociale viene avvertita
come pacifica o non pacifica,
e in base a che cosa la sua pacificità o non pacificità viene avvertita come accettabile,
desiderabile, o non? Quando gli elementi
culturali vissuti nella società
di riferimento e quindi anche interiorizzati la fanno considerare in un
modo o in un altro.
Anche la pace, come la giustizia, è una
realtà sociale costruita, e prima che costruita anche immaginata,
desiderata, progettata, sperimentata nel mentre si costruisce, e ciò a
partire dalle realtà di prossimità, per poi estendere le prassi via via più oltre, man mano che sembrino
funzionare.
Non si insisterà mai abbastanza
sull’importanza dell’aspetto pratico nei processi di pacificazione e di costruzione
di corrispondenti situazione di giustizia, processi che sempre hanno
tendenzialmente carattere progressivo per quel principio di non appagamento che caratterizza l’esperienza umana, per cui,
data una condizione, se ne può sempre pensare una migliore e allora anche la si
desidera. La pratica nei processi di pacificazione e di organizzazione
di corrispondenti situazione di giustizia è assolutamente essenziale per l’interiorizzazione profonda degli elementi culturali coinvolti nella
costruzione sociale, e anche in quelli che riguardano pace e giustizia, anzi
particolarmente in questi.
Una forma di pace, con la correlata
giustizia, deve poter essere sperimentata, vale a dire incarnata in
un ambiente sociale, anche se molto
piccolo, come un piccolo gruppo, per potersi rivelare socialmente plausibile
e quindi anche desiderabile, per chi si trova al suo esterno, e
allora, ad un certo punto, constatandone la plausibilità e desiderandola, vi si
lascia coinvolgere.
E’ una dinamica che è riscontrata e si riscontra, anche ai nostri giorni, agli
inizi di tutti i grandi movimenti
sociali, come si è visto ad esempio nell’affermarsi mondiale del gandhismo,
ma poi si ripropone anche nelle successive fasi espansive, che, se non
comprendono anche pratiche sociali delle quali si possa fare esperienza
viva e ravvicinata, in relazioni reali di prossimità, ma rimangono solo a livello di narrazioni, difficilmente
hanno successo duraturo.
L’incubazione di ogni processo di
pacificazione, con sviluppo della correlata giustizia, richiede sempre di essere di essere
caratterizzato da relazioni vitali, per indurne la replica per imitazione dei
modelli proposti e visti come vissuti e quindi plausibili.
Questo segna la via del pacifismo politico,
che per sua natura è fenomeno collettivo che è efficace nella misura in cui
riesce a espandersi coinvolgendo sempre più gente, fino a coalizzare una massa
socialmente critica.
La pace e la giustizia che si immagina di
realizzare, a partire da situazione di conflitto e di ingiustizia o da
situazioni di pace e di giustizia rispetto alla quali si pensa possibile
progredire richiedono sempre di
esser inscenate realmente a partire da ambienti vitali di prossimità, in
cui siano possibili relazioni forti di
fiducia e di rispetto dalla parola data e degli impegni personali presi,
per potere ad un certo tipo affermarsi in società.
E’ ciò che, appunto, accadde nello sviluppo,
ancor oggi un po’ misterioso per la carenza di fonti affidabili, nei primi tre
secoli della loro era, che non fu assolutamente travolgente né rapida, come
talvolta si immagina, ma procedette proprio per quella via, provando e
correggendosi, fino a riuscire a inscenare ciò che ad un certo punto riuscì a
colpire potentemente l’emotività sociale, a far apparire plausibile ciò che
veniva proposto e sperimentato, e anche ragionevole, in particolare a seguito
dello sviluppo dei processi di mitopoiesi, i quali, lo ricordo sempre, sono
essenziali nella costruzione sociale.
La politica, la costruzione sociale, è una
forma esigente di carità, e tutti sono chiamati a parteciparvi insegna la
dottrina sociale dagli scorsi anni ’30 e la parola italiana carità è usata, sulla scorta dell’antecedente latino,
per rendere il senso della parola agàpe, che nel lessico
neotestamentario è quella forma di convivenza che realizza la pace perfetta,
perché esprime la perfetta giustizia.
νυνὶ δὲ μένει πίστις, ἐλπίς, ἀγάπη· τὰ τρία ταῦτα, μείζων δὲ
τούτων ἡ ἀγάπη. - Nynì dè ménei pístis, elpís,
agápē; tà tría taûta, meízōn dè toútōn hē agápē. - Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la
speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!
3. La rivolta sociale come reazione all’ingiustizia
di cui si acquisti consapevolezza può essere causa di conflitti prevalentemente
all’interno di uno stato.
Nel campo dei rapporti internazionali è
diverso e, in particolare riguardo a quei particolari conflitti che sono le
guerre con impiego di forze armate. Non vi ha mai posto realmente la
giustizia. Tutto dipende dalle dinamiche di potere fra blocchi sociali
dominanti delle entità politiche che rivendichino sovranità. Esse poi
sono mediate dagli elementi culturali che servono a quei blocchi sociali per
far accettare le loro decisioni alle popolazioni che si trovino ad esser loro
soggett.
Si tratta di conflitti che sono ordinati solo
dagli stati o, comunque, da organizzazioni pubbliche che
rivendichino sovranità, e quindi dai blocchi dominanti che sono riusciti ad assumere
il controllo degli organismi pubblici i quali, secondo rispettivi ordinamenti
giuridici hanno il potere di ordinarle e riescono ad ottenergli obbedienza
sociale.
Perché si giunga ad ordinare una guerra occorre
che quei blocchi dominanti prevedano di avvantaggiarsene in una misura talmente
rilevante da essere conveniente nel bilancio con i rischi e le perdite che sempre
conseguono a una attività pubblica del genere. Dalla metà del secolo
scorso, nel mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale, nel quadro degli
equilibri della deterrenza nucleare tra le maggiori potenze, si confida che chi
ha il potere pubblico di ordinare una guerra si determini razionalmente, nel
valutare quel bilancio, perché, altrimenti, potrebbe non prodursi quell’effetto
di deterrenza. Finora, di fatto, quella fiducia è risultata ben riposta, ma, in
realtà, le dinamiche di potere delle società umane mettono in gioco anche
elementi irrazionali e mistici, le psicologie individuali dei potenti, fatti di
psicologia sociale nei gruppi di governo, e, inoltre, la razionalità delle
decisioni potrebbe essere insufficiente in certi frangenti storici nei quali le
organizzazioni pubbliche dovessero disarticolarsi.
In tempo di guerra, di solito i governi, e di
riflesso i loro blocchi dominanti, ne risultano rafforzati all’interno degli
stati of organizzazioni pubbliche con caratteristiche analoghe, perché vengono
legittimati ad esercitare poteri sociali in varie materie, a motivo
dell’emergenza in atto e dell’esigenza di decisioni tempestive, ad esempio in
tema di ordine pubblico o di contingentamento delle risorse. Non di rado la
decretazione d’urgenza in tempo di guerra esorbita dai normali limiti legali al
potere normativo. Il consenso e l’obbedienza non mancano perché, durante eventi
bellici, N misura maggiore o minore la società tende a compattarsi d a
mostrarsi insofferente verso i dissenzienti. Le esigenze di guerra, soprattutto
nei frangenti della nazione in armi, in cui tutto appare messo in
questione e la propaganda bellica riesce a convincere che la vittoria dipende
dalla strenua obbedienza di tutti pena il perire tutti, hanno
storicamente giustificato provvidenze speciali per il benessere delle
popolazioni, che hanno creato consenso e, a guerra finita, sono state prese a
modello per la successiva legislazione di Welfare. È accaduto in Europa
durante e dopo la Prima guerra mondiale e poi, analogamente, nell’altro
conflitto mondiale e nel dopoguerra.
Dunque per un blocco dominante in crisi di
legittimazione politica, e per il suo ceto di governo, ordinare una guerra il
cui esito possa realisticamente prevedersi vittorioso può apparire una
buona strategia per risolvere i problemi politici interni.
Inoltre, nel caso di vittoria in guerra,
quando il nemico cada in tutto o in gran parte nelle mani del vincente, si
possono avere benefici prettamente patrimoniali in termini di impossessamento
di territori, con relative risorse naturali e industriali e forza lavoro a
basso costo, o addirittura, come storicamente accaduto, schiava. Le guerre
hanno avuto sempre, anche se non esplicitate, finalità di rapina, intorno
alle quali in genere, dall’epoca moderna, si costruiscono di solito narrazioni giustificatrici,
a differenza di ciò che accadeva di solito nei tempi antichi.
Il problema naturalmente è che, come sempre
avvertono, di solito inascoltati, gli
studiosi di strategia bellica e sanno bene i militari di professione veterani,
l’esito di una guerra, e specialmente di quelle totali combattute
nell’era contemporanea, è sempre incerto, e quindi le relative
valutazioni di convenienza di chi ha ordinato la guerra lasciano sempre il
tempo che trovano.
È il caso della fase della guerra russa contro
l’Ucraina iniziata con l’ordine del
Presidente della Federazione russa del febbraio 2022 di invadere su più fronti,
in particolare dalle frontiere settentrionali e orientali, complessivamente su
linee di avanzamento assai estese, il territorio ucraino. Con il senno del poi
è evidente che il regime russo non valutò bene, realisticamente, le capacità di
resistenza militare degli ucraini, i quali, dal 2014, dopo l’invasione russa di
Crimea e Donbass, e con l’aiuto degli Occidentali, ma anche con risorse proprie
avendo una elevata capacità di sviluppo
di tecnologie militari molto sofisticate, avevano riorganizzato le forze armate
con criteri molto avanzati e si erano dotati di sistemi d’arma rivelatisi
letali per gli invasori russi, fin dalle prime fasi dell’invasione del 2022.
Solo di recente la dottrina sociale cattolica
ha iniziato a mettere in questione il potere di organismi statali di ordinare
una guerra, definendone l’esercizio peccaminoso da parte dei governi, mentre
non aveva mai avuto analoghe remore a condannare le rivolte violente delle
vittime di ingiustizie sociali, anche molto gravi. Teologicamente ci si è
rifatti al l’interpretazione tradizionale del capitolo 13 della lettera di
Paolo ai Romani, secondo la quale l’autorità pubblica è data da Dio.
^^^^^^^^^^
RICERCA mediante il sistema
intelligente Claude modello Fable 5 [30AG26]
PROMPT: In circa dieci righe
sintetizza il contenuto del capitolo 13 della lettera di San Paolo ai Romani,
la teologia sul potere che vi é stata costruita sopra e la teologia sviluppata
su di esso da Karl Barth
RISULTATO: Romani
13,1-7 esorta ogni persona a sottomettersi alle autorità costituite, poiché
“non c’è autorità se non da Dio”: il magistrato porta la spada come ministro di
Dio per punire il male, e per questo si pagano i tributi. Seguono il
comandamento dell’amore come pienezza della Legge (13,8-10) e l’appello
escatologico a vegliare, “perché la notte è avanzata, il giorno è vicino”
(13,11-14).
Su questo testo si è costruita la teologia classica
della legittimazione del potere: da Agostino alla dottrina medievale delle “due
spade”, fino a Lutero (dottrina dei due regni) e alle teorie del diritto divino
dei sovrani. Il passo è servito storicamente a fondare l’obbedienza civile come
dovere religioso, con esiti anche problematici — si pensi all’uso fattone dai
“Cristiani tedeschi” sotto il nazismo.
Barth rovescia questa lettura: nel Römerbrief
(1919/1922) interpreta la sottomissione non come sacralizzazione dello Stato ma
come “grande disturbo” — l’autorità è relativizzata perché ogni potere umano
sta sotto il giudizio di Dio; la sottomissione è rinuncia alla rivoluzione come
pretesa di instaurare noi il Regno, non approvazione dell’ordine esistente. Più
tardi, in Rechtfertigung und Recht (1938) e nella Dichiarazione di
Barmen (1934), Barth fonda cristologicamente lo Stato: esso appartiene
all’ordine della redenzione, è “servizio” limitato, e proprio per questo la
Chiesa deve resistergli quando pretende totalità.
^^^^^^^^^^
A lungo nella dottrina sociale cattolica si è
ritenuto, fermo restando il potere del Magistero di condannare, prescindendo da
uno specifico conflitto bellico, le guerre e ciò che comportano, che il potere
degli stati di ordinare una specifica guerra, fossero quegli stati monarchie,
sacralizzate o non secondo la religione cattolica, autocrazie di vario segno, democrazie
come gli Stati Uniti d’America, rientrasse nella loro sovranità e, come
tale, che gli organismi di governo degli stati che quella decisione avevano
preso non potessero essere direttamente posto in questione dalle
gerarchie ecclesiastiche, ciò che avrebbe comportato per queste ultime entrare
nel conflitto bellico, ma che si potessero solo proporre mere
raccomandazioni e anche proposte concrete di risoluzione e dei conflitti su
base etico-religiosa, al modo in cui il papa Pio dodicesimo fece il 24 agosto 1939
nel suo storico Messaggio ai governanti e ai popoli della Terra in costanza di grave
rischio di guerra, che effettivamente esplose qualche giorno dopo.
Il 1 gennaio 1968, l’arcivescovo di Bologna
cardinale Giacomo Lercaro, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano secondo, nell’omelia
svolta nella prima Giornata mondiale della pace criticò da un punto di vista
religioso i feroci bombardamenti a tappeto statunitensi sulla popolazione del
Vietnam del Nord. Lo fece richiamandosi al magistero sulla guerra e sulla pace
del papa Paolo sesto, il quale l’anno precedente aveva istituito la Giornata
mondiale della pace. Ciònonostante, nel giro di poche settimane la Santa Sede
indusse il cardinale a presentare le dimissioni adducendo inesistenti motivi di
salute. Ne ha scritto con grande accuratezza storica e abbondanza di
riferimenti documentali, Alberto Melloni, Rimozioni.Lercaro 1968, Il Mulino
2019, anche in formato Kindle e eBook, al quale mi riporto integralmente.
Il documento in cui mi pare quell’orientamento
iniziò a mutare fu la storica enciclica Il centenario – Centesimus annus, del
1991, nell’anniversario dei cento anni dal primo documento della
dottrina sociale contemporanea, la Delle novità – Rerum novarum, in cui
il papa Giovanni Paolo 2^ sviluppò una precisa condanna dei regimi storici
marxisti-leninisti dell’Europa orientale che si erano dissolti nei mesi precedenti.
Questa tendenza, riferita a regimi ancora egemoni, si riscontra nel magistero
di papa Francesco e, in modo eclatante, in quello del papa Leone
quattordicesimo, il quale di recente ha duramente criticato minacce di guerra
totale di annientamento rivolte dal presidente statunitense Donald Trump al
popolo iraniano, invitando i suoi concittadini a rivolgersi ai propri
parlamentari perché premessero su Trump perché le minacce non fossero portate a
segno.
Quando
la guerra ha cominciato a divenire un problema politico in sé, come male
in sé, sempre, dovunque, contro chiunque si combatta, una colpa per chi
la ordina e una ingiustizia per chi quell’ordine subisce, o perché chiamato a
ubbidirvi o perché vittima della
violenza che nella guerra è sempre implicata, e tali sono sempre i combattenti, da qualsiasi parte del fronte
combattano, quando hanno la peggio, e sempre vi è qualcuno che ha la
peggio da una parte e dall’altra del fronte, a prescindere di come vadano a
finire le cose?
E’ proprio allora che è nato il pacifismo
in senso contemporaneo, per il quale, appunto, le guerre costituiscono un
problema in sé, proprio in quanto guerre, e un problema politico in
sé, in quanto tali; non solo quindi
una questione etica o religiosa, o relativa alle scelta di quando, in
che circostanze concrete, per quali motivi, come, contro chi ordinarle e combatterle, ma
un male in sé, e quindi un problema in sé, da prevenire, contrastare e risolvere politicamente,
vale a dire influendo sul governo delle società che, nelle decisioni inerenti
alle guerre, quindi nel progettarle, organizzarle, farne proaganda, ordinarle,
resistervi, e come e quando
e fino a quando, sono coinvolte.
Essere pacifisti significa voler agire
politicamente per la costruzione della pace sociale, in tutte le sue
dimensioni, ma, con un particolare impegno e una particolare forza contestando,
ripudiando, prevenendo, contrastando apertamente l’ordine pubblico di
mobilitazione bellica emanato dagli organismi pubblici che se lo rendono lecito
rivendicando sovranità. E contrastare le guerre è senz’altro lo sforzo
più duro e rischioso per il pacifista, appunto perché si tratta di opporsi ad
un esercizio di sovranità e sovranità significa non accettare limiti al
proprio potere che non siano quelli che, nell’esercizio della sovranità, si
decide di imporsi, salvo revocarli sempre come manifestazione si sovranità. Guerra
deve intendersi solo il
conflitto armato ordinato ad una popolazione soggetta ad un potere pubblico il
quale rivendichi sovranità dagli organismi che, secondo l’ordinamento giuridico
di riferimento, hanno il potere di ordinarlo, mobilitando quella popolazione
per la guerra. Un potere è pubblico quando chi lo subisce non può
esimersi dall’obbedirvi qualora sia esercitato nel rispetto delle procedure e
per le finalità previste nell’ordinamento giuridico di riferimento. Un potere si manifesta sovrano quando rivendica di essere libero da qualsiasi
limite, salvo quelli che esso stesso ritenga di istituire e imporre ai propri
organismi, anche a quelli di vertice, e nella misura in cui riesca anche a
rendere effettiva questa pretesa. E’ la pretesa di sovranità che veramente connota un potere sovrano,
e se un potere accetta limiti, qualsiasi limite che non riguardi il mito, non lo è realmente più; l’effettività di
quella pretesa è invece un fattore contingente, ogni potere sovrano,
conformemente alla legge generale dei poteri sociali, cerca di accrescerla,
all’interno della società di riferimento e verso l’esterno, nel confronto con
poteri che manifestano la medesima pretesa, ma non ne viene connotato, se non
quando scenda sotto una certa soglia e riveli l’acquiescenza ad altri poteri
sovrani.
In
regime di stato di diritto, ogni potere, e in particolare ogni potere
pubblico, anche quelli di vertice, ha limiti legali, ma ciò non lede la pretesa
di sovranità che a vertice venga manifestata, perché si tratta di limiti
imposti dal medesimo potere che rivendica sovranità, e sono dunque essi stessi
manifestazione di sovranità, perché rimangono nella disponibilità del potere che si manifesti sovrano.
Quando ci si trovi soggetti ad un ordine di
mobilitazione bellica, perché il potere sovrano ha deciso la guerra, non c’è
modo legale di opporvisi e la pretesa di sovranità in quell’ordine si esprime
nel suo aspetto più ampio, pervasivo, intrusivo, duro, fatale, implicando la
decisione sulla vita e la morte delle masse, e anche solo il prospettare il
rifiuto di obbedirgli per il caso che venga impartito non è ammesso da un
potere sovrano, e, in genere, è sanzionato come crimine politico. Ma, appunto,
il pacifismo contemporaneo, con un connotato fortemente politico oltre che
etico si propone di opporvisi fin da
quando si è nelle fasi in cui, come quella che si sta vivendo ai nostri giorni
in Europa, negli stati non dichiaratamente belligeranti, in cui semplicemente
si discuta in sede politica dell’esercizio del potere di ordinare la guerra,
manifestando apertamente di non volere in nessun caso prestarvi
obbedienza o collaboravi in qualsiasi modo. E questa è la forma più
efficace di pressione politica del pacifismo, perché colpisce la sovranità
di un potere che la rivendica, negandogliela quanto al potere di
mobilitazione bellica.
Il potere di ordinare una guerra è ancora
considerato una delle principali manifestazioni della sovranità e questo rende
chiaro perché il pacifismo risulti sempre inviso ai poteri che la rivendichino, e ai
tempi nostri si tratta in genere degli stati, delle confederazioni, unioni o
federazioni di stati, lo stato essendo una costruzione politica della
modernità, e comunque delle altre organizzazioni politiche che, nei rapporti
internazionali, vengano riconosciute come interlocutrici degli stati. Ma anche
alle forze sociali che quei poteri che rivendichino sovranità organizzino e
sorreggano, vale a dire di ciò che possono essere considerati i blocchi
dominanti in un sistema politico,
che comprendono organismi che operano nell’economia, nelle istituzioni
politiche, nell’animazione sociale e politica e nella produzione culturale. I blocchi
dominanti sono tali perché giungono
a controllare gli organismi politici pubblici ai quali l’ordinamento di
riferimento attribuisce l’esercizio della sovranità, compreso il potere di
ordinare la guerra.
In questo contesto si comprende la posizione
storica degli apparati ecclesiastici cattolici in materia del potere di
ordinare la guerra che è quella che viene definita diplomatica perché,
essendo storicamente la Santa Sede uno degli organismi che rivendicano
sovranità e che l’hanno avuta e l’hanno riconosciuta nell’ordinamento
internazionale, a prescindere dalla sua configurazione come stato, che
non è propria della Chiesa cattolica e dei suoi organismi di vertice, chiamati
nel complesso Santa Sede, e nemmeno, a
ben vedere, della Città del Vaticano, l’entità territoriale attribuita alla
Santa Sede come espressione della sua sovranità che non è mai definita stato,
nel Trattato che l’istituì nel 1929, riconosce e rispetta la pretesa di sovranità degli altri
ordinamenti sovrani, perché questa è la condizione per interloquire con essi,
ad esempio per scambiarsi ambasciatori.
Si dice che una cosa è la diplomazia e altra è la dottrina, ma in realtà è
facile constatare che, di fatto, la posizione dottrinale è stata (fino all’enciclica
La magnifica umanità dello scorso maggio) conforme a quella diplomatica
e, a ben vedere, non sarebbe potuto esservi contrasto, perché criticare specifiche
manifestazione di sovranità di un’entità sovrana avrebbe immediatamente
avuto riflessi diplomatici, come li ebbe negli anni tra il 1870 e il 1913, in
cui la Santa Sede contestò la guerra che il Regno d’Italia gli aveva mosso nel
1870 e la conseguente soppressione del suo regno territoriale nel centro Italia
con capitale Roma. Per risolvere quella crisi diplomatica, ma anche dottrinale,
perché alla gente cattolica fino al 1913 fu vietata, perché considerata un
peccato grave, mortale (anche se non furono previste specifiche sanzioni
canoniche), la partecipazione alle elezioni politiche nazionali nel Regno
d’Italia, ciò che segnò profondamente lo sviluppo della democrazia italiana.
In definitiva, il pacifismo, per questioni di sovranità,
fu a lungo inviso anche alla
gerarchia cattolica e questo spiega perché né la Santa Sede né l’Arcivescovo di
Firenze intervennero in difesa di Lorenzo Milani quando egli venne tratta a
giudizio penale per la lettera aperta ai cappellani militari in cui aveva
difeso la dignità etica e politica dell’obiezione di coscienza al servizio
militare. E spiega anche perché la Santa
Sede indusse l’Arcivescovo di Bologna, dopo la sua omelia del 1 gennaio 1968 in
cui aveva criticato da un punto di vista religioso i bombardamenti statunitensi
sul Nord Vietnam, a dimettersi con una motivazione, che, come ha argomentato
Alberto Melloni nel suo Rimozioni. Lercaro 1968, Il Mulino 2019, risulta
un mero pretesto, al quale tuttavia l’Arcivescovo si piegò per obbedienza
gerarchica.
Nel contrasto politico pacifista alle
politiche belliche del proprio stato, bisogna mettere in conto, dunque, la
resistenza sia delle autorità pubbliche istituite in quello stato sia di quelle
dell’apparato ecclesiastico cattolico, il che, per una persona cattolica,
complica le cose. Fino all’enciclica La magnifica umanità che ha
dichiarato superati i tradizionali criteri in base ai quali una guerra poteva
essere ritenuta giusta, in questo modo definendo ingiuste tutte le
guerre, la dottrina in materia di guerra giusta era che la decisione se, in concreto, una
guerra lo fosse o non era demandata alle autorità legittime dell’ordinamento di
riferimento, alle quali i loro sudditi dovevano prestare obbedienza, salvo il
caso di ingiustizia manifesta, e in questo modo, pur partecipando ad una guerra
oggettivamente ingiusta dal punto di vista dell’etica religiosa, non facevano
peccato. Perché, si argomentava (e ancora si argomenta, richiamando in
particolare il capitolo 13 della lettera di san Paolo ai Romani), l'autorità
pubblica viene da Dio; e, si aggiungeva sulla scia del pensiero di sant'Agostino, essa è necessaria perché gli
uomini sono inclini al male e vanno tenuti a freno.
Quando si è in rotta di collisione con
pretese di sovranità, pubbliche o ecclesiastiche, l’azione politica si fa molto
dura, tanto più dura quanto più i blocchi dominanti attribuiscono importanza ad
una decisione bellica che il pacifismo contesta, perché, ad esempio, si
ritengono minacciati dall’aggressività di un altro potere sovrano e che non vi
sia più spazio per la diplomazia, e quindi si rischi di perdere la propria
effettività di sovranità in tutto o in
parte, o perché non prendere posizione in favore di un potente alleato che si
sia deciso per la guerra possa avere ritorsioni da parte di quell’alleato, o
perché non muovendo guerra si perda l’occasione storica per conseguire tanti e
tali vantaggi da giustifica le perdite che inevitabilmente una guerra comporta.
E allora, quando viene messa in questione la sovranità, un potere, e il blocco
dominante che lo organizza e sorregge, mettono in campo tutto quello che hanno
e su tutti i fronti sociali, a partire da gettare discredito sul pacifista,
cercando di proscriverlo, vale a dire di metterlo al bando, condannarlo
in modo radicale come vile, furbo, fesso, colluso con il nemico. E’
proprio quello che si dice e si scrive dei pacifisgi sui più importanti mezzi
di comunicazione di massa italiani in questa triste vigilia di un’estensione,
che appare ormai fatale, della feroce guerra che dal 2014 è in corso in
Ucraina.
Al precedente n.2 si sono esaminate alcune
strategie sociali di pacificazione. Ad esse, quando sono in gioco questioni di
sovranità, occorre aggiungere quelle che la dottrina gandhiana, della quali in
Italia Aldo Capitini è stato uno dei maggiori apostoli, raccomanda in quei
frangenti, vale a dire principalmente l’obiezione di coscienza a tutto campo che
vuol dire il prospettare il rifiuto di
prestare collaborazione al male, e quindi alla mobilitazione bellica, e poi,
quando l’ordine di mobilitazione bellica malauguratamente giunga, l’agire di
conseguenza. In Italia la legge n.772 del 1972 regola l’obiezione di coscienza
al servizio militare armato, che quindi, nei limiti di quella legge, non è più
considerata un crimine.
Queste forme di pressione e agitazione di
massa basate sulla disobbedienza civile contro la mobilitazione bellica, in
tutte le sue forme, fin suoi esordi, nella specie prospettando, minacciando, ma
anche se occorre esercitando, il rifiuto di obbedire come volontà di non
collaborazione al male, furono esercitate dopo il settembre 1943 in Italia per
opporsi alla leva militare ordinata dalla nuova Repubblica fascista
mussoliniano, e, più di recente, negli Stati Uniti d’America, a cavallo tra gli
anni ’60 e ’70, rifiutando la chiamata alle armi per le guerre americane in
Indocina. In quest’ultimo caso si riconosce, in genere, fra gli storici che si
sono occupati di quel periodo, che esse furono molto efficaci, unitamente ad
altri fattori, nel determinare il governo statunitense a porre fini a quei
conflitti, intavolando negoziati, che condussero, infine, al ritiro (in certe
fasi disastroso9 dei contingenti statunitensi in Vietnam e Cambogia.
Si tratta di agitazioni che sono apprezzate
quando vengono realizzate dalle popolazioni soggette a regimi considerati nemici
(e non solo per questo, come nel
caso della gente russa rispetto alle istituzioni di governo della Federazione
russa, nemiche esse stesse) in relazione a conflitti latenti
o esplosi, ma per nulla quando vengono inscenate dalla proprie popolazioni. In
contesti democratici e di stato di diritto esse possono rivelarsi
particolarmente efficaci nei confronti del proprio governo perché
possono far aumentare considerevolmente i costi economici, sociali, e morali
della guerra, dei quali il regime che si proponga di ordinare la mobilitazione
bellica o stia già conducendo una guerra deve, prima poi, rendere conto, potendo risultare
sconfitto all’esito di elezioni politiche, ib base al bilancio negativo che
l’opinione pubblica compia tra perdite subite e rischi che si corrono e i
vantaggi conseguiti o promessi nelle dinamiche belliche.
Con quelle forme di pressione si esce dal
contesto delle critiche meramente ideali
o etiche e si passa a vie di fatto, contestando la sovranità del regime che
intenda dare o abbia già dato l’ordine di mobilitazione bellica. La reazione di
quel regime può essere durissima, come sempre accade nelle questioni in cui le
popolazione si ribellano alla sovranità del regime che pretenda di esercitarle,
e anche letale in contesti autocratici e autoritari, come ve ne sono ancora
anche nel mondo contemporaneo.
Se si segue la dottrina non violenta
gandhiana, è necessario che il rifiuto di obbedienza a politiche giudicate in coscienza
inaccettabili in quando malvagie sia di massa, collettivo, aperto, plateale,
manifestandosi i disobbedienti disposti a subirne le conseguenza senza resistervi che con il rifiuto di
obbedienza e mai con la violenza.
Questo richiede uno sviluppo culturale assai elevato nelle popolazioni, facendo
costruzione sociale come precedentemente indicato al n.2 e in questo religioni che considerino un
importante valore quello della pace possono essere d’aiuto. Rimane
fondamentale, come nell’esperienza politica di Gandhi la pratica e l’esempio,
con i potenti elementi emotivi che vi sono implicati. Dimostrandosi nei fatti personalmente e socialmente
non violenti rende la nonviolenza plausibile,
non meramente utopica.
L’obiezione di coscienza pacifista deve quindi
necessariamente andare oltre il fatto
individuale, personale, dell’avversione all’uso delle armi e farsi fatto
politico disarmante, collettivo, innanzi tutto cultura, e cultura contro la
guerra, ogni guerra, in quanto tale e, essendo ogni guerra ingiusta, deve iniziare con il disarmare le
coscienze, come si legge nell’enciclica La pace in terra - Pacem in terris del 1963:
Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la
loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono
impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo
integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente
a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al
criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si
sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella
vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere
conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed
è della più alta utilità.
agendo anche politicamente come si legge nel Messaggio
per la Giornata mondiale della pace 2026:
Oggi, la giustizia e la
dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più
forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi
dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica
che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di atteggiamenti
fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze
impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana. Se
infatti il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la
mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la
difesa di alcuni valori, a una simile strategia va opposto lo
sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo
responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di
giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con
chiarezza Leone tredicesimo nell’Enciclica [Delle novità] Rerum
novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la
sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo;
perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto
dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi
( Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile
a una città fortificata ( Prov 18,19)».
^^^^^^^^^^^^^^^
H
Ancora sulla giustizia
Una
delle più sconvolgenti acquisizioni delle scienze contemporanee è che
percepiamo il mondo come la nostra mente lo ricostruisce, ma la mente si
inganna. Approfondendo criticamente si può migliorare l’affidabilità delle
ricostruzioni. Questo processo è sempre un prodotto sociale. Ogni
acquisizione conoscitiva si afferma socialmente e così si fa strada nei
paradigmi che reggono gli ordinamenti sociali. È affidabile fin tanto
che funzioni in quel senso. Le dinamiche sociali contribuiscono a
plasmarla e la sua plasticità è condizione della sua durata come paradigma
sociale. Questo vale in particolare nel campo del diritto.
Se immaginiamo la pace, intesa come situazione
di coesistenza tra ordinamenti sovrani, quindi
entità pubbliche che non riconoscono poteri sopra di sé su un certo territorio e
sulla popolazione caduta in loro dominio, come risultato di una giustizia in
senso legale,cioè del mantenimento di un ordine statico voluto da una legge,
affermiamo una cosa contraddetta sempre dalla storia come sinora la
conosciamo e accettiamo secondo i criteri correnti di affidabilità.
Parliamo di diritto quando, in
relazione ad un determinato contesto sociale, più o meno esteso ma comunque
idealmente delimitabile, si cercano le regole dei casi della vita che vi si
sono affermate per ricavarne un sistema in base al quale stabilire, nelle
controversie riguardo ad analoghi casi
della vita, quale sia lo ius, il diritto inteso come giustizia di quel
caso, vale a dire ciò che corrisponde agli usi affermatisi nella società di
riferimento.
La pratica della giurisprudenza, la grandiosa
conquista culturale e sociale che dall’antichità greco-romana si prolunga fino
ai nostri giorni e interessa ormai tutto il mondo degli umani, ha dimostrato che
risultati affidabili nel campo del diritto si hanno solo quando si applica
anche, nella fase applicativa, il criterio dell’equità nel definire lo ius,
che significa tener conto delle particolarità del caso concreto: in questo
senso la giurisprudenza ha sempre anche carattere creativo del diritto. L’equità,
concetto sul quale i giuristi canonisti hanno sviluppato un grandioso sistema
di pensiero, è la condizione dell’affidabilità di una sentenza giuridica.
Questo vale anche nel diritto internazionale, dove in genere le controversie
non vengono portate davanti ad un giudice, riguardando ordinamenti sovrani, se
non nei ristretti limiti in cui quegli ordinamenti accettano di mitigare la
loro pretesa di sovranità.
L’affidabilità di una decisione che riguarda
più parti che controvertono è la condizione della pace sociale. Storicamente,
nelle relazioni internazionali, tale affidabilità non è mai conseguita dal
puro e semplice rifarsi agli usi preesistenti senza tener conto del caso
concreto nella fase applicativa.
La via della pace, in caso di controversia, non
è mai stata quella del ripristino di una legalità violata e, anzi, perseguire
solo questo intento è la via sicura per non avere mai pace. Questo però va
contro il cosiddetto senso comune, ciò che appare superficialmente, ma
che è un’immagine ingannevole.
Mantenere la regione di Bolzano nel dominio italiano, secondo il Trattato di
pace tra Austria e Italia del’47, concluso sulla base dell’accordo Gruber/De
Gasperi dell’anno precedente, non fu il ripristino di una legalità violata. Nel
1915 il Regno d’Italia, legato fino ad allora da un trattato con l’Austria che
escludeva che uno dei contraenti entrasse in alleanze dirette contro l’altro, improvvisamente
si alleò con Francia, Russia e Gran Bretagna e attaccò l’Austria e, concluso
l’armistizio (!), invase la regione di Bolzano, di cultura e lingua austriaca,
che durante la guerra non era riuscito a conquistare. Durante il regime
fascista la popolazione di lingua e cultura austriaca della provincia di
Bolzano fu poi duramente vessata. Tuttavia, tra cristiano-democratici, alla fine
della Seconda guerra mondiale, si raggiunse un accordo di equità, nell’interesse delle
rispettive popolazioni, garantendo parità di diritti, diritto a usare la lingua
tedesco-austriaca, a ripristinare i cognomi austriaci, parità nell’accesso agli
uffici pubblici e in avanzato statuto di autonomia locale. Questo, non subito ma
nel giro di qualche decennio, finì per radicare la pace sociale. Questo oggi è
divenuto ius in quel territorio.
^^^^^^^^^^^^^^^^
I
Genesi ed evoluzione della guerra 2014\AG2026 tra Ucraina e
Federazione Russa.
Nota: le informazioni utilizzate per redigere il testo che
segue derivano integralmente da fonti reperite sul WEB. Per la verifica critica
dell’affidabilità storica dei testi che avevo prodotto mi sono servito di
sistemi intelligenti LLM chatbot ChatGPT
e Claude, e in
particolare di loro diversi modelli a secondo della complessità dei prompt.
Il documento di Gianfranco mantiene il riferimento storico
alla guerra in corso dal 2022 in Ucraina, tra l’Ucraina e la Federazione russa,
nella quale in questi anni sono risultate coinvolte anche N.A.T.O. e Unione
Europea.
E’ bene ricordare la
genesi e lo sviluppo del conflitto.
L’8 dicembre 1991,
l’Ucraina, dichiaratasi indipendente a
seguito dello scioglimento dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche
(URSS) in cui era integrata in un particolare contesto federale in cui la
Costituzione federale all’art. 17 riconosceva comunque il diritto della
Repubblica alla secessione,
caratterizzato dall’unità ideologica e funzionale di tutti gli organismi
dello stato sotto la direzione del Partito comunista bolscevico dell’URSS,
costituì, con l’Accordo
di Minsk – Belaveža (Bielorussia), unitamente
alle nuove Federazione russa e
Repubblica Bielorussia, la Comunità degli Stati Indipendenti
(CSI), una organizzazione intergovernativa per la cooperazione politica ed
economica che non prevedeva trasferimenti di sovranità a organismi
comunitari.
Il 21 dicembre 1991
alla CSI aderirono altri stati resisi indipendenti dopo lo scioglimento
dell’URSS: Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia,
Tazikistan, Turkmenistan, Uzbekistan.
A quell’epoca non
esisteva ancora l’Unione Europea, costituita con il Trattato di Maastricht,
concluso il 7 febbraio 1992 ed entrato vigore il 1 novembre 1993. Il
modello della CSI richiamava quello delle Comunità Economiche Europee esistenti
all’epoca della sua costituzione e ne differiva perché istituiva una cooperazione meno intensa e soprattutto
perché non si proponeva di procedere verso la cessione di sovranità ad
organismi sovranazionali e, in prospettiva più lontana, alla costituzione di
uno stato federale. Richiamava anche il modello del Commonwealth britannico.
La Comunità degli stati indipendenti
esiste ancora. Si basa su una serie di trattati.
L’Ucraina, pur essendo uno degli Stati
fondatori della Comunità degli Stati Indipendenti, non ne ratificò mai lo
statuto. Dal 2014 ridusse progressivamente la propria partecipazione alla
Comunità e nel 2018 cessò di partecipare ai suoi organi statutari. Nel 2023 si
ritirò dall’accordo istitutivo dell’Assemblea interparlamentare della CSI e nel
marzo di quest’anno dispose la cessazione della propria partecipazione a 87
trattati conclusi nell’ambito della CSI.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
COSTITUZIONE (LEGGE FONDAMENTALE)
DELL’UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE
Approvata dall’VIII Congresso
(straordinario) dei Soviet dell’URSS il 5 dicembre 1936 (detta di Stalin)
1. L’Unione delle
Repubbliche Socialiste Sovietiche è uno Stato socialista di operai e di
contadini.
2. La base politica
dell’URSS è costituita dai Soviet dei deputati dei lavoratori, sorti e
consolidatisi in seguito al rovesciamento del potere dei proprietari fondiari e
dei capitalisti e alla conquista della dittatura del proletariato.
3. Tutto il potere
nell’URSS appartiene ai lavoratori della città e della campagna, rappresentati
dai Soviet dei deputati dei lavoratori.
[…]
13. L’Unione delle
Repubbliche Socialiste Sovietiche è uno Stato federale, formato sulla base
dell’unione volontaria, a parità di diritti, delle seguenti Repubbliche
Socialiste Sovietiche:
Repubblica
Socialista Federativa Sovietica Russa;
Repubblica
Socialista Sovietica Ucraina;
[…]
17. Ogni repubblica
federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS.
18. Il territorio
delle repubbliche federate non può essere modificato senza il loro consenso.
[…]
126. In conformità con
gli interessi dei lavoratori e allo scopo di sviluppare 1’autonomia
organizzativa e l’attività politica delle masse popolari, è assicurato ai
cittadini dell’URSS il diritto di unirsi in organizzazioni sociali: sindacati,
consorzi cooperativi, organizzazioni della gioventù, organizzazioni sportive e
di difesa, associazioni culturali, tecniche e scientifiche, mentre i cittadini
più attivi e più coscienti provenienti dalle file della classe operaia e da
altri strati di lavoratori si riuniscono nel Partito Comunista (bolscevico)
dell’URSS, che è il reparto d’avanguardia dei lavoratori nella loro lotta per
il consolidamento e lo sviluppo del regime socialista, e che rappresenta il
nucleo direttivo di tutte le organizzazioni dei lavoratori, sia sociali che
statali.
[…]
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Accordo sull’istituzione della Comunità degli
Stati Indipendenti (Minsk – Belaveža, 8 dicembre 1991)
https://eccis.org/en/page/176?utm_source=chatgpt.com
Noi, la Repubblica di
Bielorussia, la Federazione Russa (RSFSR) e l’Ucraina, in quanto Stati
fondatori dell’URSS, firmatari del Trattato di Unione del 1922, di seguito
denominati Alte Parti Contraenti, dichiariamo che l’URSS, in quanto soggetto di
diritto internazionale e realtà geopolitica, cessa di esistere.
Sulla base della comunità storica dei nostri
popoli e dei legami che si sono sviluppati tra di essi, tenendo conto dei
trattati bilaterali conclusi tra le Alte Parti Contraenti,
-impegnati
a costruire stati democratici governati dal diritto,
-intenzionati a
sviluppare le loro relazioni sulla base del riconoscimento reciproco e del
rispetto della sovranità statale, del diritto inalienabile
all’autodeterminazione, dei principi di uguaglianza e di non ingerenza negli
affari interni, della rinuncia all’uso della forza, di qualsiasi mezzo di
pressione economica o di altro genere, della risoluzione delle controversie con
mezzi conciliativi e di altri principi e norme generalmente riconosciuti del
diritto internazionale,
-considerando che
l’ulteriore sviluppo e rafforzamento delle relazioni di amicizia, buon vicinato
e cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra i nostri stati risponde agli
interessi nazionali fondamentali dei loro popoli e serve la causa della pace e
della sicurezza,
-riaffermando il loro
impegno verso i fini e i principi della Carta delle Nazioni Unite, dell’Atto
finale di Helsinki e degli altri documenti della Conferenza sulla sicurezza e
la cooperazione in Europa,
-impegnati a osservare
le norme internazionali generalmente riconosciute del diritto umano e dei
popoli. Diritti,
hanno convenuto quanto segue:
Articolo 1
Le Alte Parti
Contraenti costituiscono la Comunità degli Stati Indipendenti.
Articolo 2
Le Alte Parti
Contraenti garantiscono ai propri cittadini, indipendentemente dalla
nazionalità o da altre differenze, pari diritti e libertà. Ciascuna delle Alte
Parti Contraenti garantisce ai cittadini delle altre Parti, nonché agli apolidi
residenti sul proprio territorio, indipendentemente dalla nazionalità o da
altre differenze, i diritti e le libertà civili, politici, sociali, economici e
culturali in conformità con le norme internazionali generalmente riconosciute
in materia di diritti umani.
Articolo 3
Le Alte Parti
Contraenti, desiderose di promuovere l’espressione, la conservazione e lo
sviluppo dell’identità etnica, culturale, linguistica e religiosa delle
minoranze nazionali che abitano i loro territori e delle regioni etnoculturali
uniche che si sono sviluppate, le prendono sotto la propria protezione.
Articolo 4
Le Alte Parti
Contraenti svilupperanno una cooperazione equa e reciprocamente vantaggiosa tra
i loro popoli e Stati nei settori della politica, dell’economia, della cultura,
dell’istruzione, della sanità, della tutela ambientale, della scienza, del
commercio, degli aiuti umanitari e in altri ambiti, promuoveranno un ampio
scambio di informazioni e rispetteranno coscienziosamente e rigorosamente gli
obblighi reciproci.
Le Parti ritengono necessario concludere
accordi di cooperazione nei settori specificati.
Articolo 5
Le Alte Parti Contraenti riconoscono e
rispettano reciprocamente l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei
confini esistenti all’interno del Commonwealth.
Garantiscono frontiere aperte, libertà di
movimento dei cittadini e trasferimento di informazioni all’interno del
Commonwealth.
Articolo 6
Gli Stati membri del Commonwealth coopereranno
per garantire la pace e la sicurezza internazionali, attuando misure efficaci
per ridurre gli armamenti e le spese militari. Si impegneranno per eliminare
tutte le armi nucleari e per raggiungere un disarmo generale e completo sotto
uno stretto controllo internazionale.
Le Parti rispetteranno reciprocamente
l’aspirazione a raggiungere lo status di zona denuclearizzata e di Stato
neutrale.
Gli Stati membri del Commonwealth si impegnano
a preservare e sostenere, sotto un comando unificato, uno spazio
militare-strategico comune, compreso il controllo unificato sulle armi
nucleari, la cui procedura di attuazione sarà regolata da un accordo speciale.
Si impegnano inoltre a garantire
congiuntamente le condizioni necessarie per il dispiegamento, il funzionamento
e il supporto materiale e sociale delle forze armate strategiche. Le Parti si
impegnano a perseguire una politica coordinata in materia di protezione sociale
e previdenza pensionistica per il personale militare e le loro famiglie.
Articolo 7
Le Alte Parti
contraenti riconoscono che rientrano nell’ambito delle loro attività comuni,
attuate su base paritaria attraverso le istituzioni di coordinamento comuni del
Commonwealth, i seguenti ambiti:
- coordinamento delle
attività di politica estera;
- cooperazione nella
formazione e nello sviluppo di uno spazio economico comune, dei mercati
paneuropei ed eurasiatici, nel settore della politica doganale;
- cooperazione nello
sviluppo dei sistemi di trasporto e comunicazione;
- cooperazione nel
settore della protezione ambientale, partecipazione alla creazione di un
sistema internazionale globale di sicurezza ambientale;
- questioni relative
alla politica migratoria;
- lotta alla
criminalità organizzata
- coordinamento delle
attività di politica estera;
- cooperazione nella
formazione e nello sviluppo di uno spazio economico comune, dei mercati
paneuropei ed eurasiatici, nel settore della politica doganale;
- cooperazione nello
sviluppo dei sistemi di trasporto e comunicazione;
- cooperazione nel
settore della protezione ambientale, partecipazione alla creazione di un
sistema internazionale globale di sicurezza ambientale;
- questioni relative
alla politica migratoria;
- lotta alla
criminalità organizzata.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
E’ importante notare, nell’accordo di Minsk
- Belaveža istitutivo della Comunità degli Stati
Indipendenti, il richiamo
all’impegno verso i fini e i principi della Carta delle Nazioni
Unite, dell’Atto finale di Helsinki e degli altri documenti della Conferenza
sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.
Al tempo in cui
l’Ucraina era integrata nell’URSS, la Crimea fu trasferita dalla Repubblica
Socialista Federativa Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina
il 19
febbraio 1954, con un decreto del Presidium del Soviet Supremo
dell’URSS. Il trasferimento fu poi approvato con una legge del Soviet Supremo
dell’URSS il 26 aprile 1954, che modificò gli articoli
costituzionali relativi ai territori delle due repubbliche. Nella motivazione
dei provvedimenti di trasferimento territoriale tra le due repubbliche
dell’URSS, vennero richiamati la contiguità territoriale, i legami economici e
culturali tra la Crimea e l’Ucraina, nonché il trecentesimo anniversario dell’accordo
di Perejaslav del 1654, che la storiografia sovietica
interpretava come la fonte della
riunificazione dell’Ucraina con la Russia. Nikita Chruščëv era allora,
dal 1953, dopo la morte di Stalin, primo segretario del
Partito comunista dell’Unione Sovietica e come tale era
la più potente autorità politica dell’Unione. Egli aveva legami politici
particolarmente stretti con l’Ucraina, dove aveva ricoperto importanti
incarichi di partito e di governo. Si ritiene che questo abbia avuto una
notevole influenza nella decisione del trasferimento territoriale. Comunque
esso non avrebbe potuto essere deliberato contro la sua volontà. Il
trasferimento territoriale non fu tuttavia una decisione del solo Chruščëv, ma il risultato di una complessa
procedura istituzionale. Anche dopo il
trasferimento territoriale la Crimea rimase territorio sovietico. A seguito
dell’indipendenza dell’Ucraina, dal 1991, quello con la Federazione russa
divenne un confine internazionale e la Crimea fu integrata nel territorio
ucraino.
La Crimea, una penisola unita fisicamente al
continente mediante l’istmo di Perekop, una fascia terrestre
larga circa 7 chilometri che la unisce all’Ucraina meridionale,
rivestiva una notevole importanza strategica per l’URSS e la mantenne anche per
la Federazione Russa, oltre che per l’Ucraina. Chi controlla la Crimea
controlla l’accesso al Mar Nero, attraverso il Mare d’Azov, nel quale sfociano
il grande fiume Don, che, anche attraverso il canale Volga-Don, dà accesso alla
rete navigabile della Federazione Russa. Inoltre a Sebastopoli, il cui porto
era utilizzabile in ogni periodo dell’anno,
vi era la principale base della flotta sovietica del Mar Nero.
Dopo lo scioglimento
dell’Unione Sovietica, con accordi conclusi a Kiev nel 1997 fu deciso che il
18% della flotta ex sovietica del Mar Nero fosse trasferita all’Ucraina e che
la Federazione russa potesse mantenere fino al 2017 le proprie installazioni
militari in Crimea, compresa la base navale militare di Sebastopoli. Lo stesso
anno tra l’Ucraina e la Federazione russa fu concluso un accordo di amicizia,
cooperazione e partenariato con cui i due stati riconobbero reciprocamente
l’integrità territoriale e l’inviolabilità delle frontiere a quell’epoca
tracciate tra essi. Nel 2010 con gli
accordi di Charkiv fu prorogata di ulteriori venticinque anni, fino al 2042, la disponibilità della Crimea per le
installazioni militari russe. Dopo l’annessione russa della Crimea, nel 2014,
la Federazione russa dichiarò unilateralmente cessato quell’accordo, dal
momento che ormai la Crimea era parte del proprio territorio.
Negli anni ‘90 il governo ucraino si propose
l’obiettivo dell’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea, con la quale
furono conclusi accordi di partenariato e cooperazione; a partire dal 2007 fu
poi negoziato un accordo di associazione. Progressivamente l’integrazione
dell’Ucraina nell’Unione Europea divenne oggetto di conflitti politici in
Ucraina, tra filoeuropei e filorussi. Nel novembre 2013 il presidente
dell’Ucraina Viktor Fedorovyč Janukovyč, filorusso, eletto nel 2010, comunicò
la sua decisione di non firmare l’Accordo di associazione con l’Unione europea,
negoziato per anni, preferendo un riavvicinamento economico alla Federazione
russa, che offriva all’Ucraina aiuti finanziari e l’ingresso nell’Unione
doganale euroasiatica. Ne scaturirono moti di protesta, con concentramenti di
massa nella piazza dell’Indipendenza (Majdan Nezaležnosti) a Kiev (da
qui la definizione dei moti come Euromaidan). Le proteste furono
duramente represse dalle forze di polizia ucraine. I moti antigovernativi e la
repressione si fecero sempre più intensi, con molte vittime, in gran parte
concentrate nel febbraio 2014. Il 22 febbraio 2014 Janukovyč, fuggito da Kiev,
fu dichiarato decaduto dal parlamento e riparò in Russia; a partire dal 27
febbraio truppe russe prive di insegne presero il controllo della Crimea, che
fu formalmente annessa alla Federazione russa il 18 marzo 2014, dopo un
referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale. Nell’aprile 2014
movimenti filorussi presero il controllo di territori intorno alle città di
Donetsk e Luhansk, nel Donbass, regione al confine nordorientale tra Ucraina e
Federazione russa, proclamandoli Repubbliche popolari. Sempre nell’aprile 2014
scoppiò la guerra tra queste Repubbliche, sostenute dalla Federazione russa, e
l’Ucraina. Nonostante i due accordi per il cessate il fuoco conclusi a Minsk,
in Bielorussia, nel settembre 2014 e nel febbraio 2015, il conflitto armato non
cessò mai e il 24 febbraio 2022 forze armate della Federazione russa
attaccarono l’Ucraina da più direzioni, con il proposito di abbatterne il
governo e di prendere il controllo di quello stato. La guerra, definita dal
governo russo “operazione militare speciale”, è ancora in corso. Nelle prime
fasi del conflitto, le forze armate ucraine riuscirono a respingere le forze
armate russe da parte del territorio ucraino che erano riuscite ad occupare. La
Federazione russa riuscì ad ottenere e consolidare il controllo delle coste del
Mare d’Azov, ad allargare il controllo di territori nel Donbass e ad avanzare,
nel settore meridionale, fino alla riva orientale del grande fiume Dnepr.
L’avanzata delle forze armate russe in Ucraina è divenuta molto lenta, con
diverse controffensive ucraine, ma è costante.
Nel 1994
l’Ucraina aderì al programma della N.A.T.O. Partnership for Peace e nel
2008 chiese di entrare nel Membership Action Plan, per preparare
l’ingresso nell’Alleanza. La N.A.T.O., tuttavia, nel vertice di Bucarest
dell’aprile 2008 non concesse l’adesione dell’Ucraina al Membership Action
Plan, dichiarando tuttavia che l’Ucraina era destinata a diventare membro
dell’Alleanza in futuro. Dopo l’elezione a presidente dell’Ucraina di Viktor
Fedorovyč Janukovyč fu seguita una politica internazionale di non allineamento,
rinunciando all’adesione alla N.A.T.O. Dopo la caduta di Janukovyč, riprese
l’orientamento favorevole all’adesione dell’Ucraina alla N.A.T.O. e nel
febbraio 2019 lo stato adottò una riforma costituzionale con la quale gli
obiettivi dell’adesione all’Unione Europea e alla N.A.T.O. vennero inseriti
nella Costituzione dello stato, dichiarandone il corso irreversibile. Il 30
settembre 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa,
il presidente dell’Ucraina Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, eletto nel 2019,
presentò una richiesta di adesione accelerata alla N.A.T.O. La posizione degli
organismi dell’Alleanza è che, finché dura il conflitto in corso con la
Federazione russa, una adesione piena dell’Ucraina alla N.A.T.O. non è
possibile.
Nel vertice tenutosi ad Ankara, in Turchia, il
7-8 luglio 2026, l’Ucraina è stata definita per la prima volta “contributor
to transatlantic security”. L’Ucraina coordina oltre l’80% dell’assistenza
militare occidentale tramite la struttura della N.A.T.O. NSATU, NATO
Security Assistance and Training for Ukraine (in italiano, all’incirca “Assistenza
alla Sicurezza e Addestramento NATO per l’Ucraina”, un comando istituito
dalla NATO nel luglio 2024, con sede a Wiesbaden, in Germania, per coordinare
in modo strutturato il sostegno militare occidentale all’Ucraina, in
particolare per supervisionare l’addestramento delle forze armate ucraine nei
paesi alleati, sostenere lo sviluppo di lungo periodo delle forze armate
ucraine e coordinare le donazioni e i trasferimenti di equipaggiamento militare
tra i vari paesi alleati). L’Ucraina inoltre partecipa inoltre al centro
congiunto JATEC, Joint Analysis, Training and Education Centre (un
organismo congiunto NATO-Ucraina, aperto nel febbraio 2025 a Bydgoszcz, in
Polonia, dedicato all’analisi delle “lezioni apprese” dal conflitto
russo-ucraino in corso; è stato creato specificamente per raccogliere, studiare
e diffondere in tempo pressoché reale gli insegnamenti tattici, operativi e
civili emersi dalla guerra in Ucraina) e dal 2027 parteciperà ufficialmente
alla pianificazione delle grandi esercitazioni NATO.
E’, infine, di alcuni giorni fa la notizia che
il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha convocato per lunedì
24 agosto 2026 un vertice in presenza e
in teleconferenza tra diversi stati
europei, tra i quali l’Italia, anche per coordinare l’operatività di una forza
armata multinazionale congiunta che è stata già organizzata per intervenire in Ucraina dopo il cessate il
fuoco per separare le parti belligeranti. Tuttavia, considerato che allo stato
non vi è alcun negoziato per raggiungere il cessate il fuoco nella guerra in
Ucraina, può temersi che, in realtà, al di là delle dichiarazioni formali,
quella forza armata multinazionale congiunta possa essere impiegata nel
conflitto in Ucraina, nel caso di improvviso collasso del dispositivo militare
ucraino.
Traggo dall’articolo “Ucraina, la strage
senza fine. Volenterosi in campo: «Priorità le difese aeree»”
della corrispondente da Parigi Anais Ginori, pubblicato su La Repubblica del
22 agosto 2026:
Emmanuel
Macron organizza un nuovo vertice della
coalizione dei Volenterosi mentre altre città ucraine bruciano sotto i
droni e i missili russi. Lunedì [24 agosto 2026], nel giorno simbolico del
trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina,
i leader dei paesi che sostengono Kiev si riuniranno in formato ibrido
con Volodymyr
Zelensky per dare un nuovo segnale di compattezza.
L’obiettivo, secondo quanto fa sapere l’Eliseo, è rafforzare il sostegno
militare all’Ucraina, con la priorità della difesa aerea. Il vertice arriva
infatti dopo un nuovo attacco russo contro Kryvyi Rih, la città
natale di Zelensky, dove droni russi hanno colpito un centro commerciale,
provocando 14 morti e oltre 120 feriti.
[…]
Il vertice sarà co-presieduto dal presidente francese, dal
cancelliere tedesco Friedrich Merz e dal nuovo premier
britannico Andy Burnham, al suo debutto nel formato dei
Volenterosi dopo l’uscita di Keir Starmer.
[…]
L’urgenza però è aiutare Kiev a sopravvivere alla nuova ondata di
attacchi russi in modo da continuare a resistere. Nel medio periodo i
Volenterosi continuano a voler costruire una cornice di sicurezza in caso di
cessate il fuoco. La coalizione lavora da mesi a una forza multinazionale per
l’Ucraina, pensata non per combattere sul fronte ma, in caso di pace, per
dissuadere Mosca da nuove aggressioni.
A luglio Macron aveva annunciato che i piani militari di questa
forza multinazionale erano ormai pronti e che sarebbero stati testati nei paesi
vicini all’Ucraina, con esercitazioni destinate a confermare i piani di
dispiegamento e a mostrare che gli alleati sono «pronti, determinati e
credibili» nella difesa di Kiev.
All’esito
del vertice di Kiev del 24 agosto 2026 tra esponenti degli stati detti volenterosi,
termine usato nelle due guerre del Golfo per indicare gli stati che
intendevano affiancare gli Stati Uniti d’America nelle guerre contro l’Iraq
governato dal regime di Saddam Hussein, è stato comunicato che nel prossimo
ottobre o novembre, periodo che negli anni passati fu caratterizzato da forte
attività bellica delle forze armate russe prima della sospensione invernale
determinata dalle rigidissime condizioni climatiche, la forza multinazionale di
intervento per l’Ucraina inizierà esercitazioni congiunte. Il governo italiano,
la cui Presidente del Consiglio dei ministri ha partecipato al vertice in
videoconferenza, ha però dichiarato che le truppe italiane non parteciperanno a
tali esercitazioni.
Il nuovo Primo ministro
britannico , promotore del vertice unitamente al presidente della Repubblica
francese Emmanuel Macron, ha confermato la linea del governo britannico secondo
la quale, in adesione a quella del governo ucraino, l’obiettivo
finale della Gran Bretagna è la vittoria sul campo dell’Ucraina, unica
condizione per garantire «una pace giusta e duratura».
La posizione
politica riguardo alla guerra in Ucraina
del presidente della Federazione russa Vladimir Vladimirovič Putin, da
ultimo eletto nel 2024, con mandato che durerà fino al 2030, ma in realtà
egemone dal 1999, prima come primo ministro, poi, dal 2000, come presidente
della Federazione russa, di nuovo come primo ministro dal 2008 al 2012, e poi
ancora come presidente, eletto nel 2012, nel 2018 e nel 2024 (quest’ultima elezione
resa possibile da una modifica costituzionale del 2020 che, pur trasformando il
limite dei due mandati consecutivi in un limite di due mandati complessivi,
azzerò il computo dei mandati già svolti dal presidente in carica) è di
richiedere un trattato di pace tra la Federazione russa e l’Ucraina che
riconosca alla Federazione russa la sovranità sulla Crimea e sulle altre
quattro regioni annesse nel 2022 – Donetsk, Luhansk, Zaporižžja e Cherson –
comprese le porzioni di esse non occupate militarmente, comprenda l’impegno
formale dell’Ucraina a non aderire alla N.A.T.O. e a ridurre considerevolmente
le proprie forze armate. Il presidente della Federazione russa non si oppone
invece all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea.
Finora i negoziati per la cessazione della
guerra in Ucraina, che si sono svolti in varie riprese sia tra Stati Uniti e
Federazione Russa (con o senza il coinvolgimento diretto dell’Ucraina), sia
direttamente tra Ucraina e Federazione Russa, non hanno avuto successo, così
come non ha avuto successo il tentativo di mediazione compiuto dalla Turchia,
ospite dei colloqui diretti ucraino-russi del 2022; l’Unione Europea, dal canto
suo, non ha mai assunto un ruolo di effettiva mediazione tra le parti, restando
sostanzialmente ai margini del processo negoziale.
Fin dal 2021, il presidente della Federazione
Russa ha ribadito la volontà russa di ottenere un trattato che regoli
definitivamente i rapporti tra la Federazione russa e l’Ucraina. In varie riprese ha detto che, non avendolo ottenuto, si era
prodotto il distacco dall’Ucraina del Donbass e della Crimea. Poi, non avendolo
ottenuto di nuovo, si era decisa l’operazione speciale del 2022 contro
l’Ucraina, a seguito della quale il fronte si era attestato lungo le sponde del
fiume Dnpr, conquistando tutte le rive del Mare d’Azov. Se non lo si otterrà
ancora, ha minacciato Vladimir Vladimirovič Putin, l’Ucraina finirà con il
perdere anche la città di Odessa e la costa ucraina del Mar Nero, fino alla
Repubblica di Moldova. In sostanza ad ogni rifiuto di negoziare il trattato le
condizioni peggiorano per l’Ucraina
Va ricordato che il 16 giugno 2021, qualche
mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, a Ginevra si tenne un vertice tra
il presidente statunitense Joe Biden e il presidente della Federazione russa
Vladimir Vladimirovič Putin in cui si discusse anche della situazione in
Ucraina, dove un conflitto a bassa intensità era in corso nel Donbass fin dal
2014. All’esito si parlò di cordiale disaccordo, nel senso che si
ottenne un allentamento della tensione tra i due stati con il rientro in sede
dei due rispettivi ambasciatori, che nei mesi precedenti erano stati
richiamati, ma senza alcun progresso quanto alla situazione in Ucraina.
In conclusione, può essere osservato che il
blocco dominante nella Federazione russa, egemonizzato dal presidente della
Federazione Vladimir Vladimirovič Putin, ha ritenuto e ritiene inaccettabile,
perché metterebbe a rischio il proprio dominio, che la N.A.TO., organizzazione
che dal 2000 si propone di contenere minacce della Federazione russa
all’integrità territoriale di propri stati membri, arrivi a controllare
l’accesso russo al Mar Nero a seguito dell’adesione all’Alleanza di una Ucraina
che controlli la Crimea e allo smantellamento delle installazioni militari
russe in Crimea, compreso lo strategico porto militare di Sebastopoli.
Fino al 2008 le relazioni tra la Federazione
Russa e l’Unione Europea furono improntate ad uno spirito di partenariato e
collaborazione, in particolare a seguito ad un accordo del 1994, entrato in
vigore nel 1997. In un vertice tenutosi a San Pietroburgo nel 2003, Federazione
russa e Unione Europea definirono “quattro spazi comuni”: economico; libertà, sicurezza e
giustizia; sicurezza esterna; ricerca, istruzione e cultura. Le trattative per
un nuovo accordo dello stesso tipo vennero bloccate dopo il 2014. La
Federazione russa rimase membro del Consiglio d’Europa fino al marzo 2022,
venendone esclusa a seguito dell’invasione dell’Ucraina.
Attualmente entrambe le parti belligeranti
ritengono di poter prevalere sull’altra per suo esaurimento: questo impedisce
un fruttuoso negoziato di pacificazione.
Secondo stime ritenute generalmente
affidabili, i militari russi morti finora sono stati non meno di 325.000 e non
meno di 125.000 quelli ucraini. Si combatte anche con l’utilizzo di tecnologie robotiche molto evolute, ma l’azione dei
combattenti sui vari fronti del conflitto, similmente a quanto accaduto durante
la Prima guerra mondiale, è essenziale. Un numero di perdite umane così elevato può
spingere entrambi i belligeranti a perseverare negli attacchi, per un bias,
un inganno cognitivo: quello dei costi sommersi. Si continua una guerra che ha
dato risultati pessimi perché si sono già avute tante perdite umane e si
ritiene che, se si ponesse fine alla guerra al punto in cui si è, i caduti
sarebbero morti invano. È stato osservato che a quel processo psicologico può
ricondursi anche l’escalation della guerra statunitense in Indocina. Per
questo motivo, sarebbe utile l’intervento di un agente di mediazione, accanto
all’Ucraina e alla Federazione russa, in modo da conseguire una valutazione
realistica degli eventi e dei loro probabili sviluppi. Una soluzione potrebbe
essere quella di affiancare nella negoziazione i diplomatici ucraini con
diplomatici incaricati da organismi dell’Unione Europea, tenendo conto che,
dopo la conclusione della guerra, proseguirà il processo di adesione
dell’Ucraina all’Unione.
^^^^^^^^^^^^^^^^
L
Spegnere la guerra
Per cercare di spegnere una guerra in atto – il
problema di noi europei contemporanei – è necessario averne chiare le origini,
perché è su di esse che si deve incidere con decisione.
Non ogni conflitto può essere definito guerra.
Definiamo conflitto quella relazione sociale in
cui gruppi sociali sviluppano un'azione collettiva gli uni contro gli altri per
imporre la propria volontà vincendo la resistenza altrui. Può mancare un centro
organizzatore. L'azione collettiva conflittuale è però sempre sorretta da
elementi culturali mediati da soggetti che svolgono in certe occasioni ruoli
mobilitanti, diffondendo narrazioni. Il gruppo si attiva collettivamente quando
raggiunge una coscienza della propria condizione sociale, elaborata e diffusa
proprio da quei soggetti mediatori: è a loro che Antonio Gramsci allude
parlando di intellettuale organico.
Schematizzando molto, le relazioni
conflittuali trovano moventi in quelli di rapina e dominio egemonico o in quello di reazione a una situazione di
sofferenza sociale. Si ha rapina quando ci si appropria di beni in possesso
altrui sottraendoli a chi li possiede al di fuori di un reale accordo con
quest’ultimo, quindi con la violenza, l’inganno, o profittando della sua
condizione di inferiorità, minorata difesa o sottomissione. Storicamente, ogni volta che un gruppo
sociale ha avuto la forza di farlo senza la prospettiva di affrontare sanzioni
dell’ordinamento di riferimento o una resistenza eccessiva delle vittime, ad
esempio quando si trattò di scontrarsi con popolazioni di culture cosiddette primitive,
si è abbandonato alla rapina senza grandi scrupoli etici. Tutta la
colonizzazione europea degli altri mondi può essere considerata un
gigantesco complesso di rapine. Il culmine violento è la rapina della libertà
altrui, per cui la vittima diviene schiava, un mero oggetto del potere altrui. Il
dominio egemonico si ha quando si detta legge ad altri gruppi
nell’interesse esclusivo e prevalente del proprio gruppo e può essere visto
come un caso particolare di rapina, perché si egemonizza per trarne profitto. Il
movente della reazione a una sofferenza sociale trova origine in violenze
altrui per cui si è stati rapinati o si vive sottomessi, per cui si soffre.
Definiamo pace sociale la condizione nella
quale cessano le sofferenze sociali. La società guarisce. Guarire le
sofferenze sociali è un’attività assai complessa, perché richiede di incidere,
riorganizzandole, sulle dinamiche dei gruppi sociali di riferimento. Ciò
richiede di indurre una conquista culturale, che va rinnovata di generazione in
generazione e nel variare delle popolazioni di riferimento, tutti elementi dai
quali insorgono nuovi elementi conflittuali. E’ semplicistico pensare di
risolvere semplicemente creando un centro di potere che imponga la sua legge della pace sociale,
sovrastando con la forza le parti confliggenti. Sappiamo bene che anche le
società più avanzate, dove vige il principio dello stato di diritto, non sono
veramente pacificate. Va tenuto conto poi che tanto più forte è un
potere, tanto maggiore è il rischio dell’arbitrio, perché ogni potere che
non è contenuto degenera immancabilmente, anche se si ammanta di un’aura
di giuridicità. Così, quello della pacificazione è un cantiere sempre aperto e
si progredisce quando oggi si può dire che ieri eravamo meno pacifici (è la parafrasi di un detto di Aldo
Capitini, grande maestro del pacifismo nonviolento). Si ha nel cuore quel non
appagamento a cui faceva riferimento
Aldo Moro: non ci si contenta di un determinato livello di pace, ma,
raggiuntolo, ci si agita fino a che non se ne raggiunga uno più avanzato. Una
parte importante di questo lavoro di pacificazione sociale la compie l’attività giurisprudenziale, che
non consiste nell’imporre una legge come dall’esterno, ma nel trovare
nella società la legge del caso
concreto articolandone le ragioni, fin tanto che le parti vi si sottomettano (ma
può accadere che non lo facciano, prevale a quel punto la forza pubblica, ma il
risultato della pacificazione non si ottiene).
Per quel particolare tipo di conflitto che è
la guerra la situazione è veramente molto diversa, e bisognerebbe
proprio riuscire ad esserne consapevoli.
Guerra non è qualsiasi tipo di
conflitto sociale, ma solo il conflitto armato organizzato e ordinato
da un’entità pubblica che rivendichi sovranità su un territorio e su una
popolazione. Può essere uno stato, ma anche un altro organismo
pubblico il cui potere su un territorio e una popolazione pretenda di essere sovrano.
Sovrano è il potere pubblico che
non accetta sopra di sé altro potere analogo. Un potere è pubblico quando si impone anche ai dissenzienti. Negli
ordinamenti basati sul principio dello stato di diritto, un potere è costruito
come pubblico per realizzare scopi di interesse generale, ma ciò che
veramente conta perché sia pubblico è che si imponga a prescindere dal consenso di
chi lo subisce.
Dunque, semplificando, la guerra è tale
solo se ordinata da uno stato. Ordinata la guerra, lo stato non accetta che
si resista all’ordine e punisce i resistenti, i renitenti, i disertori.
I motivi per cui uno stato ordina la guerra hanno
sempre a che fare con la struttura del potere pubblico in quello stato. Ogni
potere sociale tende immancabilmente ad espandersi fino a che trovi convenienza
ad espandersi e la trova finché l’espansione lo consolidi nella popolazione di
riferimento ed espanda il numero dei sudditi. Nelle guerre contemporanee, che
coinvolgono necessariamente le masse, le sofferenze sociali vengono utilizzate solo
nel costruire la mitologia giustificativa della guerra che si vuole ordinare:
questo significa che non è mai veramente
questione di giustizia, comunque intesa. Non si tratta mai di guarire la società, perché, anzi, la si
colpisce e le si infligge la più
tremenda delle sofferenze sociali, la guerra appunto. La vera ragione per cui uno stato ordina la guerra è che il blocco di potere che riesce in un
certo momento a controllare gli organismi che, secondo l’ordinamento di
riferimento, hanno il potere di ordinare la guerra, ritiene che il proprio potere possa consolidarsi
o estendersi ordinando e conducendo la guerra.
Sia negli stati democratici che in quelli che
non lo sono il blocco di potere dominante si trova sempre in una condizione di instabilità,
perché è la risultante di molte forze che spingono in varie direzioni. Il suo
equilibrio è sempre precario. La ferocia usata dai più potenti sistemi
dittatoriali è la chiara dimostrazione che, anche in quei contesti in cui non è
ammesso il dissenso, il dissenso nondimeno esiste e si manifesta e minaccia da
vicino anche i maggiori tra i poteri
pubblici. La guerra è uno dei sistemi più efficaci per consolidare un blocco di
potere, perché giustifica la repressione del dissenso e rende deboli i limiti
che in un ordinamento vengono posti al potere pubblico di vertice.
E’ molto importante capire questo: al base
della guerre non vi è mai realmente una situazione di ingiustizia che
invece è tra i moventi dei conflitti sociali in generale. Tanto è vero che le
guerre non si risolvono mai eliminando le situazioni di ingiustizia.
Anzi, fintanto che gli stati fanno questioni di giustizia significa che
il blocco di potere che li controlla non ha la minima intenzione di revocare
l’ordine di guerra.
L’unico motivo che può veramente determinare
il blocco dominante di uno stato a revocare l’ordine di guerra, ciò che è alla
base di una incipiente situazione di
pace, condizione necessaria ma non sufficiente, è il prodursi e
manifestarsi di una valida resistenza interna che renda meno conveniente insistere nella
guerra, o addirittura catastrofico, perché mette in questione il potere di quel
blocco. Non funziona altrettanto bene, o anzi per nulla, una resistenza esterna, vale a dire di
quello che di volta in volta è individuato come nemico. Essa infatti è messa
nel conto quando si ordina la guerra. Si sa che la guerra comporterà un massacro
della propria popolazione, sia tra i militari che tra i civili, che è costretta a subirlo. La mitologia
bellica serve appunto a condurre la propria popolazione al massacro.
Una volta che uno stato abbia ordinato una
guerra, si aspetta che prima o poi il nemico crolli, e allora insiste. D’altra
parte, come osservato da Daniel Kahneman in Pensieri lenti e veloci, sulle
dinamiche decisionali, una volta che si sono avute ingenti perdite in una
guerra non ci si rassegna a ordinarne la
fine senza poter vantare un qualche risultato in linea con le aspettative
dichiarate, perché si perderebbe la faccia con la propria popolazione, e questo
potrebbe risultare fatale, anche in regimi dittatoriali, e allora, appunto, si insiste. E’ un
cosiddetto bias, un inganno cognitivo. Vi caddero gli Stati Uniti
d’America nelle loro efferate guerre in Indocina. Ciò che in quel contesto fece
la differenza fu (anche) la crescente resistenza del peace-movement, che
si attuò anche con la renitenza alla leva militare.
La fine della guerra si ha solo quando lo stato che l’ha ordinata revoca
l’ordine di guerra. Lo revoca perché vuole la fine della guerra, la pace.
In questo contesto si ha la pace quando si vuole la pace. Non c’entrano nulla le questioni sulla giustizia.
La guerra finisce non quando è possibile ottenere giustizia, ma quando
il blocco di potere egemone nello stato che ha ordinato la guerra vuole la
pace, perché così gli conviene. Allora, si vede che, nel trattare la pace,
le questioni sulla giustizia vengono rapidamente risolte, cercando la
convenienza reciproca dei belligeranti, anzi dei blocchi dominanti negli stati
belligeranti.
Le guerre provocano intense sofferenze
sociali. Alla lunga sono sempre invise alle popolazioni. Questo può far
nascere quella resistenza che è valida ad ottenere la revoca dell’ordine di
guerra. E’ importante suscitarne i presupposti culturali, contrastando le
mitologie belliche: come nelle situazioni di conflitto anche in quelle di
pacificazione sono molto importanti i fattori culturali mediati dal ceto
intellettuale. Le religioni possono aiutare? Di solito le religioni sono state
strumentalizzate per il fine opposto, in particolare i cristianesimi che si
sono storicamente manifestati e che sono stati in genere assai bellicosi. Ma
può andare diversamente. L’abbandono dei tradizionali criteri della guerra
giusta può essere un inizio. E’ cosa che nel cattolicesimo italiano si fatica molto ad accettare. Si cerca di
ricondurre la dottrina alla precedente impostazione, di annullare la grande
novità. D’altra parte la nostra cultura nazionale è fortemente improntata dal
bellicismo: la mitologia risorgimentale, che si è voluta estendere fino alla
Prima guerra mondiale, è estremamente violenta, e certamente è stata in qualche
modo anche sacralizzata, pur
essendosi rivolta anche contro il regno dei Papi nel Centro Italia. Sappiamo come fu accolta la predicazione di Lorenzo
Milani sulla guerra e sull’obiezione di coscienza: finì incriminato. E
l’incriminazione conseguì ad una sua polemica pubblica su una nota dei
cappellani militari sull’obiezione di coscienza.
In Italia non abbiamo più memoria storica
delle sofferenze sociali della guerra. La filmografia statunitense, fortemente
bellicista e centrata sul culto dell’uomo forte e sull’obbedienza a
lui dovuta, ci ha in un certo senso diseducati alla pace. E’ importante,
allora, lavorare per suscitare
avversione alla guerra.
Nelle relazioni tra popolazioni il problema non
è mai realmente quello costruito culturalmente dai nazionalismi, nelle
loro varie manifestazioni, dagli irredentismi ai fascismi, ai sovranismi,
vale a dire che il blocco di potere dominante sia espresso da una determinata
cultura etnica, con una certa mitologia fondativa, dove quindi la giustizia è
vista come la costruzione di uno stato-nazione che comprenda tutte le
popolazioni riconducibili a quella cultura etnica, ma è quello delle sofferenze
sociali causate da discriminazioni su base etno-culturali, che si risolvono
sempre in lesioni alla dignità delle persone con riflessi sui vari tipi
di giustizia concreta che si manifestano nelle società, in particolare sulla giustizia
distributiva e su quella cooperativa-partecipativa. Queste
sofferenze sociali accomunano, affratellandoli, i ceti svantaggiati di una
determinata società, quelli che, in ogni caso, saranno esclusi dalla
partecipazione al blocco dominante. Sono sempre la maggioranza della
popolazione, ma si riesce a tenerli sottomessi alle minoranze che esprimono i
blocchi dominanti creando artefatti mitologici che rendono le masse
docili strumenti dei blocchi dominanti. Il lavoro di un partito popolare, che
si proponga di incidere sulle loro sofferenze sociali, deve essere anzitutto
quello di smontare quegli artefatti: è la grande lezione del socialismo europeo
raccolta dal cattolicesimo sociale. La resistenza parte dalla presa di
coscienza realistica delle cause delle proprie sofferenze sociali.
Questa dinamica
resistenziale fu vissuta nella resistenza storica al fascismo repubblicano organizzato
intorno al Mussolini dal settembre 1943. Di solito, seguendo la tradizione
storiografica comunista, se ne evidenziano gli aspetti militari – e ci fu un
esercito di popolo senza leva obbligatoria – ma sono assai più rilevanti quelli
civili, in particolare la diffusa resistenza alla leva militare del regime,
attuata mediante renitenza e diserzione e dando rifugio a renitenti e disertori,
tutte condotte passibili di pena di morte. La gioia popolare all’annuncio
dell’armistizio, pure attuato a condizioni molto dure, aveva reso evidente che
la popolazione si era resa consapevole dell’origine delle proprie sofferenze
sociali. L’inganno della mitologia bellicista mussoliniana, che aveva promesso una
grandezza costruita su guerre di rapina era stato svelato.
I
sofferenti per la guerra sono una parte di ciò che, nella teologia del
povero (non della povertà) viene compreso nell’idea di povero, dei
discriminati in dignità, ai quali è promessa redenzione. Secondo la teologia
del povero si riconosce nel povero
sofferente Cristo stesso e ce se ne lascia ammaestrare, ci si mette alla sua
sequela, cercando di farsi come lui. E’ la misericordia cristiana che
travalica gli artefatti costruiti dai potenti dai loro troni per
sottomettere i più, travalica i nazionalismi e i fronti degli stati trascinati
in guerra dai rispettivi blocchi dominanti. Alla sua luce si acquisisce
consapevolezza che altro sono i potenti che ordinano le guerre, altro
sono le popolazioni trascinate in quelle guerre e che la pace delle beatitudini consegue al distaccarsi da quei superbi
potenti e riscoprire la fratellanza
umana.
Da cristiani, allora, nel rapporto con altri
cristiani specialmente, si può anche cercare,
nel quadro del dialogo ecumenico, di riallacciare i rapporti con la popolazione
russa, i nostri nemici, in realtà gente caduta nella guerra ordinata dal
blocco di potere laggiù egemone, uscito come tale dalla ristrutturazione economica
e politica della Federazione diretta negli anni Novanta da tecnici statunitensi,
fonte di intensissime sofferenze sociali e di un’impennata del crimine
organizzato. Ma se vogliamo guastare il micidiale congegno che ci sta
conducendo verso una nuova guerra continentale (non mondiale perché il mondo non è più nelle mani solo degli
europei) dobbiamo cercare di incidere con decisione innanzi tutto sui regimi europei, a partire dal nostro,
scoraggiandoli dall’estendere una guerra
feroce che è già in atto in Europa e in cui tutti noi siamo già coinvolti.
Tra i primi effetti della rivoluzione russa
vi fu il ritiro del nuovo regime (in fase di consolidamento) dalla Prima guerra mondiale con il Trattato di
Brest-Litovsk del
3 marzo 1918, nel mezzo di una fase efferata di quel conflitto. Per
l’Italia la guerra finì otto mesi più tardi, con circa centomila vittime
italiane in più tra morti e feriti.
Mario Ardigò – 4 settembre 2026
acvivearomavalli.blogspot.com
ardigo.mario@virgilio.it
dialoghi-zoom@googlegroups.com (per
interloquire occorre esservi iscritte/i)